Il presente blog costituisce un almanacco nato per raccogliere i testi completi (ed annesse fotografie e video) dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (solo se disponibili).

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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lunedì 27 giugno 2016

Brexit, populisti o democratici a chi?


Comunque la si pensi, la Brexit un merito lo ha di sicuro: imporci un cambio di prospettiva, farci vedere le cose da un altro, spiazzante punto di vista.

Populista chi? Ammesso e non concesso che il temine “populismo” – cioè attenzione al popolo e alle sue esigenze, esaltazione dei suoi valori – sia necessariamente negativo, sono più populisti l’Ukip e i conservatori pro Leave, che hanno cavalcato i sentimenti antieuropei e soprattutto anti-immigrazione; oppure Cameron, che ha promosso il referendum sull’uscita dall’Ue nel 2014 (all’indomani del successo di Farage alle Europee), lo ha promesso per vincere le elezioni nel 2015 e poi lo ha realizzato nel 2016, non prima di aver cercato di disinnescarlo, ottenendo da Bruxelles trattamenti speciali su welfare, immigrazione, politica economica e finanziaria? Non è populista un premier che usa un referendum così importante per mero calcolo politico interno (essere rieletto contro gli euroscettici dentro e fuori il suo partito)? Solo che poi il popolo ha scelto altrimenti.

Disastro quale? L’uscita dall’Ue o la permanenza nell’Ue? Non sappiamo ancora quali saranno le conseguenze reali del Leave, che peraltro avverrà non prima di due anni, ma gli economisti – gli stessi che hanno già dato pessima prova di sé, non prevedendo la crisi globale e non formulando ricette efficaci per uscirne – ipotizzano scenari nefasti. In compenso, i cittadini europei conoscono perfettamente i costi del Remain, con tutti i sacrifici insiti nelle politiche di austerity: licenziamenti, tagli delle pensioni, riforme del lavoro con abolizione di diritti, vincoli alle imprese… In Italia la legge Fornero, il bail-in, il Jobs Act, i paletti al Made in Italy agroalimentare. La Grecia, che giusto un anno fa disse no al piano dei creditori internazionali per poi alzare bandiera bianca, continua ad avere il debito pubblico e il tasso di disoccupazione più alti d’Europa (24,2%).

Cattivi chi? L’Ue o i governi nazionali, che vendono alle rispettive opinioni pubbliche decisioni che hanno concorso a prendere? Che tagliano l’art. 18 “perché l’Europa ce lo chiede”, ma non realizzano il reddito di cittadinanza anche se “l’Europa ce lo chiede”? Sono cattivi ed egoisti i cittadini britannici, che scelgono l’exit perché spaventati dall’arrivo dei migranti, o la grande e civile Ue che non riesce a dimostrarsi solidale di fronte a una migrazione – e a una strage in mare – epocale, che non riesce a gestire l’arrivo di 250mila uomini, donne, bambini, mentre paesi ben più piccoli come Giordania e Libano fanno fronte a oltre 1 milione di profughi ciascuno?

Democratici chi? La Brexit è stata illuminante anche per capire la concezione della democrazia di molti nostri rappresentanti istituzionali e commentatori. Se la sono presa con gli elettori, rinnegando nei fatti il metodo democratico, con aberrazioni tipo: “Ho paura che la democrazia si possa perdere se usata male” (Monti), “Elettori disinformati producono disastri epocali. Per votare servirebbe esame di cittadinanza” (Gori), “Brexit. I limiti della democrazia diretta: il popolo è sovrano ma non necessariamente consapevole e sapiente” (Castagnetti), “Certo la democrazia diretta non è infallibile” (Lavia, L’Unità), “Si è creata un’assurda convinzione basata sul fatto che quello che viene deciso a maggioranza sia democrazia” (Zevi, giornalista). Fino alle apoteosi sul presunto voto dei vecchi britannici contro i giovani (in realtà solo 1 giovane su 3, il 36%, ha votato): “Invece di vietare il voto alla gente nei primi 18 anni di vita, perché non negli ultimi 18?” (Dini, Vanity Fair, ritwittato dall’ex Min. Melandri), e il capolavoro del docente di Demografia all’Università Cattolica di Milano Rosina, che ha parlato di “necessità di allentare il vincolo che impone che il voto di un ottantenne valga come quello di un ventenne su temi che condizionano soprattutto il futuro di quest’ultimo. Tanto più in un’Europa che invecchia”. Gli anziani (che per Rosina non hanno né figli né nipoti, dunque sono egoisti, meschini, al loro confronto Ebenezer Scrooge è un chierichetto) dovrebbero votare solo su pensioni, sanità ed eutanasia? Che sinceri democratici a giorni alterni: se il risultato è quello sperato gli elettori sono maturi e consapevoli, diversamente sono un branco di ignoranti; se c’è il referendum sulle trivelle “Astensione”, se c’è quello costituzionale “Al voto!”; se vince il sì “Trionfa la democrazia”, se vince il No “Trionfa il populismo”. ItExit.

Luisella Costamagna (Il Fatto Quotidiano - 27 giugno 2016)

domenica 26 giugno 2016

In Europa non vogliono ascoltare

 
Secondo i miei calcoli, dal 2009 alla fine del 2016, l’Italia avrà perso 1000 miliardi a causa di politiche economiche assurde imposte dall’euro, dai Trattati Europei, e dalle pressioni tedesche avallate – a volte persino con entusiasmo – dai nostri autoproclamati ‘europeisti’. I nostri disoccupati hanno finito i risparmi e ora vivono grazie agli aiuti dei parenti, nel migliore dei casi. Il debito pubblico continua ad aumentare, pur in una situazione congiunturale favorevole (petrolio, euro, tassi d’interesse bassi); la sanità e l’istruzione vengono di conseguenza tagliate. Le banche italiane, fino a pochi anni fa fra le più sane al mondo, scricchiolano, per la sottostante crisi delle imprese. Tutto questo è peggio di un crimine: è un errore. E il panorama non è molto diverso in altri paesi europei.
La rabbia della gente è pienamente giustificata. In economia c’è la domanda e c’è l’offerta. Una crisi di offerta è difficile da curare. Ma una depressione della domanda può essere curata rapidamente, come ho spiegato tante volte. Perciò, il suo perdurare è inaccettabile: è dovuto unicamente all’Europa, che impedisce di fare quel che si fa nel resto del mondo. Aggiungiamo il Trattato di Schengen, che consente la libera circolazione di tutti in Europa (inclusi i migranti) senza un minimo di preparazione, e si capisce perché questa Ue non piace.
Quelli sopra indicati non sono forse motivi sufficienti per uscire dall’Europa, non avrebbero causato la Brexit. In realtà c’è di peggio: l’euro sta provocando una crisi democratica generalizzata. Per imporre politiche economiche impopolari e assurde, si scavalcano le corti costituzionali dei paesi membri, i parlamenti, si costringono alle dimissioni i governi, si indicano i nuovi primi ministri, si cerca di impedire lo svolgimento di consultazioni popolari, si cambiano le costituzioni. E sull’Europa, invece di facilitare processi di scelta democratica, si preferisce seguire strategie del fatto compiuto, di minacce a chi pensasse di uscire (umiliazione della Grecia per intimidire potenziali imitatori, minacce agli inglesi sulle conseguenze del Brexit, ecc.), l’uso improprio della Bce per mettere in riga (tramite artificiali crisi degli spread) chi volesse dissentire, ecc. in un crescendo di forzature (o camicie di forza, anche costituzionali) che lacerano e dividono sempre più gli europei.
Così Mario Monti: “Non dobbiamo illuderci; se anche il Regno Unito votasse per restare, ormai c’è un precedente. Cosa succederebbe se altri Stati decidessero di intraprendere un cammino simile a quello britannico? Un qualche paese dell’Est o altri. Che si dice loro? Siete piccoli, non potete chiedere queste cose?”. Così Paolo Guerrieri (senatore Pd): “Considero probabile, in tempi brevi, una vittoria dei populisti in Italia ed in altri paesi. L’Europa deve perciò fare subito passi avanti irreversibili, ad es. nel settore bancario, in modo tale che quando arriveranno al potere i populisti non potranno più tornare indietro”. Così tanti altri.
Qualcuno ancora, nell’Europa continentale, crede nella democrazia? Si vorrebbe saperlo, perché in Europa c’è ancora da cominciare una discussione su quale Unione Europea creare con un largo consenso; c’è da fare un percorso di portata, non formalmente ma sostanzialmente, costituzionale, insieme, tutti noi europei; percorso che le élite continuano a negare, preferendo correre in avanti per fare una Europa Unita purchessia, una qualunque, in apparenza, ma in realtà una particolare, che è quella che vogliono loro e non i ceti popolari. Un’Europa in contrasto con molti dei valori e dei diritti attribuiti dalle costituzioni nazionali ai cittadini, occasione per regolare i conti con i valori che ‘vinsero’ nel 1945-48.
L’Europa come golpe. Un’Europa che è l’opposto di quella immaginata negli anni ’50 e costruita, con entusiasmo e partecipazione, negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. Il punto non è se sia meglio ridurre le tasse e le spese pubbliche e i diritti dei lavoratori o piuttosto fare il contrario, se affrontare la disoccupazione o meno, ecc.; Il punto è che anche queste decisioni sono state sottratte alla sovranità popolare da (presunte) regole europee, fatte senza la partecipazione, il dibattito, la volontà e il voto della gente, immodificabili. Da questa arroganza sono fuggiti gli inglesi. I c.d. ‘populisti’ non sono la causa della crisi democratica dell’Europa: ne sono il frutto e gli interpreti.



sabato 25 giugno 2016

Per chi suona la campana dell'Appendino e della Raggi

 
Il trionfo dei ‘grillini’ mi commuove e, insieme, provoca in me un senso di smarrimento.
Mi commuove perché per la prima volta sento tirare un’aria nuova, una brezza fresca e leggera senza essere inconsistente. Non è semplicemente una questione anagrafica anche se certamente l’età ha il suo peso (Raggi ha 37 anni, Appendino 32 mentre l’età media dei sindaci a 5Stelle, che in 19 ballottaggi su 20 hanno spianato il Pd, è di 39). Anche Renzi è giovane. Ma è un giovane nato vecchio che ha fatto tutta la sua carriera in un partito, l’unico in pratica rimasto su piazza, che nonostante tutti i suoi cambi di nome (Pci, Pds, Ds, Pd) ne conserva intatte le logiche. Andare in bicicletta non significa anche essere mentalmente, psicologicamente e politicamente giovani. E lo stesso vale per l’altro Matteo, Salvini. La giovinezza dei ‘grillini’ non sta solo, e forse non tanto, di essere oltre la forma-partito ma di essere oltre la destra e la sinistra (cosa che li rende indecifrabili secondo i canoni tradizionali) due categorie ormai vecchie più di due secoli incapaci di intercettare le esigenze più profonde dell’uomo contemporaneo occidentale che, al di là delle apparenze, non sono economiche ma esistenziali. Dal punto di vista politico quella dei 5Stelle è una mutazione antropologica: cade il mito del lavoro che per Marx era ‘l’essenza del valore’ e per i liberisti è esattamente quel fattore che combinandosi col capitale dà il famoso ‘plusvalore’. Per i 5Stelle il lavoro è un valore meno importante del tempo, il tempo a disposizione per noi stessi e in questa direzione va anche il contestatissimo ‘reddito di cittadinanza’.
Nel dopoguerra l’Italia ha avuto due ‘rivoluzioni’ giovanili. La prima è quella rock-beat-hippy che, partita dall’America a cavallo del 1960, passando per la Londra di Mary Quant, la minigonna, i Beatles, i ‘capelloni’, arrivò fino a noi. Non si trattava di un movimento politico ma esistenziale, di liberazione dei costumi, soprattutto sessuali, che è stato facilmente riassorbito dal sistema che ne ha fatto, come sempre, oggetto e materia di consumo (oggi non c’è musica più commerciale del rock).
Quella del Sessantotto (se si esclude il primo terrorismo che però riguardò solo un’élite) fu la parodia di una rivoluzione o piuttosto il suo contrario: un movimento reazionario. Cavalcava un’ideologia morente, il marxismo-leninismo, che difatti sarebbe defunta ufficialmente di lì a pochi anni. Non c’era nulla di nuovo in quei giovani che quando arriveranno a occupare posizioni di potere nel mondo della borghesia, che era la loro vera aspirazione, si comporteranno peggio dei peggiori ‘padroni delle ferriere’. E sul piano del costume fece anzi alcuni passi indietro. Dopo anni di arrembante femminismo fu un movimento prettamente maschilista e non è un caso che non abbia espresso nessun leader donna (le ragazze erano adibite a fotocopiare i volantini). Per la verità, allargando il discorso, la mancanza di leadership al femminile riguarda tutto il mondo occidentale. Anche quando in politica sono emerse delle donne, dalla Thatcher alla Albright a Condoleezza Rice alla Clinton alla stessa Merkel (“l’unico uomo di Stato europeo” come io la definisco anche se in senso positivo in contrapposizione a uomini di governo senza le palle, tipo Hollande o Cameron) si sono appiattite sul collaudato modello maschile. La sovrastruttura donna ha sempre sopraffatto la struttura femmina. Mi sembra invece che nella Raggi e nell’Appendino la componente femminile sia molto presente, non solo perché sono carine ma nel modo di porgersi al mondo esterno. E contiamo (anche se per ora ovviamente è solo un wishful thinking) che portino la loro sensibilità femminile anche nel merito delle decisioni amministrative.
Poiché sono convinto che i 5Stelle vinceranno a redini basse le prossime elezioni politiche molto cambierà nel mondo dell’informazione, soprattutto televisiva, col quale il movimento di Grillo è sempre stato durissimo. La vittoria dei 5Stelle suona come una campana a morto per i vari Vespa, per i Fabietti Fazio, i Gad Lerner, le Bignardi e gli altri tenutari del regime.
Il mio smarrimento invece è simile a quello che deve aver provato Indro Montanelli quando cadde la Prima Repubblica e perse tutti i suoi riferimenti polemici. Lo aveva combattuto per mezzo secolo quel regime, da straordinario ‘bastian contrario’ qual era, ma la sua scomparsa ne fece uno spaesato. Lo stesso vale per me. Credo di poter dire senza iattanza di aver contribuito a preparare, nel mio piccolo, il terreno all’avvento dei 5Stelle con la mia più che trentennale, e quasi solitaria, battaglia contro la partitocrazia. Ma adesso che, con questo straordinario e autentico cambiamento generazionale e antropologico, quella battaglia sta per esser vinta e a condurla ci sono un movimento ben più strutturato e menti e corpi più freschi e più agili, mi rendo conto che la campana è suonata anche per me.



giovedì 23 giugno 2016

Matteo Renzi, il suo cambiamento è il cambio di maschera




Sono passati soltanto due giorni dal terremoto elettorale di domenica e già sta partendo la manovra per sterilizzarne il messaggio, affogandolo nel solito gorgo di doppiezze studiate ad arte. La ricerca dell’ennesimo sortilegio a mezzo abrakadabra comunicazionali per salvarsi la ghirba. Ossia la tecnica di depistare indicando un falso bersaglio.

Dice Matteo Renzi, alla disperata ricerca del tocco magico perduto: «ha vinto la domanda di cambiamento». Se ne dedurrebbe che l’esito negativo incassato dal premier/segretario dipenda esclusivamente dal non aver praticato in misura adeguata il promesso rinnovamento. Dunque, la sottintesa affermazione che l’elettorato avrebbe punito Renzi per non essere stato abbastanza Renzi. Al di là dei richiami di prammatica all’umiltà e all’ascolto, un modo indiretto per ribadire il tratto fondamentale di questo soggetto: la tracotanza. Che non funziona più neppure in un uditorio tendenzialmente servile, quale quello italiano, a fronte della ormai manifesta inadeguatezza che ne accompagna l’io-mania.

Funzionerà l’uso mistificatorio delle parole per consentire di rimettere in piedi il regno del falso costruito in questo biennio dall’imbonitore venuto da Rignano?

Questo perché – fine a se stesso – “cambiamento” (come il suo fratello germano “rinnovamento”) non significa null’altro che un esercizio ginnico/logistico: spostare arredi, merci e persone. Certo, anche pratiche. Ma senza indicare il senso di tale spostamento. Per cui il tutto può benissimo ridursi a gestualità e confezionamenti vari. Oppure – come ormai abbiamo capito benissimo – paraventi dietro i quali celare spregiudicate quanto inconfessabili operazioni di potere.

Manovra di depistaggio per occultare il dato vero emerso dalle urne il 19 giugno: la maggioranza del Paese si ribella all’occupazione delle istituzioni da parte di una corporazione del potere che ha come unico obiettivo il restare in sella. Il motivo per cui questo establishment trasversale (da Giorgio Napolitano a Silvio Berlusconi) aveva aperto un credito al giovanotto che prometteva di impastoiare nel chiacchiericcio l’indignazione intercettata dai Cinquestelle e mantenere la presa sulla società da parte delle politica politicante.

Le elezioni amministrative ci dicono che la gente si è stufata e Renzi cerca di salvarsi rinnovando la propria narrazione. Sperando di riuscire nell’ennesima incantamento, a tutela del regime relazionale che ci tiene in ostaggio; come riuscì venti anni fa quando le inchieste della magistratura avevano inferto colpi durissimi al sistema affaristico-collusivo della tarda Prima Repubblica.

La tecnica allora fu quella di spostare il focus dalla “questione morale” alla “questione istituzionale”; spiegando che il nodo non era la qualità dei principi/comportamenti della classe dirigente, bensì le regole di funzionamento in ambito elettorale. Per cui il passaggio dal sistema proporzionale a quello maggioritario sarebbe stato il sufficiente lavacro per le macroscopiche magagne evidenziate dalle inchieste delle Procure.

Appunto, riuscirà il nuovo depistaggio? È da vedere. Perché le menti che crearono le scialuppe di salvataggio per il trasbordo nella Seconda Repubblica erano francamente molto più attrezzate degli improvvisati Gigli magici. Soprattutto la sapevano raccontare meglio. E mai avrebbero collezionato evidenze a proprio carico di un totale disprezzo delle regole come la ministra ricattatrice riciclata in telefonista.

Anche se consideri la cosa pubblica “Cosa Tua”, è più intelligente non darlo a vedere. Altrimenti si capisce subito che il cambiamento è solo un cambio di maschera.

Pierfranco Pellizzetti (Il Fatto Quotidiano - 22 giugno 2016


mercoledì 22 giugno 2016

Partanna e sito archeologico c.da "Stretto" - Club UNESCO di Castelvetrano Selinunte (Slide show)


I fotografi si spostano a stormi


Ovvero ..... Come un noto divulgatore scientifico descriverebbe le abitudini degli appassionati di Fotografia.


E’ raro scorgere un individuo solitario adoperare la propria attrezzatura fotografica all’interno dei quartieri cittadini affollati da potenziali soggetti che possono anche reagire infastiditi in modo minaccioso o aggressivo. Per la loro stessa sicurezza personale, l’istinto di conservazione porta i fotoamatori a muoversi in piccoli branchi. Spesso sono due o tre, molto affiatati per avere già affrontato insieme tante esperienze comuni e legati tra loro da vecchia amicizia, ma non è raro incontrare gruppetti più numerosi. Il profondo interesse per la medesima attività artistica favorisce la loro aggregazione stabile o solo occasionale. L’istinto li induce ad incontrarsi al mattino, una volta si riconoscevano dal forte odore proveniente dalle pellicole che si portavano appresso, comunque rimane inconfondibile “il mantello”, ovvero l’abbigliamento. Sono riconoscibili per via del berrettino e delle micidiali fotocamere a tracolla. Gli esemplari dominanti si distinguono per i caratteristici gilet tattici muniti di numerose tasche. All’interno di un gruppo circolano abitualmente anche dispositivi utili a svolgere una pratica funzione di sostegno detti treppiedi, molto differenti dai cavalletti usati da  un’altra famiglia di artisti, i pittori, ma pressappoco con la stessa funzione.

I fotoamatori hanno un carattere socievole nei confronti dei neofiti, che vengono accolti amichevolmente, e sono garbati verso i soggetti coi quali familiarizzano rapidamente tanto da restare in contatto anche una volta ultimata la “battuta di caccia” e da rincontrarsi nuovamente la volta successiva. Tuttavia, in alcune occasioni, per “rubare l’anima” ai soggetti scelti, si avvalgono del fattore sorpresa o ricorrono ad obiettivi dalla lunghezza focale maggiore, per scattare di nascosto e rapidamente da lontano.
  
Per comunicare tra di loro i fotografi utilizzano un codice alfanumerico attraverso il quale pare si scambino misteriose coordinate strategiche. Ad esempio, il significato dell’espressione ‹‹1/1000sec.; f.5,6; ISO 400 ›› per i non addetti ai lavori è ancora oscuro. Ma, in fin dei conti, sono tutti inoffensivi e giocherelloni, sappiate che è sufficiente metterli seduti attorno ad un tavolo e dar loro da mangiare per ammansire anche i fotografi più selvatici.
Talvolta al suo passaggio lo stormo di fotoamatori viene osservato con insistenza e scambiato per una comitiva di turisti. Se si tratta di una tappa di breve durata gli interessati possono lasciarlo credere, se, viceversa, la sosta si prolunga, i fotografi, opportunamente, chiariscono l’equivoco sulla  provenienza, rendendo comprensibile che trovarsi ad attraversare quel rione della città per loro è assolutamente normale.

Fino a circa 10-15 anni addietro gli appassionati di Fotografia avevano nelle proprie “tane” un locale completamente buio  all’interno del quale si rifugiavano per rendere visibili le immagini latenti catturate all’esterno. Oggi, al contrario, “metabolizzano” i soggetti davanti ad uno schermo fluorescente. Senza dubbio in questo modo si è manifestata anche in loro l’evoluzione della specie.

Alcuni esemplari di fotoamatori posti in cattività, sono stati privati della fotocamera e, dopo una  breve “astinenza”, hanno perfezionato abilità e competenze tali da potere lavorare e condurre una vita di relazione proprio come dei veri esseri umani. L’incoraggiante risultato induce tanti all’ottimismo fino a ritenere possibile accogliere un fotografo in casa perché non sporca ed è di compagnia. Ma altri non sono del tutto convinti che il fotoamatore sia completamente addomesticato, ritengono che la sua natura improvvisamente possa riemergere spingendolo a fuggire di casa per raggiungere i suoi simili randagi con lo scopo di scattare ancora fotografie nelle periferie, nei mercati e, specialmente al tramonto, anche sulle spiagge in riva al mare.

(L'Inchiesta Sicilia - 22 giugno 2016


Il reato di negazionismo e Mein Kampf: esiste ancora in Italia la libertà d'opinione?


Esiste ancora in Italia la libertà d’opinione solennemente garantita dall’articolo 21 della Costituzione? L’altro giorno, quatta quatta, è stata approvata una legge che “punisce con la reclusione da 2 a 6 anni il negazionismo, cioè l’incitamento all’odio razziale fondato in tutto o in parte sulla negazione della Shoah o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra”. Questa norma si incista nella già dubbia legge Mancino che punisce l’odio razziale, dubbia perché l’odio è un sentimento e come tale non è comprimibile per legge, ma l’aggrava non solo perché prevede il reato di negazionismo per chi nega l’Olocausto ebraico ma anche più genericamente “i crimini di genocidio, i crimini contro l’umanità, i crimini di guerra”. Sono norme chiaramente liberticide che dovrebbero essere assolutamente estranee a una democrazia e appartengono invece proprio a quei regimi totalitari che, con queste norme, si vorrebbero combattere. La democrazia deve accettare qualsiasi opinione, anche quella che, in un dato momento storico, le pare più aberrante. E’ il prezzo che paga a se stessa, sennò si trasforma in un’altra cosa, in una sorta di teocrazia laica. Un principio è un principio e, come tale, ha un valore assoluto, se lo si intacca una volta, anche con le migliori intenzioni (anzi soprattutto con le migliori intenzioni di cui, com’è noto, è lastricato l’Inferno) si sa dove si comincia ma non dove si va a finire. Così dobbiamo aspettarci in futuro i reati di islamofobia (per cui Oriana Fallaci sarebbe finita in galera o ci finirebbe Magdi Cristiano Allam) o di omofobia anche sull’onda delle emozioni suscitate dai fatti di Orlando. Particolarmente abnorme è che il reato di negazionismo riguardi anche i cosiddetti “crimini di guerra”, cioè io non potrei affermare che la guerra dei serbo-bosniaci del ‘91-’95 non sia stato ‘un crimine di guerra’. Allora mettetemi subito in gattabuia perché io lo affermo. Peraltro in accordo almeno in parte, anche se questo è secondario, col Tribunale internazionale dell’Aia che ha assolto “l’ultranazionalista” serbo Vojislav Seselj (i nostri sono legittimi ‘nazionalismi’ quelli dei serbi sono, chissà perché, ‘ultranazionalismi’) sostenendo che “la Grande Serbia era un progetto politico, non criminale”. Sono stati invece condannati Radovan Karadzic e Ratko Mladic anche per l’assedio della città di Sarajevo. Da che mondo e mondo l’assedio di una città nemica è un legittimo atto di guerra. Altrimenti dovremmo processare Annibale perché assediò Sagunto.
La Storia diceva Benedetto Croce è “il passato visto con gli occhi del presente” ed è possibile che il presente, qualsiasi presente, anche un futuro presente, giudichi atti che in un dato momento storico ci paiono orribili in una luce diversa. Insomma il lavoro dello storico è per sua natura revisionista. E quindi, oltre che illegittimo, è anti-storico condannare qualsiasi forma di revisionismo.
In margine aggiungo che sono assolutamente grottesche le accuse lanciate al Giornale perché ha osato pubblicare il Mein Kampf di Hitler. Quando si censurano i libri si è su una bruttissima china. Non fu forse durante il Terzo Reich che si facevano falò dei libri ‘proibiti’? Il divieto di pubblicare il Mein Kampf è caduto solo di recente. Io lo comprai quando era clandestino. Dovrò essere quindi condannato retroattivamente o godo della prescrizione? Mi fa perciò piacere essere d’accordo con Piero Ostellino che per una volta si è ricordato di essere un liberale e ha difeso la pubblicazione del Mein Kampf non tanto, io credo, perché è stata utilizzata dal giornale per cui scrive ma per difendere un principio che non ammette compromesso alcuno.



martedì 21 giugno 2016

La Storia rottamata (Editoriale di Ezio Mauro)

 
Con tutto il vento seminato in questi ultimi anni, il Pd non può certo stupirsi della tempesta che ha raccolto domenica sera nelle urne. Quando la sorte e le circostanze trasformano un partito da forza di maggioranza relativa in perno del sistema politico-istituzionale e questa occasione storica viene dissipata, la politica si vendica, l'opinione pubblica si ribella e il voto lo certifica. Da ieri il perno non c'è più, il sistema gira su se stesso, imballato, e l'energia politica residua prende l'unica via di fuga rimasta dopo il fallimento parallelo di destra e sinistra, trasformando il voto comunale in un certificato nazionale di protesta, e chiedendo alla protesta di governare, cambiando.

Nei municipi delle città che si aprono alla vittoria dei Cinque Stelle, nasce così davvero la Terza Repubblica tanto spesso annunciata e ogni volta incapace di realizzare una vera svolta nel meccanismo politico-istituzionale.In realtà dopo Tangentopoli, la morte dei grandi partiti storici e l'era berlusconiana durata vent'anni, abbiamo vissuto fino ad oggi nella palude finale della Seconda Repubblica, segnata da un confronto-scontro tra destra e sinistra che ha prodotto l'alternanza anche se non è riuscito in due decenni a riformare il sistema e a cambiare il Paese.

Tutto questo è finito domenica. La destra non ha più un'identità riconoscibile, è divisa tra lepenismo d'accatto e moderatismo improvvisato, non ha un leader capace di incassare l'eredità di Berlusconi, che come erede concepisce peraltro soltanto se stesso. La sinistra ha un leader, e nient'altro: l'eredità storico-politica, che fa parte della storia migliore del Paese, è stata derisa e svenduta a saldo, come se le idee e gli uomini si potessero rottamare al pari delle macchine. Ma dopo il salto nel cerchio di fuoco, spenti gli applausi, rimane solo la cenere.

Quando si destrutturano i valori e i fondamenti culturali di storie politiche che hanno attraversato il secolo, rimane un deserto politico da presunto Anno Zero: teatro solo di performance, come se la politica fosse pura rappresentazione e interpretazione di pièce improvvisate ed estemporanee, senza un ancoraggio nella carne della società, nei suoi interessi legittimi, nelle sue forze vive. La destra, come il talento di Berlusconi ha dimostrato troppo a lungo, può vivere di questo teatro dilatato ed estremo, nella ricerca titanica di una fisionomia culturale che il populismo camuffa secondo il bisogno. La sinistra no. Sganciata dal sociale e dalla storia, si perde nel gesto politico fine a se stesso, dove tutto è istintivo e istantaneo, fino a diventare isterico.

Desertificato di riferimenti culturali (che certo sono ingombranti, perché obbligano terribilmente) il campo della contesa disegnato dalla sinistra al potere diventa basico e nudo, con parole d'ordine elementari e radicali. Una su tutte: il cambiamento ma senza progetto, senza alleanze sociali, senza uno schema di trasformazione, cambiamento per il cambiamento, dunque soprattutto anagrafico, spesso con una donna al posto di un uomo. La rottamazione della storia si è portata via anche il deposito di significato, la traccia di senso che la storia lascia dietro di sé, comprese le competenze e naturalmente le esperienze, quel legame tra le generazioni che forma il divenire di una comunità e si chiama trasmissione della conoscenza, del sapere, delle emozioni condivise. Tutte cose che altrove fanno muovere le bandiere di un partito, consapevole di avere un popolo che in quelle insegne si riconosce. Solo da noi la bandiera della sinistra, ammesso che ci sia ancora, è floscia come se vivessimo sulla luna, dove non c'è vento.

È evidente che una forza nata dal nulla dunque geneticamente "nuova" come i Cinque Stelle, si è trovata il campo politico spalancato. Anzi di più: irrigato con la sua acqua, concimato col suo stesso fertilizzante. Prima Berlusconi ha preso a pugni le istituzioni, dal Capo dello Stato alla magistratura, alla Corte costituzionale, rifiutando ogni loro controllo. Poi la sinistra ha predicato per tre anni che nulla della sua storia civica e politica valeva la pena d'essere salvato e indicato come riferimento, solo la germinazione spontanea del nuovo meritava attenzione, mentre la classe dirigente non andava rinnovata ma sostituita, come si fa con una gomma bucata.

Ed ecco i nuovi gommisti all'opera. Non hanno storia, solo una feroce gioia per la crisi delle istituzioni, da combattere in attesa di comandarle. Soltanto un rifiuto senza distinzioni di tutto il sistema politico del Paese, come dice quella "V" incastonata nel simbolo per ricordare il "vaffa", supremo riassunto di un movimento e del suo programma. Infine, com'è ovvio, non scelgono tra destra e sinistra: sono la creatura perfetta del nuovo mondo. Una promessa facile e basica, che semplifica la politica riducendola appunto a un "vaffa". E alla prima resa dei conti, molti cittadini tra il "cambiamento di governo" di Renzi e il "cambiamento contro tutti" di Grillo hanno preferito la spallata. Perché governare e rottamare insieme è difficile, quasi impossibile. E soprattutto, governare senza una storia politica a far da cornice e dei valori di riferimento, diventa un'interpretazione autistica, staccata dal corpo sociale. Si irrideva alla competenza e all'esperienza, promuovendo ministro la famosa cuoca di Lenin? Bene, ecco gli apprendisti cuochi di Grillo, più nuovi del nuovo, digiuni delle cucine del potere, totalmente inesperti da sembrare ignoranti, così politicamente "ignoranti" da apparire innocenti, talmente innocenti da funzionare come garanzia non solo di novità ma molto di più: di alterità, come se venissero da un altrove ingenuo e incontaminato, per molti cittadini il mondo ideale residuo, dopo che della politica si è voluto coscientemente fare un deserto, chiamandolo partito della nazione.

Roma viene conquistata facilmente dai grillini, sia per la debolezza del candidato di sinistra (simbolo capitale della debolezza del Pd di pensare in grande su una platea internazionale come quella del Campidoglio) sia per la sciagurata gestione del surreale caso Marino. Milano viene vinta d'un soffio dal centrosinistra, bloccando per il momento l'emorragia sui due fianchi, destro e sinistro. Torino riserva la sorpresa più significativa, perché qui con Fassino battuto dalla rimonta grillina s'infrange una storia ventennale di guida della città da parte della sinistra, storia di competenza e di buongoverno, che improvvisamente non conta più nulla. Il Pd e il suo segretario dovrebbero riflettere su questa spinta "contro", che nel ballottaggio coaliziona chiunque comunque contro il candidato che rappresenta la sinistra al potere e il governo nazionale: oltre ad alcune lobby cittadine che si autogarantiscono sulle poltrone del potere da qualche decennio, come se a Torino ci fosse un "fordismo" politico superstite anche dopo che il fordismo di fabbrica non c'è più, come anche la fabbrica.

E qui, c'è l'ultima questione. Perché l'irruzione delle forze antisistema nel campo vuoto della politica è sicuramente una sirena d'allarme per Renzi, che forse ha esaurito il capitale politico della sua avventura, e oggi dopo aver svuotato il Pd fa i conti con la sua assenza. Ma è una campana a morto per il cosiddetto establishment , incapace di proiettare un'immagine civica di sé e di costruire una vera classe dirigente del Paese in grado di coniugare gli interessi particolari legittimi con l'interesse generale: più facile da domattina — scommettiamo? — lusingare il nuovo potere nascente, per mantenere una rendita di posizione, come sempre. Questa è la verità: gli antisistema vincono perché non c'è più il sistema. Ecco perché oggi la campana suona per tutti, suona per noi.

Ezio Mauro (La Repubblica - 21 giugno 2016


sabato 18 giugno 2016

L'humour nero di Dio

 
Il Cardinal Biffi in un suo recente libro, Ubi fides ibi libertas, scrive che “Dio ha senso dell’umorismo”. Sarà, ma se c’è si tratta di un ‘humour nero’. Il grande poeta argentino Jorge Luis Borges per il quale leggere e scrivere era fondamentale lo ha reso cieco e proprio nel momento in cui era diventato direttore della Biblioteca di Buenos Aires. Scrive Borges: “Nessuno umili a lagrima o rimbrotto la confessione della maestria di Dio che con magnifica ironia mi diede insieme i volumi e la notte”. Se voleva proprio fargli qualche scherzetto poteva appioppargli quello reso a Eric Clapton che per una misteriosa malattia ha perso la sensibilità delle dita che a Borges serviva molto meno. E a Borges dare la malattia di Clapton che della vista ha meno bisogno. Galileo la cui passione era osservare il firmamento e le stelle (oggi non potrebbe più perché le luci delle città hanno oscurato il cielo) lo rese cieco. Beethoven, forse il più grande musicista di tutti i tempi, divenne sordo per cui è l’unico ha non aver potuto ascoltare la Nona di cui l’anarchico Bakunin disse “abbatteremo la borghesia e la sua cultura, ma la Nona di Beethoven la salveremo”. Il più modesto Fogar che aveva il mito dell’avventura e del movimento Dio l’ha paralizzato. Naturalmente questo non è che un florilegio di accidenti capitati a personaggi famosi ma di scherzetti del genere il Dio ‘misericordioso’ ne fa ogni giorno a milioni di persone.
Baudelaire afferma che “l’unica scusante di Dio è di non esistere”. Non riesco veramente a capire come si possa pensare a un Dio ‘misericordioso’, così frequentemente invocato e richiamato da Papa Francesco. Basta guardarsi attorno. E’ più comprensibile Jahvè, il Dio punitivo degli ebrei che impose al padre di Isacco, per provarne la fede, di uccidere il figlio. Poi le cose andarono diversamente perché quello di Jahvè era solo, diremmo oggi, “uno scherzo da prete”.
Ma in realtà Dio non c’entra. E’ solo un’invenzione degli uomini per lenire la propria angoscia di morte. E’ la vita ad essere crudele. Quando siamo giovani la pensiamo come una “meravigliosa avventura” per dirla con le parole di una pubblicità che passa in questi mesi sui nostri teleschermi (non è il mio caso: io ho sempre provato un indicibile orrore per il futuro) ma più si invecchia e ci si avvicina alla morte più si comprende quale sia la sua autentica natura. E’ quanto aveva capito Menandro fin dal III secolo a. C quando afferma, scandalizzando noi moderni, che “caro agli Dei è chi muore giovane”.



giovedì 16 giugno 2016

Matteo Renzi. Il prezzo del potere – La sua ascesa con strategie da House of Cards. I casi, da Letta a Pistelli e Mattei



Cinico, freddo, capace di abbandonare gli uomini che ne hanno fatto la fortuna. L’ascesa al soglio governativo di Matteo Renzi e la sua permanenza a Palazzo Chigi è costellata di “omicidi” politici e sotterfugi da far concorrenza al Frank Underwood di House of Cards. Ma questa è realtà. Il libro di Davide Vecchi, giornalista del Fatto, edito da Chiarelettere in libreria dal 9 giugno “Matteo Renzi. Il prezzo del potere” racconta l’attuale premier attraverso la ricostruzione di vicende finora inedite che hanno segnato l’ascesa dell’ex boy scout. I favori ricevuti e le “cambiali” onorate. I soldi ricevuti dalle sue fondazioni ed elargiti da personaggi inquietanti come Salvatore Buzzi, il “ragioniere” di Mafia Capitale. Le intercettazioni tra gli uomini del giglio magico, in particolare Luca Lotti, e i vertici delle forze dell’ordine, come il generale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi.

Pubblichiamo nelle pagine seguenti alcuni stralci del libro di Vecchi a proposito di promesse disattese: a partire dal caso più noto, quello di Enrico Letta sostituito a Palazzo Chigi. Poi quello del “consigliere punito” Giuliano Da Empoli, e ancora la storia del mancato ministro degli Esteri Lapo Pistelli. E, infine, l’incredibile spy-story dell’ex assessore di Renzi Massimo Mattei.


NAPOLITANO E IL NO DI LETTA

Il 12 febbraio 2014, a Palazzo Chigi, Letta riceve Renzi. «Io da te voglio chiarezza, vuoi il mio posto? Bene, è tuo, accomodati, ma prenditelo alla luce del sole» intima il premier, che poi gira i tacchi e va a illustrare in conferenza stampa i punti principali del «patto di coalizione Impegno Italia» da proporre ai partiti di maggioranza per rilanciare l’azione dell’esecutivo. Sa benissimo che il suo governo non ha alcun futuro ma, appunto, vuole mostrarsi vivo davanti al nemico, un modo per intervenire al duello e dire: «Io ci sono, aspetto che anche tu abbia il coraggio di presentarti davanti a tutti». Renzi non si fa pregare e lo accontenta il giorno successivo, ma anche in questo caso non agisce direttamente e si fa schermo del Pd.

Il 13 febbraio la direzione nazionale del Partito democratico approva con 136 sì (16 no e 2 astenuti) una mozione proposta dal segretario in cui si chiedono le dimissioni di Letta e la formazione di un nuovo governo. La stessa direzione approva la nascita di un nuovo esecutivo guidato da Renzi. E così il sindaco di Firenze mette all’angolo anche Napolitano: l’incarico di formare un nuovo esecutivo il capo dello Stato deve darlo a lui. Il fatto che un partito (che fra l’altro si autodefinisce democratico) si comporti come un soviet e sfiduci un capo di governo è ovviamente una notizia. La mattina del 14 febbraio è perciò su tutti i quotidiani del mondo. (…) Senza neanche poter passare per l’aula, il 14 febbraio Enrico Letta riunisce il consiglio dei ministri, poi va da solo dal presidente della Repubblica, alla guida di una Delta grigia, e rassegna dimissioni irrevocabili. Un colloquio di appena un’ora durante il quale il capo dello Stato gli rinnova l’invito ad accettare il dicastero dell’Economia nel futuro governo Renzi e, di fronte al suo fermo diniego, quasi lo prega: per lui sarebbe una garanzia. Letta ringrazia ma spiega che non può proprio accettare.


GIULIANO DA EMPOLI, IL CONSIGLIERE PUNITO


(…) Giuliano Da Empoli, prima consigliere politico di Renzi e oggi presidente del Gabinetto Vieusseux, celebre istituzione culturale di Firenze, per molto tempo è davvero convinto che il suo amico Matteo sia «l’uomo nuovo», ma sarà costretto a ricredersi. Fa parte della giunta comunale guidata da Renzi, ma il sindaco, nonostante il legame stretto, non esita a cacciarlo dal Giglio magico. Per un’inezia: un veleno messo in giro ad hoc. L’assessore, infatti, viene accusato di aver spifferato ai giornali i tentativi del primo cittadino – poi andati a vuoto – di avvicinare l’ex presidente statunitense Bill Clinton in visita a Firenze nel 2012. I quotidiani locali riportano i rocamboleschi agguati dell’allora candidato alle primarie in cerca di una foto con l’uomo più potente del mondo. La classica foto opportunity. Renzi ci prova in tutti i modi: dopo aver fallito la strada ufficiale, rimbalza fuori dai ristoranti dove l’ex numero uno della Casa bianca pasteggia; fa le poste sotto il suo albergo e tenta, infine, di braccarlo all’aeroporto il giorno del rientro negli Usa. Niente da fare, a Peretola viene addirittura tenuto a distanza, oltre le transenne. Tanta fatica ma niente foto. E, in più, lo sberleffo sui giornali. Matteo si convince che sia stato proprio Da Empoli a raccontare tutto alla stampa. Lo immagina divertito e così lo elimina. Lo parcheggia nel purgatorio degli ex renziani. Un limbo in cui finiscono in molti: chi tradisce il capo, chi tenta di fregarlo, chi parla senza permesso. Da Empoli è un intellettuale e non se ne fa un problema. Anzi, confida ad amici fiorentini: «Bischero lui a non capire a chi dar credito e a chi no».


PISTELLI, IL PROMESSO MINISTRO MANCATO

«Non si discute, il ministro lo fai te». È il primo sabato di luglio del 2014. Matteo Renzi torna a Firenze e raggiunge Lapo Pistelli nell’ufficio di un amico comune, vicino a Palazzo Vecchio. All’incontro sono in quattro. L’ordine del giorno è semplice: il titolare della Farnesina, Federica Mogherini, è proiettata verso la poltrona di alto rappresentante della politica estera Ue. Va sostituita. Pistelli è stato già il vice di Emma Bonino nel governo Letta ed è rimasto il numero due del dicastero anche con la stessa Mogherini. Il passaggio è naturale, legittimo, scontato. In più è il premier in persona a garantirglielo, appunto davanti ad alcuni testimoni. Pistelli gli crede, lo scrive sui social. L’idea lo affascina. Inizia ad annunciarlo anche in qualche intervista. Il 15 luglio «La Nazione» titola: «Lapo, il prossimo ministro degli Esteri: “Ma è Renzi a decidere”». Lui, in cuor suo, è certo della nomina, anche alla luce del rapporto che lega i due da molti anni: «Merito un riconoscimento, dopotutto me lo deve». È Pistelli, infatti, a «scoprire» il giovane Matteo quando ancora studia Legge e si presenta come impiegato di un’agenzia di marketing che, in realtà, è l’azienda di famiglia Chil, in cui non è assunto ma è socio insieme alla madre, Laura Bovoli, e alle sorelle Benedetta e Matilde. (…).

Quando Renzi, nel febbraio del 2014, arriva a Palazzo Chigi, lo ritrova alla Farnesina. E lì lo lascia. Vice. A lui preferisce Mogherini. Dirà per scelta del capo dello Stato. Pistelli non ci spera neanche. Conosce il suo figlioccio, ha ancora vive le immagini del percorso e degli sgambetti che ha fatto. A fine giugno però è Matteo a recapitargli la proposta tramite un amico fiorentino comune: «Senti se Lapo sarebbe interessato a fare il ministro degli Esteri». La risposta arriva a breve, scontata: «Ovvio che sì». Così, dopo vari appuntamenti saltati, a inizio luglio finalmente i due si incontrano. Ormai è certo che Mogherini lascerà il dicastero. Strette di mano, abbracci, pacche sulle spalle: di nuovo insieme. Lapo si prepara da anni a quella poltrona, è la sua aspirazione, nonché vocazione naturale. Lo comunica agli amici più stretti. Qualcuno gli suggerisce di non fidarsi. «È sicuro, figurati» risponde. Ma è il «Corriere della Sera», la mattina del 28 ottobre, al termine del fine settimana alla Leopolda, a dare la ferale notizia: Renzi sta valutando un nome nuovo per la Farnesina, quello di Lia Quartapelle, trentaduenne sconosciuta deputata milanese del Pd alla sua prima legislatura. Scrive il quotidiano: «Il nome della giovane parlamentare lombarda per il vertice della Farnesina sembra scartare quelli più volte circolati nei giorni scorsi, come l’attuale sottosegretario agli Esteri, Lapo Pistelli, o la vicepresidente della Camera, Marina Sereni. Non che le loro chance si siano del tutto dileguate, ma in favore della Quartapelle, oltre naturalmente al fattore rosa che condivide con Sereni, giocherebbe soprattutto la totale novità che la sua nomina comporterebbe, quell’effetto sorpresa che è ormai parte essenziale della narrativa renziana». Il premier – come spiegherà lui stesso – nei giorni della Leopolda si rende conto che Pistelli è troppo preparato, competente negli Esteri. Ha una rete propria: sarebbe ingestibile o, comunque, coprirebbe la figura del nuovo capo. «Io voglio ministri leggeri, leggeri: il governo sono io perché se qualcuno sbaglia vado a casa io» spiega Renzi ad alcuni ex «suggeritori» con i quali è rimasto in buoni rapporti ma che hanno preferito allontanarsi dal circo del rottamatore. E sono molti. Tutti confermano quanto ami da sempre circondarsi di comparse. Anche in Comune, da sindaco, ripete spesso: «Dovete giudicare me, gli assessori sono lavoratori precari per eccellenza». Con Pistelli si farà perdonare. Grazie a una nomina in una controllata. Nel giugno successivo, infatti, Lapo diventa vicepresidente senior dell’Eni, con delega alla promozione del business internazionale: un milione di euro di compenso l’anno e un biglietto di addio al Palazzo.


MATTEI, L'AMICO SCARICATO PER L'AVVERTIMENTO SULLA BOSCHI

«C’è chi non vuole il suo ritorno in politica.» In Procura a Firenze, tra pm e avvocati, si giustifica così l’esistenza di un fascicolo ancora aperto nel 2016 a carico di Massimo Mattei, assessore comunale con delega a Mobilità, manutenzioni e decoro nella giunta Renzi. Fascicolo avviato nel 2015 e relativo a fatti avvenuti tra il 2011 e il 2012, quando Palazzo Vecchio pare diventato un «troiaio», come dicono gli eredi di Dante. La magistratura scopre un giro di prostituzione gestito da un gruppo ristretto di conoscenti che sembrano usciti dal film Amici miei (…) Nello scandalo, che viene ribattezzato il «sexy gate fiorentino», finiscono indagate quattordici persone. (…). Le ipotesi d’accusa iniziali sono associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione. Per gli indagati il pm chiede in un primo momento le misure detentive. Nelle quattromila pagine dell’ordinanza avanzata dal pubblico ministero Giuseppe Bianco e dal procuratore capo Giuseppe Quattrocchi, si cita, oltre a un dipendente comunale, anche un custode di Palazzo Vecchio sorpreso in una stanza del Comune con una ragazza. Da quel momento iniziano a circolare voci in città che sia coinvolto anche qualche politico. Quando il giudice per le indagini preliminari rigetta le misure cautelari avanzate dai magistrati, questi, per suffragare la loro tesi investigativa, allegano documentazione aggiuntiva non presente nella prima istanza. Da un appunto allegato ai nuovi atti salta fuori il nominativo di un assessore che, in seguito, si scoprirà essere totalmente estraneo alla vicenda. Su quel foglio nome e cognome sono stati coperti alla bell’e meglio con un colpo di bianchetto. Si leggono solo le prime lettere: «Mas». Liste alla mano, può essere solo Massimo Mattei che, guarda caso, proprio pochi giorni prima si è dimesso per motivi di salute. È un attimo: per molti diventa il politico delle escort. Le dimissioni? Secondo alcuni quotidiani locali – alcuni «pennivendoli», accolti poi sul carro renziano verso Roma, spiccano per la violenza dei toni usati nei confronti di Mattei – l’uomo avrebbe lasciato Palazzo Vecchio proprio perché coinvolto in quel giro di prostituzione. In realtà, subito dopo aver formalizzato la rinuncia all’incarico pubblico, l’ex assessore è stato veramente ricoverato in ospedale. Quando Mattei presenta le dimissioni al sindaco (…), Renzi le accetta subito e lo sostituisce in appena un giorno con Filippo Bonaccorsi, a cui, una volta al governo, affiderà il piano per gli interventi sulle scuole.

E dire che Mattei è stato fondamentale per l’ascesa politica del presidente del Consiglio in carica. L’amicizia tra i due ha radici lontane: nasce nel 1999 sul palco del congresso provin­ciale della Margherita. (…) Il legame tra i due è profondo. Di fiducia totale. Ci sono molte foto a dimostrarlo. Di appuntamenti e momenti privati. Visite in Versilia dove Mattei ha una casa e molto altro. Nel marzo del 2013 Massimo Mattei scopre che ci sono alcuni paparazzi a Firenze che pedinano Renzi nella speranza di «beccarlo» con foto compromettenti, magari in compagnia di Maria Elena Boschi. In quel momento, infatti, il sindaco si è già imposto sulla scena nazionale e gira insistente la notizia di una presunta relazione clandestina tra lui e la giovane aretina. Gossip puro, ma i paparazzi fanno il loro mestiere. Mattei si accorge della loro presenza perché gestisce alcune cooperative che ospitano anziani e una di queste è in via degli Alfani, proprio a pochi passi dall’appartamento in cui risiede Renzi a Firenze, al civico 8, pagato – si scoprirà poi – dall’amico Carrai. Mattei si accorge degli appostamenti e avvisa il numero uno di Palazzo Vecchio, che sembra disinteressarsene. La risposta arriverà dal suo entourage: «Dice Matteo di fare attenzione te, non ai fotografi: alle escort». A giugno il «sexy gate fiorentino» deflagra nella sua interezza. (…) L’inchiesta incombe come un macigno sulla vita dell’ex assessore: quando serve, qualcuno gliene ricorda l’esistenza. Come alle amministrative che porteranno all’elezione di Nardella: l’ipotesi di una sua candidatura naufraga subito. O come in occasione della tornata regionale della primavera del 2015, quando l’ex comunista viene avvicinato dalla sinistra radicale. Mattei non ha il tempo neanche di rispondere «no grazie» all’offerta: una mattina trova nella cassetta della posta una busta formato A4 indirizzata alla moglie. Dentro ci sono i brogliacci di tutte le intercettazioni che lo riguardano. Colloqui ritenuti ininfluenti al fine delle indagini già nel 2013. Ma qualcuno li ha conservati.


 

 

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