giovedì 30 giugno 2022

Su Instagram lo si trova come Yuri_hopnn



Altre volte mi era capitato di vedere un graffitaro all’opera ma assistere alla creatività estemporanea di Yuri_hopnn è veramente uno spettacolo.
Alla domanda postagli nell’incontro se stesse realizzando un progetto pensato in precedenza la risposta è stata categorica. “no, disegno secondo quello che mi ispira il contesto e invento ogni cosa al momento”. Per chi frequenta la street art, le caratteristiche delle opere di Yuri rimangono inconfondibili.
I suoi disegni fantasiosi non possono non catturare lo sguardo del passante, vuoi per la miscellanea racchiusa nei suoi tratti pittorici, ma anche per l’apparente semplicità (quasi fumettistica) che va a comporre un mondo che richiama, per molti aspetti, quello di Alice nel paese delle meraviglie.
Intanto che lo osservavo operare ieri in via Di Cristina, lui con rapidità felina completava l’opera e donava forma a quei disegni che, in un piano basso lungo molti metri, si andavano delineando chiari e prepotenti.
Il giorno prima, con l’amico Antonio avevano già composto i singoli riquadri della facciata prospicente a via Albergheria dello stesso edificio; raffigurando dei personaggi tipici di entrambi che, nell’occasione, venivano a realizzare anche un incontro artistico di Hopnn con il personaggio B1, molto popolare a Palermo, perché presente in molte delle mattonelle strategicamente allocate in diversi punti specifici nei quattro mandamenti cittadini.
In uno dei riquadri di in via Albergheria il saggio B1 era stato, infatti, raffigurato in compagnia di uno dei tipici personaggio di Yuri, mentre va a esternare la sua opinione sul contesto urbanistico in cui entrambi sono allocati, un posto che ogni domenica mattina pullula di gente.
Da palermitano verace, riguardo al fiorente commercio che ivi si pratica, B1 dice: “Anche il mercato dell’usato di Ballarò è un bene prezioso per la nostra città, purché si lavori con criterio e con rispetto per il prossimo”. Una delle tante frasi fatte pronunciare dal personaggio relazionandolo al quartiere.
In generale, nelle opere di Yuri_Hopnn si alternano giocolieri clowneschi ovvero fantasiosi ambienti marini con faune ittiche un po’ surreali, che vanno a creare scene pittoriche che oltrepassano le apparenze. Alludendo a messaggi che, attraverso parvenze giocose, vengono a denunciare o a porre l’attenzione, più o meno velatamente, su specifici termini di un problema. Il tutto con una estetica cromatica inconfondibile, principalmente bitonale, che predilige come colore di base l’uso di un rosso/arancione.
Le sue opere, presenti in tutta la penisola, sono particolarmente abbondanti in Sicilia, specie in quella occidentale e a ancor di più a Palermo.
Grazie ai prodotti impiegati e le tecniche realizzative usate, le sue opere quasi miracolosamente resistono lungamente nel tempo.
Ne sono testimonianza i disegni di piazza Caracciolo alla Vucciria, quelli di via Paternostro, quelli all’interno della Fiera del Mediterraneo e quelli ancora chiaramente distinguibili in un fatiscente portone di un altrettanto decadente edificio di via dei Carrettieri, nel Quartiere Capo.
Altri graffiti di Yuri te li ritrovi nel trapanese e in altri imprevedibili ambienti isolani, come pure a Gibellina. A Palermo anche come arredi pittorici all’interno di alcuni B&B cittadini. Una volta che hai visto uno dei suoi lavori, è impossibile poi non riconoscere la mano pittorica dei suoi graffiti.
Yuri_hopnn è un artista a tutto tondo che pratica una street art - per certi aspetti - delle origini, ovvero relativamente povera, intendendo per povero il parco utilizzo di colori, delle bombolette spry, degli strumentari di base necessari per intenderci, senza con ciò andare ridurre o precarizzare l’estetica nel senso dei suoi messaggi e l’efficacia espressiva dei suoi disegni.
Assieme ad artisti altrettanto noti come Nemos, Zolta, Julieta, Ema Jons, Carlos Atoche, C215 e tanti altri, Yuri da tempo ha individuato la Palermo fatiscente per cerare abbellirne le trame, riuscendo a far diventare così la città – anche coi pochi mezzi disponibili, ma con molta fantasia creativa – oltre che più bella, un punto importante della street art autoriale internazionale.
Collocandosi così nella street art più classica, quella della prima ora dei Blu e Banksy, che è sempre stata socialmente impegnata coi suoi messaggi di denuncia e profondamente diversa da quella più moderna oggi dilagante, che spesso è pure sponsorizzata e che beneficia di tante fonti pubbliche e private di finanziamento.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

mercoledì 29 giugno 2022

Pupi siciliani e Famiglie di pupari



Qualche settimana fa, accompagnando un caro amico forestiero in giro per la città, ci siamo imbattuti con Franco Cuticchio, cugino del più famoso Mimmo, anch’esso un appassionato erede dell’arte dell’opera dei pupi siciliana.
Il suo laboratorio teatrale, che si trova a Palermo, nei pressi della chiesa di San Giovanni degli Eremiti, l’avevo sempre visto chiuso in passato e mi ero sempre domandato se il luogo custodisse un piccolo museo o solo un punto di attrazione turistica, aperto solo in rare circostanze.
Quel giorno invece la porta era aperta e, avvicinandomi, erano distinguibili tanti pupi appesi alle pareti.
Nell’approssimarmi all’uscio erano distinguibili tanti paladini e chiesi allora, alla signora che acconsentì con garbo, il permesso per poter fare qualche foto. Un fischio virtuale fu quindi il segnale che feci agli altri per introdurci e procedere nell’imprevista visita.
Scoprimmo che si trattava di un vero teatrino attivo, con tanto di palcoscenico e posti a sedere per gli spettatori.
Nelle stanze adiacenti, lungo le pareti, c’erano moltissimi pupi, tutti diversi - esteticamente ben fatti - che rappresentavano i vari personaggi delle storie dei paladini di Francia.
C’erano Orlando, Rinaldo, Angelica, Bradamante, il famelico Gano di Maganza e tanti altri; erano tutti quanti appesi e pronti per la loro recita. L’assenza di polvere e la lucentezza delle vesti dimostrava, senza ombre di dubbio, un utilizzo degli stessi in spettacoli continui.
La signora che aveva acconsentito alla nostra visita era la moglie di Franco Cuticchio che, aggiuntosi in breve alla compagnia, cominciò a tenere banco nel raccontarci il mondo dei pupi e di come la sua attività fosse frutto di una delle classiche tradizioni familiari in cui un mestiere viene felicemente tramandato da padre in figlio, anche con tanti sacrifici.
Nell’informarci che tutti i pupi presenti in quel piccolo teatro erano stati creati dal padre ultraottantenne, che ancora oggi provvedeva alle eventuali riparazioni e ad alimentare nuove produzioni, venne pure ad intrattenerci con una serie di aneddoti legati agli innumerevoli spettacoli da loro portati avanti in tutti gli angoli della Sicilia.
Come spesso accade pure in altri tipi di mestieri, lui tra i pupi c’era proprio nato e la sua partecipazione attiva agli spettacoli fin da piccolo aveva necessitato dell’utilizzo del classico sgabello, per potersi porre all’altezza del padre durante le infinite lotte di Orlando e dei vari altri paladini.
Raccontò come la pesantezza dei pupi, proprio per la sua età fanciullesca, era talmente gravosa da indurlo spesso a sollecitare inutilmente il padre ad accelerare il colpo letale nelle infinite lotte fra i contendenti.
Ogni duello risultava quindi un impegno fisico pesante e non era raro che alla fine del combattimento cadesse anche lui a terra unitamente al suo pupo, piombando financo in platea suscitando così l’ilarità degli astanti.
Le storie di Franco si collocavano temporalmente in un periodo in cui la televisione e opportunità di spettacoli pubblici non erano, specie in Sicilia, una cosa consueta.
Venne pure a raccontarci di come la partecipazione di bimbi e adulti era sempre coinvolgente e appassionata, a tal punto che il Gano di Magonza era spesso bersaglio di lanci di ogni oggetto a portata di mano. A questo proposito, ci narrò come una volta i partecipanti di uno spettacolo vollero addirittura che suo padre vendesse loro proprio quel pupo malefico che, successivamente, andarono bruciare in un rogo estemporaneamente improvvisato con la felicità dei tanti.
Gli aneddoti in breve raccontati sono alcuni dei tanti e l’entusiasmo di Franco palesato con le sue narrazioni testimoniavano di quella passione innata che gli si accendeva negli occhi lucidi e in un ampio sorriso. La vena artistica ha una portata larga che abbraccia e ingloba tante discipline. Ma anche qui la passione non basta, occorre quel quid in più, quel classico talento innato che riesce a trasmettere e a coinvolgere tutti quanti gli altri.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

sabato 25 giugno 2022

Eretico o Santo



La Nave di Teseo, ha recentemente riproposto una versione aggiornata di “Eretico o Santo - Ernesto Buonaiuti, il prete scomunicato che ispira Papa Francesco” (pagg. 400, Euro 24,00). Un libro, già proposto nel 2001, con il quale Giordano Bruno Guerri affronta la complessa esistenza di Ernesto Buonaiuti, un prete scomunicato dalla chiesa cattolica che, come argomenta lo scrittore nella seconda edizione, ha fortemente ispirato anche molteplici aspetti dell’azione pontificale di Papa Francesco.
Guerri non è nuovo a questo genere letterario; già in “Antistoria degli italiani”(pagg. 796 Euro 24,00 e sempre edito da “La Nave di Teseo”) ebbe ad approfondire tematiche riguardanti la galassia Vaticano prettamente "temporale".
Nel libro, incentrato sulla storia di Buonaiuti, si analizza però più approfonditamente l’Italia del novecento, focalizzando i tanti contesti socio-politici prefascisti, fascisti e dell’Italia repubblicana post bellica. Ne viene così fuori un certo collateralismo con una Chiesa cattolica, anch’essa opportunista, retrograda, impegnata a mantenere privilegi e a screditare chi osava sfidare o intendeva allontanarsi dalle sue rigide linee burocratiche, basate su un dogmatismo ortodosso e alquanto materialista.
Interessanti pagine mettono anche in luce aspetti poco noti del ventennio fascista e di alcuni dei suoi più alti dirigenti; con ampie dissertazioni sulle origini e il sussistere di interessi incrociati fra poteri che hanno abilmente creato i presupposti per condividere i vantaggi un Concordato Stato-Chiesa utile alle parti.
In tutto questo, il filo d’arianna che congiunge i vari momenti storici del saggio è costituito dall’azione di Ernesto Bonaiuti, prete scomodo per il Vaticano, risultata molto utile a una spregiudicata strumentalizzazione politica, volta a consolidare il potere di Benito Mussolini.
Con la sua narrazione Guerri permette di leggere gli avvenimenti osservandoli dal di dentro, guardando dalle stanze del potere reale, rendendo evidenti le mutevoli strategie/tranelli e le cangianti decisioni di tutti gli attori in scena.
Nella parte finale il saggio accende poi grossi coni di luce su Papa Bergoglio, consentendo, con ricchezza di dettagli e molte citazioni, di cogliere taluni aspetti non molto noti del processo rivoluzionario avviato fin da subito da questi con il suo pontificato.
Dall’attenta lettura traspaiono, infatti, moltissime informazioni su iniziative intraprese dall’attuale Papa, spesso del tutto sconosciute e tenute quasi nascoste al pubblico che, in qualche modo, fanno rilevare un clamoroso parallelismo della politica attuata da Francesco in questi dieci anni di papato con l’ostinata profetica azione chiarificatrice di padre Ernesto Buonaiuti. Entrambe le azioni messe quasi volutamente in ombra nei rispettivi contesti temporali.
Sembra come se un velo tendesse a oscurare - in entrambe le situazioni - i pensieri e le strategie similari professate e messe in atto dai due personaggi vissuti in epoche diverse. Palesemente e ufficialmente etichettato ieri come eretico il primo, attaccato e denigrato come tale da una vasta parte del mondo cattolico sommerso di oggi il secondo.
Poco di sa, del resto, tuttora di Ernesto Buonaiuti; così come scarse informazioni vengono pure riprese dai media sulla lenta profonda sanificazione etico-morale attuata da Papa Francesco.
Occorre però leggere con molta attenzione i contenuti del libro per poter cogliere a pieno l’essenza di quanto si intende sostenere; e poi, anche per la complessità generale, ogni ulteriore considerazione necessiterà come precondizione dal lettore un metaforico “lento processo digestivo”, con un approccio quasi da intellettuale vergine; aperto a una complessa analisi e scevro da inutili preconcetti.
Per finire propongo un breve testo riscontrabile nel volume, relativo a una chiara affermazione fatta da Papa Bergoglio; che identifica il suo solco e che certamente qualifica in modo efficace quella che è l’essenza della sua missione; un testo che mette anche in luce il pensiero comune ad entrambi i personaggi.
“Il vescovo” …. “è insieme chiamato a camminare davanti, indicando il cammino, indicando la via; camminare in mezzo per rafforzare nell’unità; camminare dietro, sia perché nessuno rimanga indietro, ma, soprattutto, per seguire il fiuto che ha il Popolo di Dio per trovare nuove strade”.
Guerri aggiunge di suo che “È in questa occasione che il Papa ha ribadito la necessità di dialogare con chi ha idee diverse e di accogliere i forestieri”. Tutte tesi a suo tempo elaborate e ripetutamente sostenute anche da Bonaiuti l'eretico.
Appare a questo punto forse superfluo far osservare quanto ogni considerazione fin qui esposta possa risultare calzante con l’attualità del mondo laico di oggi e con la decadenza politica che caratterizza il nostro tempo.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

giovedì 23 giugno 2022

Mater semper certa est, pater numquam



Una cosa che piace un pò a tutti quanti noi trascurare è andare a ripercorrere l’iter di crescita dei tanti artisti, anche dei più affermati.
Se, specie nel campo dello spettacolo o in ambito letterario, resta la possibilità di rivedere prime performance risalenti alle origini, lo stesso non capita nelle analisi dei percorsi evolutivi che caratterizzano gli artisti d’altri settori, come ad esempio nell’ambito delle arti visive.
Di molti fotografi, ad esempio, ci affascinano metodi e forme definite di produzioni che costituiscono la maturazione e la sovrapposizione nel tempo di tante fasi, che derivano spesso anche da tanti percorsi incerti e tormentati dove, sperimentazione e ricerca hanno indotto l'artista a saltellare indistintamente su tanti generi diversi. Non disdegnando così d'avventurarsi in bizzarrie creative che, specie per taluni, hanno costituito i fondamentali momenti di crescita, ovvero isolati ma importanti banchi di prova per testare sia se stessi che le reazioni dei variegati osservatori coinvolti a leggere le loro proposte.
Può capitare quindi, come è accaduto appunto, che in un seminario volto alla lettura dell’immagine fotografica, disquisizioni fatte da tanti di noi discenti (che, per l'insito ruolo, onniscienti certo non siamo) ci si potesse sbizzarrire in libere considerazioni nel valutare alcune immagini; basandosi essenzialmente su apparenze semplici ed evidenti che potevano anche allontanare, pure in modo abissale, dalle peculiari caratteristiche, specifiche e note, ascrivibili al reale autore della foto.

Nel web in un articolo si legge: “Mater semper certa est, pater numquam (la madre è sempre certa, il padre mai). È questo uno dei principi classici del diritto, basato su una massima di esperienza in base alla quale se è facile individuare la madre di un soggetto, la ricerca della paternità è spesso difficile, e, in qualche caso, impossibile.”

In un gioco divertente il nostro docente, quindi, veniva anche a costruire volutamente delle provocazioni con le fotografie da lui assegnate; proponendo anche immagini poco note che mettevano in mostra specificità - anche di affermati fotografi - difficilmente accostabili alla notorietà delle produzioni degli stessi. Fama, stile e successo correlate alle creazioni artistiche corrispondenti al tempo della loro piena affermazione autoriale e identitaria.
In conclusione, la foto posta in copertina mostra proprio il caso di una bellissima istantanea realizzata a Praga da Helmut Newton, che viene a rappresentare un ambiguo e sinistro manichino posizionato in una strada che notoriamente richiama al numero 22 di Franz Kafka.
Suscitò alla fine della lettura molto stupore la rivelazione fatta circa la paternità dell’autore che l’aveva realizzata.
Tutti quanti, anche chi aveva riconosciuto i luoghi, non avrebbe mai potuto accostare l’immagine al famoso Newton, più noto per le sue complesse e conturbanti foto al femminile.
Così come le dissertazioni su un’immagine ascrivibile indiscutibilmente allo stile della scuola di Franco Fontana, non venne attribuita dalla platea discente al famoso fotografo. Ma in verità poi si scoprì che si trattava di una sua opera. Abbastanza brutta oserei dire, sia per taglio che per i cromatismi. Forse magari era una di quelle opere prime mal riuscite, che hanno consolidato però un'idea e comunque aperto un importante solco. Chissà.
In ogni caso anche questo secondo esempio costituiva la classica eccezione che confermava la regola!

Buona luce a tutti!

© ESSEC

martedì 21 giugno 2022

E ricordati che il tempo vola. E noi no.



Mi capita spesso che, mentre cerco di esprimere un pensiero composito, arriva in aiuto la lettura di un qualcosa scritto da soggetti genialoidi che riescono a condensare concetti semplici e complessi in un tutt’uno.
Mi è accaduto anche oggi leggendo un post su Alessandro Bergonzoni pubblicato su Facebook e che ho pure condiviso.
“E la madre gli disse: Non essere ingenuo, non credere a tutto quello che ti dicono; sappi che il miglio non è l’unità di misura dei canarini, che i malati di mente vanno pazzi per certe caramelle, che Pino Daniele è il nome proprio di un albero e che fa diesis non è musica ma matematica, e cioè la somma di cinques più cinques! Abbi fiducia in te stesso! Applicati ma non inchiodarti.
E ricordati che il tempo vola. E noi no.
Ma il peggio sarebbe se noi volassimo e il tempo no.
Il cielo sarebbe pieno di uomini con gli orologi fermi”.
Senza voler risultare minimamente irriguardoso con le lezioni dell’amico Giancarlo, credo che le considerazioni ambigue e contemporaneamente esilaranti di Bergonzoni possono in qualche modo calzare con quanto mi accingo a scrivere.
La seconda parte del corso di formazione per aspiranti giudici di concorsi fotografici (Seminario si 2° livello Master sulla lettura e valutazione della foto singola) costituiva un approfondimento dei criteri sottostanti all’esame valutativo degli elementi che caratterizzano immagini in competizione.
La tornata formativa del primo corso (Lettura e valutazione dell’immagine singola), seguendo un tracciato sperimentato da Sergio Magni, si soffermava essenzialmente sulla valutazione interna ed esterna delle fotografie, con una particolare attenzione rivolta a criteri oggettivi, inerenti soprattutto agli aspetti tecnici insiti nelle immagini.
Questa seconda parte, invece, veniva a mettere in campo ulteriori criteri innovativi tendenti a valutare con maggiori elementi di analisi il significato delle immagini; soffermandosi sui vari aspetti, secondo una visione più moderna, che andava anche a recepire nuovi elementi emersi attraverso tanti criteri di lettura lungamente sperimentati, codificati e riconosciuti.
Entrambe le dispense distribuite ai corsisti nei due seminari, già costituivano una sintesi schematica dei percorsi logici da perseguire, raccogliendo e organizzando i metodi teorico-valutativi da applicare seguendo degli step sequenziali e progressivi.
Le piene coincidenze nelle prove pratiche con i criteri teorizzati, attuate a conclusione di entrambi i seminari, hanno, peraltro, portato a certificare la bontà dei metodi e la valenza di entrambi i corsi.
Nella sessione che mi ha visto coinvolto, alla chiusura del secondo corso, peraltro, una strana coincidenza portò pure a combinare le foto secondo i desiderata dei singoli corsisti. È accaduto, infatti, che le letture delle tre foto sorteggiate ad altrettante coppie casuali mettessero insieme punti di vista similari, mentre quelle delle restanti sette foto - assegnate ai rimanenti lettori - determinassero sostanzialmente risultati calzanti con la sostanziale concettualizzazione di quanto era stato appreso.
Per quanto ovvio nella fotografia, tutte quante le letture rispecchiavano, evidenziandole, le caratteristiche individuali dei singoli; in più, interventi degli altri presenti riuscivano pure ad ampliare il raggio, stimolando anche punti di vista difformi, sempre validamente argomentati attraverso analisi indotte dai contenuti del corso.
Il tutto si è svolto attraverso discussioni pacate e, nel caso, abilmente orientate e mediate dal docente.
Del resto lo schema finale proposto agli aspiranti giurati, articolato secondo un percorso logico settoriale, tendeva a mettere in luce “le abilità di lettura e comprensione delle immagini, passando attraverso un percorso basato su una serie di competenze relative alla decodificazione in ambito: tecnico, semantico, grammaticale, pragmatico”; costituiva, cioè, la sintesi pratica di tutti i concetti esplicitati nel Master.
Ho potuto osservare ancora una volta che la passione comune per la fotografia è certamente prevalsa, lasciando anche ampio spazio all’aspetto ludico sempre costruttivo che torna utile mantenere.
In nessun caso sono emersi pareri assolutistici e anche i tanti “secondo me” possibilisti hanno offerto spiragli per letture e giudizi contrapposti, ma sempre coerenti con le logiche apprese.
Il corso è quindi stato, ancora una volta, con l'attenta docenza Torresani, una palestra utile a praticare fattivamente il confronto e la tolleranza, consentendo anche la possibile coabitazione di opinioni diverse, senza che nessuno avanzasse alcuna pretesa di voler affermare l’assolutezza del proprio verbo, in una dialettica basata su competenze, elastica e scevra da preconcetti.
È auspicabile che questa ennesima operazione divulgativa “Torresani”, ulteriore tappa di un composito suo percorso didattico curato con passione, possa anche trovare sbocco in una operazione editoriale che tornerebbe utile a tutti gli appassionati di fotografia e, più in generale, agli amanti delle arti visive.
Condividendo sostanzialmente il contenuto di questo scritto, Giancarlo Torresani mi suggerisce anche di aggiungere delle sue considerazioni. Ovvero “l’urgenza culturale (spesso disattesa) della comunicazione visiva nell’ambito scolastico, a mio avviso orfano di quel rinnovamento che spesso viene conclamato e che alla fine non va oltre certe dichiarazione di buone intenzioni; nonostante il dilagare dell’importanza dei messaggi che quotidianamente e costantemente riceviamo, e trasmettiamo, tramite le immagini. Le conseguenze tutt’altro che marginali, di questa latitanza, andrebbero prese in debita considerazione a partire dalla scuola e non solo dal “volontariato” di chi crede in queste cose; se così accadesse (forse) si potrebbe ridurre quel divario che separa la comunicazione visiva tra l’interno e l'esterno del campo scolastico contribuendo alla crescita della necessaria esperienza formativa nell’ambito della comunicazione visiva la cui mancanza è spesso origine di incomprensioni e fraintendimenti.”
Come si può non essere d’accordo con chi la didattica l’ha lungamente praticata come professione e in modo pieno ed impegnato?

Buona luce a tutti!

© ESSEC

giovedì 16 giugno 2022

Il rituale ritardato passaggio di testimone



Una delle cose che va subito all'occhio in molti eventi, ad esempio in occasione di celebrazioni o congressi vari di associazioni fotografiche, è constatare l'età media dei partecipanti.
Anche se l'anzianità diffusa - che accomuna molti - non inficia minimamente l'entusiasmo dei singoli, vuoi per l'occasione di incontrarsi con molti amici o di fare nuove conoscenze, ciò evidenzia problematiche generazionali che non costituiscono certo delle novità nella società occidentale del nostro tempo, che inesorabilmente invecchia.
In questo senso anche il mondo della fotografia non fa eccezione rispetto a una realtà canalizzata e propensa a vivere l'oggi, senza alcun programma per un lungo periodo, che egoisticamente stabiliamo non appartenerci.
Tutti noi attempati siamo contenti, quindi, di ricoprire un ruolo in associazioni spesso duplicate e talvolta antagoniste, di incassare l'ennesimo attestato, di ricevere il tangibile like/medagliato dalla federazione nazionale che costantemente prolifera premi.
Si sviluppa, quindi, quel Truman Show che perpetua quell'entusiasmo generale che festeggia ogni giorno come fosse l’avvento di un nuovo anno e che così ci anestetizza da ogni frustrazione.
E i pochi giovani dove sono, che fanno? Perché si tengono in disparte?
La cosa non sembra interessare molto, poiché noi continuiamo a impegnarci principalmente a parlarci addosso, incuranti delle prospettive e del fatto che certi valori cambiano, così come gli interessi di generazioni che preferiamo mantenere escluse.
Neanche gli immigrati di seconda generazione riescono più a supplire, perché culturalmente (e forse volutamente) non pienamente integrati, a una natalità che prospetta un futuro demografico autoctono con dinamiche statistiche assai preoccupanti.
Una cosa certa è che il patrimonio culturale accumulato nel tempo e curato con tanta attenzione rischia così di disperdersi, di non trovare eredi preparati e adeguati al ruolo.
Forse, in verità, occorrerebbe approfondire l'argomento; riflettere e discutere sui tanti aspetti che non vogliamo vedere e che non riusciamo neanche a capire.
La Greta Tumberg, nel suo efficacissimo discorso sull'ambiente, riferendosi a chi ha oggi il potere di decidere - eventualmente ancora in grado di poter avviare i necessari processi di cambiamento - citava le tante parole spese con gli emblematici continui "Bla, bla, bla, bla". Magari costituite da parole nobili e forse appropriate al caso, ma tutte prive di efficacia costruttiva rispetto alle necessità di una reale e immediata correzione di rotta.
Ad ogni modo, arriva sempre un momento in cui poi le cose accadono, specialmente quando sottotraccia le situazioni si evolvono e cambiano (comunque) anche a nostra apparente insaputa.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

L'attento amico che continua a leggermi, mi segnala un articolo che, almeno per l'aspetto demografico, calza perfettamente con l'argomento: Beh, in questo pezzo sono evidenziati i problemi più generali che derivano dagli squilibri generazionali del nostro Paese e dall’invecchiamento della popolazione: https://www.economiaefinanzaverde.it/2022/03/24/le-incognite-italiane-della-natalita-e-della-produttivita/

martedì 14 giugno 2022

In fotografia, molti autorevoli artisti si ispirano a tanti protagonisti spesso lontani dal più comune sentire.



Se ne parlava l’altro giorno con l’amico Pippo e si concordava sul fatto che con “Quelli di Bagheria” Ferdinando Scianna ha realizzato, più che in altri volumi pubblicati, un bellissimo documento di una realtà da lui vissuta e felicemente raccontata.
Senza veli, senza allusioni o messaggi criptici, il libro edito dalla “Fondazione Galleria Gottardo” nel 2002, forte anche di evocative immagini rigorosamente in bianco e nero, elabora perfettamente singoli fotogrammi di pura memoria di chi ha vissuto quei tempi e in quei territori in particolare.
A prescindere dalla specificità “bahariota” la Sicilia provinciale è in ogni caso tutta ben rappresentata e le singole immagini consentono di rivivere scene vissute da tanti di noi, in un’infanzia che accomuna e dove i riti quotidiani similari tendono a replicarsi negli angoli dell’intera isola.
Magari forse rappresentati da personaggi anagraficamente e specificatamente diversi nei differenti luoghi, che svolgevano pure mestieri similari, ma tutte immagini di momenti/memoria collegati da un filo conduttore unico.
Per chi ha i capelli già argentati o completamente bianchi, sfogliare le pagine del libro vuol significare chiudere gli occhi per rivivere un proprio passato; attraverso le molteplici immagini in bianco e nero che sono esposte nel vissuto personale degli anni sessanta, che a ciascuno di noi sicuramente appartengono, perché sono di certo ormai la nostra storia.
In fotografia, molti autorevoli artisti si ispirano a tanti protagonisti spesso lontani dal più comune sentire. Non è questo il caso di Ferdinando Scianna il quale, ancorché e da sempre ispirato dalla scuola di Henri Cartier Bresson e dapprima consigliato e instradato da Enzo Sellerio, oltre che culturalmente influenzato da Leonardo Sciascia, è sempre riuscito a mantenere saldamente stabili le sue solide radici con quella tipica sicilitudine che lega tutti i maggiori artisti isolani fin già dal primo novecento.
In generale, a prescindere dalle sue produzioni, osservare qualunque foto di Ferdinando Scianna è leggere la Sicilia.
Sia che le sue immagini risultino stagliate nei suoi tipici bianco e neri violenti oppure armoniosamente intrise nelle tante gradazioni di grigio, di per sé abbondantemente narranti.
Nel suo caso, infatti, non occorrono artifizi particolari, che alludano all’onirico o a delle speciali tecniche rivolte a un concettuale spesso complicato e contorto e nemmeno mossi o sfasature volute per caratterizzare o far riconoscere da subito il tocco distintivo dell’artista affermato.
Sfogliare i libri di Ferdinando Scianna, almeno per me, è riconoscere perfettamente il linguaggio della mia terra e leggere le molteplici storie raccontate dalla sua fotografia.
Un colpo altrettanto abile nell’operazione “Quelli di Bagheria” è rappresentato dall’editing progettuale, dove fotografie, didascalie, pensieri e considerazioni si mescolano per impreziosire e rafforzare ogni elemento scelto e rappresentato.
Per intrigare ancor di più gli estimatori dell’autore si rimanda alla interessantissima prefazione posta nelle prime pagine del volume, dove Ferdinando Scianna confessa di aver voluto sostanzialmente perseguire con il suo progetto il solco precedentemente tracciato, in forma letteraria, dall’amico Leonardo Sciascia.
Citando Ernesto De Martino, riguardo all’universalità di certe narrazioni, Scianna scrive pure che: “solo chi ha un villaggio nella memoria può avere un’esperienza cosmopolita”. Non è l’unica delle chicche che portano ad allargare lo sguardo, leggendo il volume se ne scopriranno tante altre.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

mercoledì 8 giugno 2022

Il portfolio fotografico non è altro che un racconto scritto attraverso immagini



Se ci facciamo caso, al giorno d’oggi sono sempre pochi i giornalisti capaci di fare cronaca, in grado cioè di raccontare i fatti intervenendo in modo minimale con loro opinioni e propri punti di vista, che immancabilmente persistono sottotraccia e talvolta palesemente affiorano.
La diffusione dei talk show ha ulteriormente appesantito le questione e spesso conduttori intolleranti e poco propensi all’ascolto, specie nel sentire punti di vista lontani dal proprio, tendono a fare conoscere - in ogni modo e a ogni costo - le proprie posizioni. Come se questa cosa avesse particolare importanza per l’utente finale, trattandosi di semplice incontro tendente a far conoscere il più possibile l’intervistato, sacrificando così lo spazio utile per far conoscere gli interpellati.
Il valore aggiunto, specie se gli incontri sono orientati ad acquisire liberi pareri da personaggi scelti, è sempre costituito dagli spazi loro concessi, utili se non indispensabili per far capire al fruitore terzo la reale posizione socio-politica e il mondo culturale che caratterizza il soggetto intervistato.
Orientare o, peggio ancora, limitare le visioni non è mai un buon servizio per cercare di capire e di certo non costituisce valido strumento per una corretta informazione.
Ma in fin dei conti, chi se ne frega se il giornalista di turno non tollera i populisti, se è pure prevenuto verso chi ha un orientamento politico specifico; di certo chi opera secondo questi canoni non può annoverarsi come giornalista professionista, ma tutt’al più come un opinionista che inquina a monte qualunque prodotto giornalistico che va a intraprendere.
Passando alla fotografia e, in particolare, alle letture di portfolio sono molte le similitudini che caratterizzano anche qui gli attori in campo.
In poche parole, il portfolio fotografico non è altro che un racconto scritto attraverso immagini che fanno da canovaccio, con delle larghe maglie che consentono di intessere storie e ricami, come in una qualunque narrazione. Con l’autore che ha la libertà di scegliere la calligrafia estetica, la lunghezza dei periodi, l'uso delle parole, la grammatica, la sintassi e ogni spaziatura o punteggiatura valutata più opportuna.
In diversi articoli che ho dedicato a questo particolare settore comunicativo, ho avuto modo di soffermarmi e di focalizzare alcuni aspetti che risultano indispensabili nei processi insiti ai tanti percorsi di lettura.
Alle considerazioni sul portfolio fotografico e su cui si intende disquisire può ancora tornare utile quanto ebbi a scrivere nel maggio di due anni fa in un pezzo che intitolai così e che invito a rileggere: “Semplificare ad esempio con due soli termini: “non funziona”, senza soluzioni d'uscita, non può costituire un valore aggiunto.”
Ad ogni modo, a mio parere, il portfolio fotografico ancora oggi rimane indefinito, poiché, pur riferendosi frequentemente a immagini fotografiche, non disdegna di rifugiarsi anche ad altri mezzi, utilizzando pure elementi artistici di campi molto vicini, come la grafica o la stessa pittura.
Diversi autori si sono impegnati nel tempo a ricercare schemi didattici, nel tentativo di recintare il campo e disciplinare il tutto con una serie di regole; ma alcuni di quei concetti risultano in parte superati e sono tantissime le nuove strade percorribili lasciate libere all’ingegno e alla fantasia.
Rimane tuttora una pietra miliare, in argomento, il volume “Portfolio – Costruzione e lettura delle sequenze fotografiche” di Augusto Pieroni; edito da Postcart nel 2015 e oggetto di diverse ristampe.
Per fornire un quadro sintetico, costituito da esempi pratici, si propongono di seguito delle letture (complete o parziali), che possono consentire - specie ai neofiti nella materia - di farsi una chiara idea di cosa possa corrispondere oggi a un portfolio fotografico e su come funzionano gli approcci e le relative letture.
Negli ultimi tempi, un grande aiuto in tal senso è venuto dai diversi appuntamenti in streaming, attuati dalla Fiaf in tempi di pandemia, che hanno agevolato una certa popolarità al fenomeno e impresso uno sviluppo in questo settore difficile, che presuppone incontri (più che scontri) e pacati confronti costruttivi; condizioni tutte indispensabili per una crescita collettiva sia dei lettori che per lo sviluppo dei molti talenti.
In conclusione come, detto, si propongono una serie di esempi registrati in modo casuale, per alcune delle letture svoltesi nel complesso “Tre Navate” (Cantieri Culturali alla Zisa) durante la mattina di sabato 28 maggio u.s., del recente 74^ Congresso Nazionale Fiaf di Palermo:

- https://youtu.be/Javnk5o_h9w
- https://youtu.be/klx-IL1Zpy8
- https://youtu.be/S4bKb1HMJa4
- https://youtu.be/JamMMbPHS-g
- https://youtu.be/7MjowS75hSM
- https://youtu.be/1HypqVcn2ug


Buona luce a tutti!

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Come mi capita spesso, arriva a stretto giro di posta un qualificato suggerimento che appare opportuno per completare meglio discorso. Lo riporto di seguito in modo integrale, lasciando libero il lettore d'intuirne la fonte. "Ritengo opportuno, nel definire un portfolio (definizione in works progress), non accentuare il suo "possibile" carattere narrativo atteso che, nonostante tanti lavori nascono con questa idea prevalente, ciò non toglie che esistano tanti eccellenti lavori dove la narrazione non esiste del tutto lasciando lo spazio al puro documento, o alla semplice esposizione artistica o provocazione concettuale."

sabato 4 giugno 2022

Sicilitudine 2022



I due incontri con gli Autori, programmati nel corso del 74^ Congresso Nazionale Fiaf, si sono svolti ai Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo in un clima unico che, anche per l’ubicazione fisica della manifestazione, ha quasi magicamente unito sensazioni e ricordi, con testimonianze mescolate che hanno reso vivo anche chi non c’era, quasi azzerando lo spazio e il tempo.
Ascoltando gli interventi di Franco Carlisi e Carmelo Bongiorno, moderati in due distinti incontri con la consueta sagacia da Pippo Pappalardo, sono pure venuti fuori i profili umani e professionali di due personaggi dai trascorsi alquanto diversi che, come spesso accade, rappresentano sempre quelle eccezioni che confermano la regola.
Con le loro profonde differenze, si sono rappresentati entrambi come degli emblemi moderni della cultura siciliana attuale che, anche in campo fotografico, seppur muovendosi in spazi angusti, complicati e poco organizzati hanno tanto da dire.
In terra di Sicilia protagonisti non si diventa quasi mai attraverso percorsi associativi ma, di regola, perseguendo con tenacia istinti testardi e reconditi, animati da aspirazioni e voglia di voler comunicare seguendo sentieri individuali, basati su idee maturate in proprio e percorse sulla base di convinzioni consolidate e costantemente suffragate da stoici entusiasmi.
Del resto e per tradizione i veri punti di riferimento per la fotografia siciliana, diversamente dal centro e dal nord Italia, non sono mai stati costituiti da associazioni o da circoli, ma da altrettante isole/meteore anch’esse generatesi quasi in forma spontanea, in qualche modo riconosciute tali nel tempo da combinazioni favorevoli ai contesti culturali tradizionali e congeniti. 
Nei racconti di Carlisi e Bongiorno sono infatti apparsi costantemente come riferimenti fotografici i vari Scianna, Sellerio, Battaglia, Leone, Chiaramonte, Bazan e solo pochi altri. Altrettante affermate meteore culturali che, nel territorio isolano avevano costruito i loro specifici “habitat fotografici” attraverso studi, ricerche e sperimentazioni personali, seppur talvolta ispirate a grandi autori.
L’individualità è del resto la caratteristica preminente della “sicilitudine sciasciana” che ha generato - citandone solo alcuni - i Giovanni Verga, i Vitaliano Brancati, i Luigi Capuana, i Luigi Pirandello, ieri e i Tomasi di Lampedusa, i Giuseppe Tornatore, i Stefania Auci, i Pierfrancesco Diliberto (PIF), i Ficarra & Picone, oggi.
Le narrazioni di Carlisi e Bongiorno elencano una serie di esperienze e maturazioni soggettive fortemente intime che, in ogni caso, hanno saputo testare costantemente.
Le loro realizzazioni hanno seguito sempre un proprio metodo si, ma sottoponendosi di volta in volta ai giudizi e alle valutazioni di meteore più autorevoli, di una sicilitudine confinante e da loro riconosciute. Per raccogliere la certificazione della bontà dei progetti, riflettere sulle preziose osservazioni e poi studiare i sistemi più praticabili, indispensabili per realizzarli concretamente.
Negli interventi documentati che si propongono, a latere di Carlisi e Bongiorno, nel ruolo di mediatore, ricucitore, a infiorettare i discorsi interviene un Pappalardo che si rivela come un novello Leonardo Sciascia il quale, intriso di una sua altrettanto personale sicilitudine, rimarca, osserva, rende comprensibili i vari passaggi, i parallelismi e i collegamenti culturali dei due fotografi attori, contestualizzandoli nelle specifiche scene e nel loro tempo.

I links per i video dei due incontri svoltisi al Cinema De Seta, in mattinata e nel primo pomeriggio del 17 maggio u.s., sono rispettivamente:

- Franco Carlisi https://youtu.be/37XK0xu3kv0

- Carmelo Bongiorno https://youtu.be/PSX10mei_uM

Buona luce a tutti!

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