lunedì 30 giugno 2025

Forme d'arte composite: Incrocio ideale fra un'intallazione artistica e un portfolio fotografico

Una delle esigenze dell’uomo è sempre stata quella di dare un significato alla propria esistenza, non intendendo tanto porsi come obiettivo comprendere il significato della vita in genere, ma proprio legata all’io che è connaturato all’ego incomprimibile che risiede in ciascuno.
Un impegno non indifferente per chi si illude, anche ricorrendo a utopiche religioni - e ne ha fatto oggetto di ricerca o studio filosofico interiore - magari soffermandosi sull’individuazione di un’anima, indispensabile per una qualsivoglia tesi.
In questo, oltre al mistico, il raziocinio della ricerca scientifica ci porta a immaginare per scoprire l’impensabile e anche l’arte, attraverso visioni e illusioni percorre una sua strada d’indagine.
Fabio e Fulvio, sul tema, si sono praticamente impegnati a sviluppare le loro intuizioni utilizzando materiali essenziali in uno spazio suggestivo, intriso di misticismo; installando le loro opere nella cripta della chiesa di via Alloro. Installazioni artistiche simboliche e minimaliste, per sviluppare i concetti di vita e morte.
Invitato a visitare l’operazione mi sono prestato al gioco e di leggerla a modo mio, utilizzando la macchina fotografica per fissare dettagli, senza a priori conoscere nulla sull’intero progetto.
Riporto, ora, il testo composito del critico Massimiliano Reggiani scritto unitamente ai due autori, che hanno convenuto di miscelare impressioni con quello che era l’incipit dichiarato e sotteso alle installazioni complessivamente intese secondo un unico svolgimento.

“Un’installazione site-specific degli artisti palermitani Fabio Ventimiglia e Fulvio Governale, realizzata nella cripta sepolcrale di Santa Maria dell’Itria dei Cocchieri, la piccola chiesa nel capoluogo siciliano che dal tardo cinquecento ad oggi esprime e rappresenta l’attività della Venerabile Confraternita dedita alla cura delle anime, alla moralità dei confrati e ai bisogni di chi abita nello storico quartiere della Kalsa.
‘Ipogeo’ – con il patrocinio di Settimana delle Culture – è un’opera di luce e di materia, di memoria e di suggestione.
Così la presentano i due artisti, entrambi laureati all’Accademia della Città: ‘Ipogeo’ è il lavoro del passaggio, perché la morte è solo un’altra vita. Nel profondo di un luogo sacro e attraverso l’utilizzo di elementi caratterizzanti, l’installazione rappresenta il luogo del travaglio interiore e il lavoro continuo della cura delle anime. La conservazione non ripara la memoria ma è il processo costruttivo di quest’unicum che esprime e concreta l’anima nel mondo.
Il protagonista del film ‘Stalker’ di Andrej Tarkovskij, nel monologo ‘la freschezza dell’esistenza’, afferma che in fondo la passione è attrito tra l’animo e il mondo esterno. Perché non pensare, quindi, alla passione come a ciò che più di ogni altra cosa si avvicina a quest’intima profondità che chiamiamo anima?
Il sale tiene lontano tutto ciò che può alterare; se persino il ferro cede alla sua natura determinata e forte, l’anima ormai è decapitata e pulita come il sale.
Non entrerete in un cantiere silenzioso, già c’è un’anima che ruota e sfila, è sempre la stessa (è sempre lì), ma non trasmette più insieme la trama con l’ordito, sfilare è laborioso come fare un tessuto. Non entrerete in un cantiere silenzioso, se a far rumore è lo strepito di una vita che annaffia le gemme in aprile e le ritira in ottobre”.

A seguito della significativa premessa, intendendola quasi una sinossi, propongo quattordici delle fotografie realizzate in loco che potrebbero rappresentare un portfolio, Composto da immagini accennanti ai passaggi intermedi, alle tappe intercorrenti tra l’inizio e la fina, tra la vita e la morte.
In questa rappresentazione fotografica, delle “grate o feritoie”, che separano i due piani d’ubicazione dei diversi elementi, a mio parere si uniscono anch'esse all’unicum del progetto.
Potrebbero pure intendersi come dei filtri attinenti alle fasi terrene e l’anima (fig. 12) per collegare l’ascetismo cattolico rappresentato dal cristo in croce e in sospensione, dogmatizzato nell’affresco sommitale che lo sovrasta (fig. 13 e 14).
Non so quanto di religioso possa aver ispirato l’idea ai due artisti d'arte moderna, ma non conta. Per rendere comprensibile quanto detto a parole le foto sono state inserite seguendo la logica immaginata.

Buona luce a tutti!

© Essec



domenica 22 giugno 2025

Palermo Pride 2025



Tra tantissimi scatti, alcune foto della manifestazione palermitana su: https://salvatoreclemente.blogspot.com/2025/06/palermo-pride-2025.html

Buona luce a tutti!

© Essec

sabato 14 giugno 2025

"Il Palpito della terra" di Laila Bohnenbergher all'ARVIS di Palermo



Un’operazione complessa, con un progetto ricco di tecnica creativa e che segue un filo logico … sconfinato.
Sono tanti i messaggi inseriti nell’ambito della mostra, con delle allusioni esplicite, coerenti alla sinossi, e tante simbologie rivolte all’osservatore che potrà leggerle liberamente anche nelle provocazioni concettuali.
Iniziamo con riportare la sinossi dell’autrice:
“IL CORPO IN MOVIMENTO ENTRA IN SINTONIA CON IL MOVIMENTO DELLA TERRA.
Immergersi nella materia, ritornare all’essenza, alla pianta: questo è il desiderio dei corpi femminili che fotografo. L’ambiente si imprime su di loro, la pelle è mimetica con gli elementi che la circondano, la Natura diventa un mantello.
A volte i corpi si sentono al sicuro. Si fondono teneramente con l’arredamento. La forza della Natura e la forza femminile sono in armonia. Entrambi in ascolto, il ciclo femminile si lega al ciclo lunare. La pace regna, la fusione è omogenea.
Ma con una tecnica di sovrapposizione mostro anche che questa Natura si ribella. Diventa incontrollabile, invade gli esseri umani, li imprigiona.
Corpi avvolti, la Natura diventa tela o rete. Congela coloro che l’hanno ferita nel tempo.”
Con le opere esposte Laila Bohnenbergher affronta gli aspetti esistenziali destinati a non trovare mai risposte, se non quelle assolute: ovvero che qualunque forma di vita rimane collegata alla relatività del suo “spazio/tempo”.
Da visitatore della mostra, tenendo anche in giusto conto la sinossi dell’artista, sono portato a osservare che la mostra inizia con un vetro spezzato, con inglobata un’immagine nitida di un autoritratto che esce da una penombra. La prima domanda potrebbe già essere: Il “Narciso” cui si allude e che ne viene fuori parla della stessa autrice o è un netto richiamo al visitatore che si accinge a visionare le opere esposte?
Le concettualizzazioni espresse in sinossi sono abbastanza evidenti nelle fotografie, stampate rigidamente in bianco e nero, che rappresentano attimi di frame congelati in dissolvenze incrociate che, nel fondere figure plasticamente compatibili, mettono a frutto le maturate esperienze cinematografiche dell’autrice. Lei sa certamente distinguere l'immagine in entrata rispetto a quella in uscita, ma è normale che le due direzioni potrebbero non coincidere con chi si pone a osservare le opere.
Appare anche una scelta la sottolineatura della Natura collegata principalmente al mondo femminile, che in qualche modo ricorda velatamente la "Pachamama". Figura semplice e radicata nella filosofia delle tribù andine. Simbolo vivente di una cultura che ha venerato la Terra come fonte di vita e protettrice di tutti gli esseri viventi.
Le diverse forme e formule adottate sviluppano tante grammatiche differenti e, in questo, le immagini perfettamente definite, non miscelate qui in sovraesposizioni, sono proposte attraverso l’uso di gelatine sapientemente apposte su basi d’origine rocciosa (calcarea, sedimentaria, etc…) per sviluppare un discorso altro.
Alcune di esse proposte come installazioni, con l’utilizzo di calze da donna, a mio parere, potrebbero costituire il ricorso a stratagemmi idonei a individuare esposizioni d’immagini consolidate; che potrebbero alludere a una galleria di ritratti, volta alla esaltazione della figura femminile e della sua bellezza estetica.
Immagini preservate, quindi, in una simbolica pinacoteca particolare, che si viene a intramezzare fra le fotografie dell’ideale fusione esistenziale tra due mondi intesi come paralleli (vegetale e umano).
Le altre formule artistiche adottate, forse lasciano presupporre la stabilità delle immagini nel ricordo di noi umani, mentre altre ancora avrebbero lo scopo di far contemplare, con l’invito a riflettere: le isolate rocce non protette da calze, che si intervallano anch’esse nella esposizione delle opere e fotografie di visi non meglio definite poste forse come intercalari di una punteggiatura interiore.
In conclusione, non credo che la sinossi scritta da Laila possa ritenersi esaustiva rispetto all’argomento, anzi vuole essere un punto di partenza.
Le singole opere e l’allestimento ben ideato, inducono a molteplici considerazioni, variabili per le esperienze di ognuno.
Sono, infatti, innumerevoli gli spunti e le domande che suscita l'attenta visione della mostra.


Buona luce a tutti!

© Essec

giovedì 12 giugno 2025

Elliott Erwitt anche quando ha fotografato a colori, si è sempre orientato con uno sguardo fotografico in bianco e nero.



Una mostra “splendida” come usa ormai dire anche il mio amico che si è appropriato del temine che uso spesso per esprimere un giudizio d’eccellenza.
Pur conoscendole e già assimilate, anche per averle osservate da tempo, l’impatto con le foto in mostra al Palazzo Reale di Palermo del mitico ERWITT, suscitano quasi la pelle d’oca.
Un allestimento lineare sviluppato secondo percorsi logici e omogenei, associati a un'illuminazione delle opere eccelsa, precipita lo spettatore in un contesto che suscita l'idea di bellezza.
La pulizia delle immagini ne trae un indubbio vantaggio, facendo uscire dalle tante finestre personaggi, storie, come fossero ancora vive e propense ad un potenziale dialogo.
Una considerazione mi è apparsa evidente in sede di postproduzione delle fotografie scattate durante la visita e cioè che Elliott Erwitt anche quando ha fotografato a colori, si è sempre orientato con uno sguardo fotografico in bianco e nero.



Il colore nelle sue foto, comunque, qualora sia stato volutamente scelto, non distrae, anzi costituisce un valore aggiunto finalizzato ad arricchire i dettagli dell’immagine, in relazione al racconto.
Come detto, nella sua semplice razionalità, la mostra ha puntato sulla cura delle disposizioni, amalgamando le immagini con l’ambiente, anche con aggiunta di trovate originali che non disturbano, anzi impreziosiscono, l’insieme.
Delle 150 fotografie in mostra 77 fanno parte di uno slide show proiettato in una saletta adiacente alla sala ove sono esposte le fotografie stampate.
La visione integrale di tutte quante le opere, che riesce a raccontare a pieno l’indubbio talento e la straripante fantasia del personaggio Erwitt, costituisce un quadro d’insieme che consente di capire anche al neofita più distratto, cosa può essere la fotografia nei suoi molteplici aspetti culturali: artistici, documentali, creativi e chi più ne ha più ne metta. Insomma 8,50 euro per l'ingresso alla visita spesi bene!
Una mostra programmata purtroppo in un periodo prettamente estivo, affollata da molti turisti in transito, ma che dovrebbe principalmente coinvolgere i giovani e le classi scolastiche di ogni genere e grado. La chiusura dell’evento è prevista per il 30 novembre prossimo, sono previsti sconti speciali per le scuole. Volendo, quindi, gli insegnanti potrebbero organizzare le imperdibili visite in tempo.

Buona luce a tutti!

© Essec

venerdì 6 giugno 2025

Pont-Raits: Fotografie di Davide Currao



Si può produrre e fare fotografia in tanti modi, la regola costante impone in ogni caso che, qualunque sia l’immagine che si intende proporre la stessa non deve mai essere scontata, schiacciata da regole compositive fisse e che il risultato raggiunto riesca a trasmettere all’osservatore una emozione.
In questo senso le fotografie di Davide Currao in mostra a Palazzo Ziino, sono una dimostrazione pratica di ciò che può bene intendersi dell’abc artistico esprimibile attraverso la combinazione di una macchina fotografica, la fantasia compositiva del fotografo, l’ottimizzazione della scrittura delle luci e, non ultimo, la complicità creativa del soggetto che si pone come modella/o.
Le molteplici immagini di Currao esposte, che rappresentano una selezione fatta per genere e di differenti idee/campagne, offrono una notevole gamma di soluzioni praticabili attraverso un dosato e sapiente uso dello strumentario fotografico.
La pulizia delle opere, oltre a creare un alone di bellezza che attrae quasi in maniera ipnotica, indirizza e accompagna l’osservatore che, girando per la mostra, sembra quasi essere chiamato da ogni personaggio/scena/trovata acutamente congelata in ogni foto.
Paradossalmente si crea la sensazione di subire il richiamo dello stesso autore, che attraverso le sue fotografie, sussurra storie, senza mai alzare il tono di voce e che ciascuno potrà leggere/immaginare al momento; inventandosi il tutto attingendo nel baule delle sue esperienze.
L’idea originaria di scrivere dei pensieri, da mettere volanti e sospese nelle sale, anche per carenza di adesioni, ha trovato valida sostituzione in una serie di post it che i visitatori stanno cominciando a scrivere e ad affiggere sui muri.
Probabilmente il risultato riuscirà a meglio integrare scrittura visiva e pensieri, sempre secondo l’idea in origine prefissata; sicuramente un modo diverso di raccogliere segnali, magari in maniera differente rispetto al classico registro posto all’entrata.
La visita della mostra impone diversi giri del percorso, magari con ritorni utili a verificare quelle che erano state le prime impressioni.
Dire le foto esposte sono molto belle e organizzate in maniera intrigante appare del tutto superfluo.
Neppure l’allestimento, che è un esplicito e partecipato omaggio oltre che riconoscimento postumo all’autore, curato da Luca Lo Iacono e Ezio Ferreri, necessita di ulteriori considerazioni; anzi potrebbero risultare ridondanti rispetto alla sobria efficacia del progetto.
Una cosa è certa ovvero che, a prescindere dalle anticipazioni che erano state date attraverso il sito web che raccoglie tutte le immagini esposte in mostra, vederle di persona è tutt’altra cosa.
L’esposizione verrà mantenuta fino al 26 giugno e chi si occupa di comunicazione artistica, a prescindere della passione per la fotografia, non può esimersi dal vederla.

Buona luce a tutti!

© Essec