Il presente blog costituisce un almanacco nato per raccogliere i testi completi (ed annesse fotografie e video) dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (solo se disponibili).

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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giovedì 23 maggio 2013

Don Andrea Gallo è morto. Don Gallo Andrea vive

Genova, mercoledì 22 maggio 2013, ore 17,56, squilla il cellulare mentre sono in chiesa per un incontro. E’ Paola de Il Fatto Quotidiano che da Roma mi dice: «Ti porto brutte notizie da Genova: è morto don Gallo». Le prometto un pensiero mio che è questo.
La morte di don Andrea Gallo ci coglie di sorpresa, nonostante fossimo in attesa che accadesse. La verità è che non volevamo che morisse perché ci teneva sulle sue ginocchia e ci consolava, ci coccolava. In un tempo di papi e di gerarchie fissati su un’idea di Dio astratta, don Andrea ci fa vedere un Dio con le mani sporche di umanità, ansioso di sporcarsi e stare con la gente, fuori del tempio isolato da un muro d’incenso e d’ipocrisia. Lo scorso anno a Palazzo Ducale di Genova, alla presentazione del mio romanzo «Habemus papam», in cui preconizzavo la necessità di un papa di nome Francesco, si entusiasmò e, prendendomi da parte, mi disse: «Sarebbe ora, mi piacerebbe esserci». Ora sono contento che ha visto l’arrivo di papa Francesco e ha fatto appena in tempo a pubblicare l’ultimo suo libro «In cammino con Francesco», quasi assaporando il cambio di marcia tanto desiderato.
Don Andrea Gallo, nella mia esperienza di amicizia e di affetto, è un uomo e un profeta di Dio, nato e cresciuto «strabico» per natura e per vocazione. Sì, era strabico come Mosè nell’esperienza del Sinai. Ebbe sempre una doppia stella polare: un occhio volto sempre al popolo e uno a Dio, mai separati. Strabico, ma non scisso. Per lui Dio e il suo popolo di poveri, di beati, di umili, di emarginati, «gli ultimi» sono la stessa cosa e se, per caso, non lo erano, in lui si fondevano e si identificavano.
Don Andrea Gallo, ha costruito ponti, nella chiarezza dei fondamenti della Costituzione italiana che, nell’era del vergognoso berlusconismo, ha difeso con ardore e passione da Partigiano, e nella linearità ideale del Vangelo che ha vissuto «sine glossa» perché il Vangelo è vita donata e ricevuta senza avere in cambio nulla. Non ha una vita sua e tanto meno privata: uomo di tutti, uomo sempre accogliente e disponibile. Per questo don Gallo è un prete a 360° senza pizzi e merletti, ma vestito dell’umanità malata e carica di voglia di esserci. Quando incontra una persona, la guarda con quegli occhi profondi e gli trasmette il messaggio che lei e solo lei è importante e vale la pena «perdere tempo» per lei.
Ora don Andrea Gallo è morto. Ora don Gallo vive perché, se da un lato ci lascia più soli, dall’altro lascia a noi un impegno e un compito: essere coerenti come ci ha insegnato in vita e in morte. Per me, che lui chiamava affabilmente «il mio teologo preferito», inizia un cammino di solitudine ecclesiale ancora più intensa perché quando c’era lui, bastava un incontro, una telefonata per rincuorarci a vicenda e confidarci cose da preti. Ora resto solo, ma con la certezza che averlo conosciuto, amato, difeso, condiviso è uno dei regali più grandi che Dio mi ha fatto e di cui sono grato. Non piango la morte di don Gallo, piango per la gioia di essere stato considerato degno di averlo avuto come amico e padre.
Ciao, Partigiano, aiutami a essere sempre più vero e sempre più coerente come mi hai insegnato con il tuo esempio e la tua dedizione di prete da marciapiede. Ti vedo in cielo attorniato dai poveri e dalle prostitute, sì quelle che ci precedono nel Regno di Dio.



mercoledì 22 maggio 2013

Tortora e i "garantisti" liberi servi di Berlusconi

Nell'ormai famosa domenica del comizio di Berlusconi a Brescia ha suscitato molte polemiche la presenza di tre ministri Pdl. Anche se sarebbe meglio che quello degli Interni controllasse che le manifestazioni di piazza si svolgano senza scontri, stando al Viminale, invece di aizzarli con la sua presenza, questo è un falso problema rispetto alla questione principale. Che riguarda le dichiarazioni di Berlusconi sulla sentenza della Corte d'Appello di Milano che lo ha condannato per una colossale frode fiscale (caso Mediaset). Dichiarazioni che si legano strettamente a quelle fatte il giorno prima, subito dopo la sentenza. In questo caso il Cavaliere non si è limitato a generici attacchi alle 'toghe policitizzate', ma ha accusato personalmente sei giudici (i tre della Corte d'Appello e i tre del Tribunale di primo grado) di averlo condannato «pur sapendo che sono innocente». Cioè hanno sentenziato con dolo, che è il reato più grave che un magistrato possa commettere nell'esercizio delle sue funzioni. Ora, le cose sono due. O Berlusconi dice il vero e ne ha la prova (che non puo' consistere, tautologicamente, nel fatto che l'hanno condannato) e allora suo interesse e dovere è di denunciare i magistrati felloni alla prima Procura della Repubblica. Perchè non lo fa? Oppure è un volgare calunniatore, le cui false accuse, dato il suo ruolo, dovrebbero svegliare l'attenzione del Capo dello Stato.
I berluscones hanno contestato il controcomizio degli oppositori. «C'erano delle bandiere rosse» ha accusato l'ineffabile Brunetta. Embè, da quando in qua è proibito sventolare bandiere rosse? E' forse diventato un reato? Reato è che alcuni simpatizzanti di Berlusconi siano stati presi a calci e pugni. Ma questo rientra, in prima istanza, nella competenza del ministro degli Interni se fosse stato al suo posto, invece di nascondersi prudentemente dietro il palco.
Infine, moralmente ripugnante è stato il tentativo di Berlusconi di autocristificarsi in Enzo Tortora. Il presentatore fu arrestato il 17 giugno del 1983 con l'accusa di essere colluso con la camorra e fece sette mesi di carcere. Eletto un anno dopo europarlamentare nelle liste radicali, si dimise nel dicembre del 1985 rinunciando all'immunità e torno' ai domiciliari per essere alla fine assolto con formula piena il 15 ottobre 1986. Quando era ai domiciliari lo andai a trovare a casa sua, in Via dei Piatti a Milano. Ero stato il primo giornalista a prendere le sue difese («E io vado a sedermi accanto a Tortora», Il Giorno, 25/5/1983), mentre la canea dei colleghi, molti dei quali sarebbero in seguito diventati 'ipergarantisti' a pro di Berlusconi e della sua cricca, si accaniva su di lui, godendo dell'umiliazione del presentatore famoso, mostrato in Tv in manette. Ebbi cosi' modo di conoscerlo meglio. Era un galantuomo, un liberale vero, colto, schivo, solitario, dal carattere non facile. Mi ricordo la rabbia della sorella, Anna, quando, qualche anno dopo, i tangentisti, incarcerati non per un 'flatus vocis' di qualche pentito che riferiva 'de relato' ma colti con le mani ne sacco, si atteggiavano a vittime, paragonandosi a Tortora. Per fortuna oggi non puo' più sentire (è morta di cancro, come Enzo) e si è risparmiata almeno quest'ultima ignominia.


martedì 21 maggio 2013

Mafia, testo Pdl al Senato: “Dimezzare la pena per il concorso esterno”

Condanna dimezzata per concorso esterno in associazione mafiosa. Niente carcere e intercettazioni per chi svolge attività sotterranea di supporto ai componenti dell’associazione mafiosa. Si dovrà dimostrare che c’è un profitto. Lo prevede il testo Pdl appena assegnato in commissione Giustizia del Senato, relatore Giacomo Caliendo.
Tra i casi “celebri” nei quali viene contestato il concorso esterno ci sono tra gli altri quelli dell’ex senatore Pdl e Marcello Dell’Utri e dell’ex deputato Pdl Nicola Cosentino, l’ex assessore regionale della Lombardia Domenico Zambetti, l’ex presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo, l’ex sottosegretario Antonio D’Alì. Come noto per favoreggiamento aggravato invece è stato condannato in via definitiva l’ex presidente della Regione Sicilia Totò Cuffaro, all’inizio imputato per concorso esterno. Tuttavia in questo caso, a differenza degli altri, la legge non avrebbe effetto.
Mentre nel caso del politico tra i fondatori di Forza Italia e amico di Silvio Berlusconi, che attende il verdetto definitivo della Cassazione, avrebbe l’effetto di evitargli la galera in caso di condanna definitiva. Dell’Utri è stato condannato a 7 anni lo scorso 23 marzo dopo che la Corte di Cassazione, nel marzo 2012, aveva annullato il precedente giudizio d’appello, che si era concluso con la medesima condanna a sette anni. I giudici, però, aveva assolto Dell’Utri dai reati a lui contestati dal ’92 in poi. Nelle motivazioni i supremi giudici aveva sottolineato che il reato di concorso esterno a Cosa nostra era stato commesso certamente “fino al 1977″, mentre non lo aveva ritenuto provato per gli anni successivi.
Attualmente il concorso esterno in associazione mafiosa è punito con il carcere fino a 12 anni. Ma sinora non si trattava di una norma ‘tipizzata’ nell’ ordinamento. Lo diventerebbe con il progetto di legge da oggi all’esame della commissione Giustizia, che porta la firma anche del senatore del Pdl Guido Compagna. Nel testo, infatti, si prevede l’introduzione di due nuovi articoli nel codice penale: il ’379-ter’ e il 379-quater’. Il primo (“Favoreggiamento di associazioni di tipo mafioso”) prevede che chiunque, fuori dei casi di partecipazione alle associazioni di cui all’articolo 416-bis, agevoli deliberatamente la sopravvivenza, il consolidamento o l’espansione di un’associazione di tipo mafioso, anche straniera, è punito con la reclusione da uno a 5 anni. Il secondo (“Assistenza agli associati”) stabilisce che chiunque, fuori dei casi di concorso nel reato o di favoreggiamento, dia rifugio o fornisca vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione a taluna delle persone che partecipino a un’associazione di tipo mafioso, anche straniera, al fine di trarne profitto, è punito con la reclusione da 3 mesi a 3 anni. La pena è aumentata se l’assistenza è prestata continuativamente. L’articolo 418 del codice penale, che disciplina l’assistenza agli associati, verrebbe abrogato.
Se queste norme venissero introdotte nell’ordinamento le conseguenze sarebbero varie e tutte di una certa rilevanza visto che avrebbero un riflesso anche sui giudizi in corso grazie al principio del ‘favor rei’ (se la legge varia in modo favorevole all’imputato o condannato non in via definitiva essa è applicabile anche in via retroattiva, ndr): prima di tutto il concorso esterno verrebbe derubricato alla categoria ‘favoreggiamento’ e questo comporta di per sé una riduzione della pena che passerebbe infatti da un massimo di 12 anni a un massimo di 5 (cioè da 1 ai 5 anni). Il che significa che ci sarebbe uno stop alle intercettazioni visto che gli ascolti vengono consentiti in caso di reati per i quali sono previste condanne superiori ai 5 anni. Poi, per chi ‘supporta’ i componenti dell’associazione mafiosa, la pena fissata nel ddl va dai 3 mesi a 3 anni. E questo comporterà che non scatterà la custodia cautelare in carcere: il tetto perchè scatti, infatti, è di 4 anni. In più, perché si possa condannare il ‘sostenitore’ o l“assistente esterno all’associazione mafiosa, si dovrà dimostrare che dalla sua azione si ricavi un profitto”.



lunedì 20 maggio 2013

Partiti politici con bilanci taroccati? Ecco il “codicillo” che potrebbe salvarli


La riforma del finanziamento dei partiti di Alfano, Bersani e Casini, potrebbe rivelarsi un colpo di spugna. Grazie a un codicillo infilato da una manina ignota che depenalizza le irregolarità dei bilanci dei partiti. Gli apprendisti stregoni avrebbero approvato – a loro insaputa – una sanatoria pensando di votare un giro di vite. Almeno se passasse l’interpretazione letterale della normativa di luglio. 
A lanciare l’allarme è stato il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo durante un convegno organizzato il 3 maggio da L’Espresso: “A luglio dell’anno scorso è stata approvata norma poco chiara che potrebbe interpretarsi come un’abolizione proprio del reato di falso prospetto parlamentare, sostituito con una contravvenzione amministrativa punita con una semplice multa ma forse non è così”. Robledo, napoletano, 62 anni, coordina il pool dei reati contro la Pubblica Amministrazione della Procura di Milano e ha recentemente chiesto e ottenuto l’arresto di Francesco Belsito, il tesoriere della Lega. Proprio quell’inchiesta rischierebbe di saltare se prevalesse un’interpretazione ‘estrema’ della norma in questione: il comma 9 dell’articolo 19 della legge n. 96 del 2012. Molti deputati che l’hanno approvata non ne hanno capito nemmeno il significato. Vale la pena provare a decrittarlo. “Ai fini dell’applicazione delle sanzioni amministrative pecuniarie (da applicarsi in caso di falsificazione del bilancio del partito, ndr) si applicano le disposizioni generali contenute nelle sezioni I e II della legge 24 novembre 1981, n. 689”. La cosa si complica. Cosa prevede l’articolo 9 della vecchia legge del ‘89? Che “quando uno stesso fatto è punito da una disposizione penale e da una disposizione che prevede una sanzione amministrativa, si applica la disposizione speciale”. Tradotto: se il tesoriere di un partito come Belsito, redige un bilancio falso, potrebbe non rischiare la galera. Perché grazie a questa norma si applica la norma speciale (più blanda e più nuova) e non quella penale, generale e più dura.
Belsito, per esempio, è stato indagato per truffa aggravata diretta al conseguimento dei fondi pubblici perché i milioni di euro incassati dalla Lega, scriveva il Gip, “hanno avuto quale presupposto la validazione del rendiconto 2010 (da parte della Camera, Ndr) sul quale vi è la prova della falsità”. Ora, grazie alla legge di luglio, quella falsità potrebbe essere punita con la sanzione amministrativa speciale del blocco del finanziamento del partito e non più con quella penale generale. Quindi, una volta restituito il maltolto nascosto nel bilancio alla Camera, Belsito potrebbe evitare la galera. Gli effetti sarebbero dirompenti anche per il futuro: la nuova legge impone ai partiti di presentare il loro rendiconto entro il 15 giugno alla Commissione per la trasparenza composta da magistrati perché ne verifichi la correttezza. “Ai partiti che nel rendiconto abbiano omesso o dichiarato dati difformi rispetto alle scritture contabili” dice la legge, “la Commissione applica la sanzione amministrativa pecuniaria pari all’importo non dichiarato o difforme dal vero”.
Insomma se un partito fa il furbo per un milione di euro rischia al massimo un milione. Se davvero mancasse la sanzione penale, cioé se prevalesse l’interpretazione più garantista, la nuova legge, presentata come il colpo di ramazza dopo gli scandali Lusi, Belsito, Fiorito e Maruccio, e passata grazie a un’ampia maggioranza (Pd, Pdl, Udc, finiani e rutelliani, Lega astenuta) sarebbe stata trasformata in un colpo di spugna da un comma senza padri. Tutto avviene il 22 marzo 2012 in commissione Affari costituzionale alla Camera. Sul tavolo ci sono una dozzina di proposte di riforma presentate dai leader di di tutti gli schieramenti, da Casini ad Alfano, da Bersani a Maroni. Molte prevedono sanzioni durissime. I partiti fanno la faccia feroce, anche se ciascuno a modo suo, insomma. Quel giorno il presidente Donato Bruno propone di disattivare il collegamento per discutere su come accorpare tutte le proposte in un progetto unitario. Dal resoconto non si evince quindi cosa sia successo. 
Una cosa è certa. Quando riparte il resoconto compare come per magia la norma che potrebbe depenalizzare il falso nei bilanci. Il Fatto ha chiesto lumi ai due relatori della legge: l’ex deputato Pdl Giuseppe Calderisi e Gianclaudio Bressa, rieletto nel Pd. Entrambi sostengono che la volontà del legislatore non era quella di depenalizzare. “Il rischio paventato finora solo da qualche magistrato”, spiega Bressa, “non esiste e se il risultato involontario fosse quello, si fa sempre in tempo a fare una nuova norma”. Anche Calderisi sostiene che “l’interpretazione corretta è quella che permette alla norma penale di restare efficace. La norma penale riguarda i reati compiuti mediante la falsificazione del bilancio. Ma nuova sanzione amministrativa per la semplice falsificazione del bilancio non salva chi ha rubato i soldi del partito, soggetto comunque alla legge penale”. Anche il pm Robledo è rinfrancato: “Se anche qualcuno avesse avuto l’intenzione di depenalizzare, come lei dice, la Procura di Milano ritiene che l’interpretazione corretta sia un’altra”. Alla fine saranno i giudici a decidere. A partire da quelli del caso Belsito. 


Pd, la solitudine degli elettori

Di bandiere del Pd ce n’era una soltanto, ma siamo convinti che di elettori del Pd ce ne fossero davvero molti, forse la maggioranza tra i centomila di piazza San Giovanni a Roma dove, ieri, intorno alla Fiom-Cgil di Maurizio Landini, c’erano con la sinistra del lavoro, della legalità e della dignità, Stefano Rodotà, Sergio Cofferati, Gino Strada, Antonio Ingroia, Nichi Vendola e i 5Stelle.
Lavoro e diritti che teoricamente dovrebbero stare a cuore al Pd dell’ex leader della Cgil Epifani, così come a Bersani e agli altri esponenti del sinedrio democratico che, sempre molto teoricamente, di sinistra dovrebbero sentirsi. È un caso unico, quello di un gruppo dirigente che, come paralizzato da una forza potente quanto misteriosa, abbandona i propri militanti nella solitudine politica anche a costo di perderli per sempre. Una coazione a ripetere gli stessi errori che dura guarda caso da un decennio, da quando (era il 2002) sempre in quella piazza San Giovanni un milione di cittadini dissero: basta con Silvio Berlusconi. Sembrò la volta buona, ma poi furono lasciati soli dai Ds, e si è visto come è finita.
Oggi la situazione si presenta ancora più grave. È comprensibile che, dopo il vergognoso tradimento del contratto con gli elettori, quei dirigenti che firmando la resa nelle mani di Napolitano sono andati al governo con il Pdl non abbiano più il coraggio e la faccia per mostrarsi a un popolo che forse non li riconosce più. Solo in due non hanno avuto paura di andare in piazza: Fabrizio Barca e Matteo Orfini. Gli altri sono o ministri o sottosegretari. Esiste anche il problema opposto, poiché farsi vedere accanto a Landini e Rodotà potrebbe scatenare le ire dei Brunetta e dei Cicchitto, e ciò per i colonnelli delle larghe intese pd è oltremodo disdicevole. Michele Serra sull’Espresso ha narrato da par suo la triste condizione dei deputati e senatori democratici, costretti a convivere nella stessa maggioranza con i berluscones: “Le inventano tutte, dai sedativi alla cannabis, e i più audaci tagliano la testa al toro e diventano di destra”.
C’è poco da ridere: con il sesto senso della satira, Serra ha colto nel segno. È il destino di chi, a furia di arretrare sui principi e di fare compromessi con la propria storia, non si ricorda più chi era e da dove veniva. Del resto, la classe operaia è dispersa e anche il lavoro si va estinguendo. Non è meglio allora “fare spogliatoio” con Alfano e Quagliariello? 



mercoledì 15 maggio 2013

Nostalgia di Andreotti che mai ricuso' i tribunali

Nel mio 'coccodrillo' scrivevo che Andreotti, durante e dopo i suoi processi, non aveva mai accusato la Magistratura di 'complotto', non aveva mai parlato di «uso politico della giustizia», non aveva mai ricusato i Tribunali lasciando che i suoi processi si svolgessero davanti al proprio giudice naturale, come prevede la Costituzione (Particolarmente grottesca è la motivazione con cui i legali di Berlusconi hanno cercato di inficiare l'imparzialità di Alessandra Galli, uno dei tre giudici del processo Mediaset, la cui serenità sarebbe minata dal fatto che suo padre, Guido, fu assassinato nel 1980 dai terroristi. Che «c'azzecca» questo con Berlusconi? Tanto varrebbe sostenere che un magistrato che ha avuto delle disgrazie familiari non puo' fare il magistrato. Credo che persino Ghedini si sia vergognato di dover mettere nero su bianco una castroneria del genere). Aggiungevo poi che il comportamento di Andreotti era determinato dalla consapevolezza, (peraltro comune alla parte migliore della vecchia Dc) di essere classe dirigente e che una classe dirigente degna di questo nome non delegittima le istituzioni perchè sa che dalla loro disgregazione e dal caos che ne consegue ha tutto da perdere. In questa situazione di caos istituzionale ci hanno portato vent'anni di regime dell'avventuriero Berlusconi con la sua corte di 'servi liberi'. E di fronte alla condanna in appello del Cavaliere a quattro anni per una colossale frode fiscale, oltre alle solite geremiadi sull' 'accanimento', sul 'complotto', sull' 'uso politico dalla giustizia', si è sentito anche qualcosa di nuovo. La sentenza del Tribunale di Milano farebbe parte di una macchinazione ordita per minare quel «processo di pacificazione nazionale» iniziato con l'alleanza al governo di Pdl e Pd. Se un Tribunale, nelle sue sentenze, tenesse conto, invece che della legge, delle esigenze dei partiti farebbe, questa volta si', «un uso politico della giustizia». Una deputata del Pdl, mi pare la Bernini, ha detto in Tv che «non siamo più in uno Stato di diritto». Lo Stato di diritto è quello in cui si rispettano le sentenze e non si inscenano indegne gazzarre e invasioni di Tribunali da parte di parlamentari (altro che le intemperanze dei No Tav, è qui, Egregio Napolitano, che siamo all'eversione). La deputata Pdl Lara Comi ha affermato: «Se nel Pd c'è qualche garantista batta un colpo». E che vuol dire? La Giustizia non è un affare privato fra Pdl e Pd, è una questione che riguarda tutti i cittadini. Che sono stufi di vedere che esistono due diritti, uno 'ipergarantista' per lorsignori, e uno 'forcaiolo' per tutti gli altri. E allora è inutile 'chiagne' per 'l'antipolitica', il grillismo, per un'astensione rabbiosa che riguarda ormai un quarto della popolazione e continua ad aumentare.
Nostalgia della vecchia Dc che sottobanco ne combinava di tutti i colori ma conservava almeno il rispetto formale della legge. Nostalgia di Giulio Andreotti che aveva quel senso dello Stato che Silvio Berlusconi ha sempre dimostrato di non avere. Ed è qui che sta la differenza fra uno statista, un gigante della politica e un nano.



lunedì 13 maggio 2013

Orlando fonda Coerenza e democrazia. Obiettivo: accogliere i ribelli dell’Idv

Non c’è ancora il logo e nemmeno lo statuto. E il nome non è ancora ufficiale. Ma il nuovo movimento lanciato da Leoluca Orlando ha già acceso parecchi appetiti politici. Il sindaco di Palermo ha ormai rotto definitivamente il sodalizio con Antonio Di Pietro e sta di fatto guidando la fuga dei ribelli da Italia dei Valori. Nelle scorse settimane Di Pietro aveva commissariato il partito in Sicilia, mettendo praticamente alla porta l’ex senatore Fabio Giambrone, fedelissimo di Orlando. Oggi è arrivata la risposta del sindaco di Palermo, che ha scoperto il movimento a cui stava lavorando da mesi e a Roma ha presentato Coerenza e democrazia, la sua nuova creatura che dovrebbe accogliere i vari transfughi dell’Italia dei Valori. Il nome per esteso del movimento dovrebbe essere Coerenza e democrazia 139, con un chiaro riferimento ai 139 articoli della Costituzione italiana.
Insieme al primo cittadino palermitano, a guidare gli ex dipietristi, anche Felice Belisario, ex capogruppo di Italia dei Valori a Palazzo Madama. Che non risparmia qualche stoccata all’ex pm di Tangentopoli. “Basta con i contenitori strumentali al percorso di qualche leader decaduto” ha attaccato Belisario, annunciando il varo di “primarie aperte per l’elezione di un’Assemblea Costituente”.
La creazione del nuovo soggetto politico dunque è tutta in itinere. Ma a guardarlo con interesse sono già in tanti. Primo tra tutti Matteo Renzi, per il quale Orlando ha più volte speso parole positive. Coerenza e democrazia in pratica guarda all’ala moderata del Partito Democratico. Non è un caso che alla convention di presentazione abbia partecipato anche Luigi Zanda, capogruppo dei democratici al Senato. In previsione del congresso autunnale del Pd, il movimento di Orlando e Belisario quindi apre le porte all’alleanza con i democratici, superando a destra Italia dei Valori e Sinistra ecologia e Libertà. A guardare con simpatia al movimento del sindaco palermitano ci sono soprattutto alcuni primi cittadini italiani: dall’ex Idv Luigi De Magistris al leghista Flavio Tosi, passando per Giuliano Pisapia, fino al sindaco di Parma Federico Pizzarotti, con il quale Orlando non ha mani nascosto di aver aperto un dialogo. Coerenza e democrazia in pratica dovrebbe essere una sorta di contenitore in cui potrebbero confluire personalità di estrazione politica diversa. Nelle scorse settimane Orlando aveva accennato anche ad un proficuo dialogo con il governatore siciliano Rosario Crocetta, a sua volta fondatore del Megafono, movimento alleato del Pd nel quale sono confluiti negli ultimi mesi vari amministratori locali provenienti dagli ambienti di centro destra.
Ad un nuovo partito Orlando ci pensava da mesi. “Ho pensato a una Grande Rete per il 2018″ scriveva Orlando appena qualche mese fa nel suo ultimo libro (Il Futuro è adesso, edizioni Melampo, con ). “Perché una Grande Rete solo nel 2018? Perché allora ci saranno le elezioni successive al 2013. Credo che allora ci sarà un’altra rete che si chiamerà in un altro modo e che nascerà dalla disfatta di fronte alle grandi sfide del Paese. E fra l’altro non è detto che si debba attendere fino al 2018″. Ed evidentemente il governo dell’inciucio avrà suggerito al primo cittadino palermitano di anticipare i tempi. E di rifondare un suo partito appena vent’anni dopo la creazione della Rete. 
Twitter: @pipitone87



sabato 11 maggio 2013

Fuori i bulli dal nostro Twitter

È nato un nuovo diritto. Il diritto ai social network. Il diritto di poter avere un account, di poter postare, leggere e commentare. In paesi come la Cina, Cuba, la Corea del Nord, l'Iran l'accesso ai social network è vincolato o persino negato. Spesso può avvenire solo in forme clandestine. I regimi che hanno represso le primavere arabe vietavano i social network che, in quel contesto, sono diventati vettori di informazioni necessarie alle proteste e simboli di una rinascita democratica.

Ma ogni diritto ha delle regole. E nessuno dovrebbe sentirsi fuori luogo nell'esercitarlo, nessuno dovrebbe essere costretto a fare lo slalom tra insulti o diffamazioni. Eppure è ciò che accade sempre più spesso. Enrico Mentana annuncia di voler andar via da Twitter per i troppi insulti ricevuti. Usa la metafora del bar. Se il bar che di solito frequenti inizia a essere luogo di ritrovo per persone che non ti piacciono, che fai resti o cambi bar? Davide Valentini, un giovane documentarista, fa una riflessione interessante. Secondo lui Twitter innesca l'effetto Gialappa's band. Molti commenti intendono portare all'attenzione dei propri follower ciò che si ritiene stupido più che interessante, e lo si fa con parole cariche di sarcasmo. L'effetto desiderato, e ottenuto, è far sentire i follower particolarmente intelligenti mentre fruiscono di un contenuto considerato basso. Quanti non hanno mai visto il "Grande fratello", ma adoravano "Mai dire Grande fratello"? Su Twitter ci si sforza di trovare la battuta brillante, spesso feroce. O il tweet è cinico o viene considerato scontato. Ciò che non è crudele, disincantato, diventa bersaglio della supponenza collettiva. Il politically uncorrect detta legge, l'aberrazione è considerata di culto, ogni provocazione  -  anche la più stupida  -  è cool perché rompe gli schemi. Una logica neocinica sembra aver preso il sopravvento su ogni cosa.

Ma questa è una degenerazione del mezzo, perché Twitter nasce per comunicare: è una piattaforma che mette in connessione chiunque con chiunque. Tutto è aperto. Puoi seguire chi vuoi, puoi leggere cosa scrive Obama, Lady Gaga o il tuo collega, quello che ha la scrivania di fronte alla tua. La capacità di poter assistere in tempo reale a ciò che accade nel quotidiano e comprendere i punti di vista degli altri, condividerne le conoscenze. Retwitti se trovi interessante una notizia e credi valga la pena sottoporla alla tua comunità. Crei dei topic, e puoi farlo chiunque tu sia. Poi ti capita di essere retwittato da chi ha centinaia di migliaia di follower e il tuo pensiero inizia a viaggiare.

Ma può anche accadere che in una piazza affollata, se si è a corto di contenuti o manca la capacità di sintesi (la regola su Twitter consiste nel mantenersi nei 140 caratteri, l'sms di un tempo), si urla per essere ascoltati. Quando il pensiero si semplifica e si riduce al grado zero, a volte c'è posto solo per l'espressione radicale o la battuta estrema. La serietà è banale, il ragionare scontato. Dunque ecco l'insulto. Chi ti insulta su Facebook non riesce a fare lo stesso, però, quando ti incontra di persona perché non ha il coraggio di mettere la faccia su uno sfogo personale che si alimenta di luoghi comuni e leggende metropolitane. Ho letto che se un post presenta un certo numero di commenti negativi, chi leggerà quel post sarà naturalmente influenzato da quei commenti. Le critiche sono sempre benvenute, gli insulti no.

Dipende da noi dargli o meno diritto di cittadinanza. Facebook e Twitter consentono di poter eliminare l'insulto, bannandolo, cioè mettendolo al bando. Fa parte delle regole del gioco. Non credo sia corretto escludere chi fa un ragionamento diverso da quello proposto, chi critica con linguaggio rispettoso è una risorsa. Ma è giusto bannare chi usa i commenti per fare propaganda, chi ripete sempre lo stesso concetto quasi a fare stalking, chi  -  ad esempio  -  dice di conservare una bottiglia di champagne da aprire il giorno della mia morte, chi dice di avermi visto a bordo di una Twingo rossa o una Panda verde a Caivano o a Maddaloni sottintendendo che non è vero che vivo sotto protezione. Agli estremisti della rete che obiettano: "ma questa è censura", rispondo che chi vuole può aprire una sua pagina per insultarmi, ha l'intero infinito web per farlo. È che in realtà l'insultatore vuole vivere della luce riflessa dell'insultato. Eppure è semplice comprendere come non ci sia nulla di più dannoso dell'insulto: nulla garantisce più sicurezza al potere, inteso nel senso più ampio, se tutto il linguaggio della critica si riduce al turpiloquio, alla cosiddetta "shit storm", alla tempesta di merda di messaggi senza contenuto rilevante.

Ecco perché la necessità di regole non può passare per censura. Comprendo che la libertà della rete non può essere strozzata da vincoli, comprendo che i vincoli possono diventare pericolosi perché pericolosa è la valutazione: cosa è legittima critica o cosa è diffamazione? Ma la gestione delle regole non è un vincolo, è funzionale al mezzo, alla sua sopravvivenza, all'interesse che gli utenti continueranno o meno a nutrire. Per questo Enrico Mentana credo si sbagli quando dice che o sei dentro o fuori e che non si banna. Bannare è decidere di dare un'impronta al proprio spazio: è esercitare un proprio diritto.

L'educazione nel web, anzi l'educazione al web, sta ancora nascendo. Scegliere di usare un linguaggio piuttosto che un altro è fondamentale. Ogni contesto ha il suo linguaggio e quello dei social network per quanto diretto non è affatto colloquiale. Si nutre della finzione di parlare in confidenza a quattro amici,  -  il che giustificherebbe ogni maldicenza, ogni cattiveria  -  ma in realtà tutto quello che si dice è moltiplicato immediatamente all'infinito, ed è quindi il più pubblico dei discorsi. Non si tratta di essere ipocriti o politicamente corretti (espressione insopportabile per esprimere invece un concetto colmo di dignità), ma di comprendere che usare un linguaggio disciplinato, non aggressivo, costruisce un modo di stare al mondo. I linguisti Edward Sapir e Benjamin Whorf hanno teorizzato la relatività linguistica secondo cui le forme del linguaggio modificano, permeano, plasmano le forme del pensiero. Il modo in cui parlo, le cose che dico, e soprattutto come le dico, le parole che uso, renderanno il mondo in cui vivo in tutto simile a quello connesso alle mie parole. Se uso (non se conosco, ma proprio se uso) cento parole, il mio mondo si ridurrà a quelle cento parole. Noi siamo ciò che diciamo. Quindi il turpiloquio, l'insulto o l'aggressività costruiscono non una società più sincera ma una società peggiore. Sicuramente una società più violenta. I commenti biliosi degli utenti di Facebook e Twitter portano solo bile e veleno nelle vite di chi scrive e di chi legge. Purtroppo questa entropia del linguaggio sta contagiando anche la comunicazione politica, sempre all'inseguimento della grande semplificazione, della chiacchiera divertente e leggera, della battuta risolutiva. Spesso parole in libertà, senza riflessione, gaffe continue alle quali bisogna porre rimedio. La verità è che se ripeti in pubblico le fesserie dette in privato non sei onesto e gli altri ipocriti, sei semplicemente maleducato e in molti casi irresponsabile.

Non è libertà  -  tantomeno libertà di stampa  -  insultare. È diffamazione. Una parte degli interpreti talmudici, paragonano la calunnia all'omicidio. E se penso a Enzo Tortora, non credo sbagliassero di molto. La democrazia è responsabilità e sono convinto che le regole e la marginalizzazione  -  non la repressione  -  della violenza e della trivialità salveranno la comunicazione sui social network. Chi vuole usare il network solo per fare bullismo mediatico potrà aprire il suo personale fight club, senza nutrirsi  -  come un parassita  -  della fama degli altri. 

Roberto Saviano 

FATE SCHIFO

Siccome non c’è limite alla vergogna, ieri il Coniglio Superiore della Magistratura, già organo di autogoverno della medesima e ora manganello politico per mettere in riga i “divisivi” che disturbano l’inciucio, ha condannato alla “censura” il pm minorile di Milano Anna Maria Fiorillo. Ha insabbiato un’indagine? È andata a cena con un inquisito? È stata beccata al telefono con un politico che le chiedeva un favore? No, altrimenti l’avrebbero promossa: ha raccontato la verità sulla notte del 27 maggio 2010 alla Questura di Milano, quando Karima el Marough in arte Ruby, minorenne marocchina senza documenti né fissa dimora fu fermata per furto e trattenuta per accertamenti. Quella notte, per sua somma sfortuna, era di turno la Fiorillo che, per sua somma sfortuna, è un pm rigoroso che osserva la Costituzione, dunque non è malleabile né manovrabile. Al telefono con l’agente che ha fermato la ragazza, dice di identificarla e poi affidarla a una comunità di accoglienza, come prevede la legge. Mentre l’agente la identifica e cerca una comunità (ce n’erano parecchie con molti posti liberi), viene chiamato dal commissario capo Giorgia Iafrate, a sua volta chiamata dal capo di gabinetto Pietro Ostuni, a sua volta chiamato dal premier Berlusconi direttamente da Parigi. L’ordine è di “lasciar andare” subito la ragazza perché è “nipote di Mubarak” e si rischia l’incidente diplomatico con l’Egitto. Così la Questura informa la pm che Ruby è stata affidata a tale Nicole Minetti, “di professione Consigliere Ministeriale Regionale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri” (supercazzola testuale). “Ciò – annoterà la Fiorillo nella sua relazione – suscitò in me notevoli perplessità che esternai con chiarezza, sottolineando in modo assertivo l’inopportunità di un affidamento a persona estranea alla famiglia senza l’intervento dei servizi sociali. Non ricordo di aver autorizzato l’affidamento della minore alla Minetti”. Cioè, spiegherà la pm, “ricordo di non averlo autorizzato”. Appena la cosa finisce sui giornali, il procuratore Bruti Liberati si precipita a difendere gli agenti con una nota molto curiale, anzi quirinalesca: “La fase conclusiva della procedura d’identificazione, fotosegnalazione e affidamento della minore è stata operata correttamente”. Cioè anticipa l’esito di un’indagine in corso. Il Pdl esulta: visto? Il caso Ruby non esiste. Il ministro dell’Interno Maroni si presenta in Parlamento e mente spudoratamente: che Ruby fu affidata alla Minetti “sulla base delle indicazioni del magistrato”. La Fiorillo, sbugiardata dal bugiardo su tutti i giornali e tv senza che nessun superiore la intervenga, si difende da sola e dichiara: “Le parole del ministro che sembrano in accordo con quelle del procuratore non corrispondono alla mia diretta e personale conoscenza del caso. Non ho mai dato alcuna autorizzazione all’affido della minore“. Poi chiede al Csm di aprire una “pratica a tutela” non solo sua, ma della magistratura tutta, contro le menzogne del governo. Ma il Csm archivia la pratica in tutta fretta senza neppure ascoltarla: non sia mai che, con le sue verità “divisive”, turbi il clima di pacificazione nazionale. Al processo Ruby, forse per non smentire il procuratore, né l’accusa né la difesa chiedono di sentirla come teste. Provvede il Tribunale. Ma intanto il Pg della Cassazione Gianfranco Ciani, lo stesso che convocò il procuratore nazionale Grasso su richiesta di Napolitano e Mancino per far avocare l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, avvia contro di lei l’azione disciplinare per aver “violato il dovere di riserbo”. Cioè per aver osato dire la verità. Ieri infatti il Pg Betta Cesqui che sosteneva l’accusa e ha chiesto la sua condanna non ha potuto esimersi dal dire che “la verità sulla condotta del magistrato è stata stabilita ed è stata data piena ragione alla sua ricostruzione dei fatti”. Dunque il plotone di esecuzione del Csm l’ha punita con la censura. Guai a chi dice la verità, in questo paese di merda.
 Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano, 11.5.2013)
 

venerdì 10 maggio 2013

Colle, governo, commissioni: i due mesi che non hanno cambiato l’Italia

Il grande ritorno dei Cicchitto e dei Casini ai vertici delle commissioni parlamentari chiude il cerchio. Al voto del 24 e 25 febbraio un quarto degli elettori ha scelto un movimento in rotta di collisione con i vecchi partiti, i Cinque Stelle, e un altro quarto ha dato fiducia alle promesse di cambiamento del Pd, prima fra tutte quella di porre fine all’era berlusconiana. Messi insieme (senza contare i partiti minori e gli astenuti per protesta)  fanno 17 milioni di cittadini, la metà esatta di tutti quelli che sono andati alle urne.
Nei due mesi successivi, le loro aspirazioni sono state completamente affossate dall’eterno gattopardismo italiano, il “tutto cambi perché nulla cambi”. Non si riesce a trovare l’accordo sul nuovo presidente della Repubblica? Teniamoci quello vecchio. Non si riesce a fare un nuovo governo? Mettiamo insieme la vecchia maggioranza e la vecchia opposizione. Non c’è il minimo accordo sulle riforme? Rimandiamo tutto a una Convenzione. E’ la politica dell’eterno rinvio, messa in atto dalla stessa classe politica che finora non è riuscita a risolvere i drammatici problemi dell’Italia affogata nella crisi, quando non ha contribuito a provocarli.
Non a caso il neonato governo Letta è stato accolto con scetticismo dagli osservatori economici internazionali. Il Financial Times demolisce il “libro dei sogni” del leader Pd in materia fiscale, non tanto per sfiducia nella persona quanto per legittimo sospetto sulla possibilità che la larga intesa con Silvio Berlusconi si riveli efficace alla prova dei fatti. E sul New York Times il premio Nobel per l’Economia Paul Krugman cala sulla compagine benedetta da Napolitano una prematura pietra tombale: “L’Italia è un caos. Sì, ha finalmente un presidente del Consiglio, ma le probabilità che vengano adottate riforme economiche serie sono minime”. Del resto le soluzioni dovrebbero essere trovate dagli stessi che non le hanno trovate nella scorsa legislatura, né nella fase berlusconiana, poi traumaticamente interrotta, né in quella montiana. Dopo l’esperienza dell’appoggio bipartisan al governo tecnico, già ampiamente rinnegata soprattutto da Berlusconi, Pd e Pdl si trovano costretti di nuovo a una coabitazione forzata, gravata per di più dal peso degli interessi personali di Silvio Berlusconi in fatto di giustizia e televisioni.
Ecco una breve cronaca dei due mesi che non hanno cambiato l’Italia.
DA BERSANI AI SAGGI. Alle elezioni di febbraio il Pd vince, ma perde. Berlusconi perde, ma vince. I Cinque Stelle fanno il pieno con il 25% dei voti. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con il mandato agli sgoccioli, si dà da fare perché nasca un governo. Incarica il segretario del Pd Pierluigi Bersani che, dopo le consultazioni di rito orientate a un accordo con i Cinque Stelle, non ce la fa. I “grillini” sono irremovibili: nessuna fiducia a un esecutivo, solo la disponibilità a votare singoli provvedimenti graditi, per esempio sul fronte anti-casta. Ma il Parlamento può funzionare senza un governo? Si apre il dibattito. Napolitano escogita allora una soluzione inedita: nomina dieci saggi (tutti uomini) incaricati di formulare proposte in fatto di riforme istituzionali ed economia. Il problema del governo è rinviato.
L’ELEZIONE DEL “NUOVO” PRESIDENTE. Ad aprile scade il mandato di Napolitano e le Camere si riuniscono per eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Dopo i tavoli di rito, Bersani promette una “sorpresa”, poi invece candida Franco Marini. Il Pdl da un lato rivendica la poltrona per sè, dall’altro non sembra in grado di scovare nelle sue ampie schiere un nome sufficientemente autorevole e presentabile, tanto che finisce per puntare su un candidato Pd, Giuliano Amato. Il Movimento Cinque Stelle rilancia con Stefano Rodotà, storico esponente del Pci-Pds, quindi altamente digeribile per il Pd. E annuncia che una convergenza dei democratici su quel nome aprirebbe “praterie” per un accordo di governo. Due piccioni con una fava, ma niente da fare, anche perché il giorno dopo ci pensa Beppe Grillo a gelare l’entusiasmo con un duro attacco a Bersani. Il Pd si spacca, nel segreto dell’urna brucia sia Marini che – per l’ennesima volta – Romano Prodi, e il voto per il Quirinale si incaglia. La soluzione? E’ senza precedenti nella storia repubblicana: un accordo Pd-Pdl-Scelta civica per rieleggere Napolitano, classe 1925, che nei mesi precedenti aveva detto chiaramente di non essere disponibile a un secondo mandato. Poco importa, intanto un altro problema è rinviato.
E LARGHE INTESE FURONO. Nel Pd intanto monta la protesta per l’occasione mancata con Rodotà. Bersani si dimette da segretario. Il neo e anche ex presidente Napolitano ribadisce che punta alle larghe intese. Altri tavoli, ritorna in pista anche Amato, ma alla fine la spunta il vicesegretario del Pd Enrico Letta, estrazione post Dc e nipote del “cardinale” berlusconiano Gianni. Il 29 aprile il governo Letta ottiene alla Camera la fiducia di Pd, Pdl, Scelta civica, Centro democratico e Svp. Votano contro M5S e Sel. La Lega nord si astiene. Ottenuta la fiducia anche al Senato, il governo Letta entra ufficialmente in attività, con il vice Angelino Alfano a custodire l’ortodossia berlusconiana. Ci sono diversi tecnici di estrazione montiana e qualche ventata di novità, come la congolese Kyenge all’Integrazione e l’olimpionica Idem allo Sport. Il Pd rinuncia a schierare big, a parte Franceschini ai rapporti con il Parlamento, il Pdl no, ed ecco tra gli altri il “saggio” Quagliariello e il ciellino Lupi. Già protagonisti della passata, e fallimentare, stagione berlusconiana. Tra i sottosegretari, da notare il ripescaggio di Gianfranco Miccichè, ex vicerè berlusconiano in Sicilia. Poi Jole Santelli, Filippo Bubbico, Michaela Biancofiore… Nel popolo del Pd il malcontento cresce ulteriormente: “Perché sì a Berlusconi e no a Rodotà”, si chiedono dirigenti e militanti?
RIFORME? CI VUOLE UNA CONVENZIONE. Non si sbaglia mai a dire che in Italia urgono “le riforme”. A farle ci provò per esempio la Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema negli anni Novanta, senza risultato, se non resuscitare un Berlusconi assai appannato. Si cimentarono poi i “saggi di Lorenzago“, tutti di centrodestra (Calderoli-Nania-D’Onofrio-Pastore), ma i loro sforzi furono infine vanificati da un referendum costituzionale promosso dal centrosinistra. Nella scorsa legislatura, gli stessi partiti che oggi si (ri)candidano a stilare le riforme non sono stati in grado neppure di fare una nuova legge elettorale, che pure è una norma ordinaria, nonostante le ripetute pressioni dello stesso presidente Napolitano. Allora perfettamente ignorato, oggi largamente osannato. Anche quando, nel discorso del nuovo insediamento, ha strigliato per l’ennesima volta i medesimi partiti per l”imperdonabile” nulla di fatto sulle riforme. Come se ne esce? Con una “Convenzione“, che in un primo tempo avrebbe voluto presiedere Silvio Berlusconi in persona, nel tentativo di ritagliarsi un ruolo di “padre nobile” tra un processo e l’altro. Non è certo che la Convenzione si faccia davvero, e se si farà è difficile che produca risultati concreti. Ma intanto, mentre i dati sull’economia e sull’occupazione in Italia si fanno sempre più drammatici, un altro problema è felicemente rinviato.

In morte di Andreotti

A differenza di altri io ho avuto sempre una certa simpatia e anche stima per l’onorevole Giulio Andreotti.
Ho incontrato il 'divo Giulio' solo in due occasioni. Nel 1980 lavoravo per Il Settimanale e mi ero messo in testa di fare un’inchiesta sui danni che aveva provocato all’Italia l’aver fissato la capitale a Roma e avanzavo la proposta protoleghista di spostarla altrove («Via da Roma la capitale», Il Settimanale, 4/11/1980). Fra i personaggi da sentire mi sembrava indispensabile Giulio Andreotti, politico già allora di lunghissimo corso e oltretutto romano doc. Ma disperavo di arrivarci, Il Settimanale era un piccolo giornale. Telefonai alla segretaria, la mitica Enea, che mi chiese il tema dell’intervista, il tempo che mi occorreva e quello che avevo per andare in pagina. Le spiegai il tutto. Mi rispose che mi avrebbe fatto sapere entro una mezz’ora. E infatti dopo mezz’ora mi chiamò dicendomi che l’onorevole Andreotti mi avrebbe ricevuto per quaranta minuti in un centro diocesano di Metanopoli vicino all’aeroporto di Linate perché subito dopo sarebbe dovuto ripartire per Roma. La cosa mi stupì: era un modo di fare alla tedesca, non all’italiana. In Italia, almeno allora, se volevi intervistare un personaggio politico anche di media taccadovevi passare per tre o quattro portaborse i quali ti facevano capire che, se volevi arrivare all'augusto personaggio,la cosa non sarebbe stata, politicamente, a gratis. In Germania o in Svizzera o in Olanda o in Svezia anche quando devi intervistare un importante ministro la prassi è quella seguita da Andreotti. Non è solo una questione di bon ton politico, ma di civiltà e di stile.
Incontrai quindi Andreotti in questo centro diocesano. Era accompagnato da una piccola corte. Entrammo in una grande sala spoglia dove c’era solo un piccolo tavolo in legno e ci sedemmo l’uno di fronte all’altro mentre la corte rimaneva rispettosamente sulla soglia. Andreotti fece un lieve cenno con la mano, la porta si chiuse e rimanemmo soli. Io avevo allora 35 anni, ero nel pieno delle mie forze, di fronte mi stava quest’uomo minuto, fragile. Pensai che se solo avessi voluto avrei potuto agevolmente strozzare l’onorevole Andreotti prima che qualcuno potesse intervenire. Non lo feci e ascoltai una magistrale lezione sulla storia d’Italia, di Roma, delle Istituzioni repubblicane, della Pubblica Amministrazione, della burocrazia,  del diritto e, insomma, di tutto ciò che riguarda i gangli vitali di uno Stato.
Il secondo incontro fu casuale, ma divertente e non privo, anch'esso, di un certo significato. Un pomeriggio ero all’ippodromo romano delle Capannelle e camminavo chino sul giornale Il Cavallo per vedere chi puntare alla corsa successiva, quando mi scontrai con un uomo anziano che stava facendo la stessa cosa. Gli caddero gli occhiali, mi chinai a raccoglierli e, rialzandomi, glieli porsi, scusandomi. Solo allora mi accorsi che era Giulio Andreotti. Solo. Non vidi alcuna scorta. Ce l’avrà anche avuta, ma se c’era stava a debita distanza. Si scusò a sua volta e rimise la testa nel giornale. Mi piacque che avesse questo vizio delle scommesse. Gli uomini senza vizi sono pericolosi. Negli ultimi anni gli mandavo i miei libri e anche qualche suo ritratto agrodolce che avevo scritto per i giornali. Lui rispondeva sempre con brevi biglietti, cortesi, vergati con una calligrafia minuta, senile, ma chiarissima. E anche questa è una questione di stile oltre che di buona educazione.
Andreotti è stato un grande ministro degli Esteri. In tempi difficilissimi, quando l’alleanza con gli Stati Uniti era obbligata perché incombeva l’orso sovietico e atomico, è riuscito a fare una politica di appeacement con i Paesi del mondo arabo-musulmano i cui frutti godiamo, in parte, ancora oggi. Questo non è mai piaciuto agli americani e credo che in alcune disavventure posteriori del 'divo Giulio' ci sia il loro zampino. Ma con Andreotti l’Italia ha avuto, per anni, una politica estera coerente, felpata ma efficace, all’altezza degli altri grandi Paesi europei. E non è un caso, come ha notato Sergio Romano, se la politica estera si fa con lo stile di Andreotti e non di Berlusconi.
Andreotti ha avuto sempre la consapevolezza di essere classe dirigente, con responsabilità e doveri che andavano oltre la sua persona. Sottoposto a un durissimo processo durato sette anni, che lo ha spazzato via dalla vita politica, non ha mai parlato di “complotto” della Magistratura in combutta con chicchessia. Perché una classe dirigente consapevole d’esser tale non delegittima le Istituzioni, perché sa che sono le 'sue' Istituzioni e che dalla loro disgregazione e dal caos che ne consegue ha tutto da perdere. Insomma si tratta di quel senso dello Stato che Berlusconi non ha e che non ha la maggioranza dell’attuale classe politica, di destra soprattutto, ma anche di sinistra. Andreotti è poi uscito assolto da quel processo per mafia, come da quello per l’omicidio Pecorelli, ma si è ben guardato da mettere sotto accusa i Pubblici ministeri Caselli e Lo Forte, come pretendeva quell’irresponsabile mascalzone e narciso di Cossiga. Ha, al contrario, ammonito, mentre si scatenava la canea 'garantista' dei berluscones, a non fare il processo ai giudici, sottolineando anche con sottigliezza giuridica: “È fuori luogo mettere sotto accusa la Procura. Se tutte le volte che le Procure hanno torto finissero sotto accusa i Tribunali starebbero attentissimi, tra l’altro, a non metterle nei guai”. In quel processo è stato anche accertato che Andreotti ebbe effettivamente rapporti con la mafia prima del 1980. Questo può scandalizzare Marco Travaglio, non chi, come me, ha qualche anno di più e sa che rapporti con la mafia in Italia li hanno avuti tutti anche l’integerrimo Ugo La Malfa attraverso la sua 'longa manus' in Sicilia, Gunnella. Quella dei rapporti fra i politici e Cosa Nostra è una tabe che ci portiamo dietro da quando la mafia aprì le porte della Sicilia alle truppe americane e non riguarda certo il solo Andreotti.
Se fosse nato in un altro Paese Giulio Andreotti sarebbe stato un grande statista. In Italia ha potuto esserlo solo a metà, dovendo impegnare l’altra metà negli intrighi, spesso loschi, che caratterizzano la vita politica italiana.
Ma nell’ora della tua morte noi ti salutiamo 'divo Giulio' con rimpianto. Con te se ne va una lunga stagione della politica italiana e, visto quello che è venuto dopo, non certo la peggiore. Se esiste quel Dio in cui tu credevi, andando prestissimo ogni mattina alla Messa, ti sarà sicuramente benevolo.



mercoledì 8 maggio 2013

Emergenza femminicidio, ripartiamo da scuola e tv

Gentile Presidente Boldrini, gentili ministre Carrozza e Idem, in questi giorni il Corpo di noi Donne, pare stia diventando popolare. Ci sono voluti più di 100 donne ammazzate l’anno passato e un trend in ascesa anche quest’anno per convincere i media a dare risalto al femminicidio, neologismo che sta a significare omicidio di una donna in quanto donna.
In molte stiamo lavorando su questo tema da anni, a partire dalle donne attive nei centri per le donne maltrattate alle migliaia di attiviste ignote che con pazienza svolgono un ruolo fondamentale in rete, luogo prezioso di innalzamento del livello di consapevolezza, frequentato dalle e dai giovani e quindi luogo di formazione ed educazione quando ben utilizzato. È forse ridondante ricordare qui quanto il nostro Paese sia arretrato su questo tema e su quello della valorizzazione di genere in generale, il nostro 80esimo posto nella classifica del Gender Gap stilato dal Wef, o le raccomandazioni inevase della rappresentante della Cedaw-Onu ne sono testimonianza. Questo è il punto di partenza ed è inutile guardare al passato. Possiamo decidere che oggi sia l’inizio di un nuovo percorso.
Mi permetto di consigliare alcune iniziative necessarie la cui richiesta arriva dalle migliaia di ragazze e di giovani uomini che incontriamo ogni anno nelle scuole. Il cambio che auspichiamo è culturale, vogliamo un Paese realmente paritario dove anche per le donne sia valido quella bellissima parte del terzo articolo della Costituzione che ci ricorda come ognuno – e immagino ognuna – debba essere messa in grado di esprimere al meglio il proprio potenziale di persona. I luoghi idonei da cui iniziare il cambiamento sono i due più importanti agenti di socializzazione attivi nell’età formativa: i media e la scuola.
Si stanno raccogliendo firme, si moltiplicano appelli ed è certo bene innalzare l’attenzione. Ricordo però con preoccupazione che l’anno scorso partì una campagna contro il femminicidio promossa tra l’altro anche da noi. Alta fu l’attenzione, anche i calciatori si attivarono, nomi noti si dissero d’accordo. Ma non successe poi molto di più. È la bellezza e il limite del web, lo constatiamo nelle scuole: firmiamo un appello, scriviamo il nostro “mi piace” sui social network e crediamo di avere fatto il nostro dovere, mentre è solo il primo, importante, ma solo il primissimo passo.
“Non esco più con le amiche al pomeriggio” mi confidava una ragazzina al termine di una lezione a scuola. “Il mio ragazzo è geloso, non vuole”. Inizia da lì il bisogno di educazione prima che alla sessualità, alla relazione sia per le ragazze che per i ragazzi. È urgente spiegare, confrontarsi e mettersi in ascolto perché moltissimi parlano di giovani ma pochi si mettono in reale relazione con loro.
“L’ho uccisa perché mi ha lasciato” è la motivazione più frequente che danno gli uomini di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali. Il colpo di coda del patriarcato, lo definisce qualcuna. E c’è del vero perché i femminicidi sono tanti anche nella civilissima Norvegia dove le donne sono occupate, dispongono di welfare di qualità, ma faticano a compiere l’ultimo passo verso una reale e definitiva emancipazione: prendere decisioni che potrebbero anche influire sulla vita del proprio partner. Ciò che noi donne abbiamo imparato ad accettare da secoli. Un cambio culturale che parta dalle scuole e quindi un tavolo interministeriale. Sarebbe importantissimo coinvolgere anche il ministero dell’Istruzione perché si faccia promotore di corsi di aggiornamento per gli insegnanti, che si trovano spesso a gestire una tematica per la quale non ricevono supporto formativo.
Lascio per ultimo il tema più spinoso, quello della responsabilità dei media per la rappresentazione oggettivizzata e irreale che propongono delle donne. Le tv private e pubbliche propongono giornalmente l’immagine di un modello di donna unico, passiva, spogliata, spesso muta. Non è un corpo nudo che offende, il corpo nudo può avere una capacità rivoluzionaria di comunicazione, spieghiamo nelle scuole, ma un corpo passivo e indagato in ogni dettaglio in modo umiliante e voyeuristico ci umilia tutte.
È necessario chiedere che nelle redazioni di giornali e tv si compia un passo importante verso il rispetto costituzionale dei nostri diritti che passa anche, e forse soprattutto, da come veniamo raccontate. Non di censura stiamo parlando, bensì di rispetto indispensabile per crescere, affermarsi ed esistere pienamente. Un percorso articolato dove promuovere anche nuove trasmissioni televisive divulgative che propongano modelli femminili a cui le ragazze possano ispirarsi e attraverso i quali i ragazzi comincino a conoscerci. Avviene in altri Paesi europei, chiediamo che avvenga anche qui da noi.
L’Art Directors Club che riunisce le maggiori agenzie pubblicitarie italiane, ha iniziato un percorso di riflessione e cambiamento su questo tema, giornali e tv possono fare altrettanto. Da ultimo è mio compito ricordare come l’emergenza femminicidio sia stata tenuta viva attraverso la fatica e il lavoro instancabile di migliaia di giovani attiviste e attivisti che non hanno mai dimenticato di denunciare, di ricordare, di scrivere alle redazioni, di accompagnare le vittime a i processi.
A queste giovani “attiviste anonime” che hanno impedito che il femminicidio restasse fatto di cronaca perché sanno comunicare con efficacia ai loro e alle loro coetanee. Onoreremo così con gratitudine il patto intergenerazionale, base per una indispensabile coesione sociale.

Lorella Zanardo (Il Fatto Quotidiano, 8 maggio 2013)

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