mercoledì 23 settembre 2026

"IL RAGAZZO CON LA STRANA KEFIAH" di Salvo Gi



Con molto piacere ricevo e pubblico una nuova perla di Salvo Gi. Uno scritto che racconta di un passato pieno di ideali che, come lui stesso dice, scorrono costanti in un fiume carsico intergenerazionale. In questa ottica riaffiorano ricordi di momenti vissuti che in ognuno di noi costituiscono le fondamenta di ciò che si diventa, contemplando anche eventuali possibili lievi ripensamenti e significative revisioni.
Lo scritto, sempre scorrevole e coinvolgente, focalizza e rende attuali esperienze giovanili sedimentate oggi rivissute, pure piene d’ideali che si rinnovano con naturali variazioni, dalle nuove generazioni e che, secondo i cicli di vite, troveranno alloggio anche in quelle del futuro.
Fabio Sgroi iniziò il suo percorso di fotografo documentando le stesse realtà che Salvo Gi racconta e le sue immagini sulla Pantera palermitana, a mio parere, riescono a rendere visibile e comprensibili le caratteristiche del tempo: gli umori, le estetiche e la moda di allora.
A livello politico il Sud dell’Italia e in particolare la Sicilia hanno spesso anticipato sperimentazioni sociali, poi successivamente assunte o emulate a livello nazionale: il milazzismo, ad esempio, ne è stato testimone, ovvero l’omicidio di Piersanti Mattarella che ha chiuso precocemente un processo di rinnovamento istituzionale che avrebbe evitato derive neoliberiste e tante stragi.
In ogni caso l’articolo proposto da Salvo Gi descrive con realismo lo scenario insistente in un periodo della sua giovinezza senza nulla di nostalgico ma, anzi, ricollegando con lucidità punti e spunti di quei tempi con il nostro contemporaneo. Non ultimo mette in luce l’importanza dei giovani che, con movimenti e contestazioni, hanno sempre evidenzia come critiche e voglie di cambiamento sono indispensabili per potere immaginare e sperare in un avvenire migliore.

Buona luce a tutti!

© Essec

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IL RAGAZZO CON LA STRANA KEFIAH

Ricordo benissimo quando l'ho vista. Era il 4 ottobre del 2025, c'erano tantissime persone, confluite a Roma per un'oceanica manifestazione in solidarietà con il popolo Palestinese, vittima di genocidio da parte di Israele.
Per l'occasione avevo rispolverato la vecchia kefiah dei tempi dell'università. Al tempo ne possedevo due (che custodisco ancora, manco fossero sacre reliquie). Una rossa e bianca, giordana; l'altra bianca e nera, tipica Palestinese, che avevamo visto indossare ai nostri coetanei durante la prima Intifada, la rivolta contro l'occupazione israeliana esplosa nei Territori Occupati della Cisgiordania alla fine degli anni '80.
Me la ero messa al collo per l'occasione: avevamo sperato in un movimento di massa di solidarietà con il popolo Palestinese e all'improvviso eccolo materializzarsi sotto i nostri occhi increduli.
Mentre mi aggiravo tra migliaia di persone, ecco che all'improvviso la coda del mio occhio destro andò a posarsi su un piccolo, quasi insignificante, simbolo apposto sulla maglietta bianca di un ragazzo che sfilava nel lunghissimo corteo.
Il simbolo stilizzava una pantera sopra una scritta inequivocabile: Movimento Pantera '90. Che ci faceva quel richiamo sulla maglietta di un ventenne, che nulla poteva aver vissuto di quel tempo? Lungo il corteo i pensieri si aggrovigliavano: sarà stato un regalo del padre? Bello immaginarlo - "Buon sangue non mente!" - pensai. Ma poi vai a sapere.
Certo è che vedere che qualcuno coltivava ancora la memoria di quella stagione, breve ma intensa, mi fece un enorme piacere. Non succedeva spesso e, soprattutto, il Movimento della Pantera non aveva prodotto "reduci", come nel 1968 o nel 1977 ma, al limite, solo tante professionalità.
Eppure qualcosa, forse aldilà di ogni aspettativa, si era comunque sedimentato nella società. Era cominciato tutto a Palermo, nel mese di dicembre del 1989: il Muro di Berlino era caduto un mese prima e tutto stava cambiando.
Il prof. Antonio Ruberti, socialista, già rettore a Roma nel 1977 (ai tempi della cacciata di Lama dall'Università) assurto ai ranghi di maitre a penser del governo del famigerato CAF (Craxi-Andreotti-Forlani) aveva elaborato una riforma del sistema universitario che contemplava la cosiddetta "autonomia" degli istituti universitari, spalancando ai privati la possibilità di finanziare la ricerca. Non l'avesse mai fatto! Apriti cielo! Ecco le occhialute matricole di Lettere, insieme ai più scafati studenti di Scienze Politiche, Giurisprudenza e Architettura, montare una canea che la metà basta! Tutti lì a indignarsi per la svendita della cultura al dio mercato, a paventare la trasformazione dei luoghi sacri del sapere critico a dispensatori di servizi al miglior offerente, insomma un immolarsi diacronico alle esigenze del Capitale. E allora fuori i mercanti dal Tempio!
Da qui la facondia delle studentesse (le più cazzute, come sempre) e dei maschietti, sempre pronti a sproloquiare sulle magnifiche sorti e progressive del Movimento, con la segreta speranza di (scoprire di) avere la capacità ammaliatrice degli incantatori di serpenti e riuscire ad irretire le colleghe meno smaliziate nelle notti brave da trascorrere nelle facoltà occupate, ormai prossime a venire. E infatti, manco a dirlo, la decisione unanime arrivò a stretto giro, al termine di un'infuocata assemblea: "Occupazione!" gridarono gli alletterati giacobini palermitani, ignari di suscitare un contagio che da lì a poco sarebbe dilagato dentro tutti gli atenei della Penisola.
Succede sempre così: che i giovani devono gridare per aiutare i vecchi a comprendere lo spirito del tempo, sempre diverso da quello immaginato dagli adulti del momento. E' la Weltanshauung di chi si affaccia alla vita vera, magari intravedendola dalle finestre di una facoltà universitaria, che si scontra come un treno in corsa contro i cascami di un tempo che sta per finire ma non vuole ancora sparire.
Accadde così anche a noi; il Movimento crebbe velocemente e si diffuse a macchia d'olio in tutta Italia, tra assemblee, cortei, infinite discussioni, scazzi e contraddizioni, come sempre accade in queste situazioni.
La cosa curiosa, che sparigliò i giochi, fu la singolar tenzone con i fautori del libero mercato, gli antesignani liberisti che sarebbero diventati egemoni (anche a sinistra, ahimè) nel giro di pochissimo tempo. Dopo un decennio di riflusso, di deregulation, di Thatcher e Reagan, di "privato è bello", ecco all'improvviso una sollevazione CONTRO IL MERCATO condotta da quattro imberbi sprovveduti (anche un pò ignoranti, a dire il vero) che nulla comprendono di economia e nulla sanno di come si fa la ricerca nei rinomati campus americani.
Ed è vero che solo qualche anno prima c'era stato il movimento studentesco del 1985, e i protagonisti in buona misura erano gli stessi, ma, come detto, i giovani spesso devono urlare per farsi ascoltare. Questi saputelli sfigati parlano di diritto allo studio, di sapere critico, di partecipazione decisionale, di contropotere studentesco e limitazione allo strapotere dei Baroni. Sognano un'università casa di vetro, ove la fanno da padroni la trasparenza e il controllo democratico, e dove il sapere è libero, non mercificato, affrancato da logiche mercantili e capace di espandersi in tutte le direzioni che favoriscono la crescita e lo sviluppo umano, indipendentemente dalla possibilità di ricavare profitto.
Da dove escono questi agguerriti radicali di estrema sinistra, che osano intitolare l'aula Magna "Intifada - Tienanmen", in un ideale gemellaggio con i loro coetanei che in altri angoli del Pianeta hanno osato alzare la testa contro un potere violento, ottuso e arrogante?
Ecco, anche la pantera che venne avvistata nelle campagne romane alla fine del 1989, proprio mentre le facoltà iniziavano a ribollire, è probabile che tentasse di fuggire di fronte a un potere violento, oppressivo e disposto a tutto pur di stringerle i ceppi al collo per ricondurla a più miti consigli, in vista di una carriera, chissà, magari circense, comunque addomesticata.
Ma, com'è noto, non tutti i felini, come non tutti gli umani, sono addomesticabili.
E il Movimento, che passò alla storia come la Pantera, in onore del felino fuggiasco, fu ess
enzialmente questo: in primo luogo rivolta contro un potere violento, incancrenito, corrotto, com'era l'Italia del 1990 (ricordiamo tutti cosa accadde nel 1992 con Mani Pulite) in mano a poteri mafiosi e con pezzi dello Stato che solo pochi anni prima non avevano esitato a commettere, impuniti, crimini gravissimi, in quella stagione che sarà ricordata come quella della "strategia della tensione".
Quella generazione (la mia) come quelle che l'avevano preceduta, voleva il cambiamento che era stato negato: lo desiderava a partire dall'università, certo, democratizzandola e cancellando logiche nepotistiche e favoritismi di ogni risma da quel mondo così avvezzo all'intrallazzo e alla cupa ostinazione a voler continuare a considerarsi "zona franca".
E, soprattutto, osò dire forte e chiaro al mondo che non credeva affatto alla favoletta del libero mercato come panacea di tutti i mali; e in questo senso fu il primo movimento di resistenza al neoliberismo in nome di una conoscenza libera e non mercificata.
Lo scontro sulla comunicazione divenne centrale: ricordo un noto giornalista che si beccò del "fascista" nel corso di una diretta televisiva. La sua "colpa"? Avere scritto un articolo impietoso e francamente urticante sul Movimento, con il solito sguardo dall'alto in basso degli "adulti". Un altro giornalista - già noto, ma da lì a poco famoso - organizzò una diretta televisiva dall'Università occupata per raccontare il Movimento e sudò sette camicie per impedire agli ormoni rivoluzionari di prendersi la scena.
La verifica di quanto i media raccontavano del Movimento divenne quasi maniacale, dando vita alle prime esperienze di mediattivismo, nel tentativo di costruire una narrazione diversa dalla falsa rappresentazione di comodo fatta dal Mainstream. Era la plastica dimostrazione di una platea impossibile da addomesticare, la prendevi (o credevi di prenderla) per la testa e ti scappava per la coda.
Capitò anche a un notissimo intellettuale marxista siciliano nel corso di un'assemblea: la sua cantilena critica mi fece venire l'orticaria e lo attaccai con estrema durezza: l'anziano professore si scusò e abbandonò l'aula, seguito dal codazzo di qualche giovane militante socialista (c'erano ancora, prima di scomparire insieme al loro partito, travolto dagli scandali per corruzione e finanziamento illecito) che provò a difenderlo disperatamente, tra l'indifferenza e il malcelato compiacimento degli astanti.
Ma accaddero anche cose piacevoli, la bellezza del teatro, la musica, con tanti improbabili gruppi che scorrazzavano da un capo all'altro dello Stivale per raggiungere le varie facoltà occupate e suonare liberamente. Ne ricordo uno in particolare, napoletano, una sorta di gruppo post punk che sembrava uscito da un bombardamento nucleare, tanto erano brutti, sporchi e cattivi.
E le serate ad Architettura, a bere, suonare e cantare faziose canzoni di lotta; o a Scienze Politiche, compiaciuti della finaccia di Ceausescu e della sua Securitate. O il corteo di fine anno a Palermo, che toccò il culmine con il Capodanno del 1990 nella facoltà di Giurisprudenza occupata, mentre qualcuno (coppie etero, coppie omo) si appartava nelle infinite aule, preferibilmente in fondo ai corridoi, e qualcun'altro, a Scienze Politiche, abbozzava un gigantesco murales del Che, in fondo al quale, qualche giorno dopo, comparve il motto agostiniano (che feci immediatamente mio e che mi accompagna ancora): "lasciati illuminare dai tuoi dubbi".
Ma chi sembrava non avere dubbi erano proprio i ventenni della Pantera (compreso chi scrive).
A quel tempo non c'era l'Intelligenza Artificiale, né i social, né Internet. Erano comparsi i primi cellulari, è vero, ma li avevano in pochi. Eppure il Movimento intuì subito la posta in gioco: la centralità del sapere e della comunicazione che diventavano motori dell'accumulazione capitalistica.
Furono i fax e le prime reti telematiche gli strumenti in dotazione dei militanti e l'intuizione del Movimento trovò presto conferma: i saperi e la comunicazione assurgevano a forze produttive immateriali che il capitale avrebbe sempre più messo a valore nei decenni a venire, in quel gigantesco processo di trasformazione del lavoro e della vita stessa che avrebbe visto sempre più il General Intellect e la cooperazione affermarsi come potenze ingabbiate dai processi capitalistici, quasi una sorta di (contro) poteri costituenti dentro e fuori i luoghi della produzione e del sapere.
In tal senso la Pantera fu anticipazione di temi e tempi attualissimi: si pensi al recente dibattito aperto negli USA da Bernie Sanders sulla necessità di "compensare" la grande espropriazione che pochi oligarchi stanno perpetrando ai danni di tutti noi, moltitudini cooperanti, attraverso quella gigantesca privatizzazione del sapere collettivo chiamata "Intelligenza Artificiale" (tremendamente in linea con la grande intuizione del famoso "Frammento sulle macchine" dei Grundrisse).
Cooperazione e comunità versus competizione; orizzontalità del sapere collettivo versus verticalità del sapere individuale; uguaglianza versus gerarchia: anche questo fu la Pantera.
Ma fu anche la contestazione feroce a un sistema di comunicazione (ancora!) percepito come complice della mafia e dei peggiori comitati d'affari che avevano saccheggiato Palermo e tutto il Sud. Così una mattina, durante un corteo, un giornale locale, parecchio chiacchierato, fu arrotolato a mo’ di palla, e fatto scivolare ripetutamente su uno striscione mentre i cori di Giurisprudenza occupata ne accompagnavano ogni sortita apostrofandolo come "servo della mafia". Qualcuno provò ad opporsi, dicendo che erano i fascisti a bruciare libri e giornali ma fu invitato caldamente a lasciare il corteo, poco incline ad accettare censori improvvisati. Ancora comunicazione, ancora contestazione, ancora polizia, pure nei giorni di Carnevale, con le studentesse mascherate e truccate da gatte.
E la contestazione toccò il suo apice in occasione della visita di Giulio Andreotti a Palermo. Gli studenti distesi a terra provarono a non fare passare l'auto blu, per poi, con grande soddisfazione, farsi sollevare di peso dalla polizia prima di procedere con il sequestro dei documenti e l'identificazione di rito.
Ma il Movimento lo aveva detto sin dall'inizio cosa voleva essere: Democratico, Non violento, Antifascista. E tale rimase fino alla fine.
Persino quando la pressione dei benpensanti, scocciati per gli inevitabili ritardi degli esami dei rampolli, suscitò la scomposta reazione di chi chiedeva la fine delle occupazioni, il Movimento ebbe un rigurgito di radicalità. A Giurisprudenza si aprirono le porte e si dibatté a lungo, non senza qualche provocazione delle destre, molto ma molto meno attrezzate di oggi; le provocazioni dei fascisti e dei ciellini (militanti di Comunione e Liberazione) contro il Movimento ci furono ma meno del 1985, anche se, come allora, in qualche occasione si arrivò pure allo scontro fisico.
Infine si votò, con una singolare modalità: a destra del porticato passarono quelli che volevano mollare l'occupazione, per fare contare il proprio voto. Sotto i portici a sinistra passò invece chi voleva continuare a lottare.
Feci il mio intervento in assemblea in favore dell'occupazione avvolto nella consueta kefiah, che mia madre si era premurata di lavare dopo le prime settimane di occupazione. Purtroppo, o per fortuna, il detersivo aveva fatto scolorire il bianco e la trama si era trasformata in un giallastro opaco misto al nero. Imperterrito, continuai a indossarla senza esitazioni e da lì in avanti, visto che tutti si avvicinavano per chiedermi stupiti dove l'avessi comprata (sic!) diventai "il ragazzo con la strana kefiah, quello di giurisprudenza".
Ad ogni modo quel giorno, la conta finale vide prevalere il porticato di sinistra dello splendido atrio di Giurisprudenza, in un'incontenibile elegia della vittoria, difficile da dimenticare dopo una giornata epica.
Così la lotta continuò, almeno fino a marzo inoltrato. E ci fu grande scandalo quando il Movimento, a Roma, osò invitare a un dibattito un ex terrorista degli anni di piombo: eccoli, i falsi non violenti! Ma non ci fu nulla da fare: la Pantera voleva capire, voleva sapere ed esercitare il pensiero critico, pur non avendo alcuna voglia di cadere nella trappola della violenza che aveva bruciato una generazione.
Poi la Pantera ripiegò e si tornò a studiare, a lavorare, a vivere. Negli anni successivi molti compagni si sono ritrovati nelle lotte sociali, nell'antimafia, nell'impegno civile, nelle lotte sindacali, altri nei partiti oppure nel lavoro quotidiano, nella comunicazione, nel giornalismo, nell'editoria, nelle aziende, nel terzo settore, nella pubblica amministrazione, nelle professioni; insomma, sono diventati parte di quella "classe creativa" che, a torto o a ragione, secondo alcuni, è l'ossatura progressista della classe lavoratrice del nostro Paese.
E così anche il ragazzo con la strana kefiah è rimasto avviluppato, come tutti, in quella difficilissima congiuntura storica che alla fine ha visto, da una parte, il trionfo del neoliberismo e, dall'altra, l'infinita crisi della Sinistra, fino ad oggi, ai terribili anni Venti, con il riarmo, la guerra e il fascismo incipiente che tornano a bussare alle porte dell'Europa.
Una congiuntura storica che ha visto i ragazzi di allora, gli adulti di oggi, affrontare nel corso degli anni tante battaglie per la Democrazia reale e la Giustizia in questo Paese, a volte con successo, altre volte subendo arretramenti e sconfitte rovinose.
Per questo mi piace pensare che la pantera (l'animale) mai trovata, sia ancora libera e che ogni tanto riaffiori dalla campagna come una visione, un'immagine eterea che appare e scompare, per abbacinarci offrendoci illusioni e certezze, nell'altalenare frenetico della vita.
Dopo tanti anni la sua effige è ricomparsa sulla maglietta bianca di un ventenne, in un tempo diverso ma sempre dalla stessa parte, mai indifferente.
E come un fiume carsico anche le donne e gli uomini della Pantera ogni tanto riaffiorano: li abbiamo visti a Genova 2001 dire ancora no al neoliberismo e che un altro mondo è possibile, o a difesa dell'acqua pubblica nel 2011, o ancora nei referendum con i quali è stata difesa la Costituzione, nel 2006, nel 2016 e ancora quest'anno, o quando abbiamo incrociato i loro sguardi negli sterminati cortei in solidarietà del popolo Palestinese.
E' possibile che le donne e gli uomini della Pantera siano la spina dorsale del nostro sistema democratico, ciò che lo tiene ancora in vita?
La Pantera ci ha insegnato che i movimenti sociali sono fiumi carsici, che affiorano e si inabissano, ma il flusso vitale della loro esperienza non si esaurisce perché insegue i tempi lunghi della Storia, non le contingenze o le mode del momento.
E come un fiume carsico continua ad affiorare e scomparire come uno spettro, come l'immagine apparsa all'improvviso sulla maglietta bianca di un ragazzo.
Uno spettro difficile da ignorare, che si aggira ancora per ricordare a tutti che, presto o tardi, torneremo ancora.
O che, forse, non ce ne siamo mai andati.

F.to Salvo Gi.

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