"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che raccoglie i testi completi dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (se disponibili).

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mercoledì 22 novembre 2017

Frasi fatte, strafalcioni, insulti: così (male) parlano i politici per apparire ‘uno di voi’. “Di Maio, Renzi, Salvini? Figli di B” Frasi fatte, strafalcioni, insulti: così (male) parlano i politici per apparire ‘uno di voi’. “Di Maio, Renzi, Salvini? Figli di B”




Un vocabolario sempre più ristretto, discorsi fatti in parole davvero povere, con molte frasi fatte, motti alla moda, sfondoni, parolacce, formulette trite non da salotto ma da tinello tv. Un italiano grossolano, banale, elementare, quasi infantile che moltiplica parole vuote ma all’occorrenza anche gli strafalcioni. La crisi della politica sta dentro la crisi della sua lingua che cambia. Male. Di più: di male in peggio. Berlusconi, colui che come al solito tutto comprende, è stato solo l’inizio, ma in realtà alla fine è l’alfa e l’omega del nuovo idioma. Una noncuranza nei confronti delle regole delle scuole elementari, ma anche nei confronti dell’aderenza alla realtà e del senso delle proporzioni: è così che anche la grammatica è diventata populista, è così che dal politichese si è passati al politicoso. L’analisi è da disperarsi una volta di più e la mette nero su bianco il linguista Giuseppe Antonelli, in Volgare eloquenza (Collana Tempi nuovi di Laterza, 144 pagine, 14 euro). Un saggio essenziale, nel senso che toglie il superfluo: con una forma leggera, scorrevole, ironica, Antonelli dà un colpo secco al tavolo stile saloon dei western per scoprire le carte della lingua dei politici della Terza Repubblica. Carte che, nonostante i bluff, non sono esattamente quattro assi.
Il titolo del libro ribalta quello di un’opera (De vulgari eloquentia) con cui Dante certificava che ormai il volgare era “pronto” per sostituire il latino nell’uso corrente perché era “popolare”. Ora, spiega Antonelli, questo concetto è stato gualcito, fino ad uscirne accartocciato: “Oggi l’eloquenza di molti politici può essere definita volgare proprio a partire dall’uso distorto che fa della parola e del concetto di popolo”. Non più popolare, quindi. Semmai “nel momento stesso in cui si mitizza il popolo sovrano, lo si tratta in realtà come un popolo bue”. Ci si rivolge al popolo lisciandolo ma parlandogli come a un bambino abbassando sempre di più il livello. Con parole terra-terra, da poppante (vaffanculo, vergogna, basta, tutti a casa): “E’ uno schifo”, “è infame”, “siamo stufi” dice il leader della Lega Nord Matteo Salvini quasi ogni giorno quasi su ogni argomento, dalle pensioni alla difesa dell’olio pugliese. O viceversa con espressioni così universali da assomigliare alla pace nel mondo auspicata dalle concorrenti di Miss Italia (andiamo avanti!, verso il futuro, un futuro meraviglioso, pieno di sfide, sfide che vinceremo, ché siamo tantissimi). “Si può fare di più e meglio, facciamolo insieme – ha detto Matteo Renzi durante la direzione del Pd di dieci giorni fa – L’Italia ha bisogno di una comunità politica che abbia al centro il futuro dei figli”.
Dall’incomprensibile a quelli che parlano come (o mentre) mangiano - Così, il Paese si ritrova a pezzi anche davanti al vocabolario. I burocrati e i magistrati portano avanti la loro dittatura di chi scrive in modo incomprensibile, scambiandolo per aulico, convinti di farlo bene. Da legislatori i politici usano una lingua rigonfia e oscura, come fu per la riforma della Costituzione poi bocciata. Mentre da comunicatori, infine, gli stessi politici usano “un linguaggio elementare, fatto di battute e parole effimere“, parole che, “rimbalzate all’infinito, stanno paralizzando la politica”. Altro che mondo nuovo, dunque, altro che sol dell’avvenire, altro che piramide rovesciata, altro che post-politica: quella della classe politica è piuttosto una “veterolingua: rozza, semplicistica, aggressiva” che punta su emozioni, istinti, impulsi. L’obiettivo è uno: dare uno specchio all’elettore. Così “parlano come mangiano”, anche se a volte sembra che parlino e mangino nello stesso momento. “Dal ‘Votami perché parlo meglio (e dunque ne so di più) di te’ si è passati al ‘Votami perché parlo (male) come te’” chiude Antonelli.
Razzi, Salvini e Di Maio - Tutto è perdonato, su tutto si passa sopra, perché l’elettore si sente a casa. Mentre tutti si sentono intelligenti a canzonare il senatore Antonio Razzi – che vabbè, è Razzi – nessuno si scandalizza se il segretario della Lega Nord dice che “migrante” è un gerundio e “Nord” un avverbio. O se il vicepresidente della Camera dei Cinquestelle dice di avere alter ego in altri Paesi, quando nel frattempo ha un problema conclamato con il congiuntivo con il quale centrò il record con la triplice riscrittura di un tweet (per la cronaca erano sbagliati tutt’e tre). Il leader del Partito democratico fatica a finire un discorso senza un termine calcistico o una frase fatta (“Chi sbaglia, deve andare a casa” ha detto della Nazionale di calcio), quello del M5s senza una parolaccia o un insulto.
Una comoda verità - Ma il resto degli italiani non è meglio. Né peggio: secondo Tullio De Mauro – il teorico della lingua come democrazia – 8 su 10 hanno difficoltà a utilizzare quello che ricavano da un testo scritto, 7 su 10 hanno difficoltà abbastanza gravi nella comprensione, i 5 milioni di italiani hanno completa incapacità di lettura. Si chiamano analfabeti. Una volta a De Mauro hanno chiesto qual è la percentuale di italiani che capiscono discorsi politici o come funziona la politica. “Certamente inferiore al 30 per cento”, rispose lui. E chi “non possiede strumenti linguistici adeguati rimane un individuo a cittadinanza limitata” chiarisce Antonelli. De Mauro, d’altra parte, abbottonava l’analfabetismo di ritorno con i “molti spinti a votare più con la pancia che con la testa”. E tutto questo alla politica fa un gran comodo: “La valutazione di questi gruppi dirigenti – diceva sempre De Mauro – è che uno sviluppo adeguato dell’istruzione mette in crisi la loro stessa persistenza in posizioni di potere“. “Il falso in bilancio è tornato reato penale” scrivono i deputati del Pd orgogliosissimi in un tazebao digitale che fanno girare su Twitter e nessuno ha detto loro che un reato non penale non esiste.
I politici parlano come te (la “congiuntivite” vuol dire fiducia) - Così il circolo è viziosissimo. Da una parte tutto è perdonato perché non c’è capacità di sanzione per chi non ha strumenti. Dall’altra la deformazione della lingua della politica c’entra soprattutto con la psicologia, spiega Antonelli. Sbagliare un congiuntivo o parlare di un fatto storico scambiando il Venezuela per il Cile, usare metafore sciatte come derby, corner, catenaccio, zona Cesarini o parole da reality show o ancora buttare qua e là un po’ di turpiloquio “hanno la funzione di simulare schiettezza, sincerità, onestà“. Lo specchio: gli psicologi lo chiamano mirroring, rispecchiamento, cioè il ricalco. “L’imitazione – spiega Antonelli – crea empatia: copiare i gesti e gli atteggiamenti di una persona è un’ottima tecnica per guadagnare la sua fiducia. Per piacergli e dunque per convincerlo più facilmente“. L’analfabetismo, ha detto più volte De Mauro, è un instrumentum regni, cioè “un mezzo eccellente per attrarre e sedurre molte persone con corbellerie e mistificazioni. La conclusione è che questo fenomeno “nel migliore dei casi congela l’esistente; nel peggiore (quello che stiamo vivendo) innesca una corsa al ribasso” perché “alimenta il narcisismo dei destinatari, i quali – lusingati – preferiscono riflettersi che riflettere”. Non lo fanno solo Berlusconi, Salvini, Renzi o i grillini. Lo fa anche la sinistra, è successo per esempio con Nichi Vendola che – analizza Antonelli – mescolava paroloni e espressioni da comitato centrale (nella misura in cui) in modo da mettere in moto – con quello stile rococò – un “rispecchiamento di nicchia“, magari con il precariato intellettuale o il mondo della scuola.
Tutti i figli di Berlusconi - Ma dallo scivolamento verso lo sprofondo non si salva nessuno dei principali leader politici, nonostante tutti abbiamo promesso di incarnare il “nuovo” contro il “vecchio”. Renzi e i Cinquestelle, per come parlano, sono tutti figli dell’arcinemico, l’odiatissimo. E’ Berlusconi – il generalistissimo, lo chiama Antonelli – che in Italia ha completato prima di tutti l’adesione totale del linguaggio politico a quello televisivo e pubblicitario, lui che se ne intendeva, quando dall’altra parte c’era la noia della politica vestita come gli impiegati del catasto (Occhetto nel primo duello tv con Berlusconi, 1994). L’unica differenza, semmai, tra il linguaggio di allora e quello di oggi, secondo Antonelli, sta nell’insieme delle parole da scegliere: Berlusconi si riferiva al sogno di un futuro migliore, ma quel sogno non si è mai realizzato e la speranza si è trasformata in rabbia, se non in invidia sociale.
I social: condivisione dall’alto più che partecipazione dal basso - Un processo che ha messo l’acceleratore a paletta prima con i talk-show a ogni ora del giorno e di più con i social network che da sinonimo di partecipazione dal basso sono già ridotti a strumenti di condivisione di un messaggio dall’alto (la parola più frequente sulla bacheca di Beppe Grillo, secondo uno studio recente pubblicato da ilfatto.it, è “diffondete”). “Il linguaggio non-politico (anti-politico) dei Cinquestelle è figlio proprio di Berlusconi e della rivoluzione linguistica che ha segnato la cosiddetta seconda Repubblica” dice Antonelli. L’esito di un’involuzione, aggiunge il linguista, che ha trascinato la lingua dei politici “da una lingua artificialmente alta a una lingua altrettanto artificialmente bassa”. Sempre più giù. Fino alla continua ricerca della battuta fino alle barzellette di Berlusconi, fino all’estremo, fino all’insulto e alla volgarità gratuita. Prima lo sfottò era facoltà del giullare di corte, poi è finito scritto a penna sotto gli slogan dei manifesti (“La Dc ha vent’anni”, ed è già così puttana), ora tutto è ribaltato: il Vaffanculo day è l’anniversario della fondazione di un movimento.
Dai pensieri ai simboli (leggere o guardare le figure) - Così ci si ritrova ad ascoltare l’offerta politica “un linguaggio elementare, refrattario al ragionamento, che al logos preferisce i loghi. Un linguaggio infantile, che – rinunciando a interpretare la complessità del mondo – la semplifica in una serie di disegnini stilizzati”. Renzi dice di voler abbattere le ideologie, ma passa all’ideografia, cioè al pensiero dell’immagine. “Tutta la sua comunicazione è improntata a questa retorica ideografica, che procede accostando simboli diversi”. Nei suoi libri, ricorda Antonelli, cita Clint Eastwood, Josè Mourinho, Steve Jobs, Pierluigi Collina, usa termini calcistici, giochi di parole di grana grossa (il consunto “voti/veti” che dirà cento volte all’anno). “Renzi parla velocemente, correttamente, senza perdere mai il filo – scriveva Claudio Giunta in Essere #matteorenzi – Usa male le parole che tutti quanti oggi usano male”. L’altro giorno non ha risparmiato un commento dell’eliminazione dell’Italia dai Mondiali: “Il calcio in Italia è un’emozione fantastica“, “Non partecipare al Mondiale di Russia è una sberla enorme“, “Ripartiamo dai volontari dei settori giovanili e da chi crede nella magia di questo sport”. Il punto, sottolinea Antonelli, è “che parli o che scriva, Renzi non spiega: racconta”. Altro che partito della Nazione, “è il partito della narrazione”. La soluzione ci sarebbe, per tutti, secondo Antonelli: spostare il concetto di chiarezza dalla forma al contenuto: “Smettere di usare le parole senza le cose“. Prima il cosa e poi il come, prima l’analisi della realtà (tutta) e poi il modo giusto per dirla. “Significa abbandonare l’idea che la politica debba limitarsi a ripetere la vox populi“.
Specchio, servo delle mie brame - Dal politichese al politicoso, appunto. Visto che -oso indica abbondanza di qualcosa, ecco che politicoso è “un linguaggio elementare, fatto di battute e parole effimere“, “fatto di favole per adulti che affascinano chi si lascia affabulare”. E forse anche con il rischio dell’autoaffabulazione. Specchio, servo delle mie brame, chi è la più bella del reame? e quello le rispondeva che era lei, ma non era vero. La politica delle tifoserie – quella di questi anni – corre lo stesso pericolo: gli elettori di ciascuna area dicono al proprio leader che non c’è nessuno bello come lui, onesto come lui, convincente come lui, ganzo come lui. E così i leader – ma anche quelli un po’ meno leader – si sentono in diritto di parlare “a nome del popolo”: “Siamo noi il popolo sovrano e ne usciremo più forti che mai” gridava alla manifestazione anti-Rosatellum la deputata M5s Roberta Lombardi che tuttavia al momento è solo candidata alla presidenza della Regione Lazio. Piace così tanto intestarsi l’opinione del popolo che spesso – come fece Salvini nel 2015 insieme a CasaPound che ora aborre – i partiti organizzano le loro manifestazioni a piazza del Popolo. Che però, come si è spesso divertito a ricordare proprio De Mauro, è riferito alla chiesa vicina, è tradotto dal latino e soprattutto vuol dire pioppo. Da avere la maggioranza al Senato ad andare per boschi, insomma, per qualcuno può essere cosa di un attimo.


 

martedì 21 novembre 2017

Valencia 19 novembre 2017: in questa città ho concluso la mia quindicesima maratona.


Valencia 19 novembre 2017: in questa città ho concluso la mia quindicesima maratona. Dopo quattro anni di infortuni e problemi di ogni genere, domenica mattina ho nuovamente vissuto l'emozione della partenza in un fiume di gente che parte entusiasta verso una meta lontana. In una gelida mattina, riscaldata dagli abbracci di Franco, siamo partiti in un misto di tensione e gioia. Accecata da un fascio di luce ho visto Franco avviarsi più velocemente di me e scomparire tra la folla.
Si corre una maratona per tanti motivi diversi. Ognuno ha la sua personale motivazione, i propri obiettivi, il proprio risultato. Si corre per mettersi alla prova, per misurarsi con l'aria, la fatica, il tempo, il corpo. Si corre perché correre è vivere e, come durante la vita si affrontano prove difficili, così nella corsa si attraversano tante fasi: gioia ed entusiasmo, dolore fisico e mentale, sconforto e forza miracolosamente ritrovata.
Durante una maratona si fanno tanti incontri, proprio come nella vita. Ci si sostiene a vicenda, ci si chiama per nome. Volti che appaiono e scompaiono, gambe doloranti e affaticate davanti a te, piedi incerti sul terreno della nostra esistenza, idiomi e accenti diversi, sguardi e voci che ti aiutano ad andare avanti.
Città viva e accogliente Valencia, pronta a sostenerti durante la crisi per farti ritrovare una forza che pensavi di non avere più, perché senti solo dolore, fatica e nient'altro. Gente capace di inondarti d'affetto e calore così che i muscoli possano riprendere a funzionare, gli arti riscoprire il loro ruolo ed il tuo corpo rispondere ancora una volta.
Si corre per tanti motivi.... Nel 2009 a Praga ho corso per mio fratello Tony ed ancora adesso corro le maratone che lui non può più fare. Oggi corro per la mia Anastasia, per Marco, per Silvia e per Sara. Corro per questi giovani sperduti in un mondo che parla una lingua incomprensibile, corro perché riescano a trovare la propria strada.
Raggiungere un traguardo è importante, perché non bisogna mai arrendersi ed il coraggio e la forza d'animo devono sostenerci fino alla fine. Concludere una maratona è una conquista, comunque sia andata, perché durante la corsa della vita si è dato il massimo e questa certezza deve accompagnarci sempre.

Lucia Lo Bianco

 

mercoledì 15 novembre 2017

Se B. torna premier, capiremo chi siamo davvero noi italiani



Io coltivo un sogno per nulla irrealizzabile: che Silvio Berlusconi ridiventi presidente del Consiglio. Perché l’affermazione del “delinquente naturale” come capo del nostro Paese chiarirebbe, una volta per tutte, a noi stessi e forse anche all’Europa (forse, perché l’Italia sta infettando anche gli altri Stati del Vecchio Continente) che cosa siamo diventati noi italiani, oggi, che cos’è la nostra cosiddetta democrazia, oggi.
Perché Berlusconi rappresenta al meglio il peggio degli italiani. Lasciamo pur perdere che costui è stato condannato in via definitiva per un grave reato, la frode fiscale, che ad altri cittadini costerebbe conseguenze pesantissime e che invece Berlusconi ha scontato in modo ridicolo, irridente, insultante per chi in galera ci è andato sul serio. Lasciamo pur perdere le nove prescrizioni di cui questo soggetto ha goduto per reati ancora più gravi, che in due casi anche la Cassazione aveva accertato, come la corruzione di magistrati e di testimoni. Lasciamo pur perdere che ha tuttora dei processi in corso.
Ma concentriamoci su alcuni aspetti che non hanno a che fare strettamente col giuridico: la menzogna, la volgarità, la disumanità mascherata da calda umanità. Costui ha truffato, in combutta con Previti, una minorenne, Anna Maria Casati Stampa, orfana di padre e di madre morti in circostanze drammatiche, approfittando della sua età e del suo smarrimento. Fatti lontani dirà qualcuno, ma che dicono di che pasta sia fatto l’uomo fin dall’inizio della sua formidabile carriera imprenditoriale e politica. E infatti questa spietatezza, priva di ogni scrupolo, si è puntualmente ripetuta di recente quando Berlusconi, premier, con abili maneggi, è riuscito a mandare una minorenne psicolabile, contro la volontà dell’unico soggetto legittimato a decidere sul caso, il pm dei minori Annamaria Fiorillo, là dove non doveva proprio andare: fra le braccia di una prostituta ufficiale.
La volgarità. Qualcuno ricorderà, forse, quello schioccar di dita in televisione con cui intendeva dire, umiliandoci tutti, che in quel solo attimo lui guadagnava quanto nessun lavoratore onesto avrebbe mai guadagnato in mille vite. Oppure le corna fatte alle spalle del ministro degli Esteri spagnolo in un importante consesso internazionale o il goffo e goliardico tentativo di avvicinare le teste di Putin e di Bush in un altro importante convegno internazionale o anche l’epiteto di nazista appioppato al deputato socialdemocratico tedesco Martin Schulz che ci rese ridicoli davanti al mondo intero o ancora la “culona inchiavabile” rifilato ad Angela Merkel. E fermiamoci qui per carità di Patria, ammesso che il nome di Patria possa avere ancora un senso in questo Paese. Questa volgarità non è precipua di Berlusconi, noi italiani siamo Berlusconi. La volgarità la vediamo dilagare nelle nostre strade, nella nostra cultura, nella nostra televisione, nel nostro giornalismo.
La menzogna. Infinite sono le promesse non mantenute da Berlusconi nel quasi quarto di secolo in cui è stato, di volta in volta, premier o capo dell’opposizione. Ma in questo non si differenzia da moltissimi altri politici italiani. Sfido chiunque ad affermare che l’Italia è migliorata di un ette, economicamente, dal 1994, anno in cui Berlusconi divenne per la prima volta premier, al 2008 (dopo il 2008 intervengono variabili internazionali a cui nessuno avrebbe potuto porre rimedio, ci provò il disprezzatissimo Mario Monti, che politico non era, cui fu affidato il lavoro sporco).
L’Italia calcistica, se batterà la Svezia, andrà ai Mondiali e potrebbe anche vincerli. Ma l’Italia nel suo complesso un campionato mondiale lo ha già vinto con ampio margine: quello della distruzione etica di un Paese e di una comunità. Proponiamo che questa specialità sia introdotta, insieme alle gare con le slot machine, nel programma delle prossime Olimpiadi di Tokyo.


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Caro Massimo Fini,
Nel suo pezzo di ieri accenna a una truffa di B.ai danni di una minore, Annamaria Casati Stampa orfana dei genitori deceduti in modo drammatico, senza fornire qualche informazione sul tipo di truffa fra le innumerevoli del Nostro.
Potrebbe precisare un po' o non si può per ragioni deontologiche?
Campanini M.

La truffa di Berlusconi e Previti ad Annamaria Casati Stampa è stata raccontata da Giovanni Ruggeri nel libro Berlusconi. Gli affari del Presidente (Kaos Edizioni, 1994) e da me in tre successivi articoli sull'Indipendente. Solo dopo le mie ripetute insistenze Previti (e non Berlusconi) si decise a querelare Ruggeri e me. Entrambi siamo stati assolti .
La truffa, o meglio le truffe, consistevano in questo. La Casati Stampa, minorenne, era rimasta orfana di entrambi i genitori morti per una tragedia a sfondo sessuale. Purtroppo per lei aveva come protutore Previti già in combutta con Berlusconi attraverso la società Idra. Previti vendette a Berlusconi la villa di Arcore con annesso parco per la cifra ridicola di 500 milioni (solo i luini della villa valevano tre volte tanto). Prima che fosse regolarizzata la permuta, e quindi che Berlusconi avesse pagato, l’allora Cavaliere si installò nella villa di Arcore con Dell’Utri e il noto mafioso Mangano. Salderà solo ad anni di distanza, mentre la Casati continuerà a pagarci le tasse.
Ma ancora più incredibile è la seconda truffa. I Casati Stampa a Cusago possedevano un vastissimo territorio pari a 246 ettari. Previti vendette queste proprietà a Berlusconi per la cifra ancora più ridicola di 1miliardo e 700milioni. Ma le pagò con azioni di società di Berlusconi non quotate in borsa e dal valore molto dubbio. Quando la Casati Stampa cercò di realizzare vendendo queste azioni non trovò nessuno disposto a comprarle. Allora arrivarono, soccorrevoli, il Gatto e la Volpe dicendole: le ricompriamo noi. Ma a metà prezzo: 800milioni.


domenica 12 novembre 2017

Non solo il vento ma anche delle piccole pietre potranno smuovere acque stagnanti



 


Convenzioni culturali che accomunano cicliche generazioni variano secondo i tempi, si evolvono e si involvono seguendo i corsi ed il mutare  delle regole di convivenza che nuovi uomini cambiano di conseguenza.
In un sistema anarchico ciascuno troverebbe legittimo e ideale il proprio modo di vivere, senza regole che obblighino neanche a rispetto di limiti posti a salvaguardia dell’altrui pensiero. In un contesto organizzato convenzioni innovate e paletti sono indispensabili per delimitare i confini posti a tutela, per garantire a tutti una convivenza associativa.
Se dovessi sintetizzare il senso dei commenti suscitati dal mio ultimoscritto sulla fotografia direi: “mi meraviglio che tu ti meravigli, anche perché nella competizione fine a se stessa c’è molto narcisismo e spesso solo voglia di affermarsi …… sono proprio pochi i casi che si caratterizzano con l’intento di condividere per comunicare”. 
Quanto da me sollevato non sono proteste velleitarie ma delle considerazioni ...... per questo ho voluto argomentare producendo fatti concreti e dopo aver precedentemente concettualizzato e messo in conto ogni possibilità e discrezionalità. 
Per quanto mi riguarda, le reazioni registrate mi sono comunque tornate utili, in quanto mi hanno consentito di scoprire che tanti altri hanno vissuto in passato queste questioni e che tanti altri saranno destinati a scoprirle in futuro.
Qualcuno ha evidenziato che, grazie alla comunicazione resa più facile dal web, oggi si ha la possibilità di discutere di queste cose coinvolgendo una ampia platea; in passato, chi si è imbattuto in esclusioni “arbitrarie” ha, in solitudine, dovuto farsene una ragione.
In qualche caso qualcuno, a distanza di tempo, ancor oggi non riesce a trovare una razionale spiegazione.
Taluni anestetizzano il problema, scartando ogni possibilità che induca a competere; equivocando sulla natura stessa del competere che costituisce di per sé una occasione di confronto e di crescita comune. Ma, perché il confronto corrisponda a crescita, occorre che siano convenute regole improntate alla trasparenza, ovvero che siano palesati i valori e le caratteristiche premianti in ogni competizione.
Come ho avuto modo di precisare il mio precedente scritto intendeva accendere un cono di luce proprio su questi aspetti, rendere cioè chiare e leggibili per tutti le motivazioni sottostanti ai giudizi e che possano giustificare qualunque risultato.
Si dirà il mondo è bello perché è vario e differenti modi di vedere possono anche trovare giustificazione e supporto legittimo, ma occorre offrire un minimo di garanzie rendendo chiare convinzioni maturate che adducono ai criteri selettivi propedeutici alle scelte premianti.
Questo che potrà apparire anche un panegirico potrà essere valutato eccessivo ma le discussione sono sempre state una costante “sempreverde” in ogni forma associativa.
Tutti i fenomeni sociali che ci toccano sono sempre stati influenzati dagli uomini del tempo e dalle regole sociali via via attuate, ma in tutti i casi è sempre necessitato almeno uno “statuto”.
A completamento dell’articolo rimando ai commenti postati sul blog e agli stralci di quattro altre utili considerazioni ricevute in forma privata, che ritengo siano meritevoli di essere lette.
Infine, al di la di ogni conclusione che ciascuno potrà facilmente trovare e fare propria, l’avere buttato una ennesima piccola pietra nell’acqua di un ampio mare mi soddisfa. Solo con il vento o con simili gesti si potranno muovere eventuali acque stagnanti.
Per il futuro, almeno per quanto mi riguarda, magari davanti a eventuali solleciti per  partecipare a concorsi accennerò a un sorriso ripensando al classico motto di ripelica del mitico Totò, che ironicamente rispondeva: "Ma mi faccia il piacere!".
Per chi avesse curiosità informo che sono stati intanto ufficializzati i risultati finali e pubblicate sul sito dell'UIF le sole 83 immagini risultate premiate e segnalate nelle tre competizioni che componevano il "Circuito" su cui ho disquisito. Nel caso, scorrendo i pdf che elencano i risultati di dettaglio si avrà già modo di scoprire, udite udite, ben quattro casi di foto classificate prima o seconda in un concorso (Gold o Silver) che non riusultano neanche ammesse negli altri due; ciò è di fatto la prova provata di incongruenze intrinseche nei metodi/risultati nello stesso "Circuito Ponente Ligure" ovvero la dimostrazione lampante di tutto quanto ho voluto evidenziare nei miei articolati interventi scritti.
Buona luce a tutti.

© Essec 


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“Letto.... riletto ed anche riletto "giudici e giurie". …… Le Tue Opere sono molto belle e significative; poi, con le didascalie aiutano il fruitore (me) a "leggerle" meglio. Vorrei vedere le Opere vincitrici, selezionate ed ammesse per capire meglio.... Certo è un concorso internazionale con molti iscritti ed è anche FIAF (che mi porta a confermare le Tue supposizioni....... Proprio per l'internazionalità, forse, il livello si alza ed allora riporto un pezzo dal Tuo blog : " molto dipende anche dalle tecniche attuate in sede selettiva, ancor di più dal numero e dalla media qualitativa delle opere presentate, ...."Ripeto, desidero vedere le opere vincitrici ecc. per esprimere una modestissima opinione.”
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Faccio una considerazione NON strettamente legata alle TUE fotografie (quindi "im-pertinente”). Premesso che la tua produzione è quasi tutta valida e che mi piace, provo a mettermi nei panni di chi non le ha ritenute meritevoli. Tra tante fotografie di elevata qualità tecnica avranno preferito le più efficaci dal punto di vista estetico, anche quelle che, forse, sono ottenute ricorrendo a particolari di sicuro e immediato effetto (riflessi, colori, glamour, silhouette ...) ed hanno penalizzato ingiustamente i contenuti ed il significativo messaggio trasmesso dalle altre immagini. E così hanno voluto anche semplificare la lettura al pubblico meno preparato. Le gare prevedono anche i sorpassi e il carburante special per questo non è sempre vero che vince il migliore. Ti suggerisco di non polemizzare e non  essere competitivo. Racconta, piuttosto, le esperienze personali, il bagaglio tecnico e l'attrezzatura che hai usato per realizzare le foto più  improbabili. Il famoso "Manuale illustrato Clemente teorico-pratico".
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“Che dirti? La fotografia sta sempre bene in salute; i fotografi un pò meno; anzi, decisamente male. La realtà cambia con velocità di tempo e di senso maggiore di loro strumenti;  e, se ci tocca ricorrere ai loro intelletti, ci accorgiamo spesso che sono servi del benedetto denaro (nei casi migliori). Io, ……, non cerco riconoscimenti di alcun genere e come quel tale (J. Schmid) mi sono proposto di non vedere altre fotografie se non dopo avere  esaurito la visione di tutte le fotografie realizzate in tutto il pianeta e solo in era analogica. Ho, pertanto,  un grande avvenire dietro alle spalle: devo, però, liberarmi della presunzione - caratteristica di noi siciliani- , della vanità che ogni giorno vedo, per fortuna,  mortificata da nuovi pensieri che tanta gente (a cominciare dalla tua persona) sa esprimere con maggiore  opportunità ed intelligenza, e dal desiderio esistenziale che mi spinge, spes contra spem, a chiedervi di non smettere di fotografare (proprio così). Lo sfogo  finisce qui: io mi ritiro tra i miei libri e tra le mie meditazioni affidando la conoscenza, per chi interessa, del mio modestissimo pensiero alla vecchia carta stampata (v. Gente di fotografia, Fotoit, Riflessioni, Rivista di Studi di Storia della fotografia, Arabeschi Università di Catania), non accordando la minima fiducia alla gratuità e alla spettacolarità del web. Agli amanti della fotografia siciliana confesso di non avvertire nessuna necessità di confronto, ma solo il sincero desiderio di dialogo e conoscere e imparare, sempre e nuovamente, qualcosa dell’immagine della vita. Niente, a mio avviso,  cura la vita meglio della vita.” 
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“Comunque è sempre così. Dipende dalle giurie, dalla loro cultura, dai loro trascorsi di vita e poi dalle altre immagini a concorso. Ma possibile pure (ed al 70% è sempre così) che quando riceverai il catalogo non sarai d'accordo con la giuria sulle foto ammesse, le premiate di solito sono molto superiori alla norma e quindi vanno bene.” 
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giovedì 9 novembre 2017

Quando i risultati non corrispondono per nulla alle aspettative



Con questo scritto voglio addentrarmi in campi ampiamente dibattuti, che suscitano spesso argomentazioni controverse dove alla fine ciascuno rimane sostanzialmente sulla propria posizione.
Per fare questo devo introdurre una premessa che esemplifichi in maniera plastica una casistica vera, e perciò elenco otto foto con brevi didascalie esplicative riguardo ai contenuti.

Titolo della foto “WhatsApp”. Al di là della composizione grafica, l’azione. Il soggetto appare assorto in un mare oceanico e non vede realtà rappresentate nei quadri esposti  divisi da un muro.

Titolo della foto “Luci e ombre”. Rappresenta la sagoma di un bimbo che sembra contemplare un libro e che voglia ascendere verso un’ombra mistica stagliata in un muro di un’architettura moderna.

Titolo: “Religione & Business”. La composizione prospettica che sublima il significato del cristo crocifisso contrasta con la scritta a latere che caratterizza il pragmatismo reale del mondo cattolico: “Chi accende le candele deve lasciare un’offerta adeguata”.
  
Titolo: “Cartier-Bresson 2017”. L’immagine si ispira ai classici salti immortalati da Henri Cartier-Bresson; felicemente colti e poi ricercati o forse anche costruiti quelli più complessi realizzati successivamente al primo. A prescindere dal pretesto ispiratore bressoniano l’immagine, con le complesse convergenze verso un unico punto indirizzato da una luce, vuole rappresentare concetti esistenziali sempreverdi.


Titolo: “Cretto: La creazione”. La composizione proposta costituisce uno dei rari casi d’incontro fra la Street Art e la Land Art. Realizzata a Gibellina, il murales di “Julieta” evidenzia un distacco di frammenti che, volando, attraversano la  finestra per andare a costituire gli elementi del sudario “Cretto di Burri”.


Titolo: “Torno subito”. La foto, scattata a Mazara del Vallo gioca fra scritti e immagine. Le due scritte “torno subito” e “non chiediamo acrobazie” enfatizzano oltremodo la ricerca di Denise Pipitone, la bambina scomparsa alcuni anni fa e sempre presente nella attesa di un ritorno da parte dei cittadini mazaresi.

Titolo: “Terza età”. Apparentemente banale l’immagine vuole rappresentare una finestra protetta da inferriate, con ante che si aprono verso l’interno e che inquadrano una persona anziana in penombra, intenta a pranzare in assoluta solitudine …… anzi in compagnia di un ospite virtuale costituito dalla immagine che appare in televisione e posta a capotavola.

Dulcis in fundo “Foto Ricordo”. Una immagine che intende rappresentare l’importanza dei valori e del ricordo. I due giovani intenti a fotografare con il loro cellulare il murales realizzato per “non dimenticare” costituiscono esempio di continuità di personaggi e messaggi consegnati alla storia.

Ora veniamo al punto. Queste otto mie immagini sono state proposte al “circuito Ponente Ligure” che si articola in tre Concorsi fotografici coordinati (cfr. statistiche). Otto fotografie presentate per concorrere in tre concorsi significa che per ciascuna ci sarebbe stata almeno una possibilità su ventiquattro di essere scelta. Di fatto, nessuna di esse è risultata solo ammessa.
Questo articolo non vuole essere polemico ma vuole indurre a riflettere e a rileggere con attenzione un mio precedente scritto “https://angolinodelfotoamatore.blogspot.it/2017/07/fotografia-giurie-giurati-concorsi-e.html”. Del resto, l’avere esposto una mia esperienza diretta, consente ad altri di verificare l’essenza del mio scritto e se del caso, trarne le conseguenze.
Per inciso, la fotografia in B/N intitolata "Cretto: La creazione" ha vinto il primo premio quest'anno ad Anghiari e nel Circuito non ha neanche superato la soglia minima di ammissione. Il tutto mi induce ad attendere con curiosità il volume della manifestazione che andrà in stampa e che andrò a ricevere.

Buona luce a tutti.

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Un'immagine, un racconto (libro fotografico on line)

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)

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