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domenica 6 settembre 2015

Dalla Chiesa, filo sottile fra le stragi anni Ottanta e Novanta - Dalla Chiesa e gli altri. Ecco come hanno ucciso lo Stato

Venerdì 3 settembre 1982 ammazzarono Carlo Alberto Dalla Chiesa, 59 anni, generale dei carabinieri, da cinque mesi prefetto di Palermo. “A primo colpo, a primo colpo, ci dissi” – racconta Totò Riina, intercettato nel carcere di Opera due anni or sono – “e ci siamo andati noialtri… Eravamo qualche sette, otto di quelli terribili, eravamo terribili. Nel frattempo lui era morto, ma pure che era morto gli abbiamo sparato là dove stava, appena è uscito fa …ta …ta ..ta. Ed è morto”. Poi osserva: “Gli hanno portato via tutto”, a proposito della cassaforte svuotata. Un segnale a chi ascolta e registra le sue conversazioni con il picciotto della Sacra corona unita, la spalla, assai probabilmente. L’ex capo dei capi non può essere rincoglionito al punto da scordarsi la consegna del silenzio, mai tradita da una vita. I dettagli dell’agguato hanno il compito di ricordare come stavano le cose quando era lui a comandare, l’osservazione aggiuntiva serve a far capire che “lui sa”, che non è solo un problema di Cosa nostra la presenza, invasiva, di Carlo Alberto Dalla Chiesa. E quasi a conferma della diversità del messaggio, il dialetto stretto, pulp fiction, per l’esecuzione del crimine, e la lingua italiana successivamente.
A 34 anni di distanza dall’eccidio – l’uccisione del generale Dalla Chiesa e di sua moglie, Setti Carraro a Palermo – c’è chi può affermare, legittimamente che si sa tutto su quell’agguato e i che i colpevoli sono stati puniti e chi, invece, può sostenere, altrettanto legittimamente, che sull’attentato la verità non è ancora venuta a galla e che i delitti eccellenti, numerosi ed eclatanti, degli anni Ottanta sono il più grande mistero della storia siciliana, unitamente alle stragi di Capaci e Via D’Amelio, in cui furono uccisi Falcone e Borsellino.
La giustizia ha punito i killer di Dalla Chiesa – Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo, Nino Madonia, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci – e i mandanti, i componenti della Cupola: Totò Riina, Bernardo Provenzano e Michele Greco. Ogni delitto compiuto in quegli anni ha il suo filone di indagini, inchieste accurate, investigatori di prim’ordine, ma non è stato mai messo insieme tutto quanto e indagato su una plausibile regia del crimine che ha spazzato via il capo del governo regionale, il rappresentante dello stato, i leader dei partiti di maggioranza (Dc) e opposizione (Pci), magistrati prestigiosi, alti ufficiali dell’arma e poliziotti di prim’ordine. Fosse successo in Colombia si sarebbe scritto di un golpe.
Una sorta di miopia, che copre come una appiccicosa nebbia, tutto quanto. Gli anni Ottanta chiudono una guerra di mafia che non ha confini siciliani e nazionali ed investe il cambio di regime in Usa (servizi, mafie di collegamento eccetera), gli anni Novanta si allacciano alle grandi trasformazioni politiche e finanziarie in Italia, in Europa e nel mondo. Bisogna mettere insieme tutto, riscrivendo il contesto, per analizzare correttamente gli eventi.
Non c’è un filo conduttore fra le stragi degli anni Ottanta e quelle degli anni Novanta, ma ci sono gli stessi protagonisti “secondari”, e cioè i grandi boss siciliani, che lavorano in proprio e per conto terzi, facendo – come si dice – un viaggio e due servizi.
Le modalità  dell’agguato a Salvo Lima permettono di stabilire analogie con alcuni delitti di mafia e gettano una luce sul passato: i killer uccidono Lima, ma risparmiano i suoi accompagnatori: è un po’ l’antico colpo di lupara, un’incisione chirurgica, il bisturi incaricato di eliminare il male senza danneggiare gli organi vicini. Gli assassini hanno il casco integrale, non possono venire riconosciuti, ma questo non è sufficiente per spiegare il bisturi, l’esecuzione «pulita». Negli ultimi anni sono stati compiuti numerosi delitti “inutili”; il riguardo nei confronti di chi non c’entra fa parte del passato; non sempre, certo: quando l’assassino deve eliminare il testimone, non c’è alternativa.
In realtà la legge la fa chi è incaricato di ammazzare e chi lo manda. Se il mandante pretende un lavoro «pulito», che non desti «allarme», allora sceglie un chirurgo, un uomo addestrato, freddo, con i nervi saldi. Un professionista, insomma. Altrimenti affida la vittima ad un macellaio. La crudeltà non c’entra. Contano solo gli obiettivi e gli uomini capaci di raggiungerli. Lo stato di necessità può dettare il tipo di esecuzione, ma alla fine, le abitudini del killer e dei suoi capi vengono fuori.
Pino Greco, conosciuto con il nomignolo «scarpuzzedda», ha ammazzato ottanta persone; pare che si «divertisse». I suoi crimini erano diventati riconoscibili, la sua crudeltà leggendaria, al punto da preoccupare il mandante, Totò Riina, che ne ordinò l’eliminazione. La responsabilità territoriale, le rivendicazioni lasciano il tempo che trovano. Individuare «la mano» sarebbe importante ma è difficile.  Per capire occorre esaminare anzitutto i grandi delitti. Perché solo questi? Semplice: gli altri sono affidati alla manovalanza, a uomini privi di «personalità; non si sono fatti la mano, hanno voglia di fare carriera nella “famiglia”; devono eseguire l’ordine, costi quel che costi. Il 6 gennaio 1980 Piersanti Mattarella fu freddato in auto. L’assassino lo colpì una prima volta, ferendolo; la pistola s’inceppò, il killer fu costretto a cambiare l’arma per sparare ancora. La moglie di Mattarella, la signora Irma, che gli stava accanto, fu risparmiata; pare anzi che il killer abbia spostato il suo braccio che cercava di coprire Piersanti, per evitare di ferirla. Identico il comportamento dei killer tre mesi dopo; la vittima è il segretario provinciale della Dc, Michele Reina. L’esecuzione si svolge davanti a tre testimoni, la moglie ed una coppia di amici, che si trovano nell’auto della vittima. Il killer si avvicina all’auto, esplode alcuni colpi di pistola e si allontana. Lavoro «pulito». Non reagisce nemmeno quando l’amico di Reina gli spara, senza colpirlo. Ben diverso il comportamento degli assassini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del commissario Cassarà, dei giudici Terranova, Scaglione e Saetta, del segretario regionale del Pci Pio La Torre: in tutti questi delitti i killer uccidono la loro vittima e quanti le stanno accanto con brutalità e ferocia inaudite.
Il giudice Rosario Livatino, in settembre del ’90, fu raggiunto con l’auto, inseguito e ucciso da tre, quattro uomini. Ferocia e determinazione, ma tecnica sicuramente diversa. Per il giudice Palermo (rimasto indenne), Chinnici, Falcone e Borsellino, Cosa nostra ha scelto il tritolo; ha voluto, proprio così, voluto, una esecuzione esemplare.
Il colonnello Giuseppe Russo fu ucciso il 20 agosto del 1977; si deve a lui la scoperta dei corleonesi, allora guidati da Luciano Liggio. Russo li inseguiva, li fiutava, li stava stanando. Lo ammazzarono mentre passeggiava nella piazzetta del borgo della Ficuzza, una volta Casina di caccia dei borboni, a pochi chilometri da Godrano e da Corleone. Era in compagnia dell’inseparabile amico, il professore Filippo Costa. I killer colpirono entrambi alle spalle, mentre il colonnello dietro il muro di una casetta accendeva una sigaretta. Costa avrebbe potuto essere risparmiato. Questo ragionamento indurrebbe a ritenere che Falcone e Borsellino  abbiano lo stesso mandante; il primo, in cui è caduto Lima, invece sarebbe stato compiuto da una mano diversa. Questa ipotesi è avvalorata dal fatto che gli artificieri hanno usato la stessa tecnica sia in Via D’Amelio quanto sull’autostrada di Punta Raisi.
La diversità con il delitto Lima, tuttavia, non induce a considerare separatamente i crimini. Il livello dell’azione criminale, i tempi ravvicinati, le responsabilità politiche di Salvo Lima e Giovanni Falcone costituiscono indizi di una volontà  comune, di una regia unica. Immagino un torneo di scacchi: alcuni giocatori sfidano i loro avversari applicando regole proprie, ma ogni mossa di ciascuno percorre il filo di una strategia univoca.
E’ un fatto incontrovertibile che lo Stato, in Sicilia, negli anni Ottanta e negli anni Novanta, sia stato “assassinato”. Chiamatelo pure golpe, visto che sono stati ammazzati tutti: i capi dei partiti di maggioranza e di opposizione, il capo del governo, i capi delle polizie e delle magistrature. Una carneficina sopportata con inspiegabile pazienza e incoscienza, perché i delitti sono stati compiuti uno alla volta e nessuno ha mai pensato di sommarli per offrire un quadro veritiero della realtà.
Mentre sulle “pagine” nere della repubblica – anni Ottanta e Novanta – leggiamo di golpe bianchi, rumori di catene, assalti al Viminale , preparati e non eseguiti (De Lorenzo, Borghese ecc.), di intrighi internazionali e terrorismi importati, la storia siciliana ci regala un selfie esemplare che per anni ci si è rifiutati di guardare con l’attenzione che meritava.
Che cosa ha impedito di vedere, di stare dietro alla regia comune piuttosto che ai moventi singoli che ogni crimine politico, mafioso o tutti e due, denunciava in modo clamoroso? I vincoli internazionali, la devianza e l’ambiguità dell’intelligence pro-tempore, i comparaggi istituzionali o i tradimenti di alcuni servitori dello Stato e delle istituzioni democratiche?
Le partite possono vincersi anche per demerito dell’avversario. La protezione assicurata a magistrati, uomini politici e di governo, poliziotti e carabinieri ha lasciato a desiderare in passato. Assassinare lo Stato, dunque, è apparso relativamente facile.
Un episodio esemplare e dimenticato è stato raccontato 23 anni fa dall’autista di Giovanni Falcone ad un giornalista del settimanale Epoca, dopo la strage di Capaci. L’orario di arrivo e l’itinerario dell’auto di Falcone erano conosciuti da molti, non esisteva una procedura di sicurezza, né un linguaggio in codice, né strumenti di comunicazione protetti.
Giuseppe Costanza, l’autista di Falcone, non era un poliziotto, ma un dipendente dell’amministrazione giudiziaria; non aveva svolto alcun addestramento e non era preparato a difendersi. E’ lui, tuttavia, l’uomo che organizza il rientro del magistrato in Sicilia. Non certo per sua scelta. «Sabato, 23 maggio. Alle 8,45, racconta Costanza,  chiamo Roma dall’ex ufficio istruzione del Palazzo di giustizia. No, non sul telefono cellulare. Chiamo il Ministero. Risponde la segretaria, che mi passa Falcone… Mi dice che sarebbe arrivato a Punta Raisi alle 17,45. Tocca a me avvisare la scorta. Nella stanza ci sono molte persone. Mi sposto nella stanza del giudice Leonardo Guarnotta, chiamo l’ufficio scorte, chiedo del dirigente. Non c’è, mi risponde una persona che dice di essere l’ispettore C… Affido a loro la comunicazione con l’orario di arrivo… L’elicottero non c’è più, una volta controllava dall’alto il percorso di Falcone… Il dottor Falcone ha due borse, ma non vedo il computer portatile che quasi sempre teneva con sé… Chiedo al dottore se vuole guidare perché so che la signora soffre il mal d’auto e preferisce sedere davanti, accanto a lui. Mette le borse nel bagagliaio, comunica la direzione al caposcorta, Antonino Montinaro e si mette alla guida… Falcone e la moglie non avevano allacciato le cinture di sicurezza. Non lo facevano mai…».
Durante il tragitto si svolge il cambio delle chiavi del cruscotto. «La macchina è in corsa, la spegne lasciando perfino la marcia innestata. E’ un attimo: estrae la mia chiave e infila la sua nel cruscotto, riaccendendo. L’auto, ancora in trazione, rallenta. Esclamo: ma che fa? Così ci ammazziamo. Ha il tempo di rendersi conto che ha commesso un errore. Non era mai successo prima: lui, così lucido di solito, non aveva pensato che la macchina rimaneva senza controllo, freni disattivati e sterzo bloccato. Si volta verso la moglie, che lo guarda stupita. Scuote la testa. Mormora: scusa… Se non avessimo rallentato, la bomba sarebbe saltata sotto di noi».
Tirando le somme, tre telefonate informano chi di dovere sulle intenzioni del magistrato. Falcone si mette alla guida di una blindata tutte le volte che vuole. Nessuna norma di sicurezza lo sconsiglia dal farlo; è affaticato, sovrappensiero, distratto; al punto da cambiare in corsa la chiave dal cruscotto.
Paolo Borsellino, ad alto rischio, non è meglio protetto: telefoni sotto controllo, assenza di vigilanza sul percorso e in Via D’Amelio. Senza un’informazione tempestiva da parte degli attentatori l’attentato di Via D’Amelio sarebbe stato impossibile. Borsellino si era recato il 18 luglio in casa della sorella per visitare la madre. Sarebbe stato improbabile un suo ritorno il giorno dopo, ma il commando lo aspettava; sapeva in anticipo. Così come sapeva in anticipo l’arrivo di Giovanni Falcone.
Il commando incaricato di uccidere Carlo Alberto Dalla Chiesa, il 3 settembre 1982, a cento giorni dal suo insediamento come Prefetto di Palermo, disponeva di “antenne” affidabili. L’attesero sulla strada che avrebbe percorso, eliminando quel “velleitario” tentativo dello Stato di scompaginare i piani di Cosa nostra, e dei suoi dante causa, in Sicilia. Sarebbe capitato, di lì a poco, altre volte.

Salvatore Parlagreco (Sicilia Informazioni - 3 settembre 2015 e 5 settembre 2015

 

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