Il presente blog costituisce un almanacco nato per raccogliere i testi completi (ed annesse fotografie e video) dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (solo se disponibili).

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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venerdì 23 aprile 2010

" DA OGGI NEL PDL CAMBIA TUTTO " DI GIANFRANCO FINI. ( L'INTERVENTO INTEGRALE DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA ALLA DIREZIONE DEL PDL)

Ringrazio il presidente del partito e tutti gli amici della direzione nazionale e dei gruppi parlamentari, e credo che questa riunione sia un appuntamento utile e per certi aspetti indispensabile per fare chiarezza. Ce n’è necessità per il doveroso rispetto che ognuno deve a se stesso e direi ancor di più per il rispetto che tutti insieme dobbiamo agli italiani.
Lo dobbiamo a quegli italiani che, e non va mai dimenticato, hanno dato fiducia al Popolo della libertà, hanno dato fiducia al governo e hanno consentito al Pdl di vincere le elezioni del 2008 e hanno successivamente consentito alla coalizione di confermare il consenso che gode nella pubblica opinione. Una riunione che serve e che deve essere, a partire da me, utilizzata per cercare di spiegare che cosa sta accadendo.
Non voglio usare espressioni che possano apparire inutilmente polemiche, ma francamente mi sembra che anche nelle regia e nell’avvio dei lavori della direzione ci sia stato un atteggiamento un po’ puerile di chi quasi vuole nascondere la polvere sotto il tappeto. Come se non dovessimo parlare esattamente di quel che è, o come se gli italiani nell’ultima settimana avessero visto un altro film, non si fossero accorti che nel Popolo della libertà sta succedendo qualche cosa.
Ma non è certo questo un motivo di polemica, e spero che non sia questo il motivo del contendere. Che cosa sta accadendo? Sta accadendo che su alcuni questioni di carattere strettamente politico – relative a quelli che sono i problemi del Paese, relative a quella che è l’azione del governo, relative a quello che è il ruolo del partito – uno dei cofondatori (ho scoperto che eravamo tanti a cofondare il Pdl) ha delle opinioni diverse rispetto a quelle del presidente Berlusconi. Il che ovviamente non vuol dire negare ciò che il governo ha fatto fin qui. Molte delle cose che hanno detto i ministri sono a conoscenza della direzione, degli italiani e sono la ragione del rinnovato consenso che gli elettori danno al centrodestra.
Avere delle opinioni diverse dal presidente del Consiglio e dal presidente del partito – la cui leadership non è mai stata messa in discussione – significa esercitare quello che credo sia un preciso diritto-dovere. E pongo, in primo luogo, una questione: è possibile derubricare delle opinioni diverse, o se volete delle valutazioni diverse, o ancora delle indicazioni diverse che non sono coincidenti con quello che il Pdl quotidianamente fa? È possibile derubicare ciò come se si trattasse di mere questioni di carattere personale? Se fossero questioni di carattere personale non saremmo arrivati a questa direzione con la polemica che c’è stata e nemmeno con questa attesa per ciò che accadrà oggi.
Non sono le mie bizze, non sono geloso di quel che il presidente del Consiglio fa, ci mancherebbe altro. Sono abituato, quando non sono d’accordo, a dire quello che penso. E, lasciatemelo dire perché evidente, non l’ho fatto di punto in bianco come se all’improvviso non mi piacesse più ciò che ho contribuito ad allestire. È qualche mese che pongo delle questioni, ed è qualche mese che vedo queste questioni poste nella migliore delle ipotesi liquidate come delle questioni personali, o in alcuni casi, le vedo essere minimizzate. Per carità, forse non meritano tante attenzioni. Ma non credo che siano questioni poste per intralciare l’azione, men che meno per intralciare l’azione del partito, certamente non sono questioni che vengono poste per compiacere gli avversari.
Vedi Bondi, è stata una certa caduta di stile, quella di citare alcune affermazioni che certamente possono essere, e in alcune casi lo sono state, polemiche nei confronti del presidente del Consiglio e dimenticare che per aver posto delle questioni nei mesi passati sono stato oggetto in molte circostanze di trattamenti mediatici e giornalistici da parte di colleghi lautamente pagati da stretti familiari del presidente del Consiglio, senza che questo determinasse però una presa di posizione.
Non credo che sia motivo di polemica: sappiamo benissimo quali sono le proprietà dei giornali. Sappiamo che sono gli editori che pagano i direttori. Questioni che vanno certamente tolte dal novero delle questioni di cui dobbiamo discutere oggi. Comincio col porre le questioni. Dire che su alcune vicende, su alcuni problemi, su alcune cosa da fare abbiamo opinioni diverse è una dimostrazione di alto tradimento, al punto da meritare bastonature mediatiche, l’allestimento di roghi o addirittura licenziamenti come si fa per i dipendenti infedeli? Oppure è – e Berlusconi te lo dico in faccia come ce lo siamo detto tante volte in privato – è una dimostrazione di lealtà?
Vedi il tradimento, che è nel novero dei comportamenti umani poco dignitosi, alligna in coloro che sono adusi ad applausi, alla pubblica adulazione, salvo poi dire tutt’altro quando il leader gira le spalle. Raramente il tradimento è nella coscienza di chi si assume la responsabilità di quello che pensa in privato e pubblicamente. Io lo considero un fatto di lealtà. Hai il diritto di replica, ne prendo atto positivamente. Credo sia onesto giocare a carte scoperte, non credo sia alto tradimento dire che alcune cose le possiamo e dobbiamo fare meglio.
È una dimostrazione di lealtà, a mio modo di vedere, uscire dal coro di quelli che dicono che tutto va bene. Certamente sono state fatte molte cose positive, non ci sarebbe alcuna ragione per dare un giudizio negativo di quella che è stata l’esperienza del Popolo della libertà e del governo. Credo che sia uno stimolo con spirito costruttivo quello di chi dice che su alcune questioni si può fare di più, che su alcune questioni ci può essere anche una linea che non è al cento per cento quella che fin qui è stata seguita. È, credo, un contributo di doverosa chiarezza e lealtà che parte dal presupposto che non sono opinioni personali.
Possono essere opinioni minoritarie, certamente sì, possono essere opinioni condivise da una quota non maggioritaria della nostra classe dirigente e quindi dell’elettorato. Io non ironizzo quando il presidente del Consiglio tasta il polso della pubblica opinione, cerca di capire cosa pensano gli italiani. Credo che il presidente del Consiglio, da uomo saggio qual è, per tante ragioni si sia chiesto perché sto facendo da tanti mesi qualcuno dice il grillo parlante, il bastian contrario o addirittura l’incendiario che vuole distruggere la casa che ha contribuito a costruire.
Si dà il caso che gli italiani continuino a considerare alcune cose che dico meritevoli di attenzione, senza presunzione. Non è una conta, è la fotografia di una condizione che c’è: alcune opinioni, minoritarie, hanno però un determinato consenso. Allora io non credo che riconoscere la libertà di opinione in un partito possa rappresentare il venir meno a un dovere di lealtà. Il Pdl ha dimostrato di essere un partito democratico, che discute, che vota, ma un partito democratico soprattutto nel bipolarismo europeo, in quel bipolarismo che è uno dei grandi meriti del Pdl e Berlusconi, nel bipolarismo un partito democratico significa un partito che accetta che all’interno non c’è solo, come ovvio, la discussione e poi la votazione e quindi la linea prevalente, ma che accetta una pluralità di opinioni, di posizioni, che all’interno ci può essere qualche indicazione anche molto diversa da quella che poi va per la maggiore.
E non credo che questo significhi mettere in discussione una leadership. Bondi ha detto di venire da una tradizione che conosceva la degenerazione di alcune regole interne, era la tradizione del centralismo democratico. Anche nel Pci si discuteva e poi si votava e poi c’era una maggioranza.
Attenzione però – e anche qui non voglio essere polemico – a non passare dal centralismo democratico a un centralismo carismatico. Non contesto la leadership di Berlusconi, chiedo se sia lecito avere opinioni diverse e cercare di organizzare all’interno del partito quell’area politico-culturale che su certe opinioni si può ritrovare. Il che non vuol dire tornare all’antico, perché il bipolarismo è la novità dei tempi in cui viviamo. Le correnti erano tipiche dei partiti, non mi sento in difficoltà quando viene ricordato che proprio chi vi parla ha definito le correnti una metastasi, perché erano finalizzate ad acquisire fette di potere interno.
Credo che chi in queste ore ha detto “Gianfranco vai avanti perché non hai tutti i torti” abbia messo in conto innanzitutto di perderla qualche quota di potere. Non si tratta di una corrente finalizzata a quote di potere. Si tratta d’altro, si tratta di animare un dibattito che certo poi si conclude con le votazioni ma che parte da posizioni che siano anche in qualche modo dissimili tra di loro. Dicevo che nel bipolarismo, che è la grande conquista di questi tempi, non ci può essere l’ortodossia e quindi non ci può essere l’eresia e quindi non ci può essere colui che viene messo al rogo se ha delle opinioni diverse perché il bipolarismo è così in tutta Europa.
Vogliamo guardare che cosa accade nelle grandi famiglie europee? Non solo quelle del Partito popolare ma anche quella del Partito socialista? Vogliamo guardare per un attimo qual è la dialettica interna all’Ump francese? Alla Cdu tedesca? Allo stesso movimento del partito di Aznar? O in quello di Cameron? Convivono posizioni che sono certamente distanti, ma poi c’è il dovere di una sintesi che sia il risultato di un confronto senza demonizzazioni.
Un confronto basato sul rispetto che si deve a opinioni dissimili. E credo che ci sia il diritto-dovere da parte mia di precisarlo meglio questo concetto: perché siamo in una giornata che cambia le dinamiche del Pdl. Se esiste una componente di tipo politico e culturale che su alcune questioni ha delle opinioni che sono dissimili da quelle prevalenti certamente non ha tutti i diritti: non ha il diritto, a scanso di equivoci, di sabotare l’azione di governo o di remare sempre contro. Perché ha il dovere di lealtà a un progetto che deriva da un patto tra i fondatori e gli elettori. Non ha il diritto di imporre ad altri delle opinioni minoritarie. Ha però, questo sì, il diritto di confrontarsi su come attuare bene il programma di governo, su come evitare che ci possano essere su alcune questioni posizioni che non sono in piena sintonia con l’opinione pubblica. Animare un confronto, da questo punto di vista, non può che fare bene.
E quanto più questo sarà scevro da demonizzazioni e scevro dal sospetto che sia finalizzato ad impedire al governo di governare, tanto più sarà positivo per il Pdl, per il governo e per il Paese. Certo è che oggi – e questo lo hanno capito tutti – viene meno una fase che ha rappresentato la fase costitutiva del Pdl. Oggi non ha più senso parlare di “quote”. Oggi c’è una larga parte del partito che condivide sostazialmente in toto quella che è l’azione del presidente del Consiglio, che è capo del partito, e c’è una piccola componente, chiamatela come volete – e non la corrente nel senso deteriore – che non condivide più in toto. Perché anche qui non è la pregiudiziale contrapposizione: certo che l’azione del governo è stata positiva, ma il problema non è questo. Il problema è che a mio modo di vedere, il Pdl che ha fatto grandi cose, e ha animato l’azione di un governo che sta facendo grandi cose e che non considero certo l’avversario contro cui combattere, su alcune questioni sta perdendo quella che era la sua identità primaria, la sua ragione d’essere.
Che cos’era il Pdl quando insieme l’abbiamo costruito, rinunciando ognuno a qualche cosa, dagli affetti alle organizzazioni? Era certamente un grande partito nazionale che alcuni di noi avevano sognato, pensando che si chiamasse partito degli italiani o partito della nazione, ispirato ai valori del Partito popolare europeo. Garante della coesione dell’intero Paese, capace di dare delle risposte concrete ai bisogni del lavorati, delle imprese. Difensore del senso dello Stato, che come sosteneva Falcone è un valore interiorizzato, non è una sovrastruttura almeno per una certa cultura politica. Garante della legalità dei diritti civili. Motore di un profondo cambiamento, di riforme nell’interesse generale, condivise quanto più possibili. E io ti ringrazio, presidente, per averlo detto oggi con chiarezza quando dici che le riforme si debbono fare con la più larga condivisione possibile. Non c’è dissenso su questo. Non è la corrente che aprioristicamente dice no. Se ci fossimo capiti meglio, avremmo evitato questo: perché fino a qualche tempo fa non sembrava che fosse questo l’orientamento prevalente nel Pdl.
Il Pdl non ha tradito questa identità: ma su alcuni punti lo smalto si è un po’ perso. Le elezioni le ha vinte la coalizione, certamente. Sono talmente poco prevenuto che non ho difficoltà a dire che in alcuni casi le elezioni le ha vinte personalmente Berlusconi, a partire da Roma, dove però, presidente, adesso che la campagna elettorale è finita, ma credi veramente che la lista non sia stata presentata per un complotto dei magistrati cattivi e radicali violenti? La vicenda secondo me meriterebbe di essere approfondita e un partito serio, oggi che non si vota e le elezioni sono alle spalle, la dovrebbe approfondire. Ma è un dettaglio.
Le elezioni le ha vinte la coalizione, ma all’interno della coalizione il Pdl, che ha avuto il successo che meritava vista l’azione efficace governo – e lo dico senza ironia – rispetto al 2005 ha un saldo negativo e c’è uno squilibrio tra il Nord e il Sud. Al Sud il Pdl è andato bene, al Nord ha perso consensi e li ha persi da un alto per l’emergere di una tendenza astensionista – sulla quale dobbiamo riflettere e che non ha colpito solo il centrodestra ma tutta la politica, che è un segnale di stanchezza nei confronti dei partiti – ma soprattutto le cose non sono andate come pure potevano andare perché c’è stato uno squilibrio tra noi e il nostro unico, maggiore, migliore alleato: la Lega.
Senza annoiarvi, nel 2005 nell’ambito del voto di coalizione la Lega rappresentava il 16% dell’elettorato, nel 2010 rappresenta il 29%; nel 2005 la Lega non era prima in nessuna provincia del Nord, nel 2010 è prima in nove province del Nord. Non è un grande problema. Quando Berlusconi dice “ma sono i nostri alleati, bisogna tenere conto delle loro esigenze” non mi scandalizzo, non sono nato ieri, le elezioni si vincono in questo sistema con le alleanze. Ma vogliamo chiederci perché è accaduto. Sgombriamo il campo dall’equivoco “Fini dice che abbiamo perso”. Non abbiamo perso, la coalizione ha vinto, il presidente del Consiglio ha ragione quando dice ci ho messo la faccia e abbiamo vinto. Ma per il Pdl – perché insieme abbiamo fatto un partito e ci dobbiamo occupare del benessere, della salute, dell’organizzazione del partito – vogliamo capire perché al Nord le cose non sono andate come speravamo?
Ignazio La Russa ha provato a spiegarlo, ma non mi ha convinto al cento per cento. C’è stato chi è arrivato a dire “se tu Fini sull’immigrazione continui a dire le cose che dici è di tutta evidenza che al Nord stravince la Lega”. Ma allora dobbiamo metterci d’accordo, non solo con la nostra coscienza ma anche con la nostra cultura politica perché se diciamo di essere un grande partito nazionale, che si ispira ai valori del Partito popolare europeo e che quindi parte dal valore fondante del rispetto della dignità della persona umana.
Allora non sono io il bastian contrario, che dice qualcosa per urtare il presidente del Consiglio, ma sono tanti quando – per compiacere Lega – si dà corso a ipotesi di intervento in materia di immigrazione per le quali un bambino che è figlio di un immigrato che perde il lavoro e quindi il permesso di soggiorno è cacciato dalle scuole come se si trattasse di un bambino serie b. Il rispetto della dignità umana! Non potete dire che non è vero, perché chiudere gli occhi di fronte alla verità non è saggio.
E anche qui, chi c’era nell’altro governo ricorderà che ne discutemmo. Ci sarà stata una ragione per la quale all’epoca non passò l’introduzione del reato di immigrazione clandestina, perché la considerazione non poteva che essere quella che c’è stata. È eretico dire che io non mi ci ritrovo nei valori del Ppe, del rispetto della dignità umana quando sento dire che i medici devono fare la spia, che quando un immigrato clandestino va in ospedale deve essere segnalato ai carabinieri. Amici ve lo dico col cuor in mano, non fate interesse né del Pdl né di Berlusconi dicendo che sono bugie. Perché sono i problemi con i quali si confrontano in tanti casi i nostri amministratori, sono problemi drammaticamente presenti, discutiamone, cerchiamo di correggerli. Alcune questioni sono state poste in modo incauto o se volete senza prevedere tutte le conseguenze. Allora io non credo che nel Nord la questione rapporto Pdl-Lega sia la conseguenza che siccome Fini e un gruppo di eretici intellettuali dicono certe cose allora i voti li prende la Lega. Do un’altra lettura. Ma non è che lo faccio adesso. Sono mesi che lo dico - e qui l’ironia e le le accuse. Al Nord siamo diventati la fotocopia della Lega. Presidente, molti di quelli che al Nord adesso dicono “per carità Fini che stai dicendo” sono gli stessi che è drammaticamente vero: qual è la bandiera identitaria del Pdl al Nord? Vi risulta che abbiamo lanciato alto il messaggio che pur c’era nel programma di abolire le province? La Lega non vuole. Vi risulta che nel Nord si sia alzata la bandiera della privatizzazione delle municipalizzate? Che sono diventate il tesoretto degli amministratori leghisti in attesa di mettere le mani sulle banche con le fondazioni?
Io considero la Lega un soggetto politico di primaria importanza, con un leader Bossi che sa esattamente cosa vuole. Non è la polemica nei confronti della Lega. E che io ho cercato di fondare il Pdl. Non di dar ad un’unica associazione con la Lega. Che sono alleati ma su alcuni valori non sono i medesimi. La Lega è un alleato strategico, ma nel Nord l’unica bandiera alzata dalla coalizione è il federalismo: contro il quale non ho nulla ma a certe condizioni. Ma vi risulta che federalismo - nella cultura leghista certamente sì - sia prevedere che l’organizzazione della scuola che mi sembra essere prerogativa sia delle regioni, che in Lombardia ci debbano essere soltanto professori lombardi? Non mi risulta che si sia discusso questo.
Ciò vuole dire che l’identità della Lega è chiara, quella del Pdl meno. Il presidente Berlusconi è il terzo statista che si trova in una congiuntura particolare e favorevole: è allo stesso tempo presidente del partito e presidente del consiglio. Credo che il partito in alcuni casi dovrebbe mettere il presidente del Consiglio nella condizione nel rapporto con gli alleati di opporsi ad alcune richieste. O se vuoi di alzare alcune bandiere.Senza andare troppo indietro nel tempo, nell’epoca in cui De Mita era presidente della Dc e presidente del Consiglio era la direzione nazionale che diceva al presidente che le richieste dei socialisti erano eccessive. È un esempio per dire che la condizione in cui si trova oggi Berlusconi è quella di utilizzare il suo partito per affermare un’identità che non sia l’identità di un soggetto certamente leale, ma leale al governo. L’interesse della Lega non coincide necessariamente con gli interessi del governo. E questo non vuol dire remare contro. Ecco un certo appiattimento sulla Lega è pericoloso, in epoca di federalismo. È pericoloso non solo al Nord, ma soprattutto nel centrosud.
Il punto è: nel Sud cresce la preoccupazione perché si ha l’impressione che alcune linee strategiche del governo siano indirizzate dalla cultura leghista. Poi ciò cresce ancora quando si scopre che per risolvere una questione che sta molto a cuore alla Lega – come le quote latte – si sia fatto ricorso ai fondi per le aree sottosviluppate. Tremonti ha ragione nel porre la necessità di queste operazioni. Ma poi è vero che per altre iniziative non ci sono. Così come tanti parlamentari del Nord, caro Berlusconi, tanti del Sud vengono a dirmi che “hai ragione cerca di dirlo tu a Berlusconi” su questo tema. Adesso i nodi vengono al pettine. Ecco voglio il luogo dove si discuta di questo. Il federalismo fiscale o è una grande opportunità, ma quando le risorse sono poche occorre fare molta attenzione per non creare squilibrio.
Ma è soltanto un esempio. La preoccupazione nel centrosud per una prevalenza anche di tipo culturale che la Lega esercita nell’azione di governo c’è e quindi Berlusconi ti dico un’altra cosa che so che ti dà fastidio, ma te lo devo dire, te l’ho detto mille volte in privato, te lo devo dire in pubblico, altrimenti non ci capiamo: così come tanti parlamentari del Nord vengono da me e mi dicono “Hai ragione la Lega ci sta egemonizzando”, altri del Sud vengono a dirmi “Hai ragione cerca di convincerlo tu Berlusconi che oggi abbiamo preso tanti voti nel Sud, che le elezioni le abbiamo vinte per il voto meridionale, ma adesso i nodi vengono al pettine”. Nodi che voglio contribuire a sciogliere, non li voglio aggrovigliare. Ma voglio i luoghi in cui si discute voglio avere la possibilità di dire la mia. Voglio per esempio verificare se sul federalismo fiscale la pensiamo allo stesso modo. Non voglio aprire una querelle con Tremonti. Tremonti è stato ed è il migliore ministro possibile in questa fase, altrimenti ci ritrovavamo come la Grecia.
Ma in un’epoca di risorse scarse il federalismo fiscale è o una grande opportunità per responsabilizzare la classe dirigente o, senza alcune cautele, senza alcuni antidoti collegati a una cultura nazionale e a un senso di appartenenza, rischia di mettere a repentaglio la coesione sociale. I decreti attuativi che deve fare il governo sono estremamente pericolosi se vengono scritti senza avere come stella polare non accontentare Lega ma garantire l’interesse nazionale. Io non dirò mai che Bossi non è sensibile all’interesse nazionale, ma vorrei capire per il Pdl, che è anche il mio partito, i decreti attuativi del federalismo fiscale vanno fatti a ogni costo? Questa è la posizione della Lega. Io dico che vanno fatti, sì, ma compatibilmente con la disponibilità finanziaria e con i valori nazionali indiscutibili.
E quindi forse sarà il caso – ed ecco la proposta, perché non voglio fare un intervento sottolineando solo che cose che non vanno, ma teso anche a dare un’indicazione – di costruire subito non nel governo ma nel partito una commissione con i nostri governatori del Nord e del Centrosud? Perché con tutto il rispetto per due alleati quali Zaia e Cota la logica dei governatori del Nord, che vogliamo capire nel rapporto con i governatori del Sud, non la possiamo ascoltare dai ministri o dai governatori alleati. Quella logica la dobbiamo definire all’interno di una dinamica di partito. Abbiamo nel Pdl parlamentari che sanno di cosa si parla quando si parla di federalismo fiscale.
È provocatorio chiedere, e non in polemica con Tremonti, “Ma i costi li abbiamo previsti?”. Quando si ragionerà con la Lega dei costi del federalismo fiscale e su cosa significhi mettere le regioni del Sud nella condizione ideale, dal punto di vista teorico, del finanziamento che arriva non sulla spesa storica ma sulla spesa standard, abbiamo verificato cosa significa in termini di servizi? È compito certamente del ministro Fitto, ma è compito anche del partito. Allora credo che una commissione che lavori su una road map, sui costi, sui rischi del federalismo fiscale possa essere costituita subito. Ma c’è anche un’altra grande questione, l’ha detto Ignazio, per far capire se siamo davvero un grande partito nazionale, consapevole della importanza di alcuni valori. Ignazio ha ricordato che siamo alla vigilia del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, allora perché non c’è stata ancora alcuna proposta di partito. È malizioso dire le risorse sono troppo scarse? Quelle risorse sono scarse anche perché la Lega su queste questioni è disinteressata. Io non dico che Tremonti è leghista, io dico che Tremonti deve tener conto delle ragioni della coalizione. Quando si sente dire che le risorse vanno destinate ad altro magari non dispiace all’alleato. Quando la Padania, non Farefuturo, non il Secolo d’Italia, scrive, testualmente “Unità d’Italia? Ma che ci sarà mai da festeggiare” c’è un certo atteggiamento culturale.
Il Pdl ha il dovere di reagire o no? Io dico che un grande partito nazionale per il 150esimo dell’Unità le risorse le trova perché quando Bossi chiede le risorse per altre questioni le risorse si trovano. Allora non credo di essere io l’eretico se dico che così l’identità rischia di affievolirsi. Il tema dell’identità nazionale non è nostalgia e non voglio annoiarvi con banalità come quelle sul tifo alla nostra nazionale. È evidente che fra tre anni il giudizio complessivo sul governo sarà relativo a quello che è stato fatto per gestire la crisi economica, alle condizioni in cui si troveranno le famiglie e le imprese italiane.
Tra tre anni, quando si arriverà alla fine della legislatura, se non avremo fatto qualcosa di reale, di concreto oltre quello che abbiamo già fatto, non credo che basterà l’ottimismo. Berlusconi ha ragione quando parla di ottimismo, ma poi accanto all’ottimismo serve la realtà. Allora io non credo dire un’eresia se dico che il partito di maggioranza della coalizione, che esprime il presidente del Consiglio e un ottimo ministro dell’Economia, ha il dovere di riflettere su una cosa molto semplice: il programma elettorale è stato scritto in un’altra epoca, quando non c’era stata la crisi globale. Quel programma conteneva impegni che io non credo si possano mantenere al cento per cento da qui a 2013. Perché sarà molto difficile ridurre contemporaneamente il carico fiscale per le imprese e per le famiglie a invarianza di gettito e per giunta avviando quella rivoluzione che è il federalismo fiscale che, come sanno tutti, nella prima fase costa.
Allora è un’eresia chiedere che il Pdl convochi, per esempio, una sorta di stati generali dell’economia per fare il punto su ciò che è realistico fare da qui alla fine della legislatura e su ciò che prevedibilmente non sarà possibile realizzare. Ricordiamo il Fondo monetario di ieri che ha detto che il Pil è destinato a crescere meno del previsto, non me ne compiaccio, me ne addoloro, ma senza le risorse sarà difficile calare le tasse alle imprese e alle famiglie e quando arriverà la prossima campagna elettorale i cittadini ce ne chiederanno conto. Non bisogna ritenere che sia un’eresia quella di rimodulare il programma in base a ciò che si può fare. E discutere questo non solo fra di noi ma anche con chi ne capisce? E ancora non è forse arrivato il momento di dire magari una verità scomoda: che se vogliamo far stare meglio i nostri figli domani occorre chiedere sacrifici.
Abbiamo tre anni, se vogliamo portare interventi che davvero cambieranno la vita degli italiani. Dobbiamo fare ciò che è strategicamente giusto: ipotesi di riforme, non soltanto quelle istituzionali, ma quelle strutturali. Sacconi lo sa benissimo: occorre discutere di welfare delle opportunità, così come di interventi sul sistema previdenziale. È probabile che tutto ciò non sia immediatamente popolare, ma forse ti determina una quantità di risorse poi spendibile in altro. In questo modo questo potrà essere un partito che non solo aiuta l’azione di governo, ma lo indirizza anche verso altro.
Che senso ha, del resto, rimanere legati a un’epoca del 2008 e a un programma che risulta datato perché scritto prima della crisi internazionale? Tremonti stesso lo ha ribadito. Di tutte queste questioni credo che debba parlare il Pdl. Poi c’è l’altra grande questione, connessa al tema della legalità che vuol dire certamente andare fieri di quello che le forze dell’ordine fanno arrestando tanti criminali, di quel preciso e puntiglioso elenco di successi, ma c’è anche qualcosa di più. È indispensabile riformare la giustizia e combattere la politicizzazione di una parte della magistratura, non può in alcun modo mai significare, nemmeno dare la più lontana impressione che la riforma della giustizia che vuole fare il Pdl sia tesa a garantire sacche maggiori di impunità. So che non è così, ma qualche volta l’impressione c’è.
L’impressione ad esempio c’è quando poi si legge che quando si ipotizzava la prescrizione breve ci sarebbero stati 600mila processi cancellati dalla sera alla mattina, un’amnistia mascherata. Ma mi spieghi che significa tutela della legalità, riforma della giustizia, lotta alla magistratura politicizzata se poi passano questi messaggi? Questo è dibattito politico, questa è la diversità culturale. Non abbiamo intenzione di essere i bastian contrari, abbiamo però intenzione di cercare di tenere fede a dei valori in cui ci riconosciamo tutti. Infine l’ultima questione, perché ho parlato troppo, ma spero che quello che ho detto si sia capito non solo qui ma anche agli occhi dell’opinione pubblica, che è molto meno lontana di quello che può apparire.
L’ultima questione è quella delle riforme. Avevo preparato un’argomentazione, ma mi taccio perché Berlusconi ha iniziato con una novità politica di prima importanza quando ha detto che le riforme servono – mi permetto di dire che una riforma essenziale, Lega o non Lega, è il restyling del Titolo V, competenze dello Stato e competenze delle Regioni definite in maniera chiara, perché con le competenze condivise rischiamo un contenzioso enorme. Riforma del Parlamento, nuova forma del governo non ne parlo più perché fa testo quello che è stato detto dal presidente del Consiglio: le riforme le dobbiamo fare nel modo più condiviso possibile. Ma per farlo serve sapere almeno qual è la posizione di partenza del Pdl. Non voglio polemizzare con Calderoli pié veloce che porta al Quirinale la bozza. È un dettaglio, perché mi è stato detto “Quella è la bozza di Calderoli”. Ma sono eretico, sono bastian contrario se dico “Mi fate vedere bozza del Pdl, del mio partito, del partito che ho contribuito a fondare con tutti voi?”.
Possiamo discutere della riforma della Costituzione se non sappiamo nemmeno noi che cosa vogliamo se non per grandi titoli? Vogliamo tradurli in una proposta? Il compito del maggior partito della coalizione, che è nato con la volontà di cambiare l’Italia, è dare agli altri le bozze su cui si discute e non di prenderle e poi magari di discuterle dopo come se fossero delle cambiali che devono essere onorate. Ecco ho detto tutto e spero di aver dimostrato che la mia volontà non è di sabotare, ma di migliorare la qualità della politica del partito e quindi del governo, che è già meritevole di ampia approvazione. Abbiamo dato vita a un miracolo nella politica italiana, il Pdl.
Ora cerchiamo di discutere su come farlo funzionare. Oggi che non c’è più la logica del 70-30, Berlusconi farà quel che vuole, dal mio punto di vista deve prendere atto che qualcosa è cambiato, ma faccia lui, non mi interessa, perché una delle cose più stupide che è stata detta è stata quella relativa all’organigramma. Mi rimetto alle decisioni del presidente del mio partito, faccia quel che vuole, ma discutiamone. Anche qui non dico un’eresia e lo sapete. Questo è un partito che ha fatto grandi sforzi. Verdini è stato bravissimo, insieme a Bondi e La Russa, ma vi siete chiesti perché non in un piccolissimo comune ma in Sicilia convivono due partiti il Pdl e il Pdl Sicilia che non è guidato da un uomo di Fini che vuole sabotare.
No, è guidato da un uomo del governo Berlusconi, da Micciché. E in quella regione, che è una grande regione, è accaduto che per l’impossibilità di sciogliere i nodi politici è cambiata persino la maggioranza. Allora non pongo un problema reale quando dico “Vogliamo discutere delle modalità anche dell’organizzazione?”. Vogliamo discutere di cosa significa garantire degli spazi, ma non degli spazi di potere, degli spazi di dibattito e di confronto per chi porta delle idee? Possono anche non piacere, possono essere proposte da buttare, ma credo che prima di farlo, se c’è la volontà – e da parte nostra c’è – di contribuire a far crescere più sana, più forte la comune creatura, allora prima di buttarle quelle idee almeno vengano esaminate. ( Fonte: il Secolo d'Italia)

Redazioneonline in Osservatorio Nazionale - del 23/04/2010 -
(finanzainchiaro.it)

Lettera aperta della scrittrice albanese Elvira Done a Berlusconi

E-Mail che ricevo e pubblico volentieri:

La scrittrice albanese Elvira Dones ha scritto questa lettera aperta al premier Silvio Berlusconi in merito alla battuta del Cavaliere sulle "belle ragazze albanesi". In visita a Tirana, durante l'incontro con Berisha, il premier ha attaccato gli scafisti e ha chiesto più vigilanza all'Albania. Poi ha aggiunto: "Faremo eccezioni solo per chi porta belle ragazze".


Nata Femmina

" Egregio Signor Presidente del Consiglio, le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: "le belle ragazze albanesi". Mentre il premier del mio paese d'origine, Sali Berisha, confermava l'impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che "per chi porta belle ragazze possiamo fare un'eccezione". Io quelle "belle ragazze" le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A "Stella" i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E' solo allora - tre anni più tardi - che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio. Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel "puttana" sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell'uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l'utero. Sulle "belle ragazze" scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tv svizzera: andai in cerca di un'altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E' una storia lunga, Presidente... ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l'avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio. In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. In questi vent'anni di difficile transizione l'Albania s'è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L'Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci. Questa "battuta" mi sembra sia passata sottotono in questi giorni in cui infuria la polemica Bertolaso , ma si lega profondamente al pensiero e alle azioni di uomini come Berlusconi e company, pensieri e azioni in cui il rispetto per le donne é messo sotto i piedi ogni giorno, azioni che non sono meno criminali di quelli che sfruttano le ragazze albanesi, sono solo camuffate sotto gesti galanti o regali costosi mi vergogno profondamente e chiedo scusa anch'io a tutte le donne albanesi".


Merid Elvira Dones


giovedì 22 aprile 2010

Politicanti Dignitosamente Leccaculi

Estratto da una email recapitata a tutti i partecipanti alla Direzione Nazionale del Pdl in programma il 22 aprile: "... per cui si fa obbligo a tutti coloro i quali interverranno dal palco di sottolineare gli indiscutibili meriti dell'azione del Governo nella persona del suo Presidente, l'Immensamente Eterno Silvio Berlusconi, gemma della Nazione e fiore della Patria, e di dileggiare le posizioni in contrasto con il Pensiero Unico Sostanziale (PUS). Si ricorda che gli inosservanti a tali disposizioni non saranno più ricandidati alle future consultazioni elettorali..."

Oggi decido di farmi del male: siccome la strada è lunga da Modica a Lentini, e poi da Catania a Palermo, mi sintonizzo sulle frequenze di Radio Radicale, che trasmette la diretta della Direzione Nazionale del Pdl, il partito di governo cui fa capo il 73enne Silvio Yong Il.
E' tutto un susseguirsi di "Presidente di qua", "Presidente di là", "Grazie Presidente!", e bla bla bla vari., frammisti a leccate e salamelecchi degni di una nazione africana. Si susseguono a parlare vari membri del governo, che in maniera più o meno implicita e più o meno diretta, bacchettano il traditore Fini, reo di aver discusso in pubblico alcune questioni private, svilendo l'azione di governo, impegnata a traghettarci verso traguardi magnifici.
Lungi da me dare giudizi su Fini, che poteva accorgersi prima di che pasta fosse fatto Berlusconi, prima di diluire AN nel Pdl, ma non posso tacere sui bavosi commenti degli intervenuti: uno su tutti, quello della Moratti, che non ha avuto di meglio da dire che Berlusconi è grande perchè è simpatico.
Ma come tacere del senatore Gasparri, uno che se non fosse stato in politica a quest'ora lavorerebbe come guardiano notturno in un cantiere stradale, o del ministro Alfano, che se non fosse stato per l'incontro con Silvio oggi come oggi farebbe il segretario di qualche legale di pratiche fallimentari al Villaggio Mosè?
Un giorno ci vergogneremo di tutto questo...

Le Formiche Elettriche

TESTO INTEGRALE DELL´INTERVENTO DI GIANFRANCO FINI AL III CONGRESSO DI AN, 22 MARZO 2009

Care delegate e cari delegati del congresso nazionale di Alleanza nazionale, qualche giorno fa parlando con i giornalisti sono stato buon profeta, ma era una scommessa vinta in partenza: un po´ di emozione c´è. C´è nel riprendere la parola dopo dieci mesi dall´ultima volta per rivolgermi ancora al mio partito, a tutti quanti voi che rappresentate le centinaia di migliaia di iscritti di Alleanza nazionale, rivolgermi ancora per vostro tramite ai milioni di italiani che nel corso degli anni ci hanno dato tanta fiducia. C´è questa emozione, non soltanto per un naturale sentimento ma anche perché mi è ben chiaro che se colui che fu segretario del Movimento sociale italiano e poi presidente di Alleanza nazionale può oggi essere presentato a una platea con la qualifica di presidente della Camera dei deputati, la terza carica dello stato, è unicamente o in gran parte in ragione dell´impegno, della passione, della dedizione e del sacrificio di tutti coloro che per tanti e tanti anni hanno dato tutto senza chiedere assolutamente nulla. Se oggi i nostri dirigenti possono rivolgersi a voi e ai tanti vostri iscritti rivestendo incarichi istituzionali, se parlano da questo palco i ministri, il sindaco di Roma, donne e uomini che hanno sulle spalle rilevanti impegni istituzionali, diciamolo con sincerità, ricordiamolo con orgoglio e con umiltà: lo dobbiamo a una lunga e bella storia di impegno politico, nel senso più alto del termine. Ed è la ragione per la quale avverto innanzitutto il dovere di dire grazie a tutti coloro che per decenni interi, in ogni parte d´Italia, in momenti particolarmente aspri e difficili, hanno sempre tenuto la schiena diritta e hanno sempre avuto nel cuore un grande, grande amore per la propria terra, per la nostra Italia.
La forza di Alleanza Nazionale, la forza della destra è sempre stata in questo rapporto stretto che si è creato nel corso del tempo, che è cambiato, come è naturale che fosse, con l´evolvere della situazione nazionale, degli assetti sociali; ecco, lo dobbiamo ricordare, con umiltà senza arroganza, anche per rendere non soltanto doveroso ma sincero il tributo, in questo caso non di gratitudine, ma di sincera commozione verso coloro che non hanno vissuto i momenti belli, verso coloro che hanno chiuso gli occhi prima di vedere la destra vincente, verso coloro che per una vita intera hanno sperato che questo desiderio potesse diventare realtà. Non è retorica, è consapevolezza. E coloro che hanno parlato ieri e oggi, non a caso hanno voluto rendere omaggio ai nostri caduti e contemporaneamente alla lungimiranza dei nostri maestri politici. Dobbiamo ricordarle queste cose, dobbiamo ricordarle oggi che, diciamolo con nettezza e sincerità, si chiude una fase, una lunga fase della storia della destra politica del dopoguerra. Oggi che nell´album, bello, dei ricordi va anche un simbolo che ha animato, in alcuni casi per interi decenni, la passione politica di tanta, tanta, tanta brava gente. Ricordiamocelo oggi con orgoglio e al tempo stesso con umiltà, che non sono due parole in contrapposizione tra di loro: l´orgoglio di chi sa che se oggi può parlare a voi come presidente, come sindaco di Roma o come ministro della repubblica, se oggi si compie questo atto così solenne e significativo non è non è stato in ragione di un regalo di qualcuno. Non c´è stato nessuno sdoganamento, che è parola che non mi piace e non mi è mai piaciuta perché è relativa alle merci; non si sdoganano le idee. Le idee o si affermano o non sono in grado di vincere la loro battaglia. E, lo possiamo dire, abbiamo avuto in questi lunghi anni la capacità di affermare quelle idee. Con umiltà, senza nessuna arroganza. Non c´è stato regalo, non c´è stata la grazia ricevuta, non c´è stato sdoganamento. C´è stata tanta, tanta tanta strada faticosamente percorsa. Non ci può essere arroganza, ci deve essere umiltà. Perché dobbiamo certamente gratitudine ai nostri elettori e, come cercherò di dimostrare nel corso del mio intervento, dobbiamo gratitudine ai nostri alleati in questi ultimi quindici anni. Dobbiamo ricordarlo oggi, con umiltà e con lungimiranza, con intelligenza politica, oggi che ci accingiamo a un passo che non è soltanto solenne, impegnativo, importante per la nostra storia. Oggi possiamo dire di accingerci a un passo che è importante per la storia dell´Italia.
È già capitato, nel passato anche recente, che la nostra comunità politica dimostrasse la maturità, la consapevolezza, la capacità per cogliere un particolare momento storico. È accaduto in modo particolare nel 1994 quando lo "spappolamento" della prima repubblica mise finalmente la destra italiana in grado di raccogliere il consenso. È stato detto ed è vero che molta della storia di Alleanza Nazionale nasce nel momento in cui le candidature di esponenti del Movimento sociale italiano nelle elezioni comunali di Roma e di Napoli raggiunsero consensi inimmaginabili. Quello fu un momento in cui la destra fu capace di cogliere un momento storico. Questo è un momento diverso e per certi aspetti più importante.Oggi siamo chiamati non a cogliere un momento ma a costruirlo. Oggi non prendiamo un´occasione, non abbiamo il tempismo di una scelta, oggi compiamo una strategia, oggi mettiamo una pietra e decidiamo, noi, coscientemente di farlo, nessuno ci costringe, di mettere una pietra in quello che è un atto che certamente ha rilevanza storica non solo per noi, non solo per la nostra storia, non solo per la nostra gente, ma per la nostra patria. Dobbiamo esserne coscienti.
E, proprio perché, come scrivemmo in un fortunato slogan di un altro congresso, siamo, siete, gente con l´anima, gente con la passione, gente con il desiderio di impegnarsi nelle cose in cui crede, è stato giusto dar vita non solo a questo bel congresso ma a tutte le assemblee che hanno preceduto il congresso, da quello della più piccola sezione a quella di tutte le nostre federazioni. Ed è stato giusto che in quelle assemblee, in questa assemblea, risuonassero anche i dubbi, fosse posto alla classe dirigente il quesito circa la bontà della scelta che ci accingiamo a compiere e al tempo stesso le ragioni della medesima.
È stato detto da più parti: dove andiamo? Perché ci andiamo? E credo che la risposta per certi aspetti sia quanto di più doveroso e necessario per chi ha avuto la responsabilità di guidarvi, ma che al tempo stesso sa che la risposta non è facile. Vedete, a questo quesito non retorico hanno per certi aspetti risposto innanzitutto coloro che il congresso lo hanno aperto. Lo ha fatto certamente Ignazio La Russa che ringrazio non solo per la relazione ma anche per l´impegno con cui ha retto le sorti di Alleanza nazionale in questi ultimi dieci mesi. So di aver dato a Ignazio un compito non facile per tante ragioni, ma sapevo anche di affidare il timone del partito in mani salde. Lo ha fatto, per certi aspetti in modo ancor più significativo prima di lui Franco Servello, un uomo che come Mirko Tremaglia è la continuità di una storia. Che cosa hanno detto, Franco Servello, Ignazio La Russa e Mirko Tremaglia con quel commovente ricordo di Marzio? Che la stella polare del lunghissimo cammino della destra politica italiana, da quando nasce il Movimento sociale italiano che raccolse la generazione che non si è arresa fino ad oggi, che la stella polare è sempre stata una e una sola: l´amore per l´Italia, l´amore per la terra dei padri, l´amore per la patria, il voler privilegiare alla fazione la nazione, il voler anteporre a un interesse particolare, un interesse generale. Sarebbe retorico e sarebbe storicamente inesatto se io dicessi, "è sempre stato così". Sessant´anni di storia sono stati anni in cui ci sono stati luci e ombre, anche nella destra italiana. Ma non c´è dubbio che la stella polare era quella, amici miei, chi era a Fiuggi ha ben evidente e ben chiaro che nell´ambito di quella strategia si mise quindici anni fa il primo anello di una lunga catena. Quando a Fiuggi decidemmo di uscire dalla casa del padre con le lacrime, con tutti i dolori che comporta un frattura, quando in quell´occasione dicemmo con la certezza che non vi faremmo mai più ritorno. E lo voglio dire oggi: lo facemmo con convinzione. Erano in tanti, tra gli osservatori, coloro che si chiedevano: ma lo fanno con convinzione? Lo fanno perché sanno che può essere utile in termini di consenso o lo fanno perché sono convinti della bontà di alcune decisioni e anche di alcuni giudizi molto netti? Oggi posso dirlo a nome di tutti: lo facemmo perché eravamo convinti. E abbiamo dimostrato quella convinzione nei momenti più difficili, nei momenti in cui ci sono state le polemiche, nei momenti in cui avevamo perso le elezioni, nel momento in cui amici che erano stati con noi hanno fatto un´altra scelta e se non sono andati. Non siamo tornati indietro. Quell´anello è un anello di una lunga catena. Ed è un anello che ha rappresentato innanzitutto la conferma di una scelta: considerare il partito unicamente uno strumento, non un valore in sé. Un partito, lo ha detto molto bene Servello, non è mai un valore. Un partito è un mezzo, uno strumento, è un modo attraverso il quale si cerca di raggiungere un obbiettivo. L´obiettivo era, fin dal primo momento, l´amore per la nostra terra, la pacificazione nazionale, una maggiore coesione sociale, un ritrovato prestigio internazionale dell´Italia. Il partito derubricato a strumento. Il partito inteso non come valore in sé ma come mezzo per raggiungere un fine. E se questo era ed è, allora il partito non poteva vivere di ideologie.
Fiuggi ha rappresentato la nascita della destra post-ideologica. Di una destra che, rifiutando l´ideologia, in qualche modo condannava al passato e giudicava negativamente ciò che nel passato aveva rappresentato il tasso ideologico della destra politica. A Fiuggi non abbiamo fatto i conti con la nostalgia. A Fiuggi abbiamo fatto i conti con lo stato etico, che non appartiene a una democrazia, abbiamo fatto i conti con una concezione dell´economia di tipo corporativo che non appartiene ai tempi moderni, abbiamo archiviato una fase e abbiamo affermato la nostra volontà non di preservare delle memoria, compito quanto nobile quanto limitato a una stagione politica. Abbiamo affermato la nostra volontà di cominciare a costruire il futuro. E lo abbiamo fatto dicendo con chiarezza che non ci poteva essere da parte dei nostri militanti alcuna presunzione di superiorità morale nei confronto degli altri. Fiuggi ha rappresentato un punto di svolta non solo perché abbiamo fatto i conti col passato. Proprio perché abbiamo ribadito che la libertà è il primo valore dell´uomo, che la democrazia è il primo valore delle istituzioni, non abbiamo esitato successivamente a onorare con i fatti, con parole nette, parole di condanna nei confronti della storia italiana tra le due guerre. Ma insieme a quell´atto abbiamo bandito il concetto di superiorità. Non siamo superiori agli altri, non ci sono i nemici. Ci sono gli avversari. Compito della destra è stato da quel momento quello di dar corso a una politica finalizzata a costruire un presente migliore in vista di un futuro che lo fosse ancor di più. Abbiamo archiviato la lunga fase della cosiddetta "alternativa al sistema" e abbiamo iniziato a dar vita a un´azione politica volta all´ammodernamento del sistema italiano. Dalla logica del nemico alla logica dell´avversario. Così come disse, fra i tanti, con lucidità maggiore rispetto a quella di tutti gli altri, colui che è certamente uno dei padri della destra italiana negli ultimi quindici anni: Pinuccio Tatarella. Il nemico è colui che o sconfiggi o ti sconfigge. L´avversario lo puoi battere o ti può battere, ma il giorno dopo continua la competizione. Ci sono dei valori condivisi. Fiuggi non è soltanto la fine delle ideologie, la fine del nostalgismo. Fiuggi è una fase in cui si passa da un´alternativa a un sistema dei partiti, basata su una presunta quanto inesistente superiorità di tipo morale della destra a una fase in cui si cerca di costruire una democrazia dell´alternanza, un sistema bipolare. È la fase in cui si inizia a parlare di una destra che doveva dimostrare di avere cultura di governo anche quando gli elettori democraticamente gli assegnavano il ruolo dell´opposizione. E proprio perché credo che sia un dovere quello dell´onesta al termine di una stagione nello stesso momento in cui si chiude una fase e se ne apre un´altra, non ho alcuna esitazione a dire che non sempre siamo stati sempre all´altezza di quel compito così alto di cultura di governo, perché in alcuni casi non tutti fra di noi avevano ben chiaro che la cultura di governo non significa cultura di potere, non significa concepire il partito come strumento per occupazione dei posti di potere o di sottopotere. E lo voglio dire in assoluta schiettezza: quando leggo - e ringrazio tutti i giornalisti, coloro che hanno scritto commenti condivisibili, coloro che hanno scritto commenti negativi, sempre con onestà intellettuale - che An, secondo qualcuno, non dovrebbe essere sciolta perché verrebbe meno il potere per condizionare alcune scelte e magari piazzare i propri uomini in questo o quel consiglio di amministrazione, bè lasciatemi dire che se fosse così allora dovremmo scioglierla davvero. Perché Alleanza nazionale non doveva essere un partito di potere ma un partito con cultura di governo. Che è cosa del tutto diversa. Ci sono state le luci e le ombre. Non c´era la superiorità morale. C´è stata forse, in alcuni momenti, una maggiore predisposizione per una cultura di potere. Ma non c´è dubbio che fu a Fiuggi che gettammo il primo seme di quello che, successivamente, è divenuto il Popolo della libertà. Il primo seme proprio perché chiamava a raccolta tutti gli italiani in una logica post-ideologica, in una logica finalizzata alla costruzione del futuro, in una logica più moderna, più europea di una democrazia dell´alternanza. Sono stati quindici anni con alti e bassi, come è naturale. Dobbiamo però essere orgogliosi perché sono stati quindici anni di linea politica in qualche modo strategicamente orientata verso uno solo obiettivo. In questi anni il tatticismo ha prevalso nella politica italiana. Qualche volta, diciamolo, anche noi abbiamo fatto il peccato di privilegiare la tattica alla strategia, ma si è trattato di piccoli peccati lungo un percorso che al contrario è stato lineare. La strategia a Fiuggi è stata quella di far nascere l´alleanza nazionale, l´alleanza tra gli italiani e, oggi, si compie quel percorso. Quindici anni di coerenza strategica, quindici anni in cui abbiamo privilegiato alleanze rispetto a spinte isolazionistiche e identitarie, quindici anni in cui abbiamo perseguito l´obiettivo attraverso il sostegno a tutte quelle iniziative, a partire dalle iniziative referendarie, volte a rendere irreversibile il sistema bipolare e più solida una democrazia dell´alternanza, quindici anni di alleanza con gli amici di Forza Italia, quindici anni di sostegno a tutte le iniziative volte a consegnare al passato la partitocrazia, il proliferare degli schieramenti più o meno identitari, i reduci dell´armamentario ideologico del secolo scorso per costruire un´Italia nuova. Quindici anni, e ha fatto bene a ricordarlo Ignazio La Russa, di alleanza con Berlusconi e Forza Italia nella buona e nella cattiva sorte. Ma sempre comunque un´alleanza consolidata: perché Berlusconi ha rappresentato, lo ha detto bene Alemanno, colui che ha messo in moto una politica che rischiava di impantanarsi, ha rappresentato le speranze e in alcuni casi le paure degli italiani. Ha rappresentato tutt´altro che una meteora, tutt´altro che il leader di un partito di plastica, tutt´altro che un approccio incomprensibile agli occhi degli italiani, perché il tempo è galantuomo, perché in democrazia sono gli elettori che danno e tolgono le patenti. Forza Italia ha rappresentato una novità nel panorama politico italiano e proprio perché era una novità che non aveva le sue radici nel passato ma in qualche modo, proprio in ragione di non avere un passato ideologico, cercava di gestire il presente e di costruire in ragione delle proprie capacità il futuro, era più che naturale che Alleanza nazionale nel corso di questi quindici anni desse vita a un´alleanza strategica col partito di Berlusconi.
Abbiamo avuto momenti difficili, abbiamo avuto gli alti e i bassi ma, nell´arco di questo quindicennio che ha cambiato la storia italiana, non è mai accaduto che tra noi e il partito di Berlusconi ci fosse il momento della rottura insanabile. È capitato con altri. Alcuni questa rottura non l´hanno ancora ricucita, altri questa rottura l´hanno metabolizzata e si è tornati a un´alleanza. È certo comunque che tra la destra italiana e il partito fondato da Berlusconi c´è stato un lungo cammino fatto di incomprensioni, fatto di polemiche, fatto di asperità ma fatto anche di un lungo filo conduttore: cercare di costruire un´Italia che fosse diversa, che fosse migliore , che non avesse l´occhio proiettato verso il passato, che non avesse nostalgia di un centro in cui ogni mediazione è capace, non tanto di guidare la politica, quanto di ammorbidirne le asperità. Un´alleanza che che era finalizzata un progetto per il nuovo secolo. E oggi, dando vita al Pdl o vita al Pdl si compie l´ultimo anello di questa lunga strategia. Perché oggi, a mio parere, le condizioni ci sono? Innanzitutto perché questi quindici anni hanno reso possibile un´alleanza, non soltanto tra le classi dirigenti, che per certi aspetti è l´alleanza meno solida; in questi quindici anni è emersa un´alleanza di base tra gli elettori. È emersa un´alleanza fondata su valori condivisi. Il Pdl è nato secondo qualcuno il due dicembre, secondo altri il tredici di aprile nelle urne: che sia nato comunque nelle urne o nelle piazze poco importa, certo è che ha avuto una lunga fase di gestazione e preparazione durata quindici anni. Il Popolo della libertà non è nato a San Babila col cosiddetto discorso del Predellino. In quel momento Berlusconi ha avuto la capacità, nella fase più acuta dello scontro con Alleanza nazionale, di rilanciare. Lo ha rilanciato forse quando nessuno ci credeva più. Ma non c´è ombra di dubbio che questa unione tra la nostra gente e gli elettori di Forza Italia si era consolidata nel corso di un quindicennio.
E perché dico un´alleanza basata su valori condivisi? Perché questa è, a mio modo di vedere, la grande differenza che esiste tra il Popolo della libertà e l´altro soggetto politico, il Partito democratico, che ha anticipato un bipolarismo più compiuto attraverso l´incontro, l´unione di storie politiche. È stato detto il Partito democratico ha dato vita a una fusione fredda. Il Popolo della libertà sarà capace di dare vita a una fusione più calda, basata su condivisioni di valori? Il quesito è lecito ma la risposta è per certi versi facile, scontata. Perché oggi Il Pdl può guardare con fiducia a questa alleanza che oggi giunge all´ultimo atto, quello più simbolico, quello che maggiormente coinvolge le emozioni, ma è naturale si si ha ben chiaro quello che è successo in questi ultimi quindici anni. Perché i valori di riferimento ci sono e sono i medesimi. E sono i valori del Partito popolare europeo. Quale è stata la cifra politica della difficoltà del Partito democratico? Non è stata soltanto la questione di una leadership non accettata da tutti, pur avendo avuto Walter Veltroni una larga investitura popolare, le primarie. La cifra politica della difficoltà del Partito democratico è stata nella sua collocazione europea. Nell´impossibilità di dire in quale grande famiglia europea si andava a collocare il nuovo partito che nasceva dall´incontro non sufficientemente metabolizzato tra cultura politiche che in Italia erano state non soltanto diverse fra di loro ma in alcuni case alternative. Vedremo se l´on. Franceschini o la nuova fase dirigente scioglierà questo nodo che è il nodo politico per eccellenza. Perché nel momento stesso in cui la politica italiana è sempre più europea, nello stesso momento in cui le sfide vengono sempre di più fuori dai confini nazionali, non si può essere credibili in patria se si dice "abbiamo dato vita a un grande nuovo partito", e poi essere incerti nella collocazione a Bruxelles nell´ambito delle grandi famiglie europee. Non esiste in Europa una terza via tra Partito socialista europeo e Partito popolare europeo.Era l´illusione del Pd che si basava sull´incapacità di spiegare chiaramente quali erano i valori di riferimento, noi questa difficoltà non ce l´abbiamo. Possiamo avere la difficoltà nella fusione degli organigrammi, possiamo avere la difficoltà in questa o in quella federazione, possiamo avere la difficoltà nella sottolineatura o meno di alcuni argomenti di priorità politica, ma non c´è ombra di dubbio che non abbiamo la difficoltà nell´indicare quelli che sono i valori di riferimento del Pdl. Sono i valori di riferimento del Popolo delle libertà, sono i valori di riferimento del Partito popolare europeo e sono i valori di riferimento capaci di dare una risposta a quelle ansie che non soltanto la società italiana ha, ma alle ansie dell´Europa, alle ansie dell´Occidente.
Perché oggi ci sono le condizioni per questa nuova, grande, avventura? Perché la crisi della sinistra italiana non è tanto crisi di consenso, il consenso va e viene, è a mio modo di vedere una crisi di idee. Perché a fronte di quelle che sono le nuove sfide che il futuro presenta alla porta dei popoli è l´armamentario, il bagaglio culturtale della sinistra che oggi mostra la corda. Vi siete resi conto amici miei che negli ultimi 15 anni non perché è nata Fiuggi, non perché è nata Forza Italia, ma anche per An e FI, negli ultimi 15 anni è scomparso dal lessico dei giornalisti, dal lessico dei politici quell´espressione "egemonia culturale della sinistra" che dai tempi di Gramsci in poi aveva rappresentato l´assicurazione per la sinistra italiana della possibilità di avere il consenso? La sinistra italiana oggi è in crisi di idee, non è in crisi di organizzazione. Franceschini fa bene a dire, come ha detto ieri, che hanno un grande partito di sei-settemila circoli. Ma il problema di una grande forza politica, in un´epoca bipolare, con le sfide che oggi sono sulle spalle dell´Occidente, non è soltanto nell´organizzazione, è nelle idee. Ecco perché dobbiamo essere ottimisti sul nostro futuro.Perché se si va a scavare un po´ in quelli che sono i valori del partito popolare europeo, che poi dovremo declinare ovviamente secondo la nostra tradizione nazionale, allora bè forse si ha la risposta a quella che è la crisi dell´Occidente, l´ansia dell´Occidente.
Quali sono questi valori? Certamente la consapevolezza del primato della dignità della persona. È il valore principale che va garantito e tutelato da un´azione politica. Non è l´autorità dello Stato, è la dignità della persona. E se il valore cui orientare una politica è quello è di tutta evidenza che lo Stato non può limitare la libertà. Lo Stato deve per certi aspetti esaltare la libertà, lo Stato deve garantire a tutti l´esercizio delle libertà. È una concezione di tipo culturale che ha delle conseguenze quando si affrontano i temi connessi alla sicurezza, connessi alla legalità. La vecchia iconografia della destra legge e ordine oggi va declinata in modo diverso se si è davvero convinti che quello che vogliamo non è l´ordine delle caserme, non è l´ordine imposto contro la libertà, ma è al contrario quell´ordine intimo che c´è in una società coesa laddove è difesa e in qualche modo incrementata la dignità della persona umana, la dignità della persona umana quale che sia il colore della pelle, quale che sia il Dio in cui credi, quale che sia il ruolo sociale. Il primato della dignità della persona. Quella concezione che c´è nel Partito popolare europeo e che stenta ad affermarsi nel Pd o nel Partito socialista europeo, relativa alla necessità di dar vita a un´azione tra i vari organismi istituzionali e i vari corpi sociali che sia improntata a quel principio di sussidiarietà che non è soltanto la sussidiarietà di tipo verticale, è quella sussidiarietà di tipo orizzontale di cui c´è assoluta necessità oggi che lo Stato non è più il Moloch del secolo scorso. Ed è attorno a questi valori e ad altri che si deve poi configurare l´azione di un partito, il Pdl, capace di rispondere ai problemi di oggi.
L´altra grande questione, quel valore che è ben chiaro nel manifesto del Ppe, quella sintesi culturale che già a Fiuggi vedemmo prima di altri, quel messaggio attraverso il quale si deve affermare un´economia sociale di mercato che è la sintesi di alcune tradizioni culturali del secolo scorso che non sono cadute in disuso perché continuano a mantenere una loro intima vitalità. Oggi cos´è che manda in crisi molti degli analisti legati agli schemi del passato? È la dimensione della crisi, è la natura della crisi. La crisi dell´economia oggi deriva innanzitutto dal baricentro che negli ultimi tempi il mercato aveva spostato sul dato finanziario. La finanziarizzazione dell´economia ha creato la crisi. Il che sta a significare che se si vuol dare innanzitutto un messaggio non soltanto di speranza ma indicare una via d´uscita dall´attuale crisi, bisogna riportare il baricentro dell´economia a quella che è la produzione reale di ricchezza. L´economia non si può basare esclusivamente sulla finanza perché nello stesso momento in cui lo fa può determinare immediati e facili arricchimenti e altrettanti immediati e facili impoverimenti. Ma non soltanto arricchimenti per pochi, impoverimenti per popoli interi.
E quella ipotesi di economia in cui il mercato sia certamente luogo preposto a sviluppare ricchezza ma sia in qualche modo temperato dall´azione regolatrice delle istituzioni, in quella dimensione sociale che è il fulcro culturale del Ppe, rappresenta non soltanto la risposta che va fornita anche in Italia e in buona parte dell´Europa, rappresenta certamente una risposta che è in piena sintonia con i valori tradizionali della destra italiana e con i valori tradizionali di buona parte delle forze politiche italiane che confluiscono e che danno vita al Pdl. E, sempre nell´ambito di queste risposte a quesiti che non sono quesiti di poco conto, il valore rappresentato nell´ambito del Ppe dalla laicità delle istituzioni. Quel Ppe che da tempo non è più un´internazionale di tipo democratico-cristiano. Laicità delle istituzioni che non può significare in alcun modo negare il magistero della Chiesa, men che meno la dimensione che per definire un´identità di popolo ha l´aspetto religioso. La laicità delle istituzioni significa - perché è un pilastro della nostra cultura occidentale da almeno due secoli - netta separazione, non soltanto come ha detto giustamente ieri Berlusconi "nessun tipo di collateralismo", ma soprattutto affermazione chiara ed esplicita circa il confine che deve separare la sfera privata rispetto a quella religiosa. Perché uno Stato è autenticamente laico nello stesso momento in cui riconosce il valore della religione ma colloca il valore della religione all´interno di scelte che sono di tipo individuale e personale, non possono essere scelte di tipo collettivo.
Ecco perché, potremmo citare altri esempi, il Pdl non può che essere, come hanno detto Matteoli e Gasparri, un partito culturalmente plurale. Lasciatemi dire che non deve e non può essere un partito di destra, deve essere un partito in cui certi valori della destra sono il lievito, sono il valore aggiunto, sono l´elemento che è capace di produrre una sintesi politica e di far fare un salto in avanti alla capacità del partito, non soltanto di immaginare il futuro dell´Italia, ma di costruirlo. Un contenitore ampio, arioso, plurale, inclusivo, interclassista, aperto, certamente unitario. Unitario però non può significare "a pensiero unico", perché c´è una contraddizione in termini tra popolo della libertà e pensiero unico. Unitario ma con la pluralità delle opinioni. Un partito certamente democratico, un partito in cui vi siano regole - e lo statuto che Ignazio La Russa ha letto dà queste garanzie - ma altrettanto certamente che mai e poi mai dovrà pensarsi e organizzarsi secondo la degenerazione della democrazia che è la correntocrazia. Lo voglio dire a tutti coloro che entreranno nel Pdl: nessuno pensi all´interno del Pdl di costituire la corrente di An. Perché se questo dovesse essere l´obiettivo, amici miei, valeva la pena allora consumare questo momento? Non era forse più utile e opportuno - se si pensa di poter incidere e determinare quelche cosa in termine di logica di gestione del potere - tenersi un partito, uno strumento del dieci o dodici per cento? Il Pdl non può e non deve avere le correnti organizzate, deve avere un sano confronto di idee e opinioni, di soluzioni dei problemi di oggi e ancor più dei problemi di domani. Un partito quindi democratico ma non organizzato in correnti, unitario ma non a pensiero unico, un partito che si può configurare così proprio perché ha una leadership forte, riconosciuta.
Credo che ci sia stato un eccesso di stucchevolezza nel dibattito che ci ha fin qui accompagnati - il leader è uno, i leader sono due, cosa fa Fini - amici miei il Pdl ha un leader che si chiama Berlusconi. È di tutta evidenza. Dopo di che Berlusconi sa che una leadership forte e riconosciuta non può in alcun caso essere il culto della personalità. Perché un conto è essere leader, un conto è pensare che soltanto chi è leader possa dare un contributo di idee, di impegno, di soluzioni politiche, di orientamenti di sintesi. Dopo di che l´ho detto e lo confermo: i leader non si battezzano, i leader non si creano a tavolino, i leader nascono nello stesso momento in cui ci sono le condizioni politiche e ci sono le capacità di chi ambisce a guidare una comunità. Il problema di An e del Pdl non può essere quello della leadership. Il problema semmai deve essere di garantire che il Pdl sia non il partito di una persona ma il partito di una nazione. Che il Pdl sia la capacità di dare le risposte e di individuare un progetto per l´Italia.
Perché dobbiamo farlo il Pdl? perché noi dobbiamo immaginare l´Italia fra dieci o quindici anni. E siccome siamo forza di governo, dobbiamo cominciare a costruirla. Come si fa? Altro che testimonianza delle memorie del passato. Vuol dire essere coscienti dei problemi che il paese ha. Vuol dire ad esempio chiedersi quale forma istituzionale debba avere. Mi auguro che questa legislatura sia una legislatura costituente perché l´Italia rischia di avere il passo ancor più lento rispetto a quello di altri paesi europei se non dà vita a una riforma del suo assetto costituzionale che consenta di superare una bella immagine del Censis di qualche anno fa. Secondo quei ricercatori l´Italia assomigliava a un calabrone, cioè riusciva a volare quasi vincendo le leggi della fisica, sembrava impossibile e pur si alzava da terra. Poi per un certo periodo di tempo una sorta di crisalide, di eterna transizione. Il Pdl se vuole immaginare l´Italia di domani e cominciare a costruirla deve farla uscire quella farfalla che c´è nella crisalide. Abbiamo un sistema istituzionale che è superato e non lo si può superare soltanto in un passo dimenticando l´intima coerenza di un sistema. È necessario che ci sia in questa legislatura non tanto una ripartenza sul tema delle riforme istituzionali ma che ci sia consapevolezza che tanto più è necessario affidare a chi è il capo dell´esecutivo scelto democraticamente e liberamente dagli elettori il diritto dovere di governare, tanto più è doveroso affermare per il Parlamento il ruolo di controllare. Il presidenzialismo rimane un punto di approdo indispensabile per un´Italia moderna ma il presidenzialismo non può essere un Parlamento che viene messo in un angolo e al quale si chide di non disturbare il manovratore. Il Parlamento deve tornare ad essere il luogo del controllo. Magari meno leggi in Parlamento, ma più potere di controllo, più potere di indirizzo, perché così funzionano davvero le democrazie che sono orientate nella funzione presidenzialista o semi-presidenziale. Negli Stati uniti, l´inquilino della Casa Bianca è il capo dell´esecutivo più potente del mondo, ma al tempo stesso c´è un Congresso che ha un ruolo centrale, un ruolo di controllo, un ruolo di indirizzo.
Una riforma istituzionale è indispensabile per un´Italia più moderna. È indispensabile perché ci sia, dopo il federalismo attuato a livello fiscale, a livello di amministrazioni, un federalismo di tipo istituzionale. Ma che cosa aspetta il Pdl a intavolare nel Parlamento e nel paese una discussione anche con l´opposizione su una politica di riforma istituzionale che rafforzi entrambi i poteri, esecutivo e legislativo? Che cosa aspetta il Parlamento a decretare la fine del bipolarismo perfetto? Non ce li possiamo permettere due rami del Parlamento con identiche funzioni e identici poteri. Il problema non è solamente quello dei regolamenti parlamentari che son datati, è che il tempo per varare una legge è mediamente il doppio rispetto a quello degli altri paesi, per tutti quei meccanismo che fanno sì che se una legge viene modificata di una sola virgola deve tornare nell´altro ramo. E allora una Camera che dà la fiducia, una Camera che ha un grande potere di controllo e di indirizzo e l´altra che rappresenti il territorio, le autonomie, le regioni, che rappresenti quel federalismo diffuso che c´è. Una forma istituzionale nuova. L´Italia tra quindici anni va pensata anche nel suo ruolo internazionale nel suo ruolo euro-mediterraneo, perché quello è il destino italiano nell´ambito di una politica europea che negli ultimi tempi - forse non poteva essere altrimenti vista l´Unione a ventisette e viste le difficoltà dell´Unione in assenza del trattato di Lisbona - sembra aver perso la coscienza che il Mediterraneo è il cuore di buona parte della cultura occidentale, è il cuore di tutti quelli che possono essere i momenti di confronto e, Dio non voglia, di scontro con altre civiltà.
Pensare un´idea dell´Italia nel Mediterraneo e pensare al tempo stesso per i prossimi dieci anni quale sarà il livello di coesione Nord-Sud. La questione del nostro Meridione non può scomparire dal dibattito politico. E lo voglio dire a scanso di equivoci: il pericolo non è il federalismo. Anzi, per certi aspetti il federalismo fiscale rappresenta un´opportunità di responsabilizzazione della classe dirigente meridionale. Forse, se ben attuato, il federalismo sarà proprio il grimaldello che farà saltare alcune logiche clientelari, alcune logiche para-mafiose. Ma il problema del nostro Sud è nella debolezza dello Stato. Perché non c´è ombra di dubbio che la competizione Nord-Sud, la competizione nel Mediterraneo, può vedere un Meridione protagonista soltanto se lo Stato è presente. Per quel che riguarda la realizzazione delle infrastrutture e per quel che riguarda la garanzia della legalità. Io vorrei che il Pdl che costruiamo insieme sia presente in occasione di quelle grandi manifestazioni che di tanto in tanto si svolgono nel Meridione come è accaduto ieri a Napoli nel nome della legalità e nel nome della lotta alle mafie. Perché non è prerogativa di una parte, perché è stolto pensare che possa essere soltanto una parte a innalzare quelle bandiere, perché il nostro Meridione e la coesione sociale dell´Italia sarà garantita soltanto se lo Stato nel Sud ci sarà con assoluta certezza per quanto riguarda quel gap infrastrutturale che deve essere rimosso. E con assoluta fermezza per quel che riguarda la legalità. E ancora pensare un progetto per l´Italia del futuro nella sua forma istituzionale, nella sua collocazione nel Mediterraneo, in quella coesione nazionale che deve ridare al Meridione un protagonismo positivo, pensata nei suoi assetti economici perché la crisi c´è, perché nessuno sa che cosa c´è dinanzi a noi. Perché fermo restando il confronto doveroso tra maggioranza e opposizione io credo che il Pdl debba porsi il problema di come tradurre il nuovo patto che non è soltanto il patto nord sud è il patto tra categorie, è il patto tra generazioni. Perché l´Italia o si salva tutta intera dalla crisi o rischia di non salvarsi. E io credo che si debba riprendere quella ipotesi che ho lanciato in altre occasioni, in un´altra veste, allora parlando come presidente della Camera. Il governo fa bene a fare le sue scelte e l´opposizione ovviamente le contesta e in qualche modo contrappone altre ipotesi, altre idee, ma se siamo davvero coscienti della portata della crisi, non escludiamo di dar vita a quegli stati generali dell´economia, a quel confronto tra parti sociali, imprenditori, territorio dal quale forse può uscire una visione condivisa e per certi aspetti una soluzione positiva di una crisi che non riguarda questo o quell´aspetto della società ma che è di tutta la nostra società.
E allora si tratta di un grande compito, immaginare l´Italia tra quindici anni e cominciare a costruirla. Un grande compito per un grande movimento politico, un grande movimento politico di popolo che certamente c´è, la percentuale di consenso è altissima, ma anche un movimento politico di idee, di proposte, di sintesi. E questa è la sfida. Non portare la nostra identità, non portare la nostra bandiera, ma portare la nostra capacità di leggere la società italiana e di individuare ciò che è necessario per dare una risposta ai problemi.
Sarebbe una dimostrazione di enorme miopia pensare al Popolo della libertà soltanto con l´ottica della fusione di organigrammi. Anche a costo di apparire presuntuoso, di farmi sfottere dai giornalisti domani, lasciatemi citare De Gaulle: «La politique d´abord, l´intendence suivra». Come saranno organizzate le federazioni o come sarà organizzato il nuovo partito è certamente importante, ma non può essere l´oggetto dell´attenzione, della preoccupazione, e men che meno la ragione per la quale si va convintamente nel Pdl. Perché la questione è innanzitutto quale progetto per l´Italia di domani, quali idee, quali politiche, quali sintesi, quali provocazioni se si vuole. Ci dobbiamo mettere tutti in discussione, a partire da me. Sono cosciente, accetto la sfida. Tutti in discussione. Per qualcuno verranno meno le rendite di posizione, per qualche altro si apriranno delle opportunità forse inaspettate, positive, ma la sfida va affrontata. Siamo coscienti. Non dobbiamo aver paura nemmeno che questa alleanza, questo incontro, questo fatto storico possa in qualche modo annacquare l´identità, farcela perdere. C´è stato una sorta di mantra autoconsolatorio, che ho sentito tante volte. È giusto che sia così, ma attenzione - amici miei - alcune perplessità c´erano anche a Fiuggi. Qualcuno se ne andò addirittura, perché pensava fosse impossibile mantenere una identità dando vita ad Alleanza nazionale. Poi qualcuno nel nome dell´identità ha cercato altre strade che si sono rivelate dei viottoli chiusi. Ma chiusi non dalle nomenclature, chiusi dagli elettori. Gli elettori hanno scelto il 18 di aprile, non c´era il nostro simbolo sulla scheda, c´era il Pdl e poi c´era chi orgogliosamente diceva "io sono la destra". E il risultato è noto.
L´identità non è come la coperta di Linus, autoconsolatoria. L´identità non si garantisce con gli slogan roboanti, con la declamazione, con la retorica più o meno muscolare della propaganda. L´identità, quando è basata su dei valori, deve essere capacità di dare delle risposte, indicare delle strade, di orientare un cammino, ed è la ragione per la quale non ci dobbiamo preoccupare nel Pdl della nostra identità. Ci dobbiamo preoccupare dell´identità degli italiani tra dieci, quindici anni perché se la stella polare è quella di cui abbiamo parlato all´inizio, l´amore per la nostra terra, l´amore per la nostra patria, la sfida è quella: come sarà l´Italia tra dieci anni, quale sarà l´identità che avrà il nostro Paese. E dobbiamo cominciare a costruirla questa identità, coniugando modernità e tradizione che è da sempre, in qualche modo, il binario obbligato della destra italiana. E, badate, le sfide ci sono. Sono enormi. Io vorrei che il Pdl non si confrontasse tra ex An e Forza Italia e gli ex degli altri partiti, io vorrei che il Pdl cominciasse a tentare di fornire risposte ad alcuni problemi che bussano già alla porta, che in alcuni casi sono già entrati. Non è forse vero che la nostra società tra dieci, quindici anni sarà molto diversa da quella che è oggi? E che sarà per la prima volta nella storia del popolo italiano una società multietnica, una società multireligiosa? Quando ci si confronta con la questione della immigrazione, non lo si può fare soltanto con la logica - pur giusta - di chi vuole più ordine più sicurezza e, quindi, necessariamente vuole che ci sia l´espulsione del clandestino.
Non è questa la questione. La vera grande questione è che siamo in un Paese che demograficamente è sempre più vecchio e in cui inevitabilmente saranno sempre di più coloro che nel prossimo futuro saranno italiani senza essere figli di italiani, con altre storie alle spalle, con altre identità, con altre culture. È una grande sfida che l´Italia non ha mai vissuto rispetto agli altri Paesi. È una sfida in cui diventa essenziale avere le idee chiare, distinguere l´assimilazione dalla integrazione. Avere ben chiaro il significato importante della lingua, avere ben chiaro che una società multietnica tende necessariamente a essere una società di tipo multireligioso, il che non vuol dire ovviamente dar vita a una sorta di agnosticismo. Da questo punto di vista l´identità del popolo italiano in termini religiosi è chiaramente orientata a quello che è l´insegnamento cristiano e cattolico. Ma ci sarà sempre di più il confronto con altre religioni in Italia. Una società multirazziale, una società che pone dei problemi in termini educativi, in termini di garanzie, di diritti, perché se vogliamo essere coerenti con quel che diciamo, se il primato è sempre e solo della persona umana, risulta poi evidente che non puoi discriminare - se il primato è della persona umana - se si tratta di un immigrato, fosse anche clandestino.
È una grande sfida, è una sfida che non si affronta con la retorica, non si affronta con lo slogan, non si affronta mostrando i muscoli, si affronta se c´è con la capacità di pensare, di dare una risposta in termini culturali. Guardate ciò che accade fuori dai nostri confini. Anche perché come se non bastasse una società sempre più multietnica, nel cuore del Mediterraneo, pone a noi italiani il problema del tutto nuovo del rapporto con l´Islam. E pone il problema del rapporto con l´Islam in un momento in cui il crinale tra scontro tra civiltà e il dialogo tra le civiltà è ancora incerto con tutto ciò che ne consegue. Da questo punto di vista, credo che sia evidente che l´integralismo, ogni forma di integralismo, è un additivo formidabile per chi lavora nella prospettiva di uno scontro tra civiltà. E non credo che il Pdl, il partito del 40 per cento, che vuole immaginare il futuro del nostro Paese tra dieci anni, possa schierarsi inconsapevolmente o meno in una logica di scontro. Dobbiamo necessariamente favorire un colloquio, favorire un´intesa nel rispetto - è ovvio - delle identità, ma in una politica che è basata sul ripudio di ogni ipotesi di superiorità o di fondamentalismo.
È una sfida culturale - amici miei - e la sinistra italiana in queste questioni non è stata ancora in grado di fornire delle risposte convincenti. Adesso tocca a noi. Il consenso va e viene anche in ragione della capacità che si ha di intercettare non soltanto le paure, ma di intercettare e rispondere positivamente alle speranze degli italiani. E ancora, che cosa vuol dire pensare l´Italia tra dieci, quindici anni? Significa pensare a che cosa può determinare la diffusione sempre più ampia nella società di quello che, giustamente, è chiamato il relativismo morale, l´assenza di principi, la confusione che sempre di più si fa tra ciò che è giusto e ciò che non lo è. E credo che la risposta in termini culturali, in termini educativi, partendo dai più giovani, debba essere da parte nostra nella divulgazione dei quella che mi piace chiamare un´etica, un´etica repubblicana dei doveri, per la quale sia del tutto evidente in un ideale pantheon, visto che tanto se ne è parlato, non della destra, ma un pantheon della società italiana nel prossimo decennio ci devono essere quelle figure che proprio nel nome del dovere e delle istituzioni hanno sacrificato la loro vita. Non si combatte il relativismo, il"chi me lo fa fare", il non distinguere più ciò che è giusto da ciò che non lo è, se non affermando l´etica del dovere e il premio che necessariamente una società deve saper riconoscere a chi per quel dovere si sacrifica. E ringrazio chi, credo sia stato Fabio Granata, ha voluto ricordare - quando di parla di identità - un orgoglioso militante del Fuan di tanti anni fa: il giudice Borsellino. Lo ricordiamo non perché è stato militante del Fuan.
E ancora, senza annoiarvi, pensare all´Italia di domani significa cominciare a porsi quesiti di questa natura. C´è in atto un´evidente crisi del liberal-capitalismo. È pensabile la crisi delle liberal-democrazie? Perché chi conosce la storia sa che i due assetti sono nati e si sono sviluppati insieme. E qual è la risposta che deve venire dall´Italia? Un´Italia che non può essere soltanto una periferia, ma dovrebbe tornare a essere la fucina da cui nascono le idee, il luogo che alimenta un dibattito che non sia soltanto all´interno dei confini nazionali. E ancora, c´è il rischio di una atomizzazione sociale. Non è in discussione soltanto la coesione Nord-Sud, sono sempre meno stretti i rapporti che legano gli italiani tra di loro, persino i padri con i figli. L´essenziale è che a un egoismo diffuso si contrapponga una pratica di solidarietà altrettanto diffusa. E ancora una volta non è un quesito culturale, è una sfida politica. E come farlo, come tradurlo in un´iniziativa di legge, perché il Pdl è il pilastro del governo italiano e prevedibilmente lo sarà per tutta la legislatura e forse anche per la prossima. Non possiamo gestire il consenso con una politica contro l´attuale opposizione. Cerchiamo di gestire il consenso immaginando l´Italia di domani e dimostrando semmai che l´attuale opposizione non le sa dare le risposte perché magari non la immagina l´Italia di domani.
Ecco, non sono sfide facili. Sono certamente sfide ardue, sono sfide che non si possono affrontare con la logica autoreferenziale del partito che ha il perimetro delimitato del proprio consenso. Se il compito fosse stato quello tanto valeva allora tenersi An, sperare che dal 12 diventassimo il 13, il 14. Non si risponde alla sfida che il futuro già porta in ogni casa nostra e dentro ogni casa europea con la logica di chi ancora intimamente è con la testa nel secolo scorso. Ed è una ragione per la quale dobbiamo superarle le colonne d´Ercole, dobbiamo pensare in grande, volare alto. Dobbiamo cercare di fornire le risposte di cui la società italiana ha bisogno. Si può raccogliere il consenso alimentando la paura, si deve raccogliere il consenso offrendo la speranza e la certezza con un´azione coerente, di riuscire a costruirlo quel domani. Credo che questo sia il grande compito del Pdl, un grande movimento di popolo, che deve essere al tempo stesso un grande movimento di idee. Sarà la sfida più difficile: dimostrare che davvero è cambiato molto non dal 1946, ma dal 1994. Nel `94 noi, i figli degli esuli in patria furono chiamati a fare i conti con il loro passato.
Oggi, da protagonisti in patria, noi di An siamo chiamati a cominciare i conti con gli italiani di domani. È una prospettiva del tutto diversa, è una grande storica missione che va vissuta con entusiasmo, nel Pdl entrino coloro che ci credono.Entrino coloro che hanno per davvero amore per l´Italia. Entrino coloro che credono nella bontà delle loro e delle nostre idee, perché lasciatemi concludere con uno slogan della nostra giovinezza, con la semplicità e al tempo stesso l´efficacia degli slogan: se si ha paura vuol dire che o non valgono nulla le idee in cui si crede o non vale nulla chi ha paura. Non dobbiamo aver paura del futuro, dobbiamo avere coscienza della possibilità di costruirlo fin da oggi. Dobbiamo gettare il cuore oltre l´ostacolo e impegnarci con la stessa tenacia con cui l´abbiamo fatto per tanti anni. Oggi finisce Alleanza nazionale, nasce il Popolo della libertà, continua il nostro amore per l´Italia.

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