lunedì 19 gennaio 2026

Arch. Raffaele Savarese: "Il Palazzo dello Scibene" - Edizioni 40due Palermo



Con l'architetto Raffaele Savarese ci frequentiamo da molti anni. Ci siamo conosciuti partecipando alle mitiche passeggiate culturali organizzate dal Circolo Istrice.
Rosalba e Ruggero preparavano gli incontri mentre lui arrivava trafelato, sempre in ritardo negli appuntamenti; ma si faceva perdonare per l’innato talento di cui madre natura l’aveva dotato: quello di sapere narrare in maniera affascinante l’architettura e tutta l’arte in genere (compresi aneddoti e punte di polemiche e critiche che insaporivano le sue dotte esposizioni).
Nell’illustrare luoghi, dimore e monumenti associava costantemente anche racconti di storie che riguardavano i protagonisti, citati in apparenza come corollario, ma che riuscivano a creare un’enfasi talvolta teatrale sull’oggetto messo a fuoco e i temi trattati.
A fine anno (novembre2025) ha autoprodotto “Il Palazzo dello Scibene" (40due Edizioni, pag. 144 costo 15,00 Euro) in cui tratta del monumento facendone, come suo costume, un’accurata radiografia urbanistico-archeologica.
Il volume, dedicato alle figlie Orsola e Clementina, costituisce il coronamento di suoi lunghi studi e ricerche condotti su un Palazzo di origini arabo normanne, oggi malridotto, ma che testimonia ancora tracce di tecniche di costruzione all’avanguardia per quei tempi.
Per la mia scarsa competenza nel settore, non mi azzardo ad avventurarmi in campi a me sconosciuti, ma posso però assicurare che per le provate e sperimentate conoscenze professionali nel suo mestiere, specie per gli addetti ai lavori, lo studio da lui condotto può costituire un prezioso documento.
Nel consultare il libro si avrà modo di constatare che gli argomenti trattati si allargano e si allacciano agli altri manufatti del periodo realizzati in Sicilia e nella stessa Palermo, tutti quanti basati anche sullo sfruttamento ottimale delle sorgive, per sollazzo o per utilizzo civico degli abitanti del tempo, seguendo le logiche di edificazione del medio oriente.
Sono molte le tavole storiche, peraltro abbondantemente illustrate dall’Architetto, insieme a scritti di studiosi di che hanno operato in varie epoche rilievi e restauri sul monumento. Analogamente fotografie recenti documentano lo stato dei corpi di fabbrica e testimoniano gli interventi postumi visibili.
Su You Tube https://youtu.be/ycj7PVIdc0c?si=NhthY5RcB4vucwku è postato l’intervento del 14 aprile 2014 dell'autore del libro, pure citato nel testo, avvenuto alla Facoltà di Ingegneria dell'Università degli Studi di Palermo, per la prevista realizzazione della linea 3 lungo la circonvallazione cittadina.
Chi si troverà interessato all’acquisto del volume potrà rivolgersi all’editore o all’autore per essere indirizzato alle librerie che lo hanno in vendita.

Buona luce a tutti!

© Essec

domenica 18 gennaio 2026

Oscar Nicosia Photography



Nel suo portale web “Human Space” Oscar Nicosia riporta la frase di Helmut Newton: «Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare, tre concetti che riassumono l’arte della fotografia».
Considerazioni che costituiscono per lui dei paletti nel proporre il suo modo di fare fotografia.
Per descrivere il suo spazio mediatico Nicosia scrive poi: “tra gli sfondi di pietra antica che ha visto tutto, si dispiega lo Spazio Umano. È il tocco di un tasto di pianoforte in una piazza, il passo di una danza da una terra lontana, l'ombra che si allunga sul marmo secolare. In queste strade, la bellezza non è un museo immobile, ma un palcoscenico vivente dove ogni incontro è una nota e ogni volto una storia che vale la pena ascoltare.”
A conclusione della sua biografia che fornisce informazioni sul suo percorso di crescita aggiunge: “La fotografia è sempre in divenire e in fase di sperimentazione: dal 2023 riscopro l’analogico estendendo il mio bagaglio allo sviluppo, alla stampa in camera oscura e alle antiche tecniche di stampa (in particolare la cianotipia)”.
Stiamo parlando, quindi, di un autore in pieno “germoglio”, che si è approcciato alla fotografia seguendo canoni classici e che, preso giustamente atto dei molteplici vantaggi della tecnologia moderna, fa tesoro delle esperienze classiche dell’analogico per ottimizzare sempre più la realizzazione delle sue idee.
Il linguaggio fotografico in bianco e nero prescelto, gli consente altresì di arrivare subito al punto. Con l’umiltà di chi si pone domande, prevedendo anche dubbi, segue le linee di un suo percorso, intimo, che legge la realtà e la traduce in un suo linguaggio particolare.
Nicosia utilizza un modo di operare che induce ad andare sempre oltre le immagini ogni volta selezionate dalla sua produzione, recenti o d’archivio non importa, e che si rivelano utili a quello che è il pensiero del momento, il flash che si è acceso nella sua macchina fotografica cerebrale.
Le sue fotografie sono spesso dei simboli, utilizzate per congelare a suo modo esperienze vissute, idee, suoni, atmosfere e suoi ragionamenti, ma anche volte a stimolare l’osservatore e invitarlo a andare oltre, non rinunciando a utilizzare, allo scopo, anche qualche provocazione.
Ogni suo post pubblicato è accompagnato da una sinossi, spesso anche dal sapore onirico o surreale, ma sempre legata alle immagini.
Degli scritti che riportano pensieri destinati a vagare leggeri, come delle piume che sfiorano sensibili, anche nella mente di chi legge.
Mai banali e, in ogni caso, inscindibili e che rappresentano il momento creativo e una fusione con le immagini proposte.
A questo punto, la curiosità di vedere il suo modo di operare penso sia stata accesa, quindi non resta che andare a visitare il suo portale https://oscarnicosia.com/

Buona luce a tutti!

© Essec

sabato 17 gennaio 2026

"arrestato" di Marica Di Bartolo, in mostra alla Galleria Fiaf presso l'Arvis di Palermo

“Qualcuno doveva aver calunniato Josef K. Poiché, senza che avesse fatto alcunché di male, una mattina venne arrestato.”
È il brano tratto dal romanzo “Il processo” di Josef Kafka inserito da Marica Di Bartolo come incipit nella sinossi della sua mostra fotografica - intitolata “arrestato” - inaugurata venerdì scorso, che resterà attiva fino al prossimo 29 gennaio presso la Galleria Fiaf dell’Arvis di Palermo.

Le diciotto immagini esposte costituiscono un portfolio che s’ispira a un fatto reale. Con un'operazione che indaga, attraverso la fotografia, sullo status intimo di una persona rimasta coinvolta in problematiche giudiziarie e assoggettata a detenzione.
Il prodotto artistico si prefigge di narrare e concettualizzare aspetti della vicenda, soffermandosi, in particolare, sulle sensazioni e lo stato di chi si ritrova ad essere privato della libertà. Al riguardo, il romanzo di Kafka, scelto a supporto, ben si adatta allo scopo.

Nella pagina Wikipedia, che illustra vari aspetti dell’anzidetta opera letteraria è pure riportato:

“In questo romanzo più ancora che nelle altre sue opere, Kafka usa uno stile che serve allo scopo di rendere la narrazione spersonalizzante e angosciosa. I personaggi sono spesso indicati in modo parziale e criptico; dello stesso protagonista non viene mai chiaramente esplicitato il cognome (che rimarrà sempre 'K.'). La trama presenta diverse contraddizioni, che non sono però da attribuirsi all'incompiutezza dell'opera: in effetti, esse sono introdotte ad arte per mettere in dubbio qualsiasi punto di riferimento certo per il lettore e trascinarlo così in una condizione quasi onirica. Tutto ciò conferisce al romanzo un'aura spettrale e inquietante.”

Questo scritto può associarsi quasi perfettamente anche all’ “arrestato” della Di Bartolo, poiché le fotografie di sicuro rappresentano analogie che sono in piena sintonia col testo.

Osservando quanto proposto in mostra, a mio parere, poi, tecnicamente, l’esposizione all’ARVIS potrebbe pure intendersi come un unicum derivante dalla fusione di due portfolio; uno di tredici immagini che intendono fotografare l’estetica dell’intimo di chi sta vivendo stati d’animo complessi e un altro fortemente simbolico che, attraverso un pesciolino rosso, costretto a nuotare in una piccola boccia trasparente, viene mostrato nel suo stato di costrizione; con diverse posizioni possibili in un’acqua dal limitato ossigeno e in uno spazio privo di privacy (per la scelta della boccia trasparente).
In questa chiave di lettura, le immagini del piccolo pesce potrebbero, pertanto, costituire delle punteggiature e sottolineature nella narrazione visiva.
In ogni caso, aiuta la lettura completa della sinossi dell’autrice che, alla già citata frase del romanzo ne fa seguire delle sue che si riflettono perfettamente nelle fotografie in mostra:

“Come volessero arrestare il suo volo …
Come volessero arrestare la sua integrità …
Come volessero arrestare il suo fascino … Ingiustamente lo umiliano, lo perquisiscono, lo diffamano …
Arrestato. Recluso.
Da innocente, senza comunicare col mondo,
vaga come un pesce dentro la sua boccia.
Confusione mentale e nebbia offuscano la sua vista …
Avvolto dal buio denso, ostacolante, pauroso …
Inghiottito in un vortice nero, si sente frustrato,
arrabbiato, spezzato.
Il suo sonno non vuole più dormire …
Le sue paure non possono finire …
I giudicanti sono sempre lì …
Ad aspettare l’esitazione del suo passo …
Ed il tempo trascorre nell’attesa che il frastuono finisca …”

Non occorrerebbe aggiungere altro. Di per sé la sinossi costituisce a sua volta una fotografia letteraria a sè stante ... difficile era immaginare lo studio volto a cercare una realizzazione visiva del progetto.
In più, la scelta dell’autrice, di uniformare la scrittura apponendo su tutte le immagini un filtro verdognolo associabile, come dice, alla bile e come segnale dello status di oppressione, appare pure azzeccata, riuscendo a collegare in un insieme i singoli tasselli.
Altre considerazioni restano agli altri.
Ben sapendo che ogni osservatore potrà personalizzare la sua lettura, accettando la proposta artistica così com'è o, ne caso, sollevando qualche appunto di critica. Consci che in quest’insieme di foto in mostra era difficile e assai impegnativa l’operazione da realizzare. Complesso, infatti, l’impegno posto in campo, a quasi radiografare l’intimo umano attraverso delle fotografie.

Per concludere, a mio modo di vedere, si tratta della realizzazione di un difficile progetto ampiamente riuscito.
Con quest’ultima operazione Marica Di Bartolo ha aggiunto una nuova pagina alla concezione intimistica e terapeutica della sua fotografia.

In ultimo, sulla mostra appena inaugurata, volendo, potrebbe starci anche un’altra considerazione, ovvero che, come per l’edizione postuma di Kafka, anch’essa può esser letta come un’opera incompleta, atteso che nella vicenda carceraria reale rimane ancora indefinita la soluzione.

Buona luce a tutti!

© Essec