Il presente blog costituisce un almanacco nato per raccogliere i testi completi (ed annesse fotografie e video) dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (solo se disponibili).

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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mercoledì 14 gennaio 2009

L’ultima intervista televisiva di Paolo Borsellino

L’ultima intervista televisiva Paolo Borsellino la concesse a Lamberto Sposini, per il tg5, venti giorni prima di morire nella strage di via D’Amelio (19/7/1992) insieme con i cinque poliziotti della sua scorta. "Terra", settimanale di approfondimento del tg5, la ha riproposta il 24 marzo 2001. Ne ho trascritto le due risposte finali, particolarmente significative.

il giudice Paolo Borsellino

Dopo la morte di Falcone come è cambiata la vita di Borsellino?

(lungo sospiro) La mia vita è cambiata innanzitutto perché....dalla morte....di questo mio vecchio amico e compagno di lavoro è chiaro che io sono rimasto particolarmente scosso e sono ancora impegnato, ad un mese di distanza, a recuperare e...., vorrei dire, tutte le mie possibilità operative sulle quali il dolore ha inciso in modo enorme.

E' cambiata anche perché sia per la morte di Falcone, sia per taluni altri fatti, mi riferisco alle dichiarazioni ormai pubbliche di quel collaboratore che ha parlato e ha detto di essere stato incaricato di uccidermi e la notizia è arrivata alla stampa in concomitanza con la notizia della strage di Capaci.

Le mie condizioni...., sono state estremamente appesantite le misure di protezione nei miei confronti e nei confronti dei miei familiari. E' chiaro che in questo momento io ho visto comple...., quasi del tutto, anzi, vorrei dire del tutto, pressoché abolita la mia vita privata.

Ho temuto nell'immediatezza della morte di Falcone una drastica perdita di entusiasmo nel lavoro che faccio. Fortunatamente, se non dico di averlo ritrovato, ho almeno ritrovato la rabbia per continuarlo a fare.

Posso chiederle se lei si sente un sopravvissuto?

Guardi, io ricordo ciò che mi disse Ninnì Cassarà allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana alla fine del luglio del 1985, credo.

Mi disse: "Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano".

La.... l'espressione di Ninnì Cassarà io potrei anche ripeterla ora, ma vorrei poterla ripetere in un modo più ottimistico.

Io accetto la....ho sempre accettato il....più che il rischio, la....condizione, quali sono le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall'inizio che dovevo correre questi pericoli.

Il....la sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi in, come viene ritenuto, in....in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me.

E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare e....dalla sensazione che o financo, vorrei dire, dalla certezza che tutto questo può costarci caro.


http://digilander.libero.it/inmemoria/borsellino_ultima_intervista.htm


Io, Falcone, vi spiego cos'è la mafia

In quest'articolo pubblicato da "L'Unità" il 31 maggio 1992, otto giorni dopo la strage di Capaci, il giudice Giovanni Falcone traccia con chiarezza un quadro dell'evoluzione di Cosa Nostra a partire dal dopoguerra e denuncia la sottovalutazione che, per molto tempo, ha caratterizzato l'approccio delle istituzioni al problema della mafia.


Nella relazione finale della Commissione d'inchiesta Franchetti-Sonnino del lontano 1875/76 si legge che «la mafia non è un'associazione che abbia forme stabili e organismi speciali... Non ha statuti, non ha compartecipazioni di lucro, non tiene riunioni, non ha capi riconosciuti, se non i più forti ed i più abili; ma è piuttosto lo sviluppo ed il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male». Si legge ancora: «Questa forma criminosa, non... specialissima della Sicilia», esercita «sopra tutte queste varietà di reati»...«una grande influenza» imprimendo «a tutti quel carattere speciale che distingue dalle altre la criminalità siciliana e senza la quale molti reati o non si commetterebbero o lascerebbero scoprirne gli autori»; si rileva, inoltre, che «i mali sono antichi, ma ebbero ed hanno periodi di mitigazione e di esacerbazione» e che, già sotto il governo di re Ferdinando, la mafia si era infiltrata anche nelle altre classi, cosa che da alcune testimonianze è ritenuta vera anche oggidì». Già nel secolo scorso, quindi, il problema mafia si manifestava in tutta la gravità; infatti si legge nella richiamata relazione:«Le forze militari concentrate per questo servizio in Sicilia risultavano 22 battaglioni e mezzo fra fanteria e bersaglieri, due squadroni di cavalleria e quattro plotoni di bersaglieri montani, oltre i Carabinieri in numero di 3120».
Da allora, bisogna attendere i tempi del prefetto Mori per registrare un tentativo di seria repressione del fenomeno mafioso, ma i limiti di quel tentativo sono ben noti a tutti.
Nell'immediato dopoguerra e fino ai tragici fatti di sangue della prima guerra di mafia degli anni 1962/1963 gli organismi responsabili ed i mezzi di informazione sembrano fare a gara per minimizzare il fenomeno. Al riguardo, appaiono significativi i discorsi di inaugurazione dell'anno giudiziario pronunciati dai Procuratori Generali di Palermo.
Nel discorso inaugurale del 1954, il primo del dopoguerra, si insisteva nel concetto che la mafia «più che una associazione tenebrosa costituisce un diffuso potere occulto», ma non si manca di fare un accenno alla gravissima vicenda del banditismo ed ai comportamenti non ortodossi di "qualcuno che avrebbe dovuto e potuto stroncare l'attività criminosa"; il riferimento è chiaro, riguarda il Procuratore Generale di Palermo, dottor Pili espressamente menzionato nella sentenza emessa dalla Corte d'Assise di Viterbo il 3/5/1952: «Giuliano ebbe rapporti, oltre che con funzionari di Pubblica Sicurezza, anche con un magistrato, precisamente con chi era a capo della Procura Generale presso la Corte d'appello di Palermo: Emanuele Pili».
Nella relazioni inaugurali degli anni successivi gli accenni alla mafia, in piena armonia con un clima generale di minimizzazione del problema, sono fugaci e del tutto rassicuranti.
Così, nella relazione del 1956 si legge che il fenomeno della delinquenza associata è scomparso e, in quella del 1957, si accenna appena a delitti di sangue da scrivere, si dice ad «opposti gruppi di delinquenti».
Nella relazione del 1967, si asserisce che il fenomeno della criminalità mafiosa era entrato in una fase di «lenta ma costante sua eliminazione» e, in quella del 1968, si raccomanda l'adozione della misura di prevenzione del soggiorno obbligato, dato che «il mafioso fuori del proprio ambiente diventa pressoché innocuo».
Questi brevissimi richiami storici danno la misura di come il problema mafia sia stato sistematicamente valutato da parte degli organismi responsabili benché il fenomeno, nel tempo, lungi dall'esaurirsi, abbia accresciuto la sua pericolosità.
E non mi sembra azzardato affermare che una delle cause dall'attuale virulenza della mafia risieda, proprio, nella scarsa attenzione complessiva dello Stato nei confronti di questa secolare realtà.
Debbo registrare con soddisfazione, dunque, il discorso pronunciato dal Capo della Polizia, Vincenzo Parisi, alla Scuola di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza. In tale intervento, particolarmente significativo per l'autorevolezza della fonte, il Capo della Polizia, in sostanza, individua nella criminalità organizzata e in quella economica i proventi della maggior parte delle attività illecite del nostro paese tra le quali spiccano soprattutto il traffico di stupefacenti e il commercio clandestino di armi. Sottolineando che la criminalità organizzata - e quella mafiosa in particolare - è, come si sostiene in quell'intervento, «la più significativa sintesi delinquenziale fra elementi atavici... e acquisizioni culturali moderne ed interagisce sempre più frequentemente con la criminalità economica, allo scopo di individuare nuove soluzioni per la ripulitura ed il reimpiego del denaro sporco».
L'argomentazione del prefetto Parisi, ovviamente fondata su dati concreti, ha riacceso l'attenzione sulla specifica realtà delle organizzazioni criminali e denuncia, con toni giustamente allarmanti, il pericolo di una saldatura tra criminalità tradizionale e criminalità degli affari: un pericolo che minaccia la stessa sopravvivenza delle istituzioni democratiche come ci insegnano le esperienze di alcuni paesi del Terzo mondo, in cui i trafficanti di droga hanno acquisito una potenza economica tale che si sono perfino offerti - ovviamente, non senza contropartite - di ripianare il deficit del bilancio statale. Ci si domanda allora, come sia potuto accadere che una organizzazione criminale come la mafia anziché avviarsi al tramonto, in correlazione col miglioramento delle condizioni di vita e del funzionamento complessivo delle istituzioni, abbia, invece, vieppiù accresciuto la sua virulenza e la sua pericolosità.
Un convincimento diffuso è quello - che ha trovato ingresso perfino in alcune sentenze della Suprema Corte - secondo cui oggi saremmo in presenza di una nuova mafia, con le connotazioni proprie di un'associazione criminosa, diversa dalla vecchia mafia, che non sarebbe stata altro che l'espressione, sia pure distorta ed esasperata, di un "comune sentire" di larghe fasce delle popolazioni meridionali. In altri termini, la mafia tradizionale non esisterebbe più e dalle sue ceneri sarebbe sorta una nuova mafia, quella mafia imprenditrice per intenderci, così bene analizzata dal prof. Arlacchi.
Tale opinione è antistorica e fuorviante.
Anzitutto, occorre sottolineare con vigore che Cosa Nostra (perché questo è il vero nome della mafia) non è e non si è mai identificata con quel potere occulto e diffuso di cui si è favoleggiato fino a tempi recenti, ma è una organizzazione criminosa - unica ed unitaria - ben individuata ormai nelle sue complesse articolazioni, che ha sempre mantenuto le sue finalità delittuose. Con ciò, evidentemente, non si intende negare che negli anni Cosa Nostra abbia subito mutazioni a livello strutturale e operativo e che altre ne subirà, ma si vuole sottolineare che tutto è avvenuto nell'avvio di una continuità storica e nel rispetto delle regole tradizionali. E proprio la particolare capacità della mafia di modellare con prontezza ed elasticità i valori arcaici alle mutevoli esigenze dei tempi costituisce una della ragioni più profonde della forza di tale consorteria, che la rende tanto diversa.
Se oltre a ciò, si considerano la sua capacità di mimetizzazione nella società, la tremenda forza di intimidazione derivante dalla inesorabile ferocia delle "punizioni" inflitte ai trasgressori o a chi si oppone ai suoi disegni criminosi, l'elevato numero e la statura criminale dei suoi adepti, ci si può rendere però conto dello straordinario spessore di questa organizzazione sempre nuova e sempre uguale a sé stessa. Altro punto fermo da tenere ben presente è che, al di sopra dei vertici organizzativi, non esistono "terzi livelli" di alcun genere, che influenzino e determinino gli indirizzi di Cosa Nostra.
Ovviamente, può accadere ed è accaduto, che, in determinati casi e a determinate condizioni, l'organizzazione mafiosa abbia stretto alleanze con organizzazioni similari ed abbia prestato ausilio ad altri per fini svariati e di certo non disinteressatamente; gli omicidi commessi in Sicilia, specie negli ultimi anni, sono la dimostrazione più evidente di specifiche convergenze di interessi fra la mafia ed altri centri di potere.
"Cosa Nostra" però, nelle alleanze, non accetta posizioni di subalternità; pertanto, è da escludere in radice che altri, chiunque esso sia, possa condizionarne o dirigerne dall'esterno le attività. E, in verità, in tanti anni di indagini specifiche sulle vicende di mafia, non è emerso nessun elemento che autorizzi nemmeno il sospetto dell'esistenza di una "direzione strategica" occulta di Cosa Nostra. Gli uomini d'onore che hanno collaborato con la giustizia, alcuni dei quali figure di primo piano dell'organizzazione, ne sconoscono l'esistenza.
Lo stesso dimostrato coinvolgimento di personaggi di spicco di Cosa Nostra in vicende torbide ed inquietanti come il golpe Borghese ed il falso sequestro di Michele Sindona non costituiscono un argomento "a contrario" perché hanno una propria specificità tutte ed una peculiare giustificazione in armonia con le finalità dell'organizzazione mafiosa.
E se è vero che non pochi uomini politici siciliani sono stati, a tutti gli effetti, adepti di "Cosa Nostra", è pur vero che in seno all'organizzazione mafiosa non hanno goduto di particolare prestigio in dipendenza della loro estrazione politica. Insomma Cosa Nostra ha tale forza, compattezza ed autonomia che può dialogare e stringere accordi con chicchessia mai però in posizioni di subalternità.
Queste peculiarità strutturali hanno consentito alla mafia di conquistare un ruolo egemonico nel traffico, anche internazionale, dell'eroina.
Ma, per comprendere meglio le cause dell'insediamento della mafia nel lucroso giro della droga, occorre prendere le mappe del contrabbando di tabacchi, una delle più tradizionali attività illecite della mafia. Il contrabbando è stato a lungo ritenuto una violazione di lieve entità perfino negli ambienti investigativi e giudiziari ed il contrabbandiere è stato addirittura tratteggiato dalla letteratura e dalla filmografia come un romantico avventuriero. La realtà era però ben diversa, essendo il contrabbandiere un personaggio al soldo di Cosa Nostra, se non addirittura un mafioso egli stesso ed il contrabbando si è rivelato un'attività ben più pericolosa di quella legata ad una violazione di un interesse finanziario dello Stato, in quanto ha fruttato ingenti guadagni che hanno consentito l'ingresso nel mercato degli stupefacenti della mafia ed ha aperto e collaudato quei canali internazionali - sia per il trasporto della merce sia per il riciclaggio del danaro - poi utilizzati per il traffico di stupefacenti.
Occorre precisare, a questo proposito, che già nel contrabbando di tabacchi, si realizzano importanti novità della struttura mafiosa. È ormai di comune conoscenza che Cosa Nostra è organizzata come una struttura piramidale basata sulla "famiglia" e ogni "uomo d'onore" voleva intrattenere rapporti di affari prevalentemente con gli altri membri della stessa "famiglia" e solo sporadicamente con altre famiglie, essendo riservato ai vertici delle varie "famiglie" il coordinamento in seno agli organismi direttivi provinciali e regionale.
Assunta la gestione del contrabbando di tabacchi - che comporta l'impiego di consistenti risorse umane in operazioni complesse che non possono essere svolte da una sola famiglia - sorge la necessità di associarsi con membri di altre famiglie e, perfino, con personaggi estranei a Cosa Nostra. Per effetto dell'allargamento dei rapporti di affari con altri soggetti spesso non mafiosi sorge la necessità di creare strutture nuove di coordinamento che, pur controllate da Cosa Nostra, con la stessa non si identificassero.
Si formano, così, associazioni di contrabbandieri, dirette e coordinate da "uomini d'onore", che non si identificavano, però, con Cosa Nostra, associazioni aperte alla partecipazione saltuaria di altri "uomini d'onore" non coinvolti operativamente nel contrabbando, previo assenso e nella misura stabilita dal proprio capo famiglia.
In pratica, dunque, l'antica, rigida compartimentazione degli "uomini d'onore" in "famiglie" ha cominciato a cedere il posto a strutture più allargate e ad una diversa articolazione delle alleanze in seno all'organizzazione. Cosa Nostra però non si limita ad esercitare il controllo indiretto su altre organizzazioni criminali similari, specialmente nel Napoletano, per assicurare un efficace funzionamento delle attività criminose. Il fatto che esiste anche a Napoli una "famiglia" mafiosa dipendente direttamente dalla "provincia" di Palermo, non deve stupire perché la presenza di "famiglie" mafiose o di sezioni delle stesse (le cosiddette "decine"), fuori della Sicilia, ed anche all'estero, è un fenomeno risalente negli anni. La stessa Cosa Nostra statunitense, in origine, non era altro che un insieme di "famiglie" costituenti diretta filiazione di Cosa Nostra siciliana.
Quando Cosa Nostra interviene sul contrabbando presso la malavita napoletana, dunque, lo fa allo scopo dichiarato di sanare i contrasti interni ma più verosimilmente con l'intenzione di fomentare la discordia per assumere la direzione dell'attività.
Ecco perché, nel corso degli anni, sono stati individuati collegamenti importanti tra esponenti di spicco della mafia isolana e noti camorristi campani, difficilmente spiegabili già allora con semplici contatti fra organizzazioni criminali diverse.
Ed ecco, dunque, perché il contrabbando di tabacchi costituì una spinta decisiva al coordinamento fra organizzazioni criminose, tradizionalmente operanti in territori distinti; coordinamento la cui pericolosità è intuitiva.
Nella seconda metà degli anni '70, pertanto, Cosa Nostra con le sue strutture organizzative, coi canali operativi e di riciclaggio già attivati per il contrabbando e con le sue larghe disponibilità finanziarie, aveva tutte le carte in regola per entrare, non più in modo episodico come nel passato, nel grande traffico degli stupefacenti.
In più, la presenza negli Usa di un folto gruppo di siciliani collegati con Cosa Nostra garantiva la distribuzione della droga in quel paese.
Non c'è da meravigliarsi, allora, se la mafia siciliana abbia potuto impadronirsi in breve tempo del traffico dell'eroina verso gli Stati Uniti d'America.
Anche nella gestione di questo lucroso affare l'organizzazione ha mostrato la sua capacità di adattamento avendo creato, in base all'esperienza del contrabbando, strutture agili e snelle che, per lungo tempo, hanno reso pressoché impossibili le indagini.
Alcuni gruppi curavano l'approvvigionamento della morfina-base dal Medio e dall'Estremo Oriente; altri erano addetti esclusivamente ai laboratori per la trasformazione della morfina-base in eroina; altri, infine, si occupavano dell'esportazione dell'eroina verso gli Usa.
Tutte queste strutture erano controllate e dirette da "uomini d'onore". In particolare, il funzionamento dei laboratori clandestini, almeno agli inizi, era attivato da esperti chimici francesi, reclutati grazie a collegamenti esistenti con il "milieu" marsigliese fin dai tempi della cosiddetta "French connection".
L'esportazione della droga, come è stato dimostrato da indagini anche recenti, veniva curata spesso da organizzazioni parallele, addette al reclutamento dei corrieri e collegate a livello di vertice con "uomini d'onore" preposti a tale settore del traffico.
Si tratta dunque di strutture molto articolate e solo apparentemente complesse che, per lunghi anni, hanno funzionato egregiamente, consentendo alla mafia ingentissimi guadagni.
Un discorso a sé merita il capitolo del riciclaggio del danaro. Cosa Nostra ha utilizzato organizzazioni internazionali, operanti in Italia, di cui si serviva già fin dai tempi del contrabbando di tabacchi, ma è ovvio che i rapporti sono divenuti assai più stretti e frequenti per effetto degli enormi introiti, derivanti dal traffico di stupefacenti. Ed è chiaro, altresì, che nel tempo i sistemi di riciclaggio si sono sempre più affinati in dipendenza sia delle maggiori quantità di danaro disponibili, sia soprattutto dalla necessità di eludere investigazioni sempre più incisive.
Per un certo periodo il sistema bancario ha costituito il canale privilegiato per il riciclaggio del danaro.
Di recente, è stato addirittura accertato il coinvolgimento di interi paesi nelle operazioni bancarie di cambio di valuta estera.
Senza dire che non poche attività illecite della mafia, costituenti per sé autonoma fonte di ricchezza (come, ad esempio, le cosiddette truffe comunitarie), hanno costituito il mezzo per consentire l'afflusso in Sicilia di ingenti quantitativi di danaro, già ripulito all'estero, quasi per intero proveniente dal traffico degli stupefacenti.
Quali effetti ha prodotto in seno all'organizzazione di Cosa Nostra la gestione del traffico di stupefacenti? Contrariamente a quanto ritenevano alcuni mafiosi più tradizionalisti, la mafia non si è rapidamente dissolta ma ha accentuato le sue caratteristiche criminali.
Le alleanze orizzontali fra uomini d'onore di diverse "famiglie" e di diverse "province" hanno favorito il processo, già in atto da tempo, di gerarchizzazione di Cosa Nostra ed al contempo, indebolendo la rigida struttura di base, hanno alimentato mire egemoniche. Infatti, nei primi anni '70 per assicurare un migliore controllo dell'organizzazione, veniva costituito un nuovo organismo verticale, la "commissione" regionale, composta dai capi delle province mafiose siciliane col compito di stabilire regole di condotta e di applicare sanzioni negli affari concernenti Cosa Nostra nel suo complesso.
Ma le fughe in avanti di taluni non erano state inizialmente controllate. Esplode così nel 1978 una violenta contesa culminata negli anni 1981-1982. Due opposte fazioni si affrontano in uno scontro di una ferocia senza precedenti che investiva tutte le strutture di Cosa Nostra, causando centinaia di morti. I gruppi avversari aggregavano uomini d'onore delle più varie famiglie spinti dall'interesse personale - a differenza di quanto accadeva nella prima guerra di mafia caratterizzata dallo scontro tra le famiglie - e ciò a dimostrazione del superamento della compartimentazione in famiglie. La sanguinaria contesa non ha determinato - come ingenuamente si prevedeva - un indebolimento complessivo di Cosa Nostra ma, al contrario, un rafforzamento ed un rinsaldamento delle strutture mafiose, che, depurate degli elementi più deboli (eliminati nel conflitto), si ricompattavano sotto il dominio di un gruppo egemone accentuando al massimo la segretezza ed il verticismo. Il nuovo gruppo dirigente a dimostrazione della sua potenza, a cominciare dall'aprile 1982, ha iniziato ad eliminare chiunque potesse costituire un ostacolo. Gli omicidi di Pio La Torre, di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Rocco Chinnici, di Giangiacomo Ciaccio Montalto, di Beppe Montana, di Ninni Cassarà, al di là delle specifiche ragioni della eliminazione di ciascuno di essi, testimoniano una drammatica realtà. E tutto ciò mentre il traffico di stupefacenti e le altre attività illecite andavano a gonfie vele nonostante l'impegno delle forze dell'ordine.
La collaborazione di alcuni elementi di spicco di Cosa Nostra e la conclusione di inchieste giudiziarie approfondite e ponderose hanno inferto indubbiamente un duro colpo alla mafia. Ma se la celebrazione tra difficoltà di ogni genere di questi processi ha indotto Cosa Nostra ad un ripensamento di strategie, non ha determinato l'inizio della fine del fenomeno mafioso.
Il declino della mafia più volte annunciato non si è verificato, e non è, purtroppo, prevedibile nemmeno. È vero che non pochi "uomini d'onore", diversi dei quali di importanza primaria, sono in atto detenuti; tuttavia i vertici di Cosa Nostra sono latitanti e non sono sicuramente costretti all'angolo.
Le indagini di polizia giudiziaria, ormai da qualche anno, hanno perso di intensità e di incisività a fronte di una organizzazione mafiosa sempre più impenetrabile e compatta talché le notizie in nostro possesso sulla attuale consistenza dei quadri mafiosi e sui nuovi adepti sono veramente scarse.
Né è possibile trarre buoni auspici dalla drastica riduzione dei fatti di sangue peraltro circoscritta al Palermitano e solo in minima parte ascrivibile all'azione repressiva. La tregua iniziata è purtroppo frequentemente interrotta da assassinii di mafiosi di rango, segno che la resa dei conti non è finita e soprattutto da omicidi dimostrativi che hanno creato notevole allarme sociale; si pensi agli omicidi dell'ex sindaco di Palermo, Giuseppe Insalaco e dell'agente della PS Natale Mondo, consumati appena qualche mese addietro. Si ha l'eloquente conferma che gli antichi, ibridi connubi tra criminalità mafiosa e occulti centri di potere costituiscono tuttora nodi irrisolti con la conseguenza che, fino a quando non sarà fatta luce su moventi e su mandanti dei nuovi come dei vecchi "omicidi eccellenti", non si potranno fare molti passi avanti.
Malgrado i processi e le condanne, risulta da inchieste giudiziarie ancora in corso che la mafia non ha abbandonato il traffico di eroina e che comincia ad interessarsi sempre più alla cocaina; e si hanno già notizie precise di scambi tra eroina e cocaina già in America, col pericolo incombente di contatti e collegamenti - la cui pericolosità è intuitiva - tra mafia siciliana ed altre organizzazioni criminali italiane e sudamericane.
Le indagini per la individuazione dei canali di riciclaggio del denaro proveniente dal traffico di stupefacenti sono rese molto difficili, sia a causa di una cooperazione internazionale ancora insoddisfacente, sia per il ricorso, da parte dei trafficanti, a sistemi di riciclaggio sempre più sofisticati.
Per quanto riguarda poi le attività illecite, va registrato che accanto ai crimini tradizionali come ad esempio le estorsioni sistematizzate, e le intermediazioni parassitarie, nuove e più insidiose attività cominciano ad acquisire rilevanza. Mi riferisco ai casi sempre più frequenti di imprenditori non mafiosi, che subiscono da parte dei mafiosi richieste perentorie di compartecipazione all'impresa e ciò anche allo scopo di eludere le investigazioni patrimoniali rese obbligatorie dalla normativa antimafia.
Questa, in brevissima sintesi, è la situazione attuale che, a mio avviso, non legittima alcun trionfalismo. Mi rendo conto che la fisiologica stanchezza seguente ad una fase di tensione morale eccezionale e protratta nel tempo ha determinato un generale clima, se non di smobilitazione, certamente di disimpegno e, per quanto mi riguarda, non ritengo di aver alcun titolo di legittimazione per censurare chicchessia e per suggerire rimedi. Ma ritengo mio preciso dovere morale sottolineare, anche a costo di passare per profeta di sventure, che continuando a percorrere questa strada, nel futuro prossimo, saremo costretti a confrontarci con una realtà sempre più difficile.


http://digilander.libero.it/inmemoria/la_mafia.htm


Caponnetto: il pool antimafia di Palermo

Il termine "Pool" sta ad indicare "un gruppo di lavoro" composto da magistrati incaricati di seguire, nell'ambito di un Ufficio Giudiziario, un'unica, complessa inchiesta, mediante una suddivisione di compiti ed una collegialità di decisioni, comunque riferibili sempre alla responsabilità del Capo dell'Ufficio. Oggi, con il nuovo Codice di Procedura Penale, l'esistenza di questi gruppi di lavoro nelle più importanti Procure della Repubblica (in particolare, Milano, Firenze, Napoli, Reggio Calabria e Palermo) è un fenomeno diffuso e ricorrente, previsto e disciplinato dal Codice stesso. Così non era, invece, quando sorsero i primi "pool" presso alcuni Uffici istruzione (il nuovo codice, come è noto, ha abolito la figura del Giudice Istruttore), prima per le inchieste contro il terrorismo e poi per quelle relative ai delitti di mafia. Il Dr. Antonino Caponnetto ricorda qui appresso l'esperienza da lui vissuta dal novembre 1983 al marzo 1988 - nel costituire e coordinare il "pool antimafia" presso l'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo (vedasi, per più precisi riferimenti, il suo libro "I miei giorni a Palermo", edito da Garzanti).

La scelta degli individui
Sin dal momento in cui il Consiglio Superiore della Magistratura accolse la mia domanda di lasciare la Procura Generale di Firenze e di andare a prendere il posto del compianto Rocco Chinnici, Consigliere Istruttore presso il Tribunale di Palermo, barbaramente ucciso il 29 luglio 1983 dalla mafia per il suo coraggioso impegno contro la criminalità organizzata, iniziai a concepire il progetto di costituire, non appena fossi arrivato nel nuovo ufficio, un "pool" di quattro o cinque magistrati che si occupassero "a tempo pieno" ed in via esclusiva dei processi di mafia: ciò al duplice fine di frazionare i rischi personali mediante lo scambio e la circolazione delle informazioni e di assicurare una visione organica e completa del fenomeno mafia in tutte le sue manifestazioni delittuose. Naturalmente, nello scegliere i componenti del "pool", pensai subito a Falcone per l'esperienza ed il prestigio da lui già acquisiti: il processo contro le famiglie Spatola, Gambino ed Inzerillo, da lui istruito nel 1980 con particolare cura per le indagini bancarie e patrimoniali (elemento di novità questo per le inchieste di mafia), aveva retto a meraviglia al vaglio del dibattimento.
Un altro nome da inserire necessariamente nel "pool" mi parve quello di Giuseppe Di Lello, il pupillo di Rocco Chinnici, per l'approfondita conoscenza del fenomeno mafioso, da lui palesata in numerosi convegni e scritti. A questo punto la scelta vincente nel determinare la composizione del "pool" mi venne dal suggerimento di Falcone di "recuperare" - usò proprio questo termine - Paolo Borsellino, che egli mi descrisse come elemento di grandissimo valore. Erano cresciuti insieme e nessuno meglio di lui conosceva Paolo, che stava attraversando un periodo difficile, anche di avvilimento nel lavoro, perché gli venivano assegnati solo processi di routine e si sentiva escluso dai grandi processi di mafia, in cui riteneva (dopo le indagini sull'omicidio del Capitano dei carabinieri Emanuele Basile nel 1980), di poter ancora svolgere un ruolo di rilievo. Ho ripensato spesso, in questi ultimi anni, e non senza grave turbamento (e quasi con un senso di colpa) al peso che sul tragico destino di Paolo ha avuto quella mia decisione di dare ascolto a Giovanni Falcone. Non conoscendo sufficientemente gli altri giudici istruttori, ed essendoci fra loro qualcuno su cui non potevo fare affidamento, completai il gruppo di lavoro includendovi il giudice più anziano, Leonardo Guarnotta, secondo un criterio oggettivo che nessuno avrebbe potuto contestare e che si rivelò felice.

L'esperienza dei colleghi
Così nacque il "pool", nel novembre 1983, con un provvedimento meditato ed articolato, per il quale mi vennero in aiuto Giancarlo Caselli e Ferdinando Imposimato, cioè i magistrati che avevano già fatto esperienze analoghe con i processi di terrorismo negli Uffici Istruzione - rispettivamente - di Torino e di Roma. Chiesi loro in particolare, come fosse stato superato l'ostacolo di fondo costituito dal fatto che il codice di Procedura Penale del tempo configurava il "giudice istruttore" come Ufficio rigorosamente monocratico ossia non collegiale e non prevedeva la formazione di "gruppi di lavoro" tra giudici istruttori. I due colleghi furono gentilissimi e mi mandarono copia dei provvedimenti emessi nell'ambito delle rispettive inchieste. Li studiai e ne venne fuori un documento che prendeva un po' dall'uno e un po' dall'altro e col quale, in sostanza, da un lato assegnavo il procedimento a me stesso, così rispettando la monocraticità del Giudice istruttore, e nel contempo, in considerazione della complessità del procedimento della molteplicità degli atti da compiere, delegavo il compimento di singoli atti, anche collegialmente, ai quattro magistrati di mia fiducia, e ciò in applicazione, per la verità piuttosto estensiva e leggermente forzata, di una norma regolamentare che prevedeva il potere di "delega" a singoli giudici istruttori da parte del consigliere Istruttore. Mi precisò Caselli che il provvedimento adottato presso l'Ufficio Istruzione di Torino era stato impugnato dai difensori dei terroristi, ma aveva resistito al vaglio della Cassazione. Anche il mio provvedimento sul "pool" venne impugnato nelle varie fasi processuali, ma sempre riconosciuto legittimo. Nell'adottarlo mi ero reso perfettamente conto dell'importanza della decisione, della sua delicatezza e dei rischi cui andavo incontro per questo mi misi al fianco uomini di sicuro affidamento. Quasi ogni sera, quando il lavoro di ognuno lo consentiva, ci incontravamo, inizialmente nel mio ufficio. In seguito, per ragioni di sicurezza, venne attrezzato il "bunker" di Falcone, al piano ammezzato, e lì ci incontravamo. Queste riunioni, che non hanno mai conosciuto serie divergenze fra di noi, avevano lo scopo di tenerci reciprocamente informati sugli sviluppi dell'istruttoria e di individuare, di volta in volta, le principali direttive di lavoro.

L'efficacia dello strumento
Fu proprio la disponibilità di uno strumento agile ed affiatato quale il "pool" che ci consentì di utilizzare al meglio, a partire dal 1984, le dichiarazioni dei primi "collaboratori di giustizia", come Buscetta, Contorno, Sinagra ed altri (erano appena 54 i "collaboratori" da noi utilizzati, a supporto e convalida delle nostre indagini, nel primo "maxiprocesso", conclusosi - come è noto - innanzi alla prima sezione penale della Corte di Cassazione - Pres. Valenti - in udienza 30 gennaio 1992, col pieno riconoscimento sia della validità dell'impianto istruttorio sia della totale credibilità dei "collaboratori"). La composizione del nostro "pool" subì alcune variazioni nel corso degli anni 1986-1987, dapprima per la necessità di sostituire Paolo Borsellino (nel frattempo trasferito a Marsala come capo di quella Procura della Repubblica) ed in seguito per le accresciute esigenze di lavoro e per poter seguire con la necessaria cura gli sviluppi dell'istruttoria, racchiusa ormai in circa un milione di fogli processuali. Entrarono così a far parte del "pool" altri tre giudici istruttori, giovani e valenti: Ignazio De Francisci, Gioacchino Natoli e Giacomo Conte. Giova qui ricordare che i primi due sono oggi (1997 n.d.r.) tra i più preziosi collaboratori del Dr. Giancarlo Caselli nel "pool" istituito in seno alla direzione distrettuale antimafia operante presso la Procura della Repubblica palermitana essi rappresentano, in certo senso, la continuità tra il mio vecchio "pool" e quello attuale in funzione presso detta Procura, ed hanno concorso a trasferire nel nuovo gruppo di lavoro il rigore dei metodi di indagine a suo tempo introdotti e praticati presso l'Ufficio Istruzione.

La fine del Pool
La fine del "pool" da me creato, comunque destinato a cessare con l'avvento del nuovo codice di Procedura Penale (che, introducendo il rito accusatorio, ha abolito la figura del Giudice Istruttore), venne - di fatto - anticipata dalla nuova e discutibile "filosofia di lavoro" introdotta, dopo il mio ritorno a Firenze nel marzo 1988, dal nuovo consigliere istruttore dr. Antonino Meli, nominato a tale incarico nel gennaio 1988 in virtù della sua anzianità di servizio, che lo fece inspiegabilmente preferire a Giovanni Falcone in una drammatica seduta notturna del Consiglio Superiore della Magistratura in cui una improvvisata maggioranza non tenne in alcun conto la specifica competenza professionale e l'indiscusso prestigio internazionale che facevano di Falcone il mio naturale, insostituibile successore. Quella notte, come ho scritto altre volte, Giovanni Falcone "cominciò a morire", anche per la violenta campagna di delegittimazione attuata contro di lui, con ritmo sempre crescente, da diversi organi di stampa. Voglio qui ricordare come di fronte agli aperti contrasti, divenuti via via insanabili, tra Falcone e il suo nuovo capo e di fronte alla paralisi che si era venuta a creare nel funzionamento del "pool" presso l'Ufficio Istruzione, Paolo Borsellino, con la sua consueta generosità, sentisse il bisogno di lanciare un grido d'allarme da Marsala, peraltro non recepito dal Consiglio Superiore della Magistratura, mentre Di Lello e Conte decidevano di dimettersi dall'incarico. Nonostante questi ultimi, incresciosi avvenimenti rimane nel mio animo il ricordo di una esperienza esaltante ed irripetibile, anche se quel ricordo si accompagna oggi a profonda tristezza per i tragici eventi del 23 maggio e del 19 luglio 1992.

Antonino Caponnetto
Caponnetto nasce il 5 settembre 1920 a Caltanissetta, dal 1930 in poi risiede in Toscana, prima a Pistoia ed in seguito a Firenze. Nel 1954 diventa magistrato e svolge la sua attività soprattutto nella regione adottiva, fino al 1983. Nel novembre dello stesso anno Caponnetto, a sua domanda (presentata dopo l'uccisione per mano di Cosa Nostra di Rocco Chinnici, capo dell'Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo), ottiene il trasferimento a quell'ufficio in prima linea nella lotta alla mafia. "La Sicilia ha pagato un alto tributo di sangue: spero che adesso ci lascino lavorare in pace" disse il giorno del suo insediamento. Iniziarono così cinque anni di trincea e di soddisfazioni professionali. Ispirato dalla strategia di Caselli ed Imposimato nella lotta contro il terrorismo, inventò, forzando le regole procedurali, e diresse il pool antimafia. L'idea fu quella di creare un gruppo di lavoro che si occupasse a tempo pieno e in via esclusiva dei processi di mafia, frazionando così i rischi e assicurando una visione organica e completa del fenomeno. Accanto a sé chiamò Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. Il lavoro del pool portò al primo maxiprocesso contro Cosa Nostra conclusosi con una raffica di condanne; ormai passate in giudicato. Agli atti, per la prima volta, finirono le dichiarazioni di pentiti come Tommaso Buscetta. Nel marzo 1988 Caponnetto lascia il Tribunale di Palermo per fare ritorno a Firenze (dopo quattro anni e quattro mesi di vita in caserma); indicando in Falcone il suo successore. Il Csm gli preferì Antonino Meli seguendo criteri di anzianità e Caponnetto non nascose la sua amarezza per questa decisione. Nel 1990 va in pensione col titolo onorifico di Presidente Aggiunto della Corte Suprema di Cassazione. Pianse al momento della morte di Falcone, ebbe un momento di sconforto ai funerali di Borsellino, disse che era "tutto finito", ma il suo impegno dal 1992 è stato continuo, nonostante l'età e i problemi di salute. Incontra i giovani di tutta Italia per trasmettere ad essi il culto della legalità e della solidarietà e per infondere nei loro animi fiducia, coraggio e speranza. L'impegno in politica con la Rete lo portò ad essere nel 1993 il candidato più votato alle amministrative di Palermo, dove per un breve periodo divenne presidente del consiglio comunale. Nel 1994 gli è stata conferita la laurea "honoris causa" in Scienze Politiche presso l'Università di Torino. Le mille interviste, la partecipazione e la promozione di convegni, la creazione di una fondazione intitolata a Sandro Pertini, da ultimo il sostegno per il movimento dei Girotondi. E' stato cittadino onorario di Palermo e Catania, per tre volte candidato a senatore a vita con raccolte di firme. A fargli gli auguri per i suoi 80 anni, anche il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Li festeggiò in famiglia, con la moglie, i tre figli, i cinque nipoti e nel cuore il ricordo di Falcone e Borsellino: "Li sento sempre vivi, più vivi che mai. Ho l'impressione che veglino dall'alto proprio su di me".
Il 6 dicembre 2002 muore in una clinica fiorentina dopo una lunga malattia.

http://digilander.libero.it/inmemoria/pool_antimafia.htm

domenica 11 gennaio 2009

E chi vi dice che sia una disgrazia?

C'era una volta un contadino cinese al quale era scappato un cavallo. Tutti i vicini cercarono di consolarlo, ma il vecchio cinese, calmissimo, rispose: "E chi vi dice che sia una disgrazia?". Accadde infatti che, il giorno dopo, proprio il cavallo che era fuggito ritornasse spontaneamente alla fattoria, portandosi dietro altri cinque cavalli selvaggi. I vicini, allora, si precipitarono dal vecchio cinese per congratularsi con lui, ma questo li fermò dicendo: "E chi vi dice che sia una fortuna?". Alcuni giorni dopo, il figlio del contadino, cavalcando uno di questi cavalli selvaggi, cadde e si ruppe una gamba. Nuove frasi di cordoglio dei vicini e solito commento del vecchio cinese: "E chi vi dice che sia una disgrazia?". Manco a farlo apposta, infatti, scoppiò una guerra e l'unico a salvarsi fu proprio il figlio del contadino che, essendosi rotto una gamba, non era potuto partire per il fronte.
Questa parabola non ha fine e potremmo applicarla a molti avvenimenti della nostra vita, pubblica e privata. Spesso quello che in un primo momento ci sembra irrimediabilmente nefasto può nascondere delle conseguenze positive assolutamente inaspettate, basta attendere un pò e lasciare che le cose abbiano il loro corso.
Anche per i fatti insomma, come per le persone, non bisogna mai aver fretta di giudicare dalle prime apparenze.

Luciano De Crescenzo ("Il caffè sospeso" - Mondadori - 2008)

Napoli: "Il caffè sospeso"

A Napoli, una volta, c'era una bellissima abitudine: quando una persona stava su di giri e prendeva un caffè al bar, invece di uno ne pagava due. Il secondo lo riservava al cliente che veniva subito dopo. Detto con altre parole, era un caffè offerto all'umanità.
Poi, di tanto in tanto, c'era qualcuno che si affacciava alla porta del bar e chiedeva se c'era un "sospeso". Tutto questo era dovuto al fatto che erano più i clienti poveri che quelli ricchi.
Oggi purtroppo non solo non esiste più chi paga un "sospeso" ma nemmeno chi è disposto ad accettarlo.
Un giorno ho conosciuto un brav'uomo, bisognoso di fare amicizie, che di "sospesi" ne pagava addirittura cinque.

Luciano De Crescenzo ("Il caffè sospeso" - Mondarori - 2008)

SADAE (Sindrome di Attenzione Deficitaria Attivata dall'Età)

Ricevo e pubblico con estremo piacere questa email ricevuta dall'amico Giuseppe:


"Si chiama SADAE (Sindrome di Attenzione Deficitaria Attivata dall'Età).

Si manifesta così.

Decido di lavare la macchina.

Mentre mi avvio al garage vedo che c'è posta sul mobiletto dell'entrata.

Decido di controllare prima la posta.

Lascio le chiavi della macchina sul mobiletto per buttare le buste vuote e la pubblicità nella spazzatura e mi rendo conto che il secchio è strapieno.

Visto che fra la posta ho trovato una fattura decido di approfittare del fatto che esco a buttare la spazzatura per andare fino in banca (che sta dietro l'angolo) per pagare la fattura con un assegno.

Prendo dalla tasca il porta assegni e vedo che non ho assegni.

Vado su in camera a prendere un altro libretto, e sul comodino trovo una lattina di coca cola che stavo bevendo poco prima e che avevo dimenticata lì.

La sposto per cercare il libretto degli assegni e sento che è calda... allora decido di portarla in frigo.

Mentre esco dalla camera vedo sul comò i fiori che mi ha regalato mio figlio, ricordo che devo metterli nell'acqua.

Poso la coca cola sul comò e lì trovo gli occhiali da vista che è tutta la mattina che cerco.

Decido di portarli nello studio e poi metterò i fiori nell'acqua.

Mentre vado in cucina a cercare un vaso e portare gli occhiali sulla scrivania, con la coda dell'occhio vedo un telecomando.

Qualcuno deve averlo dimenticato lì (ricordo che ieri sera siamo diventati pazzi cercandolo).

Decido di portarlo in sala (al posto suo!!), appoggio gli occhiali sul frigo, non trovo nulla per i fiori, prendo un bicchiere alto e lo riempio di acqua... (intanto li metto qui dentro....).

Torno in camera con il bicchiere in mano, poso il telecomando sul comò e metto i fiori nel recipiente, che non è adatto naturalmente... e mi cade un bel pò di acqua... (mannaggia!).

Riprendo il telecomando in mano e vado in cucina a prendere uno straccio.

Lascio il telecomando sul tavolo della cucina ed esco... cerco di ricordarmi che dovevo fare con lo straccio che ho in mano...


Conclusione:

- sono trascorse due ore

- non ho lavato la macchina

- non ho pagato la fattura

- il secchio della spazzatura è ancora pieno

- c'è una lattina di coca cola calda sul comò

- non ho messo i fiori in un vaso decente

- nel porta assegni non c'è un assegno

- non trovo più il telecomando della televisione né i miei occhiali

- c'è una macchiaccia sul parquet in camera da letto... e non ho idea di dove siano le chiavi della macchina!!


Mi fermo a pensare:

"Come può essere? Non ho fatto nulla tutta la mattina, ma non ho avuto un momento di respiro... Mah!!"


Fammi un favore, rimanda questo messaggio a chi conosci perchè io non mi ricordo più a chi l'ho mandato.


E non ridere perché se ancora non ti è successo...ti succederà!!! Prima di quanto credi!!!"

Israele e la causa palestinese oggi

"Condivido il fatto che la soluzione può essere solo politica ed il raggiungimento necessita di un complesso e lungo dialogo. Comunque occorrono prese di posizioni più decise da parte di coloro che contano nel mondo, anche perché questo stillicidio non giova ai popoli, a qualunque fazione appartengano.

Dici bene che lo schieramento di appartenenza induce all’intransigenza, ma basta solo farsi una domanda: come reagiresti se qualcuno brutalizzasse o eliminasse fisicamente un tuo caro?

Troppo facile aderire a qualunque forma d’integralismo (sia esso cattolico o islamico) e Hamas è senza dubbio una posizione limite, ma occorre più impegno civile per trovare soluzioni percorribili e nessuno (nemmeno Israele) può permettersi di barare o di ostentare oltremodo il suo status, in qualche modo pure frutto di generosità dell’occidente, impegnata a rinfrancarsi e a risarcire l’olocausto.

Una buona giornata."

Discorso alla Camera dei Deputati del 29 Aprile 1993

Circa dieci mesi or sono prendendo la parola di fronte alla Camera dissi con franchezza cio' che un ex Presidente della Repubblica defini' poi come l'apertura di quella "grande confessione" verso la quale avrebbe dovuto e dovrebbe aprirsi, con tutta la sincerità necessaria, tutto o gran parte almeno del mondo politico. I giudici che mi accusano l'hanno considerata invece come una "confessione extragiudiziale" elevandola subito e senz'altro a prova di primo grado contro di me. Quella per la verità era ed è rimasta la sola prova di quell'accusa. Sempre che una dichiarazione una analisi ed una riflessione fatte di fronte al Parlamento possano essere considerate alla stregua di una prova penale. Ricordo che, ancor prima di allora, commentando a caldo le prime esplosioni scandalistiche milanesi che aprivano il libro dagli inesauribili capitoli apertosi poi un po' dovunque, mi ero permesso semplicemente di dire :"Su quanto sta accadendo la classe politica ha di che riflettere". Questa affermazione fu allora maltrattata come espressione di un atteggiamento intimidatorio, provocatorio, financo ricattatorio. In realtà non era difficile avvertire gia' da allora tutta la dimensione del problema che si era aperto, tutta la sua gravità e la sua complessità. Non era difficile cogliere la inutilità e l'errore di una difesa e di una giustificazione che non fossero improntate al linguaggio della verità. Per le responsabilità che mi competevano, per il ruolo che, per lungo tempo, avevo esercitato, di Segretario nazionale del Partito Socialista, io non ho negato la realtà, non ho minimizzato, non ho sottovalutato il significato morale, politico, istituzionale della questione che veniva clamorosamente alla luce riguardante il finanziamento irregolare ed illegale ai partiti ed alle attività politiche ed anche il vasto intreccio degenerativo che ad esso si collegava o poteva, anche a nostra insaputa, essersi collegato. Come si ricorderà ne parlai proprio di fronte a voi seguendo una traccia che stamane mi consentirete di riprendere.
Osservavo nel Luglio del '92:"C'è un problema di moralizzazione della vita pubblica che deve essere affrontato con serietà e con rigore, senza infingimenti, ipocrisie, ingiustizie, processi sommari e grida spagnolesche. E' tornato alla ribalta, in modo devastante, il problema del finanziamento dei Partiti, meglio del finanziamento del sistema politico nel suo complesso, delle sue degenerazioni, degli abusi che si compiono in suo nome, delle illegalita' che si verificano da tempo, forse da tempo immemorabile. Bisogna innanzitutto dire la verita' delle cose e non nascondersi dietro nobili e altisonanti parole di circostanza che molto spesso e in certi casi hanno tutto il sapore della menzogna. Si e' diffusa nel paese, nella vita delle istituzioni e della pubblica amministrazione, una rete di corruttele grandi e piccole che segnalano uno stato di crescente degrado della vita pubblica, uno stato di cose che suscita la piu' viva indignazione, leggittimando un vero e proprio allarme sociale, ponendo l'urgenza di una rete di contrasto che riesca ad operare con rapidita' e con efficacia. I casi sono della piu' diversa natura, spesso confinano con il racket malavitoso, e talvolta si presentano con caratteri particolarmente odiosi di immoralita' e di asocialita'. Purtroppo anche nella vita dei Partiti molto spesso e' difficile individuare, prevenire, tagliare aree infette sia per la impossibilita' oggettiva di un controllo adeguato, sia talvolta, per l'esistenza ed il prevalere di logiche perverse. E cosi' all'ombra di un finanziamento irregolare ai Partiti e, ripeto, al sistema politico, fioriscono e si intrecciano casi di corruzione e di concussione, che come tali vanno definiti trattati provati e giudicati. E tuttavia, d'altra parte, cio' che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, e' che buona parte del finanziamento politico e' irregolare od illegale. I Partiti specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attivita' propagandistiche, promozionali e associative, e con essi molte e varie strutture politiche e operative, hanno ricorso e ricorrono all'uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest'aula, responsabile politico di organizzazioni importanti che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo (ndr. nessuno si alzo'): presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro". E del resto, andando alla ricerca dei fatti, si è dimostrato e si dimostrerà che tante sorprese non sono in realtà mai state tali. Per esempio, nella materia tanto scottante dei finanziamenti dall'estero sarebbe solo il caso di ripetere l'arcinoto "tutti sapevano e nessuno parlava". Ed osservavo ancora:"Un finanziamento irregolare ed illegale al sistema politico, per quante reazioni e giudizi negativi possa comportare e per quante degenerazioni possa aver generato non e' e non puo' essere considerato ed utilizzato da nessuno come un esplosivo per far saltare un sistema, per delegittimare una classe politica, per creare un clima nel quale di certo non possono nascere ne' le correzioni che si impongono ne' un'opera di risanamento efficace ma solo la disgragazione e l'avventura. A questa situazione va ora posto un rimedio, anzi piu' di un rimedio". Mi spiace che tutto questo sia stato, allora, sottovalutato. Tante verità negate o sottaciute sono venute una dopo l'altra a galla e tante ne verranno, ne possono e ne dovranno venire ancora. E mentre molti si considerano tuttora al riparo dietro una regola di reticenza e di menzogna, non si è posto mano a nessun rimedio ragionevole e costruttivo. Questo deve valere anche per i Partiti che se debbono continuare ad esistere come elementi attivi della democrazia italiana ed europea sia pure in un diverso ruolo ed in diverse configurazioni, debbono essere posti di fronte a nuove regole impegnative ed utili a rinnovare e a far rifiorire la loro essenza associativa e democratica.
Si e' invece fatto strada con la forza di una valanga un processo di criminalizzazione dei partiti e della classe politica. Un processo spesso generalizzato ed indiscriminato che ha investito in particolare la classe politica ed i partiti di governo anche se, per la parte che ha cominciato ad emergere, non ha risparmiato altri come era e come sara' prima o poi inevitabile. Era del tutto evidente che scavando e risalendo negli anni e persino nei decenni nella sfera delle forme di finanziamento illegale dell'attivita' politica, delle sue articolazioni, delle organizzazioni e competizioni elettorali, ogni giorno si sarebbe incontrato un episodio, un caso, uno scandalo. E così è stato. E così sarà. La lista delle indagini, delle investigazioni e poi delle controinvestigazioni, dei pentiti, dei pentiti a scoppio ritardato e dei contropentiti, delle rivelazioni vere o false, mirate o sapientemente mutilate, e dei rei-confessi per amore o per forza e' destinata a farsi interminabile. A queste si sono aggiunti fatti di corruzione personale che sono del tutto estranei alla responsabilità dei Partiti anche se pesano egualmente in tutta la loro gravità. Ma di tutte l'erbe s'e' fatto alla fine un fascio. Tutto si è ridotto ad una unica accusa generalizzata. Le campagne propagandistiche hanno ruotato sovente solo attorno a slogans ed a brutali semplificazioni. Di questo si è incaricata infatti parte almeno della stampa e dell'informazione, andando ben al di là dei diritti e dei doveri propri dell'informazione, deformando spesso oltre misura, esaltando le ragioni dell'accusa e mettendo di canto quelle della difesa, travolgendo senza alcun rispetto diritti costituzionalmente garantiti con difese divenute praticamente impossibili, creando sovente un clima infame che ha distrutto persone, famiglie e generato tragedie. La criminalizzazione della classe politica, giunta ormai al suo apice, si spinge verso le accuse piu' estreme, formula accuse per i crimini piu' gravi, piu' infamanti e piu' socialmente pericolosi. Un processo che quasi non sembra riguardare piu' le singole persone, ma insieme ad esse tutto un tratto di storia, marchiato nel suo insieme. Un vero e proprio processo storico e politico ai Partiti che per lungo tempo hanno governato il Paese.
Mi chiedo come e quando tutto questo si concili con la verita', che rapporto abbia con la verita' storica, con gli avvenimenti e le fasi diverse e travagliate che abbiamo attraversato e nelle quali molti di noi hanno avuto responsabilita' politiche di governo di primo piano. Davvero siamo stati protagonisti, testimoni o complici di un dominio criminale? Davvero la politica e le maggioranze politiche si sono imposte ai cittadini attraverso l'attuazione ed il sostegno di disegni criminosi? Davvero gli anni ottanta di cui soprattutto si parla, senza risparmiare i precedenti, sono stati gli anni bui della regressione, della repressione, della malavita politica che scrivono e cantano in prima fila tanti reduci dell'eversione, delle rivoluzioni mancate, delle rotture traumatiche che sono state contrastate ed impedite? Questa non e' altro che una lettura falsa, rovesciata mistificata della realta' e della storia. Chi ha condotto per anni una opposizione democrataica ha da far valere in ben altro modo tutte le sue ragioni.
Per parte mia, io non dimentico che negli anni Ottanta l'Italia ha rimontato la china della regressione, della stagnazione e dell'inflazione, è uscita dalla crisi economica e produttiva per entrare in un ciclo di espansione e di sviluppo senza precedenti toccando le punte di sviluppo piu' alte tra i paesi dell'Europa industrializzata. Si è trattato di un progresso forte, intenso, diffuso, che ha ridotto tante disuguaglianze e che poneva le basi per ridurne tante altre che ancora dividevano e dividono la nostra societa'. Sono gli anni in cui viene posto fine al capitolo dell'eversione militare, del terrorismo e delle sue code sanguinose. Sono anche gli anni di un nuovo prestigio internazionale, con l'Europa comunitaria che si amplia e si consolida e con l'Italia che entra a far parte del club economico ma anche politico delle maggiori Nazioni industrializzate del mondo occidentale. Tutti i cicli, come è naturale passano, entrano in contraddizione, si esauriscono, degenerano. Sono cosi' subentrati gli anni delle difficolta' e della crisi, che stiamo ancora attraversando. Ma gli effetti e le conseguente di un periodo critico sarebbero stati ben diversi e ben piu' onerosi se non avessimo avuto alle spalle il solido sviluppo realizzato nel corso degli anni ottanta ed un retroterra conquistato con un balzo in avanti poderoso.
I finanziamenti illegali ai partiti ed alle attività politiche non sono stati tuttavia una invenzione e una creazione degli anni ottanta. Hanno radici, come si sa, ben piu' antiche e ben ripartite tra le forze che si contrapponevano, in lotta tra loro, e sovente senza esclusione di colpi. Cosi' come nella vita della societa' italiana non e' nata negli anni ottanta la corruzione nella pubblica amministrazione e nella vita pubblica. La vicenda dei finanziamenti alla politica, dei loro aspetti illegali, dei finanziamenti provenienti attraverso le vie piu' disparate dell'estero, della ricerca di risorse aggiuntive rispetto poi ad una legge sul finanziamento pubblico ipocrita e ipocritamente accettata e generalmente non rispettata, accompagna la storia della societa' politica italiana, dei suoi aspri conflitti, delle sue contraddizioni e delle sue ombre, dal dopoguerra sino ad oggi. Non c'e' dubbio che un troppo prolungato esercizio del potere da parte delle piu' o meno medesime coalizioni di Partiti ha finito con il creare per loro un terreno piu' facilmente praticabile per abusi e distorsioni che si sono verificate. Ma onestà e verità vorrebbero che in luogo di un processo falsato, forzato, ed esasperato, condotto prevalentemente in una direzione, si desse il via ad una ricostruzione per quanto possibile obiettiva ed appropriata di tutto l'insieme di cio' che è accaduto. Si tratta di una realta' che non si puo' dividere in due come una mela, tra buoni e cattivi, gli uni appena sfiorati dal sospetto, gli altri responsabili di ogni sorta di errori e nefandezze. Trovo perlomeno singolare che sia stata liquidata con poche battute di circostanza, qualche pretesto e qualche falsa riverenza la proposta di una inchiesta parlamentare che abbracciasse l'arco di almeno un quindicennio della nostra storia politica. Il Parlamento avrebbe il dovere di farlo avendo esso stesso nella sua storia una montagna di dichiarazioni di bilanci di Partiti certamente falsi, di organi di controllo che non hanno controllato, di revisori che non hanno rivisto. Che tutto questo avvenisse senza l'insorgere di clamorose contestazioni e denunce e senza clamorosi conflitti, salvo casi sporadici ed aspetti particolari, significa che il sistema in funzione e le sue irregolarita' non solo erano in principio riconosciute, ma erano consensualmente accettate e condivise, almeno dai piu'. E' d'altro canto un sistema cui hanno partecipato e concorso, in forme varie e diverse, tutti i maggiori gruppi industriali del paese, privati e pubblici. Gruppi e società importanti nel loro settore e nella economia nazionale e in molti casi presenti e influenti anche sui mercati internazionali, gruppi potenti in grado di influire e di condizionare i poteri della politica e dello Stato. Di questi tutto si puo' dire salvo che siano state vittime di una prepotenza, di una imposizione, di un sistema vessatorio ed oppressivo di cui non vedevano l'ora di liberarsi. Si tratta di tutti i maggiori gruppi del paese, quelli che sono stati chiamati in causa e quelli che ancora possono esservi chiamati, anch'essi fornitori dello stato, tributari dello stato di sostegno di varia natura, tributari di appalti pubblici, esportatori, proprietari di catene giornalistiche, speculatori a vario titolo, se la verità, anche per loro, come c'e' da augurarsi, finira' prima o poi per farsi strada. Si tratta di condotte illegali del mondo imprenditoriale attuate con piena consapevolezza e responsabilità e con finalità di molteplice natura, di ordine economico aziendale commerciale ed anche di ordine pubblico a sostegno di un sistema, dei suoi diversi equilibri, della sua stabilita' complessiva, ed anche a sostegno piu' diretto di singoli membri di un personale politico con il quale mantenere rapporti amichevoli piu' impegnativi.
Illegalità nel mondo politico, illegalità nel mondo imprenditoriale. Ad esse si sono venute aggiungendo illegalita' nel mondo giudiziario. Una inchiesta giudiziaria è tanto piu' forte, accettata, rispettata, quanto piu' forte, rigoroso, lineare e' il rispetto della legge ch'essa si impone, senza prevaricazioni, arbitri, forzature ed eccessi di sorta. Si e' verificato purtroppo, e in piu' casi e ripetutamente tutto il contrario. Non c'e' fine che possa giustificare il ricorso a mezzi illegali, a violazioni sistematiche, clamorose e persino esaltate della legge, dei diritti dei cittadini, dei diritti umani. Non c'è consenso popolare, sostegno politico, campagna di stampa che possa giustificare un qualsiasi distacco dai principi garantiti dalla Costituzione e fissati dalla legge. Non la giustifica neppure l'assenza, l'insensibilità o il ritardo degli organi di controllo, la debolezza o il disorientamento delle difese, la barriera del pregiudizio negativo. Non lo ha visto e non lo vede, del resto, solo chi non lo vuole e preferisce, per opportunità, per superficialità o per calcolo voltare la testa dall'altra parte. Chi non ha visto le forzature macroscopiche e strumentali nella interpretazione delle leggi per giungere ad usare impropriamente i poteri giudiziari? Sin da quattro secoli in Inghilterra era stato scritto nel Leviatano "Se il giudice usa con arroganza il potere di interpretare le leggi, tutto diventa arbitrio imprevedibile. Di fronte ad un metodo del genere ogni sicurezza viene meno". Chi non ha visto gli arresti illegali, facili, collettivi, spettacolari e financo capricciosi, di fronte ad una civilta' del diritto e ad una normativa di legge che anche nel nostro paese considerava l'arresto una "extrema-ratio". Chi non ha visto le detenzioni illegali che fanno impallidire la civilta' dell'Habeas Corpus. Le detenzioni a scopo di confessione che sono tutto il contrario di cio' che e' riconosciuto ed accettato. Chi non ha visto le perquisizioni a scoppio ritardato, quelle in particolare delle sedi di Partito manifestatamente inutili ma utili, per la messinscena predisposta e per lo spettacolo denigratorio assicurato.
Sono all'ordine del giorno del resto le sistematiche violazioni del segreto istruttorio, ormai praticamente vanificato e inesistente o esistente solo in ragione di criteri discriminatori o criteri arbitrari dettati da interessi ed opportunita' di varia natura ivi comprese quelle politiche. C'è forse qualcuno che non ha visto la esemplare tempistica politica di determinate operazioni? Quando la giustizia funziona ad orologeria politica essa contiene gia' in se qualcosa di aberrante. Purtroppo c'e' anche materia per scrivere un capitolo sui diritti umani, sulla loro mortificazione e sulle loro violazioni. Affacciandosi, gia' mesi orsono, sulla realta' italiana, una missione internazionale composta di alti magistrati ed esponenti del Foro di Parigi, prudentemente, rispettosamente annotava in un suo primo rapporto :"I magistrati, incaricati delle inchieste sulla corruzione, applicano le disposizioni di legge relative alla detenzione preventiva in modo particolarmente 'estensivo'. Senza arrivare ad espressioni quali 'tortura' o 'inquisizioni' - pur usate da diverse personalita', non sembra si possa dubitare del fatto che la carcerazione preventiva sistematica di numerosi indiziati -molti dei quali presentano evidenti qualifiche di notorieta'- e che e' ufficialmente motivata dalla preoccupazione di un possibile 'inquinamento' delle prove, ha in realta' lo scopo di esercitare delle pressioni per ottenere confessioni di colpevolezza, o la denuncia di complici. Cio' che numerosi magistrati hanno ammesso pubblicamente sottolineando l'efficacia di tale metodo. Questa pratica, di carattere chiaramente repressivo appare in contraddizione sia con il disposto art. 275 del nuovo codice di procedura penale italiano che indica la detenzione preventiva come una misura coercitiva di natura eccezionale, sia con i testi internazionali esistenti in materia di tutela dei diritti dell'uomo". Nello stesso rapporto si legge che "Gli eccessi constatati nell'applicazione del codice di procedura penale nell'ambito delle inchieste in materia di corruzione sono ancora piu' preoccupanti perche' a tutt'oggi sembrano sottratti a qualsiasi tipo di controllo. In effetti la maggior parte dei ricorsi al Tribunale delle Libertà sono stati rigettati. L'opinione pubblica italiana che è molto favorevole alla repressione delle tangenti esercita sulla magistratura una notevole pressione, alla quale quest'ultima non è insensibile, e che raggiunge il risultato di rendere alcuni magistrati incaricati delle inchieste dei personaggi protagonisti al riparo da qualsiasi 'critica pubblica'". La stessa delegazione della "Federation Internationale des Droits de l'Homme" ancora osserva :"Il compito di 'purificatore' che taluni magistrati si attribuiscono e che essi pubblicamente proclamano, solleva problemi delicati nel rapporto tra potere giudiziario, potere esecutivo e potere legislativo; e non solo perche' molti politici sono oggetto della maggioranza dei procedimenti in corso, insieme ad industriali e uomini d'affare; ma per la distorsione di tali rapporti, che puo' andare oltre il caso specifico e determinare una preoccupante inclinatura dell'ordinamento democratico". Spiace doverlo dire ma le ripetute affermazioni di magistrati, talvolta solenni, talvolta sdegnate, che vogliono suonare come una proclamazione di indipendenza e di indifferenza rispetto alla politica, agli effetti politici, agli obiettivi politici, in molti troppi casi non convincono affatto e non possono convincere. Penso agli arresti alla vigilia della formazione di governi locali o dopo la loro formazione, alle retate di interi corpi amministrativi, alle operazioni di marca preelettorale, agli scoops in vista di precise scadenze politiche, alla disparita' di trattamento, che meriterebbero un approfondimento a parte, alle oculate selezioni, all'accanimento con il quale ci si e' mossi soprattutto in certe direzioni ma, allo stesso modo, non in altre. Un grande processo politico era preconizzato dagli ideologhi, magistrati e non, della rottura traumatica che sui loro giornali scrivevano :"Il sistema politico e' la culla piu' ospitale ed al tempo stesso la piu' formidabile difesa del crimine organizzato della violenza mafiosa e camorristica delle lobbies illegali". Leggiamo oggi una pubblicistica che si muove ad un passo financo dai testi della letteratura terroristica quando questa si scagliava contro il "regime politico-mafioso, DC-PSI", e contro "l'amerikano Craxi che si adopera per accelerare il processo di edificazione del SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali)", contro il "gangster Craxi che si propone come baricentro dello scenario politico". Contro un demone di questa natura allora tutto era possibile, tutto giustificato, tutto lecito.
Puo' capitare nel corso della storia che la violenza nell'uso di un potere sia necessaria ed inevitabile ma e' necessario allora che essa sia chiamata con il suo nome, sia riconosciuta ed esaltata come tale e non mistificata e proclamata in nome delle leggi o degli ordinamenti in vigore. In questo caso sapremo senza possibilita' di equivoci di essere di fronte ad una nuova forza, ad una nuova legge e ad un nuovo potere. Una "rivoluzione": cosi' sono stati definiti e cosi' molti concepiscono gli avvenimenti di casa nostra. Puo' darsi. Pero' allora è bene essere consapevoli che una rivoluzione è di per se sempre una grande incognita ed una grande avventura, ma soprattutto che una rivoluzione senza un ceto organico di rivoluzionari e' destinata solo a distruggere ed a preparare un fallimento certo. C'è stata violenza nell'uso del potere giudiziario, nell'uso dei sempre piu' potenti mezzi di comunicazione, c'è stato un eccesso di violenza nella polemica politica, nella critica, nel linguaggio, nei comportamenti. E la violenza non puo' far altro che generare violenza, nei giudizi, nei sentimenti, nelle passioni, negli animi. In quale democrazia del mondo, a memoria del secolo, inchieste giudiziarie, ed il clima esasperato che attorno ad esse è stato creato, hanno potuto provocare tanti suicidi, tentati suicidi e morti improvvise.In quale Paese civile e libero del mondo si sono celebrati in piazza tanti processi sommari,si e' assistito a tanti pubblici linciaggi e si sono consacrate tante sentenze di condanna prima ancora che sia stato pronunciato un rinvio a giudizio? Tutto questo non puo' non far riflettere. Doveva far riflettere, mi auguro che faccia riflettere.
Non credo del resto che la moralizzazione della vita pubblica possa esaurirsi con la denuncia ed il superamento dei sistemi di finanziamento illegale dei Partiti e delle attività politiche e con la condanna di tutte le forme degenerative che ne sono derivate. Non credo che solo in questo consista la questione della corruzione della vita pubblica. Non credo che il procedere in modo violento con l'inevitabile inasprimento dei traumi e dei conflitti che ne scaturira' potra' aprire un periodo ordinato e rigoglioso nella vita democratica. Non credo che per queste vie li Paese si incamminerà verso un periodo di rinascita economica,di riequilibrio sociale,di un rinnovamento politico ed istituzionale all'insegna di un grande decentramento dei poteri, nel consolidamento dell'unita' della Nazione,e insieme di riconquista di un prestigio internazionale tanto piu' necessario quanto piu' aspre si vanno facendo la competizione e la conquista di aree di influenza nel mondo. C'e' un problema democratico di rinnovamento e di ricambio della classe politica dirigente, c'è un problema di alternanza di forze nelle responsabilità di guida e di governo. E' un problema che deve essere risolto democraticamente, nel modo piu' trasparente e diretto, senza provocare il soffocamento del pluralismo politico e senza fare ricorso alla barbarie della giustizia politica. Una politica che fosse intrisa di demagogia e di ipocrisia, non sarebbe destinata a fare lunga strada. Cosi' come non e' destinato a farla chi ancora oggi continua a non usare il linguaggio della verità, per non parlare di chi si presenta di fronte al paese con l'aria smemorata, con i tratti di chi non sapeva anche cio' che avrebbe dovuto inevitabilmente sapere, di chi ha vissuto sino a ieri in preda a superficiali distrazioni, di chi denuncia nomenklature, ignorando la propria di cui continua a portare tutti i caratteri, e dimenticando il proprio ruolo, la propria responsabilità, di chi addirittura giudica dall'alto delle sue frequentazioni malavitose.
Il 2 novembre dello scorso anno moriva improvvisamente Vincenzo Balzamo, deputato al Parlamento, Segretario Amministrativo nazionale del PSI. Dopo settimane di angosce e di tensioni un infarto ne aveva stroncato l'esistenza. Solo pochi giorni prima aveva ricevuto un avviso di garanzia per gravi reati. Da quel momento dopo la sua morte nel giudizio degli inquirenti vengo considerato una sorta di successore universale di tutte le condotte addebitate all'On. Balzamo e vengo investito da una raffica di avvisi di garanzia per concorso in fatti veri o presunti attribuiti ai responsabili dell'Amministrazione del PSI. Purtroppo la scomparsa immatura dell'On.Balzamo lasciando un vuoto doloroso ci ha privato di un testimone essenziale e decisivo per tante vicende che costituiscono oggetto di indagine. Sta di fatto che fino alla sua morte gli inquirenti concludono con l'On.Balzamo il rapporto concorsuale nei reati che vemgono individuati. Alla sua morte coprono con me il posto rimasto vuoto. In assenza di qualsiasi elemento probatorio che possa legarmi agli atti ritenuti criminalizzabili, la traslazione di condotte altrui sotto la responsabilità mia personale in forza della carica che rivestivo e del vantaggio economico che il Partito ne ha tratto, è un fatto del tutto arbitrario ed inammissibile nel diritto penalprocessualistico. Ammenoche', data la straordinarietà del mio caso, non sia stato sospeso, e soltanto nei miei confronti, il principio di diritto della responsabilita' personale, sancito dalla Costituzione. La verità è che sin dall'inizio si è mossa contro di me una azione ispirata da un intento persecutorio evidente che numerosi fatti, che emergono dalla semplice lettura degli atti, provano e confermano in modo chiaro ed inequivocabile. L'obiettivo "Craxi" era un obiettivo politico primario e per tentare di colpirlo si è agito con la piu' grande determinazione e talvolta anche con la piu' grande spregiudicatezza, violando ripetutamente la legge e le stesse prerogative della immunita' e della inviolabilita' del Parlamentare. Di fronte alla Camera la Giunta delle autorizzazioni a procedere ha recentemente dichiarato che cio' che bisogna accertare ai fini della concessione dell'autorizzazione a procedere è "l'esistenza anche di un ombra di volontà di persecuzione". L'esistenza del "fumus persecutionis" per un principio di diritto che non puo' essere ignorato e cancellato, risulta confermata ogni qualvolta il magistrato giunge a compiere atti di indagine preliminare a carico del deputato prima della informazione di garanzia e prima della concessa autorizzazione a procedere. Ebbene, nel "caso Craxi" i magistrati incaricati dell'indagine senza la spedizione delle informazioni di garanzia e senza la autorizzazione a procedere, hanno con insistenza, con accanimento crescente e anche, a piu' riprese, con sotteso atteggiamento di coartazione, richiesto e elencato elementi probatori da porre a base delle accuse contro di me, presupposte in un teoreme gia' elaborato e per un obiettivo già ben delineato. Tutto questo è avvenuto sistematicamente a partire dai primi atti dell'inchiesta. Ne è scaturita in questo modo una massa ingente di indagini che sono state svolte su di me, illegittimamente, attraverso interrogatori, perquisizioni, sequestri, accertamenti patrimoniali, deposizioni testimoniali, acquisizione di atti. Si è proceduto ad accertamenti trasversali per violare il divieto di indagine in mancanza di autorizzazione a procedere al fine di costruire una ipotesi accusatoria irrimediabilmente viziata perche' costruita dalla sommatoria di una notizia di reato artefatta e da dati di riscontro formati e selezionati per sorreggerla.
Scendendo solo per un attimo nel particolare ricordo che si è giunti persino a sequestrare il conto del mio ufficio di Milano, amministrato dalla mia segretaria che e' a tutt'oggi privata della libertà. I giornali ne diedero subito grande notizia e grande risalto gridarono nei titoli "Otto miliardi trovati sul conto della segretaria di Craxi". In realta' quel conto in quel momento era praticamente in rosso, gli otto miliardi riguardavano l'insieme dei movimenti che su quel conto erano stati fatti negli anni precedenti. Si trattava delle spese generali dell'ufficio, di rimborsi spese fatti a collaboratori, di contributi versati a Centri Culturali, Centri politici sociali ed assistenziali, di spese elettorali e personali. Entrate e spese documentabili e perfettamente legittime. Sta di fatto che in questo modo si e' andati a spulciare l'attività che era passata per quasi un decennio attraverso il mio ufficio di Milano e la sua amministrazione, nella perfetta consapevolezza che si trattava di attività politiche e personali risalenti alla responsabilità di un Parlamentare contro il quale non si poteva procedere. Del resto il "Lei conosce Craxi?","Quali rapporti ha avuto con Craxi?","Dica che ha versato a Craxi" e ancora "Quale ruolo aveva Craxi","Chi incontrava Craxi?" è una lunga litania che si è snodata a lungo ed insistentemente attraverso gli interrogatori, di indagati ed anche di testi scelti a bella posta tra le persone dichiaratamente e notoriamente ostili. Si è cosi' indagato su di me e sulla mia famiglia, sulle mie proprietà, e si è trovato modo di indagare sui miei figli e sui miei parenti. Ma v'e' qualcosa di piu' e di ancor piu' grave. Contro il principio generale ed indiscusso, secondo cui la magistratura puo' indagare su di un cittadino solo in presenza di una notizia di reato che essa apprende direttamente ovvero attraverso denuncia, querela o informativa di polizia giudiziaria, con riferimento alla vicenda che mi riguarda, i pubblici ministeri milanesi hanno pervicacemente fatto ricerca di una pretesa notizia di reato sulla quale poter costruire il teorema evidentemente gia' prescelto. Siffatta metodologia di per se sola la dice lunga sul fumus persecutionis. Già insito nella costruzione di una accusa manifestamente infondata, esso è innegabile allorché, in un contesto minatorio,come quello legato a scarcerazioni anche immediate di chi si fosse reso disponibile a rendere le dichiarazioni desiderate dagli inquirenti,si riesca nel tentativo o semplicemente si tenti di selezionare le notizie di reato e di dotarle di un contenuto piuttosto che un altro. Se in tutto questo non è ravvisabile neppure "l'ombra" di un intento persecutorio allora diciamo pure che il fumus persecutionis è qualcosa di indefinibile,di inaccertabile,di inavvistabile e cioe' è un qualcosa che praticamente non esiste.Anche questo naturalmente lo si puo' decidere per ragioni politiche le piu' diverse,ma non per ragioni di verità e giustizia. Aggiungo che non saprei dire,almeno allo stato delle cose,che uso sia stato fatto,e se sia stato fatto,delle intercettazioni telefoniche e d'altri metodi d'ascolto.E' ben possibile che tutto sia perfettamente regolare.
Tuttavia non sono il solo ad aver avvertito la presenza come di una "mano invisibile", irresponsabile,illegale,che,come spesso avviene nelle situazioni confuse e traumatiche,si e' mossa e si muove allo scopo di intorbidire le acque e di rendere piu' agevole l'organizzazione e lo svolgimento di manovre di varia natura. Sta comunque di fatto che una "mano invisibile" in questi mesi trascorsi,simulando furti,ha provveduto a perquisire il mio ufficio, uffici di mia moglie, di mio figlio, locali della famiglia della mia segretaria , e, nella stessa notte, la casa dove abitava mia figlia a Milano ed il suo ufficio di Roma. Il "fumus persecutionis" ritorna ancora ben visibile quando l'indagine viene sistematicamente sottratta alla riservatezza ed al segreto istruttorio e consegnata,attivita' per attivita',e sempre con grande e singolarissima tempestività e con dovizia di particolari e di indiscrezioni di varia natura,all'informazione e alla stampa,dalla quale sono poi derivate molto spesso ed in molteplici casi deformazioni e distorsioni di portata e di genere vario e variopinto.Questo riguarda non solo i verbali degli interrogatori,o spezzoni dei verbali, subito diffusi,quando contenevano riferimenti ed accuse dirette e indirette contro di me. Riguarda persino le deposizioni testimoniali, la cui lettura è vietata anche al difensore della persona indagata, che, invece, in alcuni casi, sono state integralmente riferite alla stampa e da questa puntualmente pubblicate.E cosi' contro di me sono state deliberatamente alimentate nei mesi scorsi violente campagne denigratorie,di tale brutalità e di tale natura,da non avere precedenti almeno fino a quel momento,in tutta la storia della Nazione. Ho retto le maggiori responsabilità del Partito Socialista per sedici anni guidandolo in dieci campagne elettorali,ed egualmente per un lungo periodo ho partecipato e ne ho sorretto le responsabilità di governo. Delle attività della struttura nazionale del Partito ivi comprese quelle amministrative mi sono assunto tutte le responsabilità politiche e morali di fronte al Parlamento ed al Paese come era mio dovere di fare ma ho respinto e torno a respingere accuse che considero assolutamente infondate,pretestuose e strumentali ed una campagna di aggressione personale e politica che tutti hanno potuto vedere e valutare. Le accuse partono dal presupposto che il Segretario politico del PSI sia, non il "percettore materiale", indicati questi nell'amministratore,in suoi collaboratori o fiduciari, ma uno che, alla fine,leggo testualmente:"riceve". A tutte le attività che vengono descritte,iniziali e finali,e rispetto alle quali vengono elevate gravi imputazioni,il Segretario politico nazionale del Partito Socialista non ha invece mai partecipato in nessuna forma,in nessuna forma né diretta né indiretta è intervenuto e in tutti i casi citati,per favorire l'appalto di lavori, l'assegnazione di forniture, l'acquisto di immobili e quant'altro. Ad un certo punto venivano complessivamente elencati nelle accuse i nomi di quarantuno imprenditori e dirigenti di societa' private con i quali avrei concorso in azioni esecutive di disegni criminosi. Di questi quarantuno imprenditori e dirigenti di aziende, 38 io non li ho mai ne' visti ne' conosciuti, e con uno solo di loro ho intrattenuto nel tempo rapporti di amicizia. Vengono poi elencate 44 societa' di diversi settori produttivi in favore delle quali io sarei intervenuto in concorso di attuazione di disegni criminosi. Non sono mai intervenuto, ed in tutti i casi citati,e in nessuna occasione,in favore di nessuna di queste 44 società ne' ho intrattenuto rapporti con alcuna di esse,i loro uffici,le loro strutture e per nessuna ragione, ne', per questo motivo, con i "pubblici ufficiali" citati anche se spesso non nominati. Rispetto alla mia posizione i pubblici ministeri non hanno ricostruito fatti,ma solo presupposto un teorema che hanno tentato di supportare con atti di indagine adempiuti nell'ambito complessivo dell'intera inchiesta. Ma, in tutto l'insieme, non e' stato neppure avvicinato il livello minimo della garanzia di fondatezza. La sostanza delle accuse che mi vengono rivolte si basa solo su congetture e falsi sillogismi. Soprattutto una serie di condotte e di miei comportamenti che il PM si è preoccupato di evidenziare non raggiungono in nessun modo il livello della rilevanza penale come attivita' di partecipazione e quindi non possono costituire il fondamento di una responsabilità per concorso,cio' che rappresenta l'aspetto essenziale dell'intera impostazione accusatoria. Dei reati per i quali e' stata formulata richiesta di autorizzazione a procedere,io dovrei rispondere non quale autore materiale,ma come concorrente alla stregua dell'art.110 c.p.. L'argomento merita approfondimento, perché, anche a volere tenere ferme le coordinate in fatto postulate dal teorema che viene disegnato, la fattispecie concorsuale non puo' dirsi realizzata in base a regole di buon senso, ancor prima che giuridiche. La responsabilità penale a titolo di concorso, infatti,è rigorosamente legata al principio della personalita' di cui al comma 1 dell'art.27 Cost..Dal lato del c.d. concorso morale,si ritiene principio univocamente acquisito che non possa essere mai la mera posizione occupata da un soggetto a determinarne il coinvolgimento:il presidente o l'amministratore delegato di una S.p.A., il capo di una amministrazione pubblica, e via dicendo, non possono rispondere penalmente del fatto degli altri organi o persone in cui si articola l'organizzazione,nemmeno in materia contravvenzionale o colposa, secondo l'insegnamento giurisdizionale comunemente ricevuto,quando siano individuabili gli estremi della delega di funzioni. La tesi dei pubblici ministeri, se fondata,dovrebbe di per se' sola infatti giustificare la sistematica chiamata in causa di tanti altri segretari politici dei Partiti, perche' secondo quella tesi, il Segretario politico di quel Partito, in ragione della sua carica, sapeva o doveva supporre che finanziamenti illegali o irregolari erano diventati una fonte consistente di sostegno economico dei Partiti. Quando si tratta di impostare problemi di responsabilita' penale,dunque a titolo di concorso morale, per fattispecie di concussione, corruzione, ricettazione od altro,rispetto alle quali l'impianto accusatorio individua in altri, con sicurezza,l'autore materiale o comunque l'attuatore della condotta tipica, è tecnicamente impossibile affermare che,stante la posizione di Segretario politico del Partito e percio' solo, come sostanzialmente dichiarato nella richiesta di autorizzazione a procedere,non possa che in maniera automatica espandersi le responsabilita' ai reati presupposti. La verità è che è tecnicamente impraticabile ogni fattispecie concorsuale a mio carico per il titolo morale immaginato dalla magistratura milanese.In punto di diritto giurisprudenza,dottrina e prassi giuridica depongono univocamente in questa direzione. Da essa gli organi giudiziari inquirenti si sono allontanati per dimostrare una volta di piu' il fumus persecutionis coltivato nei miei confronti, tenuto conto della mia posizione politica ed istituzionale.
Prima di compiere il tragico gesto di togliersi la vita Sergio Moroni, deputato socialista, ha dichiarato:"E' indubbio che stiamo vivendo mesi che segneranno un cambiamento radicale sul modo di essere del nostro Paese, della sua democrazia,delle istituzioni che ne sono l'espressione. Al centro sta la crisi dei Partiti (di tutti i Partiti) che devono modificare sostanza e natura del loro ruolo". "Eppure non è giusto che cio' avvenga attraverso un processo sommario e violento per cui la ruota della fortuna assegna a singoli il compito di vittime sacrificali.Né mi èestranea la convinzione che forze oscure coltivino disegni che nulla hanno a che fare con il rinnovamento e la "pulizia"". "Un grande velo di ipocrisia condivisa da tutti ha coperto per lunghi anni i modi di vita dei Partiti e i loro sistemi di finanziamento. C'è una cultura tutta italiana nel definire regole e leggi che si sa non potranno essere rispettate,muovendo dalla tacita intesa che insieme si definiranno solidarietà nel costruire le procedure e i comportamenti che violano queste stesse regole". "Né mi pare giusto-continua Moroni-che una vicenda tanto importante e delicata si consumi quotidianamente sulla base di cronache giornalistiche e televisive,a cui è consentito distruggere immagine e dignità personale di uomini solo riportando dichiarazioni e affermazioni di altri. Mi rendo conto che esiste un diritto all'informazione ma esistono anche i diritti delle persone e delle loro famiglie". "A cio' si aggiunge la propensione allo sciacallaggio di soggetti politici che,ricercando un utile meschino,dimenticano di essere stati per molti versi protagonisti di un sistema rispetto al quale oggi si ergono a censori". "Non credo che questo nostro Paese costruira' il futuro che si merita coltivando un clima da "pogrom"nei confronti della classe politica,i cui limiti sono noti ma che pure ha fatto dell'Italia uno dei Paesi piu' liberi". Quando Sergio Moroni si uccise un magistrato inquirente sentenzio' con parole ignobili:"Si puo' morire anche di vergogna". Dopo aver letto alla Camera la sua lettera-testamento, il Presidente rivolse a tutti un invito alla riflessione. Ebbene penso che questa riflessione dovrebbe ricondurre direttamente ed essenzialmente al valore della giustizia che deve essere rigorosa ma anche e sempre serena, equilibrata, obiettiva, umana. Nel mio caso la Camera puo' concedere o negare l'autorizzazione a procedere dopo aver accertato se nei miei confronti è stata violata una norma, o sono state violate piu' norme che proteggono i miei diritti di parlamentare e i miei diritti di cittadino. Mi auguro che gli onorevoli deputati vorranno farlo, nel modo piu' franco e libero, con tutto il senso di giustizia di cui sono capaci.

Bettino Craxi


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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)

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