Il presente blog costituisce un almanacco nato per raccogliere i testi completi (ed annesse fotografie e video) dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (solo se disponibili).

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che raccoglie i testi completi dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (se disponibili).

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mercoledì 29 febbraio 2012

Portale Storico della Camera dei deputati

Dal 20 dicembre 2011 è consultabile il Portale Storico della Camera dei deputati, che mette a disposizione documenti e informazioni su deputati, lavori parlamentari e leggi, il tutto dal 1848 al 2008.

Sono disponibili, inoltre, cinque percorsi tematici, con materiali in gran parte inediti, riferiti a:

  • legislature, dalla I del Regno di Sardegna alla XV della Repubblica italiana, con approfondimenti sui sistemi elettorali
  • Presidenti succeduti alla guida della Camera, da Vincenzo Gioberti a Fausto Bertinotti (in tutto 43), con relative biografie e discorsi di insediamento
  • Regolamenti della Camera, a partire da quello attualmente in vigore per tornare poi a ritroso sino al Regolamento del Regno di Sardegna
  • storia del palazzo di Montecitorio, ricostruita anche attraverso immagini e stampe d'epoca
  • storia e organizzazione dell'apparato amministrativo, con schede biografiche dei Segretari Generali, da Camillo Montalcini a Ugo Zampetti, e una ricca bibliografia del Parlamento.

Il tutto, tradotto in numeri, comporta la possibilità di consultare via internet: 10.653 schede biografiche di deputati, con le informazioni e i materiali digitali relativi a tutti i loro mandati (incarichi, progetti di legge, interventi, fotografie); 60.000 resoconti e bollettini sull'attività dell'Assemblea e delle commissioni (in formato pdf); 100.000 progetti di legge, 250.000 interrogazioni e mozioni parlamentari, oltre 20.000 documenti parlamentari; 25.000 immagini fotografiche.

Il portale, ultima iniziativa in ordine cronologico realizzata dalla Camera dei deputati a chiusura delle celebrazioni per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia, presenta infine una cronologia interattiva e una ricca sezione multimediale alimentata, tra l'altro, dall'archivio fotografico, dalla collezione di opere d'arte, dalle immagini dei palazzi della Camera, dai documenti conservati nell'archivio Luce.


domenica 26 febbraio 2012

E’ qui la festa?

Solo un delinquente incallito, i suoi avvocati e i suoi complici potrebbero festeggiare una sentenza come quella emessa ieri dal Tribunale di Milano. Una sentenza che, tradotta in italiano, dice così: la prescrizione è scattata dieci giorni fa, grazie all’ultima disperata mossa perditempo degli on. avv. Ghedini e Longo (la ricusazione dei giudici), dunque non possiamo condannare B.; ma lo sappiamo tutti, visto che l’ha già stabilito la Cassazione, che nel 1999 l’avvocato Mills fu corrotto dalla Fininvest con 600 mila dollari nell’interesse di B., in cambio delle due false testimonianze con cui – come aveva lui stesso confidato al suo commercialista – l’aveva “salvato da un mare di guai”. Cioè gli aveva risparmiato la condanna per le tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza.

Condanna che avrebbe fatto di B. un pregiudicato già nel 2001, con devastanti effetti a catena: niente più attenuanti generiche negli altri processi, dunque niente prescrizione dimezzata, ergo una raffica di condanne che oggi farebbero di lui non un candidato al Quirinale, ma un detenuto o un latitante. E se, al netto della falsa testimonianza prezzolata di Mills sulle tangenti alla Gdf, B. sarebbe stato condannato in quel processo, al netto della legge ex Cirielli sarebbe stato condannato anche ieri per avere corrotto Mills. Così come Mills sarebbe stato condannato due anni fa per essere stato corrotto da B. (invece si salvò anche lui grazie alla prescrizione, scattata due mesi prima). Quando infatti fu commesso il reato, nel 1999, la prescrizione per la corruzione giudiziaria scattava dopo 15 anni: dunque il reato si estingueva nel 2014. Ma nel 2005, appena scoprì che la Procura di Milano l’aveva beccato, B. impose la legge ex Cirielli, che tagliava la prescrizione da 15 a 10 anni.

Così il reato si estingueva nel 2009. Per questo la Cassazione, nel febbraio 2010, ha dovuto dichiarare prescritto il reato a carico del corrotto Mills (pur condannandolo a risarcire lo Stato italiano). E per questo ieri il Tribunale ha dovuto fare altrettanto col corruttore B. Fra il calcolo della prescrizione proposto dal pm Fabio de Pasquale e quello suggerito da Ghedini e Longo, il Tribunale ha scelto quello degli avvocati: la miglior prova, l’ennesima, che il Tribunale di Milano non è infestato di assatanate toghe rosse. Anzi, visti i precedenti, se i giudici hanno un pregiudizio, è a favore di B. Il quale, per la sesta volta, incassa una prescrizione a Milano: le altre cinque accertarono che comprò Craxi con 23 miliardi di lire, comprò un giudice per fregarsi la Mondadori e taroccò tre volte i bilanci del gruppo per nascondere giganteschi fondi neri usati per comprare tutto e tutti.

Ora càpita di ascoltare Angelino Jolie, avvocato ripetente, che delira di “folle corsa del pm” (dopo 8 anni di processo!); l’incappucciato Cicchitto che vaneggia di “assoluzione”; e l’imputato impunito che si rammarica (“preferivo l’assoluzione”), ma s’è ben guardato dal rinunciare alla prescrizione per farsi giudicare nel merito. Gasparri, poveretto, vorrebbe cacciare De Pasquale perché ha cercato di non far scattare la prescrizione. Ecco: per lui il compito dei magistrati è assicurare la prescrizione a tutti. Se l’ignoranza si vendesse a chili, sarebbe miliardario.

Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano - 26 Febbraio 2012)


''Un salvataggio ad personam''

Processo Mills, Berlusconi prescritto grazie alla ex Cirielli. Ma i giudici non lo assolvono

La sentenza del Tribunale di Milano dopo circa due ore di camera di consiglio. Il reato si sarebbe estinto appena una decina di giorni fa. Determinante la legge ad personam che nel 2005 ha abbassato da 15 a 10 anni i termini per il reato di corruzione in atti giudiziari, di cui l'ex premier era accusato. Il pm De Pasquale aveva chiesto per lui cinque anni di reclusione. La difesa annuncia l'impugnazione.

Prescrizione per Silvio Berlusconi al processo Mills. Scattata, a quanto si apprende, appena una decina di giorni fa. Il giudice Francesca Vitale, dopo circa due ore di camera di consiglio, ha dichiarato “il non doversi procedere”, perché “il reato è estinto per intervenuta prescrizione”. Il presidente ha citato l’articolo 531 del codice di procedura penale. Berlusconi, accusato di corruzione in atti giudiziari, non è stato ritenuto innocente dal collegio giudicante, che altrimenti avrebbe optato per l’assoluzione.

Tanto è vero che il difensore Piero Longo ha affermato a caldo: “Una sentenza così la impugno tutta la vita”. Insieme al collega Niccolò Ghedini, infatti, aveva chiesto come prima istanza l’assoluzione nel merito. Per motivi opposti, anche la Procura sembra intenzionata a ricorrere in appello. ”Noi abbiamo l’auspicio di avere un’assoluzione piena”, ha aggiunto Ghedini, “perché crediamo che il presidente Berlusconi se la meriti”. I legali attendono comunque le motivazioni della sentanza di primo grado, che saranno rese pubbliche entro novanta giorni.

Lo scoccare della prescrizione è determinato da una legge ad personam, la “ex Cirielli” approvata nel 2005 dalla maggioranza berlusconiana. Prima, infatti, il reato di corruzione in atti giudiziari si prescriveva in 15 anni, scesi a dieci dopo l’approvazione della norma.

La prescrizione sarebbe scattata appena una settimana-dieci giorni fa. A quanto si apprende, infatti, il Tribunale ha calcolato che i termini per perseguire il leader del Pdl sono scattati tra il 15 e il 18 febbraio. Il conteggio sarebbe stato fatto scattare l’11 novembre 1999, giorno del presunto versamento di 600 mila dollari da Berlusconi al legale inglese, il punto chiave dell’accusa di corruzione. Da lì la decorrenza dei dieci anni previsti per la prescrizione ha subito alcune interruzioni previste dalla procedura, e così, secondo i giudici di primo grado, si è arrivati all’estinzione del reato una manciata di giorni prima della lettura della sentenza.

Per l’ex premier, il pm Fabio De Pasquale aveva chiesto 5 anni di reclusione con l’accusa di corruzione in atti giudiziari. L’avvocato Longo, difensore dell’ex premier con Niccolò Ghedini, al termine della sua arringa aveva avanzato ai giudici la richiesta di assolvere Berlusconi perché il fatto non sussiste. In subordine, l’assoluzione dell’ex premier per non aver commesso il fatto o il proscioglimento per prescrizione. Proprio sulla prescrizione si è giocata la partita nelle ultime fasi del processo, con calcoli discordanti tra accusa e difesa.

Nella sua arringa, Longo aveva sottolineato che “non esiste falsa testimonianza di Mills nei due processi” che si sono svolti alla fine degli anni Novanta – quello per le tangenti alla Guardia di finanza e All Iberian, al centro dell’accusa di corruzione in atti giudiziari. E l”‘eventuale reticenza” di Mills in aula andrebbe valutata in base al fatto che un testimone “reticente su cose che possano incriminarlo non commette falsa testimonianza”. Infine, per la difesa di Berlusconi, “manca la prova dell’accordo corruttivo”. Il legale aveva concluso con un’esortazione ai giudici: “Decidete senza timori e senza speranza”.

Redazione Il Fatto Quotidiano | 25 febbraio 2012


Il vicedirettore di Repubblica commenta la sentenza del processo Mills: "Silvio Berlusconi si salva ancora una volta grazie alle leggi su misura. E' la conferma dell'anomalia italiana di questo ventennio: uno Stato di diritto piegato e ritagliato sulle esigenze di un singolo" LEGGI SU REPUBBLICA.IT



PALERMO FANTASMA.

"I miei guai derivano dal fatto che purtroppo io, essendo mafioso ... essendo mafioso ... essendo siciliano..." (Marcello Dell'Utri, in "Moby Dick", 11 marzo 1999).

"Alla domanda se esiste la mafia rispondo con le parole di Luciano Liggio. Se esiste l'antimafia, significa che esiste anche la mafia" (Marcello Dell'Utri, ibidem).

La cosa migliore da fare a Palermo è dimenticare. Vivere da turista o da emigrante di testa, straniero in patria, come fanno ormai molti palermitani onesti e intelligenti. Godersi i contrasti di una città meravigliosa con i tempi di un viaggiatore esotico, fermarsi una giornata nello splendore di piazza Marina, il luogo più dolce e simbolico della città, con il palazzo dell'Inquisizione, lo Steri, magnificamente restaurato e le magnolie secolari, grandi che paiono palazzi, le radici dappertutto che si inabissano, risorgono, si proiettano al cielo e ridiscendono di colpo, come la storia della Sicilia. Immergersi nella Palermo barocca, nella città normanna e in quella liberty, o in quel che ne resta. Figurarsi, a partire dalle due o tre ville liberty risparmiate dal tritolo della mafia, come poteva essere un tempo via Libertà. Abbandonarsi al piacere, in una città di gioventù bellissima, di colori accesi, di mercati ancora esplosivi di sapori e odori come Ballarò, di ristoranti indimenticabili e di vini ormai fra i migliori del mondo, e chiudere la gita partendo dalla spiaggia di Mondello, l'antico villaggio di pescatori, per la campagna dai profumi stordenti, fino alle vigne dei Planeta, un angolo d'Italia da paradiso terrestre. «Si sbrighi a goderla Palermo, prima che la distruggano del tutto,» raccomanda l'editore e fotografo Enzo Sellerio. «La Vucciria è morta, e guardi come stanno rovinando la Zisa, un orripilante parco marmoreo, o i palazzi normanni, o Monreale.» Questo bisognerebbe fare a Palermo, ad averne la saggezza, e fottersene di mafia e politica. Ma non ci si riesce mai. Perché quelli ti afferrano e ti trascinano a fondo.
Nelle strade di Palermo ogni uomo che cammina ha accanto un fantasma. Non esiste via, piazza, monumento, negozio, cortile che non abbia un ricordo di sangue versato, di un fatto di cronaca, di una violenza. Si parla con i morti come le vecchine al cimitero, ci si discute e litiga come fossero cristiani presenti. E loro rispondono. Ogni giorno Falcone e Borsellino intervengono nel dibattito su mafia e antimafia, ogni giorno Sciascia scrive e polemizza con i contemporanei, a ogni ora a palazzo di giustizia e nelle caserme i procuratori e i poliziotti di oggi ragionano con quelli di ieri, nei palazzi del potere i politici trattano con i predecessori, i mafiosi si scontrano con i fantasmi di defunti, ergastolani, latitanti, e nessuno, vivi e morti, riposa mai in pace.

Fra tutti i fantasmi che circolano a Palermo, ho scelto di farmi raccontare la storia della città e i suoi cambiamenti da uno che conosco e che forse è il più grande, almeno negli ultimi decenni: il senatore Marcello Dell'Utri, fondatore di Forza Italia. Che sia lui e non Berlusconi il vero padre di Forza Italia, l'ho capito dall'autunno del 1993, prima ancora della famosa «discesa in campo»: l'ho capito perché l'ho visto. Nella sede appena intonacata di viale Isonzo, periferia sudest di Milano, c'erano gli operai al lavoro, Gianni Pilo che saltava da una stanza all'altra con in mano i risultati dei sondaggi, le belle ragazze del ricevimento lucide di lampada abbronzante, i vigilantes formato lottatori di wrestling. Ogni tanto arrivava Silvio Berlusconi a eccitare le truppe con la promessa napoleonica del bastone di maresciallo nello zaino dei soldati. Ma il padrone di casa era un altro, un signore piccolo e gentile, vestito di grigio, gli occhiali d'oro, un intenso odore di colonia: Marcello Dell'Utri era ovunque e decideva tutto, sceglieva operai e signorine e candidati, le domande dei sondaggi e dei provini, radunava gli agenti di Publitalia e di Programma Italia e affidava le missioni. Sei mesi dopo lo vidi alla testa del plotone di berluscones che prendevano possesso di Montecitorio e Palazzo Madama, dell'Italia intera.

Dell'Utri Marcello nasce l'11 settembre 1941 e cresce in una Palermo dove la mafia è la naturale espressione della classe dominante. E’ un bambino il giorno della strage di Portella della Ginestra ma è un ragazzo nell'ottobre del 1957, quando si svolge all’Hotel delle Palme, in pieno centro, il celebre vertice mafioso italoamericano con da una parte Lucky Luciano, Joseph Bonanno e Carmine Galante in rappresentanza delle famiglie newyorkesi e dall'altra Salvatore Greco, Genco Russo e Vito La Barbera per i siciliani. Può capire, insieme alla sua città, che la mafia è tornata padrona, con l'appoggio dello stato italiano e dell'alleato americano, grato ai boss per l'aiuto dato allo sbarco in Sicilia e alla lotta ai «rossi».

La mafia è la normalità da sempre. La sua storia è circolare. Lo spiega bene il grande storico Salvatore Lupo, con il paragone fra la storia universale e quella di Ciaculli, borgo contadino di Palermo. Dal 1789 al 1970 quante cose sono successe? La Rivoluzione francese, russa, cinese, due Guerre mondiali, l'apogeo e il crollo degli imperi coloniali, il fascismo, il nazismo, l'Olocausto, la Guerra fredda, il boom e lo sbarco sulla Luna: «In tutto questo periodo,» scrive Lupo, «a Ciaculli ha sempre comandato uno che si chiamava Greco». Così, la prima relazione della Commissione parlamentare antimafia, costituita all'alba del Regno d'Italia e presieduta dall'onorevole Bonfadini, dà l'impronta reticente e ipocrita a tutte le successive. In risposta arriva la prima inchiesta giornalistica, di Franchetti e Sonnino, che nel 1874 giunge alle stesse conclusioni di sempre, di oggi, nel rapporto fra stato e mafia: la mafia si regge sulla politica, soltanto l'intervento deciso del governo di Roma può debellarla. Ma un governo, di destra o di sinistra, che si cimentasse nella lotta finale firmerebbe la propria caduta, perché i voti siciliani sono decisivi per tenere in piedi qualsiasi maggioranza parlamentare. Sarà così ai tempi del Regno e poi nel dopoguerra, con la Prima e la Seconda repubblica.

Il primo delitto eccellente, l'assassinio del marchese Notarbartolo –narrato nel bel romanzo "Il cigno" di Sebastiano Vassalli (Einaudi, 1993) - li contiene tutti e illustra il «pendolo» dell'antimafia. Lo scempio di Notarbartolo, eroe garibaldino e galantuomo chiamato a risanare il Banco di Sicilia, provoca una ciclopica reazione nell'opinione pubblica. Si arriva ai processi e vengono condannati il sicario, il mafioso Piddu, e il mandante, l'onorevole crispino Raffaele Palizzolo. Ma quando, attraverso i legami del deputato, si comincia a risalire al «terzo livello», alle responsabilità dei governi, da Crispi a Giolitti, il mare si richiude. «Non si può scrivere la storia nelle aule di giustizia.» In appello Palizzolo, per quanto organico alla mafia, viene assolto per insufficienza di prove ed è accolto come un trionfatore da tutta la cittadinanza di Palermo: baroni, vescovi e borghesi in testa, ma anche popolino, in «una festa più partecipata di Santa Rosalia». Celebrato come eroe e martire di «giudici socialisti», benedetto dalle autorità ecclesiastiche e invitato perfino in America a tenere conferenze. Come vedremo,è il destino di ogni processo «politico» di mafia,fino al caso Andreotti.

Nella Palermo del dopoguerra la mafia è opportunità. E’ lo strumento per mantenere lo status quo ma anche l'unica possibilità per un giovane ambizioso e spregiudicato di far carriera e sfuggire al vero incubo del siciliano, l'anatema dell'invisibilità. Racchiuso nel peggiore degli insulti: «Tu sì nuddu"mmiscatu cu nenti». Nessuno mischiato con niente. Al centesimo interrogatorio, il pentito Francesco Marino Mannoia perse la pazienza davanti alla pignoleria dei suoi giudici: «Voi però dovete prima capire perché uno si fa mafioso. Non sono soltanto i soldi. Io mi sono fatto mafioso perché prima ero nuddu "mmiscatu cu nenti e poi invece mi rispettavano ovunque andassi».
Il giovane Marcello Dell'Utri ambizioso e spregiudicato lo è di sicuro. A ventisei anni ha già intrecciato relazioni con gli ambienti che ne benediranno l'irresistibile ascesa. Ha conosciuto alla facoltà di Legge della Statale di Milano un altro giovane ambiziosissimo, Silvio Berlusconi. Nel '66 è a Roma, dove organizza un centro sportivo per l'Opus Dei. Nel '67 torna a Palermo, dove è allenatore e direttore sportivo della società di calcio Bacigalupo, e conosce lì, dice, i boss Vittorio Mangano e Gaetano Cinà, quest'ultimo «amico di una vita» e parente di Stefano Bontate. E’ un pezzo di bel mondo cittadino, la Bacigalupo: accanto ai mafiosi, giocano i figli dell'onorevole Vizzini, del ministro Restivo e del principe Lanza di Scalea, il futuro deputato La Loggia, e c'era anche Piero Grasso, oggi capo della Superprocura antimafia. «Era famoso perché, anche quando c'era fango, non si schizzava mai,» ricorda Dell'Utri. Gli amici di Dell'Utri all'epoca scherzano sul fatto che il vero gemello di Marcello non sia il fratello Alberto, ma proprio il giovane Bontate, figlio del boss Paolino. Stessa eleganza, stesso stordente profumo di colonia, identiche manie aristocratiche (Bontate si fa chiamare «principe di Villagrazia»), una notevole somiglianza nei tratti e nei gesti. Stefano Bontate è a quel tempo, insieme a Salvatore Inzerillo, il padrone della città. Sono i giorni di un nuovo «sacco» della città. Ogni notte in via Libertà salta per aria una villa liberty e ogni mattina il sindaco Salvo Lima e l'assessore ai Lavori pubblici Vito Ciancimino firmano una licenza per costruire. E’ la Palermo che «volta le spalle al mare» e si popola di orrori architettonici. Più famelici ancora dei mafiosi sono i nobili palermitani, i quali, secondo il primo rapporto dell'antimafia, lamentano con Lima e Ciancimino il «troppo poco cemento». Bontate e Inzerillo controllano il traffico di eroina verso l'America, prodotta nelle raffinerie nascoste nelle campagne di Punta Raisi, pronta all'imbarco. Alla morte di Stefano Bontate, ucciso dai kalashnikov dei corleonesi a Villagrazia il giorno del suo quarantaduesimo compleanno – il 23 aprile 1981 -, il suo patrimonio è stimato in mille miliardi. Ancora oggi, nessuno sa dove sia finito l'immenso tesoro.
Grazie agli amici e alla vivace intelligenza, Dell'Utri fa carriera in banca e nel '73 diventa direttore generale della Sicilcassa di Palermo. L'anno dopo, in primavera, torna a Milano, chiamato da Silvio Berlusconi. L'imprenditore ha ricevuto minacce di rapimento per sé e per i figli, ma invece di correre dai carabinieri telefona al vecchio amico palermitano. Dell'Utri porta con sé ad Arcore un giovane mafioso di Porta Nuova, Vittorio Mangano, quello che la stampa chiamerà «lo stalliere». Anch'io lo chiamavo così, ma un giorno Attilio Bolzoni, grande inviato di «Repubblica», si è messo a ridere: «Io Mangano l'ho conosciuto al palazzo di giustizia di Palermo, dove ormai faceva parte dell'arredamento. Un elegantone, alto, distinto, con le scarpe fatte a mano, il cappotto cammello di cachemire, gli occhiali di tartaruga, la pochette di seta intonata alla cravatta e alle calze. Stallieri siamo tu e io».

L'assunzione di Dell'Utri e Mangano ad Arcore viene suggellata, secondo le testimonianze dei pentiti Francesco Di Carlo e Nino Giuffrè, da una serie di incontri a Milano fra Berlusconi e i capi di Cosanostra Stefano Bontate e Mimmo Teresi (l'assassino del giornalista Mauro DeMauro). Nel primo, autunno '74, Berlusconi e Bontate si vedono nella sede Edilnord di foro Bonaparte alla presenza di Dell'Utri, di Mimmo Teresi, dello stesso Di Carlo, e si scambiano reciproca disponibilità. Bontate, affascinato dal trentottenne costruttore, lo invita a investire a Palermo e gli assicura che «può stare tranquillo» per la faccenda dei sequestri, «e poi ci ha un Marcello, per qualsiasi cosa. Marcello è molto vicino a noi altri». Altri pentiti, fra i quali il finanziere Filippo Alberto Rapisarda, socio e datore di lavoro di Dell'Utri, sostengono che Bontate abbia poi investito direttamente decine di miliardi nelle reti Fininvest, ma l'accusa non è provata. Neppure smentita, per la verità. Quando nel 2002 i magistrati chiedono ragione al Cavaliere della marea di soldi – oltre centodieci miliardi dil ire – che dal '75 all'83 confluiscono nel suo gruppo attraverso le misteriose finanziarie che compongono la Fininvest (Holding Italiana 1, Holding Italiana 2 e così via fino al numero 34), Berlusconi si avvale della facoltà di non rispondere.
Comincia per Marcello Dell'Utri il «costante e trentennale rapporto di mediazione» fra la mafia e il gruppo Berlusconi, com'è scritto nella sentenza di condanna a nove anni emessa dal Tribunale di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa sulla base dell'inchiesta condotta per anni dal p.m. Antonio Ingroia. Una delle tre condanne del pregiudicato Dell'Utri, ritenuto colpevole anche per le false fatturazioni di Publitalia dai giudici di Torino (condanna definitiva a due anni), e per tentata estorsione ai danni dell'imprenditore trapanese Vincenzo Garraffa, in complicità con il capofamiglia trapanese Vincenzo Virga, dai giudici di Milano (condanna a due anni in appello). Ma qui la storia giudiziaria interessa fino a un certo punto.

La questione mai chiarita dalle indagini è quale sia stato, in trent'anni, il reale rapporto fra Dell'Utri e Berlusconi: chi comanda,chi ubbidisce. Senza scomodare la celebre pagina hegeliana sulla dialettica servo padrone, è certo che per trent'anni è sempre Berlusconi a chiedere aiuto e consiglio a Dell'Utri. La prima volta nel '74 e poi nell'83, quando riassume un Dell'Utri reduce da una bancarotta fraudolenta (della Bresciano Costruzioni, alle dipendenze di Rapisarda) e lo colloca a capo del motore del suo impero, Publitalia. Poi nel '90, quando manda Dell'Utri a Catania dopo gli attentati mafiosi alla Standa e le bombe subito tacciono. Infine, nel '92, nella piena di Tangentopoli che si porta via gli amici politici, a cominciare da Bettino Craxi. Soltanto una volta è Dell'Utri ad aver bisogno di Berlusconi, durante il processo per i fondi neri Fininvest a Torino. Berlusconi presidente del Consiglio ed evita di rispondere a qualsiasi chiamata nelle aule di giustizia. Durante il processo, Dell'Utri a un certo punto interrompe il giudice: «Ha provato a chiamare a testimoniare il dottor Berlusconi?». «Certo. Ma chi lo convince, lei?» «Non c'è bisogno di convincerlo, stavolta verrà.» Quella volta infatti Berlusconi si precipita dai giudici e tiene un'apologia di Dell'Utri al cui confronto il discorso di Antonio sulle ceneri di Cesare gronda spirito critico: ne esalta due o tre volte le «alte qualità morali e religiose», arriva a paragonarlo a George Washington. Chi è il servo, chi è il padrone?

Dalla metà degli anni settanta Dell'Utri si tiene lontano per un ventennio da una Palermo sconvolta dalla sanguinaria ascesa dei corleonesi. Settanta pecorai venuti dal quadrilatero composto da Corleone, Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e Prizzi, prima agli ordini di Luciano Liggio e poi dei suoi luogotenenti Totò Riina e Bernardo Provenzano, in tre anni - dall'81 all'83 –si prendono la città con un massacro senza precedenti. Parlare di guerra di mafia è improprio. Da una parte ci sono millecinquecento morti e dall'altra nemmeno un ferito. Stefano Bontate, il «vero gemello», è fra i primi a cadere, seguito da Mimmo Teresi, l'altro boss dell'incontro con Berlusconi raccontato dai pentiti; poi viene spazzata via l'intera aristocrazia mafiosa che comandava da decenni per diritto ereditario, imparentata con gli americani –gli Inzerillo, i Gambino, i Di Maggio. I punti più suggestivi e simbolici della città, da piazza Politeama al Giardino Inglese, da via Libertà a via Cavour, da Mondello a Monreale, i parchi, i bar, i ristoranti, le sedi dei giornali e dei partiti, il palazzo di giustizia, tutti diventano luoghi di sangue e memoria, teatri di omicidi eccellenti: il giornalista Mario Francese, il capo della mobile Boris Giuliano, il segretario della D.C. cittadina Michele Reina e il giudice Cesare Terranova, il governatore della Regione Piersanti Mattarella, i capitani dei carabinieri Emanuele Basile e Mario D'Aleo, il segretario regionale comunista Pio La Torre, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il capo dell'Ufficio istruzione Rocco Chinnici. Nel 1984 Totò Riina è l'incontrastato dittatore della nuova mafia. Marcello Dell'Utri è tornato da Berlusconi, ai vertici del gruppo. Scomparsi gli antichi referenti, tiene i contatti con gli ambienti palermitani attraverso i fratelli Pullarà, Giovan Battista e Ignazio, traslocati dalla mafia perdente ai corleonesi. I due tengono nascosti per un po' questi legami a Totò Riina, che quando lo scopre si infuria, li destituisce e affida i rapporti con la Fininvest all'affiliato Pippo Di Napoli e al vecchio amico di Dell'Utri, Gaetano Cinà. Il pentito Salvatore Cancemi racconta: «Ogni anno Dell'Utri mandava duecento milioni a Cinà, che li consegnava a Riina». Il vero obiettivo del boss dei boss non è però l'estorsione, vogliono usare Berlusconi per arrivare a Bettino Craxi. Nelle elezioni dell'87 Riina ordinerà a Cosanostra di scaricare la D.C. (che non ha saputo ostacolare a dovere il maxiprocesso a Cosanostra, istruito dai pool di Falcone e Borsellino in base alle confessioni di Tommaso Buscetta) e di «blindare» i voti sui socialisti. La famosa «onda lunga» di Craxi parte dalle coste siciliane.

Nel frattempo è sorta dalle stragi, dalle voci dei fantasmi sempre presenti, la più straordinaria, partecipata, commovente reazione alla mafia di una storia secolare, la «primavera di Palermo». Due uomini, il sindaco Leoluca Orlando e il giudice Giovanni Falcone, si sono messi in testa di trasformare la città. La storia è abbastanza nota per non doverla ripercorrere, ma c'è un piccolo episodio dimenticato da tutti, tranne che da Orlando. Nel '90 Orlando esce con un libro su Palermo che diventa un bestseller, vende centocinquantamila copie in Italia in pochi mesi ed è tradotto in sei lingue. L'anno successivo la Mondadori decide di inserirlo nella collana economica degli Oscar. Nelle stesse settimane il controllo della casa editrice, con l'annullamento del famoso Lodo Mondadori – frutto della corruzione di un giudice da parte di Cesare Previti con denaro della Fininvest - passa al gruppo Berlusconi. Subito dopo, decine di migliaia di copie già stampate del libro di Leoluca Orlando vengono distrutte e bruciate nei magazzini: l'Oscar non arriverà mai nelle librerie e Orlando non verrà più pubblicato in Italia. Continuerà a scrivere libri di successo in tedesco, sua seconda lingua («Dopo il siciliano, s'intende,» precisa lui), e in inglese. Ma perché nel '91 la Mondadori di Berlusconi ha preso questo provvedimento? Una nuova strategia editoriale?
Il nodo dei rapporti Berlusconi mafia, e soprattutto dei misteri recenti del paese, sta nel biennio 1992-1993. La tesi, o se si preferisce il teorema, dei magistrati è che la nascita di Forza Italia sia totalmente frutto della strategia mafiosa di creare ex novo un referente politico al posto del sistema in disfacimento, quasi sepolto dalle macerie del Muro di Berlino e di Tangentopoli. Il terreno è minato e occorre muoversi sulle certezze. E’ certo che la mafia, come spiegano mille segnali e testimonianze di pentiti, ha capito prima di qualsiasi altro attore della vita pubblica italiana l'inevitabilità del crollo della Prima repubblica. Perfino prima delle inchieste di Mani pulite. Con l'assassinio di Salvo Lima (marzo 1992), da trent'anni il viceré di Andreotti in Sicilia, la mafia segnala che la stessa Democrazia Cristiana è ormai un cadavere.

Sempre nella primavera del '92, altro fatto certo, prima delle stragi di Capaci e via D'Amelio: MarcelIo Dell'Utri assume come consulente il democristiano Ezio Cartotto e gli affida lo studio di un nuovo soggetto politico – il progetto Botticelli – un anno prima delle famose riunioni di Arcore sull'ipotesi di Forza Italia.

Dell'Utri, e non Berlusconi, è il primo ideatore del partito e sarà a lungo anche l'unico sostenitore, con Cesare Previti, durante i vertici in villa. Contrari sono tutti gli altri, da Fedele Confalonieri a Gianni Letta, da Maurizio Costanzo a Enrico Mentana. Berlusconi è tutt'altro che convinto, sembra tenere in maggior considerazione i suggerimenti dei tradizionali consiglieri politici del gruppo ed esperti di salotti romani, Letta e Confalonieri, e prende contatti con Mario Segni. Fedele Confalonieri mi rilascia un'intervista su «La Stampa» nella quale giura: «Il gruppo non farà mai un partito, Berlusconi dovrebbe vendere le sue televisioni e, ancora prima, passare sul mio cadavere». Poi ricominciano le stragi in continente, una novità nella storia della mafia. La prima bomba, in via Fauro, «avverte» Maurizio Costanzo. Seguono gli attentati di via Georgofili a Firenze, al Pac di Milano, alle basiliche del Velabro e del Laterano a Roma. Tutto fra maggio e luglio del 1993. E’ un altro, italianissimo romanzo delle stragi, del quale si può ripetere quel che scriveva Pasolini: «Io so chi sono i responsabili delle stragi...Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore. Ma non ho le prove». Nel «gran Gotha del nulla» romano, come lo chiama nel suo ultimo romanzo Giancarlo De Cataldo, intanto si agitano presenze spettrali, spioni e faccendieri, industriali e uomini d'onore, impegnati in frenetiche trattative intorno al «papello», la bozza di un nuovo patto fra mafia e politica.
Una domenica di fine ottobre del 1993 è fissata l'ultima strage, la più spaventosa. Ma si inceppa il telecomando della Lancia Thema imbottita di tritolo piazzata davanti all'uscita centrale dello stadio Olimpico. I morti, dicono gli inquirenti, sarebbero stati centinaia: quasi tutti carabinieri reduci dal servizio d'ordine allo stadio. Nei giorni seguenti Berlusconi annuncia un «passo storico» e di lì a poco invade le televisioni con il messaggio della «discesa in campo». Il pentito Antonino Giuffrè, la cui attendibilità è «fuori discussione» per il Tribunale di Palermo, racconta che Bernardo Provenzano comunica ai padrini e ai picciotti: «l'accordo è stato trovato, siamo in buone mani» e ordina a tutti di sponsorizzare Forza Italia alle elezioni. Cosa nostra accantona per sempre il progetto di un partito tutto suo – Sicilia Libera, una sorta di Lega Sud fondata mesi prima dai boss Brusca, Bagarella e Cannella – e si butta su Forza Italia. Alle elezioni del marzo ‘94, precedute da vari incontri fra Dell'Utri e Vittorio Mangano –ormai pluri condannato e riconosciuto capo mandamento di Porta Nuova - , Forza Italia vince e la destra va al potere grazie anche ai collegi siciliani. Non sarà il cappotto del 2001, con sessantun collegi su sessantuno, ma sono pur sempre cinquantasette: bastano e avanzano per mandare Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Compiuto il capolavoro, Dell'Utri fa un passo indietro e non si candida. Sarà costretto a farlo più tardi e nel '99, secondo le intercettazioni, Cosa nostra lo sostiene alle elezioni europee per fargli ottenere un'altra immunità parlamentare e «impedire a quei cornuti [i magistrati di Palermo, N.d.A.] di fotterlo».
I magistrati sostengono che con l'avvento di Forza Italia «la mafia si fa stato». Non è più l'intermediazione con la politica romana, ma rappresentanza diretta. Chi conosce bene la storia della nascita di Forza Italia sa che ci sono stati altri e importanti motivi a decidere la «discesa in campo». Materiali, come le difficoltà finanziarie del gruppo e la paura delle inchieste giudiziarie. Ideologici e politici, come l'anticomunismo viscerale di Berlusconi e la spinta dei consigli di Bettino Craxi. Infine personali, da ricercarsi nell'ego arroventato del padrone di Arcore. Ma non si può escludere che la scintilla decisiva sia arrivata da Palermo. Di sicuro c'è che nell'egemonia culturale esercitata dal berlusconismo in tutti questi anni, attraverso i media, vi sono tratti inspiegabili se non con l'estensione a livello nazionale della cultura mafiosa. Sono mafiose la violenza verbale come sublimazione della violenza fisica; la tecnica dell'avvertimento, della minaccia allusiva e della diffamazione dei nemici; l'ossessione dell'anticomunismo in morte del comunismo, alibi comunque buono per giustificare gli affari più sporchi in nome della difesa dell'Occidente minacciato. La stessa ossessiva campagna contro i magistrati, gli attacchi continui alla Costituzione e alla cultura della legalità, in nome di un garantismo da opportunisti, che ha fra gli obiettivi principali, guarda caso, la museruola all'indipendenza della magistratura, l'abolizione delle leggi sul pentimento, del 41bis e del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Lo capirà per primo Tommaso Buscetta, il più grande dei pentiti, quando prima di morire convocherà Saverio Lodato per dettargli la sua intervista testamento e ne sceglierà il titolo: "La mafia ha vinto". Marcello Dell'Utri non è soltanto il fondatore del primo partito italiano,ne è l'ideologo principale, è il mecenate degli intellettuali vicini al partito azienda, quello che tiene i cordoni della borsa dalla quale dipendono i giornalisti, gli scrittori, i cantori del nuovo corso. La sua capacità di tessere relazioni, usare ogni strumento – dai circoli alle sezioni, dalla fiction ai teatri – per influenzare la cultura del paese e spingerla verso una «pacifica convivenza» con la mafia – per usare la spudorata formula dell'ex ministro Lunardi – è straordinaria. Neppure negli anni peggiori dei «ministri della malavita» era stato sperimentato un così diretto assalto ai princìpi legalitari. Formalmente anche la D.C. andreottiana era «antimafia», com'era «antifascista». La nuova stagione si proclama apertamente «afascista» e «amafiosa». Non mancano le finezze concettuali. L'inedito professionismo dell'antiantimafia rivendica per esempio una nobile paternità in Leonardo Sciascia. L'unico fra i grandi scrittori siciliani che avesse mai osato sfidare la mafia, infondo a una tradizione di indifferenza, da Capuana a Verga, Pirandello, Vittorini, Brancati, Tomasi di Lampedusa, Quasimodo. Purtroppo Sciascia era caduto in tarda età, per vezzo anticonformista o narcisismo aristocratico o và a sapere, nel tragico equivoco della polemica contro il «professionismo dell'antimafia»: il celeberrimo titolo del suo articolo sul «Corriere», peraltro rinnegato dallo stesso Sciascia, prima di morire. Non c'è stata formula più citata e strumentalizzata in questi anni. Ma non una volta si sono ricordati, accanto alla formula, gli obiettivi in carne e ossa di quel maledetto articolo, additati con nome e cognome dall'autore come esempi infami di «carrierismo», «opportunismo», «calcolo»: Paolo Borsellino e, indirettamente, Giovanni Falcone, oltre al sindaco Orlando.
Che cosa è diventata la cultura della legalità in Italia negli anni dell'egemonia berlusconiana? La pro va della «mafia che si fa stato» sta nel paragone fra il processo Palizzolo degli inizi del Novecento e il processo Andreotti. Come il piccolo deputato Palizzolo, il grande statista Andreotti, sette volte presidente del Consiglio, è stato giudicato – in appello e in Cassazione – colpevole di associazione per delinquere con la mafia del dopoguerra fino al 1980, ma salvato dalla prescrizione (reato «commesso» ma prescritto). Come il piccolo «Cigno», il grande «Divo Giulio» è accolto e festeggiato come un martire e un eroe da una comunità che non ha alcuna voglia di fare i conti con se stessa. Ma un secolo dopo, ad auto assolversi nella festa per l'ex mafioso non è soltanto la Palermo ottocentesca dei notabili, della borghesia e della nobiltà mafiose, fra lo sconcerto del «Corriere» e della «Stampa» e perfino del «Giornale di Sicilia», lo sdegno di tutti gli intellettuali, l'indignazione dei sindacati, la protesta dei socialisti in parlamento. Ad acclamare Giulio Andreotti, nello sconcerto ora del resto del mondo, è l'Italia intera, da Milano a Sciacca, da Torino a Reggio Calabria, tutti i giornali e i giubilanti salotti televisivi, l'intero quadro politico, da destra a sinistra.
La Palermo dei nostri giorni è l'unica città d'Italia dove questo messaggio è stato compreso fino in fondo. E’ una città in cui, per dirla con Tommaso Buscetta, «la mafia ha compiuto il miracolo di rendersi invisibile senza sparire». Il procuratore aggiunto antimafia Roberto Scarpinato, non soltanto un bravo magistrato ma un acuto intellettuale, sostiene che Palermo sta diventando un modello per la nazione: «Esistono due modelli, per la verità, Napoli e Palermo. Napoli è il modello favelas, fondato sul disordine. Il 90 per cento delle ricchezze sta nelle mani del 10 per cento. Questa classe dominante vive nelle sue roccaforti e lascia che nel territorio si muovano le bande camorristiche. Il discorso è, grossomodo: poiché non posso garantirti nulla, né benessere né lavoro, a Scampia sei libero di fare quello che vuoi. I quartieri sono discariche sociali dove non si controllano più i rifiuti. Il modello Palermo è invece fondato sull'ordine. E’ il modello Ucciardone. Negli anni ottanta era il carcere più tranquillo d'Italia perché la direzione aveva affidato l'ordine ai mafiosi. A Palermo è la classe dominante a gestire la violenza, attraverso il braccio militare. Qui nessuno fa come gli pare, la divisione del lavoro è ferrea. La borghesia mafiosa fa affari e le cosche controllano il territorio. La disuguaglianza sociale non è motivo di conflitto, come a Napoli, ma serenamente accettata come dato naturale. In via Libertà si vendono le Vuitton a duemila euro, al quartiere Zen si muore di fame. Ma l'unica aspirazione sociale è farsi mafioso e poter un giorno vivere come i ricchi. Tutto ha una logica, perversa ma pur sempre una logica. A Napoli la metà degli assassinii avviene per sbaglio, a Palermo ogni attentato è una mossa di scacchi, studiata a lungo, dopo aver valutato tutte le possibili contromosse».

Nel caos italiano d'inizio millennio, il «modello Palermo» è in fondo una soluzione. Per molti problemi. Palermo è l'unica città d'Italia dove l'economia è davvero globalizzata e la mafia l'unica attività economica cresciuta con la globalizzazione. Non è accaduto con l'industria, le banche, le comunicazioni. In città sono perfino tornate a investire le famiglie americane, in testa i Gambino. Si tratta certo di accettare una globalizzazione da Colombia, da capitali sporchi. Ma una delle leggi di maggior successo e consenso del governo Berlusconi non è stata forse quella sul rientro dei capitali all'estero, che ha permesso il riciclaggio legale (e anonimo) di ottanta miliardi di euro? Il modello Ucciardone rappresenta una soluzione alla prima paura sociale degli italiani, la microcriminalità. A Corleone, negli ultimi ventisette anni,non si è registrato un solo furto negli appartamenti. Il modello Palermo significa anche forte impronta identitaria, dunque consenso e pace sociale, garantiti con la minaccia e l'uso della violenza. Ma cos'altro è stata,in cinquant'anni, la strategia della tensione e delle stragi di stato?

Nelle strade di Palermo c'è sempre da sconfiggere, è vero, il fantasma dell'antimafia. Più forte di quanto si pensi, nelle istituzioni e nella coscienza delle persone, dei palermitani stessi. Nelgirare l'Italia, Palermo è paradossalmente l'unico luogo dove sembra di incontrare e toccare con mano il «senso dello stato». Altrove è retorica. Questa è una città seria, perchè la morte ti fa serio. Giovanni Falcone, che conosceva bene la sua gente, girava con quella scorta impotente per via Maqueda o via Libertà, a sirene spiegate, perché i concittadini vedessero la potenza dello stato. I suoi killer per questo l'hanno fatto saltare con cinquecento chili di tritolo, invece di mandare un killer sotto il ministero a Roma. Oggi i magistrati del pool, quando passano con le scorte, sentono ancora alle spalle un pezzo di città che è con loro. Ma quanto durerà? L'ultima riforma della Giustizia, appena approvata dalla maggioranza di centrosinistra, contiene norme che stabiliscono il trasferimento obbligatorio per chiunque ricopra incarichi direttivi da più di otto anni. Fra pochi mesi alla procura di Palermo non ci saranno più i Roberto Scarpinato, Guido Lo Forte, Alfredo Morvillo, cognato di Falcone. La memoria storica dell'antimafia sarà azzerata. Al loro posto verranno ragazzini o anziani magistrati a fine carriera. Sulla gloriosa procura potrà tornare a vegliare il vero patrono della magistratura italiana, il settimo procuratore della Giudea, il cavalier Ponzio Pilato. L'antimafia sarà allora finalmente come l'hanno sempre voluta loro: nuddu "mmiscatu cu nenti.

Curzio Maltese (I Padroni della Città – Feltrinelli - 2007)


Giorgio Gaber: "L'obeso"

S'aggira per il mondo un individuo osceno
così diverso che sembra quasi disumano
è un essere inquietante e forse non è un caso
che a poco a poco diventi contagioso.

L'obeso,
l'obeso
l'obeso ha un aspetto
imperturbabile e imponente
è un grosso uomo che si muove lentamente
mangia sempre dalla sera alla mattina
con l'isterica passione
per qualsiasi proteina
l'obeso è imprigionato
nel suo corpo assai opulento
sembra un uomo generato
da un enorme allevamento.

L'obeso aumenta di peso.
L'obeso aumenta di peso.

L'obeso
è una strana anomalia della natura
è l'uomo nuovo che assomiglia a un grosso uovo
è felice, vive in pace nel suo stato
e s'ingurgita di tutto
sembra quasi lievitato
l'obeso s'è creato
quel suo corpo così pieno
per sfuggire dal terrore
di non essere nessuno.

L'obeso aumenta di peso.
L'obeso aumenta di peso.

L'obeso siamo tutti magri e grassi
siamo i nuovi paradossi
l'obeso è una presenza a tutto tondo
è il simbolo del mondo.

L'obeso mangia idee mangia opinioni
computer, cellulari
dibattiti e canzoni
mangia il sogno dell'Europa
le riforme, i parlamenti
film d'azione e libri d'arte
mangia soldi e sentimenti
e s'ingravida guardando e mangiando
gli orrori del mondo.

L'obeso è ormai un destino senza scampo
è la follia del nostro tempo
l'obeso è un pachiderma nauseabondo
è il simbolo del mondo.

L'obeso mangia gruppi finanziari
mangia spot e informazioni
aiuti umanitari
mangia slogan e ideologie
vecchie idee e nuovi miti
mangia tutti i bei discorsi
dei politici e dei preti
e s'ingurgita la pace, la guerra
la pace, la guerra.

L'obeso aumenta di peso.
L'obeso aumenta di peso.

L'obeso ha un aspetto
imperturbabile e imponente
è un futuro che è sempre più presente
mangia tutto, mangia il mondo come noi
senza il minimo disturbo
senza vomitarlo mai
l'obeso è il segreto
di un gonfiarsi disumano
l'obeso è l'infinito
di un Leopardi americano
l'obeso è l'infinito
di un Leopardi americano
l'obeso è l'infinito
di un Leopardi americano.
L'obeso
L'obeso
L'obeso…





giovedì 23 febbraio 2012

Mentana contro la Fiat



"La Rai e Formigli costretti a pagare alla Fiat 7 milioni di euro, di cui 5 milioni 250mila per danno non patrimoniale. Cosa è il danno non patrimoniale? E’ il danno morale, reputazionale, all’immagine della Fiat. Ora, la Fiat non è una Onlus. E’ la più grande azienda manifatturiera d’Italia, ma non solo. La Fiat è anche proprietaria di un giornale importante, la Stampa, e di una influente concessionaria di pubblicità, Publikompass, oltre a essere il secondo azionista della Rcs, che edita il Corriere della Sera e la Gazzetta dello Sport. Non può non sapere quanto sia importante la libertà di informazione, e quanto la metta a repentaglio la minaccia di pene economiche gravissime per chi osa scrivere o dire cose sgradite. Un simile salasso pecuniario per la Rai e Formigli avrebbe almeno un minimo di giustificazione se la Fiat non avesse mai cercato di ingraziarsi i giornalisti, con viaggi premio a esotiche rassegne o gare automobilistiche, o se non avesse cercato di influenzare per decenni giornalisti di ogni ordine e grado con auto in prova illimitata. Ma la Fiat ha sempre usato abbondantemente del suo potere, della sua influenza e della debolezza della categoria giornalistica, dimostrate da una abbondante casistica di servizi televisivi preventivamente entusiastici all’apparizione di ogni modello, Duna e Stilo comprese. Che oggi si comporti da vergine insidiata dall’orco della mala informazione è tanto ingiusto quanto grottesco. Sarebbe giusto che al Lingotto, finchè la sede della Fiat resta lì, si mettessero una mano sulla coscienza, e facessero un gesto adeguato di fair play. Perché un giornalista come Formigli guadagna certo più di un operaio di Pomigliano, ma infinitamente meno di un Marchionne, per di più pagando le tasse in Italia" (Enrico Mentana - TG la7).

) -- (

"Caro direttore
Bene, adesso sappiamo che se il prodotto Fiat non vende bene è anche colpa di Annozero, di Formigli e della Rai, condannati dal Tribunale di Torino a pagare un risarcimento danni esemplare: 5 milioni di euro oltre rivalutazione monetaria dal dicembre 2010 ed interessi. L’oggetto del contendere è la valutazione di velocità di 3 modelli di automobili, uno dei quali Fiat che viene dalla stessa pubblicizzato con la frase born to race.

Ci siamo occupati anche noi dell’industria automobilistica torinese, le testimonianze più importanti non sono state raccolte a Torino, perché Torino «è» la Fiat. Non entro nel merito della sentenza, se il giudice ha condannato avrà le sue ragioni. Se la Rai e Formigli faranno appello, in quella sede potranno senz’altro chiedere la rivisitazione integrale della questione. Mi limito a considerare due aspetti. Il primo: la perizia affidata dal Tribunale ad un Collegio di esperti composto dal professor Francesco Profumo, dal professor Federico Cheli e dal professor Salvio Vicari. Profumo, oggi Ministro, al momento del conferimento dell’incarico era rettore del Politecnico di Torino. La difesa di Formigli ha obiettato che il Politecnico di Torino viene finanziato dalla Fiat (nel 2011 Fiat e Politecnico di Torino hanno rinnovato fino al 2014 l'accordo di collaborazione che ha permesso, alla fine degli anni Novanta, di istituire il Corso di Laurea in Ingegneria dell'Autoveicolo). Dal curriculum del professor Cheli emerge che: «Da anni è responsabile di una serie di contratti di ricerca tra il Politecnico di Milano e, tra le altre, le società Pirelli Pneumatici, Bridgestone, Centro Ricerche Fiat, Ferrari Auto, Fiat Auto». Salvio Vicari, docente alla Bocconi, è stato nel consiglio di amministrazione della Valdani-Vicari e associati. Dentro la Valdani-Vicari troviamo l’ex direttore generale di Teksid France ( gruppo siderurgico fondato da Fiat). Dalla Valdani Vicari invece proviene l’attuale tax senior specialist di Fiat Services. E’ possibile domandarsi se nella loro valutazione ci sia imparzialità?

Secondo aspetto: la quantificazione del danno. Per il Tribunale il servizio di Formigli ha compromesso la reputazione progettuale e commerciale dell’automobile in questione. Tradotto in euro: 1.750.000 danni patrimoniali, 3.250.000 per l’offesa arrecata a una società composta da un assai rilevante numero di persone. Pochi giorni fa, sempre a Torino, nella sentenza Eternit il tribunale condanna 2 dirigenti a 16 anni di reclusione per disastro doloso e omissioni di misure infortunistiche, e ai responsabili civili impone il risarcimento di 30.000 euro ad ogni famiglia che ha avuto un morto in casa per amianto. Il Tribunale civile di Milano, nel 2011, ha aggiornato le tabelle che fissano i danni per perdita parentale. La morte di un figlio, di un genitore, della moglie o di un marito viene liquidata con tetto massimo di 308.700 euro. Per la perdita di un fratello o di un nipote il tetto massimo è di 134.040. Ben altra cifra dovranno pagare la Rai e Formigli per aver accusato una vettura di essere meno veloce di un’altra. Un’informazione considerata incompleta. Va ricordato inoltre che Formigli aveva invitato, invano, i vertici al confronto.

La sentenza del Tribunale di Torino costituisce un monito molto duro verso il diritto di critica (che in questo caso non è stato preso in considerazione), e che lascerà il segno, poiché difficilmente un editore si assumerà il rischio di sostenere simili cifre. Non risulta invece che sia mai stata emessa condanna esemplare nei confronti di coloro che ti portano in tribunale senza motivo. Per loro il rischio massimo, oltre la doverosa condanna alle spese, è solo una piccola multa, 1000 euro, per aver disturbato il giudice. Milena Gabanelli" (Corriere della Sera - 21 febbraio 2012)

Super-stipendi , le resistenze dei manager

Punto primo: chi ha i dati? L'interrogativo è rimbalzato per giorni fra i ministeri della Funzione pubblica e dell'Economia. E non è un quesito da ridere. Perché per far scattare la tagliola prevista dal decreto salva Italia, servono innanzitutto i dati. Cioè i nomi, con relativi importi, dei nostri burocrati d'oro. Il censimento, a quanto pare, si è rivelato tutt'altro che semplice: alla faccia della trasparenza. Già, la trasparenza.

Alla Funzione pubblica ci sono i dati dei direttori generali, ma non di capi dipartimento, responsabili delle agenzie e altre persone che hanno ruoli «apicali». Quelli ce li ha sicuramente chi paga gli stipendi. Cioè il Tesoro. Le retribuzioni di presidenti e commissari delle autorità indipendenti, sono invece consultabili su Internet. Ma solo quelli o poco più. Meglio, nei siti dei ministeri si trovano, è vero, gli stipendi dei dirigenti anche di seconda fascia, ma non le retribuzioni reali dei più alti in grado. C'è scritto da qualche parte quanto guadagna il capo di gabinetto del ministero dell'Economia Vincenzo Fortunato, accreditato già tre anni fa di un reddito di 788 mila euro? Viene il sospetto che la promessa di mettere tutti i dati su Internet, visto che i siti istituzionali non contengono proprio quelli più importanti, sia stata una bella presa in giro. E forse è proprio questo l'aspetto più grottesco di quest'ultima vicenda. Perché se l'operazione trasparenza avesse davvero funzionato, per sapere i nomi dei megadirigenti che superano il tetto dei 295 mila euro (alla fine pare sia questa la retribuzione del primo presidente della Corte di cassazione) sarebbe stato sufficiente un clic. Senza fare ricorso, com'è stato invece necessario, ai potenti mezzi del Tesoro: il centro di Latina, responsabile dei cedolini degli stipendi statali.

Il bello è che nemmeno i cedolini basteranno. Perché nel tetto devono essere compresi anche gli emolumenti relativi agli incarichi supplementari. Come quelli che molti burocrati ricoprono in aziende pubbliche. Un esempio? Nel 2010 l'incarico di vicepresidente di Equitalia, come si ricava dall'ultima relazione della Corte dei conti su quella società, dava diritto a un compenso complessivo di 465 mila euro. Somma addirittura superiore di 170 mila euro non soltanto al tetto del salva Italia, ma anche a quello, identico, già fissato dal regolamento scritto da Renato Brunetta un paio d'anni fa, secondo il quale nessun incarico aggiuntivo avrebbe comunque potuto oltrepassare lo stipendio del primo presidente di Cassazione. Una falla evidente e clamorosa della quale sarebbe stato facile accorgersi se quei dati, anziché essere pietosamente nascosti nelle note integrative dei bilanci, fossero stati pubblicati con tutta evidenza su Internet come ci era stato garantito dall'ex ministro dell'Innovazione.

Per conoscere nei dettagli l'Eldorado degli emolumenti pubblici serviranno dunque a poco le buste paga. Si dovranno recuperare le dichiarazioni dei redditi. Una fatica di Sisifo, per rispettare la scadenza di oggi: giovedì 23 febbraio è il giorno in cui il ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi aveva previsto di dare al Parlamento la lista dei dirigenti statali (si stima un centinaio di persone) che hanno una retribuzione, compresi gli altri incarichi, di oltre 295 mila euro l'anno. Limite che a questo punto si annuncia, a meno di sorprese, piuttosto tassativo. C'era chi aveva sperato che sotto sotto il decreto salva Italia avrebbe «salvato» anche il suo stipendio. Magari introducendo in sede di applicazione deroghe a tappeto. O risparmiando il supplizio ai rapporti di lavoro in essere. Del resto, non avevano già fatto saltare il tetto, identico a quello di Monti, introdotto quattro anni fa da Romano Prodi? Ricordiamo com'era andata. Il regolamento attuativo era stato partorito oltre due anni dopo l'entrata in vigore della legge dal ministero allora guidato da Renato Brunetta, e ne aveva annullato l'efficacia: interpretando la norma nel senso che il famoso tetto dello stipendio del primo presidente di Cassazione non si doveva applicare alla somma di tutti gli emolumenti, ma soltanto agli incarichi aggiuntivi. Con il risultato che chi portava a casa una busta paga di mezzo milione l'ha mantenuta, dovendo fare il sacrificio di accontentarsi di «soli» 295 mila euro in più per gli extra. Senza che poi quel regolamento, tuttora vigente, sia stato nemmeno rispettato integralmente: almeno se sono vere le cifre della Corte dei conti su Equitalia.

Non che la nuova norma del salva Italia non sia piena di buchi. Tanto per cominciare, non è chiarissimo a chi si applica. Servirebbe un emendamento che lo precisasse per filo e per segno: non fosse altro, per mettere i tagliatori al riparo dal prevedibile contenzioso. E non è escluso che si veda comparire nel decreto sulla semplificazione.

Poi c'è il capitolo delle società statali: per loro ci saranno dei tetti variabili, per fasce «sulla base», dice il decreto, «di indicatori quantitativi e qualitativi». Bene. E chi li stabilisce? Ovvio: un decreto del Tesoro che doveva essere emanato entro 60 giorni. Doveva. Perché i sessanta giorni sono scaduti lunedì scorso e il decreto, tanto per cambiare, non si è visto. Con un emendamento nel Milleproroghe si è così spostato il termine al 31 maggio. Ma nessuno può assicurare che verrà rispettato. E questo è ancora niente. Il salva Italia, infatti, ne «salva» un bel po' di alti dirigenti. Sono quelli di Regioni ed enti locali, esclusi dal tetto. Lì ci sono di mezzo le prerogative costituzionali, le sensibilità autonomistiche... Tutte cose comprensibilissime. Al contrario, però, dei paradossi che si potrebbero determinare. Come quello di un city manager o di un alto dirigente regionale che arriverebbe a guadagnare più del ragioniere generale dello Stato.

Per non parlare delle società regionali e municipalizzate, escluse anche loro dal tetto, e nelle quali si toccano spesso retribuzioni che non hanno nulla da invidiare a quelle delle grandi imprese statali per le quali verranno invece introdotti dei limiti. Come dimostrano le vicende del Comune di Roma. Il precedente amministratore delegato dell'Ama (la società di raccolta dei rifiuti), Franco Panzironi, cumulava emolumenti per 490.225 euro. Inarrivabili rispetto a quelli (596 mila) di Gioacchino Gabbuti, attuale amministratore delegato di Atac patrimonio, mentre l'ex capo dell'Atac Adalberto Bertucci si fermava a 359 mila. Da Roma a Milano, dove la retribuzione dell'ex presidente dell'Atm Elio Catania, sostituito la scorsa estate dal nuovo sindaco Giuliano Pisapia, si attestava tutto compreso sui 450 mila euro. Duecentomila in meno rispetto alla paga del direttore e amministratore della Sea, Giuseppe Bonomi. Per la cronaca, 650 mila euro è più del doppio dello stipendio del presidente degli Stati Uniti Barack Obama: quattrocentomila dollari. Non fa un certo effetto?

(Corriere della Sera - 23 febbraio 2012)

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)

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