lunedì 27 aprile 2015

E intanto avanza il premier Italicum



Matteo Renzi sta cambiando non solo la legge elettorale, ma anche il modello di democrazia che contrassegna il nostro Paese. Si tratta, in fondo, di un'osservazione scontata, perché il sistema elettorale è il "primo principio" della democrazia rappresentativa. Attraverso cui i cittadini partecipano alla scelta delle assemblee parlamentari e, quindi, del governo.

L'Italicum , però, delinea, al tempo stesso, una modifica della "forma di governo", perché conduce e induce all'elezione diretta del Presidente del Consiglio. E, insieme, al rafforzamento dei poteri dell'esecutivo a spese del legislativo. Di fatto, anche se non formalmente. Lo ha chiarito, in Commissione Affari costituzionali, alla Camera, Roberto D'Alimonte. Autore della versione originaria dell'Italicum.

E l'ha ribadito ieri, sul Sole 24 ore: capo del governo e maggioranza parlamentare saranno decisi direttamente dai cittadini.

D'altronde, se, con le nuove regole, le elezioni garantiranno la maggioranza assoluta non a una coalizione ma a un partito, risulta evidente come il leader del partito vincitore diverrebbe automaticamente "premier". E disporrebbe di una maggioranza "fedele", visto che i capilista di circoscrizione, come prevede l'Italicum, sono pre-definiti. Bloccati. E, dunque, sostanzialmente, scelti dal "centro". Non si tratta, peraltro, di una novità, perché, da quasi 15 anni, i candidati premier vengono indicati nelle stesse schede elettorali. Insieme e accanto al nome del partito. O della lista. Giovanni Sartori, non per caso, ne ha sempre denunciato l'in-costituzionalità. Perché si tratta di un metodo attraverso il quale si modifica la base "parlamentare" della nostra democrazia. Naturalmente, come hanno chiarito alcuni autorevoli giuristi (Barbera, Ceccanti, Clementi), l'Italicum non prevede cambiamenti sul piano "costituzionale". Ma ne produrrà, sicuramente, sul piano "istituzionale" e politico. Perché il potere legislativo, la fiducia al governo e al premier spetterebbero ancora al Parlamento. Tuttavia, a differenza del passato, anche recente, il leader del partito vincitore non solo diverrebbe, automatica- premier. Ma non dovrebbe più sottostare ai vincoli e ai condizionamenti di coalizioni instabili e frammentate. Di leader di piccoli partiti, ma con un grande potere di "ricatto". Si tratti di Mastella, Bertinotti. Di Rifondazione, dell'Udeur oppure della Lega.

È, dunque, lecito parlare di "premierizzazione". Una tendenza che, nel caso dell'Italia del nostro tempo, verrebbe accentuata dalla marcata personalizzazione dei partiti. Divenuti, ormai da tempo, "personali" (per citare la nota formula coniata da Mauro Calise). Tanto più nel caso del Partito democratico di Renzi, sempre più identificato e accentrato nella persona del Capo. Almeno quanto Forza Italia lo è nei confronti di Silvio Berlusconi. Con una differenza sostanziale, sul piano politico e parlamentare. Che, come si è detto, se il Pd vincesse le prossime elezioni, Renzi potrebbe governare senza il condizionamento degli alleati, con i quali, invece, Berlusconi ha sempre dovuto fare i conti.

Naturalmente, il Pd non è Forza Italia. Non è stato "creato" e modellato da "un" solo leader  -  da solo. Il Pd viene da lontano. Incrocio e confluenza dei partiti di massa che hanno segnato la storia e la politica della nostra Repubblica, per cinquant'anni e oltre. Tuttavia, il Pd, in questa fase, è cambiato profondamente, in tempi molto rapidi. E oggi coincide sempre più con la figura del leader. Dunque, del premier. È divenuto PdR (come ho scritto altre volte). Il Partito democratico di Renzi. O, più semplicemente, il Partito di Renzi. In quanto il leader si sovrappone  -  in senso letterale: si "pone sopra"  -  al Pd. In modo aperto. In Parlamento e fuori. Come sottolinea la sostituzione, in Commissione Affari Costituzionali della Camera, di tutti gli esponenti della minoranza interna al Pd. Un orientamento confermato in occasione della festa nazionale dell'Unità di Bologna, capitale storica dell'Italia Rossa. Dove non sono stati invitati, fra gli altri, Gianni Cuperlo (poi, sembra, "recuperato") e, soprattutto, Pier Luigi Bersani. Una biografia politica trascorsa nella famiglia del Pci e dei partiti post-comunisti. In Emilia Romagna. Dov'è stato governatore (fra il 1993 e il 1996). Un segno esplicito e perfino sfrontato di sopravvento sul passato. Tanto più perché l'Unità, il giornale a cui si ispira la Festa, è la testata storica del Pci. Bandiera della tradizione e della militanza comunista. Oggi "sottomessa" simbolicamente, e non solo, dal (e al) PdR. Matteo Renzi, peraltro, accompagna questo percorso accentuando lo stile e il linguaggio del "leader che fa e decide". E viceversa: "decide e fa". Così, nei giorni scorsi, ha dichiarato che "se l'Italicum non passa, il governo cade". Detto senza enfasi. Non una minaccia, ma, piuttosto, un annuncio. Quasi una constatazione. Perché "se il governo, nato per fare le cose, viene messo sotto, allora vuol dire che i parlamentari dicono: andate a casa". E, dunque, suggerisce Renzi, implicitamente: "vi manderò a casa". Tutti.

Se si guarda "oltre" l'Italicum, dunque, dentro alla riforma elettorale si scorge l'elezione diretta del premier. Il quale riassumerebbe e concentrerebbe ruolo e poteri del leader del partito. A conferma di una tendenza in atto da tempo, ma che ora verrebbe istituzionalizzata. Per Matteo Renzi si tratterebbe della conclusione  -  coerente e conseguente  -  del percorso condotto nell'ultimo anno e mezzo. Durante il quale ha governato in "solitudine". Il PdR e l'Italia. Renzi, dunque, si appresta a diventare il Premier Italicum.


domenica 19 aprile 2015

Ieri, oggi, domani: riflessioni estemporanee sull'Europa e sull'Italia




Ci sentiamo di consigliare senza riserve un libro. Non è un libro divertente (parla di una grande tragedia), né facile (è un saggio storico), né veloce da leggere (consta di 700 pagine e per ora si trova solo nella versione originale inglese), ma è un'approfondita e innovativa ricostruzione storiografica di un evento determinante per noi europei: la prima guerra mondiale, di cui quest'anno ricorre, per l'Italia, il centenario della deflagrazione. Si intitola metaforicamente "The sleepwalkers", I sonnambuli e, esplicativamente, "How Europe went to war in 1914" di Christopher Clark, professore di storia a Cambridge.

Accennavamo ad una originale storiografia. Infatti Clark non va, come più comunemente avviene, alla ricerca delle cause del conflitto, approccio che porta inevitabilmente alla individuazione di un colpevole. Egli fonda invece l'analisi sui molteplici eventi, maggiori e minori, che si susseguirono, intrecciarono, incrociarono, complicando oltre ogni limite il quadro di fondo, sempre più difficile da gestire mediante soluzioni negoziate e sempre più caratterizzato dalla progressiva inconsapevolezza dei governi del cammino verso la tragica soluzione finale.

Insomma complessità dei fatti e inadeguatezza delle classi dominanti e quindi chiamata di corresponsabilità di tutti gli attori. Infatti, sostiene Clark, la crisi che porto' alla guerra nel 1914 fu il frutto di una cultura politica condivisa da tutti i protagonisti, ragione per la quale l'evento conclusivo non può essere assimilato ad un romanzo di Agatha Christie, dove si mira a smascherare l'assassino, magari con la pistola ancora fumante, perché, se di pistole fumanti si deve parlare, nel caso di specie ve ne fu una nelle mani di ciascuno dei grandi attori. Da questo punto di vista la guerra fu una tragedia, non un crimine da attribuire alla malevola volontà di uno o più stati. E quale fu questa cultura politica?

Emerge dai tanti episodi succedutisi a partire dagli ultimi decenni del secolo precedente fino alla fatidica estate del 1914, tra cambiamenti di alleanze, riposizionamenti strategici, rischiose azioni belliche dagli esiti non calcolati, ambiguità, simulazioni e dissimulazioni di una diplomazia in perenne fibrillazione, antagonismi interni agli schieramenti politici e accordi trasversali anche tra paesi schierati su fronti diversi, lotta per il primato tra politica e classi militari, fino ai facili e interessati ottimismi di una guerra breve. Le politiche aggressive della Russia verso gli Stretti e l'interessata protezione della Serbia, l'avventura libica degli italiani che offri' il destro ai nazionalismi slavi per attaccare su altri fronti l'Impero Ottomano in disfacimento, l'alleanza con finalità aggressive tra Francia e Russia sono solo alcuni degli elementi in gioco. Insomma, per Clark, non furono solo le paranoie imperiali della Germania verso la Francia e la Russia e le mire espansive e vendicative verso i Balcani dell'Austria/Ungheria, dopo l'attentato di Sarajevo, a scatenare il conflitto. È paradossale invece l'incomprensione di quanto alta fosse la posta in gioco, nonostante alcune riflessioni profetiche sullo scenario che si stava aprendo. E significative furono anche le manifestazioni di ottusità della stampa.

Ecco perché i protagonisti andarono in guerra come sonnambuli, guardando, ma non vedendo, inseguendo i propri sogni di potenza, eppure ciechi nei riguardi dell'orrore che stavano portando nel mondo.

A distanza di un secolo la domanda di come possa essere accaduto è ancora attuale, ma ciò che ci deve interessare, si chiede ancora Clark, è se quella intricata complessità faccia tuttora parte della presente scena politica europea, nella quale gli attori della crisi dell'Eurozona, pur consapevoli degli esiti catastrofici di una situazione estrema come il fallimento dell'euro, possano agire in favore di specifici e conflittuali interessi, senza calcolarne le conseguenze a causa di processi decisionali sempre più complessi, ma non ancora sufficientemente trasparenti. Va soprattutto evitato che i singoli attori si pongano nella posizione di sfruttare la possibilità della catastrofe finale, come leva per assicurarsi prefigurati vantaggi. Fortunatamente si devono cogliere anche le diversità rispetto ad allora, soprattutto avendo tutti i paesi più chiara l'essenza del problema e una maggiore fiducia reciproca, grazie alle istituzioni sovranazionali che all'epoca non esistevano.

Ma ciò non basta se viene a mancare o a non esprimersi adeguatamente un'azione sistematica di compromesso tra gli interessi in contrapposizione. I rigori di un monetarismo non temperato della Germania e dei paesi nordici a fronte di una progressiva riduzione delle leve di politica economica dei paesi con maggiori squilibri economico/finanziari quali quelli del sud Europa non sono un terreno facile da governare. Ma non lo sono neanche politiche di annuncio che poi trovano difficoltà a realizzarsi o servono soltanto a comprare tempo e a creare illusioni. Salvo poi ritrovarsi di nuovo davanti al problema. E non lo sono nemmeno le polemiche, anche stizzite, di chi vuole dare lezioni agli altri e di chi quelle lezioni ne' vuole ne' può accettare. Non aiuta neanche il susseguirsi di previsioni economiche e di dati sfornati a raffica che, invece di aiutare, impediscono di valutare le decisioni in un contesto di più stabili conoscenze; anche questo è frutto degli eccessi della finanziarizzazione dell'economia che ha trasformato radicalmente il valore temporale delle informazioni.

La minaccia più grave, e dagli effetti non calcolabili, dell'uscita dall'Euro della Grecia è stata finora tamponata, ma la sostenibilità di una crisi, che per alcuni paesi tra cui il nostro dura ormai da sette anni, rischia di allontanarli ulteriormente da una media che si presume ancora gestibile.

La più recente istituzione della Unione Bancaria rafforza la coesione d'ordine istituzionale, ma saranno le politiche concrete che la renderanno efficace.

Nel 2014, la concentrazione di potere economico nelle mani della Banca Centrale Europea ha raggiunto livelli non paragonabili con nessun altra passata esperienza. Essa abbraccia ora la politica monetaria, con strumenti non convenzionali, la gestione diretta di piattaforme come Target 2 dove si scambiano flussi di pagamento interbancari a rischio sistemico, la sorveglianza sulla Single Euro Payment Area e, da pochi mesi, la vigilanza diretta sulle prime 130 banche e il potere di surrogarsi alle autorità nazionali nei confronti degli altri 6000 intermediari less significant. E tutto ciò senza che si senta parlare più di tanto di controlli e bilanciamenti. Policy adeguate a rendere meno marcate le profonde segmentazioni che contraddistinguono l' area di mercato europea è l'impegno indefettibile della BCE.

È noto a tutti che si parte da situazioni molto diversificate per storia e cambiamenti intervenuti anche di recente, che hanno allontanato i vari sistemi bancari nazionali rispetto alle tre macro attività del credito, della finanza e del debito pubblico. Si tenga presente che il sistema bancario europeo continentale era identificato fino a qualche decennio fa come bancocentrico, mentre le divaricazioni intervenute in seguito ne hanno determinato profonde e rapide mutazioni. Le prime tre banche di Germania e Francia hanno assunto una struttura di bilancio più simile alle banche inglesi e americane, mentre quelle di Italia e Spagna fanno ancora perno sul credito e sull'assorbimento di titoli del debito pubblico.

Soprattutto l'Italia ha fatto crescere in questi anni il proprio banco-centrismo, senza trarne le conseguenze in termini di riassetto dell'intero sistema. Adeguare le strutture finanziarie per una maggiore rispondenza alle esigenze dell'economia vuol dire adeguare il loro livello di patrimonializzazione, non sufficiente a fronteggiare gli accresciuti livelli di rischio. Si forma un circolo vizioso in quanto più credito è necessario alla ripresa dell'economia e alla riduzione dei rischi, ma la scarsità di patrimonio di molte banche ritarda la crescita degli impieghi, dato che gli stock in essere sono gravati da elevati default.

Ma c'è anche da chiedersi dove porteranno politiche di regolamentazione (EBA in testa) che puntano soprattutto ad aumentare i requisiti di capitale, per scongiurare ipotesi di crisi sistemiche, forse sventolate troppo spesso come spauracchio, cioè senza condivisi elementi di dimostrazione. Se comunque bisogna ricapitalizzare, c'è da chiedersi dove attingere le risorse, dato il basso livello di profittabilita' rispetto al rischio delle nostre banche. Consapevolezza e azione diretta per risolvere il dilemma sono i necessari interventi strutturali, dopo le valutazioni non positive del comprehensive assessment di BCE e altri gap non trascurabili come quelli in ambito SEPA. In entrambi i casi siamo ultimi rispetto agli altri grandi paesi, nostri naturali concorrenti, e rappresentiamo un caso paradigmatico per noi stessi.

E questo aspetto dei ritardi accumulati è il più preoccupante, perché se si protrae ulteriormente nel tempo può avere effetti financo sulla coesione sociale. Le opportunità dell’unione e della politica monetaria comune sono state finora solo in parte positive per l’Italia e restano da vedere le opzioni che ci restano, tra l'altro accompagnate dalle preoccupazioni per il peso delle nostre sofferenze sul totale europeo (190 mld su 900, pari a oltre il 20%, con il Pil italiano che assomma al 12% di quello UE).

Le cinque direttrici per ammodernare il vetusto e frammentato sistema bancario italiano sono le seguenti:

1. Rapide operazioni di ristrutturazione e consolidamento dell'industria bancaria per ricostituire margini di capitale;

2. Forte impulso ai pagamenti elettronici, facendo anche leva sulla trasformazione digitale dell'economia;

3. Determinata azione di rinnovamento dei modelli di Governance e di controllo societario;

4. Netta riduzione della ipertrofia normativa sempre più costosa da sostenere;

5. Non rinviabile intervento di sistema in materia di bad bank.

La mancata riuscita di questo programma, in cui il fattore tempo é diventato essenziale (ma di cui è palese anche la complessità) e che richiama non tanto le esigenze di riforma di uno specifico settore, quanto la rilevanza delle infrastrutture creditizie per la società e l'economia italiane anche nel confronto europeo, potrebbe addirittura allargare il divario sociale esistente.

Bisogna anche evitare di reagire alla lunghezza disgregante della crisi con forme di iperattivismo istituzionale, che può tradursi in deficit di coordinamento degli interventi necessari. Un rinnovato ottimismo conseguente alla effettività delle molteplici riforme avviate potrà definitivamente sconfiggere il clima di rassegnato declino che i dati macroeconomici non certo eclatanti del Pil, dell'occupazione e del debito continuano ad alimentare.

I minimi segnali positivi, diciamocelo con franchezza, stentano a rassicurarci e a farci capire che le politiche più espansive della BCE, Quantitative Easing in primis, sono condizioni necessarie, ma non sufficienti per un rilancio strutturale di molte economie, compresa la nostra. Qualche commentatore inizia anche a prefigurare alcuni non irrilevanti effetti collaterali del Qe in salsa europea. L'acquisto della BCE per quote di titoli di stato di vari paesi sarebbe alla base dell'aumento dei prezzi dei Bund tedeschi, con la riduzione dei corrispondenti rendimenti. Ciò sarebbe la ragione dell'aumento dello spread di questi giorni tra Btp e Bund. Avanti tutta, anche per tentativi, ma non a passo di gambero, con il "fantasma greco" che, sempre più minaccioso, si è imprevedibilmente rimaterializzato a pochi giorni dall'avvio del QE medesimo.

Il pericolo della deflagrazione dell'euro, fino a quando non saranno escogitate vere forme di assistenza strutturale ai paesi meno virtuosi, ma forse dovremmo chiamarli una volta per tutte soltanto più deboli, evitando qualsiasi etichetta d'ordine etico, è sempre dietro l'angolo a ricordarci che i rischi peggiori non sono affatto scomparsi. E che, ove si concretizzassero, farebbero ricadere le responsabilità, come per altre circostanze ha cercato di dimostrarci il professor Clark, su tutti gli attori (ma soprattutto sui maggiori), per non aver saputo promuovere e governare efficacemente il gioco cooperativo né dentro né fuori i rispettivi paesi. Ma volete mettere la soddisfazione di lasciare agli storici che verranno un così vasto campo di studi?


Daniele Corsini - Davide De Crescenzi

 

lunedì 13 aprile 2015

Tre vite da bastian contrario

«Ho vissuto un'esistenza mediocre in una società mediocre», scrive il settantunenne Massimo Fini. Ma in verità questa biografia trasuda una vita tutt'altro che banale: da cui emergono, con ogni evidenza, i tre volti dell'autore.
Innanzitutto, il giornalista. Titolare nel 1985-95 di una seguitissima rubrica sull'«Europeo», Fini non si è mai identificato con quella o altre testate, cambiandole a iosa, dall'«Indipendente» di Feltri al «Fatto Quotidiano». Come mai questa lunga infedeltà? Forse perché egli rappresenta un unicum, come aveva intuito Montanelli. La sua penna, infatti, non è assimilabile né al soporifero «cerchiobottismo», e neppure al modello del «libero servo», brillantemente incarnato da Giuliano Ferrara. Ma Fini non è nemmeno un giornalista «anglosassone», restando un osservatore impressionista, a suo modo sempre partecipe. Forse è, semplicemente, un uomo solo, non di destra né di sinistra, in grado di lanciare stilettate a tutto campo.
Lo confermano, qui, i suoi affreschi senza perifrasi: i reduci sessantottini, consumati dal tarlo del carrierismo compulsivo; gli intellettuali antifascisti, i più conformisti di tutti; i piccoli e grandi nomi della carta stampata (incluso il suo amico Giorgio Bocca, immortalato in un ritratto tanto affettuoso quanto spietato); Don Giussani («su Dio brancolava nel buio quanto me»); il cupio dissolvi affaristico del glorioso Psi: un partito verso il quale Fini ha sempre mostrato un occhio sensibilissimo, forse perché esordì nel '70 proprio come cronista dell'«Avanti», quando era ancora un quotidiano perbene. Ma Fini non ha soltanto previsto, con largo anticipo, Tangentopoli e la furia popolare nel '92 contro la casta partitocratica. Ha vaticinato pure l'avvento del berlusconismo, come testimonia una sua straordinaria inchiesta uscita nel lontano '83 su Milano Due, cittadella dorata che inglobava in nuce tutti gli ingredienti della «nuova» Repubblica sorta nel '94.
Il secondo volto assunto da Fini è quello del «pensatore» antimoderno. Dal suo vecchio classico del 1985, La Ragione aveva Torto (un libro di culto, tutt'altro che campato in aria per essere stato scritto da uno storico dilettante), sino ai più recenti titoli sul «vizio oscuro dell'Occidente» prigioniero del proprio ombelico, passando per il Manuale contro la donna a favore della femmina e per un pugno di biografie «irregolari» (Nerone, Catilina, Nietzsche e Il Mullah Omar), il nostro autore è stato in grado di elaborare una «visione del mondo» d'indubbia originalità. Non occorre abbracciarla in toto per riconoscerne il sapore «against the current» (come Isaiah Berlin etichettava i pensatori illuministi, di cui ammirava la paradossale lungimiranza). Ad esempio, non solo quando smaschera il flop colossale delle guerre «preventive» e «umanitarie», ma anche quando rievoca la sua odissea sanitaria, affetto da glaucoma, tra medici gelidi e scostanti. Quest'incapacità della medicina tecnologica di parlare al paziente spiega moltissimo il successo, ahimè, dei «santi guaritori» alla Di Bella e Vannoni.
Attenzione, però: il sentimnto del tempo di Fini riflette una nostalgia senza rimpianto. Detesta, a parole, la civiltà industriale, e tuttavia non idealizza l'ancien régime, «un mondo fatto di durezze, di sofferenze, di diseguaglianze, di fatiche spesso bestiali». Semplicemente, rigetta la retorica del progresso e la filosofia del «meglio che deve ancora arrivare». Ma, a differenza di un de Maistre, Fini disconosce ogni Tradizione, incluse le proprie radici ebraiche. Figlio di un'istraelista russa scampata alla Shoah, da lui tratteggiata come un'aguzzina vuota di amore filiale, l'anti-monoteista Fini resta troppo anarchico per accettare gli obblighi di una «identità» vissuta al pari di una gabbia.
Per ultimo, due parole sul volto più carnale e borderline di Fini, quello di un Charles Bukowski dei nostri giorni, fra sesso, alcol (la sua droga) e tavoli da poker. Qui, per la prima volta, il «perdente di successo» si mostra in tutta la sua fragilità autodistruttiva, non tacendo neppure i giovanili abboccamenti omosessuali, in una Milano senz'altro più popolare e calorosa di quella odierna. Sono pagine di rara bellezza e intensità, degne di un grande scrittore.
Resta un dubbio: Fini ha amato molte donne, gratificato e violato il proprio corpo, sofferto (al pari di Montanelli) il «male oscuro» della depressione, rinunciato a una vera famiglia (pur figliando), assaporato il piacere libertino della solitudine, disdegnato ogni legame comunitario e scarnificato l'arroganza del potere. Con un pedigree tanto occidentale, come si troverebbe nell'Afghanistan dell'amatissimo Mullah Omar, da lui incensato come campione di un «medioevo sostenibile» capace di resistere al maleficio dei popcorn, delle patatine fritte e dei centri fitness?



LA QUESTIONE UMORALE

Ci risiamo. Basta che il nome di qualche Vip non indagato venga citato in un provvedimento giudiziario per scatenare la solita canea. L’altro giorno è toccato a Lupi, ora tocca a D’Alema. E tutti, sempre, a strillare contro la barbarie della giustizia che disturba tanta brava gente. E i giornali di sinistra che invocano una legge che proibisca loro di conoscere le intercettazioni penalmente irrilevanti, dopo aver gridato al bavaglio quando la stessa cosa la voleva Berlusconi. E i giornali di destra che rinfacciano alla sinistra i suoi silenzi quando c’era di mezzo Berlusconi (peraltro quasi sempre indagato), ma contemporaneamente denunciano il culetto sporco dei “compagni” e delle coop rosse e le misteriose “manine” che passerebbero le intercettazioni ai giornali (se stessi compresi) secondo un fantomatico “metodo Woodcock” che non si sa bene che cosa sia. Woodcock o non Woodcock, è bene che si sappia che ciò che è accaduto a Lupi e poi a D’Alema è normale in tutto il mondo. Nel 2008, un mese dopo l’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca, fu arrestato il suo amico ex governatore dell’Illinois Rod Blagojevich, intercettato per giorni e giorni mentre metteva all’asta il seggio senatoriale liberato proprio dal nuovo presidente. 
La stampa americana riportò regolarmente le intercettazioni in piena inchiesta, essendo contenute in un atto ufficiale della Procura inoltrato al Tribunale federale di Chicago e poi integrate con altro materiale depositato alla difesa, dunque pubbliche, quindi pubblicabili. Comprese quelle in cui Blagojevich parlava con due big non indagati, Jesse Jackson jr. (figlio del noto reverendo) e Rahm Emanuel, braccio destro di Obama. Nessuno, men che meno la Casa Bianca, polemizzò con i giudici, né con i giornalisti. L’unico a finire nei guai fu Blagojevich, che chiese perdono ai cittadini elettori (“ho sbagliato, mi scuso”), mentre Obama prendeva le distanze da lui e gli altri personaggi casualmente coinvolti diedero le dovute spiegazioni all’opinione pubblica delle proprie telefonate. L’ex governatore fu poi condannato a 14 anni per corruzione. Sono pazzi questi americani: anziché con le guardie e con la stampa, se la prendono con i ladri. Sorge il dubbio che, quando disse “ho sbagliato”, Blagojevich intendesse: ho sbagliato paese. In Italia, la notizia del suo arresto sarebbe stata oscurata dagli alti lai dei non indagati contro i pm. Tipo quelli di Lupi l’altroieri e di D’Alema oggi. Secondo quest’ultimo, la vicenda dell’inchiesta sulle mazzette della coop al sindaco ex forzista e dunque pidino di Ischia è “scandalosa” non per quello che emerge dagli atti.
Ma perché “è incredibile diffondere intercettazioni che nulla hanno a che vedere con l’indagine” per colpire “chi non è indiziato di reato e viene perseguitato al solo scopo di ferirne l’onorabilità”. Minaccia addirittura querele, poi fa una domanda interessante: “Di cosa devo rispondere? Della mia vita personale? Cosa c’entra chi conosco o non conosco?”. Il Conte Max è troppo intelligente per pensare che qualcuno ci caschi davvero. Si presenta come un “pensionato” e segnala giustamente la differenza fra sé – ex parlamentare – e un ministro che assegna appalti, ma tutti sanno che è uno degli esponenti più influenti della minoranza Pd. Per questo la sua fondazione Italianieuropei viene finanziata direttamente o tramite pubblicità alla rivista da importanti imprese pubbliche e private. Che mai butterebbero soldi per aiutare un pensionato a tirare avanti.
I magistrati ritengono che il potere della Cpl Concordia (quanti naufragi con quel nome maledetto!) presso le pubbliche amministrazioni derivasse anche dal rapporto privilegiato con lui. Perciò hanno inserito quegli elementi negli atti dell’indagine. Che non sono più segreti, dunque ormai noti agli avvocati e doverosamente riportati dai giornali, senza bisogno di “manine” tanto misteriose quanto inesistenti. Essendo D’Alema un ex, i giudici non devono neppure chiedere il permesso alle Camere per utilizzare quei nastri (il che vale anche per le intercettazioni sul cellulare di Renzi intestato alla fondazione Big Bang, visto che il premier non s’è mai fatto eleggere e dunque non gode di alcuna guarentigia).

Se poi la coop e/o la fondazione acquistavano centinaia di copie del suo libro e/o di migliaia di bottiglie del suo vino, questa non è vita privata: i suoi diritti d’autore di scrittore e i suoi introiti di viticoltore lievitavano artificialmente anche con quei sistemi. È un reato? Forse no (infatti D’Alema non è indagato). È un fatto molto discutibile che i cittadini hanno il diritto di conoscere e i giornali il dovere di raccontare? Certo che sì. Soprattutto perché la sua fondazione, come tutte quelle create dai politici, non dichiara i nomi e i contributi dei finanziatori trincerandosi dietro un’improbabile esigenza di privacy. Ora naturalmente la Casta coglierà l’ennesimo pretesto per tentare una legge bavaglio che impedisca ai giudici di inserire negli atti intercettazioni su non indagati, in modo che nelle ordinanze i giornali non trovino più nulla. Ma è fatica sprecata: se l’indagato telefona a un non indagato, che si fa? Si cancella una frase sì e una no? E se due non indagati parlano dei reati di un indagato che si fa, si finge di non sentirli? 
Fare politica non è una penitenza imposta dal confessore e nemmeno una prescrizione del medico curante: chi sceglie quella strada ha molti onori e privilegi, ma anche qualche onere: compreso quello di stare attento a ciò che fa e dice. Se non vi è portato, cambi mestiere. E soprattutto eviti di raccontare che una coop rossa gli compra 2 mila bottiglie perché “è noto a tutti che la mia famiglia produce un ottimo vino”. Se il vino di un politico è buono o cattivo, lo decidono i cittadini. Non l’oste. 

LE MOLTE VITE DI MASSIMO FINI

Entrò in classe, la Terza C, una mattina di novembre ad anno scolastico già iniziato, ragazzino spettinato, disordinato, ma quasi austero, come i liceali di quel tempo, ribelli in giacca e cravatta. Lo riconobbi subito mentre ancora esitava, in piedi, intimidito, cercando con lo sguardo dove andare a sedersi. Non so se l’avete mai provato, ma poche esperienze come quella di essere aggregato, tu solo e in ritardo, a una comunità o classe di tuoi coetanei già affiatati, trasmettono, con l’imbarazzo di sentirsi diversi ed esaminati, un senso di indifesa estraneità. “Trovati un posto, sbrigati – intimò il prof d’italiano al nuovo alunno – stiamo facendo lezione!”. Poiché lo conoscevo e lì ero un principino, mi alzai, spinsi i libri e le mie cose sul banco verso la parete e gli indicai la sedia a fianco accanto all’altro banco. Mi raggiunse e mi diede la mano sospirando, ”Almeno uno lo conosco”.
A dodici, tredici anni, avevamo giocato insieme a calcio, all’oratorio dei padri salesiani, quelle partite che cominciavano in trenta e più giocatori divisi in due squadre che via via si assottigliavano fino a che i superstiti non venivano reclamati dal prete o da genitori spazientiti. Invece i resistenti a oltranza ricominciavano coi palleggi e, quando non li interrompeva il pallone sgonfiato o il sacrestano, continuavano oltre il tramonto, veri stakanovisti, a fare tiri in porta anche senza portiere. 
Lui abitava lì vicino – la “casa dei giornalisti”- come gli altri ragazzini con cui arrivava e se ne andava. Facevano gruppo scambiandosi e commentando la Gazzetta dello sport, e giornali con le firme o le vignette dei loro padri e, con i ragazzi di altre classi sociali, ostentavano un’insopportabile arietta di superiorità. Poi scoprii che anche tra di loro le promesse di amicizia sacra e indissolubile si alternavano a scatti di rivalità, liti infantili, gelosie adolescenziali. Non ho mai avuto voglia di frequentarli, nessuno, salvo Massimo, a partire dal giorno in cui lo vidi prendere le difese di un piccoletto pestato da uno del suo gruppo, il più grosso. 
Andammo a casa sua e la cosa che più mi colpì e gli invidiai fu che, figlio unico e orfano di padre, quando la mamma era assente aveva tutta la casa a disposizione. Su un tavolo teneva fissata una tela o tovaglia e, sopra, sparsi o impilati, era pieno di “tollini” (tappi di bottiglia) sul cui fondo incerato aveva incollato etichette di giocatori di tutte le squadre. Una play station fatta a mano, preistorica, artigianale anticipazione delle play station digitali e virtuali, su cui giocano oggi con i loro amici i nostri figli e nipoti. Era mezzo secolo fa, a Milano, oratorio dei Salesiani, Liceo Classico Carducci, casa dei giornalisti.
Mezzo secolo dopo Massimo Fini ha pubblicato la sua autobiografia dal titolo più semplice immaginabile, “Una vita” (Marsilio, 2015). Leggendola mi sono accorto che del mio compagno di banco, dell’amico con cui ho fraternizzato e duellato per tanti anni, correndo ciascuno la sua gara, ciclicamente incrociando – destino o carattere che sia – l’uno la strada dell’altro, insomma, della sua vita, io, in realtà, ho sempre saputo troppo poco. 
Bisogna dire subito che l’autore mantiene la promessa: dentro il suo libro c’è vita, molta vita, anzi, più vite. Più vite perché più esperienze intense e incisive l’hanno ingaggiato e assorbito su più fronti per poi essere riaperte e sezionate, come su un tavolo anatomico ed esibite sul banco, umana troppo umana mercanzia. Più vite scandite così dalle proprie personali date fatali come dalle epoche che abbiamo attraversato, quelle indispensabili a occupare mezzo secolo. Ma più vite anche in un altro senso. 
Più vite da vivere contemporaneamente è molto più complicato che più vite vissute successivamente. 
Quando parla di sé e di chi o di cosa nel mondo gli è stato famigliare, quando racconta di suo figlio e di sua madre, di altre donne e uomini, di quale umanità l’abbia fatto amare e odiare e da cui si sia sentito amato, trascurato, abbandonato, è allora che Fini ci coinvolge e ci tocca dentro come una spina, come una canzone. Come quando parla della nostra Milano degli anni sessanta – i primi (non gli ultimi, i cosiddetti “formidabili” di Mario Capanna), anni aperti e luminosi, costruttivi e contrastati in una Milano tutta da camminare, da esplorare, da toccare con mano, da cantare. Come quando parla della casa di famiglia, del babbo importante e della madre severa, di molti insegnamenti e di poca affettività. Della casa in cui ha sempre abitato e continua ad abitare, Massimo fa brillare un divano rosso, che, per molti, intervistati o semplicemente incontrati, si fece lettino di psicanalista, confessionale senza liturgia di uno che ti fa parlare rivelandosi, lui, più dell’ospite di turno, debole e colpevole di delitti del cuore, dei sensi, dell’indole. Colpe e debolezze oneste, le sue, perché irresistibili, ancestrali, ataviche. Dunque perdonate in partenza, Le sue, ripeto, non certo le colpe degli altri. Che, dopo un po’ di tempo, su un giornale, magari le trovavi spiattellate senza tanti riguardi. Decisamente Massimo è meno complice di come sembra.
Tecnica proibita, e si capisce perché, agli addetti associati alle varie confessioni cristiane e alle varie scuole freudiane, junghiane, kleiniane e chi più ne ha più ne metta. Ma, infine, un terapeuta più afflitto del paziente e però capace di consolarlo non è cosa da poco, soprattutto non è cosa da scuole o accademie di dottori affiliati e disciplinati da norme, codici e statuti.
Questo si capisce leggendo questo libro, ma questo dice poco della cosa più importante di “Una vita”: la scrittura. La sua scrittura, restando incollata alla realtà, si fa qui disinibita, vorticosa, aggressiva e, come aderendo alla sua condotta, alla sua caccia grossa di sensazioni, di barriere da scavalcare e di ebbrezze autodistruttive, ti contagia di temerarietà, per farti salire sulla sua giostra.
La differenza tra Fini scrittore e Fini giornalista è che, mentre negli articoli di giornale il bersaglio è sempre qualcun altro, nel suo ultimo libro il bersaglio su cui si accanisce è se stesso. Per quanto sia bravo come giornalista, saggista, polemista e ritrattista solo qui, diventato scrittore, tocca corde che vibrando fanno male, male vero, solo ad ascoltarle. Come assistere a un harakiri senza poter far nulla. 
Se nel giornalismo Massimo si è occupato di personaggi e storie varie in modo quasi sempre polemico, come saggista ha spostato la polemica sull’attualità stessa, sempre più spesso facendo ricorso al pozzo del passato e alle sue risorse contro i moderni, i loro pregiudizi e le loro contraddizioni tanto arroganti quanto inspiegate. Così è diventato uno scrittore reazionario, oscurantista, retrò pur sempre coerente con il giornalista assediato dal fastidio, dal fardello, dalla miserabile ipocrisia dei contemporanei. 
Rassicuro: Massimo sa indirizzare benissimo la sua penna dove vuole e come infierisce su di se, così sa anche gratificarsi e complimentarsi per una vita condotta all’insegna dell’onestà, del disinteresse, dell’indipendenza dal potere e dai suoi uomini. Rivendicazione più che legittima da parte di chi è stato censurato, denunciato, licenziato pagando non so quante volte il prezzo della coerenza. La coerenza, ahinoi, è una virtù a se, una virtù che parla di noi stessi, ma non dice nulla della realtà. Infatti, si può essere coerenti anche nel vizio, nella colpa, nella pigrizia e nei delitti: solo per questo saremmo anche virtuosi? 
Impudico, Massimo racconta di se e dei suoi sensi di maschio etero e omo, seduttore sedotto e, infine, deluso dalle sue conquiste femminili. Come intreccia prosa on the road e prosa colta, all’ombra di Rimbaud e di Celine, così, mentre aspira alle virtù borghesi dei benpensanti non rinnega il vizio di esistere, di voler esistere senza limiti, senza cedere mai né alla fede né alla dea ragione. Tantomeno alla politica per lui sinonimo di potere, anzi, degli uomini di potere dell’odiato occidente – quasi un equivalente dell”odiata nazione” del Jules Verne di “Ventimila leghe sotto i mari”. Contro di loro – i potenti, i contemporanei, i conformisti – è persino ovvio, Fini dà sempre ragione agli altri, a tutti gli altri, da Catilina a Nietzsche, dal Mullah Omar a Beppe Grillo.
Dopo la discesa agli inferi delle notti insonni e degli incontri burrascosi viene anche per lui l’ora di lusingarsi, collezionando interviste e ritratti a gente famosa, a very important people. Qui il libro si fa più glamour, più studiato e quindi freddo. Da non pochi di questi incontri professionali lo scrittore riemerge giornalista un po’ troppo soddisfatto di essere così coraggioso e ribelle, implacabile o magnanimo a suo gusto, registrando compiaciuto anche le adulazioni e tenendo stretta, per sé, l’ultima parola, il commento definitivo. Sono registri di giornalisti avvezzi a fare ‘carrellate’ di personaggi di cui dispensare bozzetti fatti in giornata, per l’obbligo di consegnare il pezzo, come disegnatori di piazza. Ma era cosa giusta e onesta che in “Una vita” non mancasse il Fini giornalista che immagino sia per alcuni anche il più conosciuto e che, certo, aiuterà il successo del libro di uno scrittore vero.
Massimo sta diventando del tutto cieco. Ha scritto desolato che non potrà più scrivere. Non è vero, si sbaglia: può imparare il linguaggio dei ciechi, può usare le tecnologie che trasformano la voce in scrittura e le applicazioni che consentono ai ciechi di correggere i propri testi. Non si deve avvilire perché non vede, tantomeno annullare. So che a nessuno basta mai, ma lui ha visto tantissimo, quasi tutto quel che un uomo ha da vedere. Ha bisogno di un po’ di tempo per ritrovarsi nello spaesamento, per sopportare la mancanza del senso perduto e per potenziare e affinare l’udito, il gusto, l’olfatto e il tatto. Ha certo bisogno di compagnia, di molte voci, magari di radio a cui parlare oltre che da ascoltare, insomma, ha bisogno del suo lavoro, dei suoi famigliari e dei suoi amici e anche dei suoi nemici, oggi molto più di prima. Questa può diventare una cosa bellissima: è possibile, dipende, se … “solitaire et solidaire”, come diceva di sé Albert Camus, ed io ho detto di Massimo – dipende se, solitari e solidali saremo anche noi, gli altri, gli amici e i suoi lettori.