Il presente blog costituisce un almanacco nato per raccogliere i testi completi (ed annesse fotografie e video) dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (solo se disponibili).

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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sabato 28 gennaio 2017

Qualcuno (oltre a monsignor Galantino) dica a Matteo Renzi che l’uomo forte non è lui




E’ stata tipicamente “bergogliana” la sferzata di mons. Galantino alla classe politica italiana incapace di impegnarsi in un normale confronto parlamentare per correggere una legge elettorale nata male. Bergogliana, nel senso che il pontefice ritiene da sempre – anche prima di essere eletto – che la gerarchia ecclesiastica non debba mettersi a fare politica partitica, ma ciò non significa rinunciare a parlare chiaro di fronte a gravi storture sociali, politiche o morali.

Che la magistratura debba sostituirsi al legislatore “è normale?”, si è chiesto il segretario della Cei. No, non è normale. Come non è normale – bisogna aggiungere – che la Corte Costituzionale  nel bocciare e correggere l’Italicum abbia lasciato in piedi la vergogna dei capilista bloccati e delle candidature plurime. Meccanismi confliggenti, a ben vedere, con l’articolo 48 della Costituzione, che assicura la libertà del voto: non solo nel senso che nessuno deve guidare la mia mano mentre traccio la crocetta sulla scheda, ma che devo poter indicare liberamente chi intendo sia eletto. Non è così con i capilista bloccati. E meno che mai con le pluricandidature, dove la mia indicazione di voto verrà gettata nel calderone di un sorteggio. Una vergogna.

Nel frattempo si è scoperto che i partiti del “voto subito e comunque”, estendendo al Senato la legge elettorale risultante dall’ibrido tra il progetto Renzi e la sentenza della Corte Costituzionale, si troverebbero nelle urne un risultato che non darebbe alcun governo stabile nemmeno con le coalizioni Pd-Forza Italia o Cinque Stelle e Lega/Fratelli d’Italia.

Un ulteriore schiaffo ai partiti presenti in Parlamento, persistentemente incapaci di sedersi seriamente ad un tavolo con spirito di responsabilità nazionale.


Questo avvilupparsi delle forze politiche in tatticismi puerili, sognando le elezioni come “rivincita e diversivo” (copyright Galantino), finirà per aprire la strada in Italia all’avvento di un “uomo forte”? La domanda non è peregrina alla luce del sondaggio Demos&Pi illustrato pochi giorni fa su Repubblica da Ilvo Diamanti. I dati sono netti. I giovani sono a favore di una guida del Pese affidata a un “uomo forte”. L’83 per cento dei molto giovani (tra i 18 e 29 anni) e l’82 pc della generazione fra i 30 e i 44 anni (e comunque tutte le altre fasce d’età concordano con valori che oscillano tra il 73 e il 79 pc).

E tuttavia l’analisi deve essere più sofisticata. In mezzo c’è il referendum. Un rasoio di Occam, che ha mostrato crudamente chi aveva intuito il polso del Paese e chi no. Ha avuto ragione l’ex premier Monti e non l’ex premier Prodi. Ha colto il senso dei tempi Ferruccio De Bortoli e non Eugenio Scalfari. Ha visto giusto il mite Zagrebelsky più del mite Pisapia.

In quel referendum, i cui risultati troppi si affrettano a rimuovere, l’80 per cento dei giovani ha coniugato compattamente la difesa della Costituzione con la protesta per un disagio sociale a cui il governo Renzi  in tre anni non ha saputo opporre nessuna politica efficace. Non è un mistero che Renzi si illuda di essere lui il leader decisionista a cui possano guardare le giovani generazioni. I suoi fan sono convinti che il 40 per cento dei voti referendari siano roba sua. Se lui ci crede, si sbaglia clamorosamente. In ogni caso è patetico il suo rifiuto di analizzare seriamente il significato del voto referendario. Ancora l’altro ieri sul suo blog ha ripetuto che “con le riforme, volevamo un paese più semplice e più forte”, lasciando intendere che la colpa sia degli elettori che non hanno capito.

Invece il 4 dicembre i giovani hanno scelto con oculatezza. Guai a considerarli stupidi arrabbiati. L’80 per cento degli italiani assetati di futuro ha votato massicciamente contro una riforma costituzionale pasticciata, contro una legge elettorale incostituzionale, contro un governo inadeguato rispetto ai nodi cruciali, della povertà, della disoccupazione, della dignità di chi lavora.

Renzi si illude. Quando i giovani italiani guardano i telegiornali e vedono i terremotati privi delle casette di legno promesse solennemente per Natale, è a lui che pensano: al suo decisionismo vuoto. Alla retorica da imbonitore e capetto arrogante.

Quei giovani, che nel sondaggio Demos aspirano ad una leadership forte, non la identificano più – a differenza, forse, delle elezioni europee del 2014 – nel rottamatore così evidentemente attaccato alla poltrona di premier da volerla rioccupare disperatamente il più presto possibile. Matteo dal 2015 ha perso in crescendo nelle due tornata di amministrative e regionali: un milione di voti solo nel 2016. Poi la disfatta nel referendum. L’uomo forte, che (dicono) potrebbe far sognare, non è lui. Ci pensi. E ci pensi il Pd, che con Renzi ha ormai un allontana voti.


Vale la pena di piluccare ancora una citazione dell’apartitico monsignor Galantino, secondo cui gli italiani hanno bisogno di “risposte concrete alle domande drammatiche” della nostra società. Non serve né il populismo delle opposizioni né meno che mai il populismo di palazzo, di cui Renzi è stato il giocoliere.


martedì 24 gennaio 2017

Magma - Romanzo di Cristiano De Scisciolo




Prendendo a prestito il titolo di un celebre libro di Paolo Giordano, la solitudine dei numeri primi, che ha ispirato l’omonimo film di successo diretto da Saverio Costanzo, osservo come Magma, di Cristiano De Scisciolo, evidenzi e sottolinei senza alcun dubbio  l’importanza assoluta di un’opera prima. 

Opere prime spesso aprono la strada a narrazioni che si succedono in un crescendo di scritti o possono rimanere, come molto più spesso accade, uniche perché, assolto il loro compito - disintossicante - consentono di continuare o ricominciare quell’esistenza normale e rilassata che a noi è più consona. 

L’importanza del potere terapeutico e liberatorio della scrittura è del resto un fenomeno acclarato; così come ogni manifestazione artistica che ci accompagna nel quotidiano; e ciò, al di là del fatto che possa costituire semplice diletto o, per i pochi predestinati, un’attività primaria della propria esistenza. 

Nel merito, il romanzo di De Scisciolo, risulta denso e complesso. Con un miscuglio di sentimentalismi e cinismo, in Magma l’autore sviluppa una trama ricca ed avvincente. 

Il protagonista, coinvolto suo malgrado nella grande guerra, matura drastiche esperienze che lo portano a rivedere e stravolgere ogni valore esistenziale. Il ritorno alla quotidianità normale di reduce, lo induce in breve a rinnegare la famiglia e tutto il mondo che essa rappresenta. Scelte di vita estreme generano un modello esistenziale nichilista, dedito all’utilità assoluta ed egocentrica. Un imprevedibile amore per una donna che riscatta e porta fuori dall’inferno, la casualità beffarda del destino che ritorna, l’ennesima fuga dal mondo che lo porta a trovare oltreoceano nuove umanità e positività accoglienti, costituiscono i capisaldi dell’intera narrazione. Un esito che congiunge il punto di inizio e fine, accompagna un succedersi di eventi ed avventure. Continui mutamenti dei luoghi e un’ostentata ricchezza clandestina, infine, induce a riflettere su quante sono nel mondo reale le opacità che accompagnano uomini dalle ricchezze riconosciute. 

In Magma, edito nel 2014 da Ti Pubblica, il fitto ed intriso racconto assorbe nella lettura e, con il suo contenuto pedagogico, induce a riflettere sulle complessità dell’esistenza umana. 

Storia, valori, scelte meditate, impreviste e imprevedibili, luoghi e modi di vivere assolutamente diversi risultano romanzati con abile maestria e con elegante scrittura. 

Altro non aggiungo, se non l’invito ad acquistarne una copia.

Essec

giovedì 19 gennaio 2017

Le novità nascoste dell'industria finanziaria italiana




Le crisi delle banche del territorio, gli sviluppi della tecnologia, la crescita di operatori specializzati e alcune innovazioni regolamentari stanno producendo fenomeni nuovi nel sistema finanziario italiano: deflussi di depositi, disintermediazione bancaria e riscoperta del contante nelle cassette di sicurezza.



I gravi casi di crisi della banca del territorio si stanno manifestando anche tramite deflussi di depositi che si indirizzano verso altri operatori o perché ritenuti più solidi o perché in grado di offrire servizi più evoluti e/o a costi più bassi. 

Tra i primi vi sono le maggiori entità del sistema bancario italiano, tra i secondi le banche reti, a caccia di risparmio da gestire. Si cominciano a osservare anche forme di disintermediazione bancaria, soprattutto in ragione della, seppure ancora lenta, crescita delle piattaforme di prestito diretto.

E il fenomeno del contante conservato nelle cassette di sicurezza ha assunto rilevanza tale da attirare l'attenzione del Governo alla ricerca di nuovi mezzi di contrasto alla illegalità e di fonti aggiuntive di introito fiscale.

Il fenomeno della disintermediazione bancaria tradizionale deve far riflettere sulle possibili trasformazioni delle modalità di produzione e distribuzione delle attività tipiche del retail banking, cioè dei mutui, dei finanziamenti alle pmi, del credito al consumo, della gestione del risparmio familiare e dei servizi di pagamento.

Questa prospettiva, ancorché agli esordi, è sostenuta dal nuovo rapporto tra finanza e tecnologia, che favorisce anche le opportunità di sviluppo degli intermediari finanziari specializzati, diversi dalle banche, tramite nuovi processi "remotizzati", che la tecnologia mette a disposizione.

In Italia, si è compiuta di recente, nei confronti di questo segmento una profonda revisione regolamentare, mediante la nascita di un nuovo albo di operatori di cui all'art.106 del Testo Unico Bancario e l'introduzione di modalità di vigilanza più severe. 

Gli operatori interessati appartengono alle categorie dei confidi, degli intermediari finanziari di credito (prestiti al consumo, cessione del quinto, rilascio di garanzie) e delle società fiduciarie (intestazione di patrimoni).

Completano il quadro delle innovazioni normative le modifiche introdotte, anch'esse di recente, relativamente ai mediatori creditizi e agli agenti in attività finanziaria (Albo OAM), quelle riguardanti gli istituti di pagamento e di moneta elettronica, ai sensi della nuova direttiva europea sui servizi di pagamento e quelle sul microcredito, mentre sono da considerare normativamente mature le modalità di ingresso e di uscita dal mercato di SIM e SGR. 

Una volta reso più affidabile per il consumatore l'intero comparto, è senza dubbio da auspicare un aumento nell'offerta di prodotti, ma bisogna avere presenti fin dal principio alcune condizioni che possono realmente segnare la differenza rispetto ad un passato che ha sempre guardato con maggiore fiducia alle banche.

È pur vero che le banche hanno la possibilità di operare a tutto tondo nell'intermediazione creditizia, finanziaria e connessi servizi, ma è altrettanto vero che questi operatori, in ragione dei rischi specifici della categoria di appartenenza, hanno costi di regolamentazione minori.

Essi possono quindi contribuire a soddisfare i fabbisogni finanziari di imprese e famiglie con attitudine crescente, modalità innovative e trasparenza verso il consumatore, sviluppando nuovi modelli di business.

Un tema finora poco indagato è quello delle relazioni che possono instaurarsi tra intermediari non bancari specializzati, in specie tra quelli non appartenenti a gruppi bancari, per potenziare l'offerta al mercato.

Il requisito mancante a confidi, finanziarie di credito e SIM attiene essenzialmente ai servizi di natura monetaria, per erogare finanziamenti, incassare rate, compiere altre transazioni monetarie, fino a far confluire risorse verso prodotti di wealth management, senza sconfinare nella abusiva raccolta di risparmio, rimasta prerogativa assoluta delle banche.

I servizi di pagamento appaiono come il vero fattore abilitante di qualsiasi innovazione nel campo finanziario e del commercio, tramite i quali queste esigenze possono oggi essere soddisfatte.

La loro entrata istituzionale sul mercato ha definitivamente interrotto il monopolio del conto corrente per regolare qualsiasi tipo di transazione monetaria, creando opportunità per una maggiore indipendenza operativa dalle banche e per soluzioni più convenienti in termini di costi per la clientela.

Più in particolare, le policy per scoraggiare l'uso del contante, la progressiva perdita di peso degli assegni, l'azzeramento degli interessi sui rapporti bancari a vista e il bisogno di maggiore trasparenza in termini di prezzi e condizioni fanno emergere i vantaggi del conto di pagamento, strumento europeo, che può essere collocato anche da payment institutions (istituti di pagamento e istituti di moneta elettronica).

Nelle versioni più evolute, esso consente di compiere tutti i tipi di incassi e pagamenti elettronici, nel pieno rispetto degli standard Sepa e di essere mobilizzato tramite carte di circuiti privativi e internazionali, piattaforme di internet banking e telefonia mobile. Permette inoltre politiche di prezzo molto più trasparenti a vantaggio del consumatore e incentivi quali il cash back o il value back ed é pressoché esente dalla imposta di bollo.

Le modalità per gestire queste relazioni di partnership tra intermediari non bancari specializzati possono essere d'ordine contrattuale, anche multilaterale, attraverso il ricorso al cosiddetto contratto di rete, il quale, introdotto nell'ordinamento italiano nel 2009, mira ad incentivare tanto la capacità innovativa quanto l'efficienza delle imprese aderenti.

Il contratto di rete si presta, per sua natura a sviluppare profili di complementarietà, consentendo di realizzare forme di collaborazione orizzontale, nel rispetto dell'autonomia imprenditoriale di ciascun intermediario, per gestire in comune attività tra loro non competitive, da offrire in modalità congiunta, perseguendo nel contempo obiettivi di efficienza operativa, mediante scelte comuni in materia di servizi informatici e professionali, selezione e formazione del personale, gestione delle reti distributive.

Altri esempi di collaborazione sono facilmente ipotizzabili nei riguardi delle nascenti piattaforme di prestito diretto, di crowdfunding e di commercio elettronico.

La valenza di un contratto di rete così articolato è soprattutto di natura strategica, perché presuppone che da esso scaturisca un progetto comune volto a gestire un quid novi per le aziende promotrici e per il mercato, fino a rappresentare un'effettiva alternativa alle modalità del più tradizionale banking.

Questo modello di business, nuovo per il mercato italiano degli intermediari non bancari, avrebbe la possibilità di generare un minimo di scala produttiva, ma soprattutto di creare economie di scopo, essenziali per la sopravvivenza di soggetti di non grandi dimensioni, riconfigurando un'offerta meno dispersa dell'attuale.

Tra le novità va considerata la prospettiva di avviare e far crescere le cosiddette Smart communities, nelle quali la valorizzazione di una pluralità di servizi digitali per il cittadino muove dalla fruibilità di quelli finanziari e di pagamento, i quali richiedono anche ricerca e sperimentazione per far crescere la competitività.

Ma quale sono le recenti vicende di un'industria dei pagamenti ai suoi albori? 

Dobbiamo purtroppo segnalare alcuni fattori negativi quali la frammentazione degli operatori e la concentrazione in attività che non aiutano la diffusione dei pagamenti elettronici di standard europeo, come ci mostrano le impietose statistiche della Bce, che continuano a classificarci agli ultimi posti tra i paesi europei. Mentre in termini di Pil pesiamo per circa il 12% del totale, nei pagamenti Sepa diversi dal contante oscilliamo intorno ad una quota del 4% delle transazioni che si effettuano annualmente nella UE, pari a oltre 110 mld.

Gli istituti di pagamento e quelli di moneta elettronica sono al momento una settantina; di questi la maggior parte è autorizzata ad operare nelle rimesse degli emigranti, mentre un altro buon numero si occupa di bollettini postali, sui quali proprio in questi giorni vediamo l'azione di riaccentramento di Poste Italiane, con massicce campagne pubblicitarie.

Entrambi i citati strumenti di pagamento non sono Sepa compliant, al contrario delle carte di pagamento, dei bonifici (Sepa Credit Transfer) e degli addebiti diretti (Sepa Direct Debit) e sono anche più costosi.

Inoltre un terzo tra IP e IMEL ha la propria sede nei paesi anglosassoni, dai quali operano tramite la licenza europea senza strutture di insediamento nel nostro paese, con vantaggi competitivi non secondari.

Le operazioni con carte di credito e di debito mantengono poi un ritmo di sviluppo più basso della media europea, facendoci accumulare ulteriori ritardi, mentre il paese subisce i costi di infrastrutture di pagamento maggiori, essendo queste ultime cresciute molto più velocemente dell'utilizzo che ne viene fatto, come dimostra il numero di Atm e di Pos, che insieme a quello degli sportelli bancari, ci colloca ai primi posti in Europa.

Una contraddizione non da poco se si considera anche il costo della regolamentazione, assai pervasiva soprattutto in termini di sicurezza informatica e di contrasto al riciclaggio e terrorismo, da spalmare su un numero di transazioni totale e pro capite di gran lunga inferiore rispetto ai paesi nostri concorrenti.

A cinque anni dalla nascita dei primi operatori specializzati in strumenti di pagamento, il contesto sembrerebbe dunque favorevole per un cambiamento strutturale dell'industria nel suo complesso.

Auspichiamo di conseguenza le prime aggregazioni tra istituti di pagamento e tra istituti di pagamento e imel, e l'acquisizione di licenze della specie da parte di operatori nazionali di grandi dimensioni operanti nella GDO, nella telefonia, nei servizi autostradali e così via. Soltanto così si potrà creare una struttura più robusta, in grado di aprirsi alle prospettive del mercato, per contrastare, almeno in parte, l'affermazione ormai alle porte delle grandi piattaforme internazionali di e-commerce.

In caso contrario, dovremo rassegnarci ad un ruolo sempre più marginale della nostra industria dei pagamenti, perdendo definitivamente la possibilità di agganciare il carro dell'unica attività rimasta indenne dagli effetti della lunga crisi economica di questi anni.

E rimanendo al titolo dell'articolo, vogliamo chiudere con un richiamo alla necessità di azioni sistemiche anche in tema di educazione finanziaria del cittadino, da fondare su un'informazione più chiara e attendibile per una corretta percezione dei vantaggi connessi con strumenti come il conto di pagamento e la moneta elettronica.

La necessità di spezzare il corto circuito di un'informazione finora rivelatasi insufficiente, se non addirittura distorsiva delle scelte del cittadino ci deve infatti evitare casi come quello capitato di recente ad un nostro amico che, recatosi in una delle prime banche del paese per vendere le proprie obbligazioni convertibili, è stato sconsigliato dal funzionario addetto con il risibile argomento che "ora con Trump le obbligazioni aumenteranno di prezzo".

Anche una informazione finanziaria di migliore qualità è una novità da portare definitivamente alla luce.

Gerardo Coppola - Daniele Corsini (http://www.firstonline - 19 dicembre 2016)

** G. Coppola e D.Corsini sono coautori dell'e-book in via di pubblicazione presso Goware dal titolo “Come difenderci dalle banche per spendere meno e salvare i nostri risparmi”.


martedì 17 gennaio 2017

Zagrebelsky: “Politici maggiordomi della finanza: hanno il terrore delle urne”

 

Per la prima volta dopo la vittoria del No al referendum parla il costituzionalista: “Quei venti milioni di italiani hanno capito che c’era qualcosa sotto” (intervista a Gustavo Zagrebelsky di Marco Travaglio, da il Fatto quotidiano, 13 gennaio 2017)

Professor Gustavo Zagrebelsky, è trascorso più di un mese dal referendum costituzionale e lei non ha ancora detto una parola dopo la vittoria del No. Perché?

La campagna elettorale è stata lunga e faticosa. Ora è il tempo della riflessione e di qualche bilancio. Sarebbe insensato accantonare il 4 dicembre come se quel voto non avesse rivelato una realtà più dura di tutti gli slogan.

Che Italia ha incontrato, nei suoi incontri per il No?

Una realtà che non appare nei grandi media: a proposito di post-verità… I tanti che si sono impegnati hanno ricevuto centinaia di inviti da scuole, università, associazioni, circoli d’ogni genere. Soprattutto da giovani, da molti di quelli che alle elezioni politiche si astengono, ma al referendum costituzionale hanno partecipato. Si può pensare che un 20 per cento della grande affluenza sia venuta da lì. E con ciò non voglio certo dire che il No ha vinto per merito dei giuristi e dei professori.

Perché ha vinto il No?

Credo che ci siano molte ragioni e che l’errore del fronte del Sì sia stato di far leva su una sola parola, semplice ma vuota: riforme. Si sono illusi che la figura del presidente del Consiglio e del suo governo fosse attrattiva. Si era pensato a un plebiscito in cui ci si giocava tutto e così, per reazione, si è coalizzato un fronte di partiti, pezzi di partiti e movimenti tenuti insieme dal timore della vittoria totale dell’altro. Ma lo slogan inventato dai ‘comunicatori’ – “è oggi il futuro” – non era un presagio funesto, quasi un insulto, per i tanti che vivono un tragico presente? Non sottovalutiamo poi la pessima qualità della riforma. Spesso è stato sufficiente leggerne qualche brano.

Quella l’abbiamo notata in pochi…

Col senno di poi, trovo stupefacente che molti miei colleghi, politici esperti, uomini di cultura vi abbiano trovato motivi di compiacimento. Ma, forse, non avevano letto il testo. Poi quel 20 per cento di elettori di cui parlavo, e che ottusamente ci s’incaponisce a definire “antipolitici”, hanno colto l’occasione altamente “politica” per alzare la testa in nome della Costituzione. In generale, e più in profondo, credo che molti abbiano colto i veleni contenuti in tutta questa triste vicenda che ci ha tenuti inchiodati per così tanto tempo.

Quali veleni?

Quello oligarchico e quello mercantile, che hanno insospettito molti elettori. Sono stati molti cittadini a domandarsi: ma se, come martella la propaganda del Sì, la “riforma” è solo un aggiustamento tecnico – velocità e semplificazione, peraltro contraddette da norme tanto farraginose – perché mai le grandi oligarchie italiane ed estere si spendono in modo così spasmodico perché sia approvata? Ci dev’essere sotto qualcosa di ben più grosso e, se non ce lo dicono, dobbiamo preoccuparci.

Che c’era sotto?

Il disegno di restringere gli spazi di partecipazione, cioè di democrazia, per dare campo ancor più libero alle oligarchie economico-finanziarie. I cittadini hanno presenti i propri bisogni reali: giustizia sociale e dunque fiscale, uguaglianza di diritti e doveri, attenzione a emarginati e lavoro. E si sono sentiti rispondere: più velocità, più concentrazione del potere, mani più libere per pochi decisori.

Cosa hanno voluto dire i 20 milioni di elettori del No?

Voltiamo pagina dalle politiche neoliberiste e dalla svendita del patrimonio pubblico che monopolizzano il dibattito culturale, accademico, giornalistico e politico da 30 anni e hanno prodotto tanti disastri sociali. Operazione completata con la riforma costituzionale dell’articolo 81, cioè dell’equilibrio di bilancio sotto l’egida della Commissione europea, approvata in fretta e furia sotto il governo Monti da centrodestra e centrosinistra nel silenzio generale. Ecco: proponeteci un’altra politica.

Che c’è di male nell’imporre bilanci in ordine?

L’equilibrio di bilancio comporta di fatto la rinuncia alla politica keynesiana di investimenti pubblici per creare sviluppo e lavoro, cioè la pura e semplice rinuncia alla politica. In nome del primato assoluto dell’economia finanziarizzata. Come in Grecia, dove la democrazia è stata azzerata. Nei miei incontri per il No, ho colto una gran fame di politica, cioè di una sana competizione fra politica ed economia, senza il predominio della seconda sulla prima.

Si spieghi meglio.

Fare politica significa scegliere liberamente tra opzioni: se tutto è obbligato da istituzioni esterne, grandi banche e fondi d’investimento, la politica sparisce. È la dittatura del presente, un presente repulsivo per molte persone. Nella dittatura del presente la politica sparisce e la democrazia diventa una farsa. Le elezioni diventano un intralcio, a meno che le oligarchie non siano sicure del risultato. Il sale della democrazia è l’incertezza del responso popolare. Invece si preferisce uno sciapo regime del consenso.

E, dopo il referendum, ecco il governo-fotocopia.

Distinguiamo tra Gentiloni e il suo governo. Il nuovo premier, rispetto al precedente, è una novità: è educato, parla sottovoce, dice cose di buonsenso e appare poco in tv, non spacca l’Italia tra pessimisti (anzi “gufi” e “rosiconi”) e ottimisti, fra conservatori e innovatori a parole. Quando il penultimo premier lo faceva, a reti unificate, il minimo che potevi fare era cambiare canale o spegnere la tv. Ora quella finta contrapposizione è finita. Gentiloni pare dire le cose come stanno o, almeno, non dire le cose come non stanno. E il presidente Mattarella, a Capodanno, ha richiamato l’attenzione su tante cose che non vanno. Uno statista deve dire che il futuro non è oggi, ma va costruito da oggi con enormi sacrifici, e che i sacrifici devono distribuirsi tra coloro che possono sopportarli e, spesso, hanno vissuto finora da parassiti alle spalle degli altri.

Vedo che Renzi lei non lo nomina proprio… E del governo Gentiloni che dice?

È il rifiuto di guardare la realtà, una riprova dell’autoreferenzialità del politicantismo. Quasi uno sberleffo dopo il 4 dicembre. Era troppo sperare che si prendesse atto dell’enorme significato politico del referendum, del colossale voto di sfiducia che l’elettorato ha espresso nei confronti degli autori della tentata “riforma”? Non è una questione personale: saranno tutte ottime persone. Ma è una questione politica. Invece, Maria Elena Boschi, la madrina della “riforma”, è stata promossa in un ruolo-chiave nel governo e la coautrice e relatrice, Anna Finocchiaro, è diventata ministro. Mah! L’unica novità è la ministra dell’Istruzione, subito caduta sul suo titolo di studio. Per il resto, uno scambio di posti. Ma per i nostri politici, forse perché sospettano di contare poco o nulla, chiunque può fare qualunque cosa.

Non hanno capito o fingono di non capire tutti quei No?

Con i sondaggi che danno la fiducia nei partiti avviata verso il sottozero, verrebbe da credere che Dio acceca chi vuol perdere.

Che si voti ora o nel 2018, siamo comunque a fine legislatura.

Lei ne è così sicuro? Io un po’ meno. Si dice che occorre armonizzare le leggi elettorali di Camera e Senato. È giusto. Ma, se non le armonizzano entro il 2018, cioè alla naturale scadenza della legislatura, che succede? Si dirà che, per forza maggiore, per il momento, non si può ancora andare al voto?

Pensa seriamente che potrebbero farlo?

Non mi stupisco più di nulla. La continuità, ribattezzata stabilità, sembra essere diventata la super-norma costituzionale. Il governo Gentiloni non ne è una dimostrazione, in attesa che si ritorni al prima del referendum?

Dicono: non si può votare subito perché il No ha mantenuto il Senato elettivo con una legge elettorale diversa da quella della Camera.

La colpa sarebbe dunque degli elettori? E non di coloro che hanno scritto leggi con la sicumera di chi ha creduto che l’esito scontato del referendum sarebbe stato un bel Sì? Così, la riforma delle Province della legge del 2014 è stata scritta “in attesa della riforma del Titolo V della Costituzione” e l’Italicum è nato sul presupposto dell’abolizione del Senato elettivo. Si può legiferare, tanto più in materia costituzionale, “nell’attesa di…”? Che presunzione! E la colpa sarebbe dei soliti cattivi che deludono le rosee attese… Suvvia…

Napolitano e Mattarella dovevano respingere le due leggi?

Io credo che ci fosse un abbaglio generalizzato: tutti pensavano che le cose sarebbero andate inevitabilmente come poi, invece, non sono andate. Era l’ideologia delle riforme, della volta buona, dell’Italia che riparte, degli italiani in spasmodica attesa da trent’anni… Che cos’è l’ideologia, se non la presunzione di spiegare il mondo a venire tramite le proprie granitiche convinzioni e di tacitare i dissenzienti come eretici? Quelli del No tante volte, in questi due anni perduti, si sono sentiti bollare d’eresia. La verità erano le riforme e i garanti delle istituzioni, se non sono stati essi stessi tra i promotori di quella verità, come il presidente Napolitano, l’hanno probabilmente subita, come il presidente Mattarella, insieme allo stuolo di commentatori e costituzionalisti che non hanno guardato le cose con il distacco che avrebbe fatto vedere loro entrambi i lati delle possibilità. Se lei mi chiede se i garanti avrebbero dovuto aprire gli occhi e moderare l’arroganza e la vanità dei “riformatori”, la risposta è sì. Ora il peccato originale di questa legislatura presenta il conto.

Peccato originale?

Nel 2014, dopo la sentenza della Consulta sul Porcellum che delegittimava il Parlamento, pur lasciandolo provvisoriamente in vita, si sarebbe dovuto, appena possibile, tornare alle urne. Una legge uniforme per le due Camere, allora, c’era: quella uscita dalla sentenza, il cosiddetto “Consultellum”. Ma anche su questo s’è fatto finta di niente, contando sul fatto che i buoni risultati – su tutti la magica riforma costituzionale – avrebbero fatto aggio sul difetto di legittimità originaria, di cui nessuno avrebbe più parlato. Buoni risultati? Il giudizio l’ha appena dato il corpo elettorale.

Cosa si aspetta ora dalla Consulta, che il 24 si pronuncerà sull’Italicum?

Se valgono le ragioni scritte nei precedenti costituzionali, e non ragioni d’altro tipo, pare di capire che è incostituzionale anche l’Italicum: per i capilista bloccati cioè nominati, per il premio abnorme di maggioranza e per la difformità fra il sistema ipermaggioritario della Camera e il Consultellum proporzionale del Senato.

E sulla bocciatura del referendum della Cgil sull’abolizione dell’articolo 18?

Da ex giudice costituzionale, ho un obbligo di discrezione. Una sola osservazione: sono sconcertato dal fatto che escano notizie, fondate o infondate che siano, sugli schieramenti con nomi e cognomi formatisi nella camera di consiglio, dove dovrebbe regnare il riserbo assoluto.

Cosa si augura di qui alle elezioni?

Che si ricominci a fare politica, non con manovre di palazzo ma con progetti per l’avvenire che ci facciano uscire da questo tempo esecutivo che ha bandito la politica, se non come mera lotta per l’occupazione dei posti di potere. Tolto di mezzo il referendum, che è stato un fattore di congelamento anche delle idee, mi auguro un periodo di disgelo. Spero che si ricominci a progettare politicamente e, attorno ai progetti, si raccolgano le forze sociali disposte a partecipare. Il Pd, così come è stato negli ultimi tempi, è uno dei problemi. Il congelamento della politica è dipeso anche da quel partito che è apparso finora come incantato o inceppato dal suo presunto salvatore. Mi augurerei una terapia di disincantamento. Si sente l’esigenza di qualcuno che alzi gli occhi e guardi oltre il giorno per giorno.

A modo suo, sta cercando di ristrutturarsi il M5S: codice etico, scouting per la classe dirigente, programma, alleanze in Europa.

Stanno scoprendo la politica, evviva! Spero che si pongano il problema politico delle alleanze. In democrazia, le alleanze e anche i compromessi non sono affatto il demonio. La questione è con chi, a che prezzo e per che cosa. Chi stipula buoni accordi dà il segno della propria forza, più di chi si isola nella propria diversità. Così come è segno di forza dire, nel “codice etico”: non mi affido alla regoletta automatica secondo cui un avviso di garanzia comporta l’allontanamento dal movimento; ma mi assumo la responsabilità di leggere quel che c’è scritto e poi di dire: “Questa condotta è difendibile, faccio quadrato attorno a te; questa invece è indifendibile e ti mando via”. Sui fatti, non sull’avviso in sé. Altrimenti ci si mette alla mercé della denuncia d’un calunniatore o di un avversario, o del ghiribizzo d’un pm.

E la figuraccia in Europa, tra Farage e i Liberali?

Le darei meno peso politico: cattiva gestione d’un problema di tattica parlamentare, che accomuna sempre tutti coloro che stanno in un Parlamento. Sono altri i punti che i 5Stelle devono chiarire.

Per esempio?

Democrazia interna, selezione della classe dirigente, programma, politica estera, immigrazione. Sui migranti, a proposito di rimpatri, Grillo in fondo dice la stessa cosa del governo che veglia sulla nostra sicurezza, secondo la legge. Ma, non esistendo una posizione chiara o chiaramente percepita del M5S, qualunque cosa dica può essere accusato ora di deriva lepenista, ora di lassismo buonista.

I 5Stelle insistono per il referendum sull’euro.

La Costituzione non lo prevede. Ma un referendum informale per dare un’idea di massima degli orientamenti tra i cittadini, non vedo perché non sia possibile. Piuttosto, anche qui, occorre la chiarezza delle posizioni. Uscire dall’euro, come, quando e con quali conseguenze? Contestare l’Europa per distruggerla e tornare alle piccole patrie, o per rifondarla, e come? Tra tutti gli Stati attuali, o solo con il nucleo più omogeneo? E così via.

Se i 5Stelle vincono le elezioni, che succede?

Si farà di tutto per impedirglielo. Anzitutto con una legge elettorale ad hoc: quella proporzionale. Quando il Pd vinse le Europee col 41%, l’Italicum col premio di maggioranza a chi arrivava al 40% era la legge più bella del mondo. Ora che i sondaggi ipotizzano un ballottaggio vinto dal M5S, non va più bene e si vuol buttare via una legge mai usata: roba da perdere la faccia. Non per nulla la Commissione di Venezia e la Corte di Strasburgo nel 2012 (Ekoglasnost contro Bulgaria) hanno detto che non si cambia legge elettorale nell’imminenza delle elezioni. Ma anche qui arriva il conto di troppe miopie.

Quali miopie?

Dal 2013 una classe politica lungimirante avrebbe tentato di parlamentarizzare i 5Stelle. Invece li hanno demonizzati e ostracizzati. E ora non sanno più come neutralizzarli se non col proporzionale, che ci riporterà alle larghe intese Pd-Forza Italia. Nulla di scandaloso di per sé (vedi la grande coalizione tedesca). Ma in Italia il rischio è che sia l’ennesimo traffico di interessi, con fine ultimo di restare comunque a galla.

I 5Stelle non sono pronti per governare. Non le fanno paura?

Chi governa lo decidono gli elettori. Sotto certi aspetti, chiunque disponga del potere dovrebbe fare paura. A parte ciò, come già sta avvenendo dove governano i 5Stelle, le nuove responsabilità impongono loro di cambiare pelle, natura e, spero, anche toni: più oggettività e meno proclami. Se si pensa che il problema sia afferrare il potere, perché poi tutto scorra facilmente, ci si sbaglia di grosso.

Il M5S ha difeso la Costituzione dalla “riforma” , ma vuole il vincolo di mandato contro i voltagabbana, che ora vengono multati.

C’è una soluzione più semplice e costituzionale: il parlamentare è libero di cambiare partito e anche di votare come vuole, in dissenso dal suo gruppo. Ma, se lascia la maggioranza con cui è stato eletto per passare all’opposizione, o viceversa (caso molto più frequente), subito dopo deve decadere da parlamentare: perché ha tradito i propri elettori e ha stravolto il senso politico della sua elezione.

Lei vive a Torino: che gliene pare di Chiara Appendino?

Non l’ho votata, perciò posso dire in totale libertà che è una felice sorpresa. Ha detto che non tutto quel che s’è fatto prima è da buttare: ecco la forza della continuità. È più fortunata di Virginia Raggi, che a Roma ha trovato una situazione infinitamente più compromessa: lì è difficile salvare qualcosa del passato. Ma vedo che, ai 5Stelle in generale e alla Raggi in particolare, non si perdonano molte cose che si perdonano agli altri. Due pesi e due misure.

Anche a giornali e tv si perdonano bugie e falsità, mentre per il Web s’è perfino coniato il neologismo della “post-verità”.

Come se, prima del Web, l’informazione fosse il regno della verità! Da sempre la menzogna è un’arma del potere, lo teorizzava già Machiavelli. Il che non significa che la si debba accettare. Anzi, occorre combatterla, perché la verità è, invece, l’arma dei senza potere contro i prepotenti. La Verità non esiste, ma la verità sì. Almeno sui dati e sui fatti oggettivi. Poi le interpretazioni sono libere.

Si dice che il successo di Trump, della Brexit e dei 5Stelle contro gli establishment è colpa delle fake news sul Web.

Troppo facile. Le bufale del Web sono così dozzinali che chi ha un minimo di conoscenza può facilmente respingerle, perché quella è una comunicazione orizzontale: verità e bugie, spesso anonime o firmate da ignoti, non hanno autorevolezza e si elidono reciprocamente. Invece la somma delle bugie o delle reticenze diffuse dalla stampa e dalle tv sono firmate, dunque più autorevoli, ergo meno smentibili, perché quella è una comunicazione verticale. Occorrerebbe bloccare gli interventi anonimi sul Web, così sarebbe più facile distinguere chi è credibile e chi no. Se poi qualcuno diffama, si creino procedure giudiziarie rapide. La difesa della reputazione delle vittime è inconciliabile con i tempi lunghi. Ma le fake news diffuse per turbare l’ordine pubblico sono già ora materia penale. Per il resto, questa storia della post-verità mi pare un discorso falso: come se, prima, non esistesse e vivessimo nel paradiso della verità.

Che intende dire?

Da quando gli elettori disobbediscono regolarmente agli establishment, questi cercano scuse per giustificare le proprie sconfitte e per mettere le mani sull’unico medium che ancora non controllano: la Rete. Si sentono voci autorevoli domandare: ma non vorremo mica far votare gli ignoranti, anzi i “populisti”? Se lo chiedeva già Gramsci: è giusto che il voto di Benedetto Croce valga quanto quello di un pastore transumante del Gennargentu? La risposta, di Gramsci ieri e di ogni democratico oggi, è semplice: se il pastore vota senza consapevolezze, è colpa di chi l’ha lasciato nell’ignoranza; e se tanta gente vota a casaccio, è perché la politica non gli ha fornito motivazioni adeguate. Questi signori pensino a come hanno ridotto la scuola, la cultura e l’informazione: altro che il Web!

Grazie, professore.
Marco Travaglio (Micromega, 13 gennaio 2017)

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