sabato 29 agosto 2026

"Spett.le Sindaco della città di Palermo, ......" - "I 37 METRI DEL PINO DI COOK" di Salvo Gi



Si parla frequentemente della fuga di cervelli, che sostanzialmente allontanano i nostri “nativi” dal territorio nazionale e che costituiscono un indubbio impoverimento, oltre che economico, anche culturale.
L’emigrazione interna, diversamente, si è fin da subito rivelata e continua a manifestarsi come una occasione socio-politica di crescita, utile a facilitare osmosi, analisi, confronti e integrazioni tra gli infiniti localismi riconducibili all’Unità d’Italia.
Una ulteriore peculiarità meridionale - che fortunatamente resiste - è quella che, specie per i siciliani, difficilmente si vanno a recidere le radici dal luogo di nascita, che rimangono dentro, con valori, ricordi, personaggi, odori, sapori e tanto altro ancora.
È il caso di Salvo Gi, palermitano da tempo trasmigrato a Roma, che ho conosciuto da poco, con il quale ho avuto l’opportunità di sviluppare vari argomenti, improntati comunque in un largo confronto, durante il quale si è manifestata la sua intenzione latente d’indirizzare al Sindaco di Palermo una sua lettera propositiva; per manifestare l’idea di un’iniziativa sociale, focalizzata a valorizzare i vantaggi offerti dal monumentale Orto Botanico per i cittadini e non solo.
Una proposta, a costi assolutamente ridotti e, volendo, facilmente realizzabile.
Di seguito il testo, scritto da Salvo Gi, che ingloba la “lettera” ..... così, di fatto e in qualche modo ..... virtualmente inviata.

Buona luce a tutti!

© Essec

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I 37 METRI DEL PINO DI COOK

Cos'è un attimo di fronte all'eternità? E cos'è un formicaio di fronte allo spazio percorribile del pianeta Terra?
Diciamo che è un pò come mettere in relazione i dieci ettari dell'Orto Botanico di Palermo con l'estensione della città (circa 16 mila ettari): niente, appunto.
Eppure quell'oasi ha davvero qualcosa di surreale, di onirico; ci si arriva quasi di soppiatto quando, provenendo dalle viscere bollenti della città, si scende verso il mare da quell'arteria ormai orientalizzata che è via Lincoln. Mentre camminiamo a passo svelto per sfuggire all'implacabile canicola la coda dell'occhio si imbatte in un cartello colorato con una strana effige; ricorda le vecchie sedi di partito ma in realtà si tratta dell'Associazione dei cinesi che risiedono (e vivono e commerciano) a Palermo.
Sì, perchè via Lincoln è ormai un brulicare di negozi gestiti da asiatici; le insegne recano segni misteriosi probabilmente ad indicare la merce in vendita, le scarpe, i vestiti, gli oggetti di tutti i tipi che siamo ormai abituati ad acquistare all'interno di quei micro empori sparsi nelle nostre città.
E' domenica mattina e la città sembra assonnata più del solito. Passata la biglietteria andiamo verso il Gimnasium ma fa troppo caldo e il nostro obiettivo è un altro: goderci un luogo fresco e magari sorseggiare un caffè. Due passi al sole e ci sorprende lo slargo con il chioschetto e le panchine con i comodi cuscini sotto i grandi tendoni che coprono la vista al sole incipiente.
Ci sono turisti che girano e imboccano veloci la stradella sterrata che porta dritti alla finestrella del piccolo bar: ad un accento francese segue un vociare confuso di una coppia polacca. Si ode il commento distinto della ragazza, è l'entusiasmo di chi ha appena scoperto che, forse sì, in quel posto quasi certamente potrà sorseggiare una Coca Cola fresca!
Due ragazze inglesi chiacchierano e sfumazzano di fronte a noi: hanno visi dolcissimi da bambine e corpi da donne. Mentre il mio sguardo indugia curioso vengo subito richiamato all'ordine da Magda, così ci alziamo e riprendiamo a girovagare verso le piante di arabica.
Evito di entrare nella serra ove la temperatura è insopportabile e mentre aspetto Magda scopro che più di un secolo fa vari tentativi di piantumare quella "piantagione" di caffè si erano rivelati vani a causa delle bassissime temperature invernali di Palermo (anche -2,9°!). Tra il serio e il faceto commento che ciò mi pare davvero improbabile e per tutta risposta mi becco un'occhiataccia di un tizio due metri più in là (che sia un meteorologo scocciato dalla mia arrogante presunzione?).
Ad ogni modo, la mia amata ha le idee molto chiare e punta dritta all'Aquarium, nella speranza di godersi le ninfee e magari il fresco dell'acqua: macchè! il sole insiste e illumina imperituro il volo misterioso di una libellula che improvvisa una danza intorno alla circonferenza della fontana mentre un nugolo di zanzare assalta le mie caviglie lasciate improvvidamente sguarnite e fa letteralmente "minnitta" lasciandomi in preda a un prurito insopportabile.
Stoicamente resisto e con nonchalance svolto a grandi falcate verso il vialetto ombrato, piegato in avanti con una posa spastica e la mano destra intenta a massaggiare un malleolo devastato dalle punture delle culex mentre Magda rimane a contemplare da vicino il bambuseto (tanto a lei non la pizzicano!).
Adesso è il turno della Monstera deliciosa, con le sue foglie larghe un pò seghettate, un pò bucherellate. Ne troviamo alcune enormi davanti a un caseggiato che, secondo Magda, contiene le aule universitarie frequentate dagli studenti di botanica. Tutto intorno è silenzio e fruscìo delle fronde degli alberi che oscillano sotto i pochi aliti di vento del primo meriggio.
Mentre tutto quel verde ci predispone a un'improbabile serenità d'animo, una raffica di Ficus Macrophylla si staglia di fronte a noi. Hanno radici enormi e radici aeree ancora in parte incomplete ma poichè la natura decide da sola quelle straordinarie creature viventi fagocitano le povere colonnine di marmo bianco un tempo padrone incontrastate di quegli spazi ancestrali.
L'ombra del monumentale Ficus ci rinfresca egregiamente; è un essere vivente di circa 180 anni, con una chioma che avvolge circa 3000 metri quadrati. Il gigante resta lì sornione e sicuramente ci sente. Avverte la presenza dei curiosi che vengono ad ammirarlo con lo stesso rispetto che si deve al Taj Mahal o al Machu Picchu e tuttavia non si scompone.
E' fin troppo sicuro di sè per lasciarsi turbare da "ominicchi" insignificanti. Ha visto l'Unità d'Italia, due guerre mondiali, terremoti, stragi, pandemie ed è sempre lì, imperturbabile, quasi come se volesse rimanere fermo a godersi lo "spettacolo d'arte varia" di un'umanità sempre nuova e sempre uguale a sè stessa, per nulla interessato alle nostre piccole beghe e invece prodigo di farci respirare, togliendo con quel cappellaccio tutta la CO2 possibile, che, manco a dirlo, a pochi metri da lì, altri esseri viventi (questa volta bipedi) continuano a immettere nell'atmosfera bruciando senza sosta combustibili fossili.
Immersi nel polmone verde a due passi dal mare le idee cominciano a essere più chiare; camminiamo ancora un pò per scoprire un angolo irripetibile. In verità cercavamo solo i servizi igienici per rinfrescarci (soprattutto le mie caviglie arroventate dal caldo e dai morsi delle culex) ma proprio lì, in quel punto preciso, i tre vialetti si risolvono in una sorta di piazzetta aperta, con un semicerchio di panchine, una invero molto ribassata, le altre due ad altezza più adeguata. Mai decisione si rivelò più appropriata! A quella latitudine le correnti disegnano ghirigori sulle nostre epidermidi accaldate, quasi a volerci accarezzare e non volerci lasciare andare. L'acqua fresca di una fontanella fa il resto. Bivacchiamo lungamente stravaccati sulle panchine, sciogliendo la tensione accumulata dalla lunga passeggiata.
Poi, prima di uscire, lo vediamo. Passiamo accanto a lui e ci fermiamo per ammirarlo. E' altissimo, slanciato più che mai, maestoso, direi per certi aspetti più del Ficus. E' il più alto di tutti, in tutta la Sicilia non ce n'è uno più alto, ed anche se volessimo prendere in esame tutto il territorio della Repubblica lo ritroveremmo comunque nelle prime posizioni di un'ideale classifica dello slancio, dall'alto dei suoi più di 37 metri.
E' una splendida Araucaria columnaris, detta anche Pino di Cook, dal nome dell'esploratore che la portò a Palermo dalla Nuova Caledonia poco meno di duecento anni fa.
Se ne sta lì, austero, il nostro Pino di Cook, a guardarci dall'alto in basso, per ricordarci quanto siamo infimi al suo cospetto regale. Ma sembra anche volerci invitare tutti a una riflessione: anche se guardando dall'alto della sua chioma vede tante cose che non gli piacciono, vede una città irredimibile, vede i suoi abitanti immobili, paralizzati dalla paura di cambiare, tanto da sembrare privi di quel desiderio di bellezza che ogni essere umano porta dentro di sè prima che venga spento dalla brutalità dell'esistenza, lui resta lì, sforzandosi sempre di indicare nuove vette, nuovi traguardi.
Serve sicuramente il tuo esempio, caro Pino di Cook! Sembriamo così tanto disabituati alla bellezza in questa Palermo incandescente che vederti proteso come un asintoto a toccare il cielo, ci rende finalmente giustizia, noi che siamo nati e cresciuti nella città dei record negativi, grazie a te ci pregiamo di un primato che difficilmente potrà essere scalzato!
Ed è proprio guardandoti, caro il mio Pino di Cook, che matura la decisione folle: - "sì" - accenno timido - "vorrei ma non posso, però lo farei" - "...cosa? cosa?" chiede Magda, atterrita dal mio sguardo spiritato e dall'oscillazione delle braccia, quasi a voler simulare un rito sciamanico.
- "Io scriverei al Sindaco, mia cara" - le dico con un filo di voce prima di proseguire - "come si fa? come si fa a non capire di essere ricchi?"

Spett.le Sindaco della città di Palermo,
io e mia moglie non viviamo più in questa città da tanti anni ormai, ma ogni tanto torniamo a visitare questa vera Perla del Mediterraneo, con la sua Storia che trasuda dai monumenti, dalle sue Chiese, dalle sue Strade, dai suoi Teatri.
E torniamo sempre a rivedere quell'Oasi incontaminata che è l'Orto Botanico. Un posto unico, dove la biodiversità regna incontrastata e ci ricorda quanto è importante proteggerla.
Mentre impazza il cambiamento climatico e si scatena il dibattito pubblico su ciò che la politica dovrebbe fare (o non fare) per favorire l'adattamento delle persone a scenari che, drammaticamente, si preannunciano sempre più foschi, uno dei temi più gettonati è sicuramente quello dei cosiddetti "rifugi climatici".
Ebbene caro Sindaco, a Palermo ne avete uno completamente realizzato, pienamente efficiente e che potrebbe fare da esempio: è proprio l'Orto Botanico!
Sappiamo che la popolazione invecchia e tante persone anziane con questo caldo sono sole e chiuse in casa, a resistere strenuamente a una canicola che non dà tregua per mesi interi. Il rischio di rimanere isolati, di non potere uscire, di non potere scambiare due chiacchiere con un coetaneo è fortissimo. Ancora peggio se oltre a essere anziano sei povero e non ti puoi nemmeno permettere un condizionatore.
E allora egregio Sindaco, perchè non offrire agli anziani di questa città la possibilità di godere di un servizio navetta che li porti all'Orto Botanico almeno una volta alla settimana, applicando un prezzo calmierato per chi non ha grandi disponibilità economiche, perchè magari percepisce una pensione minima, e lasciando invece il prezzo d'ingresso intero per chi si può permettere di pagarlo?
Sarebbe un gesto di attenzione verso la popolazione più avanti negli anni di questa città, di cui tutti non potremmo che esserLe grati. Rivelerebbe, da parte dell'Istituzione che Lei presiede, un senso di appartenenza e di giustizia utili a rafforzare la coesione sociale e la struttura democratica della nostra città (la chiamo ancora "nostra", anche se non ci vivo più da 25 anni!).
Certo della Sua attenzione La ringraziamo e Le porgiamo i nostri migliori saluti.

Chissà se questa lettera partirà mai...
Quello che so è che al centro del Mediterraneo c'è un'oasi naturale che ha resistito al tempo, all'usura, alle bruttezze del mondo, all'insipienza scriteriata dell'uomo. Porta le ferite nelle cortecce scheggiate degli alberi bottiglia, sfregiate dai bombardamenti degli Alleati durante il secondo conflitto mondiale.
Ha tenuto botta mentre la mafia saccheggiava Palermo, devastava la sua storia e la sua costa cementificando tutto il cementificabile, anche a costo di abbattere le sue splendide villette Liberty, senza che nessuno riuscisse a porre fine allo scempio, anzi moltiplicando la deturpazione, giacchè ad ogni costruzione corrispondeva una demolizione e ad ogni demolizione quintali di metri cubi di sfabbricidi da riversare sul lungomare di quella che fu la costa della Palermo felicissima.
Qualcuno ha provato a fermarli ma è stato lasciato solo. E da solo non puoi vincere.
Così, oltre a uccidere i tanti che quello scempio volevano combattere, hanno distrutto il liberty e reso proibito il mare di Romagnolo, creando il "Promontorio antropico" (sic!).
E' stata la mafia e una politica compiacente? Sono stati i comitati d'affari che hanno spolpato la Cosa Pubblica? E' stata l'assenza dello Stato? Sì certo, anche, ma quanto immobilismo generato dalla paura, dal terrore di una violenza cieca che ha reso Palermo infelicissima per decenni e i cui guasti ancora oggi si vedono, nelle cicatrici dei suoi giovani che emigrano, e in quelle dei suoi figli nati nelle sterminate periferie dove si cristallizzano le peggiori diseguaglianze e ingiustizie.
Restano quei dieci ettari, incontaminati dall'abitudine alla bruttezza, rimasti lì a ricordarci che "la bellezza salverà il mondo" e che la resistenza è un dovere lì dove l'unica legge è quella dell'ingiustizia. E che solo da uno slancio collettivo ci si rimette in cammino, tutti insieme, magari con il sogno di vivere in un luogo più civile di cui non ci si deve più vergognare o da cui si deve scappare.
Uno slancio vero verso l'infinito.
Come i 37 metri del Pino di Cook.


Salvo Gi

giovedì 27 agosto 2026

Da un dialogo con l'IA Gemini, esaminando anche la spinosa questione Ranucci - La Vitola



Domanda: L'enorme successo e diffusione dell'intelligenza artificiale e' sotto gli occhi di tutti. In ogni caso e' da tempo utilizzata a piene mani senza che noi ce ne rendessimo conto.

Risposta: È un’osservazione quanto mai centrata. L’entusiasmo e la copertura mediatica attorno ai modelli generativi di questi ultimi anni hanno creato l’illusione che l'IA sia nata all'improvviso, quando in realtà è da oltre un decennio che plasma silenziosamente la nostra quotidianità dietro le quinte.

"Chi vuol esser lieto sia" ..... il resto nei PDF allegati:

Buona luce a tutti!

© Essec

P.S. - Per una lettura più efficace è consigliato scaricare di volta in volta le singole pagine

sabato 22 agosto 2026

2026_08_22 - “Fotogazzeggiando” un sabato mattina, intavolando una conversazione con "Gemini"



Devo riconoscere che una conversazione intrattenuta con l'IA (nel caso sperimentata con "Gemini" di Google) risulta gratificante per il solo fatto che viene a corrispondere a una subdola autoadulazione.
Il procedimento informatico, infatti, ripete presso a poco quando si narra su Narciso che, contemplando in una fonte la sua bellezza, restò incantato dalla sua immagine riflessa, innamorandosi perdutamente di se stesso.
Il lavoro degli algoritmi è stato pensato e progettato - e in maniera evidente - per il perseguendo dell'unico obiettivo egocentrico e individualista, di una verità eterna: quella che, in ogni tempo, ciascun individuo rimane vulnerabile alle lusinghe, così come ama ed è sempre attratto dall'immagine che vuol veder di sé.
Un'operazione divertente ceertamente, sorprendente per moltissimi spunti e collegamenti che l'IA riesce a proporre. Ma che alla lunga potrebbe anche rivelarsi drammatica e non solo una fake.

A tal proposito, mi piace condividere la risposta conclusiva in un recentissimo lungo e articolato "confronto" avuto con l'IA di Google:



Buona luce a tutti!

© Essec

mercoledì 19 agosto 2026

Aneddoti: Sarcofagi, come quelli della centrale nucleare di Černobyl



Ricordava ancora il primo e unico concorso pubblico al quale aveva partecipato, unitamente ad alcuni ex compagni di classe, pur palesando un certo scetticismo.
Nel constatare il foglio in bianco, alla fine della prova scritta di ragioneria, uno dei commissari d’esame preposto ai controlli ebbe a rammaricarsi con noi; dicendo che sì corrispondeva al vero il fatto che la maggior parte d’assunzioni dell’istituto derivavano da raccomandazioni politiche e ricambi interni generazionali, ma era anche vero che l’istituzione indiceva periodicamente i concorsi per reclutare gente preparata, idonea a gestire con le competenze necessarie l’amministrazione interna.
Concluse rammaricandosi che avevamo fatto male ad approcciare in maniera prevenuta perché quel concorso pubblico offriva una valida opportunità per ricoprire ruoli operativi qualificanti e di assicurarsi in futuro la possibilità di una carriera.
Negli anni a venire non dimenticò mai le considerazioni disinteressate di quel commissario interno, funzionario di una realtà bancaria che nel territorio locale costituiva un centro di eccellenza.
Le esperienze lavorative successive, nel tempo, furono bizzarre perché riuscì ad entrare nel mondo bancario e opportunità occasionali gli fecero constatare con mano la verità di quanto allora gli era stato predetto.
Era vero che due principali banche dell’isola erano di fatto un ricettario miscelato che assemblava da un lato serbatoi clientelari e dall’altro competenze di elevato contenuto professionale, ma, come in tutte le realtà, c’erano in entrambe delle regole interne che delineavano nell’operatività certezze di diritto, ancorché sempre assoggettate alla gestione decisionale di uomini.
In ogni caso, in entrambi gli istituti, agli ambiti di elevato livello professionale era pure assicurata una certa autonomia grazie a regolamenti dettagliati che riuscivano a garantire progressioni professionali e crescite ricollegabili alla famosa “sana e prudente gestione”.
A quei tempi la gestione del risparmio e dei correlati impeghi era ancora riconosciuto un valore comune sia dai controllati che dagli organi esterni controllanti. Sia, quindi, nell’ambito interno aziendale che nell’insieme dell’assetto pubblico nazionale attinente al comparto finanziario. Negli anni settanta l’intero assetto rispondeva e si fondava sulla pietra miliare della “certezza del diritto”.
In questa ottica i controlli - interni ed esterni - assumevano un ruolo fondamentale nel far sì che un certo ordine, di vario rango, sovraintendesse alle varie funzioni di settore, pubbliche e private. Il sistema politico, anche considerando particolarità e rare zone d’ombra, assicurava abbastanza spazio affinché abusi e distonie amministrative fossero colte, perseguite e costituissero delle eccezioni.
In realtà, esperienze successive gli consentirono di verificare come alte competenze interne presenti nei due principali istituti e come queste fossero in grado di trovare soluzioni a problematiche emergenti. Con procedure talvolta innovative - e non sempre trasparenti - miranti ad occultare agli “addetti ai lavori vigilanti” evidenti sintomi di anomalie patologiche amministrativamente importanti.
Interessi privati e distorsioni gestionali “tangentizie” ebbero a prendere sempre più campo, venendo a creare un parallelismo tra due gestioni incompatibili, una sana e tradizionalmente ed equilibrata, un’altra speculativa, talvolta fuorilegge che, con il passare del tempo, si poneva progressivamente fuori controllo.
Strutture interne di entrambe le realtà, per sopravvivere erano costrette a rispondere ad input delle rispettive alte dirigenze, chiamate a tamponare situazioni divenute ingestibili, facilitati in ciò da una svogliata e forse anche disattenta vigilanza interna ed esterna degli organi preposti. Ne venivano fuori normative regolamentanti situazioni borderline con trovate spesso fluttuanti e assai fantasiose, talvolta al limite dell'inverosimile.
Ma i tanti interventi rimedi non poterono fare molto in tante occasioni e non si riuscirono sempre a trovate terapie efficaci e bastevoli a tamponare o ancor più sanare le molteplici tipologie degli impieghi.
Come per Cernobyl fu, alla fine, scelto la soluzione più rapida, che venne adottata anche per altre grandi realtà del meridione; creando sarcofagi per occultare i reattori attivi con delle colate di cemento allo scopo di rendere innocue le due bombe atomiche divenute ormai fuori da qualsivoglia controllo. 
I provvedimenti così risultavano veloci e silenziavano effetti sanzionatori collaterali, collegabili a gestioni ascrivibili a precise responsabilità individuali di singoli. Ogni tanto, quasi di sfuggita, qualche articolo di stampa, in attesa delle rituali e sanificanti prescrizioni.
Con pace di tutti, così fu deciso di cambiare il futuro delle due principali e storiche banche isolane.
In conclusione, aveva avuto perfettamente ragione quel commissario d’esami incontrato all’inizio degli anni settanta.
L’eccellenza professionale dei settori amministrativi di quelle banche era assolutamente indiscutibile, ma non bastò per produrre le idonee profilassi sufficienti ad assicurare garanzie di sopravvivenza.
In fondo non risultarono infatti adeguate le regole e i sistemi di controllo, perché in ogni caso tutto e sempre rimane condizionato dalla qualità gestionale ed etica degli uomini.

Buona luce a tutti!

© Essec