domenica 29 marzo 2015

Federico Rampini: “Rete padrona” edito da Feltrinelli

Sicuramente, rispetto a quanto efficacemente descritto nel libro “Rete padrona”, la realtà del mondo digitale intanto è già mutata. Infatti, Federico Rampini afferma al riguardo che “nulla è permanente, nulla è codificato e gerarchizzato, la vita nell’economia hi-tech è un flusso di cambiamento incessante”. In effetti, l’evoluzione del web e la fantasia dei suoi inventori appare oggi inarrestabile e si avvia, sempre più velocemente, verso una creatività reale che fino a ieri era solo immaginata come fantascienza.
Rampini illustra, nel suo ultimo libro edito dalla Feltrinelli, un mondo a noi apparentemente estraneo ma per nulla lontano, che, anzi, è ormai costantemente presente nel nostro vivere quotidiano. Evidenzia pure, come l’invadenza della rete, adescandoci nel suo “business intelligence” con le opportunità free, in realtà offra molteplici soluzioni e forme aggregative apparentemente spontanee ma alquanto pericolose se non gestite con oculata saggezza.
L’esposizione mediatica già fa del suo e, in un mondo sempre più globalizzato, assembla una pletora di utenti inconsapevoli; ancor di più per soggetti disponibili a tutto pur di poter emergere dal sempre più diffuso banale appiattimento. Facili successi di pochi accendono, poi, specchietti per allodole pronte ad immolarsi per l’accaparramento di una felicità evanescente se non utopica.
Potenzialmente sembra tutto alla portata, restiamo però un’umanità composita e variegata, formata da tante individualità diverse, che il web tende ad accomunare in amicizie virtuali con “like”, “mi piace” e tante altre fasulle democrazie.
Le illuminanti rivelazioni di Rampini, nell’evidenziare il fatto che le raccolte di dati personali da parte dei principali colossi della rete siano già assoggettate a manipolazioni per utilizzi subliminali nell’e-commerce on-line, non esclude che gli stessi database possano pure alimentare - e forse in molti casi già alimentano - istituti demoscopici volti a scopi diversi; magari ad orientamenti di massa per scopi contingenti; ovvero per l’affinamento e l’attualizzazione di programmi politici “take away” da “vendere” ad elettori disorientati, disattenti, volubili e di scarsa memoria (di fatto la pericolosa cultura politica dal web appare epidemica).
Di certo il progresso non si può fermare, almeno nelle forme umane. La lettura dell’opera di Federico Rampini aiuta a saperne di più ed appare indispensabile per cogliere e capire le nuove forme di linguaggio e di comunicazione che vengono veicolate attraverso la rete.

Essec

giovedì 26 marzo 2015

Bisogna aiutare Matteo a difendersi da se stesso

Di fatti politici ed economici ne sono in questi giorni avvenuti quantità innumerevoli ed anche di fatti di cronaca, uno dei quali, quello dell'aereo caduto sulle Alpi francesi, ha trascinato l'opinione pubblica di tutta l'Europa nel mondo dell'orrore e della disperazione.

Insieme ai fatti ci sono i personaggi protagonisti, quelli che non sono identificabili con un solo avvenimento ma con una serie che copre un periodo, guida un percorso, adotta una strategia. Quelli che più ci interessano operano sulla scena italiana ed europea. Non sono molti, è ovvio: i protagonisti tengono la scena riducendo gli altri al ruolo di comprimari o addirittura di comparse. Per capire il meglio possibile ciò che sta avvenendo dobbiamo dunque identificarli, per scriverne pregi e difetti, eventualmente proporre i possibili rimedi, cercando a nostra volta un possibile Virgilio che ci aiuti nel viaggio.

Io quel Virgilio lo indicai già domenica scorsa. Si discuteva del rapporto tra governo e pubblica amministrazione e feci il nome di Marco Minghetti. Visse e scrisse (e governò) 150 anni fa, e credo che come tutti i maestri sia ancora di attualità. Tra le tante cose che disse c'è una frase che trovo molto significativa: "Napoleone governò per vent'anni la Francia e il suo fu un governo che ammodernò il Paese e tutelò l'eguaglianza ma non la libertà e perciò ebbe più difetti che virtù". Ecco, già queste righe mi confermano nell'idea che è un buon Virgilio.

Il personaggio che oggi mi sembra opportuno esaminare è Matteo Renzi. In poco più di due anni è passato dal ruolo di comparsa a quello di protagonista. Quindi ha se non altro i pregi dell'innovazione, del coraggio e della volontà. Queste doti gli hanno consentito d'essere alla testa del Partito democratico, di farne il più forte partito italiano e portare lui alla guida del Paese. È ispirato dal desiderio d'essere giovevole agli italiani, molti dei quali ripongono in lui la fiducia e quell'obiettivo ha già cominciato a realizzarsi e in tempo breve lo raggiungerà pienamente. Naturalmente ha anche molti avversari e ancora di più molti perplessi che attendono risultati che ancora non vedono.

Attendendo si astengono dal voto o lo danno ad un movimento (quello di Grillo) che equivale da tutti i punti di vista ad un'astensione fortemente critica. Se si sommano insieme i grillini e gli astenuti così come sono registrati dai vari sondaggi, si astiene più o meno il 60 per cento degli elettori. Quindi la partita che Matteo Renzi sta giocando ha come terreno il 40 per cento degli aventi diritto al voto, ma di quelli che andranno alle urne, ivi compresi i grillini che votano ma non giocano.

Questa è dunque la situazione. Dimenticavo però di dire che un altro elemento fondamentale di Renzi è il suo Narciso. L'amore per se stessi c'è in tutti gli umani e particolarmente in quelli che si occupano professionalmente della conquista del potere. Qualunque potere, quello politico e quello economico in particolare e spesso quei due poteri sono affiancati. Renzi ama molto se stesso, ma questo è normale. Resta solo da sapere se quest'amore non disturba il suo desiderio di giovare agli altri.

Il mio Virgilio a questo proposito dice che "l'uomo mira all'utile proprio e non all'altrui, anzi è pronto a immolare questo a quello. L'uomo singolo, come l'unione di molti e ogni classe della società e ogni corporazione tendono sempre a esorbitare, uscendo fuori dalla sfera dei loro diritti per invadere gli altrui ". Ma poi concede che questo principio illegittimo può essere contenuto dall'intelligenza di chi governa e vuole essere di giovamento agli altri sicché tiene per la briglia il suo Narciso affinché gli altri gli rinnovino la fiducia e rafforzino il suo ruolo di protagonista.

* * *

Io credo che questo progetto corrisponda alla politica di Renzi e quindi possa essere di qualche giovamento anche al Paese. Ma è dunque indispensabile per produrre questi effetti per lui positivi che il potere effettivo si concentri nelle sue mani. Questo spiega molte cose, la prima delle quali è un progressivo indebolimento dei vari ministeri e la costruzione di uno staff a palazzo Chigi capace di determinare le linee concrete dell'azione governativa. La prova più recente è quella del suo interim al ministero delle Infrastrutture e Trasporti che doveva durare pochi giorni e durerà invece più a lungo, almeno fino a quando Renzi non lo avrà completamente disossato; lo scheletro rimane ma la polpa se la porta alla presidenza del Consiglio.

Così si spiega anche l'abolizione del Senato e soprattutto dei senatori che non saranno scelti dal popolo ma dai consigli regionali. L'effetto come più volte abbiamo sottolineato è la costruzione d'un sistema monocamerale con una Camera in gran parte "nominata" dal segretario del partito di maggioranza, il che significa che il governo ha la Camera a propria disposizione e non viceversa come in teoria la democrazia parlamentare prevede.

Questo sistema risulta ulteriormente aggravato dal fatto che la legge elettorale denominata Italicum è dominata dal principio della governabilità mentre non trova spazio alcuno il principio di rappresentanza; l'effetto di tutto il sistema che abbiamo considerato è evidentemente quello di evocare la tentazione dell'autoritarismo. Non è detto che si ceda a questa tentazione ma certo ne esistono tutte le condizioni perché il solo freno a questa deriva resta il capo dello Stato. Un freno tuttavia limitato ai poteri arbitrali di cui il presidente della Repubblica dispone, basati certamente sulla Costituzione come principio ma in pratica sulla legislazione ordinaria la quale ultima è in larga misura nelle mani del presidente del Consiglio date le tante circostanze qui ricordate.

In questo quadro si iscrive anche l'eventuale conquista della Rai. Che una riforma della maggiore istituzione culturale del Paese sia opportuna, se non addirittura necessaria, è evidente ma non dovrebbe avere come elemento fondamentale il passaggio dei poteri dal Parlamento e quindi dai partiti al governo. La nomina dell'amministratore delegato dell'azienda, dotato di poteri quasi assoluti, è formalmente del consiglio d'amministrazione ma nella pratica non è così anche perché quel consiglio è di fatto nominato  -  come del resto è giusto che sia  -  dal governo e in teoria dal ministro dell'Economia che ha la completa proprietà dell'azienda. L'ideale sarebbe affidare la scelta dei consiglieri d'amministrazione e dell'amministratore delegato ad una Fondazione composta da persone non politiche ma autorevolissime per i meriti acquisiti nei vari campi del loro interesse culturale. La Bbc inglese è per l'appunto sotto la tutela di una fondazione di questo tipo che le consente piena libertà d'azione. È sperabile che la legge opti per questa soluzione, ma è un auspicio che sicuramente non sarà raccolto.

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Il tema della corruzione è un altro con i quali il governo dovrà misurarsi, anzi ha già cominciato. Il mio Virgilio ne sa assai poco di questo tema: lui fu uno dei dirigenti della Destra storica e nella fase in cui fu la destra a governare la corruzione era pressoché assente dalla società e dallo Stato. Oggi la corruzione è un malanno molto diffuso, dovunque nel mondo e in Italia in particolare. Su questo tema mi dovrò ripetere perché non solo io ho già scritto più volte ma altri come e meglio di me: intellettuali "disorganici", operatori, esperti e politici di buon conio (rari).

La prima distinzione da fare è tra il reato penale (le cui pene sono state aumentate nel disegno di legge in discussione) e il codice etico che dovrebbe essere applicato dalla pubblica amministrazione attraverso le necessarie inchieste effettuate anzitutto sulla medesima pubblica amministrazione e poi anche dal consiglio della magistratura per quanto lo riguarda e dal governo sui suoi membri. Quello che abbiamo chiamato codice etico si può anche chiamare con più chiarezza un peccato e la distinzione è dunque fra il peccato e il reato. La punizione del peccato non può prevedere restrizioni della libertà personale ma semplicemente sospensione o rimozione dall'incarico e relativa denuncia, ove ne ricorrano gli estremi, alla magistratura. Per il reato vale il principio della presunta innocenza fino a sentenza definitiva, per il peccato questo principio non vale e quindi una volta acquisiti i risultati delle varie inchieste, la punizione può e deve avvenire subito, come del resto è avvenuto nel caso Lupi. Si continua dunque a non comprendere le ragioni per le quali nel governo esistano ancora quattro persone che mantengono la loro attività governativa nonostante siano oggetto di indagine giudiziaria. E non si comprende neppure perché esistano dei candidati del Partito democratico per i quali ricorrono tutti i requisiti del "peccato" (ovviamente anche i partiti debbono indagare sugli eventuali peccati dei loro membri).

* * *

Un altro rimedio per diminuire il rischio d'un governo che abbia una vocazione autoritaria riguarda la creazione di corpi intermedi e su questo tema il mio Virgilio la sapeva lunga: "Ministri, senatori, deputati e uomini politici di ogni sorte hanno una tendenza ad insinuarsi nella giustizia e nell'amministrazione per trarne profitto per se medesimi e per gli aderenti ai loro partiti per mantenere il governo nelle proprie mani. Codesto pericolo che spunta sempre dove il governo di partito cresce e giganteggia si svolse storicamente per una serie lunga e non interrotta di ampliamenti e di adattamenti. Ma il vero rimedio è quello di creare o favorire le istituzioni autonome, gli enti morali e le associazioni che tengano insieme una parte dei cittadini. Con cittadini disgregati ogni conato di resistenza sarà vano ed è per questo che le democrazie sgranate si acconciano facilmente ad un padrone e purché egli rispetti l'eguaglianza, calpesti a suo talento la libertà. L'associazione, organizzandole, raddoppia le forze dei singoli che la compongono, le disciplina e le prepara a resistere ad ogni usurpazione. Ho sovente considerato quanto poco ci siano istituzioni del genere in Italia rispetto a tutti gli altri Paesi d'Europa ".

Questi corpi intermedi che il Minghetti auspicava poiché ne sentiva la mancanza già all'epoca sua, dovrebbero dare oggi in Italia maggior peso alle forze sindacali che rappresentano gli interessi di categorie e le tutelano attraverso i contratti ma hanno anche un interesse politico per rafforzare i diritti dei lavoratori. A questo proposito è interessante la nascita della Coalizione sociale la quale ha promosso ieri una manifestazione nelle strade di Roma per iniziativa del sindacato Fiom e alla quale ha partecipato anche tutta la segreteria della Cgil. Quell'associazione si propone di rappresentare i lavoratori non più per categorie né per luoghi di lavoro né con modalità contrattuali ma di fare in modo che la politica generale del Paese tenga conto del lavoro e dei lavoratori come del resto è previsto addirittura nel primo articolo della nostra Costituzione.

D'altra parte i sindacati hanno sempre partecipato alla politica generale dai tempi di Lama, di Trentin, di Cofferati e dei loro successori. Da questo punto di vista la concertazione costruita da Amato, da Ciampi e da Prodi fu uno dei passaggi fondamentali che consentì la creazione della moneta comune europea con la partecipazione fin dall'inizio dell'Italia. Era stata ottenuta attraverso una politica di moderazione salariale che fu riconosciuta più volte nelle conclusioni finali che ogni anno il governatore della Banca d'Italia legge nell'assemblea generale dell'istituto. Bisognerebbe dunque che questi corpi intermedi e in particolare quelli dei lavoratori fossero sviluppati e opportunamente riconosciuti.

C'erano alcuni altri temi molto importanti da trattare fin da oggi, di politica estera, di terrorismo, dell'andamento dell'economia e della congiuntura. Ne parleremo nel prossimo futuro. Per ora mi limito ad attirare l'attenzione su quello che sta accadendo sul mercato monetario. Draghi sta portando l'Europa fuori dalla deflazione e sta favorendo in ogni modo una ripresa del finanziamento delle banche alla clientela, un aumento della domanda interna e delle esportazioni e quindi dell'occupazione. L'ho già scritto una volta ma lo ripeto. Meno male che Draghi c'è.

Eugenio Scalfari (La Repubblica - 29 marzo 2015

lunedì 23 marzo 2015

"Questo suo libro avrebbe potuto intitolarlo “Confesso che ho vissuto”, se Pablo Neruda non l’avesse preceduto di una quarantina d’anni.

(Copertina dell'ultima opera letteraria di Massimo Fini edita da Marsilio nel febbraio 2015)

 "Questo suo libro avrebbe potuto intitolarlo “Confesso che ho vissuto”, se Pablo Neruda non l’avesse preceduto di una quarantina d’anni. C’è chi rimprovera a Massimo di aver dissipato il suo enorme talento, come se del talento si potesse fare un uso diverso che sperperarlo. Lui lo ha fatto nel solo modo consentito a un vero giornalista: con le letture giuste, con la scrittura, con l’integrità delle proprie idee. Ma soprattutto contando sull’incommensurabile ignoranza dei suoi colleghi"
 Mi ha sorpreso non trovare nell’ultimo libro di Massimo Fini, Una vita, il nome del centravanti Ruud van Nistelrooij, “ il grande Ruuud”, come lui lo invocava nelle nostre innocenti evasioni telefoniche, che originate da qualche intemperanza verbale nella sua rubrica settimanale sul Fatto scivolavano felicemente verso una privatissima fumeria d’oppio, il calcio. Ho sempre sospettato che a lardellare di sanguinose ingiurie la coda dei suoi scritti Massimo lo facesse apposta per poi attaccar briga e quindi addivenire a un onorevole compromesso (onorevole più per lui che per me che ero il direttore). Esaurito il negoziato si poteva finalmente dare fondo all’erudizione pallonara e al duello a colpi di dotte citazioni. Su “Ruuud” gli lasciavo volentieri campo libero: avendo il mio rivale scommesso intere fortune sulle prodezze dell’attaccante di Manchester United e Real Madrid, gli attribuivo una sorta di libera docenza in materia al cui cospetto tacevo deferente. Non sempre era così. Poco tempo fa con Massimo demmo vita a un ignobile scazzo in quel di San Pellegrino Terme invitati entrambi a parlare dell’universo mondo.
Sul palco ci eravamo mandati a quel paese a proposito del profilo morale del Mullah Omar: secondo lui un eroe di cristallina purezza nella lotta contro l’imperialismo yankee; secondo me un furfante talebano datosi a ignominiosa fuga inforcando una moto. Più tardi, a tavola, tutto sembrava ricomposto quando mi venne la pessima idea di contraddirlo sull’Olanda del calcio totale anno 1974. Come due vecchi rimbambiti ci scannammo su chi fosse stato lo stopper degli Orange, forse per qualche bicchiere di troppo, forse per fare colpo su alcune signore che per la verità ci osservavano schifate.   Mi sarebbe piaciuto essere amico di Massimo Fini negli anni 70 e respirare l’ebbrezza di quel giornalismo felice e sconosciuto che non è un lavoro ma un dono degli dei accompagnato dallo stupore che alla fine del mese ti paghino pure.
Saremmo andati in giro nella Milano da bere a esibire la nostra giovinezza oltraggiosa, e sempre bastian contrari, a contestare Craxi nei salotti craxiani e a parlare male dei comunisti quando parlarne male era come bestemmiare in chiesa: èpater le bourgeois. Poi, la sera a caccia di ragazze e con il bicchiere della staffa ci sarebbe scappata, chissà, anche una bella scazzottata. Lo so, ho usato tutti i peggiori stereotipi del genere, ma Fini quella vita fatta così se l’è bevuta fino all’ultimo goccio e questo suo libro avrebbe potuto intitolarlo “Confesso che ho vissuto”, se Pablo Neruda non l’avesse preceduto di una quarantina d’anni. C’è chi rimprovera a Massimo di aver dissipato il suo enorme talento, come se del talento si potesse fare un uso diverso che sperperarlo. Lui lo ha fatto nel solo modo consentito a un vero giornalista: con le letture giuste, con la scrittura, con l’integrità delle proprie idee. Ma soprattutto contando sull’incommensurabile ignoranza dei suoi colleghi.
Tutto il resto non è giornalismo ma carrierismo, rispettabile attività molto praticata nelle redazioni e ben inquadrata nell’aforisma di un perfido editore: nei giornali i più dotati scrivono, i meno dotati fanno i direttori. A leggere Una vita, Fini qualche direzione l’ha pure sfiorata, ma al momento di pronunciare il fatale sì l’angelo del libertinaggio deve avergli messo una protettiva mano sulla testa. Così si è risparmiato un’esistenza grama, quella di chi dirige i giornalisti, un masochista inseguito dalle lamentazioni dei propri sottoposti e dalle carte bollate degli altrui avvocati. Più che un lavoro difficile, inutile.
Questo è il meglio che posso dire di Massimo Fini. Tutto il peggio, invece, se lo è scritto da solo in 242 pagine che i suoi nemici (ma soprattutto le donne con cui ha ingaggiato una spettacolare guerra dei sessi) apprezzeranno. A cominciare dalla copertina dove spiccano non uno, ma ben cinque ritratti del super-narciso: dall’infante con i boccoli biondi al tombeur de femmes, con Gauloises tra le labbra e sguardo assassino. Comunque gli sono debitore di una bellissima lettera e di una scommessa perduta. Nella missiva mi ha spiegato ciò che non ero mai riuscito a spiegarmi così bene a proposito della distinzione fra gli uomini che amano il calcio e gli altri. Sentite qua: “Perché è una passione gratuita. Che cosa viene al tifoso se la sua squadra vince o perde? Quante volte uscendo da San Siro col morale a terra perché il Toro le aveva regolarmente buscate dal Milan o dall’Inter di allora mi sono chiesto il perché: a casa mi aspettava una sposa innamorata e un figlio piccolo, adorato. Nel tifo c’è il ‘fanciullo che è ancora in noi’ e che, disperatamente non vuole morire”. Perfetto. La scommessa riguarda la formazione dell’Olanda 1974. Lo stopper non era Krol ma Rijsbergen. Avevi ragione tu, vecchio mio.


L'autore ha di recente pubblicato sulla sua pagina Facebook un messaggio di saluto per i lettori: "Nella vita arriva sempre un momento in cui, per una ragione o per l'altra, si deve uscire di scena". Classe 1943, di padre toscano e madre russa, dopo aver lavorato come impiegato alla Pirelli, copywriter, pubblicitario e bookmaker approda al giornalismo nel 1970 (https://www.facebook.com/pages/Massimo-Fini/23434257565?fref=ts).
“Sono diventato cieco. La mia storia di scrittore e giornalista finisce qui”. Con queste parole, pubblicate domenica 8 marzo sulla sua pagina Facebook, Massimo Fini ha salutato i suoi lettori. “Sono diventato cieco. O, per essere più precisi, semicieco o ‘ipovedente’ per usare il linguaggio da collitorti dei medici. In sostanza non posso più leggere e quindi nemmeno scrivere. Per uno scrittore una fine, se si vuole, oltre che emblematica, a suo modo romantica, ma che mi sarei volentieri risparmiato”.
Nel suo congedo il giornalista fa riferimento al suo ultimo lavoro autobiografico: Una Vita è quindi il mio ultimo libro. E la mia storia, di scrittore e giornalista, finisce qui. Del resto nella vita arriva sempre un momento in cui, per una ragione o per l’altra, si deve uscire di scena. Il sito rimane aperto per chi voglia sottoscrivere il Manifesto, per le mail (ho qualcuno che mi dà una mano), per inviti, conferenze, interviste perché se ho perso l’uso della vista non ho perso quello della parola e, spero, nemmeno il ben dell’intelletto. Un grazie a tutti quelli che mi hanno seguito in questi ultimi, e per me molto faticosi, anni.”
Classe 1943, di padre toscano e madre russa, dopo aver lavorato come impiegato alla Pirelli, copywriter, pubblicitario e bookmaker Massimo Fini approda al giornalismo nel 1970, lavorando nell’arco di una vita come cronista ed editorialista per quasi 100 testate tra cui l’Avanti, l’Europeo, Il Giorno, L’Indipendente, fino a collaborare con il Fatto Quotidiano ed Il Gazzettino.

venerdì 20 marzo 2015

Musicisti, traduttori e altri servi della gleba


Servi del potere secondo Beppe Grillo in Italia. Membri dell'establishment di sinistra, secondo il movimento neoreazionario del Tea Party in America. A scelta, obbedienti alla censura o candidati alla galera: secondo Vladimir Putin, Xi Jinping e altri autocrati del pianeta. Non siamo popolari. Di conseguenza, ogni analisi sul problema della gratuità di Internet che parli di noi e della crisi dei giornali suscita diffidenze. Corporativisti e autoreferenziali, descriviamo la Rete come un nemico solo perché al restante 99,9% degli utenti online offre gratis il "nostro" monopolio di una volta, l'informazione. E perbacco, se proprio fossimo destinati a fare la fine dei minatori di carbone nell'Inghilterra di Margaret Thatcher, forse a suo tempo potevamo commuoverci un po' di più per la sorte dei minatori. Non è facile affrontare questo tema senza che il lettore s'insospettisca sui moventi di chi scrive.

Perciò devo parlarvi di Jaron Lanier, genio multiforme della California, nongiornalista, anticonformista, grande tecnologo... e musicista. Lanier è un protagonista della vera controcultura della Silicon Valley. A cinquantaquattro anni, è stimato tra gli scienziati informatici, ha insegnato alla Silicon Graphics e in molte università californiane. È stato uno dei pionieri della "realtà virtuale". Negli anni ottanta lavorò alla società Atari, un nome che evoca una "preistoria" dell'economia digitale e fu un incubatore di cervelli visionari. Il magazine "Time" lo ha indicato tra le cento personalità più influenti del nostro tempo. Due suoi libri sono tradotti in italiano, Tu non sei un gadget e La dignità ai tempi di Internet. Lanier ha anche una seconda vita, come musicista di formazione classica, ardito sperimentatore di musiche sia classiche sia d'avanguardia con incroci di strumenti della tradizione asiatica, compositore di colonne sonore cinematografiche.

Questa seconda attività è importante quanto la prima ai fini delle sue critiche contro la Rete 2.0. Lanier, amando la musica e i musicisti, denuncia il fatto che la Rete li sta rovinando. Da una parte c'è la religione della gratuità, con il dogma "naturale" per le generazioni più giovani: la musica si ascolta e non si paga. Fenomeno di cui ricordo bene le origini, perché partì da San Francisco con Napster, che mise la pirateria alla portata di tutti gli adolescenti. Dall'altra parte c'è Tanti-Napster, nato sulle ceneri di quella società: cioè il meganegozio digitale di iTunes, una delle trovate geniali di Steve Jobs. Con pochi comandi del mio polpastrello, sfiorando lo schermo dell'iPod o dell'iPhone, compro su iTunes qualsiasi brano musicale per la modica cifra di 99 centesimi di dollaro. Una semplicità disarmante. Di quei 99 centesimi, quanta parte va al musicista? Quasi niente. Jobs inventò iTunes per arricchire Apple, non i musicisti. Dunque, se sono un teenager, normalmente ascolto la musica senza pagare niente a nessuno; se sono un adulto ligio a costumi antichi, ascolto la musica pagando Apple o Amazon. Chi ci imane fregato è il musicista. Sempre.

Ci siamo tutti fatti sedurre dal canto delle sirene, abbiamo creduto davvero di vivere nel giardino dell'Eden, il paradiso terrestre dove ogni bendidio è alla portata di un clic, gratis? Molti giovani appassionati di musica hanno sinceramente visto nella Rete un alleato.
Non solo per scaricare brani e ascoltarli a costo zero. Ma anche per creare musica, diffonderla, arrivare direttamente al pubblico saltando l'intermediazione rapace delle case discografiche. Com'è andata? Malissimo, spiega Lanier, che quel mondo lo conosce bene. Lui è un musicista di successo, che ha sfondato. Ma i talenti che riescono a emergere sulla scena musicale usando la Rete come piattaforma sono "un numero esiguo", garantisce Lanier. Tutti gli altri: servi della gleba. Producono musica, magari di ottima qualità, che viene consumata gratis. A guadagnarci è YouTube, che piazza la sua pubblicità quando noi clicchiamo su un segmento di video o di audio.

Tutta la nuova economia digitale funziona così. Interi mestieri stanno scivolando verso la povertà cronica, sottopagati o non pagati affatto. I giornalisti vi stanno sulle scatole?
Amazon sta facendo lo stesso con gli scrittori. E Google sta saccheggiando il lavoro dei traduttori che "amalgama e aggrega" nel suo algoritmo di traduzione. Dietro quel traduttore automatico c'è tanto lavoro non pagato. Ecco il nuovo "business model". Una massa sterminata di servi della gleba genera contenuti gratis, che poi loro stessi consumano gratis nella loro veste di utente. In mezzo, il sistema è presidiato da potenti aggregatori e intermediari, che ai propri azionisti e top manager garantiscono una ricchezza smisurata.

Ogni singolo utente di Facebook è chiamato a sua volta a offrire generosamente un contenuto gratuito (informazioni su se stesso, i propri gusti, le proprie amicizie) che i proprietari di Facebook trasformano in ricchezza privata, vendendola sotto forma di pubblicità e contatti di marketing. Lo stesso fanno gli altri big della Rete: vendono tutto quello che sanno su di noi alle aziende che piazzano prodotti e servizi su iTunes e Amazon, pubblicità a pagamento su Google. Le aziende devono pagare un pedaggio esoso per ottenere dai giganti dell'economia digitale quelle stesse informazioni che noi invece abbiamo regalato senza nessun compenso.

Se fosse vero che la gratuità di Internet è un generatore di ricchezza alla portata di tutti, dove sono i posti di lavoro? Dov'è la nuova ricchezza diffusa a piene mani grazie a Google, Facebook, Amazon e Twitter? A parte i milionari della Silicon Valley e le oasi di benessere create in alcune tecnopoli come San Francisco e Seattle, gli ultimi vent'anni hanno visto un rattrappimento della middle class americana, un impoverimento dei lavoratori e del ceto medio.

Lanier attacca quello che lui chiama "cyber-totalitarismo" e che vede annidarsi anche nelle ideologie apparentemente libertarie e progressiste della Silicon Valley, come il movimento open source e Wikipedia, potenti fautori della gratuità. L'approccio open source secondo lui ha distrutto enormi opportunità per i giovani laureati di mantenersi lavorando alla creazione di contenuti, e ha spostato tutto il beneficio economico della Rete a favore dei Signori delle Nuvole ("cloud" o memoria dei server). Il ceto medio è espropriato, gli utenti sono stati convinti a regalare informazioni preziose su se stessi senza ricevere nulla in cambio, se non un accesso gratuito alla Rete... dove altri servi della gleba creano contenuti anch'essi non remunerati. Interi settori dell'economia - tutto ciò che ha a che fare con delle forme di creatività intellettuale - vengono inghiottiti nella voragine della gratuità, mentre i centri di profitto si spostano verso quelli che Lanier chiama i Siren Servers, server informatici come le sirene di Ulisse. Che sia informazione o musica, spettacolo o enciclopedia online, "l'informazione gratuita non è mai veramente gratuita, perché qualcuno ha dovuto crearla". Noi parliamo erroneamente di gratuità, mentre dovremmo riconoscere che il pagamento è stato spostato altrove, a vantaggio di altri. Una nuova oligarchia della Rete, molto meno libertaria, egualitaria e democratica di quanto voglia farci credere.

I nuovi Padroni dell'Universo sono stati all'origine di una nuova religione, con tanto di certezze assolute, condivise dalla tecno-casta sacerdotale di esperti che serve i loro interessi. Per esempio, siamo stati indottrinati sulla meraviglia di un progresso esponenziale nell'informatica. È la famosa legge di Moore (dal nome di Gordon Moore, cofondatore di Intel, che è il numero uno mondiale dei microchip), in base alla quale il numero dei transistor nei circuiti integrati raddoppia ogni due anni. La potenza di molti gadget digitali è legata a questa legge: velocità delle operazioni, capacità di memoria, sensori, pixel nelle videocamere digitali, tutto si muove di conseguenza.

Lanier sottolinea però che la legge di Moore non si applica affatto al software, e che i programmi informatici continuano a essere afflitti da difetti di progettazione, incidenti gravi, attacchi di hacker, spionaggio. Su questi i Padroni dell'Universo non vogliono essere chiamati alle loro responsabilità. Si è mai visto un tribunale americano trattare Google come tratta la General Motors?
Se un modello di automobile ha un difetto di fabbricazione, i vertici della General Motors sono chiamati a risponderne davanti alla giustizia, colpiti da multe, obbligati a versare risarcimenti. Né Google né Microsoft né Apple né altri consimili hanno mai dovuto pagare per gli episodi in cui le loro vulnerabilità hanno reso noi (i nostri dati personali, le nostre carte di credito) vittime di pirati e truffatori. E mentre eserciti di avvocati della Silicon Valley combattono una guerra senza quartiere per accaparrare brevetti industriali a favore di questo o quel colosso capitalistico, il diritto d'autore dei piccoli creativi è terreno di caccia per scorribande corsare.

Il sistema di ripartizione delle risorse che emerge nell'economia digitale è quello che si definisce "winner-takeall": il vincitore prende tutto. È un sistema che, in altri contesti, troviamo legittimo. Per esempio, l'assegnazione del premio Nobel (in qualsiasi disciplina) funziona proprio così: tutto il premio va al vincitore, non sono previsti premi minori per il secondo, terzo, quarto classificato. La regola stabilita per il Nobel può avere una giustificazione, serve da incentivo, e dà la massima visibilità al premiato di quell'anno. Ma "winner-take-all" può funzionare come criterio di organizzazione di una società, di un'economia? Questa definizione viene usata sempre più spesso, in America, per designare un capitalismo dove la ricchezza è spaventosamente concentrata in poche mani, la piccola minoranza dei vincitori si accaparra quasi tutto il miglioramento della produttività, i frutti della crescita, del progresso tecnologico.

Verso questo modello convergono due capitalismi che all'origine sembravano distanti: la finanza di Wall Street da una parte, i giganti della Rete dall'altra. Sembravano due mondi alternativi, e confesso la simpatia che mi ha sempre ispirato quello californiano: giovanile, trasgressivo, progressista quando va a votare, aperto a tutte le diversità, pioniere nell'ambientalismo e nelle lotte per i diritti dei gay. Wall Street però ha capito presto che un'alleanza era possibile, anzi inevitabile, i banchieri newyorchesi si sono innamorati dei ragazzini geniali e veloci che venivano dalla West Coast.

Istinto monopolistico, concentrazione di ricchezza, intrusione nei diritti dell'individuo: com'è lontano il giardino dell'Eden che ci era stato promesso, nei Vangeli apocrifi della mia California.
 
Federico Rampini (tratto da "Rete Padrona" - 2014 - Feltrinelli)


mercoledì 18 marzo 2015

Tangenti su TAV ed EXPO: vi racconto io chi è Incalza



Cari amici,
ancora una volta è dovuta intervenire la Magistratura per fermare ‘i soliti noti’ che la fanno da padroni con i nostri soldi. Questa volta è toccato (anzi è ‘ritoccato’) ad Ettore Incalza ed ai suoi compari.
Siccome molti potrebbero non ricordare chi è Ettore Incalza e che cosa accadeva ed accade ancora al Ministero delle Infrastrutture vi invito a leggere l’intervista che ho rilasciato ad Alessandro De Angelis per l’Huffington Post che potete anche leggere qui di seguito:

Tangenti su Tav ed Expo, intervista a Di Pietro: “Lupi si deve dimettere. Vi racconto io chi è Incalza”
 Pubblicato: 16/03/2015 17:13 

“Eccerto che in un paese normale Lupi si dovrebbe dimettere”. Il telefono di Tonino Di Pietro, quando c’è un’ordinanza, bolle. Perché la toga, in fondo, non se l’è mai tolta. Legge le carte, si informa, ha fiuto. E lo scandalo che coinvolge il ministro Lupi è grosso: “Si, però non farmi parlare di Rolex al figlio e vestiti a lui, che devo prima leggere bene le carte”. Ma la responsabilità politica del ministro, secondo l’ex pm, c’è già tutta. Scusi Di Pietro, Lupi poteva non sapere? Risposta: “Eh no, il ministro mica può dire: non sapevo nulla e facciamo finta che nulla sia successo. Un ministro che non si accorge di quello che è successo, ammesso che non se ne fosse accorto, ha già una responsabilità enorme”. Tanto che lui, Di Pietro, quando mise un piede al ministero delle Infrastrutture, la prima cosa che fece fu quella di allontanare Ercole Incalza.
Scusi Di Pietro, partiamo dall’inizio. Ci dice chi è davvero questo Incalza? Incalza è un manager già in voga nella Prima Repubblica che, a partire dalla gestione del ministro Signorile, ha passato la sua attività professionale, nel bene o nel male, al ministero dapprima come dirigente e poi come consulente.
Nel bene o nel male. Io ho avuto modo di prendere atto della esistenza del personaggio Incalza all’epoca di Mani Pulite svolgendo indagini nei confronti di imprenditori che tra i tanti appalti con l’amministrazione dello Stato avevano anche ottenuto alcuni appalti per la progettazione ed esecuzione della Tav.
E che scoprì? Successe che, nell’ambito delle attività investigative e in particolare di documentazione reperita a seguito di perquisizioni e sequestri, avevo avuto modo di individuare anche in Incalza un punto di riferimento per fatti la cui valutazione penale non poteva essere data da noi, poiché non competenti territorialmente. E quindi tutti gli atti furono trasmessi alla procura di Roma che “se ne occupò, e non se ne occupò”, tanto che vero che, se va su internet, vedrà una serie di indagini della procura di Perugia sui magistrati di Roma per valutare l’approfondimento delle indagini.
Sta dicendo che l’indagine su Incalza si perde nel porto delle nebbie di Roma? Questo lo sta dicendo lei… E Perugia ha indagato. Quel che è certo è che, avendo preso atto della sua esistenza, arrivai al ministero nel 2006 con le idee chiare.
E che successe? Aspetta che qua viene il bello. Succede che, quando divento ministro, andando al ministero trovo due novità. Primo: era stato creato un ufficio “strano” dal mio predecessore chiamata “struttura tecnica di missione” posto alle dirette dipendenze del ministro e al di fuori delle competenze dei provveditori alle opere pubbliche e della direzione generale del ministero. Una struttura col compito specifico di occuparsi delle grandi opere e grandi commesse. E la seconda è che la struttura era coordinata da Incalza.
Direbbe lei: “Capisci a me…”. Bravo, e infatti hai già capito… Dunque, appena arrivai in ufficio alla luce dell’esperienza di Mani Pulite, feci due cose in via preventiva: la rotazione di tutti gli incarichi direttivi e quindi del provveditorato e della direzione generale. E la sostituzione di quelle realtà professionali che, al netto della posizione processuale, ritenni poco opportuno lasciare al loro posto. E i due personaggi erano Incalza (alla struttura di missione) e Angelo Balducci (come presidente del consiglio superiore dei lavori pubblici). E qua ci vuole un altro “capisci a me…”.
Li tolse entrambi? Sì. Incalza era un consulente esterno e venne allontanato dal ministero facilmente. Mentre Balducci era un dipendente e l’ho relegato a una funzione per cui egli stesso ha chiesto di essere assegnato fuori dal ministero e purtroppo non da Prodi, ripeto non da Prodi, ma dalla presidenza del Consiglio fu poi nominato commissario straordinario per la realizzazione delle opere e degli interventi funzionali allo svolgimento dei mondiali di nuoto “Roma 2009″, su cui poi si aprì la famosa inchiesta.
Come si spiega che poi Incalza torna al ministero? La morale della favola è: se Incalza da allora ad ora, al netto della gestione Di Pietro, può mantenere incarichi nonostante le vicende che gli sono accadute, significa che ha un giro di relazioni per cui, diciamo così, “spontaneamente o spintaneamente” non hanno potuto fare a meno di darglielo. È cioè a conoscenza di fatti, cose o circostanze, per cui chi avrebbe dovuto fare a meno di lui ha ritenuto di non poterlo fare.
Lupi compreso. Le leggo la dichiarazione del ministro su Incalza: “Era ed è una delle figure tecniche più autorevoli che il nostro paese abbia sia da un punto di vista dell’esperienza tecnica nazionale che della competenza internazionale, che gli è riconosciuta in tutti i livelli”. Mi auguro che Lupi abbia fatto un’affermazione del genere un po’ perché non conosce il curriculum di Incalza un po’ perché non conosce il curriculum che serve per dirigere strutture del genere…
Battute a parte? È evidente che c’è un problema di responsabilità oggettiva e politica di Lupi, perché rimettere allo stesso posto personaggi discussi e discutibili che hanno tante stagioni non può essere passato in cavalleria. In un paese normale le sue dimissioni si imporrebbero.
Lei dice: anche se non sapeva ha una responsabilità politica. Dando pure per presupposto che non sapesse nulla, proprio il fatto di non essere informato non può essere irrilevante.
Insomma, ai lavori pubblici c’erano i terminali di una cricca e Lupi non può dire: io non c’entro. Mettiamola così. Io, quando arrivai, tolsi Incalza e ci misi l’ufficiale di polizia giudiziaria che avevo ai tempi di Mani Pulite e altri due sottoufficiali della finanza. Infatti in quei due anni scandali non ci sono stati.
E a Renzi che vuole dire? Renzi dovrebbe decidersi tra i tanti decreti legge a farne uno di anti-corruzione. E soprattutto non condivido neanche la proposta con cui se ne è uscito ieri il mio amico Cantone secondo cui si dovrebbe riformare la Severino: prima combattiamo il crimine poi, magari, si parla di modificare le parte che riguarda chi è condannato in primo grado. Non mi pare sia questa l’urgenza."



Tangenti, voce del verbo Incalzare

Finora, a ogni scandalo, abbiamo sempre riconosciuto che Matteo Renzi e il suo governo non c’entravano, perché erano appena arrivati. Da ieri, con l’arresto di Ercole Incalza, non è più così. Il governo c’entra eccome. Il premier vede platealmente rottamata la sua presunta rottamazione e deve spiegare molte cose, al Parlamento e all’opinione pubblica. E il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi (Ncd) se ne deve andare alla svelta. Il fatto che non sia indagato non vuol dire nulla: per molto meno Renzi due anni fa, quando era ancora un aspirante segretario del Pd, chiese la testa di due ministri del governo Letta, Alfano e Cancellieri, che non erano indagati, ma certamente responsabili di condotte ritenute incompatibili con le loro funzioni (sequestro Shalabayeva e teleraccomandazioni alla figlia di Ligresti).
Lupi deve sloggiare o essere sloggiato non tanto per la storia dei presunti favori a suo figlio da parte di un costruttore arrestato, quanto soprattutto per aver confermato un anno fa e lasciato fino alla scadenza del mese scorso al suo posto di capo della struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture Ercole Incalza, vecchia conoscenza di procure e tribunali. Né Lupi né Renzi possono dire che non sapevano: nel febbraio 2014, appena nacque il governo, e poi ancora a giugno con un editoriale di Marco Lillo (“O Incalza o Cantone”), il Fatto aveva incalzato – è il caso di dirlo – il governo a rimuovere quel soggetto poco raccomandabile per “820 mila ragioni”: tanti erano gli euro sganciati dall’architetto Zampolini (vedi alla voce Cricca) nel 2004 per pagare la casa a suo genero, a due passi da piazza del Popolo, bissando l’operazione Scajola. Solo che Scajola disse che la casa gliel’avevano comprata a sua insaputa. Per Incalza invece la lista degli insaputisti va allargata ai sette governi che gli hanno lasciato le mani in pasta. Ingaggiato da Lunardi (Berlusconi-2), Ercolino Sempreinpiedi fu cacciato da Di Pietro (Prodi-2), poi riesumato da Matteoli (Berlusconi-3) e lasciato lì tanto da Passera (Monti), quanto da Lupi (governi Letta e Renzi). E siccome un bel giorno andò finalmente in pensione, fu subito riciclato come consulente. Con l’aggravante che, quando nacque il governo Renzi, Incalza era stato appena indagato (avviso n. 15!) a Firenze per gli appalti truccati del Tav. Eppure fu subito rinnovato per un altro anno, con un concorso ad hoc. E quando i 5 Stelle ne chiesero conto alla Camera, Lupi si presentò a leggere una imbarazzante difesa scritta dal suo avvocato.
Quindi, per favore, questi tartufi che in men che non si dica votano la legge per farla pagare ai giudici mentre da due anni non riescono a votare l’anticorruzione (anzi, riescono a non votarla), ci risparmino almeno lo stupore. Oltreché ramificato e invincibile – almeno finché nessuno si deciderà a combatterla sul serio – la nostra Tangentopoli è anche ampiamente prevedibile: un piccolo mondo antico dove non c’è ricambio nemmeno fra i faccendieri, infatti s’incontrano sempre i soliti noti, già inquisiti ai tempi di Mani Pulite, poi reinquisiti negli anni 90 e 2000, tutti rimasti ai posti di combattimento. Non nonostante, ma in virtù dei loro trascorsi penali. Che, nel Paese di Sottosopra, fanno curriculum e sono indice di esperienza e affidabilità. Greganti, Frigerio e Grillo (Luigi) in Expo. Maltauro e Baita nel Mose. E ora Incalza, già balzato alle cronache giudiziarie nel 1996 per gli scandali ferroviari di Necci & Pacini Battaglia. Se poi qualcuno è proprio troppo vecchio per trafficare col girello e la flebo, o magari è passato a miglior vita, trasmette il background alla prole: nelle carte di Firenze, fra i comprimari non indagati, affiorano i nomi di Pasquale Trane, figlio del socialista pugliese Rocco, e Giovanni Li Calzi, figlio dell’ex assessore comunista milanese Epifanio. Fra gli indagati invece troneggia Vito Bonsignore, che non è il figlio dell’andreottiano condannato per tentata corruzione a Torino negli anni 90 e di nuovo pizzicato 10 anni fa nelle scalate dei furbetti del quartierino: è sempre lui, solo che ora è uno degli azionisti di maggioranza – come pure Incalza – di Ncd, prezioso alleato di Renzi, acronimo di Nuovo Centro Destra (per distinguerlo dal vecchio), accreditato dai giornaloni come la “nuova destra liberale ed europea”. E Antonio Bargone non è un parente dell’ex deputato Pci-Pds-Ds, dalemiano di ferro e sottosegretario ai Lavori pubblici di Prodi e D’Alema: è sempre lui, solo che s’è messo in proprio e presiede le autolinee Sat. Idem per altri coprotagonisti, anch’essi inquisiti, tipo Rocco Girlanda (ex deputato Pdl e sottosegretario di Letta), Stefano Saglia (ex deputato di An e del Pdl), Fedele Sanciu (ex senatore Pdl) e Alfredo Peri del Pd, assessore della giunta regionale dell’Emilia-Romagna guidata da Vasco Errani, poi caduta per la condanna del governatore per falso in atto pubblico. A prescindere dalle responsabilità penali, che sono personali e saranno vagliate dai giudici, finisce alla sbarra la banda larga dei soliti noti, che da 30 anni “fa il bello e il cattivo tempo” nella grande mangiatoia delle grandi opere: Prima e Seconda Repubblica, governi politici e tecnici, destra e centro e sinistra, rottamati e rottamatori.
L’unico leader che ebbe il coraggio di liberarsi di Incalza, Di Pietro, è anche l’unico espulso dal Parlamento: era incompatibile col sistema. Per anni ha proposto una legge semplice semplice: fuori dalle pubbliche funzioni i politici e gli amministratori condannati e fuori dalle gare pubbliche gl’imprenditori condannati. È quello che Renzi chiama “Daspo per i corrotti”, credendo di averlo inventato lui. Ma si guarda bene dal farlo. Ora forse è più chiaro perché.


Cari amici,
ancora una volta è dovuta intervenire la Magistratura per fermare ‘i soliti noti’ che la fanno da padroni con i nostri soldi. Questa volta è toccato (anzi è ‘ritoccato’) ad Ettore Incalza ed ai suoi compari.
Siccome molti potrebbero non ricordare chi è Ettore Incalza e che cosa accadeva ed accade ancora al Ministero delle Infrastrutture vi invito a leggere l’intervista che ho rilasciato ad Alessandro De Angelis per l’Huffington Post che potete anche leggere qui di seguito:
Tangenti su Tav ed Expo, intervista a Di Pietro: “Lupi si deve dimettere. Vi racconto io chi è Incalza”
Pubblicato: 16/03/2015 17:13 
 “Eccerto che in un paese normale Lupi si dovrebbe dimettere”. Il telefono di Tonino Di Pietro, quando c’è un’ordinanza, bolle. Perché la toga, in fondo, non se l’è mai tolta. Legge le carte, si informa, ha fiuto. E lo scandalo che coinvolge il ministro Lupi è grosso: “Si, però non farmi parlare di Rolex al figlio e vestiti a lui, che devo prima leggere bene le carte”. Ma la responsabilità politica del ministro, secondo l’ex pm, c’è già tutta. Scusi Di Pietro, Lupi poteva non sapere? Risposta: “Eh no, il ministro mica può dire: non sapevo nulla e facciamo finta che nulla sia successo. Un ministro che non si accorge di quello che è successo, ammesso che non se ne fosse accorto, ha già una responsabilità enorme”. Tanto che lui, Di Pietro, quando mise un piede al ministero delle Infrastrutture, la prima cosa che fece fu quella di allontanare Ercole Incalza.
Scusi Di Pietro, partiamo dall’inizio. Ci dice chi è davvero questo Incalza?
Incalza è un manager già in voga nella Prima Repubblica che, a partire dalla gestione del ministro Signorile, ha passato la sua attività professionale, nel bene o nel male, al ministero dapprima come dirigente e poi come consulente.
Nel bene o nel male. 
Io ho avuto modo di prendere atto della esistenza del personaggio Incalza all’epoca di Mani Pulite svolgendo indagini nei confronti di imprenditori che tra i tanti appalti con l’amministrazione dello Stato avevano anche ottenuto alcuni appalti per la progettazione ed esecuzione della Tav.
E che scoprì?
Successe che, nell’ambito delle attività investigative e in particolare di documentazione reperita a seguito di perquisizioni e sequestri, avevo avuto modo di individuare anche in Incalza un punto di riferimento per fatti la cui valutazione penale non poteva essere data da noi, poiché non competenti territorialmente. E quindi tutti gli atti furono trasmessi alla procura di Roma che “se ne occupò, e non se ne occupò”, tanto che vero che, se va su internet, vedrà una serie di indagini della procura di Perugia sui magistrati di Roma per valutare l’approfondimento delle indagini.
Sta dicendo che l’indagine su Incalza si perde nel porto delle nebbie di Roma?
Questo lo sta dicendo lei… E Perugia ha indagato. Quel che è certo è che, avendo preso atto della sua esistenza, arrivai al ministero nel 2006 con le idee chiare.
E che successe?
Aspetta che qua viene il bello. Succede che, quando divento ministro, andando al ministero trovo due novità. Primo: era stato creato un ufficio “strano” dal mio predecessore chiamata “struttura tecnica di missione” posto alle dirette dipendenze del ministro e al di fuori delle competenze dei provveditori alle opere pubbliche e della direzione generale del ministero. Una struttura col compito specifico di occuparsi delle grandi opere e grandi commesse. E la seconda è che la struttura era coordinata da Incalza.
Direbbe lei: “Capisci a me…”.
Bravo, e infatti hai già capito… Dunque, appena arrivai in ufficio alla luce dell’esperienza di Mani Pulite, feci due cose in via preventiva: la rotazione di tutti gli incarichi direttivi e quindi del provveditorato e della direzione generale. E la sostituzione di quelle realtà professionali che, al netto della posizione processuale, ritenni poco opportuno lasciare al loro posto. E i due personaggi erano Incalza (alla struttura di missione) e Angelo Balducci (come presidente del consiglio superiore dei lavori pubblici). E qua ci vuole un altro “capisci a me…”.
Li tolse entrambi?
Sì. Incalza era un consulente esterno e venne allontanato dal ministero facilmente. Mentre Balducci era un dipendente e l’ho relegato a una funzione per cui egli stesso ha chiesto di essere assegnato fuori dal ministero e purtroppo non da Prodi, ripeto non da Prodi, ma dalla presidenza del Consiglio fu poi nominato commissario straordinario per la realizzazione delle opere e degli interventi funzionali allo svolgimento dei mondiali di nuoto “Roma 2009″, su cui poi si aprì la famosa inchiesta.
Come si spiega che poi Incalza torna al ministero?
La morale della favola è: se Incalza da allora ad ora, al netto della gestione Di Pietro, può mantenere incarichi nonostante le vicende che gli sono accadute, significa che ha un giro di relazioni per cui, diciamo così, “spontaneamente o spintaneamente” non hanno potuto fare a meno di darglielo. È cioè a conoscenza di fatti, cose o circostanze, per cui chi avrebbe dovuto fare a meno di lui ha ritenuto di non poterlo fare.
Lupi compreso. Le leggo la dichiarazione del ministro su Incalza: “Era ed è una delle figure tecniche più autorevoli che il nostro paese abbia sia da un punto di vista dell’esperienza tecnica nazionale che della competenza internazionale, che gli è riconosciuta in tutti i livelli”.
Mi auguro che Lupi abbia fatto un’affermazione del genere un po’ perché non conosce il curriculum di Incalza un po’ perché non conosce il curriculum che serve per dirigere strutture del genere…
Battute a parte?
È evidente che c’è un problema di responsabilità oggettiva e politica di Lupi, perché rimettere allo stesso posto personaggi discussi e discutibili che hanno tante stagioni non può essere passato in cavalleria. In un paese normale le sue dimissioni si imporrebbero.
Lei dice: anche se non sapeva ha una responsabilità politica. 
Dando pure per presupposto che non sapesse nulla, proprio il fatto di non essere informato non può essere irrilevante.
Insomma, ai lavori pubblici c’erano i terminali di una cricca e Lupi non può dire: io non c’entro.
Mettiamola così. Io, quando arrivai, tolsi Incalza e ci misi l’ufficiale di polizia giudiziaria che avevo ai tempi di Mani Pulite e altri due sottoufficiali della finanza. Infatti in quei due anni scandali non ci sono stati.
E a Renzi che vuole dire?
Renzi dovrebbe decidersi tra i tanti decreti legge a farne uno di anti-corruzione. E soprattutto non condivido neanche la proposta con cui se ne è uscito ieri il mio amico Cantone secondo cui si dovrebbe riformare la Severino: prima combattiamo il crimine poi, magari, si parla di modificare le parte che riguarda chi è condannato in primo grado. Non mi pare sia questa l’urgenza.
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ancora una volta è dovuta intervenire la Magistratura per fermare ‘i soliti noti’ che la fanno da padroni con i nostri soldi. Questa volta è toccato (anzi è ‘ritoccato’) ad Ettore Incalza ed ai suoi compari.
Siccome molti potrebbero non ricordare chi è Ettore Incalza e che cosa accadeva ed accade ancora al Ministero delle Infrastrutture vi invito a leggere l’intervista che ho rilasciato ad Alessandro De Angelis per l’Huffington Post che potete anche leggere qui di seguito:
Tangenti su Tav ed Expo, intervista a Di Pietro: “Lupi si deve dimettere. Vi racconto io chi è Incalza”
Pubblicato: 16/03/2015 17:13 
 “Eccerto che in un paese normale Lupi si dovrebbe dimettere”. Il telefono di Tonino Di Pietro, quando c’è un’ordinanza, bolle. Perché la toga, in fondo, non se l’è mai tolta. Legge le carte, si informa, ha fiuto. E lo scandalo che coinvolge il ministro Lupi è grosso: “Si, però non farmi parlare di Rolex al figlio e vestiti a lui, che devo prima leggere bene le carte”. Ma la responsabilità politica del ministro, secondo l’ex pm, c’è già tutta. Scusi Di Pietro, Lupi poteva non sapere? Risposta: “Eh no, il ministro mica può dire: non sapevo nulla e facciamo finta che nulla sia successo. Un ministro che non si accorge di quello che è successo, ammesso che non se ne fosse accorto, ha già una responsabilità enorme”. Tanto che lui, Di Pietro, quando mise un piede al ministero delle Infrastrutture, la prima cosa che fece fu quella di allontanare Ercole Incalza.
Scusi Di Pietro, partiamo dall’inizio. Ci dice chi è davvero questo Incalza?
Incalza è un manager già in voga nella Prima Repubblica che, a partire dalla gestione del ministro Signorile, ha passato la sua attività professionale, nel bene o nel male, al ministero dapprima come dirigente e poi come consulente.
Nel bene o nel male. 
Io ho avuto modo di prendere atto della esistenza del personaggio Incalza all’epoca di Mani Pulite svolgendo indagini nei confronti di imprenditori che tra i tanti appalti con l’amministrazione dello Stato avevano anche ottenuto alcuni appalti per la progettazione ed esecuzione della Tav.
E che scoprì?
Successe che, nell’ambito delle attività investigative e in particolare di documentazione reperita a seguito di perquisizioni e sequestri, avevo avuto modo di individuare anche in Incalza un punto di riferimento per fatti la cui valutazione penale non poteva essere data da noi, poiché non competenti territorialmente. E quindi tutti gli atti furono trasmessi alla procura di Roma che “se ne occupò, e non se ne occupò”, tanto che vero che, se va su internet, vedrà una serie di indagini della procura di Perugia sui magistrati di Roma per valutare l’approfondimento delle indagini.
Sta dicendo che l’indagine su Incalza si perde nel porto delle nebbie di Roma?
Questo lo sta dicendo lei… E Perugia ha indagato. Quel che è certo è che, avendo preso atto della sua esistenza, arrivai al ministero nel 2006 con le idee chiare.
E che successe?
Aspetta che qua viene il bello. Succede che, quando divento ministro, andando al ministero trovo due novità. Primo: era stato creato un ufficio “strano” dal mio predecessore chiamata “struttura tecnica di missione” posto alle dirette dipendenze del ministro e al di fuori delle competenze dei provveditori alle opere pubbliche e della direzione generale del ministero. Una struttura col compito specifico di occuparsi delle grandi opere e grandi commesse. E la seconda è che la struttura era coordinata da Incalza.
Direbbe lei: “Capisci a me…”.
Bravo, e infatti hai già capito… Dunque, appena arrivai in ufficio alla luce dell’esperienza di Mani Pulite, feci due cose in via preventiva: la rotazione di tutti gli incarichi direttivi e quindi del provveditorato e della direzione generale. E la sostituzione di quelle realtà professionali che, al netto della posizione processuale, ritenni poco opportuno lasciare al loro posto. E i due personaggi erano Incalza (alla struttura di missione) e Angelo Balducci (come presidente del consiglio superiore dei lavori pubblici). E qua ci vuole un altro “capisci a me…”.
Li tolse entrambi?
Sì. Incalza era un consulente esterno e venne allontanato dal ministero facilmente. Mentre Balducci era un dipendente e l’ho relegato a una funzione per cui egli stesso ha chiesto di essere assegnato fuori dal ministero e purtroppo non da Prodi, ripeto non da Prodi, ma dalla presidenza del Consiglio fu poi nominato commissario straordinario per la realizzazione delle opere e degli interventi funzionali allo svolgimento dei mondiali di nuoto “Roma 2009″, su cui poi si aprì la famosa inchiesta.
Come si spiega che poi Incalza torna al ministero?
La morale della favola è: se Incalza da allora ad ora, al netto della gestione Di Pietro, può mantenere incarichi nonostante le vicende che gli sono accadute, significa che ha un giro di relazioni per cui, diciamo così, “spontaneamente o spintaneamente” non hanno potuto fare a meno di darglielo. È cioè a conoscenza di fatti, cose o circostanze, per cui chi avrebbe dovuto fare a meno di lui ha ritenuto di non poterlo fare.
Lupi compreso. Le leggo la dichiarazione del ministro su Incalza: “Era ed è una delle figure tecniche più autorevoli che il nostro paese abbia sia da un punto di vista dell’esperienza tecnica nazionale che della competenza internazionale, che gli è riconosciuta in tutti i livelli”.
Mi auguro che Lupi abbia fatto un’affermazione del genere un po’ perché non conosce il curriculum di Incalza un po’ perché non conosce il curriculum che serve per dirigere strutture del genere…
Battute a parte?
È evidente che c’è un problema di responsabilità oggettiva e politica di Lupi, perché rimettere allo stesso posto personaggi discussi e discutibili che hanno tante stagioni non può essere passato in cavalleria. In un paese normale le sue dimissioni si imporrebbero.
Lei dice: anche se non sapeva ha una responsabilità politica. 
Dando pure per presupposto che non sapesse nulla, proprio il fatto di non essere informato non può essere irrilevante.
Insomma, ai lavori pubblici c’erano i terminali di una cricca e Lupi non può dire: io non c’entro.
Mettiamola così. Io, quando arrivai, tolsi Incalza e ci misi l’ufficiale di polizia giudiziaria che avevo ai tempi di Mani Pulite e altri due sottoufficiali della finanza. Infatti in quei due anni scandali non ci sono stati.
E a Renzi che vuole dire?
Renzi dovrebbe decidersi tra i tanti decreti legge a farne uno di anti-corruzione. E soprattutto non condivido neanche la proposta con cui se ne è uscito ieri il mio amico Cantone secondo cui si dovrebbe riformare la Severino: prima combattiamo il crimine poi, magari, si parla di modificare le parte che riguarda chi è condannato in primo grado. Non mi pare sia questa l’urgenza.
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