Il presente blog costituisce un almanacco nato per raccogliere i testi completi (ed annesse fotografie e video) dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (solo se disponibili).

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che raccoglie i testi completi dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (se disponibili).

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sabato 19 aprile 2014

Dei politici e delle pene: ecco perché in Italia non esistono regole

Il Tribunale di Sorveglianza di Milano, concedendo a Silvio Berlusconi l'affidamento in prova ai servizi sociali, fra le limitazioni imposte al detenuto ha accolto una di quelle indicate dal Procuratore generale Antonio Lamanna secondo il quale l'ex Cavaliere non potrà «diffamare o peggio calunniare singoli magistrati», pena la perdita del beneficio. Il Tribunale si è espresso con parole leggermente diverse ma che hanno lo stesso significato: il detenuto, finchè rimarrà tale, non potrà «insultare i magistrati con frasi offensive in spregio dell'ordine giudiziario». Io non credo sia compito della Magistratura stabilire, a priori, ciò che un uomo politico può o non può dire, semmai se costui si rende realmente responsabile di diffamazione o di calunnia nei confronti di chichessia la Magistratura può agire 'dopo' attivando un'ulteriore azione penale.
La questione in realtà sta a monte e risiede nella domanda: può un condannato, che pur sconta la pena ai servizi sociali, continuare a fare, nel periodo in cui è detenuto, il mestriere che faceva prima, nel caso di Berlusconi quello del politico? Poniamo che al posto di Berlusconi ci sia un calciatore condannato per aver truccato qualche gara e che goda anch'esso del beneficio dell'affido ai servizi sociali. Se costui può continuare ad allenarsi, a giocare ogni domenica le partite, anche quelle in trasferta perché il Tribunale gli concede in queste occasioni di uscire dalla regione in cui dovrebbe essere confinato, dov'è la pena?
Non intendo qui infierire su Berlusconi, prendo solo il suo caso come esempio per dire che i benefici ai detenuti, accumulatisi negli anni, fanno acqua da tutte le parti, perché finiscono, di fatto, per annullare la pena. Prendiamo un rapinatore che è stato condannato a quattro anni. Tre gli vengono condonati dall'indulto. Ne rimane uno. Che si riduce a dieci mesi e 15 giorni perché potrà godere, come tutti, di 45 giorni di 'liberazione anticipata'. Poiché ha più di settantanni non va in prigione ma viene ammesso all'affido in prova ai servizi sociali. Per quattro ore alla settimana dovrà adoperarsi in lavori 'socialmente utili'. La limitazione alla libertà personale si riduce a 168 ore. E' una pena adeguata per un reato così grave? Così com'è adeguata per una frode fiscale arcimilionaria?
Ma mi rendo conto di parlare per parametri antichi, vetusti, superati. In Italia non esistono più regole. Il presidente del Consiglio annuncia provvedimenti importanti per il Paese su twitter, qualche ministro lo corregge parlando a uno dei trenta talk show, parlamentari dell'opposizione replicano su facebook. Io credo che un premier dovrebbe prendere le sue decisioni nel Consiglio dei ministri e poi comunicarle al Parlamento e, se approvate, farle pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale. I parlamentari dovrebbero esprimere le proprie opinioni in Parlamento non sui social network. Così si crea solo una gran confusione in cui il cittadino si smarrisce. Eppoi si dice in continuazione che «bisogna riavvicinarlo alla politica», mentre così non si fa altro che allontanarlo, perché la politica, diffusa e confusa in un'immensa, perenne, 'società dello spettacolo', perde ogni credibilità.
Intanto il Presidente della Repubblica presenta un suo libro a 'Che tempo che fa' di Fabio Fazio, come una qualsiasi deb che aspira al successo letterario, e non contento interviene su temi che fan parte della campagna elettorale da cui dovrebbe rigorosamente astenersi per quel dovere di imparzialità che gli impone la Costituzione su cui ha solennemente giurato. Lo slogan del Sessantotto era «Pagherete caro, pagherete tutto». Va riformulato in «rimpiangerete caro, rimpiangerete tutto». Forse anche Craxi. Forse persino il reo Berlusconi, che perlomeno libri non ne scrive. Caso mai li pubblica.
 


Si offre una narrazione delle vicende di mafia

“Si offre una narrazione delle vicende di mafia che è estremamente semplificata – ha detto a Rainews il Procuratore di Caltanissetta. – Da una parte ci sono Falcone, Borsellino e gli uomini di Stato uccisi per l’affermazione della legalità. Dall’altra parte ci sono i Riina, i Provenzano, ex villici, che vengono rappresentate come icone assolute della mafia. Ma dove li mettiamo i colletti bianchi che sono capi organici della mafia? Parlo di architetti, medici, ingegneri … che sono collusi. Ma ci sono anche uomini dello Stato dei quali è stata accertata con sentenza definitiva la complicità con la mafia. Parlo di presidenti del consiglio, vertici dei servizi segreti, capi della polizia, assessori regionali. Io credo che senza questi colletti bianchi e senza gli uomini di Stato collusi, la mafia dei Riina e dei Provenzano sarebbe stata debellata da un pezzo. Non possiamo distorcere la verità e raccontare ai giovani che la mafia è solo estorsioni e spaccio, bisogna raccontare il fenomeno nella sua complessità – ha aggiunto Scarpinato. – Se noi non li aiutiamo a capire, rischiamo di fargli subire ancora la mafia, che si evolve sempre di più ed è componente del potere”.
 
Roberto Scarpinato 2014 
 
 

lunedì 14 aprile 2014

L'inevitabile condanna della nostra vecchiaia

Ferruccio Sansa (Il Fatto, 7/4), che leggo sempre volentieri perché ogni tanto scantona dai temi della legalità e della politica che sono propri del nostro giornale, avendo letto, a Londra, su una grande lavagna la frase «Prima di morire vorrei...», riflette sulla vecchiaia, la morte, il tempo.
Nella mitologia greca Cronos, il padre degli dei, mangia i suoi figli. Cosa vuol dire questa metafora? Che il Tempo ci divora. E' il padrone ineluttabile delle nostre esistenze. («Vola il tempo, vola e va, ma forse più del tempo, che non ha età, siamo noi che ce ne andiamo»- De Andrè). Per rimuovere questo pensiero riempiamo la nostra vita di ogni sorta di cose, di azioni e di sentimenti (i quali, nella mia ottica, non sono che delle, non innocue, malattie psicosomatiche). Cerchiamo in tutti i modi di 'ammazzare il tempo'. Purtroppo è il Tempo che ammazza noi.
«Caro agli Dei è chi muore giovane» scrive Menadro. Quando ero ragazzo pensavo che fosse solo una bella battuta d'autore. Credo invece che contenga una cruda verità. La morte di Ayrton Senna, trentenne -quando, dopo vari preavvertimenti, si infila il casco, come il cavaliere medioevale si cala la celata, sapendo che va a morire, ma il suo orgoglio di campione non gli concede scelta- non è tragica, è epica, è una morte nella pienezza della salute, nello splendore della giovinezza. E' una morte in bellezza. La morte biologica, quella in genere del vecchio, con un corpo che si sta disfaccendo, ci fa orrore.
Ma forse ad essere baciati in fronte dagli Dei sono solo coloro che non sono mai nati. Perché una volta che ci sei entrato, nella vita, non hai più scampo. Non puoi evitare il torturante confronto col Tempo. E finché ci sei te la devi giocare questa partita.
Credo di aver fatto il giornalista nell'illusione di contrastare il Tempo, di allungarlo, di dilatarlo vivendo più vite coll'immergermi in quelle altrui. E ho distillato la mia con la studiata lentezza con cui si spillano le carte da poker, cercando di assaporarne ogni istante. E se ho sempre amato la notte è perché ha la qualità del tempo sospeso. Ma, naturalmente, non c'è stato niente da fare. Non si può contrastare il Tempo. Anzi più ti opponi più vola. E la sua velocità è inversamente proporzionale all'età. Quanti secoli ci abbiamo messo per uscire dall'infanzia? La giovinezza, pur essendo cronologicamente e quindi oggettivamente assai più lunga, passa molto più in fretta. Dopo i quaranta il tempo comincia a correre, passati i cinquanta precipita. E in vecchiaia accade una cosa bizzarra e straziante. La giornata, poiché siamo molto meno impegnati, è lunghissima, immersa in una noia mortale, non finisce mai, ma gli anni passano uno dietro l'altro («E' di nuovo Natale? Ma non è stato ieri?») a una velocità cosmica.
E' l' 'atra senectus', la cupa, buia, vecchiaia come la chiamavano i Latini più pragmatici, meno retorici e disposti a mentirsi addosso. 'Senectus ipsa est morvus', la vecchiaia è una malattia in sè dice Terenzio e Seneca aggiunge «e per giunta insanabile» («Vecchio è bello» è uno slogan moderno per convincerci ad essere ancora dei consumatori sia pur deboli, cui si accoppia l'altra mostruosità, quella della medicina tecnologica che vuole 'salvarci' a tutti i costi, ma lasciateci almeno morire in santa pace, perdio).
Tuttavia l'aspetto più drammatico della vecchiaia non è la decadenza fisica, ma l'impossibilità di un progetto di vita. Esistenziale, sentimentale, professionale (a meno che uno non se ne renda conto, siano elevati inni all'ateriosclerosi). Manca il tempo. Manca il futuro. Manca la speranza. «Basta che non ci debba mai mancare qualcosa da aspettare» canta il menestrello Jannacci. Ecco, ciò che manca alla vecchiaia è proprio «qualcosa da aspettare». Se non la morte.


Dell’Utri, i giorni dell’abbandono

Fedeli alla linea che i fatti devono essere separati dalle opinioni, nel senso che non devono disturbarle, i giornaloni geneticamente modificati a immagine e somiglianza del Palazzo non dedicano una riga di commento alle conseguenze politiche della fuga del latitante Dell’Utri. Così come, verosimilmente, taceranno oggi su quelle del suo arresto a Beirut da parte dell’Interpol, e martedì su quelle della sentenza di Cassazione nel processo per mafia. Hanno fatto lo stesso l’altroieri su quelle della promozione di Berlusconi al rango di detenuto. “Non aprite quelle porte”, è la consegna.
Altrimenti bisognerebbe dare ragione, con vent’anni di ritardo, a chi l’aveva sempre detto che Forza Italia è un partito fondato da fior di delinquenti per farla franca. “Le prove, ci vogliono le prove”, ribattevano i finti tonti. Poi arrivarono le prove. “Le sentenze, aspettiamo le sentenze”, insistevano. Poi arrivarono le sentenze. “Devono essere definitive, presunzione di innocenza, garantismo”, salmodiavano. Con comodo, arrivarono anche le sentenze definitive. Previti fu condannato in Cassazione per due corruzioni giudiziarie, finì in galera per tre giorni, poi andò ai domiciliari e ne uscì grazie all’indulto. Silenzio generale. B. fu condannato per frode fiscale e sta per essere affidato ai servizi sociali. Zitti tutti. Dell’Utri attende la condanna definitiva per mafia, che lui dà per scontata (e per la precisione l’ha già avuta: la Cassazione ha annullato il primo verdetto d’appello solo per un periodo di 4 anni, confermandolo per oltre un ventennio) e se la svigna in Libano. Non vola una mosca. Intendiamoci: il silenzio non riguarda i dettagli, che anzi vengono sminuzzati e scandagliati nei minimi particolari proprio perché nessuno alzi gli occhi per uno sguardo d’insieme.
Il partito fondato da questi criminali matricolati è forse marginale ed emarginato, nella vita politica italiana? No, è tuttora centrale anzi indispensabile. E non solo per la riforma elettorale, che dovrebbe essere condivisa da tutti. Ma anche per il voto di scambio e persino per riformare la Costituzione repubblicana: un testo che nessun sano di mente farebbe toccare a certi figuri neppure con una canna da pesca. Invece Renzi, Boschi & C., sotto lo sguardo vigile di Re Giorgio, la stanno riscrivendo proprio con B. e con il partito fondato da Dell’Utri (il cui fratello gemello confida agli amici: “Quando Marcello parla, Silvio ubbidisce”). Eppure non si sente una voce, dal cosiddetto Parlamento e dalle presunte istituzioni, che osi obiettare: “Scusa Matteo, ma con chi stai parlando? Non sarebbe il caso di riconsiderare i compagni di viaggio, che fra l’altro hanno le mani impegnate da robuste paia di manette e potrebbero presto raggiungere Dell’Utri oltre confine? Che si fa, si organizza una Bicamerale nelle piantagioni d’oppio della valle della Bekaa, si traslocano i vertici istituzionali dal Nazareno alla foresta nera della Guinea-Bissau?”.
Dopo vent’anni trascorsi a fingere di non vedere e non capire cos’è Forza Italia, farlo ora tutto d’un colpo pare brutto. Con la consueta eleganza, Pigi Battista ci spiega sul Corriere che fra i vari problemi del centrodestra c’è “l’istinto di abbandono di Dell’Utri”. Non è meraviglioso? Se la latitanza di Bottino Craxi era “esilio”, quella di Dell’Utri è “istinto di abbandono”. Del resto Fedele Confalonieri assicura a Salvatore Merlo, l’intervistatore più boccalone del Foglio, che Vittorio Mangano non era un boss sanguinario, ma “una specie contadino capo” che accudiva “un giardino di un milione di metri quadri”. Marcello l’aveva portato su direttamente da Palermo perché “si occupava di tutto, persino delle tende del salotto”. Poi, com’è noto, divenne un manager, un pubblicitario e soprattutto un bibliofilo, molto religioso tra l’altro. Ultimamente – rivela alla Stampa il gemello Alberto – era passato al “commercio di cedri”, e dove se non in Libano? Ma la sua vera passione “è crescere i giovani, formare le coscienze delle persone”. Sono vent’anni che raccontano balle e tutti ci credono. Perché dovrebbero smettere proprio adesso? Hanno ragione loro.

Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano, 13 Aprile 2014)

martedì 8 aprile 2014

Il condannato al Colle. Gli indagati in galera

Mi chiedo in quale altro Paese al mondo il Capo dello Stato riceverebbe un pregiudicato, non una persona che qualche anno prima ha avuto una condanna e ha pagato i suoi debiti con la giustizia, ma un soggetto che è in fase di esecuzione della pena e che solo per ragioni d'età non è ancora a San Vittore. Se il Capo dello Stato avesse ricevuto Totò Riina per parlare della questione mafiosa sarebbe stata la stessa cosa. E non lo dico per paradosso. Giorgio Napolitano per giustificare in qualche modo il suo 'rendez-vous' con Berlusconi si è richiamato, implicitamente, a quanto disse la prima volta che incontrò il leader di Forza Italia già condannato in via definitiva: “Un'udienza che non poteva essere negata. Perché a chiederla era il capo di un partito che ha svolto un ruolo di primo piano per un periodo notevolmente lungo della vita politica e istituzionale del Paese”. E che vuol dire? Da quando in qua il consenso autorizza a compiere delitti? Se si seguisse questa logica-illogica, Berlusconi, che gode del seguito di nove milioni di voti, potrebbe uccidere sua moglie e salire lo stesso al Quirinale. Naturalmente una volta concessogli di salire al Colle Berlusconi non si è limitato a fare gli auguri di Pasqua al Capo dello Stato: “O mi dai un salvacondotto, fai in modo che io non sconti la pena, o bloccherò quelle riforme cui tieni tanto”. Un ricatto al limite dell'estorsione. C'è una malattia che colpisce i vecchi, si chiama 'marasma senile' e si manifesta quando un anziano non è colpito da una patologia precisa ma si dà ad atti del tutto scoordinati e non è più in grado di governare se stesso. Ecco, l'Italia è in preda a una sorta di 'marasma senile', istituzionale e morale.
Nel frattempo gli sciagurati 'indipendentisti' veneti, sospettati di “terrorismo ed eversione del sistema democratico”, ma che allo stato, come avrebbe detto Di Pietro, non hanno commesso alcun atto di violenza, non solo vengono indagati, il che ci può anche stare, ma sbattuti senza tanti complimenti in galera. La gente percepisce la differenza: quelli, solo sospettati, in carcere, l'altro, già condannato, ricevuto al Quirinale. Mugugna, ma porta pazienza. Tra l'altro Berlusconi è stato condannato per un reato (frode fiscale, che non è semplice evasione, ma vuol dire aver messo in piedi un'organizzazione per frodare il fisco) che dovrebbe risultare particolarmente odioso alla cosiddetta 'gente comune' in un periodo in cui è tartassata dalle imposte e se non riga più che dritta, si trova puntato alla gola il coltello di Equitalia. Uno pensa che il cittadino dovrebbe essere incazzato a morte col superfrodatore impunito, la cui colossale evasione ricade, pro quota, sulla sua testa. Invece no. Mugugna, pazienta. Anzi in molti continuano a votarlo. E' proprio vero quello che dice Etienne de La Boétie, che siamo sudditi perché vogliamo esserlo: “Com'è possibile che tanti uomini sopportino un tiranno (ma al posto del 'Tiranno' si può mettere qualsiasi altro regime, perché per de La Boétie, come per Stuart Mill, ogni potere è di per sé illegittimo, ndr) che non ha forza alcuna se non quella che essi gli danno?”.
Il popolo, si sa, è bue. Paziente come un bue. Ma bisogna stare attenti a non abusare troppo della sua pazienza. Il silenzioso contadino piemontese che per quarant'anni ha zappato pazientemente la terra, subendo nel frattempo ogni sorta di angherie, un giorno, di colpo, senza alcuna apparente ragione, dà una tremenda roncolata al primo che gli capita a tiro. Perché, come dice la Bibbia, “terribile è l'ira del mansueto”.



domenica 6 aprile 2014

L'Aquila: Giugno 2013



Reportage della città di L'Aquila realizzato il 9 giugno 2013. Immagini che rendono conto della ricostruzione di alcuni monumenti ed edifici storici e dell'assoluto immobilismo nel recupero del tessuto abitativo civile, a distanza di quattro anni dal sisma, accaduto alle ore 3,32 del 6 aprile 2009.

"Appunti di una domenica a L'Aquila.

Questa estate ho visitato L'Aquila terremotata per vedere lo stato delle cose a dopo quattro anni circa dal sisma.
Dopo un processo mediatico che è riuscito a spettacolarizzare il tragico evento, speculandoci sopra direttamente e favorendo amici ed amici degli amici, di L'Aquila e degli aquilani ormai si parla poco.
Come le notizie e gli eventi di oggi velocemente bruciati, il traumatico terremoto è passato nel dimenticatoio, superato da altri fatti balzati alla cronaca e chi se ne frega della gente abbandonata a se stessa o parcheggiata in "oasi town" sorte a mo' di urgenti supporti logistici, ma rivelatesi in pratica delle redditizie occasioni di arricchimento.
Eppure per pochi giorni la città, o per meglio dire il suo scheletro intristito, era balzata all'attenzione del mondo intero ed il rappresentante del tempo era pure riuscito a "piazzare" interventi agli stati esteri, attraverso un improvvisato trasferimento in loco del G20 in cui i diversi statisti coinvolti non poterono esimersi da impegni umanitari fortemente sollecitati.
Obama assunse il suo buon impegno, Putin a sua volta non poté essere da meno e così Francia, Inghilterra, Germania e gli altri.
Ma come si sa, spenti i riflettori le scene si oscurano e se in più le genti del luogo non hanno adeguata rappresentanza, e' pressoché automatico che il tutto passi nel dimenticatoio.
Vedere L'Aquila oggi forse è più impressionante di allora e la spettacolarizzazione delle abbondanti e, forse in qualche caso, esagerate puntellature ne acuisce la drammaticità.
Per rendere fruibile il duomo ne è stato intramezzata l'area interna, occultando con un muro la zona dell'abside che necessita di ulteriori interventi. Per eliminare l'emblematica scritta divelta della Prefettura (diventata per i media l'emblema visivo del sisma cittadino) si è provveduto alla sistemazione della parte attinente alla sola dicitura, riallineandone le lettere; per non parlare dello stato di abbandono in cui versano interamente quasi totalità degli edifici dei quartieri periferici interessati dalle faglie sismiche.
Vicino alla Casa dello studente, transennata, che si presenta come un monumento, è possibile ancor oggi fotografare un palazzo collassato di un piano; sotto quelli che furono i box dello stabile è tuttora visibile la carrozzeria di un'auto rimastavi schiacciata.
Per chi vi si dovesse recare, suggerisco di porre l'attenzione sui marchi che etichettano le imbracature e transenne degli edifici o di quello che ne resta, abbondantemente puntellati per la messa in sicurezza. Accettabili e con poco visibilità le strutture in legno, spettacolari e quasi opere d'arte moderna le spropositate tubature in metallo. Sicuramente le messe in opera e l'utilizzo di tutte queste strutture hanno prodotto e producono tuttora rendite ai tanti fortunati appaltatori favoriti, prescelti dalla sorte o fatti intervenire dalla Bertolaso's Company (gli abitanti del luogo dicono del Gruppo Marcegaglia, forse Impregilo ed altri appaltatori similari).

A distanza di tempo, al di là degli scheletri degli edifici, ciò che è rimasto nella mia mente è il desolante silenzio che avvolgeva le abitazioni civili o quel che ne restava di essi. Interi quartieri che sembravano abbandonati da poco tempo, visitati dai tanti evacuati che nel giorno di festa ritornavano a vedere i propri luoghi come in un pellegrinaggio.
Mi ricordo ancora quell'anziano professionista accompagnato dalla compagna che, rievocando i momenti del sisma di quella notte del 6 aprile 2009, ancora si commuoveva e, soprattutto, circa il post- terremoto vissuto, alla fine mi venne a domandare: "ma lei lo sa che significa vivere in maniera promiscua per un così lungo periodo, sotto una tenda?".
Ovvero quella signora che veniva in visita domenicale, probabilmente da una delle tante "newtown" che, nel raccontare il tutto, diceva di sentirsi ora proprio una rompiscatole nel voler reclamare suoi diritti, che si sentiva completamente abbandonata dalla politica.
Infine, ho ancora negli occhi quella coppia di anziani ultrasettantenni che erano scesi dalla loro Ka nera e giravano attorno al loro edificio di periferia dichiarato pericolante. All'ingenua mia considerazione di portare pazienza, perché quanto prima le cose si sarebbero sistemate, mi risposero scettici: "ma ci ha visto bene in faccia? Ha visto come stiamo messi? Secondo lei, alla nostra età sarà verosimile potere rivedere ripristinata in tempo la nostra casa?".


venerdì 4 aprile 2014

La musica e l'orma del sacro



Scrive Vladimir Jankélévitch: "Non si dovrebbe scrivere 'sulla' musica, ma 'con' la musica e musicalmente - restare complici del suo mistero"


Risponde Umberto Galimberti

Ho deciso di compiere un piccolo esperimento, imponendo a me stesso di sentire in successione le Variazioni Goldberg di Bach, partendo da due angolature diametralmente opposte. La prima volta ho pensato di ascoltarle meccanicamente e senza trasporto emotivo, cercando di evitare ogni trappola del pensiero sempre pronto a liberare o imprigionare e ben consapevole comunque che un'operazione di tal fatta, per un musicofilo come me, si sarebbe tradotta in una sorta di autoflagellazione. La seconda volta ho deciso di ascoltare lo stesso brano, facendo leva sulla sola emozione, senza pensare ad altro. Durante l'ascolto meccanico ho pensato esclusivamente a quante volte lo stesso motivo venisse ripreso, rielaborato e riadattato, fino al collasso dell'insieme tutto. Tutto mi sembrava freddo, asettico e distante dal mio essere, anche se rimanevo affascinato dall'ordine geometrico, dalla purezza analitica dei suoni, mentre la mia psiche rimaneva sempre più distaccata e razionale. Poi ho spento la luce nella mia stanza e mi sono ritrovato immerso nell'emozione, come sempre e più di sempre. Mi sono estraniato da ogni cosa concreta, pensando solo alla musica e ricevendo, per l'ennesima volta, la stessa risposta alla stessa domanda che da una vita mi faccio: "Cos'è la musica per me?". A questa domanda, in quei momenti, ho dato la stessa identica risposta di sempre: "Per me la musica è un problema irrisolto". Ho pianto pensando a Bach, un uomo tra il cielo e gli abissi eterni. Mi sono sentito nuovamente rapito dal sacro. A questo punto mi è sorto spontaneo chiedermi: "Ma la psiche di un uomo è religiosa?". Io sono ateo, ma ho dentro di me un senso profondo di religiosità e un senso del sacro che non ha niente di razionale. Sì, la psiche è religiosa perché abita nelle adiacenze del sacro (che noi riduttivamente chiamiamo follia), da cui ci tengono lontano le religioni e certe filosofie come quella di Platone, che dopo aver colto la prossimità della musica con la sacralità, se ne difese e instaurò la musica come arte edificante che doveva svolgere la funzione morale di accompagnare l'uomo su quel retto sentiero che portava al Bene, in cui si esprimeva la verità e il dovere. Per questo, a sentir Platone, bisognava salvare "solo la lira e la cetra, gli strumenti di Apollo utili alla città" e bandire "trigoni e pettidi, nonché gli auloi, gli strumenti di Marsia e dei portatori di Tirso, seguaci di Dioniso", perché Dioniso, come già aveva mostrato Euripide nelle Baccanti, distrugge la città. Si tratta infatti, scrive Platone: "di strumenti dal potere scabroso, capaci di sedurre, incantare, affascinare, inebriare, penetrare negli animi e impossessarsene". Di qui la necessità di purificare la musica di questo suo potere, e contenerla nella pura armonia della lira e della cetra che sanno riprodurre l'armonia cosmica, modello dell'armonia della città. In realtà la musica, lungi dall'essere un discorso lineare e costruttivo, come Platone voleva che fosse, lungi dall'essere lo specchio dell'essere, si muove tra essere e non essere, nelle adiacenze del sacro, sempre sul ciglio di un abisso, metafora della vita che, ben lungi dall'essere "fondata", nel "fondo" è senza ragione e senza perché, quindi evento gratuito, grazia, e insieme urto della contraddizione che la vita porta sempre con sé e che la musica canta. Anche Ulisse, per non lasciarsi sedurre dal canto delle sirene, s'era fatto legare a un palo dopo aver turato le orecchie ai suoi uomini, mentre Orfeo aveva vinto il canto delle sirene con una musica più bella, per cui le sirene, spossessate del loro potere, si gettarono in mare e diventarono scogli. Questo confronto è di Ernst Bloch, il filosofo dell'utopia, che evidenzia la natura intrinsecamente utopica della musica, capace di risvegliare in noi la nostra dimensione più profonda, quella che non si identifica in una vuota astrazione né tantomeno in un principio d'ordine come il "Bene" di Platone o lo "Spirito" di Hegel, ma coincide piuttosto con quello che in noi c'è di più irriducibile, in un certo senso con lo scarto che c'è tra noi e ciò che sappiamo di noi, quindi con l'utopia di noi stessi. La musica, dunque, non come la nave di Ulisse che ci porta a casa, ma come la barca di Orfeo che ci porta agli inferi, nello strato più profondo e interiore di noi stessi, in cui è custodito il nostro futuro realizzabile, anche se lontano. Vicino e lontano non sono solo figure dello spazio, ma anche del tempo, di cui la musica è la prima scansione, o perché ci immette nel "tempo sacro", come la musica liturgica che, con un oratorio di Natale o una Passione, fa conoscere con esattezza alla comunità raccolta in quale tempo si trova, o perché ci immette nel "tempo puro" che disintegra il tempo reale, perché la musica, in qualche modo, è un gesto dell'empietà che ci redime dal tempo ordinato della successione dei giorni. Ma il tratto utopico della musica è nel suo essere "ascolto", anzi "auto-ascolto", quindi dimensione sensoriale privilegiata rispetto all'occhio che, limitandosi a circoscrivere il visibile, non oltrepassa mai il presente e tantomeno raggiunge quel lontano, che è la profondità del nostro intimo. In quanto prossima a ciò che di irriducibile c'è in ogni soggetto, la musica è qualcosa di benevolo, qualcosa di prossimo a noi, più dell'amore che, come amore per l'altro, ci allontana da noi. Essa ci porta dall'intimità del soggettivo all'assoluto, qui inteso come ciò che è sciolto da ogni legame (solutus ab), perché alla musica nulla di ciò che è mondo e attualità del mondo può corrispondere. 

martedì 1 aprile 2014

Tarabuco (Bolivia)

LASCIATEMI LAVORARE



Dice Matteo Renzi ad Aldo Cazzullo del Corriere: “Io ho giurato sulla Costituzione, non su Rodotà o su Zagrebelsky”. Dirà il lettore del Corriere : perché, che c’entrano Rodotà e Zagrebelsky? Il Corriere infatti, come tutti i giornaloni, si è dimenticato di informare i cittadini che da una settimana Rodotà, Zagrebelsky e altri intellettuali hanno firmato un appello di Libertà e Giustizia” contro la “svolta autoritaria” delle riforme costituzionali targate Renzusconi.
Stampa e tv ne hanno parlato solo ieri, e solo perché Grillo e Casaleggio (molto opportunamente) hanno aderito all’appello. In ogni caso Renzi, che è pure laureato in Legge, dovrebbe sapere che la Costituzione su cui ha giurato non prevede la dittatura del premier: cioè il modello mostruoso che esce dal combinato disposto dell’Italicum, della controriforma del Senato e del premierato forte chiesto a gran voce dal suo partner ricostituente privilegiato (Forza Italia). All’autorevole parere dei “professoroni o presunti tali”, Renzi oppone “il Paese” che “ha voglia di cambiare”, dunque è con lui.
Quindi, per favore, lasciamolo lavorare. Grasso dissente dalla riforma del Senato? “Si ricordi che è stato eletto dal Pd”, rammenta la Serracchiani con un messaggio mafiosetto che presuppone un inesistente vincolo di mandato (o il Pd lo contesta solo se lo invoca Grillo?). Grasso tradisce la sua “terzietà”, rincara Renzi, confondendo terzietà con ignavia: come se il presidente del Senato non avesse il diritto di commentare la riforma del Senato. E aggiunge: “Se Pera o Schifani avessero fatto così, avremmo i girotondi della sinistra contro il ruolo non più imparziale del presidente del Senato”. Ora, i girotondi nacquero per difendere la Costituzione dagli assalti berlusconiani: dunque è più probabile che oggi sarebbero in piazza se B. facesse da solo quel che fa Renzi con lui. Ma, visto che c’è di mezzo il Pd, anche i giornali de sinistra tacciono e acconsentono. E gli elettori restano ignari di tutto.
Quanto poi al “Paese”: Renzi dimentica che nessuno l’ha mai eletto (se non a presidente di provincia e a sindaco) e il suo governo si regge su un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Consulta e su una maggioranza finta, drogata dal premio incostituzionale del Porcellum. Altrimenti non avrebbe la fiducia né alla Camera né al Senato. Eppure pretende di arrivare a fine legislatura e financo di cambiare la Costituzione: ma con quale mandato popolare, visto che nel 2013 nessun partito della maggioranza aveva nel programma elettorale queste “riforme”?
Su un punto il premier ha ragione: la gente vuole cambiare. Ma cosa? E per fare cosa? Davvero Renzi incontra per strada milioni di persone ansiose di trasformare il Senato nell’ennesimo ente inutile, un dopolavoro per consiglieri regionali e sindaci (perlopiù inquisiti)? Davvero la “gente” gli chiede a gran voce di sostituire il Porcellum con l’Italicum, che consentirà ai partiti di continuare a nominarsi i parlamentari come prima? Se la “gente” sapesse cosa c’è nelle “riforme”, le passerebbe la voglia di cambiare.
Prendiamo l’Italicum, approvato a Montecitorio e già rinnegato dai partiti che l’hanno votato (peraltro solo per la Camera). Pare scritto da uno squilibrato. A parte le liste bloccate, le variopinte soglie di accesso (4,5, 8 e 12%), e i candidati presentabili in 8 collegi, c’è il delirio del premio di maggioranza: chi vince al primo turno col 37% dei voti prende 340 deputati; chi vince al ballottaggio col 51% o più, ne prende solo 327 e governa con uno scarto di 6 voti. Cioè non governa. Ma levàtegli il vino.
Prendiamo il nuovo “Senato delle autonomie”. Sarà composto da 148 membri non elettivi e non pagati: i presidenti di regione, i sindaci dei capoluoghi di regione, due consiglieri regionali e due sindaci per regione (senza distinzioni fra Val d’Aosta e Lombardia, Molise ed Emilia Romagna, regioni ordinarie e a statuto speciale), più 21 personaggi nominati dal Quirinale.
Con quali poteri? Niente più fiducia ai governi né seconda lettura sulle leggi: il Senato però voterà ancora sulle leggi costituzionali, sul capo dello Stato, sui membri del Csm e della Consulta (ma con quale legittimità democratica, visto che non sarà eletto?), ed esprimerà un parere non vincolante su ogni legge ordinaria votata dalla Camera. Ma come faranno i governatori, i sindaci e i consiglieri a fare il proprio lavoro nelle regioni e nelle città e contemporaneamente a esaminare a Roma ogni legge della Camera? Renzi racconta che la riforma farà risparmiare tempo e denaro.
Mah. Sul tempo: le peggiori porcate, come il lodo Alfano, sono passate in meno di un mese. E chi l’ha detto che all’Italia servono più leggi? Ne abbiamo almeno 350 mila, spesso pessime o in contraddizione fra loro. Andrebbero ridotte e accorpate, non aumentate. Quanto al denaro, lo strombazzato risparmio di 1 miliardo all’anno in realtà non arriva a 100 milioni: la struttura resterà in piedi, spariranno solo i 315 stipendi (ma bisognerà rimborsare le trasferte dei nuovi membri). Perché non dimezzare il numero e le indennità dei parlamentari, conservando due Camere elettive con compiti diversi (tipo Usa) e con 315 deputati e 117 senatori pagati la metà, risparmiando più di 1 miliardo (vero)? Da qualunque parte la si prenda, anche questa “riforma” non ha senso, se non quello di raccontare che “le cose cambiano”. Cavalcando il discredito delle istituzioni, Renzi ne approfitta per distruggerle definitivamente. Forse era meglio giurare su Zagrebelsky e Rodotà, anziché su Berlusconi e Verdini.
PS. Napolitano fa sapere di essere “da tempo contrario al bicameralismo paritario”. E quando, di grazia? Quando presiedeva la Camera? Quando fu nominato da Ciampi senatore a vita? Quando fu eletto e rieletto al Colle da Camera e Senato? O quando nominò 5 senatori a vita? Ci dica, ci dica.


 

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