Il presente blog costituisce un almanacco nato per raccogliere i testi completi (ed annesse fotografie e video) dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (solo se disponibili).

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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lunedì 31 ottobre 2011

Santa Margherita Belice (AG)

Melo Minnella: Mostra a Palazzo Sant'Elia (Palermo)

Un viaggio attraverso i decenni e i continenti, con l’unica bussola, preziosa, insostituibile, della macchina fotografica al collo, per rubare paesaggi, strade, volti e sguardi della gente del mondo.
E’ il viaggio di Melo Minnella, oltre mezzo secolo in giro a fotografare: il risultato è un grande, affascinante, emozionante atlante antropologico, racchiuso nelle 100 immagini esposte nell’ex Cavallerizza di Palazzo Sant’Elia (via Maqueda 81), in “I percorsi dell’immaginario”, la mostra antologica promossa dalla Provincia Regionale di Palermo e dalla Fondazione Buttitta, con il patrocinio dell’Amap, e curata da Monica Modica. L’esposizione verrà inaugurata domani, 21 ottobre, alle 18, dal presidente della Provincia, Giovanni Avanti, dall’assessore alla Cultura e ai Beni culturali, Pietro Vazzana, dal presidente onorario della fondazione, Antonino Buttitta, dal presidente della fondazione Ignazio Buttitta, dalla curatrice Monica Modica. Sarà presente Melo Minnella.
“Dopo la collettiva dei maestri dell’obiettivo riuniti ne “La camera dello sguardo”, a cura di Achille Bonito Oliva e l’antologica dedicata ai 50 anni di attività di Enzo Brai – dichiara il presidente della Provincia Regionale di Palermo, Giovanni Avanti – un altro grande maestro siciliano, Melo Minnella, espone i suoi lavori, in un viaggio lungo oltre mezzo secolo. Dal 1957 ad oggi la fotografia di Minnella ha raccontato gli uomini e i loro spazi, senza mai mettere da parte la compassione, l’empatia, nel senso più vero e profondo del termine, ovvero la capacità di “sentire con” il mondo oltre l’obiettivo, quel mondo che si finisce per racchiudere in uno scatto ma che non smette per questo di essere immenso e incomprensibile”.
“Melo Minnella – commenta l’assessore provinciale alla Cultura e ai Beni culturali, Pietro Vazzana – è un navigatore nella storia contemporanea, un ambasciatore della nostra Sicilia che ha contribuito con i suoi scatti a far conoscere in tutto il mondo con una forza visiva davvero unica . La mostra che la Provincia ospita a Palazzo S.Elia vuole essere un omaggio ad un artista generoso, rigoroso ma capace di saper leggere e interpretare con spirito libero e costruttivo i grandi cambiamenti che la società ha vissuto nell’ultimo mezzo secolo. Il suo obiettivo ha inquadrato il patrimonio artistico siciliano nelle sue varie espressioni, ma ha camminato anche sui sentieri della tradizione popolare, del folklore, di un’anima isolana dove le tradizioni si mescolano ai fenomeni antropologici”.
Quello di Minnella è un racconto rivolto all’uomo, il suo obiettivo cattura espressioni del volto e momenti di vita quotidiana, “ferma” squarci di realtà: “Sta in questo – spiega, infatti, Antonino Buttitta – la forza, magica e miracolosa, che Minnella non ignora e riesce a padroneggiare. Da qui il fascino dei frammenti di realtà, che egli, con raffinata maestria, riesce a comunicarci, facendo emergere quanto si occulta nell’insondabile profondità delle loro sfumature”.
Cento immagini scattate dagli anni ‘50 ad oggi: dai ‘diavoli’ di Prizzi ai bambini della Birmania, dal maiale in calesse, a Palermo, a quello legato ad una lambretta su una strada scalcinata in Cambogia, dall’India misterica alla Cina dei fenomeni, dal Messico al Marocco, dal Laos al Portogallo.
La prima immagine – del ’57 – un uomo con un grande crocifisso sottobraccio; le ultime scattate in Guatemala nel 2011, fra cui anche una delle foto raccolte nel reportage sulla Semana Santa nello Stato del Centroamerica, tra le montagne di Antigua.
Tanti i temi che emergono nelle foto di Minnella, dal suo sguardo disincantato e insieme divertito, nascosto dietro l’obiettivo: i bambini che giocano a ‘imitare’ l’automobile, mito intramontabile in ogni epoca e ad ogni latitudine; le cosiddette “emicranie” (così l’autore definisce il ciclo delle immagini che ritraggono uomini e donne che portano pesi sul capo); le feste religiose, in Occidente e in Oriente; i paesaggi, in particolare quelli più spogli, essenziali, quasi “grafici”.
Tutte le foto in mostra sono stampate nel formato 50×70; ma alcune sono esposte in grandi pannelli, delle dimensioni di 1 metro x 1,50. Si tratta delle 4 fotografie che compongono il pannello dedicato al maestro Stravinskij sul podio del teatro Biondo di Palermo, nel ’63; delle 4 foto del pannello che documenta il Venerdì Santo a Enna, con i bimbi che corrono incappucciati; del curioso paesaggio di Vicari – ripreso nella copertina del catalogo – una casa ombreggiata dal sole al tramonto, sulla strada del ritorno da Agrigento a Palermo; del bizzarro carrettino siciliano fotografato a Palermo, sul corso Alberto Amedeo, nel ’64, con un bambino che fa il cavallo, uno che lo incita a correre e l’altro che spinge.
Foto che sembrano ‘rubate’ per caso, ma che hanno dietro mestiere, sensibilità, passione, curiosità per il mondo e soprattutto l’ingrediento segreto, che lo stesso Minnela confessa: “Sapere aspettare”.
MELO MINNELLA è nato a Mussomeli nel 1937. A Palermo studia e si laurea in Economia e Commercio. Sono, questi, gli anni del lancio nel campo dell’editoria giornalistica e delle prime collaborazioni con i più importanti periodici del tempo, soprattutto con il settimanale culturale-politico “Il Mondo” di Pannunzio. Dagli anni Cinquanta si interessa all’arte popolare e all’antropologia, avvicinandosi anche agli artisti siciliani dell’Art Brut, tra i quali Sabo e Filippo Bentivegna. A quest’ultimo dedicherà un libro e diversi servizi giornalistici.
Fotografa con grande passione i siti archeologici, non solo siciliani, interessandosi in particolare di quelli preistorici. Comincia una minuziosa ricognizione fotografica delle feste religiose, patronali e della pasqua, e in genere del folklore siciliano. Prende pure in considerazione le cosiddette arti minori con pubblicazioni sulle argenterie, maioliche, madreperle e coralli, e altre manifestazioni dell’antico artigianato siciliano.
Dagli anni Sessanta comincia il suo vagabondare verso mete esotiche, soprattutto verso l’Oriente; il suo grande amore è l’India. Questo luogo diventa il termine di paragone per tutte le altre destinazioni e un motivo in più per ritornarvi.
Ha fotografato molto anche le regioni italiane, soprattutto quelle meridionali.
Gli ultimi suoi interessi sono indirizzati alla Calabria e all’Abruzzo, e alle feste tradizionali di queste terre ancora poco esplorate.
Fra gli ultimi libri pubblicati: Cattedrali di Sicilia; Il Barocco in Sicilia; Bambini… l’altra faccia del mondo; Isole di Sicilia; Catania e i suoi paesi; Pittura popolare su vetro in Sicilia; Libro siciliano; Piazze di Sicilia.
La mostra resterà aperta fino al 20 novembre e potrà essere visitata gratuitamente dal martedì al sabato, dalle 9.30 alle 13 e dalle 16 alle 19.30; domenica e festivi, dalle 9:30 alle 13.

http://www.dasud.com

Palazzo Sant'Elia Palermo - via Maqueda, 81 - 091 6628290 FAX 091 6628419

Melo Minnella dal 21/10/2011 al 20/11/2011 - mar-sab 9.30-13 e 16-19.30, dom e festivi 9.30-13


domenica 30 ottobre 2011

Regionali Molise, si contano ancora le schede Sospetti su errori e brogli

Peggio di un paese dell’Africa più profonda. In Molise si è votato il 16 e 17 ottobre scorso, ma il conteggio delle schede non è ancora finito. Ha vinto il centrodestra con Michele Iorio, ha perso il centrosinistra con Paolo Frattura, ma il sospetto di errori e brogli è fortissimo. Iniziamo dai numeri, microscopici come la regione dove si è votato. In Molise gli elettori sono 331. 970, i votanti alle ultime regionali appena 198. 498. Ottantanovemila centoquarantadue, il 46, 9 %, ha votato per il centrodestra scegliendo Iorio, 87. 637, (46, 15) per il centrosinistra e Frattura, altri 10. 650 voti (5, 60 %) sono andati al Movimento Cinque stelle, candidato Antonio Federico. Vince il centrodestra per appena 1500 voti, una quota esigua, tanto che la sera delle elezioni Iorio stesso è convinto di aver perso.

E’ un sito internet, “Infiltrato. it”, a ricostruire quello che è stato già battezzato come “il Watergate del Molise”. Il conteggio dei voti che i rappresentanti di lista trasmettono ai due comitati elettorali dà, sia pure di poco, la vittoria certa al centrosinistra. Frattura e i suoi festeggiano. Nel comitato di Michele Iorio, invece, i volti sono tirati. Massimo Romano, esponente di punta dell’opposizione di centrosinistra e candidato al Consiglio regionale, interpellato dal nostro giornale la notte dello scrutinio, è raggiante. “Abbiamo vinto, ce l’abbiamo fatta”. Ma all’alba qualcosa cambia, i risultati che dai vari seggi vengono trasmessi alla Prefettura ed elaborati dal Viminale danno avanti il centrodestra e Iorio. Il margine è risicato, ma la vittoria c’è. Il centrosinistra paga i suoi errori, prima di tutto l’incapacità di rinnovarsi e di proporre una candidatura di rottura. In molti, infatti, non hanno digerito la scelta del segretario regionale Danilo Leva di candidare Frattura, che nel 2000 era nelle liste di Forza Italia proprio con Michele Iorio. I 10 mila voti conquistati dal candidato grillino sono la dimostrazione che l’elettorato pretendeva politiche e scelte più radicali.

Ma è il riconteggio delle schede e l’analisi dei verbali a riaprire la partita e a far saltare i nervi al centrodestra. Perché, a conti fatti, il distacco tra le due coalizioni si riduce ad appena 900 voti, un dato eclatante, tenuto conto che nel calcolo mancano le sezioni di Isernia e provincia. In molti seggi, si scopre che non sono stati contati i voti disgiunti a favore del centrosinistra, si tratta di ben 23 mila voti, 15 mila a favore del centrosinistra e 5 mila circa per il candidato di Grillo. Iorio e i suoi sono nervosi, al punto che venerdì in tarda serata il centro-destra ha inscenato una manifestazione sotto il Tribunale di Campobasso contro il giudice Stefano Calabria. A guidare la protesta un fedelissimo di Michele Iorio, il senatore Ulisse Di Giacomo. Parole forti, toni esasperati, tanto che il giudice ha minacciato di dimettersi. “Io non posso accettare che ci siano parlamentari, e comunque esponenti della maggioranza, che vanno in Tribunale ad intimidire la commissione. Questo è un atteggiamento paramafioso che non solo non serve a nulla ma fa capire che gatta ci cova”, è stata la reazione di Antonio Di Pietro. Si ricontano le schede a Campobasso, e ad Isernia si controllano i verbali, in Molise la democrazia procede con il passo della lumaca.

Enrico Fierro (Il Fatto Quotidiano del 30 ottobre 2011)


Se Renzi scatena la rissa: da Vendola a Bersani, tutti contro il rottamatore

“La sinistra in cui sono cresciuto è la cosa più conservativa che c’è in questo paese”. Mentre la prima serata del Big Bang, venerdì, volge al termine Alessandro Baricco – lo scrittore che in qualche modo Matteo Renzi ha scelto tra gli ospiti d’onore – fotografa una di quelle verità difficili da negare. Un’altra la enuncia l’eretico Arturo Parisi (l’unico dirigente del Pd in “odore” di brontosauro ammesso a parlare) che si candida a padre nobile, ieri: “Piuttosto che sbagliare tutti insieme è meglio rischiare da soli di sbagliare per portare tutti gli altri ad avere ragione”. Eccole qui le categorie base del “renzismo”, enunciate nella loro versione più alta: la rottura con la politica del passato e l’egocentrismo legittimato a visione.

E ALLORA, Civati tenta di rubargli la scena, presentandosi non invitato? E lui lo chiama a parlare sul palco, relegandolo a episodio marginale. Bersani gli contrappone un’iniziativa a Napoli e lo ammonisce “i giovani devono essere a disposizione, senza scalciare e insultare”? E lui risponde: “Non sono un asino e non scalcio”. Di più, gli fa il verso: “Non siamo qui a schiacciare i punti neri delle coccinelle, come direbbe il nostro guru Bersani”. Matteo Renzi fa dell’arroganza e dello scontro un punto di forza. E la Leopolda anno secondo si guadagna i riflettori della politica italiana, con un fastidio misto a paura. Cinque minuti per uno, per un “Brainstorming” con la chiave “Se fossi il Presidente del Consiglio, io farei”, alla Leopolda si respira l’energia delle grandi occasioni, con una platea che non è identificabile né con quella delle assemblee della sinistra, né con le convention di destra. Lui Matteo Renzi instancabile “guida” dal palco. La giornata inizia con una protesta dei sindacati, quelli dell’Ataf, l’azienda di trasporti pubblici, in prima fila: “Matteo, come Cetto La Qualunque”, recitano i cartelli. Il Sindaco la concertazione non la ama e li liquida con poche parole: “Se la prendono con noi perché gli abbiamo chiesto di lavorare dieci minuti in più”. Arriva Sergio Chiamparino e fa sapere che “alle primarie, potrei aggiungermi anch’io”. Poi appare a sorpresa nel pubblico Pippo Civati, l’ex compagno d’avventura della prima Leopolda, non invitato, dopo un divorzio plateale. Crea un po’ di scompiglio, cerca l’incidente: Renzi non lo farà parlare? E invece no, il Sindaco lo chiama sul palco: “Questa è ancora casa mia”, dice Civati e sembra tanto tornare a Canossa, anche se per un attimo la scena è sua. L’evento intanto lievita. Non è chiaro dove si vada a parare e perché, delle rivelazioni promesse non c’è traccia, ma l’attenzione la tiene alta. Sul palco e in rete, dove si conduce un dibattito parallelo. C’è pure chi chiede l’abolizione di agosto, mese improduttivo oppure del denaro liquido, per favorire la tracciabilità. Renzi legge i Twitter di Franceschini (“Energie e idee che arricchiscono il Pd. Si può non condividerle, ma come si fa ad averne paura anzichè dire grazie?”).

UN GRUPPO sta lavorando a mettere in fila le 100 idee che saranno presentate oggi: abolizione del finanziamento dei partiti, no a più di tre mandati in Parlamento, ma anche riforma delle pensioni, per esempio. Anche se non è chiaro a nessuno quante delle 100 idee presentate da Renzi per Firenze nella sua campagna elettorale siano state realizzate, di certo il numero 100 gli ha portato fortuna. Quando arriva l’ora di pranzo Renzi fa un giro tra i tavoli e sembra di rivedere il Veltroni sindaco di Roma, che era bravissimo a costruire un pezzetto di consenso ogni giorno, mentre inaugurava asili e case di riposo. E a Firenze ci sono gli scrittori, c’è Pif, ci sono gli imprenditori (da Campo dall’Orto a Gori), c’è Costacurta. E c’è la colonna sonora di Jovanotti, qui nella canzone “Il più grande spettacolo”. Veltroni per la campagna elettorale del 2008 (che finì con l’Italia riconsegnata a Berlusconi) aveva scelto “Mi fido di te”.

E NON A CASO a Firenze ci sono pure Ermete Realacci e Salvatore Vassallo, in veste di veltroniano doc. Il Renzi che saluta per iscritto con “un sorriso” ricorda anche qualcun’altro: “Sono un berlusconiano deluso”, si affretta a stringergli la mano, Maurizio Liverani, imprenditore. Renzi non cerca approvazione e fiducia. Lui va all’attacco. E sono gli altri che rincorrono. Come Bersani che si è spinto fino a dire che modificherà lo Statuto del Pd per permettergli di correre alle primarie (e per cercare di disinnescarlo, magari battendolo). Renzi si permette di non sciogliere la riserva: “Noi candidiamo le idee”. E “Bersani ci risponda sui contenuti”. Lo attacca anche Nichi Vendola: “E ’ vecchio culturalmente e politicamente”. E lui: “Forse è giovane mandare a casa il governo Prodi come fecero i suoi amici?”. Attirato dalla vis riformatrice di Renzi a chiedergli aiuto per la sua battaglia contro la corruzione e la collusione del Pd siciliano arriva l’avvocato Giuseppe Arnone ma il suo pulmann che esibisce un manifesto 6 x 3 sulla questione morale prende una multa di 400 euro. Il Big Bang non guarda proprio in faccia a nessuno.

Wanda Marra (Il Fatto Quotidiano del 30 ottobre 2011)

“Libertà di licenziare, rischio autunno caldo” Fini attacca il governo e stronca Bossi

Gianfranco Fini tira fendenti al governo, al Pdl e alla Lega. Un discorso tutto politico, con toni da campagna elettorale, nel giorno in cui i riflettori mediatici sono puntati sulla convention dei “rottamatori” del Pd. E in una fase nella quale le elezioni anticipate sono un’ipotesi concreta, dato lo scontento sempre meno sotterraneo che alberga nella compagine berlusconiana.

Il presidente della Camera, intervenuto a Firenze al congresso regionale di Fli, ha attaccato innanzitutto la “libertà di licenziare”, cioè un punto di forza delle ultime proposte anticrisi dell’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. “Se si tende soltanto a favorire la possibilità di licenziare, corriamo il rischio di veder moltiplicare il tasso di disoccupazione che da qualche anno a questa parte sta crescendo e che riguarda in particolare un’area del Paese”, ha affermato. “Mi auguro che il governo non sia così irresponsabile da non confrontarsi con le parti sociali e con le categorie economiche, per tutelare non solo le imprese ma anche per farle crescere e competere”. In caso contrario, “si rischia un autunno caldo che ci farebbe tornare indietro”.

Sempre in tema di economia, il presidente della Camera ha sostenuto l’ipotesi di un’imposta patrimoniale, in modo molto polemico verso il partito di cui è stato cofondatore, e contro lo stesso Berlusconi: “Nel Pdl non si rendono conto di quanto sia ingiusto dire che non si può mettere una tassa patrimoniale, facendo salva la prima casa, come continua a dire il presidente del Consiglio, perché questo colpirebbe i loro elettori di riferimento”. E ancora: “”Il Pdl non è un club di milionari”. In un momento di crisi così grave, ha continuato Fini, l’Italia “merita di più delle divisioni tra gli amici di Berlusconi e chi lo vuole abbattere”.

Ce n’è anche per l’altro ex alleato, la Lega di Umberto Bossi, toccata nel vivo sull’”inganno” del federalismo. “Bossi non può presentare l’utopia fallimentare del federalismo, che si è rivelato un clamoroso inganno”, ha attaccato Fini. “Il suo federalismo ha fatto moltiplicare le tasse: oggi i cittadini e gli imprenditori pagano le tasse come mai le hanno pagate prima”. Non è tutto: “Se la Lega rilancia la bandiera stinta della secessione è solo perché non può presentare un bilancio positivo ai suoi elettori. Rispolverare la bandiera inesistente dell’identità padana altro non è che la manifestazione di un fallimento”.

La sintesi finale chiama in causa tutta la compagine di governo, e di nuovo l’ottimista a oltranza Berlusconi: ”Per mesi e mesi si è autocelebrato quotidianamente il rito dell’Italia che reggeva la crisi. Non era vero. L’Italia non è il paese dei balocchi. La crisi si è fronteggiata e si fronteggia tenendo i conti pubblici sotto controllo, cosa indispensabile, ma sarebbe stato meglio non aver negato per troppo tempo la necessità di farlo”.

I toni usati dalla terza carica dello Stato suscitano la reazione dle centrodestra: “Fini ha ragione, l’Italia merita di più”, ironizza il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto. “Merita qualcosa meglio di un presidente della Camera che ogni giorno umilia la sua carica istituzionale asservendola a quella di partito”. E snocciola una lunga serie di predecessori che nel loro mandati si sono mantenuti imparziali: Schifani, Bertinotti, Pera, Violante, Casini, Iotti, Spadolini, Pivetti, oltre all’attuale presidente del Senato Renato Schifani. “Lui dovrebbe fare altrettanto – ammonisce Crosetto – oppure dovrebbe avere la serietà, ben comprendendo che nessun altro nel suo partito è in grado di portare consenso a Fli, di ritornare a tempo pieno all’attività politica”.

Redazione Il Fatto Quotidiano - 29 ottobre 2011

giovedì 20 ottobre 2011

Strappo istituzionale

Sta per accadere un fatto di estrema gravità, riguarda la nomina del nuovo governatore della Banca d'Italia, successore di Mario Draghi che tra nove giorni sarà insediato alla guida della Banca centrale europea "nonostante sia italiano", come dissero informalmente la Merkel e Sarkozy quando nel giugno scorso quella scelta fu approvata all'unanimità dal Consiglio dei capi di governo dell'Unione europea.

È appunto dal giugno scorso che se ne parla. Si tratta infatti di un atto complesso con tre attori: il presidente della Repubblica che firma il decreto presidenziale di nomina, il presidente del Consiglio cui spetta il diritto di proporre il nome del candidato e il Consiglio superiore della Banca d'Italia che è chiamato ad emettere il suo parere, obbligatorio ma non vincolante.

Finora il governatore è sempre stato scelto all'interno della Banca d'Italia salvo per l'appunto la nomina di Draghi che avvenne perché l'allora governatore Antonio Fazio era stato rinviato a giudizio sulla questione della scalata della Banca Antonveneta da parte dei "furbetti" e "furboni" del quartierino, come allora furono chiamati.

Ma nonostante i mesi trascorsi e le ripetute sollecitazioni del Quirinale, il tempo passava invano e la proposta di Berlusconi non arrivava. La causa è nota: il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, aveva un suo candidato nella persona di Vittorio Grilli, già ragioniere dello Stato e attualmente direttore generale del Tesoro, cioè principale collaboratore di Tremonti, Marco Milanese a parte. Si contrapponevano dunque l'attuale direttore generale della Banca d'Italia, Fabrizio Saccomanni, che rappresenta la continuità dell'Istituto e gode della fiducia di Draghi, a Vittorio Grilli che anche lui ha buoni titoli nella sua biografia personale.

Con un handicap tuttavia non da poco: Tremonti ha più volte e pubblicamente motivato la sua propensione a favore di Grilli perché ritiene che la Banca debba essere una propaggine del ministero del Tesoro soprattutto nel campo della politica bancaria, in quella importantissima della Vigilanza e infine nelle valutazioni della politica economica del governo che il governatore formula almeno due volte l'anno, il 31 maggio nel corso dell'assemblea generale dell'Istituto e a ottobre nella Giornata del Risparmio. Insomma, un capovolgimento totale dello spirito della tradizione e del ruolo assegnato alla Banca d'Italia fin dall'epoca in cui fu fondata, Ventennio fascista a parte. Va ricordato che del ministro del Tesoro la legge che disciplina la nomina del governatore non fa affatto menzione. Si tratta dunque in questo caso d'una vera e propria interferenza che il presidente del Consiglio ha subìto e subisce per la strutturale debolezza in cui è finito il governo-fantasma che si ostina a presiedere.

Per questa ragione il tempo ha continuato a passare fino a quando il calendario non ha fatto arrivare la data limite, ma a questo punto è emersa un'altra complicazione. Con l'uscita di Jean-Claude Trichet dalla presidenza della Bce la Francia resta senza alcun rappresentante nel direttorio di quella fondamentale istituzione europea, mentre l'Italia ne ha addirittura due: Draghi e Bini Smaghi.

Il problema era già stato esaminato a giugno. Bini Smaghi aveva dato pubblica assicurazione a Sarkozy che si sarebbe dimesso dalla Bce il giorno stesso dell'insediamento di Draghi. Contemporaneamente aveva informato Berlusconi del suo interesse al governatorato della Banca d'Italia ricevendone, a quanto si sa, una risposta interlocutoria.

Arrivata ormai la scadenza Bini Smaghi avrebbe fatto sapere che se la sua richiesta non verrà accettata intende rimanere alla Bce fino a quando il suo mandato non sarà scaduto, cioè per più d'un anno ancora. Sarkozy a questo punto intende sollevare il caso alla prossima riunione del Consiglio dei ministri europeo e minaccia ritorsioni contro il governo italiano.

Oggi Berlusconi farà la proposta al Consiglio superiore della Banca d'Italia e, a quanto si è saputo ieri, dovrebbe proporre proprio Bini Smaghi - anche se mentre scriviamo circolano voci su un suo possibile ripensamento - , invocando la forza maggiore di evitare un conflitto con la Francia ma soprattutto sottraendosi alla scelta imposta da Tremonti.

La soluzione Bini Smaghi è pessima soprattutto perché frutto d'un ricatto vero e proprio: resta a Francoforte se non gli si dà via Nazionale. Mettere alla guida della Banca d'Italia un personaggio che rischia di suscitare una guerra diplomatica tra l'Italia e la Francia definisce compiutamente la figura morale e politica d'una simile candidatura. Non a caso ieri Bersani e Casini hanno diffuso un comunicato in cui auspicano una scelta del governo che rispetti l'autonomia e le competenze interne dell'istituto. Una decisione che non tenga conto di ciò avrebbe tra l'altro come immediata e probabilissima conseguenza la dimissione di gran parte del direttorio della stessa Banca d'Italia in un momento di estrema delicatezza della situazione economica e finanziaria del Paese.

Non sappiamo ovviamente quale sarà il parere del Consiglio superiore dell'Istituto e ancor meno sappiamo quale sarà l'atteggiamento del presidente della Repubblica. Ricordiamo a questo punto che il parere del Consiglio superiore, pur non essendo vincolante, è tuttavia di grande rilievo istituzionale. Per quanto riguarda il Capo dello Stato, la sua non è una controfirma "dovuta" su un atto del governo ma una firma apposta ad un decreto di sua diretta emanazione. Il diritto di proposta spetta a Berlusconi, ma Napolitano ha pieno diritto di rifiutarlo se lo ritiene inopportuno e chiedere una proposta alternativa.

Questo è l'ennesimo nodo che arriva al pettine a causa del governo che ci sgoverna ed è l'ennesima causa di degradazione dinanzi al concerto delle Nazioni europee che ci ignorano e ci sbeffeggiano. Il tutto in una fase in cui l'appoggio della Bce al nostro debito argina a fatica la pressione dei mercati sui nostri titoli di Stato e sulle nostre banche.

Eugenio Scalfari (La Repubblica - 20 ottobre 2011)


Inchiesta G8, l’istituto di credito di Verdini bancomat milionario di Dell’Utri


Tutto ruota attorno ai soldi, ai giri di denaro, a bonifici, assegni e fidi concessi, secondo l’accusa, senza le dovute garanzie, per un’esposizione netta della banca di Denis Verdini “di 63 milioni di cui 9,4 milioni verso persone fisiche”. Prima dell’inchiesta della magistratura che ha portato all’iscrizione di 55 persone nel registro degli indagati, tra cui lo stesso coordinatore del Pdl e il senatore Marcello Dell’Utri, a fare luce sui movimenti del Credito cooperativo fiorentino ci avevano pensato i commissari di Bankitalia. Erano stati già sollevati dubbi, diventati sempre più ingombranti alla luce dei risultati contenuti nella relazione della Kpmg Audit Spa, chiesta con lettera d’incarico del 18 agosto del 2010 dai commissari straordinari Angelo Provasoli e Virgilio Fenaroli che intendevano individuare “potenziali irregolarità e anomalie nella gestione del Credito”.

Nelle 308 pagine del novembre scorso vengono prese in esame società e persone fisiche, posizioni con la clientela e contratti sulla base delle informazioni fornite dalla banca stessa. E tutte le “esposizioni”, compresa quella dell’illustre correntista Marcello Dell’Utri che “intrattiene rapporti con la Banca dal 2003”. Ripercorrendo i passaggi la banca presenta già al 31 luglio dello scorso anno un’esposizione complessiva, nei confronti del senatore, di circa 4,5 milioni di euro a fronte di vari finanziamenti. Tra questi, si legge, “un finanziamento ipotecario concesso il 16 febbraio 2004 (preceduto da un prefinanziamento di 1 milione deliberato dal Cda della banca in data 23 dicembre 2003, aumentato a 1,5 milioni in data 16 febbraio 2004 e ad 1,8 milioni in data 26 aprile 2004) con lo scopo di finanziare le opere di restauro di un prestigioso complesso residenziale di proprietà dello stesso Dell’Utri (…) sulle rive del lago di Como”. Anche altre le criticità emerse in relazione all’ulteriore affidamento “nella forma dello scoperto di conto”. I fari dei commissari di Bankitalia prima, e della Procura poi, sono puntati soprattutto sulle delibere e i verbali delle adunanze del Consiglio di amministrazione della banca che “hanno autorizzato i rinnovi e le estensioni dell’affidamento”.

“Non sono riportati commenti o valutazioni sullo stato della pratica nonostante le istruttorie predisposte dai funzionari della banca evidenziassero un situazione di crescente criticità a fronte dell’incremento dell’esposizione, del mancato pagamento di molteplici rate del mutuo ipotecario” si legge in un passaggio. La situazione, viene sottolineato, è stata “parzialmente mitigata” dai mandati di accredito sul conto “relativi agli emolumenti corrisposti dal Senato della Repubblica” e, a dire dei periti, i movimenti sul conto corrente del senatore che si sarebbero in parte “risollevati” da un bonifico di 1,5 milioni “accreditato il 22 maggio 2008 per ordine di Silvio Berlusconi con causale Roc-prestito infruttifero”. In questa inchiesta Dell’Utri è indagato per appropriazione indebita, mentre i vertici del gruppo Fusi-Bartolomei devono rispondere, tra l’altro, di associazione per delinquere così come i componenti del Cda della banca. Molto articolate le analisi sui rapporti intrattenuti con gli imprenditori e con quelli che sono indicati come “soggetti appartenenti al gruppo” o ad esso collegati. Si tratta della Società Toscana Industria del Freddo srl, la Alfieri srl (al 50% del gruppo Fusi-Bartolomei tramite la Montevalori srl e la Finmari srl), la Olympia srl (che presenta al 31 luglio 2010 un’esposizione di circa 8,9 milioni), la Rignano srl e la Santa Croce 2010 srl.

Sara Frangini (Il Fatto Quotidiano - 20 ottobre 2011)


domenica 16 ottobre 2011

Consumismo, la profezia di San Francesco

Mentre tutto il mondo piange lacrime, virtuali, per Steve Jobs, morto di cancro a 56 anni (sic transit gloria mundi), io preferisco ricordare l’onomastico di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, di cui qualche giorno fa, il 4 ottobre, ricorreva l’onomastico, snobbato da quasi tutti i media italiani.

Quei pochi che ne hanno parlato lo hanno legato all’Unità d’Italia, con cui il fraticello di Assisi non ha nulla a che fare perché nato prima che questa sciagura si compisse, o ne hanno sottolineato la vocazione alla tolleranza e alla pace. Che ci sono sicuramente in Francesco. Ma nella sua predicazione ci sono cose molto più attuali e non a caso sottaciute.

L’amore per la natura (frate Sole, sora Aqua). Era un ambientalista con qualche secolo d’anticipo non potendo conoscere gli scempi dell’industrializzazione a cui nemmeno i suoi santi occhi avrebbero potuto reggere. La predicazione della povertà. Qui Francesco è veramente scandaloso. Scandaloso e attualissimo. Figlio di un mercante aveva capito o intuito, poiché era un genio oltre che un santo, dove ci avrebbe portato la logica del mercato. Modernamente, poiché noi non siamo santi, il termine povertà può essere tradotto con sobrietà, che è meno radicale.

Noi non abbiamo bisogno di ingurgitare, come cavie all’ingrasso, degradati da uomini a consumatori, ancora nuovi prodotti, nuove tecno, iPad, iPhone già arrivato, nel giro di un paio d’anni, alla quinta generazione, affascinanti quanto devastanti, o sciocchezze come le “linee di beauty per cani” (che vanno trattati da cani), gadget demenziali e insomma tutte le infinite inutilità da cui siamo circondati e soffocati. Abbiamo bisogno, al contrario, di smagrire e di molto. Abbiamo bisogno di una vita più semplice, più umana, senza essere ossessionati ogni giorno dai Ftse Mib, dall’indice Dax, dagli spread, dai downgrading.

C’è una possibilità realistica di arrivarci? Sì,volendolo e con alcune necessarie mediazioni. La parola chiave è autarchia, squalificata anche perché di mussoliniana memoria. Ovviamente oggi nessun Paese, da solo, potrebbe essere autarchico. Retrocederebbe a condizioni di sottosviluppo che non siamo più in grado di sopportare. Ma l’Europa potrebbe essere autarchica. Ha popolazione, e quindi mercato, risorse, know how sufficienti per fare da sé.

Naturalmente l’autarchia ridurrebbe la ricchezza complessiva delle nazioni europee, ma “La Ricchezza delle Nazioni” non corrisponde affatto alla qualità della vita e nemmeno alla ricchezza dei singoli (negli Stati Uniti, il Paese più ricco e potente del mondo, ci sono 46 milioni di poveri, o per essere più precisi di miserabili che è un concetto diverso, quasi un quarto della popolazione). Si tratterebbe semmai, in questa ipotesi, di distribuire in modo più equo la ricchezza che rimarrebbe.

Ma un’autarchia europea ci porterebbe perlomeno al riparo dagli effetti più devastanti di quella globalizzazione che secondo le leadership politiche, gli economisti, gli intellettuali avrebbe fornito straordinarie chance e che invece si sta rivelando un massacro per i popoli del Terzo e ora anche del Primo mondo, sacrificati sull’altare di uno dei tanti “idola” moderni: il lavoro. Se continueremo a inseguire il mito della crescita, un giorno questo sistema, fattosi planetario, imploderà su se stesso, di colpo, e ci troveremo a vagare come fantasmi fra le rovine fumanti e i materiali accartocciati di un mondo che fu.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2011)

Obama Geithner Draghi: quanti leader stanno con gli indignati

Obama riconosce che la protesta di Wall Street “dà voce a una frustrazione generale sui mali del nostro capitalismo finanziario”. Il suo ministro del Tesoro Geithner dice di “comprendere le preoccupazioni dei manifestanti: l’alta disoccupazione e i salari che non crescono”. Draghi al G20 di Parigi dice “se siamo arrabbiati noi, figurarsi i ventenni e trentenni che non vedono prospettive”. Con l’eccezione delle violenze di Roma, in tutto il resto del mondo i variegati movimenti degli indignati raccolgono consensi sorprendenti e insperati tra i leader. La solidarietà di Draghi e Geithner può anche sembrare difensiva: nell’agenda del G20 ci sono di fatto nuovi aiuti alle banche dell’eurozona, proprio mentre nel cuore di Manhattan lo slogan della protesta suona: “Le banche sono salve, noi no”. Ma l’apertura di Obama si spiega con i clamorosi risultati di un sondaggio Abc News-Washington Post: il movimento Occupy Wall Street incrocia una fase in cui il 60% dei repubblicani e il 68% degli indipendenti hanno un’opinione negativa del capitalismo finanziario. La protesta non raccoglie consensi soltanto a sinistra. E’ un movimento trasversale, spezza il bipolarismo bloccato della politica, e fa breccia nel ceto medio moderato con degli slogan anti-sistema. E’ il Tea Party alla rovescia. Nel 2010 fu quel movimento populista anti-tasse a occupare la piazza e i media, intercettando una paura presente anche nell’elettorato democratico: che l’escalation del deficit pubblico si traduca prima o poi in una mazzata fiscale, o nel crac delle pensioni. Ora Occupy Wall si è preso tutta la visibilità mediatica che un anno fa era riservata al Tea Party, rovesciando la narrativa sulla crisi: se l’America ha 25 milioni di disoccupati, se anche chi ha un lavoro vede il suo potere d’acquisto retrocesso di trent’anni, la colpa è “dell’1%”, le oligarchie di un capitalismo impazzito che va verso l’autodistruzione. Avverte il pericolo Mitt Romney, il favorito tra i candidati repubblicani alla nomination presidenziale, dopo aver condannato le proteste ora si affretta a dire che “la causa è l’impoverimento della middle class”. Per la prima dopo due anni di riflusso conservatore, va in scena un movimento che non dà la colpa del disagio sociale allo “statalismo”, ma ai banchieri cui la destra è legata a doppio filo. Romney è un ex finanziere, a capo della Bain il suo mestiere consisteva nell’acquisire aziende, smembrarle, licenziare, lucrare profitti sulla rivendita. Il gioco della destra consisteva nel tenere assieme – grazie all’invenzione del Tea Party – il ceto medio impoverito e le lobby dell’alta finanza, una coalizione anti-tasse e anti-politica. Occupy Wall Street combatte con armi simili: gli osservatori sottolineano che è “senza leader, senza organizzazione, senza programma”. Debolezze? In realtà anche il movimento per i diritti civili negli anni Sessanta cominciò con caratteristiche simili: sono quelle che consentono di pescare consensi in tutti i partiti, in tutte le aree “del 99%”. E per i leader della sinistra è la prima volta che appaiono nelle piazze i giovani e i disoccupati, le constituency rimaste senza voce fino a ieri.

Federico Rampini (La Repubblica - 15 ottobre 2011)


venerdì 14 ottobre 2011

Finalmente una storia con un bel finale!

Email che ricevo e pubblico volentieri:

"Finalmente una storia con un bel finale!
N.

Cosa succederebbe se una potenza nemica attaccasse l'Italia?

Proviamo ad immaginare.

Il Nemico, diciamo la Repubblica delle Banane, dichiara guerra ed ammassa il suo esercito lungo le Alpi e la sua flotta lungo il Tirreno.

Primo giorno

il TG 1 dà la notizia dopo lo sport. Nessuna reazione dai politici.

Secondo giorno

Berlusconi dice che va tutto bene, lui é amico del presidente della Repubblica Delle Banane, non sussiste pericolo. Bossi insulta chi lo intervista. Calderoli va in Tv con la maglietta” Repubblica delle Banane merda.”

Di Pietro chiede le dimissioni di Berlusconi.

Napolitano si appella all'unità nazionale.

Casini chiede un gesto di discontinuità.

Le parti sociali chiedono di essere sentite.

Terzo giorno.

Berlusconi compare in TV e dice che, invero, si tratta di una mossa eversiva dei magistrati di Milano.

Bossi dice che la Padania non corre alcun pericolo. Degli altri non gli frega niente. (pernacchia).

Intanto il nemico sfonda al Brennero.

La CGIL esprime contrarietà. Pannella inizia lo sciopero della fame. DiPietro chiede le dimissioni di Berlusconi.

Bersani chiede un passo indietro.

Quarto giorno

Berlusconi compare in tv e, con un sorriso complice, dice: " ho risolto tutto, grazie ad una serata galante con la figlia del presidente della repubblica delle banane. Ora siamo amici, il loro esercito si é ritirato dal Brennero"

Berlusconi non sa che il nemico ha cambiato strategia ed ora attacca dal mare.

Quinto giorno.

La tv annuncia che il nemico é sbarcato in Sicilia. Bossi dice: la cosa non ci riguarda. Gli fanno notare che la Sicilia fa parte dell'Italia. Lui mostra il dito medio.

Casini chiede la convocazione di un tavolo di crisi con le forze sociali. D'Alema si dice contrario e propone l'istituzione di una Commissione Bicamerale ( si dice pronto a presiederla) per decidere la strategia difensiva.

Sesto giorno.

Il nemico arriva in Calabria e, nel contempo, sfonda in Friuli.

Il governo convoca le Parti sociali e le Opposizioni, per decidere come difendere la Patria.

Napolitano manda un messaggio di auguri nel quale ricorda che sarebbe increscioso essere conquistati da una potenza nemica proprio nel 2011. Bossi chiede cosa c'entra il 2011. Gli spiegano che é per via del centocinquantesimo dell'Unità d' Italia. Lui rutta.

Settimo giorno

Ha inizio la riunione. Berlusconi dà il benvenuto a tutti ma pare distratto: il suo sguardo é attratto dal vestito trasparente della Prestigiacomo. Bossi si é portato il figlio Renzo per fare pratica: gli dice di prendere appunti, perché dovrà fare il riassunto del convegno; Renzo appare disorientato e, di nascosto, telefona al CEPU per farsi spiegare il significato di "appunti" ( credeva fossero punti appuntiti) e " riassunto".

Di Pietro chiede le dimissioni del governo; Bersani chiede un passo indietro.

La Russa propone di bombardare il nemico con l'aviazione; Tremonti si oppone perché costa troppo. La Russa propone allora di usare il gas, almeno contro il nemico che ha invaso la Sicilia e la Calabria. Casini si oppone perché sarebbe messa in pericolo la popolazione locale. Bossi dice:" chi se ne frega, son tutti terroni!" Brunetta gli fa notare che sono italiani anche loro. Bossi replica: “non rompere i c...i nano!” E mostra il dito medio.

La Russa propone di mandare i Bersaglieri in tenuta ginnica. Pannella inizia lo sciopero della sete.

Ore 18. La riunione é sospesa perché quella sera gioca l'Inter in coppa e il ministro della Difesa deve prendere un aereo (di Stato) per arrivare in orario allo stadio.

Renzo Bossi ne approfitta per copiare gli appunti della Bindi; poi li manda al CEPU per farsi fare il riassunto. Berlusconi si assenta qualche ora per rilassarsi con la Minetti.

Ottavo giorno.

Arriva un messaggio di Napolitano che contiene un severo monito.

Il nemico é arrivato a Verona. La Russa é furibondo: l'Inter ha perso ed è eliminato dalla coppa.

Bossi arriva in ritardo fumando il sigaro; Casini chiede di dire una preghiera. Di Pietro chiede le dimissioni del governo. Bersani chiama Penati ed esulta: abbiamo i fondi per finanziare la difesa. Però serve un passo indietro del governo .

Si va avanti a discutere sino a sera. Alla fine arriva un telegramma di Napolitano che dice di essersi stufato: si mandi l'esercito a difendere la Patria. ( Renzo Bossi chiama di nascosto il CEPU per sapere cosa sia l' apatria). Calderoli é felicissimo perché può mostrare la sua nuova maglietta con scritto: vi romperemo le ossa.

Nono giorno.

Tutti al mare.

Decimo giorno

Compare in TV il presidente della Repubblica delle Banane ed annuncia di avere conquistato l'Italia e arrestato governo, deputati, senatori e parti sociali. Tutti mandati a lavorare nel circo locale, dove, peraltro, si trovano benissimo: Bossi ha fatto amicizia coi gorilla e rutta in continuazione; Berlusconi ha trovato una femmina di scimpanzé che é carinissima. Bersani passa il tempo a smacchiare i leopardi.

Un mese dopo.

Gli Italiani decidono di fare da soli (sarebbe ora!!) e, armati di forche e badili, si sbarazzano in tre giorni delle forze nemiche. Secondo voi, andranno al circo a liberare i politici e le parti sociali?

Fine."

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