lunedì 29 giugno 2026

"Utopia"



"Cerchi
d'afferrare
quella
luminosa
utopia
che ti sembra
vicina,
allunghi le mani
ed è ancora lontana,
ti alzi
sulla punta
dei piedi
ma non riesci
a sfiorarla,
fai un balzo
e lei
balza con te.
E domani
tenterai ancora,
cercherai
di brandirla,
ma la mano tremante
non riuscirà a toccarla:
il suo bagliore
sarà fioco,
aumenterà abbagliando
e sarà sempre
disperatamente
lontana."

Intitolata "Utopia" e pubblicata nel 1994, inserita nella raccolta "Sole Nero", parla delle chimere che accompagnano ciascuno di noi per tutta la vita e che, in qualche modo, potrebbero trovare una certa corrispondenza con la sperimentale editoriale autoprodotta, realizzata con il titolo del blog cui fa riferimento "laquartadimensionescritti"; la quale, attraverso un assemblaggio di tante chiavi di letture, apparentemente eterogenee e a tratti confuse, si impegna nel voler trovare una bussola, un tracciato definito, unico, attraverso diversi e variegati percorsi fatti anche di esperimenti testuali.
In questa logica potrebbe anche tornare utile la recensione ricevuta dall'amico Daniele sul libro - e già pubblicata in questo blog, come esempio di rielaborazione IA - che tornerei, quindi, a riproporre.

"Pensieri sciolti, riflessioni estemporanee su accadimenti, visioni, collegamenti tra circostanze e luoghi, frammenti di vita osservata e fotografata, pillole o briciole che non hanno la presunzione di ricomporsi in un quadro per spiegare la complessità del nostro vivere.
Il merito di questo piccolo libro di Salvatore Clemente è di presentare una realtà dispersa, spezzettata nella quale trovare un filo conduttore è operazione, prima che defatigante, inutile.
Un viaggio a prima vista senza capo né coda, che si riavvolge su sé stesso, o immagina di inseguire una meta qualsiasi, per poi risolversi nel dubbio davanti alle situazioni incontrate.
Mi verrebbe da pensare a una pirandelliana ricerca di sé, specchiandosi in tanti minimi episodi e circostanze, sapendo che il percorso non avrà termine.
Ci sono, è vero, nel libro delle prospettive ricorrenti: la “palermitaneità” dell’autore, con le sue essenze di saggezza popolare, e le sue proiezioni in una Roma minore, colta camminando per quartieri dimessi, distribuiti lungo una corona sgangherata, messa a contorno di un centro città ampolloso e ambiguo, dove si esercita il potere.
E, come elemento che ricorre, c’è anche la fotografia, espressione anch’essa di frammentarietà, in questo caso temporale: mentre fissi un’immagine, essa è già sparita per sempre.
Anche l’inseguimento di una immagine, il riconoscimento di un segno, sul quale costruire una metafora, una similitudine concettuale è ricerca che non si conclude.
Molti i brevi racconti che ci confortano in questa interpretazione, da scegliere dal lungo indice di questo moderno zibaldone.
In conclusione, e senza voler essere banalmente enfatico, leggendo LaQuartaDimensioneScritti il pensiero che mi è venuto alla mente è quello dei poeti frammentari greci di cui si sono trovate solo parti di versi rimasti incisi su cocci e lapidi.
Mi sembra che il messaggio di Salvatore sia guai agli uomini che pensano di saper ricomporre la realtà, assegnando a ogni sua singola parte una posizione definita, con i bordi perfettamente coincidenti con i pezzi più vicini, per un quadro che si mostri alla fine di senso compiuto.
Il mondo non è un puzzle che si lascia costruire, ma un insieme di pezzi, rovesciati su un piano, in maniera confusa e ammassata, e che tale rimane, facendoci illudere che qualcuno o qualcosa metta tutto in ordine.
L’importante è rimanere in contatto con questa realtà, accettandola un po’ come viene, senza inseguire un filo rosso, che probabilmente non esiste."

Buona luce a tutti!

© Essec

martedì 23 giugno 2026

"Confini sospesi" di Jessica Cammarata



“Per molto tempo ho considerato la fotografia un esercizio di invisibilità. Credevo che la verità di un’immagine risiedesse esclusivamente nello ‘scatto rubato’., nella capacità quasi chirurgica di catturare la vita senza disturbarla, convinta che il nascondersi fosse l’unico modo per non contaminare l’autenticità. Poi ho capito che le immagini per me più preziose erano, in realtà, dei doni. Scatti che nascono quando la macchina fotografica smette di essere uno scudo e diventa un ponte, quando il desiderio di raccontare incontra il coraggio di lasciarsi guardare.” ...
...”Varcare l’intimità altrui è un privilegio: qui la mia presenza smette di essere estranea per farsi ospite, trasformando la macchina fotografica in un mezzo che crea complicità. Il confine non è più un limite, la l’unico spazio in cui è finalmente possibile riconoscersi. Soltanto quando ho smesso di nascondermi dietro l’obiettivo ho iniziato a vedere veramente.”
Questo scritto da Jessica Cammarata corrisponde a parte della sinossi di presentazione alla mostra “Confini sospesi”, presentata alla Galleria Fiaf dell’ARVIS di Palermo lo scorso mese di maggio.
Le fotografie, proposte tutte rigorosamente in bianco e nero, costituiscono un intenso reportage d’immagini che; seppur miscelate in tanti luoghi, restano fortemente legate da un unico filo antropologico e culturale, così come l’autrice le descrive in sinossi.
Come si avrà modo di verificare accedendo alla sua pagina Instagram (https://www.instagram.com/jessica_cammarata_/) tutte le foto esposte rappresentano una sintesi di un personale modo di fotografare che, oltre a seguire lo stile dei grandi maestri del settore, riesce a comunicare efficacemente tante sensazioni.
In ciascun angolo del mondo gli sguardi con gli occhi comunicano. Manifestano indifferenze, suscitano reazioni di rifiuti, accettazioni ed empatie. Nelle opere di Cammarata pertanto Danisinni a Palermo o sperduti angoli della Romania, del Madagascar, del Nepal, dell’India o altro, diventano pagine di un racconto universale, che non presenta nei visi grandi differenze (al di là dell’estetica di quanto documentato).
Cammarata ci dice che siamo tutti abitanti di un mondo che merita di convivere in pace una comune avventura e svolge il suo tema con un reportage che scorre leggero e che intriga tanto. A me osservatore porta l’ennesima conferma che i talenti in circolazione non sono pochi e che hanno solo bisogno di occasioni per essere riconosciuti.
Il reportage può risultare anche apparentemente facile e banale, rimanendo fine a sé stesso. In pochi casi riesce però a perseguire l’intento basico d’eccellenza, nella volontà di documentare (o scrivere, come può anche dirsi) con delle solo immagini, peraltro sorta con l’avvento della stessa fotografia. Diventando un romanzo che dovrà solo essere letto.
Avere l’opportunità di visionare fotografie come quelle offerte in mostra da Jessica Cammarata, a questo punto può corrispondere a un privilegio per riuscire a viaggiare nell’intimo degli umani: e che siano essi adulti o bambini, indipendentemente dal genere, poco importa.
Chi si ritroverà a osservare avrà tutti gli strumenti per poter leggere e, nel caso, distinguere.

Buona luce a tutti!

© Essec

domenica 21 giugno 2026

In macchina con Franco Zecchin, direzione Trapani



Da vivi ci sentiamo tutti immortali ed è forse anche per questo che il mancato perfezionamento formale dei termini gestionali del Centro Internazionale di Fotografia intestato a Letizia Battaglia si è rivelato un vero disastro al venir meno della titolare.
Valentina Greco, che avrebbe dovuto naturalmente essere chiamata a subentrare nella direzione dell’attività culturale del Centro, proprio per le deficienze burocratiche anzidette aggravate dal subentro politico intanto intervenuto al Comune di Palermo, si è ritrovata a non avere titolo e a dover assistere al repentino tracollo del Centro, visto solo come punto di riferimento per gestioni amicali, in assenza di un direttore artistico qualificato.
In pratica si è ripresentato quanto era già capitato in passato con la Giunta Cammarata e, sostanzialmente, per gli stessi motivi l’intento consapevole di far andare alla malora realtà generate dalla illuminata gestione “Leoluchiana” durante la lunga “primavera culturale” vissuta a Palermo.
I subentrati appartenenti all’altra fazione hanno applicato, nella gestione pubblica e nella cultura, ancora una volta, il “principio del contrappasso o del taglione”, per dare una corrispondenza della pena alla colpa, infliggendo al “nemico” offensore la stessa lesione da lui provocata.
A Palermo, come nel meridione in generale, l‘amministrazione della cultura è tornata a collegarsi integralmente allo schema dell’appartenenza a fazioni politiche o alla ragnatela delle amicizie trasversali. Agevolando, in ciò, mediocrità e dando spazio a prime donne invidiose e in perenne contrasto, trascurando senza remore titoli e merito qualificanti.

È proprio vero, indipendentemente dall’età anagrafica, non si finisce mai d’apprendere e imparare.
Ieri ho avuto l’opportunità di conoscere Franco Zecchin, si quello assurto alla fama di fotografo per il lungo sodalizio con Letizia Battaglia nell’avventura del giornale L’Ora.
Era reduce dalla terza edizione di OMNIA – Festival del Tempo, manifestazione culturale promossa dal Comune di Gangi, che quest’anno è stata dedicata al tema “In/Giustizia per tutti”, che lo aveva visto, con Tony Gentile, come testimone e protagonista della fotografia che ha documentato e raccontato importanti pagine della storia civile, sociale e giudiziaria siciliana.
L’argomento esposto in premessa è stato uno dei primi trattati durante il tragitto che ci avrebbe portato a Erice Casa Santa, dove in serata avrebbe intrattenuto il pubblico nella Lectio Magistralis intitolata “Narrazioni Nomadi” che prevedeva anche la proiezione, quasi un’opera omnia, delle principali fotografie realizzate nel corso degli anni, incluse le più famose che hanno riguardato la cronaca e in particolare la “seconda guerra di mafia”.
Mi sono presentato omaggiandolo di una copia del mio libro “Fotogazzeggiando” evidenziandogli l’utilizzo di una sua foto nella copertina che, in ogni caso, non intendeva essere un plagio ma essere simbolica e rappresentativa dei contenuti inseriti nel volume. La sua risposta è stata gentile e conciliante, rispondendomi che l’utilizzo di opere d’altri in un nuovo contesto, spesso corrispondono solo a delle re-interpretazioni successive - e magari concettualmente diverse - rispetto alle opere originarie che trovano a essere riproposte. Nei capitoli del libro uno riguardava pure la sua mostra al Centro Internazionale di Fotografia realizzata nel 2019.
Durante il largo lasso di tempo si è parlato anche del diritto d’autore e delle relative vicende perseguite dall’amico Tony Gentile e delle recenti innovazioni giuridiche recentemente intervenute, anche se non ancora consolidate.
Alla mia logica domanda di: “come nasci fotografo?”, Zecchin ha risposto con un lunghissimo racconto che, per tutti, è solo accennato in una breve sintesi nel libro “Franco Zecchin – Continente Sicilia” edito da Postcart. Volume che in quarta di copertina riporta: "La fotografia non era per me solo un modo di descrivere e testimoniare, ma anche uno strumento di conoscenza e d'analisi di una relatà particolarmente contrastata".
Nel parlare della sua esperienza politica giovanile nel nuorese, non potevamo non parlare dei Murales di Orgosolo, come evento risalente al 1969, quando il gruppo anarchico Dioniso gli diede vita in occasione della protesta di Pratobello. Il motivo della protesta era la proposta da parte delle istituzioni di costruire un poligono di tiro in un’area adibita a pascolo.
L’immagine scelta per quella prima opera muraria fu quella di una figura femminile con in mano una bilancia, che ovviamente rappresentava la Giustizia, che pesa nei due piatti da una parte il lavoro dei pastori e dall’altra il capitalismo.
Una breve ricerca sul web evidenzia che i primi murales di Orgosolo sono stati realizzati verso la fine degli anni '60 dal professor Francesco Del Casino, con la collaborazione degli studenti locali, con un forte carattere politico-sociale, rappresentando temi come la lotta di classe, l'oppressione e la resistenza.
Nel racconto di quegli anni Zecchin lasciava trasparire, non tanto nostalgie di esperienze vissute con convinzione, ma i principi valoriali ed etici che hanno indirizzato e ancor oggi costituiscono i segni zodiacali nel suo modo di fare fotografia.
Nel narrare l’attività fotografica con Letizia Battaglia (a Palermo dal 1975 al 1994 e ben raccontata nel libro “Mi prendo il mondo ovunque sia” di Sabrina Pisu) ebbe a dilungarsi sull’incontro con Josef Koudelka e della maturazione che gli ha comportato, sia in termini culturali che organizzativi.
Quell’ora e mezzo, per lo più passata ad ascoltarlo nel percorrere l’autostrada Palermo-Trapani, lo ricordo come un privilegio e un regalo che la vita offre a chi si reputa fatalista.
Il tempo sembrò quasi volare e mi astenni dal fare altre domande per non distrarre il flusso di una ricca narrazione, pregna di avvenimenti e personaggi che Franco aveva piacere di condividere in forza di un’intesa e un'empatia immediata.
Tutto questo ha rappresentato per me un imprevisto regalo a premessa alla Lectio, che ha anche riannodato tanti di quei discorsi intercorsi, in una piacevole esposizione leggera che è durata poco meno di due ore, ma senza che nessuno se ne fosse accorto.
Chi, appassionato di fotografia e non solo, non avuto modo di essere all’evento svoltosi all’Auditorium della scuola “G.Pagoto” di Erice Casa Santa, potrà ascoltare l’intera Lectio Magistralis attraverso il link: https://youtu.be/YT6BkdXeW3g?si=fBV1jaUU8qOgcndj

Buona luce a tutti!

© Essec

sabato 13 giugno 2026

Progetto Pakistan



Nelle foto di strada non ci sono regole fisse. Ciascuno vede e fotografa quello che per lui sembra avere un senso, che lo incuriosisce e suscita una emozione. 
La Street Photography inizia con la stessa nascita della fotografia, perseguendo all'inizio il ruolo del percorso pittorico, nel voler riproporre la realtà catturata attraverso un’istantanea (l'attimo fuggente di HCB: “Fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore.”).
Nel tempo, questo modo di fotografare, svolgendo principalmente la funzione di documento, ha assunto un ruolo storico, consentendo di fissare memorie di usi, costumi ovvero le mode del tempo. Mentre la fotografia soppianta l’attività dei pittori (paesaggisti e ritrattisti), estendendo democraticamente a tutti la possibilità di poter immortalare il proprio aspetto estetico, i contesti e gli eventi.
Tutto questo con durate ridotte ed esborsi economici molto più modesti rispetto ai compensi richiesti dai pittori.
Il reportage fotografico, specie quello di fine ottocento e inizi del novecento, con la sua prevalenza all’oggettività ha anche consentito di raccontare fedelmente i luoghi e le atmosfere.
Attraverso cartoline tematiche si andavano a diffondere intanto collezionismi rivolti a procurare immagini a testimonianza dei paesi visitati o che, più semplicemente, ci si proponeva di conoscere meglio, magari prefigurando un prossimo viaggio in quegli stessi luoghi.
La “fotografia di strada” oggi è una pratica accessibile a tutti, pressoché popolare, economica, realizzabile anche con l’uso di un semplice cellulare.
Se coltivata nel tempo, consente di scrivere pagine di un diario contenente serie d’immagini che, a propria scelta, anche lo stesso autore potrà decifrare, modificare, magari riscrivendo didascalie altre, in momenti successivi. Per rivivere gli accadimenti o allo scopo di narrare con maggiore completezza le esperienze vissute.
La proposizione di un libro come questo vuole, quindi, diventare anche uno strumento polivalente per chi si approccerà a leggerlo.
Magari per immaginare con la propria fantasia un mondo sconosciuto o per rivivere, con occhi di fotografo navigato, esperienze analoghe appartenenti ad un proprio vissuto; seppur limitato a un viaggio per certi aspetti solo similare, almeno nei tragitti e le mete toccate.
Come più volte si è ricordato, osservare immagini fotografiche, infatti, aiuta sempre a ripescare nella propria memoria, vuoi perché costituisce una realtà collegata a un tragitto geografico parallelo o perché agganciabile a tanti immaginari di letture assorbite nel tempo.
Fotografie di memorie e visioni custodite nella nostra affollata torre di babele senile, comunque di breve durata se relazionate alla regola spazio/tempo, sono destinate, comunque, a dissolversi nel vento. Ma le fotografie fisiche, che restano stampate, come accade in letteratura, saranno viste da altri, per essere interpretate e rilette seguendo mode e culture del tempo.
In ogni caso testimonieranno della evoluzione antropologica e della tecnica che tendiamo a dimenticare.
Riproponendo ciclicamente periodiche rivisitazioni, con gli stessi stimoli e interessi d’origine nati con la scoperta della tecnica e il crescente progresso fotografico.

Buona luce a tutti!

© Essec

mercoledì 3 giugno 2026

Conte e Carofiglio si potrebbero in qualche modo ben definire due anime gemelle



Accade molto più spesso di quanto possiamo razionalmente credere che leggendo libri d’autori differenti, la casualità e il fatalismo s’incrocino per fissare in entrambe le opere letterarie delle tracce ben definite.
Può quindi succedere – e capita spesso - come, senza una logica spiegazione, le letture delle rispettive opere riescano a completarsi vicendevolmente, fissando ed estendendo concetti, come a voler percorrere quel “fil rouge” della narrazione popolare cinese. Rendendo evidente quel filo rosso che, secondo tradizione ogni persona porta, fin dalla nascita; invisibile e legato al mignolo della mano sinistra che lega alla propria anima gemella.
Nel caso in esame le anime gemelle ricollegabili alla leggenda sarebbero Giuseppe Conte e Gianrico Carofiglio per gli ultimi loro libri scritti (rispettivamente, “Una nuova primavera” e “Accendere i fuochi”); entrambi accomunati nella “speranza” di realizzare i presupposti laici per addivenire a cambiamenti volti a realizzare un mondo migliore.
Entrambi i personaggi non nascono come politici, ma si ritrovano nei ruoli o vi si sono trovati nel militare attivamente in partiti simili.
Il primo, giurista e docente universitario, in modo casuale approdato a governare l’Italia, chiamato a sciogliere un groviglio causato dall’imprevedibile successo “populista” del Movimento 5 Stelle; il secondo, magistrato e scrittore, candidatosi ed eletto tra le fila del Partito Democratico, forse deluso per le scarse opportunità di manovra in genere offerte a "esterni al partito", in una formazione politica collaudata ma piena di contraddizioni, in parte generate e ancora presenti, per una fusione di due realtà politiche realizzata a freddo, di due anime promesse a un “compromesso storico” lungamente procrastinato.
Ritornando al concetto iniziale, Conte e Carofiglio si potrebbero ipure definire due anime gemelle e per molti punti comuni.
Casualmente ritrovatisi a militare in due partiti pieni d’ideali e propositi, "ma anche" (rispolverando il gergo del "compagno" Walter) ricchi di "Gatti e Volpi": approfittatori, opportunisti e soggetti occasionali parvenu (in campo M5S) o, nel secondo, arrampicatori di professione, cooptati a occupare ruoli di potere; in enìtrambi i casi, quindi, con personaggi d'ideali deboli e confusi o appannati.
Il primo libro (Una nuova primavera), recensito in altro articolo pubblicato in questi giorni, costituisce un vero e proprio progetto per la prossima campagna elettorale, che spazia molto su disegni politici.
Il secondo (Accendere i fuochi), dal sottotitolo "manuale di lotta e gentilezza", apparentemente rivolto alle nuove generazioni, in verità viene a coinvolgere più gli adulti smemorati, per i contenuti socio-culturali sempreverdi.
Con un certo azzardo, però, definirei “Accendere i fuochi” di Carofiglio un libro “generalista”, che può ben accostarsi a qualunque questione o genere letterario.
Seguendo la mia passione per la fotografia, il libro di Carofiglio, potrebbe ben costituire un complemento associabili a due pietre miliari in materia: “la Camera Chiara” di Roland Barthes e “Sulla Fotografia” di Susan Sontag.
Nel leggere taluni capitoli del libro di Carofiglio sembrerebbe, infatti, avventurarsi nelle regole di base che orientano le scritture e le interpretazioni delle infinite immagini prodotte in fotografia; tutte rivolte a narrare verità parziali, documentare realtà circoscritte, cogliere aspetti evidenti, ma con inquadrature varie, spesso standardizzate (seguendo solchi di grandi maestri) o variamente innovative.
Con esposizioni che sottolineano con tutto, spesso con il contributo e lo sporadico intervento da protagonista del fattore “caso” porta a studiare e valutare nuovi risultati; fattore occasionalmente presente con degli errori imprevisti che le fantasie e l'immaginazione riescono talvolta a decifrare, trasformandoli in percorsi innovativi e a importanti scoperte che rivitalizzano continuamente letture e le tante scuole di pensiero.
È per questi aspetti che l’opera di Carofiglio, riassunta in un piccolo pamphlet, in verità assomma tantissimi concetti, metaforicamente scritti con caratteri stenografici e con inserite tante gradazioni di grigi.
Concetti "aggettivanti e multiuso" che si prestano ad essere applicati a varie discipline e, se accostati alla fotografia, abbisognano di interventi di postproduzione, di meditazioni attente per essere decifrati e renderli pienamente comprensibili.
Per qualunque verifica, specie in relazione alla vastità che l'autore è riuscito a racchiudere in un riassunto compresso, si rimanda semplicemente a leggere "Accendere i fuochi".

Buona luce a tutti!

© Essec

martedì 2 giugno 2026

“Una nuova primavera – La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia” di Giuseppe Conte



Prima ancora di avventurarmi nel commentare brevemente i contenuti del libro di Giuseppe Conte, mi piace riportare integralmente il testo di pag. 375 e 376 del volume, che l’autore intitola pure, per l’appunto, “una nuova primavera”, che costituisce un piccolo “bignami” riassuntivo dei principi fondanti del suo credo sociale e le ragioni del suo impegno politico.

“Viviamo il tempo dell’incertezza. La corsa agli armamenti, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale, la distanza tra i pochi che hanno tutto e i molti che hanno poco o nulla, la crisi climatica, l’instabilità energetiche, le guerre armate e commerciali, le continue violazioni del diritto internazionale, il declino dell’Europa, le ondate migratorie, la perdita di un orizzonte di senso comune sono ormai realtà quotidiane.
Di fronte a questa crisi aumenta il rischio di rimanere disorientati, frastornati, di perdere la bussola. Di precipitare nella disperazione.
Se però non lasciamo correre gli accadimenti, se ci sforziamo di trovare le giuste chiavi di interpretazione della realtà, se non ci limitiamo all’hic et nunc, ma collochiamo gli eventi nella giusta prospettiva storica, riusciremo a scorgere quella luce che può rischiarare il futuro: è la speranza.
La speranza non trascura la complessità, non sottovaluta i limiti, ma riesce a superare le barriere perché esprime una visione che va oltre quel che è, per gettare lo sguardo su quel che può e deve essere. La speranza nasce dal nostro sistema di valori, dalle nostre analisi politiche ed economiche, da una consapevole visione culturale, dalla nostra ferma determinazione.
La speranza è conoscenza del passato, consapevolezza del presente, responsabilità per l’avvenire.
La speranza ci riscatta dalla servitù algoritmica, dalla dipendenza delle protesi digitali che ci rendono prigionieri del nostro spazio di lavoro mobile.
La speranza ci restituisce la pazienza, la responsabilità, il senso etico, le virtù che più facilmente scompaiono affogate da frenesie ansiogene e nevrosi crescenti.
La speranza ci offre una nuova prospettiva antropologica. Nasce dalla fiducia nell’uomo e contribuisce alla formazione di quel capitale simbolico che è alla base del riconoscimento reciproco, della cooperazione solidale e inclusiva.
La speranza genera un’energia attiva, dispone a un’inquietudine vigile e feconda, dona risorse inaspettate.
La speranza apre a nuove forme di libertà, non solo di dire ma di fare, non solo di disfare ma di costruire, non solo di parlarci addosso ma anche di ascoltare gli altri, non solo di subire ma anche di dissentire, non solo di rassegnarci ma anche di ribellarci.
La speranza ci spinge al desiderio a all’aspettativa di un progetto di trasformazione della società. È la tensione nella ricostruzione. Ci induce a rinunciare a un’illusoria soddisfazione oggi, per una soddisfazione più appagante domani.
Dobbiamo essere, tutti, donne, e uomini di speranza.
Dobbiamo osare, forti di spirito, chiari di intelletto.
Possiamo cambiare la società con la speranza di una buona politica, con l’impegno ti tutti, rivendicando i diritti, ma consapevoli anche dei doveri.
È la speranza che mi ha indotto a scrivere questo libro.
È la speranza che ogni giorno mi infonde il coraggio di osare, la forza di soffrire, la pazienza di lavorare per un domani migliore”.

Il testo sembra quasi un’enciclica laica associabile a quelle cattoliche o, ampliando il raggio, anche a una qualunque fede religiosa.
Chi avrà la curiosità di leggere il libro avrà pure modo di verificare molteplici ispirazioni e richiami dell’autore alle idee politiche sostenute da Papa Francesco, oggi confermate e rilanciate anche dall’attuale Papa Leone XIV.
Il libro, oltre a costituire una biografia di Giuseppe Conte, che non si disperde però di autoincensamenti, contiene una disamina geopolitica internazionale collegata alla fotografia dell’Italia. Con ricchezza di chiavi di lettura, frutto degli studi e dalla professione esercitata precedentemente all’impegno politico, oltre che da analisi successive generate dalle esperienze (anche derivanti dall'impegno politico) maturate nel tempo.
Personalmente, dopo averne concluso la lettura, peraltro densa di citazioni e aneddoti, mi sono ritrovato a riflettere sulle ripetute critiche sollevate da tanti sul personaggio Conte e sulla necessità politica rivolta a tutti i partiti politici associati al “campo largo”. ovvero quella di approntare quanto prima un programma che accomuni i capisaldi condivisibili. Al riguardo, il libro di Giuseppe Conte si rivela una miniera da cui poter estrarre i punti fondanti di un patto elettorale comune, per un futuro governativo.
La domanda, come avrebbe sollevato il mitico Lubrano della RAI, a questo punto nascerebbe spontanea: “quanti giornalisti/critici o opinionisti partecipanti/tenutari dei vari talk - che sollevano ripetutamente critiche per la mancanza di un progetto comune (tra PD, Verdi & Sinistra e la probabile Italia Viva) - hanno intanto avuto la bontà di leggere l’operazione letteraria di Giuseppe Conte che potrebbe ben essere etichettata come un vero e proprio manifesto politico, a tutto tondo “progressista”.
Ad ogni modo, a mio parere, la lettura di “Una nuova primavera – La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia” dovrebbe interessare tutti (anche per indurre a riflettere sulle peculiarità dei molteplici temi attuali aperti che necessitano risposte).
Nelle quasi quattrocento pagine c'è tutto il necessario anche per poter fare un ripasso sulle complesse questioni, pure per coloro che sono sempre portati criticare e a giudicare senza approfondire (paradossalmente anche a chi si posiziona politicamente contrario).
In ogni caso, il volume può essere tranquillamente annoverato e utilizzato come un valido manuale, completo e aggiornato, di educazione civica e, volendo, di diritto internazionale.

Buona luce a tutti!

© Essec