domenica 3 agosto 2025
Una mattina, mi son svegliato, o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
Tutto quanto si tenta di approfondire sempre più spesso appare banale, per il semplice fatto che si rimestano tematiche, per poi pervenire a considerazioni scontate.
È questo il modo del nostro interagire con quanto ci sta intorno, che vorremmo analizzare con argomenti nuovi per potere magari attenzionare e osservare cose ed eventi secondo angolature diverse rispetto al sentire comune che incanala verso il “pensiero unico”.
In modo figurativo però, tentando di accendere fari e spot per evidenziare aspetti particolari, si manifestano anche i paletti che indicano ripetitività e, ovviamente, quelli che sono i nostri limiti. Sempre più difficile è poi trovare argomenti per poter imbattersi in originalità interpretative, con modi di leggere e di pensare diversi.
Per non arrendersi al piattume e mantenere le sinapsi sveglie occorrerà continuare a inventarsi qualcosa e ricercare spunti per avventurarsi in nuove questioni che riescano magari a produrre coinvolgimenti, che intrighino, suscitando anche in altri interesse e riflessioni.
In questa chiave, quindi, si prende oggi spunto da un interessante articolo pubblicato sul numero di Fotoit di giugno, utile a intavolare dei ragionamenti per valorizzare l’importanza che dovrebbe avere la storia.
Prima di iniziare mi piace richiamare l’attenzione sul fatto che l’emancipazione è una condizione acquisita, ma alla quale però non sempre è prestata la giusta attenzione. Nella grammatica italiana corrisponde a un sostantivo che identifica un proprio status, sicuramente correlato a conquiste, a diritti civili e sociali. Un termine che ha anche molto a che fare con altri due, ovvero la riconoscenza e la gratitudine, che non tengono in giusto conto la provenienza delle opportunità ritrovate.
Fatta la dovuta premessa, veniamo al pretesto offerto da Pippo Pappalardo che, con il suo attento articolo, ha voluto mettere in luce ed evidenziare il contributo prestato dalle donne partigiane e, specificatamente, nella resistenza italiana.
L’intento confessato era quello di voler richiamare in origine l’attenzione al libro “L’Agnese va a morire” di Renata Viganò, poi non poté’ frenare la voglia di allargare il discorso sulle donne della resistenza.
A supporto dell’argomento viene anche fatto cenno anche al volume di Benedetta Tobagi (“La resistenza delle donne”), utile ad allargare le tante considerazioni inerenti al ruolo delle donne assunto nella resistenza, nella liberazione e nel successivo momento di rifondazione sociale sfociato con il plebiscito per l’assetto repubblicano dell’Italia.
In forza di ciò nel 1946, in Italia le donne votarono per la prima volta e parteciparono anche all'elezione dei membri dell'Assemblea Costituente. Le donne elette diedero un contributo determinante nella stesura della nostra Carta costituzionale entrata in vigore nel 1948.
L’interessante articolo cui si rimanda pone delle riflessioni sia sull’attualità politica che stiamo vivendo che sull’emancipazione cui si è fatto cenno.
Per quanto evidente, la partecipazione fattiva delle donne italiane, sommato alla variegata partecipazione delle diverse ideologie dei tanti attori intervenuti nelle varie fasi costituzionali, ha creato un equilibrio democratico aperto e idonea a creare una serie composita di pesi e contrappesi, frutto anche della cultura millenaria sedimentatasi nel nostro paese.
Atteso che è stato il governo Giolitti a introdurre nel 1912 il suffragio universale maschile per chi avesse compiuto trent'anni (nel 1918 tale diritto fu esteso ai maschi che avessero compiuto 21 anni o che avessero effettuato in servizio militare) e che nel febbraio 1945 venne emanato il decreto legislativo che conferiva il diritto di voto alle italiane che avessero almeno 21 anni ne consegue che:
1) Il voto universale deriva da un provvedimento regio sabaudo.
2) L’estensione del diritto di voto alle donne deriva da un provvedimento giuridico emanato dalla nascente Repubblica italiana postfascista.
Per quanto ovvio durante il fascismo le donne non avevano voce in capitolo nell’ambito della rappresentanza politica e tanto meno nel poter ricoprire incarichi istituzionali di alto rango.
Fortunatamente l’emancipazione sociale contempla progressi, ma non può certamente confutare certe evidenze della storia. In questa chiave appaiono bizzarre e certamente singolari le tante opportunità politiche offerte a partiti di derivazione postfascista, restie a valutare le fortune ereditate attraverso una serie di combinazioni occasionali laiche d'ispirazione anche cristiane e democratiche.
Il pensiero non può, quindi, non andare all’attuale Primo Ministro donna. Quella declamante “Dio, Patria e Famiglia”.
Ritornando alle donne della resistenza, se non fosse stato per quelle partigiane forse oggi non solo non avrebbe ancora possibilità per il diritto di voto, ma avrebbe potuto forse aspirare al solo ruolo di cortigiana di un capo.
Verrebbe da dire: Alla faccia della emancipazione conquistata da chi ha lottato contro il regime fascista” e degli appuntamenti annuali rievocativi di “Acca Larentia”, spesso pure partecipati e mai rinnegati.
Buona luce a tutti!
© Essec
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