giovedì 5 novembre 2026
Album di viaggio numero Due - India e Nepal 1989: Premessa
L'India e il Nepal nel 1989 offrivano al viaggiatore una realtà lontanissima dal mondo occidentale.
Come è sempre stato raccontato, l’India, in particolare, ha corrisposto a un pugno nello stomaco, da cui ci si può riprendere solo con la frequentazione; assuefacendosi ed accettando un modo di vivere unico e diverso.
Ancora oggi entrambi i Paesi continuano ad essere terre che richiedono attenzione assoluta, pazienza e una costante disposizione allo stupore.
Questo album fotografico raccoglie i frammenti di un itinerario vissuto in un momento storico che ha fatto un po’ da cerniera; poco prima che la globalizzazione riducesse le distanze geografiche e culturali.
Ogni rullino sviluppato custodisce la polvere delle strade di Delhi, il silenzio mistico lungo i ghat di Varanasi e la grazia antica dei templi e delle piazze di Kathmandu.
Nelle immagini datate non c’è la pretesa di un racconto esaustivo, ma il tentativo di fermare il tempo con delle slide.
Pertanto, sfogliare queste pagine oggi significa riaprire una finestra su un mondo che non esiste più in quello stesso modo, ma che continua a vivere nella memoria di chi ha fatto di quel viaggio una esperienza in una parte di sé.
L’operazione editoriale prosegue la collana dedicata a vecchie fotografie analogiche di viaggi, fatta d’immagini che conservano un fascino immutato e che costituiscono, al tempo stesso, una preziosa documentazione storica.
Questa volta è il turno della scoperta di culture lontane, custodi del primo viaggio nel continente euroasiatico. Era giunto il momento di visitare l’India, per toccare con mano e avere contezza diretta di ciò che fino ad allora avevo soltanto letto o visto nei documentari. La terra del Mahatma Gandhi era una realtà su cui si favoleggiava molto e la prova sul campo confermò pienamente le mie ampie aspettative.
L’impatto non fu semplice. Per un occidentale, muoversi in un contesto in cui la miseria era palpabile a ogni angolo di strada e comprendere il profondo fatalismo della gente richiedeva uno sforzo d’adattamento.
Occorse, quindi, qualche giorno per abituarsi alle dinamiche del sistema castale, vissuto dai locali non con banale rassegnazione, ma come una condizione rispondente a una logica socio-religiosa atavica e sedimentata.
A Benares, in particolar modo - prima tappa dell’itinerario - mi resi conto di quanti senzatetto si svegliassero al mattino senza avere la minima idea di come avrebbero quel giorno sbarcato il lunario.
In India la parola “casta” non è un mero concetto di organizzazione sociale, ma la chiave di volta per comprenderne la storia, la cultura e le profonde contraddizioni.
Originato millenni fa dai testi sacri dell’induismo, questo sistema suddivideva la società in quattro grandi gruppi: i Brahmana (sacerdoti e studiosi), i Kshatriya (guerrieri e governanti), i Vaishya (commercianti e artigiani) e gli Shudra (lavoratori e servitori). Al di fuori di questa gerarchia si trovavano i Dalit (gli “intoccabili”), per secoli esclusi dai diritti fondamentali e relegati alle mansioni più umili.
Tradizionalmente, nascere all’interno di una casta significava ereditare un mestiere e un ruolo sociale con un destino già scritto.
Sebbene la Costituzione del 1950 ne abbia abolito il valore legale e oggi l’istruzione e la modernizzazione ne stiano indebolendo le barriere (specialmente tra le nuove generazioni), le tracce di questo costume millenario resistono e restano ancora ben visibili nella vita quotidiana, specie nelle aree rurali dei Paesi.
Buona luce a tutti!
© Essec

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