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venerdì 11 luglio 2014

Palermo, 1981

Il viaggiatore che fosse sbarcato a Palermo nell'aprile del 1981, si sarebbe certo meravigliato di vedere appeso in alto sul monte Pellegrino un gigantesco cerchio bianco con dentro disegnato un garofano rosso, di notte reso ancor più visibile da fasci di luce convergenti.
Era il biglietto da visita del congresso socialista che volemmo in Sicilia perché i socialisti siciliani erano stati gli ultimi e i più refrattari a farsi conquistare da Craxi. Non tanto per ostilità politiche o diffidenza personale: al contrario, l'anticomunismo e la forte personalità di Craxi sarebbero risultati particolarmente congeniali ai siciliani. La ragione della resistenza a Craxi - dal Midas fino a Palermo, dal 1976 al 1981 - era strettamente connessa con la particolare concezione dell'autonomia siciliana dei compagni e dei seguaci di Totò Lauricella e di Nicola Capria, per lungo tempo leader incontrastati delle due circoscrizioni elettorali - l'occidentale e l'orientale - in cui è divisa l'isola.
In buona sostanza, l'autonomia dei compagni siciliani non era solo un modo per difendersi da Roma e dalle interferenze dei leader nazionali, ma anche un modo per contare di più a Roma facendo pesare, negli equilibri nazionali, l'intero, unanime pacchetto dei voti siciliani; e, soprattutto, era un modo per tenere sotto controllo, in nome di un'autonoma disciplina insulare, le ambizioni di singoli e di gruppi, preservando, con il notabilato regionale e locale, consolidate gerarchie e strutture di potere.
Non era stato facile, anche quella volta, ottenere regolari assemblee di sezione e votazioni congressuali effettive in aree in cui abitualmente i voti - come avevo constatato di persona - venivano spartiti, sulla carta, tra i dirigenti locali che si assegnavano convenzionalmente percentuali bulgare e, talvolta, quote di votanti superiori al numero degli iscritti.
Con il congresso di Palermo, anche la Sicilia finalmente capitolò, e, come al solito, lo fece all'unanimità. Nenniani con Nenni, demartiniani con De Martino, i socialisti siciliani, plebiscitariamente, divennero craxiani con Craxi.
Il gigantesco simbolo del garofano appiccicato sul monte Pellegrino dall'architetto Filippo Panseca, amico di Bettino - anch'egli, per parte di padre, siciliano - non fu la sola anticipazione di uno stile congressuale che negli anni volle mescolare archi e colonne con schermi giganti e accompagnamenti musicali.
Francesco De Gregori protestò per l'assunzione della sua canzone, Viva l'Italia, a inno del congresso, ma ormai la cosa era fatta; e, come la scelta del garofano al posto della falce e del martello aveva simboleggiato l'avvenuta rottura con la tradizione frontista e unitaria con i comunisti, così le note di Viva l'Italia al posto di quelle dell'Internazionale suggerivano - sulle orme di Giuseppe Garibaldi e Cesare Battisti - una nuova idea-guida.
Più precisamente, un'idea ritrovata, quella del socialismo nazionale, o meglio, per evitare sgradevoli giochi di parole con il nazionalsocialismo, quella del socialismo tricolore.
All'inizio degli anni ottanta, in un paese con l'inflazione a due cifre, il record di scioperi, di debiti e di disservizi, un paese ancora profondamente segnato dagli anni di piombo (la nostra immagine era così deteriorata da autorizzare il settimanale tedesco Der Spiegel a rappresentare in copertina l'Italia come un piatto di spaghetti con dentro infilata una P38), il socialismo tricolore, con la riscoperta di un filone trascurato della tradizione socialista, poneva le premesse di importanti sviluppi culturali e politici, cogliendo il bisogno reale degli italiani di uscire dalla crisi degli anni settanta, di superare tanto la deriva del pessimismo e del nichilismo quanto i rimedi affidati al moralismo dell'austerità e al solidarismo pauperistico della cultura cattocomunista.
Il pragmatismo e l'ottimismo "atlantici", la pace ideologica e pratica con il mercato, l'invito alla cooperazione produttiva tra le forze del lavoro, l'innovazione culturale e sociale, la volontà di riscattare l'immagine dell'Italia nel mondo e di promuoverne un ruolo importante nella comunità mondiale, hanno interpretato il cambiamento, l'hanno promosso, accelerato e guidato in modo salutare, costruttivo. E l'hanno fatto ben prima di mostrare il volto della spregiudicatezza, del rampantismo, dell'affar-politica.
A questa sorgente d'ispirazione appartengono tante intuizioni e tante iniziative - in campo internazionale, economico e culturale - avanzate e promosse dai socialisti in quegli anni. La scelta chiara e netta di partecipare al riarmo della NATO, schierando anche in Italia gli euromissili per bilanciare la superiorità e l'aggressività sovietiche: una scelta coraggiosa, difficile, impopolare, soprattutto a sinistra; la partecipazione di soldati e marinai italiani alle prime missioni ONU nelle aree calde come il Libano; l'impegno nella costruzione del sistema monetario europeo e nella cooperazione allo sviluppo. Così Craxi e i socialisti cominciarono a influenzare le linee di politica internazionale e a identificarsi e a farsi riconoscere, in Italia e all'estero, come portatori di una certa idea dell'Italia, come vettori della sua ripresa e della sua rinascita nel nuovo clima segnato dagli incipit della rivoluzione reaganiana e dal protagonismo del socialismo latino di Francois Mitterrand, Felipe Gonzàles, Mario Soares.
Anche le riflessioni, i convegni, le strategie dedicate al Made in Italy - l'intuizione e l'impulso iniziali sono merito di Roberto Cassola - appartengono alla stagione del socialismo tricolore. Coniugare valori nazionali e interessi economici non rappresentò solo una fresca novità: si rivelò anche uno strumento efficacissimo di promozione dell'immagine italiana nel mondo e un tentativo, solo parzialmente riuscito, di creare in Italia quella collaborazione tra stato e imprese nazionali che altrove costituisce un vero e proprio sistema, quel "sistema paese" indispensabile a conquistare nuovi mercati e che in Italia continua a latitare anche oggi.
Sebbene i riformisti (così Craxi aveva deciso di ribattezzarci ora che eravamo diventati maggioranza del partito) fossero giunti al congresso con un'ampia maggioranza di delegati, e la sinistra di Signorile risultasse minoritaria e divisa, il congresso di Palermo fu tutt'altro che pacifico.
La maggioranza riformista - salvo il rinnovamento generazionale e gli innesti da altre formazioni politiche - era ancora la stessa, più o meno, che aveva sorretto prima Nenni e poi De Martino e Mancini: una realtà composita di personalità e gruppi eterogenei uniti intorno a Craxi. Nella stessa corrente storica di autonomia affiorava una divergenza perlomeno nella scelta degli interlocutori.
Rino Formica era vicino e sensibile alle ragioni dei sindacati, quindi anche al confronto con i comunisti, ai quali, peraltro, non lesinava polemiche sferzanti. Io guardavo piuttosto all'insieme della società e ai suoi fermenti nuovi, privilegiando il dialogo con i laici, i radicali, i libertari.
Come spesso nella loro storia, anche in quella circostanza i socialisti non seppero resistere alla tentazione di contraddirsi. L'occasione fu offerta dai discorsi di saluto ai segretari di partito ospiti del congresso. L'intervento di Flaminio Piccoli, segretario della DC, fu scandito da molti fischi dalla platea e da applausi di sostegno dalla presidenza. A Enrico Berlinguer la platea, e non la sola corrente lombardiana, tributò una vera ovazione. Se quello doveva essere il congresso che sanciva insieme l'autonomia, il riformismo e la collaborazione con la DC, l'inizio non poteva essere più paradossale.
Dopo la relazione di Craxi, chiara e netta nei principi, ma ancora prudente nella definizione della prospettiva, sul palco fu tutto un susseguirsi di oratori e di orazioni che trattavano l'ipotesi di un ritorno al governo con la DC al massimo come una parentesi, e l'autonomia e il riformismo piuttosto come aspetti decorativi che come caratteri costitutivi di una tradizione e di un progetto politico.
Formica, che aspirava a diventare vicesegretario del partito, puntava a un esito congressuale unitario, i lombardiani non volevano essere relegati in minoranza, gli umori della base li aveva misurati l'applausometro, il dibattito politico ci stava sfuggendo di mano. Così parlai con Giacomo Mancini e ci bastarono due minuti per intenderci. Gettammo scompiglio nel congresso rilanciando con grande decisione il progetto e la parola d'ordine della presidenza socialista. Non la presidenza della repubblica, che avevamo conquistato tre anni prima con Pertini, ma proprio il sogno negato di una presidenza socialista del consiglio dei ministri, con ciò dando un obiettivo politico simbolico e concreto all'autonomia, al riformismo e alla scelta governativa.
Per come la proposi parlando al congresso, la presidenza socialista non era un optional, "un palloncino rosso che si regala ai piccoli perché ci giochino un po' prima che si sgonfi nelle loro mani o si perda in cielo. Non è una passeggiata tra le nuvole, ma il passo in più, il passo in avanti che è possibile e per il quale la disponibilità comunista è, forse, determinante". La presidenza socialista poteva diventare un appuntamento per tutta la sinistra, purché i comunisti ne cogliessero il valore e l'opportunità e, "per una volta - almeno per una volta - investissero su di noi anziché sulla DC e sulla propria diversità".
Chiedere ai comunisti di scommettere su un Partito socialista rinnovato e autonomo era volere troppo, ma l'idea aveva una sua forza logica, e io la argomentai così: "Non servono alleanze e alternative impotenti, non servono piatte unità; se
noi agganciassimo il rimorchiatore socialista al cargo comunista, noi non navigheremmo più e loro non andrebbero più veloci. Vedo più probabile giungere in porto se noi stiamo davanti, forti della nostra autonomia, ed essi accettano, almeno per una stagione politica, non un'egemonia come pretesero imporre a noi, ma un'ipotesi politica che impegni tutta la sinistra e consenta a chi - non senza merito - è in posizione migliore, di produrre un effettivo cambiamento, il passo in più che è necessario." Il passo in più necessario esigeva sia lo sviluppo coerente dell'autonomia socialista ("per parlar chiaro: fare senza i comunisti se la situazione lo richiede o se i comunisti agiscono senza e contro di noi") sia lo sviluppo delle relazioni con i partiti laici, superando le distanze del passato con i liberali e i socialdemocratici e le frizioni del presente con repubblicani e radicali, chiarendo risolutamente che la terza via che ci interessava non era quella berlingueriana tra socialdemocrazia e comunismo ma quella tra socialismo e liberalismo. 
La reazione comunista fu più che stizzita, aggressiva e, a tratti, velenosa. Miriam Mafai su Repubblica mi dipinse come il socialista troppo meritocratico, troppo liberale, persino troppo elegante per essere di sinistra; Antonello Trombadori mi dedicò un sonetto acidulo spigolando su Martelli che fa rima con Montanelli.
La Democrazia cristiana non aveva gradito le parole che le avevo dedicato: "Una forma della politica è al tramonto non nella sua presenza ma nel suo primato... L'ideale democratico della DC ha fatto epoca in questo paese più lungamente dell'elite liberale, più della sindrome fascista: il consenso come fondamento del potere, la mediazione come regola... ma il consenso senza un merito rinnovatore non basta più e senza la volontà di decidere mediare significa solo rinviare." Anche in casa socialista fu tempesta: Rino Formica e i suoi seguaci erano furibondi; Giuliano Amato, dalle colonne di Repubblica, mi rimproverò di aver intirizzito i delegati "come un gelido vento del Nord"; Fabrizio Cicchitto mi accusò di aver "azzerato" il congresso; e Craxi stesso, al tavolone della mensa con i militanti, seduto tra me e sua figlia Stefania, celiando ma non troppo, commentò: "Ho sentito discorsi un po' di destra stamattina... " In politica essere in anticipo può essere altrettanto dannoso dell'essere in ritardo, ma quello fu il primo discorso socialista che dichiaratamente si proponeva di assumere nel proprio orizzonte "il segno inequivocabile dell'umanesimo liberale, dell'umanesimo socialista, delle comuni radici cristiane". La presidenza socialista sarebbe arrivata due anni dopo, ma intanto l'averla evocata aveva fatto virare il congresso dall'ovazione a Berlinguer all'ovazione alla presidenza socialista, bloccando la ricorrente propensione dei socialisti a dividersi tra loro in base ai rapporti con i comunisti.
Ma il congresso non era finito, l'agenda dei lavori non era esaurita. All'ordine del giorno c'era la questione del modo di elezione del segretario. Per porre fine al clima di congiure permanenti, di divisioni paralizzanti e di instabilità perpetua tipico di un partito strutturalmente indisciplinato, rissoso e anarchico, c'eravamo convinti - anche guardando all'esempio dei socialdemocratici e dei laburisti europei - della necessità di una regola nuova. Se si voleva assicurare autorevolezza e continuità all'azione del partito, bisognava riformarlo in senso presidenziale, trasformando un segretario-re travicello in balia delle correnti e delle loro fibrillazioni in un vero leader, fornendo così anche alla grande riforma delle istituzioni un modello, un prototipo, un'anteprima. Insomma, bisognava eleggere il segretario in congresso, dargli l'investitura e l'autorità che solo la più ampia platea democratica poteva assicurargli, con ciò stesso annullando il potere degli oligarchi di disarcionarlo, o paralizzarlo.
La sinistra era, ovviamente, contraria; ma contro, o quantomeno riluttanti, si mostrarono - con argomenti talvolta seri, più spesso contorti e bizantini - anche parecchi esponenti riformisti. Di fronte alle resistenze esplicite e sotterranee, Craxi si infuriò e, come Achille, si ritirò sotto la tenda facendo correre la voce che non si sarebbe ricandidato. "Fate voi," disse a me e a Gennaro Acquaviva abbandonando il congresso.
Il congresso, appena riaggiustato politicamente, rischiava di nuovo di sfasciarsi. Feci in modo che la presidenza di turno venisse affidata a Carlo Tognoli e, vincendo una serie di opposizioni procedurali, riuscii a far mettere in votazione la proposta di elezione diretta del segretario. Scoppiarono incidenti e tafferugli dopo che un diverbio furibondo tra Rino Formica e Franco Bassanini aveva appiccato l'incendio.
A quel punto anche Formica abbandonò il congresso, mentre la sinistra aizzava la platea, e molti notabili, appena battezzati riformisti, temendo di perdere il loro personale potere di condizionamento sul futuro segretario, sconsigliavano lo scontro, invocavano prudenza e senso della misura. Più ascoltavo quegli inviti alla cautela e più mi convincevo che bisognava assolutamente andare avanti, che quella era la partita decisiva e che vincerla avrebbe significato toccare finalmente il punto di non ritorno, mettere la parola fine alle congiure, alle divisioni e alle croniche debolezze dei socialisti. Con Carlo Tognoli, Francesco Colucci e pochi altri, in mezzo alla baraonda, tenemmo duro fino in fondo costringendo mille delegati a votare con voto segreto prima la nuova procedura e poi il candidato segretario.
La mattina seguente, Bettino Craxi tornò nel congresso per raccoglierne l'ovazione e, sulle note di Viva l'Italia, poté concludere raggiante, commosso: "Viva l'Italia, viva la Sicilia, viva il socialismo." Un'altra battaglia, quella decisiva sul piano interno, era vinta. L'elezione diretta del segretario darà stabilità alla guida del PSI per più di tredici anni; e il PSI di una volta, confuso, diviso, esposto a tutte le scorrerie esterne diventerà un pallido ricordo.
Nelle settimane successive al congresso di Palermo, con la scoperta della trama massonica e affaristica della P2, trasversale e, in alcuni suoi esponenti, cospirativa, scoppia un gigantesco scandalo politico. Il governo Forlani, da sempre pericolante, è ormai alla frutta, e tocca a me dargli il benservito. Dopo lo scandalo, il vento dell'opinione pubblica, le divisioni interne della DC e l'azione convergente di socialisti e repubblicani sfociano finalmente, al termine di una lunga crisi, nel governo Spadolini, prima, storica esperienza di un presidente del consiglio laico. È l'inizio di un cambiamento, e i socialisti esercitano un'influenza crescente.
Il dinamismo politico e le novità che vogliamo e che spesso riusciamo a esprimere ci consentono di moltiplicare il peso politico della nostra ancor modesta forza parlamentare e di assorbire il primo grosso scandalo che ci aveva coinvolto, con il ritrovamento dei nomi di nostri compagni nelle liste di Gelli, la storia del conto Protezione e alcuni episodi di malcostume locale.
Il peso dei sette ministri socialisti (con Formica capo delegazione e titolare delle finanze, Signorile al Mezzogiorno, Lagorio alla difesa, Balzamo ai trasporti, De Michelis alle partecipazioni statali, Capria al commercio estero e Aniasi alla ricerca scientifica), la vivace presenza sindacale finalmente solidale con il partito, le relazioni a tutto campo con il mondo economico, la robusta rete di amministratori locali, i rapporti migliorati con i media e il mondo della cultura stanno suscitando attorno a noi simpatia, attenzione e attesa.
Benché l'abbia suscitata, l'euforia non mi contagia; anzi, sono stanco e scontento. Il coinvolgimento in un'indagine e in un'accusa pubblica, e la coscienza che tra Annarosa e me il filo della lunga intesa si sta spezzando, rovinano le mie giornate sin dal risveglio e le colmano di angoscia. Giugno e luglio passano così.
Quando la UBS risponde e mi scagiona, prendo congedo per le vacanze dopo aver chiesto a Bettino, nel quadro delle nuove nomine nel partito, di poter assumere la direzione di Mondoperaio. Vedendomi intristito e deluso, Bettino scuote la testa e mi dice: "Così ti vai a perdere." Ci salutiamo per le vacanze.

Claudio Martelli (da "Ricordati di vivere" - 2013 - Bompiani / RCS Libri)

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