Il presente blog costituisce un almanacco nato per raccogliere i testi completi (ed annesse fotografie e video) dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (solo se disponibili).

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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domenica 31 luglio 2016

Ernesto Bazan: "Cuban Trilogy" - Inaugurazione Mostra fotografica presso ZAC di Palermo 29/7-25/9/2016 (Video)


sabato 23 luglio 2016

Gli Olgettini




Dunque i giudici che stanno processando Silvio Berlusconi e uno stuolo di Olgettine per corruzione in atti giudiziari non potranno utilizzare 11 intercettazioni indirette fra il Cavaliere e due delle sue girl, Iris Berardi e Barbara Guerra. O meglio: potranno usarle contro le due ragazze, presunte corrotte, ma non contro B., presunto corruttore. E utilizzatore finale dei loro silenzi prezzolati e delle loro bugie retribuite. L’ha deciso l’altroieri il Senato a maggioranza, dieci mesi dopo la richiesta del Tribunale, con comodo. E l’ha fatto sostenendo di fatto che B. è un perseguitato politico, perché solo in quel caso le Camere possono negare alla magistratura l’autorizzazione a usare indizi e prove raccolte su un imputato intercettandolo mentre parla con un parlamentare. Che, nella fattispecie, è pure l’imputato principale. Il trucchetto escogitato per il salvataggio del Caimano è presto spiegato. Secondo la maggioranza di Palazzo Madama, quando intercettavano le Olgettine, i pm di Milano sapevano benissimo che quelle parlavano con B. Dunque avrebbero dovuto smettere di intercettarle, sennò l’intercettazione indiretta dell’interlocutore non sarebbe più stata casuale e dunque lecita, ma intenzionale e dunque illegittima secondo l’art. 68 della Costituzione.

In pratica questi manigoldi che si fanno chiamare rappresentanti del popolo sostengono che, se un mafioso o un terrorista sospettato di organizzare una strage viene intercettato mentre parla ripetutamente con un onorevole, il giudice deve staccare immediatamente la registrazione e rinunciare così a scoprire dove, quando e contro chi avverrà la strage, per non violare le sacre prerogative del deputato amico dello stragista. È in base a questo assunto demenziale, anzi criminale e criminogeno, che la scorsa settimana i deputati del Pd e di Sel-SI hanno unito i propri voti a quelli del centro e della destra per negare ai giudici di Napoli l’uso delle intercettazioni che incastrano (anzi incastravano) il deputato forzista Luigi Cesaro, detto Giggino ‘a Purpetta, in un processo per presunte tangenti sulla raccolta rifiuti. La prova generale per la sceneggiata dell’altroieri al Senato, dove i franchi tiratori pidini, all’ombra del voto segreto, hanno salvato B. Le cronache riferiscono che Fedele Confalonieri, gran ciambellano dell’inciucione e vedovo inconsolabile del Nazareno (che – a vedere le reti Mediaset – pare tutt’oggi in corso), aveva telefonato a decine di senatori per raccomandare il salvataggio del Capo.

E,come sempre, dai tempi dei decreti Berlusconi e della legge Mammì di craxiana memoria, il Parlamento s’è messo al servizio del partito Fininvest-Mediaset. Siccome i manigoldi non hanno neppure il coraggio delle proprie azioni, hanno subito puntato il dito contro i 5Stelle, che non si capisce bene che cosa c’entrino (anche se vengono incolpati di tutto), visto che non hanno la maggioranza né alla Camera né tantomeno al Senato. Il pretesto è l’errore – subito corretto in tempo reale – del senatore M5S Airola, che ha votato pro anziché contro lo scrutinio segreto (peraltro doveroso, in casi “personali” come questo). Lo stesso errore, peraltro corretto diverse ore dopo, hanno commesso 4 senatori Pd, ma neppure questo significa nulla. Come non ha alcun senso ipotizzare uno scambio FI-5Stelle per dare l’insindacabilità al senatore pentastellato Giarrusso in un processo per diffamazione a Catania (infatti ieri gli è stata giustamente negata dall’aula, con i voti dei suoi stessi compagni di Movimento). Per capire chi ha regalato voti al centro e alla destra per salvare B., basta riepilogare l’iter della richiesta del Gup di Milano da quando, quasi un anno fa, approdò in Senato. Fin da principio, nella giunta per le immunità, il Pd e il presidente-relatore Dario Stefàno (Sel) proposero di negare l’autorizzazione per 8 telefonate su 11, ritenendo che solo 3 fossero casuali e le 8 successive intenzionali, dunque persecutorie, mentre i 5Stelle (più il Pd dissidente Casson) hanno sempre votato per autorizzarle tutte. Il senatore del Pd Enrico Buemi era addirittura per respingerle tutte.

Le stesse ambiguità si sono riprodotte in aula, in perfetta continuità col precedente di Giggino ‘a Purpetta. Ma a tagliare la testa al toro c’è un altro dato di fatto: siccome le intercettazioni risalgono al 2012, quando B. era deputato (divenne senatore nel febbraio 2013), a occuparsene non doveva essere il Senato, ma la Camera. La giunta di Palazzo Madama avrebbe dovuto rispedirle al mittente, facendo notare al Gup che aveva sbagliato indirizzo e doveva inoltrarle a Montecitorio. Invece, arrogandosi poteri non suoi e calpestando le prerogative dell’altro ramo del Parlamento, il Senato s’è tenuto il dossier. Il motivo è semplice: alla Camera il Pd ha la maggioranza da solo, dunque non avrebbe potuto salvare B. e scaricare la colpa sui 5Stelle. Al Senato invece i numeri sono ballerini e lo scaricabarile è più facile, grazie anche a una stampa indecente che finge di non sapere ciò che tutti sanno, specialmente dopo lo straziante appello di Napolitano per un “patto per l’Italia”, cioè per un nuovo inciucione Pd-FI. E cioè che il Pd le sta provando tutte per riacchiappare il Caimano, in cambio dei voti di FI per modificare l’Italicum, tenere buona la minoranza interna e sventare la terrificante prospettiva di una vittoria dei 5Stelle; e anche in cambio dell’appoggio delle reti Mediaset al Sì per il referendum. Per riuscire finalmente a scassinare la Costituzione, gli olgettini della maggioranza hanno cominciato allegramente a calpestarla. Questa sì che è coerenza.




sabato 9 luglio 2016

"I balati ra Vucciria un s'asciucanu mai" - Palermo 2016: "La Vucciria che resiste" (Video)



La Vucciria è un noto mercato storico di Palermo, insieme ad altri denominati Ballarò, Il Capo, Mercato delle Pulci e Lattarini.
Si estendeva tra via Roma, la Cala, il Cassaro, lungo le via Cassari, la piazza del Garraffello, la via Argenteria nuova, la piazza Caracciolo e la via Maccheronai, all'interno del mandamento Castellammare.
Il nome di questo mercato deriva dalla parola Bucceria, tratto dal francese boucherie, che significa macelleria. Il mercato era infatti inizialmente destinato al macello (e in epoca angioina ne sorgeva uno) ed alla vendita delle carni. Successivamente divenne un mercato per la vendita del pesce, della frutta e della verdura. Anticamente era chiamato "la Bucciria grande" per distinguerlo dai mercati minori. "Vuccirìa" in siciliano significa "Confusione". Oggi, è rimasto ben poco e manca la confusione delle voci che si accavallavano e le grida dei venditori (le abbanniate) era uno degli elementi che, maggiormente, caratterizzava questo mercato palermitano che tenta ancora di resistere. Ma, oltre la fama, è rimasto ben poco.
A Piazza Garraffello incontri Uwe Jäntsch, un artista austriaco che vive e opera a Palermo da 16 anni nel quartiere Vucciria e che ha creato un museo all'aperto nella piazza.

Fotografie di: Angelo Battaglia, Salvatore Clemente, Salvo Cristaudo, Benedetto Fontana e Pino Sunseri.
Riprese, selezione e montaggio: Salvatore Clemente.


mercoledì 6 luglio 2016

Largo ai giovani fotografi della U.I.F.





La produzione di sei fotoamatori esordienti proposta in una meritata mostra collettiva

Si succedono rapidamente le mostre fotografiche che l’Unione Italiana Fotoamatori allestisce, quasi senza soluzione di continuità, negli spazi cortesemente messi a disposizione dal Mondadori Megastore di Palermo. Recentemente l’Associazione ha ritenuto opportuno concedere visibilità ai più giovani dei fotoamatori aderenti che realizzano le proprie immagini tra il capoluogo siciliano e il territorio circostante.
Indubbiamente la Fotografia è una di quelle passioni che frequentemente si eredita dai parenti più prossimi, come accade per l’interesse verso le automobili, l’antiquariato o il vino. I padri, i nonni e, andando indietro nel tempo, perfino i cianotipisti ottocenteschi hanno trasmesso nel patrimonio genetico familiare una particolare sensibilità per le immagini fisse ottenute attraverso un attento controllo della luce. Infatti la metà degli autori dei lavori esposti è cresciuta vicino a dei fotografi, esperti, conosciuti e apprezzati. Nell’altra metà, invece, la predisposizione per la ripresa fotografica si è manifestata spontaneamente e, dopo una progressiva evoluzione, ha portato tranquillamente a conseguire dei validi risultati.
Il tema libero ha consentito ai giovani UIF di proporre gli scatti che meglio rappresentano il proprio modo di osservare il mondo che li circonda. Si distinguono, in tal modo, quelle che potremmo definire delle “mini-personali”:
  • Giuliana Calabrese ha realizzato un reportage perlustrando il quartiere cittadino di Borgo Vecchio.
  • Maria Rita Di Vincenzo ha espresso una personale creatività nelle suggestive vedute della spiaggia e del molo di Mondello.
  • Fabiana Di Vita in occasione di un evento “a tema” (il raduno austeniano nel giardino di Villa Trabia) ha concepito un progetto che ricorda i raffinati tableau vivant di una volta, impiegando disinvolti soggetti in costume e in pose ricercate.
  • Gabry Di Vita ha scattato le sue fotografie tra vicoli ed architetture caratteristiche.
  • Svetlana Chiara Roccapalumba ha “indagato” con curiosità e fantasia tra i prodotti, la gente e l’atmosfera del mercato di Ballarò.
  • Paolo Zannelli durante una visita ai Cantieri Navali ha saputo cogliere spazi interessanti e prospettive insolite utilizzando efficacemente il bianco e nero.
Nel corso della giornata inaugurale, il gruppo di giovani fotoamatori alla prima esperienza espositiva è stato presentato a visitatori dal Segretario Provinciale UIF, Domenico Pecoraro,  che ha sottolineato le capacità e le preferenze di ciascuno, elogiando ognuno di loro per i risultati ottenuti.
Come succede regolarmente anche tra i fotografi “avanti negli anni”, il clima cordiale ed amichevole ha favorito la socializzazione tra ragazzi appassionati della medesima forma di espressione artistica, ma anche tra loro e gli adulti che li hanno voluti incoraggiare e supportare.
In una occasione simile appare anacronistico formulare valutazioni e singoli giudizi di merito, dal momento che la mostra costituisce un successo corale di sei giovani fotografi pronti a partecipare a  tutte le iniziative sociali, uscendo a buon diritto dal cosiddetto “settore giovanile”.
Attraverso i lavori esposti i giovani hanno portato una ventata di aria nuova all’interno dell’Associazione, dimostrando di conoscere gli strumenti e di possedere la tecnica necessaria per procedere speditamente lungo un percorso artistico pieno di soddisfazioni, rispettando vecchie regole o sperimentandone di nuove ma, in ogni caso, consapevoli della tradizione dei soci U.I.F.
La mostra fotografica collettiva juniores della UIF, allestita a Palermo, presso la sala lettura,  al quarto piano del Mondadori Megastore, in via Ruggero Settimo n. 18, fino all’8 luglio 2016, è visitabile tutti i giorni feriali dalle ore 09,30 alle ore 20,30 e domenica dalle ore 10,00 alle ore 20,00
L’ingresso è libero.



Video dell'inaugurazione del 25 giugno 2016

martedì 5 luglio 2016

Direzione Pd, Matteo Renzi è davvero senza vergogna



 
Ieri c’è stata la direzione del Pd. La “Direzione Pd” serve, nell’ecosistema, a due sole cose. La prima è portare a eccitazione massima, sempre nei limiti del personaggio s’intende, il goffo figuro che scrive su L’Unità (quindi da nessuna parte). Ieri il goffo figuro ha cinguettato orgasmico, sempre nei limiti del personaggio s’intende: “Ma quant’è fico, potente, autentico @matteorenzi quando s’incazza“.
Si noti anche il fatto che il goffo figuro, per essere certo che la sua slappata non passasse anonima come quasi tutto nella sua vita, ha chiocciolato (sic) Renzi. Sperando, a fine giornata, in una carezza o magari un croccantino. Va detto che il goffo figuro, nei dorati anni della sua fulgida esistenza, ha usato gli stessi toni anche nei confronti di D’Alema e Santanché. Uccidendoli politicamente entrambi: daje Matte’.
La seconda funzione della “Direzione Pd” nell’ecosistema è quella di ricordare a tutti noi che Speranza vive e finge di lottare in mezzo a noi. E anche ieri ce ne siamo ricordati. Come sempre, all’interno della effimera “Direzione Pd”, Cuperlo ha detto cose perfette, solo che dopo questi suoi sfoghi impeccabili passano altri sei mesi e non succede nulla.
E come sempre Barca si è dimesso da se stesso, o dalla Commissione Statuto del Pd, o dal Pd direttamente. Salvo poi, il giorno dopo, ricominciare con la solfa del “cambiamento dall’interno, io ci credo”. Bravo Barca. Tu ci credi. Io invece credo nelle melanzane alla parmigiana, in Roger Waters e nel tacco 12 di Rosario Dawson in Sin City. E godo molto di più.
Tutto questo, in fondo, è però margine e dettaglio. Di ieri mi ha colpito solo una cosa: l’ulteriore passo di Matteo Renzi verso l’indecenza. Ieri, tra una citazione di Cantona e una di Stocazzo, Renzi ha citato Casaleggio. Per meglio dire, ha deliberatamente finto di farlo, tanto nel frattempo lui è morto e quindi mica può contraddirlo. Nello specifico, Renzi ha attribuito a Casaleggio questa frase: “Ciò che è virale è vero“. Ha poi proseguito così, sempre con quella sua teatralità da Panariello scartato al primo provino di Bagnomaria: “Io, quando la lessi, dissi: ‘Che follia è questa!’. Non compresi allora il valore terribile di quelle parole: se prendi una cosa e inizi a ripeterla tutti insieme, diventa vero per una parte delle persone che seguono magari in maniera superficiale la politica“.
Siamo, appunto, di fronte a un nuovo passo verso l’indecenza, i cui confini sono stati da tempo superati dal Mister Bean debole di Rignano. In primo luogo, la tecnica del “ripeti una cosa all’infinito, così poi i disattenti ci credono”, è esattamente ciò che – grazie a un’informazione spesso conciliante – era ieri alla base del berlusconismo e oggi del renzismo. Quindi Renzi, nell’attaccare gli altri, attacca se stesso (e lo sa benissimo). In secondo luogo, e questo è smisuratamente più grave, Gianroberto Casaleggio non ha mai detto una cosa simile. Per carità, a me Casaleggio spesso non convinceva e l’ho criticato spesso. Come lui ha più volte criticato me. Ricordo ancora quando scrisse sul blog “Scanzi scrive il falso“, e per colpa di quelle quattro paroline magiche ricevetti per giorni un flame sconfinato di insulti e minacce di morte. Lo ricordo bene: Casaleggio a volte ci prendeva e a volte no, come tutti. Non si tratta certo di santificarlo: si tratta quantomeno di non diffamarlo post-mortem (lo hanno già fatto oltremodo in vita).
Come racconta Travaglio sul Fatto di stamani, Renzi si riferisce a un’intervista (esiste anche la versione video: potete controllare) che Marco fece a Casaleggio. L’intervistato disse l’esatto opposto di ciò che ieri gli ha attribuito empiamente Renzi. Ovvero: “Se un messaggio in Rete perde la sua viralità nel tempo, è falso“. Casaleggio si riferiva ai “presunti scoop che i giornali hanno inventato su di me, senza verificare la veridicità della notizia. Esistono gruppi pagati dai partiti per diffondere messaggi virali contro me e Grillo”. Marco gli faceva notare che era la stessa accusa rivolta a Grillo e Casaleggio. E lui: “Ma noi non abbiamo bisogno di farlo, perché i nostri messaggi sono virali di per sé, dunque veri, e si diffondono da soli. Quelli degli altri, palesemente falsi, hanno bisogno di un supporto di truppe àscare, pagate magari 5 euro al giorno“. Casaleggio non disse che “ciò che è virale è vero”, ma sostenne (forse sbagliando e forse no) che in Rete le bugie non hanno vita lunga perché si sgamano subito. E a quel punto la viralità di ciò che è falso muore sul nascere.
Renzi ha inventato di sana pianta il virgolettato (delirante) di un avversario politico scomparso, per ridicolizzare lui come la forza politica da lui creata. Davvero un bel modo di fare politica, nuovo e garbato. Quando si arriva a denigrare un morto, di solito, vuol dire che non si sa più cosa inventare. Significa essere discretamente disperati. Di più: significa essere senza ritegno né vergogna. E questo, per Renzi, è una fortuna: se avesse un minimo di senso del pudore, non smetterebbe quasi mai di vergognarsi di quel che fa e dice.

Andrea Scanzi (IL Fatto Quotidiano, 5 luglio 2016)

lunedì 4 luglio 2016

..... che "Bail in" do belìn (idioma ligure)






Il risultato del referendum brexit nel Regno Unito appare come un evidente rifiuto dell'economia reale e delle fasce sociali più deboli verso una pericolosa e irrefrenabile deriva finanziaria assurta a governo. In altre parole si potrebbe affermare che, tirando troppo la corda, arriva il momento che anche i sudditi si ribellano.

L'evento lo reputo personalmente positivo, almeno per l'avvio di un sano ripensamento delle politiche locali e internazionali, che dovrebbe indurre le classi dirigenti dei diversi paesi a delle analisi che tengano conto dello status di tutti i livelli della società.

Il revisionismo politico obbligato e una profonda ponderazione dei parametri economici delle diverse realtà che convivono in una globalizzazione oggi strabica, per non dire miope, dovrebbe portare ad immaginare soluzioni innovative che riescano a meglio mediare gli interessi contrapposti; magari tutelando i soggetti meno attrezzati, siano essi poveri o ricchi (economicamente e/o culturalmente), che comunque hanno una funzione importante nell'intero ingranaggio.

Nel modello capitalistico che predomina negli equilibri mondiali anche il ruolo degli ultimi resta infatti fondamentale e l'avanzare della povertà nelle società con le economie più sviluppate che, come un buco nero, oggi attrae a se le classi medie, desertifica sempre più i mercati, vanificando prospettive di ripresa per una crescita futura.

Una inadeguata liberistica distribuzione del reddito poi, volta sempre più ad accrescere le ricchezze di pochi, non costituisce un volano alla ripresa e tantomeno ravviva la catena consumistica che sta alla base di un benessere socioeconomico diffuso. Ma tutto nasce da lontano.

Nei miei ricordi, tutto questo mi fa venire alla mente un vecchio direttore che mostrava il suo entusiasmo nel mutamento strategico del sistema bancario. Erano i tempi in cui gli istituti di credito si andavano sviluppando sempre più in “servizi” e affinavano un’indole speculativa nel comparto finanziario.

Nelle limitate esperienze e variegate conoscenze professionali, al tempo ero fra i pochi che avevano idee controcorrente, da sempre convinto che il sistema bancario fosse principalmente deputato alla sua mission naturale di raccolta e custodia del risparmio ed all'erogazione degli impieghi, senza troppo allontanarsi dai criteri della “sana e prudente gestione”. I miei fondamenti si basavano del resto, allora come ora, sui vecchi elementari principi giuridici del "buon padre di famiglia" che, fino a qualche tempo ma non più oggi, hanno ispirato l'intera giurisprudenza. Del resto, fino ad allora, solo attraverso equilibrio, oculatezza e tempestività d'intervento si era riuscito a mantenere solido e a dare stabilità all’intero sistema.

In men che non si dica il  mondo della finanza creativa accelerò l’evoluzione; si affinarono le gestioni dei portafogli finanziari e sempre meno ostacoli furono posti alla cogestione del sistema banche-imprese.

Parallelamente, attraverso larghe maglie, che alla lunga hanno agevolato l'accorpamento di conflitti di interessi tra affidanti e affidati (e non solo attraverso il cumulo di cariche di stessi consiglieri e sindaci, spesso anche in realtà concorrenti se non contrapposte), si andavano confondendo le politiche amministrative della raccolta con la gestione del credito.

Tanti cartelli occulti cominciarono progressivamente a porre in essere politiche gestionali devianti e per il loro mantenimento iniziarono a tartassare uniformemente i risparmiatori e a vessare sempre più i prenditori di prima istanza che non vantassero aderenze/conoscenze "qualificate" (applicazioni di balzelli e commissioni varie nelle forme di raccolta e nei servizi, di libere discrezionali commissioni di massimo scoperto che andavano a penalizzare e appesantire le posizioni creditizie incagliate, per non parlare dell'anatocismo, ecc…. ). In tutto questo, normative aggiornate modificavano o introducevano regole che rendevano le politiche gestionali sempre più elastiche e permissive.

Il massimo si è poi avuto con il boom della commercializzazione selvaggia di prodotti finanziari strutturati, il così detto mercato dei prodotti derivati.

Anche qui ricordo di aver vissuto in prima linea il tempo dell'avventurosa vigilanza attuata con improvvisazioni e dogmatici fideismi. Risultava molto complesso il compito di vivisezionare fino in fondo ed anatomicamente un prodotto finanziario derivato che andasse più in là di tanti swaps. Nei primi tempi si andava in ispezione coinvolgendo il responsabile di settore che, davanti a tanti monitors variopinti e velocemente mutevoli, si glorificava indicando le performances strabilianti, senza però mai soffermarsi sulle perdite certe. In tutto questo chi operava era comunque il solo a vedere, tutt'al più l'ispettore osservava incuriosito le tante lucette azzurre, verdi, rosse e gialle del fantasmagorico e mutevole luna park. In genere il consiglio che si dà sempre ad un ignorante è che: se non capisci stai zitto, così ci fai più bella figura.

Dopo qualche impasse la vigilanza si avviò a porre rimedio; furono avviati corsi di formazione per gli addetti alle analisi cartolari e al corpo ispettivo, ma i ritardi avevano intanto dato molto vantaggio alle lepri malate che avevano invaso, proliferandosi talvolta a dismisura, il mercato.

Anche se il sistema dei controlli si era pure “evoluto”, già abbondava troppo in indici e prospetti di analisi cartolare che prendevano per buone le segnalazioni dei dati di flusso; in ciò, aumentando sempre più il rischio di allontanarsi pericolosamente dalla veridicità dei dati elementari di base e quindi, talvolta, anche dalle realtà vere.

Ma il sistema Italia di allora godeva di ampi margini di manovra e la possibilità di attuare, a sua volta, una vigilanza creativa. Ad esempio, nel versante del credito ad un certo punto, per far fronte al proliferare della partite anomale, vennero saggiamente introdotte le “ristrutturate”; un felice intervento che risultò salutare per le imprese non decotte, consentendo all’imprenditoria con prospettive di ripresa di poter rinegoziare condizioni e di concordare con gli enti eroganti piani di rientro percorribili. Parallelamente, per rimediare a sconquassi gestionali, spesso pure aggravati da tante conclamate sofferenze furono facilitate fusioni e incorporazioni bancarie, con assorbimenti completi delle poste attive e passive di bilancio e beneficiando degli avviamenti insiti nelle inglobate.

Una ulteriore nuova azione fu anche quella di creare ad hoc cartolarizzazioni di impieghi immobilizzati classificati a sofferenza (con ciò spostando le azioni di recupero verso società esterne, parallele o create allo scopo); dette operazioni, però, furono spesso realizzate assumendo valori di bilancio non sempre certificati ovvero adeguatamente rettificati circa le previsioni di perdita (realistiche percentuali di recupero). Con dette operazioni si differivano al futuro i margini di rientri e si ripuliva la bontà degli attivi, assicurando alle banche nuova liquidità e ai negoziatori delle complesse cartolarizzazioni lauti guadagni con rientri economici certi.

Tutto questo, in qualche modo, fece da corollario al mondo della finanza innovativa e il non assecondarla significava dichiararsi retrò, inadeguato e poco moderno. 

È da chiedersi quanta di questa spazzatura cartolarizzata venne pure inclusa nei fantasiosi e complessi strumenti derivati, offerti come prodotti sicuri ad una improbabile categoria di investitori.

In questo, con particolari poste di bilancio, anche lo Stato italiano ebbe a ricorrere a complesse coperture finanziarie, attuando sofisticati escamotages contabili di copertura (swaps e quant’altro) per stelirizzare/attenuare rischi.

In questi scenari, con una classe politica sempre più arrembante, spesso incompetente e sempre più invadente, sono però risultate inefficaci ed ambigue le nuove regole per la verifica dei “requisiti di professionalità, onorabilità e indipendenza degli esponenti aziendali”. L'avvento delle fondazioni bancarie, poi, affollate anche da politicanti di ritorno ha ulteriormente opacizzato i ruoli, non assicurando nell'operato neanche una adeguata trasparenza gestionale. In tutto questo non possono esser tenuti fuori da responsabilità, ciascuno per i propri specifici compiti, gli organismi istituzionali chiamati a legiferare e a vigilare sulla loro piena osservanza; e non ci si riferisce soltanto agli organi interni delle realtà economico-finanziarie (consiglieri, sindaci ed altri organismi di controllo) ma alle negligenze, alle sufficienze, alle miopie amministrative e alle “autoreferenzialità” di tutti quanti gli organismi istituzionali superiori (legislativi, governativi, della stessa Banca d’Italia, della Consob e compagnia dicendo).

Di questo scenario si sono ben presto raccolti e si raccolgono tuttora i frutti e in tutto ciò anche le regole comunitarie parametrate su livelli distanti dalle nostre realtà si sono rivelate insufficienti.

Del resto in Italia, come già accennato, in passato spesso era lo stesso sistema economico-finanziario che svolgeva il compito di ammortizzatore, assorbendo nel proprio interno le problematiche più gravi e le realtà economiche in default (anche se talvolta con l’aiuto di provvedimenti legislativi o di specifici interventi mirati); le nuove regole comunitarie applicate tout court, come la recente sciagurata e superficiale ratifica del “bail in” e non solo essa, hanno evidenziato le inevitabili inadeguatezze e comportato gravi sconquassi e squilibri nel mondo del credito e del risparmio “domestico” in particolare.

La carenza di analisi dell’attività di vigilanza scontava intanto il fatto di aver retrocesso (ponendola in subordine) l’attività ispettiva, attraverso una più vasta metodica di analisi cartolare prioritaria e d'indirizzo rivelatasi in molti casi insufficiente e intempestiva. Peraltro, già da qualche tempo e sempre più di frequente, risultanze ispettive chiare ed evidenti non producevano le conseguenze amministrative necessarie (leggi ad esempio la cronaca che racconta dei ripetuti rilievi contestati a conclusione di vari accertamenti agli esponenti della Popolare di Vicenza ed altri casi pressochè analoghi).

L'avvento di nuove regole comunitarie non hanno peraltro precluso trascuratezza e superficialità nella gestione delle tante richieste di ricapitalizzazioni bancarie (avvenute anche attraverso collocazioni di prestiti subordinati ad alto rischio a investitori impropri); così pure per i conclamati patologici aumenti di capitale attuati nelle banche popolari (realizzati attraverso diversi stratagemmi ultranoti alla vigilanza ispettiva) che hanno consentito di dopare i valori di mercato delle azioni e fatto si che pseudoinvestitori, esponenti, dirigenti e soggetti a latere non adeguatamente vigilati avessero illecite opportunità (come si suol dire dalle mie parti, di poter fare carne di porco dell’azionariato e degli attivi bancari).

A tal proposito, proprio per le Banche Popolari, i media riferiscono di ricapitalizzazioni "baciate" in atto già dal 2008 e realizzate attraverso vendite in quotaparte di pacchetti di azioni della stessa popolare erogante ai richiedenti i fidi; con ciò si aumentavano artificiosamente le valorizzazioni azionarie, facendone pure oggetto di speculazione intrinseca resa sicura a pochi e di una vasta serie inaudita di fidi clientelari concentrati e deliberati con metodi “familistici e/o consociativi” (a prescindere spesso da qualsiasi merito creditizio), mettendo così a rischio i patrimoni aziendali.

Più in generale poi, gettoni di presenza, rimborsi spese, fatturazioni di strane consulenze e sempre più spropositati compensi e bonus a menagers e dirigenti, associati alla gestione del credito anzidetta hanno fatto di un’ampia fascia delle banche italiane terra di conquista, mettendo in crisi quello che era una volta la declamata stabilità dell'intero sistema.

I casi del Montepaschi, Banco di Credito Fiorentino, Banca Popolare di Vicenza, Banca Etruria e così via dicendo sono oggi sotto gli occhi di tutti. Con essi, le malefatte dei relativi esponenti e beneficiati, da un lato, e le tristi vicende della massa di depositanti divenuti investitori  “a loro insaputa”, dall’altro, che sono rimasti defraudati dei loro risparmi. La magistratura chiamata in causa cerca di trovare responsabili e colpevoli in un quadro giuridico che registra continue depenalizzazioni di reati e sempre più repentine prescrizioni.

Attese le variegate peculiarità italiane, quindi, l’integrazione dell’Italia alle regole europee in tema di vigilanza bancaria sembrerebbe non aver giovato più di tanto.

Con l'aggravante che, secondo il principio di negare al libero mercato gli aiuti di stato, sono venute meno, alle istituzioni politiche nazionali (MEF, compresi gli organi istituzionali di controllo e gestione del credito), diversamente che in passato, le possibilità di attuare stratagemmi autonomi ed estemporanei per far fronte a specifiche crisi contingenti.

Da quasi dieci anni ho voltato pagina e abbandonato quello che per me era l'appassionante mondo delle banche. Immagino che dai miei tempi saranno state tante le innovazioni introdotte e che ciò avrà ristretto sempre più a pochi i criteri di analisi del credito e del risparmio. È anche vero che molte nuove intelligenze hanno affinato i prodotti e i sistemi di controllo. E' certo però un fatto e per entrambi i versanti contrapposti (sistema economico-finanziario ed organismi preposti alla vigilanza), che persistono tante falle e punti oscuri che non possono relegare a soli retaggi arcaici e storici i vecchi principi in economia della "sana e prudente gestione" ed i saggi criteri giurisprudenziali "del buon padre di famiglia".

In conclusione il Brexit britannico lo leggo oggi come quella vecchia canzone di Rabagliati che cantava  "...... è primavera, svegliatevi bambine .....". Ecco, io rivolgerei il canto ai governanti dei ventisette paesi rimasti ancora nell'Unione, auspicando un sano risveglio ed una pronta ripresa di coscenza.



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