giovedì 1 ottobre 2026

L'eredità di Peppe (racconto con l'ausilio della Intelligenza Artificiale) - Parte 3

PARTE TERZA

La frase gli rimbombò nelle orecchie con la forza tipica della saggezza popolare, condita da quel disincanto filosofico che a certe latitudini diventa un’arma di autodifesa. «Ma chi te lo fa fare? Scordati il passato...»
Per un attimo Peppe rimase in silenzio, con la tazza di caffè ormai fredda tra le mani. L'avvertimento, bonario solo in apparenza, toccava un tasto scoperto.
Riesumare scheletri dagli armadi delle istituzioni non era mai stato uno sport privo di rischi, e l'ombra di quell'indagine svolta dallo zio fuori regione si allungava ora sul suo stesso presente.
Ma Peppe conosceva fin troppo bene la differenza tra il lasciar correre per pigrizia e la ricerca profonda della verità. Lo zio non era tipo da lasciarsi alle spalle dettagli trascurati: se aveva conservato quella cronologia così minuziosa, nascosta tra i faldoni di una vita, non era per semplice nostalgia professionale. C'era un debito morale tra le righe di quei fogli ingialliti, o forse un conto rimasto sospeso con la giustizia.
Invece di scoraggiarsi, Peppe sentì montare una sottile ostinazione. La tentazione di chiudere la carpetta e rimetterla nel sacco del macero sfumò definitivamente.
Guardò di nuovo gli occhiali da lettura posati sul tavolo, poi aprì il blocco note su una pagina pulita.
«Chi me lo fa fare?», borbottò tra sé con una mezza risata amara. «Me lo fa fare il vizio di voler capire come vanno a finire le storie.»
Inforcò di nuovo gli occhiali, si chinò sui fogli della perizia ed esaminò la prima data dell'elenco. Il tempo delle esitazioni era finito: la sua indagine personale era appena cominciata.

La risposta del legale (che Peppe chiamò poco dopo per togliersi ogni dubbio) fu precisa, articolata e non priva di sfumature interessanti.
L’avvocato fece un piccolo sospiro al telefono, si schiarì la voce e smontò subito i facili entusiasmi, tracciando però una rotta chiarissima.

1. "Ricerca per fini letterari": basta per accedere agli atti?
In Cancelleria Penale (Atti del Tribunale): No, di norma non basta. L'art. 116 del codice di procedura penale richiede che chi chiede copia degli atti vanti un interesse diretto, concreto e attualizzato legato al processo o alle sue conseguenze (es. motivi difensivi, tutela di diritti patrimoniali o ereditari).
• La semplice curiosità intellettuale, lo studio personale o la scrittura di un romanzo/giallo non sono considerati motivi sufficienti dal Pubblico Ministero o dal Giudice per autorizzare il rilascio di copie di un fascicolo penale archiviato o definito.
Presso l'Archivio di Stato: Sì, assolutamente. La musica cambia radicalmente se il fascicolo è stato già versato all'Archivio di Stato competente per territorio.
• Una volta che i documenti di un tribunale finiscono negli archivi storici, l'accesso per scopi scientifici, storici, di studio o letterari diventa un vero e proprio diritto del cittadino.
• L'unica eccezione riguarda la tutela della riservatezza (dati idonei a rivelare lo stato di salute, la vita sessuale o rapporti familiari riservati), per i quali si deve attendere il decorso di specifici vincoli di tempo (generalmente da 70 a 110 anni dal deposito).

2. Differenza tra procedimenti Penali e Civili
L'accesso agli atti segue logiche molto diverse a seconda del ramo della giustizia coinvolto:
- Ambito Penale
a) Regime di Accessibilità per Terzi, molto Ristretto. Fino a quando il fascicolo resta in Tribunale, gli atti sono accessibili solo a parti, difensori o soggetti con interesse giuridico qualificato.
b) Posizione del "Semplice Lettore / Scrittore, impossibile accedere ai soli fini letterari finché l'atto è in Cancelleria Penale. Bisogna attendere il versamento all'Archivio di Stato.
- Ambito Civile
c) Regime di Accessibilità per Terzi, relativamente più trasparente. Le sentenze civili e i provvedimenti definitivi sono pubblici. Tuttavia, le perizie di parte e i fascicoli di causa integrali restano riservati alle parti in causa.
d) Posizione del "Semplice Lettore / Scrittore, è possibile consultare i repertori delle sentenze storiche, ma l'accesso all'intero fascicolo di parte per soli fini narrativi resta precluso al pubblico non interessato.

3. E se i reati si sono intanto prescritti?
La prescrizione del reato ha un impatto determinante sul destino del procedimento e dei suoi documenti:
• Archiviazione o Sentenza di non doversi procedere: Quando un reato si estingue per prescrizione, la vicenda penale si chiude definitivamente senza arrivare all'accertamento di merito della responsabilità in un dibattimento.
• Accelerazione verso il fondo storico: I procedimenti estinti per prescrizione o archiviati vengono congelati nelle cancellerie e inviati più rapidamente all'Archivio di Deposito e, successivamente, all'Archivio di Stato.
• Effetto sulla segretezza: Con la chiusura del procedimento cade qualsiasi residuo di segreto investigativo. Tuttavia, per il cittadino comune, l'accesso immediato in cancelleria non diventa automatico solo perché il reato è prescritto; occorre comunque che il fascicolo compia il suo iter archivistico per diventare liberamente consultabile per motivi di studio o narrativa.

Il verdetto del legale per il piano di Peppe:
«Se vuoi consultare quegli atti presentando la giustificazione del "libro che stai scrivendo"», concluse l'avvocato dall'altro capo del filo, «dimenticati la Cancelleria del Tribunale per i procedimenti recenti. Ma se l'indagine di tuo zio risale a diversi anni fa ed è finita in prescrizione o archiviata, la tua meta non è il Palazzo di Giustizia: è l'Archivio di Stato. Lì ti basterà compilare una tessera di consultazione e richiedere la busta del procedimento per fini di ricerca storico-letteraria.»
Peppe ringraziò, riattaccò e guardò le date impresse sui fogli dello zio. Erano passati abbondantemente più di vent'anni. Il tassello che gli mancava per capire dove dirigersi era finalmente andato al suo posto.

(continua)

Buona luce a tutti!

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domenica 27 settembre 2026

Particolari e dettagli - Street art & natura

Qualche tempo fa’ avevo scritto “In una società distratta e disinteressata dagli avvenimenti sociali che pure ci riguardano, i graffitari appaiono fra i pochi che irridono i fatti, richiamano le coscienze, attenzionano i rischi”. In altre occasioni osservavo pure che le opere di street art vanno continuamente monitorate e per tanti motivi.
Intanto perché degradandosi assumono aspetti diversi, fisici che mutano anche gli originari significati concettuali.
Sovrapposizioni di artisti e deturpazioni legate a contrapposizioni (talvolta di confini territoriali) accelerano scomparse o generano deturpazioni.
Può anche accadere ingerenze naturali, involontarie, che si manifestino in modo bizzarro.
Osservando, ad esempio, il dettaglio di questo murales di SID, creato nei vicoli del quartiere capo, sembra che un buontempone fosse intervenuto inserendo un nuovo disegno al graffito originario.

Quanto osservato veniva a raccontarci, ancora una volta, che la street art classica è talvolta imprevedibile.
Evidenziando una nuova figura che si era andata ad insinuare, quasi a deridere con un figuro con espressione quasi da guitto, deturpando in apparenza quanto l’autore aveva rappresentato.
In verità si trattava più semplicemente di una illusione ottica (dettata da una lettura da sx verso destra che considerava il profilo/guancia come delimitazione di un muro bianco a dx), dettata dal percorso strambo di un rampicante che crescendo lungo una linea tracciata aveva enfatizzato il percorso anarchico di un rampicante sul muro.


Come se non stesse mai ferma nel concorrere a creare e nel continuare a proporre miracoli inspiegabili, effetti imprevedibili, che quando accadono, sicuramente, affascinano.

Buona luce a tutti!

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giovedì 24 settembre 2026

L'eredità di Peppe (racconto con l'ausilio della Intelligenza Artificiale) - Parte 2

PARTE SECONDA

Spianò i fogli sul tavolo, avvicinando la lampada per illuminare l'inchiostro sbiadito. Più gli occhi scorrevano sulle righe, più Peppe sentiva l'atmosfera farsi pesante: non si trattava di semplici perizie burocratiche. Quelli erano estratti di atti giudiziari, stralci di verbali d'udienza e appunti riservati inerenti a delicatissime indagini penali.
Sapeva che lo zio aveva prestato consulenze, ma mai avrebbe immaginato che si fosse spinto in contesti di quella portata, sfiorando ambiti investigativi così complessi e all’apparenza scottanti. La piega che stava prendendo la lettura trasformò la semplice curiosità in una vera e propria ossessione.
Afferrò un blocco per appunti e una penna, iniziando a segnarsi i dubbi che cominciavano ad affollargli la mente:
• Qual era il reale perimetro dell'indagine? Perché uno come lo zio era stato coinvolto in un'inchiesta di così alto profilo?
• A chi appartenevano i nomi in codice? Nel testo ricorrevano sigle e pseudonimi puntati.
• Perché conservare una cronologia così dettagliata a casa? Erano appunti di lavoro tenuti per scrupolo personale, o cosa?
• Quale fu l'esito finale di quella vicenda? L'elenco delle date si interrompeva bruscamente, proprio a ridosso di un evento decisivo riportato solo con un punto interrogativo a matita.
Con il cuore che batteva a un ritmo più serrato, Peppe capì di essere davanti a un bivio: rimettere tutto nella carpetta e far finta di nulla, oppure seguire il filo di Arianna che lo zio gli aveva inavvertitamente lasciato. E da buon divoratore di gialli, sapeva già quale strada avrebbe scelto.

I dubbi che affollavano la mente di Peppe non erano solo suggestioni narrative, ma veri e propri nodi giuridici. Per un "investigatore improvvisato", districarsi tra la burocrazia delle cancellerie e i vincoli del codice di procedura penale richiedeva una mappa precisa.
Prima di fare qualsiasi passo falso, decise di analizzare a fondo le opzioni legali a sua disposizione.

1. Come accedere agli atti giudiziari: cittadino vs. legale.
Per un semplice cittadino (o un parente senza un interesse giuridico diretto), l'accesso agli atti di un procedimento penale presenta regole ben precise:
• Da semplice cittadino: Il principio generale sancito dall'art. 116 del codice di procedura penale prevede che chiunque vi abbia interesse possa chiedere il rilascio di copie o estratti di atti e provvedimenti. Tuttavia, per il semplice cittadino o l'erede, l'interesse deve essere concreto, attuale e motivato (ad esempio per motivi legati all'asse ereditario, azioni di risarcimento o diritti patrimoniali). La semplice curiosità o lo studio storico/personale spesso non bastano a superare il vaglio del Giudice o del Pubblico Ministero.
• Tramite un legale: Rivolgersi a un avvocato cambia lo scenario. Un legale può presentare un'istanza motivata di accesso agli atti, verificare lo stato del procedimento (se pendente o archiviato) e valutare se sussistano i presupposti per una visura, agendo in nome e per conto dell'erede qualora l'indagine dello zio presenti riflessi legali o patrimoniali diretti.

2. Riservatezza e segreto d'ufficio dopo il deposito.
La natura pubblica di un processo non azzera automaticamente la riservatezza, ma ne muta i contorni:
• Atti depositati e dibattimento: Quando un procedimento supera la fase delle indagini preliminari e si passa al dibattimento, la gran parte degli atti (comprese le perizie tecniche d'ufficio) cessa di essere coperta dal segreto investigativo (art. 329 c.p.p.) e diventa "pubblica".
• Limiti della riservatezza: Anche se un atto è pubblico nel contesto processuale, la diffusione a terzi esterni al processo rimane soggetta alle norme sulla privacy e tutela dei dati personali (specialmente se compaiono dati sensibili, nomi di terzi non imputati o informazioni coperte da segreto industriale/di Stato). Per consultarle in cancelleria occorre dimostrare la legittimazione all'accesso.

3. Prescrizione e diritto di accesso agli atti.
Il decorso del tempo e la conclusione delle vicende penali incidono notevolmente sull'accessibilità dei documenti:
• Procedimenti prescritti o archiviati: Se i reati contestati si sono estinti per prescrizione o il procedimento si è concluso con un'archiviazione, il fascicolo viene inviato all'Archivio di Deposito del Tribunale e, trascorso il termine di legge, all'Archivio di Stato.
• Accesso per fini storici e di ricerca: Una volta che i fascicoli sono versati negli Archivi di Stato (generalmente dopo 30-40 anni, o secondo i termini definiti dal Codice dei Beni Culturali), il regime di consultabilità cambia: i documenti diventano liberamente consultabili per finalità di studio e ricerca, salvo quelli contenenti dati idonei a rivelare lo stato di salute, la vita sessuale o rapporti riservati di tipo familiare, soggetti a vincoli temporali più stringenti (rispettivamente 110 e 70 anni).

Peppe concluse che non si trattava più soltanto di leggere un vecchio fascicolo, ma di impostare una vera e propria ricerca documentale. Riprese in mano la penna, segnò la prima Procura della Repubblica indicata negli appunti dello zio e decise quale sarebbe stata la sua prima telefonata.

(continua)

Buona luce a tutti!

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mercoledì 23 settembre 2026

"IL RAGAZZO CON LA STRANA KEFIAH" di Salvo Gi



Con molto piacere ricevo e pubblico una nuova perla di Salvo Gi. Uno scritto che racconta di un passato pieno di ideali che, come lui stesso dice, scorrono costanti in un fiume carsico intergenerazionale. In questa ottica riaffiorano ricordi di momenti vissuti che in ognuno di noi costituiscono le fondamenta di ciò che si diventa, contemplando anche eventuali possibili lievi ripensamenti e significative revisioni.
Lo scritto, sempre scorrevole e coinvolgente, focalizza e rende attuali esperienze giovanili sedimentate oggi rivissute, pure piene d’ideali che si rinnovano con naturali variazioni, dalle nuove generazioni e che, secondo i cicli di vite, troveranno alloggio anche in quelle del futuro.
Fabio Sgroi iniziò il suo percorso di fotografo documentando le stesse realtà che Salvo Gi racconta e le sue immagini sulla Pantera palermitana, a mio parere, riescono a rendere visibile e comprensibili le caratteristiche del tempo: gli umori, le estetiche e la moda di allora.
A livello politico il Sud dell’Italia e in particolare la Sicilia hanno spesso anticipato sperimentazioni sociali, poi successivamente assunte o emulate a livello nazionale: il milazzismo, ad esempio, ne è stato testimone, ovvero l’omicidio di Piersanti Mattarella che ha chiuso precocemente un processo di rinnovamento istituzionale che avrebbe evitato derive neoliberiste e tante stragi.
In ogni caso l’articolo proposto da Salvo Gi descrive con realismo lo scenario insistente in un periodo della sua giovinezza senza nulla di nostalgico ma, anzi, ricollegando con lucidità punti e spunti di quei tempi con il nostro contemporaneo. Non ultimo mette in luce l’importanza dei giovani che, con movimenti e contestazioni, hanno sempre evidenzia come critiche e voglie di cambiamento sono indispensabili per potere immaginare e sperare in un avvenire migliore.

Buona luce a tutti!

© Essec

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IL RAGAZZO CON LA STRANA KEFIAH

Ricordo benissimo quando l'ho vista. Era il 4 ottobre del 2025, c'erano tantissime persone, confluite a Roma per un'oceanica manifestazione in solidarietà con il popolo Palestinese, vittima di genocidio da parte di Israele.
Per l'occasione avevo rispolverato la vecchia kefiah dei tempi dell'università. Al tempo ne possedevo due (che custodisco ancora, manco fossero sacre reliquie). Una rossa e bianca, giordana; l'altra bianca e nera, tipica Palestinese, che avevamo visto indossare ai nostri coetanei durante la prima Intifada, la rivolta contro l'occupazione israeliana esplosa nei Territori Occupati della Cisgiordania alla fine degli anni '80.
Me la ero messa al collo per l'occasione: avevamo sperato in un movimento di massa di solidarietà con il popolo Palestinese e all'improvviso eccolo materializzarsi sotto i nostri occhi increduli.
Mentre mi aggiravo tra migliaia di persone, ecco che all'improvviso la coda del mio occhio destro andò a posarsi su un piccolo, quasi insignificante, simbolo apposto sulla maglietta bianca di un ragazzo che sfilava nel lunghissimo corteo.
Il simbolo stilizzava una pantera sopra una scritta inequivocabile: Movimento Pantera '90. Che ci faceva quel richiamo sulla maglietta di un ventenne, che nulla poteva aver vissuto di quel tempo? Lungo il corteo i pensieri si aggrovigliavano: sarà stato un regalo del padre? Bello immaginarlo - "Buon sangue non mente!" - pensai. Ma poi vai a sapere.
Certo è che vedere che qualcuno coltivava ancora la memoria di quella stagione, breve ma intensa, mi fece un enorme piacere. Non succedeva spesso e, soprattutto, il Movimento della Pantera non aveva prodotto "reduci", come nel 1968 o nel 1977 ma, al limite, solo tante professionalità.
Eppure qualcosa, forse aldilà di ogni aspettativa, si era comunque sedimentato nella società. Era cominciato tutto a Palermo, nel mese di dicembre del 1989: il Muro di Berlino era caduto un mese prima e tutto stava cambiando.
Il prof. Antonio Ruberti, socialista, già rettore a Roma nel 1977 (ai tempi della cacciata di Lama dall'Università) assurto ai ranghi di maitre a penser del governo del famigerato CAF (Craxi-Andreotti-Forlani) aveva elaborato una riforma del sistema universitario che contemplava la cosiddetta "autonomia" degli istituti universitari, spalancando ai privati la possibilità di finanziare la ricerca. Non l'avesse mai fatto! Apriti cielo! Ecco le occhialute matricole di Lettere, insieme ai più scafati studenti di Scienze Politiche, Giurisprudenza e Architettura, montare una canea che la metà basta! Tutti lì a indignarsi per la svendita della cultura al dio mercato, a paventare la trasformazione dei luoghi sacri del sapere critico a dispensatori di servizi al miglior offerente, insomma un immolarsi diacronico alle esigenze del Capitale. E allora fuori i mercanti dal Tempio!
Da qui la facondia delle studentesse (le più cazzute, come sempre) e dei maschietti, sempre pronti a sproloquiare sulle magnifiche sorti e progressive del Movimento, con la segreta speranza di (scoprire di) avere la capacità ammaliatrice degli incantatori di serpenti e riuscire ad irretire le colleghe meno smaliziate nelle notti brave da trascorrere nelle facoltà occupate, ormai prossime a venire. E infatti, manco a dirlo, la decisione unanime arrivò a stretto giro, al termine di un'infuocata assemblea: "Occupazione!" gridarono gli alletterati giacobini palermitani, ignari di suscitare un contagio che da lì a poco sarebbe dilagato dentro tutti gli atenei della Penisola.
Succede sempre così: che i giovani devono gridare per aiutare i vecchi a comprendere lo spirito del tempo, sempre diverso da quello immaginato dagli adulti del momento. E' la Weltanshauung di chi si affaccia alla vita vera, magari intravedendola dalle finestre di una facoltà universitaria, che si scontra come un treno in corsa contro i cascami di un tempo che sta per finire ma non vuole ancora sparire.
Accadde così anche a noi; il Movimento crebbe velocemente e si diffuse a macchia d'olio in tutta Italia, tra assemblee, cortei, infinite discussioni, scazzi e contraddizioni, come sempre accade in queste situazioni.
La cosa curiosa, che sparigliò i giochi, fu la singolar tenzone con i fautori del libero mercato, gli antesignani liberisti che sarebbero diventati egemoni (anche a sinistra, ahimè) nel giro di pochissimo tempo. Dopo un decennio di riflusso, di deregulation, di Thatcher e Reagan, di "privato è bello", ecco all'improvviso una sollevazione CONTRO IL MERCATO condotta da quattro imberbi sprovveduti (anche un pò ignoranti, a dire il vero) che nulla comprendono di economia e nulla sanno di come si fa la ricerca nei rinomati campus americani.
Ed è vero che solo qualche anno prima c'era stato il movimento studentesco del 1985, e i protagonisti in buona misura erano gli stessi, ma, come detto, i giovani spesso devono urlare per farsi ascoltare. Questi saputelli sfigati parlano di diritto allo studio, di sapere critico, di partecipazione decisionale, di contropotere studentesco e limitazione allo strapotere dei Baroni. Sognano un'università casa di vetro, ove la fanno da padroni la trasparenza e il controllo democratico, e dove il sapere è libero, non mercificato, affrancato da logiche mercantili e capace di espandersi in tutte le direzioni che favoriscono la crescita e lo sviluppo umano, indipendentemente dalla possibilità di ricavare profitto.
Da dove escono questi agguerriti radicali di estrema sinistra, che osano intitolare l'aula Magna "Intifada - Tienanmen", in un ideale gemellaggio con i loro coetanei che in altri angoli del Pianeta hanno osato alzare la testa contro un potere violento, ottuso e arrogante?
Ecco, anche la pantera che venne avvistata nelle campagne romane alla fine del 1989, proprio mentre le facoltà iniziavano a ribollire, è probabile che tentasse di fuggire di fronte a un potere violento, oppressivo e disposto a tutto pur di stringerle i ceppi al collo per ricondurla a più miti consigli, in vista di una carriera, chissà, magari circense, comunque addomesticata.
Ma, com'è noto, non tutti i felini, come non tutti gli umani, sono addomesticabili.
E il Movimento, che passò alla storia come la Pantera, in onore del felino fuggiasco, fu ess
enzialmente questo: in primo luogo rivolta contro un potere violento, incancrenito, corrotto, com'era l'Italia del 1990 (ricordiamo tutti cosa accadde nel 1992 con Mani Pulite) in mano a poteri mafiosi e con pezzi dello Stato che solo pochi anni prima non avevano esitato a commettere, impuniti, crimini gravissimi, in quella stagione che sarà ricordata come quella della "strategia della tensione".
Quella generazione (la mia) come quelle che l'avevano preceduta, voleva il cambiamento che era stato negato: lo desiderava a partire dall'università, certo, democratizzandola e cancellando logiche nepotistiche e favoritismi di ogni risma da quel mondo così avvezzo all'intrallazzo e alla cupa ostinazione a voler continuare a considerarsi "zona franca".
E, soprattutto, osò dire forte e chiaro al mondo che non credeva affatto alla favoletta del libero mercato come panacea di tutti i mali; e in questo senso fu il primo movimento di resistenza al neoliberismo in nome di una conoscenza libera e non mercificata.
Lo scontro sulla comunicazione divenne centrale: ricordo un noto giornalista che si beccò del "fascista" nel corso di una diretta televisiva. La sua "colpa"? Avere scritto un articolo impietoso e francamente urticante sul Movimento, con il solito sguardo dall'alto in basso degli "adulti". Un altro giornalista - già noto, ma da lì a poco famoso - organizzò una diretta televisiva dall'Università occupata per raccontare il Movimento e sudò sette camicie per impedire agli ormoni rivoluzionari di prendersi la scena.
La verifica di quanto i media raccontavano del Movimento divenne quasi maniacale, dando vita alle prime esperienze di mediattivismo, nel tentativo di costruire una narrazione diversa dalla falsa rappresentazione di comodo fatta dal Mainstream. Era la plastica dimostrazione di una platea impossibile da addomesticare, la prendevi (o credevi di prenderla) per la testa e ti scappava per la coda.
Capitò anche a un notissimo intellettuale marxista siciliano nel corso di un'assemblea: la sua cantilena critica mi fece venire l'orticaria e lo attaccai con estrema durezza: l'anziano professore si scusò e abbandonò l'aula, seguito dal codazzo di qualche giovane militante socialista (c'erano ancora, prima di scomparire insieme al loro partito, travolto dagli scandali per corruzione e finanziamento illecito) che provò a difenderlo disperatamente, tra l'indifferenza e il malcelato compiacimento degli astanti.
Ma accaddero anche cose piacevoli, la bellezza del teatro, la musica, con tanti improbabili gruppi che scorrazzavano da un capo all'altro dello Stivale per raggiungere le varie facoltà occupate e suonare liberamente. Ne ricordo uno in particolare, napoletano, una sorta di gruppo post punk che sembrava uscito da un bombardamento nucleare, tanto erano brutti, sporchi e cattivi.
E le serate ad Architettura, a bere, suonare e cantare faziose canzoni di lotta; o a Scienze Politiche, compiaciuti della finaccia di Ceausescu e della sua Securitate. O il corteo di fine anno a Palermo, che toccò il culmine con il Capodanno del 1990 nella facoltà di Giurisprudenza occupata, mentre qualcuno (coppie etero, coppie omo) si appartava nelle infinite aule, preferibilmente in fondo ai corridoi, e qualcun'altro, a Scienze Politiche, abbozzava un gigantesco murales del Che, in fondo al quale, qualche giorno dopo, comparve il motto agostiniano (che feci immediatamente mio e che mi accompagna ancora): "lasciati illuminare dai tuoi dubbi".
Ma chi sembrava non avere dubbi erano proprio i ventenni della Pantera (compreso chi scrive).
A quel tempo non c'era l'Intelligenza Artificiale, né i social, né Internet. Erano comparsi i primi cellulari, è vero, ma li avevano in pochi. Eppure il Movimento intuì subito la posta in gioco: la centralità del sapere e della comunicazione che diventavano motori dell'accumulazione capitalistica.
Furono i fax e le prime reti telematiche gli strumenti in dotazione dei militanti e l'intuizione del Movimento trovò presto conferma: i saperi e la comunicazione assurgevano a forze produttive immateriali che il capitale avrebbe sempre più messo a valore nei decenni a venire, in quel gigantesco processo di trasformazione del lavoro e della vita stessa che avrebbe visto sempre più il General Intellect e la cooperazione affermarsi come potenze ingabbiate dai processi capitalistici, quasi una sorta di (contro) poteri costituenti dentro e fuori i luoghi della produzione e del sapere.
In tal senso la Pantera fu anticipazione di temi e tempi attualissimi: si pensi al recente dibattito aperto negli USA da Bernie Sanders sulla necessità di "compensare" la grande espropriazione che pochi oligarchi stanno perpetrando ai danni di tutti noi, moltitudini cooperanti, attraverso quella gigantesca privatizzazione del sapere collettivo chiamata "Intelligenza Artificiale" (tremendamente in linea con la grande intuizione del famoso "Frammento sulle macchine" dei Grundrisse).
Cooperazione e comunità versus competizione; orizzontalità del sapere collettivo versus verticalità del sapere individuale; uguaglianza versus gerarchia: anche questo fu la Pantera.
Ma fu anche la contestazione feroce a un sistema di comunicazione (ancora!) percepito come complice della mafia e dei peggiori comitati d'affari che avevano saccheggiato Palermo e tutto il Sud. Così una mattina, durante un corteo, un giornale locale, parecchio chiacchierato, fu arrotolato a mo’ di palla, e fatto scivolare ripetutamente su uno striscione mentre i cori di Giurisprudenza occupata ne accompagnavano ogni sortita apostrofandolo come "servo della mafia". Qualcuno provò ad opporsi, dicendo che erano i fascisti a bruciare libri e giornali ma fu invitato caldamente a lasciare il corteo, poco incline ad accettare censori improvvisati. Ancora comunicazione, ancora contestazione, ancora polizia, pure nei giorni di Carnevale, con le studentesse mascherate e truccate da gatte.
E la contestazione toccò il suo apice in occasione della visita di Giulio Andreotti a Palermo. Gli studenti distesi a terra provarono a non fare passare l'auto blu, per poi, con grande soddisfazione, farsi sollevare di peso dalla polizia prima di procedere con il sequestro dei documenti e l'identificazione di rito.
Ma il Movimento lo aveva detto sin dall'inizio cosa voleva essere: Democratico, Non violento, Antifascista. E tale rimase fino alla fine.
Persino quando la pressione dei benpensanti, scocciati per gli inevitabili ritardi degli esami dei rampolli, suscitò la scomposta reazione di chi chiedeva la fine delle occupazioni, il Movimento ebbe un rigurgito di radicalità. A Giurisprudenza si aprirono le porte e si dibatté a lungo, non senza qualche provocazione delle destre, molto ma molto meno attrezzate di oggi; le provocazioni dei fascisti e dei ciellini (militanti di Comunione e Liberazione) contro il Movimento ci furono ma meno del 1985, anche se, come allora, in qualche occasione si arrivò pure allo scontro fisico.
Infine si votò, con una singolare modalità: a destra del porticato passarono quelli che volevano mollare l'occupazione, per fare contare il proprio voto. Sotto i portici a sinistra passò invece chi voleva continuare a lottare.
Feci il mio intervento in assemblea in favore dell'occupazione avvolto nella consueta kefiah, che mia madre si era premurata di lavare dopo le prime settimane di occupazione. Purtroppo, o per fortuna, il detersivo aveva fatto scolorire il bianco e la trama si era trasformata in un giallastro opaco misto al nero. Imperterrito, continuai a indossarla senza esitazioni e da lì in avanti, visto che tutti si avvicinavano per chiedermi stupiti dove l'avessi comprata (sic!) diventai "il ragazzo con la strana kefiah, quello di giurisprudenza".
Ad ogni modo quel giorno, la conta finale vide prevalere il porticato di sinistra dello splendido atrio di Giurisprudenza, in un'incontenibile elegia della vittoria, difficile da dimenticare dopo una giornata epica.
Così la lotta continuò, almeno fino a marzo inoltrato. E ci fu grande scandalo quando il Movimento, a Roma, osò invitare a un dibattito un ex terrorista degli anni di piombo: eccoli, i falsi non violenti! Ma non ci fu nulla da fare: la Pantera voleva capire, voleva sapere ed esercitare il pensiero critico, pur non avendo alcuna voglia di cadere nella trappola della violenza che aveva bruciato una generazione.
Poi la Pantera ripiegò e si tornò a studiare, a lavorare, a vivere. Negli anni successivi molti compagni si sono ritrovati nelle lotte sociali, nell'antimafia, nell'impegno civile, nelle lotte sindacali, altri nei partiti oppure nel lavoro quotidiano, nella comunicazione, nel giornalismo, nell'editoria, nelle aziende, nel terzo settore, nella pubblica amministrazione, nelle professioni; insomma, sono diventati parte di quella "classe creativa" che, a torto o a ragione, secondo alcuni, è l'ossatura progressista della classe lavoratrice del nostro Paese.
E così anche il ragazzo con la strana kefiah è rimasto avviluppato, come tutti, in quella difficilissima congiuntura storica che alla fine ha visto, da una parte, il trionfo del neoliberismo e, dall'altra, l'infinita crisi della Sinistra, fino ad oggi, ai terribili anni Venti, con il riarmo, la guerra e il fascismo incipiente che tornano a bussare alle porte dell'Europa.
Una congiuntura storica che ha visto i ragazzi di allora, gli adulti di oggi, affrontare nel corso degli anni tante battaglie per la Democrazia reale e la Giustizia in questo Paese, a volte con successo, altre volte subendo arretramenti e sconfitte rovinose.
Per questo mi piace pensare che la pantera (l'animale) mai trovata, sia ancora libera e che ogni tanto riaffiori dalla campagna come una visione, un'immagine eterea che appare e scompare, per abbacinarci offrendoci illusioni e certezze, nell'altalenare frenetico della vita.
Dopo tanti anni la sua effige è ricomparsa sulla maglietta bianca di un ventenne, in un tempo diverso ma sempre dalla stessa parte, mai indifferente.
E come un fiume carsico anche le donne e gli uomini della Pantera ogni tanto riaffiorano: li abbiamo visti a Genova 2001 dire ancora no al neoliberismo e che un altro mondo è possibile, o a difesa dell'acqua pubblica nel 2011, o ancora nei referendum con i quali è stata difesa la Costituzione, nel 2006, nel 2016 e ancora quest'anno, o quando abbiamo incrociato i loro sguardi negli sterminati cortei in solidarietà del popolo Palestinese.
E' possibile che le donne e gli uomini della Pantera siano la spina dorsale del nostro sistema democratico, ciò che lo tiene ancora in vita?
La Pantera ci ha insegnato che i movimenti sociali sono fiumi carsici, che affiorano e si inabissano, ma il flusso vitale della loro esperienza non si esaurisce perché insegue i tempi lunghi della Storia, non le contingenze o le mode del momento.
E come un fiume carsico continua ad affiorare e scomparire come uno spettro, come l'immagine apparsa all'improvviso sulla maglietta bianca di un ragazzo.
Uno spettro difficile da ignorare, che si aggira ancora per ricordare a tutti che, presto o tardi, torneremo ancora.
O che, forse, non ce ne siamo mai andati.

F.to Salvo Gi.

giovedì 17 settembre 2026

L'eredità di Peppe (racconto con l'ausilio della Intelligenza Artificiale) - Parte 1



PROLOGO

Peppe conosceva bene quella particolare forma di accumulo, tipica di chi stenta a separarsi dalle cose perché in ciascuna vede un frammento di tempo o un potenziale significato. Lo zio era un raccoglitore seriale, e questo spiegava l'apparente caos che regnava nell'appartamento: scatole sovrapposte senza un apparente criterio e oggetti che avevano perso la loro funzione originale da anni.
Eppure, facendosi strada in quella confusione, Peppe si rese conto che il disordine non era uniforme.
Accanto al caos indistinto c'erano delle vere e proprie "isole di ordine", raccolte curate con devozione. Erano le cose a cui lo zio teneva davvero, le sole che meritassero la sua disciplina:
• I faldoni della memoria fotografica: archivi catalogati per anno e luogo, dove le diapositive Fuji e i negativi in bianco e nero riposavano in buste d'acido neutralizzato.
• Le raccolte di letture e ritagli: articoli di giornale, saggi e note personali, testimonianza di una curiosità intellettuale mai sopita.
• I fascicoli del lavoro: come la carpetta riservata che Peppe aveva tra le mani, dove la meticolosità del tecnico aveva preso il sopravvento sul disordine quotidiano, preservando dati e cronologie con una precisione chirurgica.
Quell'alternanza tra l'incuria per il superfluo e il rigore per l'essenziale tracciava una mappa precisa della mente dello zio. Il disordine dell'appartamento non era assenza di metodo, ma una forma di selezione: lo zio lasciava che il mondo esterno si accumulasse alla rinfusa, riservando la sua straordinaria precisione solo a ciò che considerava prezioso o necessario.

Il pulviscolo dorato danzava nel cono di luce che filtrava dalla finestra socchiusa, posandosi piano su anni di silenzio. L’aria della stanza sapeva di carta invecchiata, cera per mobili e del peso inconfondibile del tempo che si arresta.
Quando una persona anziana se ne va, si sa, arriva il momento quasi rituale dello sbarazzo: quella perlustrazione sommaria e dolorosa tra le mura di chi non c’è più, dove si accumulano decenni di vita, ricordi e una quantità strabiliante di oggetti ormai inutili.
Peppe, in qualità di erede legittimo, si trovava proprio al centro di quel naufragio di ricordi. Aveva il compito di svuotare la casa dello zio. Un settore della dimora, in particolare, sembrava essersi pietrificato nel tempo: l’angolo studio, dominato da una maestosa libreria stipata di volumi vintage. Tra i saggi e i romanzi che valeva la pena salvare per rimpinguare i propri scaffali - e dopo aver scongiurato la presenza di qualche inaspettato testamento olografo tra le pagine - Peppe era arrivato al capitolo più ostico: la scartoffia.
I grandi sacchi neri per la raccolta differenziata della carta giacevano già a pancia piena sul pavimento. Peppe vi aveva gettato senza troppi complimenti decine di relazioni tecniche ingiallite e manoscritti incomprensibili legati alla complessa professione dello zio. Per lui, gran parte di quell'archivio non aveva alcun senso.
Poi, la sua mano urtò una pesante carpetta rigida.
All'interno non c'erano i soliti moduli stampati o le perizie di routine. C'era un fascicolo che conteneva un’elencazione minuziosa quasi ossessiva di fatti, scanditi da date e note a margine.
Sembrava la sintesi schematizzata di un’indagine parallela, una cronologia dettagliata ricostruita incrociando verbali e incartamenti.
Peppe aggrottò la fronte. La grafia dello zio era tirata, nervosa, quasi avesse redatto quei fogli al riparo da sguardi indiscreti. L’ambito operativo si intuiva, ma l’ente o le istituzioni coinvolte restavano avvolte nel mistero. Ricordava vagamente che lo zio, molti anni prima, aveva svolto un incarico particolare, ma non ne aveva mai parlato apertamente in famiglia.
Appassionato da sempre di romanzi gialli, Peppe sentì un brivido familiare corrergli lungo la schiena. Quella serie di appunti quasi investigativi non era roba da macero: aveva tutti i connotati di un enigma d'altri tempi.
Decise che lo sbarazzo poteva attendere. Raccolse il faldone, chiuse la porta dello studio alle sue spalle e tornò a casa.
Versò una tazza di caffè bollente, sgombrò il tavolo del soggiorno e vi spiegò sopra i fogli ingialliti. La curiosità era diventata un’urgenza. Si mise comodo, inforcò gli occhiali da lettura e, trasformandosi per una mattina in un vero topo d’archivio, si immerse totalmente tra le righe di quel segreto che lo zio aveva custodito fino al suo ultimo giorno.

(continua)

Buona luce a tutti!

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martedì 15 settembre 2026

Sintetica genesi del libro "Il poliedrico SID in b/n"



Interrogando il web sul fatalismo, immediatamente emergono due definizioni: una d’impronta filosofica, l'altra legata al significato comune del termine.
Nel primo caso si delinea una posizione per cui il mondo è governato da una necessità ineluttabile, del tutto estranea alla volontà e all’impegno dell’uomo; nel senso comune, invece, viene visto come un atteggiamento di rassegnata passività di fronte agli eventi. Il fatalismo mi ha sempre accompagnato nella vita e, in qualche modo, ha inciso anche sul mio incontro casuale con SID, facendo scattare subito un'empatia naturale.
Attirato dal pullulare della street art, il mio occhio era rimasto catturato dai suoi graffiti - tutt'altro che banali e incredibilmente intriganti - diffusi nei vari angoli del centro cittadino. Da tempo mi balenava l’idea di realizzare un murale sulla parete scoperta della mia casa natia, così andai a interrogare l’amico Antonio, vero e proprio oracolo della street art isolana e non solo, per avere un contatto con questo artista.
Da lì nasce tutto. Lo chiamai al telefono per fissare un appuntamento sul posto. Poche parole per spiegare l’intenzione: commissionare un graffito in una borgata di periferia che potesse diventare anche un biglietto da visita, un segno d'accoglienza per chi entrava a Palermo.
Sid guardò la parete, se ne innamorò subito e pose una sola condizione: per i tempi, mi sarebbe toccato attendere. Non era certamente un problema. Ci accordammo.
Durante la realizzazione dell'opera, avemmo modo di conoscerci meglio. Pur essendo io un boomer, riuscivamo a intenderci alla perfezione; anzi, ancor di più, perché lui, appartenendo alla generazione X, condivideva amicizie ed esperienze vicine a quelle di mio nipote. Quell'intervento ad Acqua dei Corsari si è rivelato l’incipit di una relazione che, in breve tempo, si è trasformata in un'autentica amicizia tra generazioni diverse, capaci di dialogare e comprendersi profondamente.
Così ho iniziato a conoscere meglio l’intera sua produzione, arrivando a seguire in diretta la nascita di altri murales.
Un'idea, intanto, continuava a girarmi per la testa: un mattino, dopo l’ennesima ricognizione sulla sua pagina Facebook e sul materiale che avevo collezionato, gli scrissi un messaggio: «Che ne pensi se realizzassi un libro che racconti il “Poliedrico SID”?».
A breve giro è arrivata la risposta affermativa, ed è così che è nato “Il poliedrico SID in B/N”, che ha visto la luce in questi giorni grazie alla casa editrice palermitana 40due di Giuseppe Castrovinci.

Buona luce a tutti!

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lunedì 14 settembre 2026

Un racconto del tipo ....... c'era una volta ......



Nel giorno d'estate di un anno del tardo Novecento, l'aula del Palazzo non era fatta di marmo e velluto, ma di pergamena sottile che scricchiolava a ogni alito di vento. I delegati sedevano su banchi galleggianti e dalle loro bocche, anziché parole, uscivano piccoli nastri di carta punzonata con i numeri di vecchi conti bancari dell'isola.
Un parlamentare si alzò al centro della sala. La sua voce non vibrava nell'aria, ma veniva battuta a macchina direttamente sul soffitto affrescato, dove le lettere nere cadevano come pioggia di ceralacca.

Il Labirinto nella Capitale

- Signor Presidente del Consiglio, Signor Ministro - esordì il parlante, estraendo dal taschino della giacca una bilancia di precisione fatta interamente di cartamoneta svalutata. — Risponde al vero che nella Capitale, nel cuore di un quartiere elegante, sorge un attico di centinaia di metri quadrati coperti da nubi di seta e ampie terrazze che affacciano sul vuoto?
Dai banchi dell'esecutivo nessuno rispose, ma i radiatori dell'aula iniziarono a mormorare una vecchia nenia contabile.
Il parlamentare continuò a srotolare il suo nastro di pergamena:
La trasformazione delle risorse: Il Fondo Pensioni dei lavoratori, anziché custodire il riposo dei dipendenti in casseforti di bronzo, decise di distillare una montagna di monete d'oro per forgiare una dimora sospesa fra le pareti della città metropolitana.
L'alchimia della locazione: A questa astronave di stucco e marmo, destinata a rendere confortevoli le trasferte dell'alto dirigente giunto dal massimo istituto di controllo, fu applicato un incantesimo numerico. A fronte di un investimento faraonico di svariati miliardi, il canone pattuito fu poco più di un'elemosina mensile.
La resa dei decimali: Un rendimento annuo inferiore all'uno per cento, così impercettibile da essere mangiato ogni mattina dalle formiche che popolavano i pavimenti in parquet dell'immobile.

Le Metamorfosi del Contratto

La stanza dell'attico non era un semplice appartamento: era un organismo vivo. Con centinaia di milioni spesi in ristrutturazioni, le pareti vennero modellate secondo la geometria dei gusti e delle esigenze della famiglia del dirigente.
Quando il funzionario scomparve prematuramente, il tempo nel palazzo non si fermò. Il Fondo Pensioni, anziché svegliarsi dal sonno ipnotico, rinnovò il contratto ai familiari per un altro quadriennio, limitandosi a un ritocco impercettibile del canone: un soffio di vento se paragonato al peso di quella monumentale architettura immobiliare.
Il parlante lasciò cadere sulla cattedra un pugno di monete che, toccando il legno, si trasformarono in fogli di ricevuta sbiaditi:
"Non ritiene il Governo che questo comportamento sia un episodio di inammissibile privilegio e sperpero del denaro proveniente dai contributi previdenziali di tutti i lavoratori, prima ancora di lesinare ai dipendenti gli equi adeguamenti salariali richiesti?"
Il nastro si interruppe. L'aula si riempì di una pioggia lenta di cifre decimali fluttuanti vicino allo zero, mentre i guardiani in livrea raccoglievano a grandi palate le cambiali rimaste sospese a mezz'aria.

L'interpellanza ebbe fine ..... col trascorrere del tempo, l'oblio avvolse la spinosa vicenda ..... e tutti continuarono a vivere felici e contenti. "Tintu a cu muori" recita un vecchio proverbio siciliano.

Buona luce a tutti!

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venerdì 11 settembre 2026

Archinede Pitagorico in fabbrica



È proprio vero che la mente dei vecchi appare talvolta strana, capace com’è di aprire cassetti rimasti sigillati per decenni con la sola forza di una bizzarra associazione di idee.
In uno stato di dormiveglia, un mattino, frugando tra poche cose custodite in una vecchia scatola di latta, è saltato fuori un cimelio polveroso: il libretto universitario di un corso di laurea in economia e commercio mai portato a termine.
Bastano poche righe sbiadite, la grafia minuta di qualche segreteria di facoltà e le date lontane degli esami superati per riaccendere d'improvviso i volti severi o bonari di certi professori. In qualche caso, riprendono vita persino i dettagli di quelle stesse prove: l'ansia dell'attesa, l'aula gremita e il senso di un futuro ancora tutto da scrivere.
Come risaputo, d'altronde, con pochi indizi la mente umana rimette in moto la macchina del tempo. Specie nelle ore mattutine, quando il confine tra il sonno e la veglia è più sottile, le reminiscenze si affollano e presentano in modo disarticolato frame diversi del proprio vissuto, saltando agilmente da un decennio all'altro senza chiedere permesso.
Così, senza un motivo logico o una ragione apparente, d'emblée, da quel libretto universitario è riaffiorata un'altra figura, lontana nel tempo e nello spazio: l'uomo che si aggirava incessantemente tra i macchinari e i nastri trasportatori della fabbrica di conserve alimentari dove io stesso svolgevo i compiti di ragioniere, ancora studente universitario in regola con gli esami.
Riappariva nitido quel soggetto sempre presente, specie nei mesi infuocati della stagione produttiva, instancabile e risolutivo. Era pronto a rimediare a qualunque intoppo tecnico minacciasse di bloccare la catena operativa, ma si mostrava altrettanto attivo nell'inventare soluzioni ingegnose e migliorie estemporanee per prevenire i guasti e ottimizzare il flusso del lavoro.
Genialoide, era un omino di statura bassa, ma custodiva una fronte altissima che lasciava subito intendere una mente fuori dal comune. Era tenuto in grandissimo conto dai proprietari dello stabilimento, che si affidavano ciecamente al suo fiuto meccanico, e io non ho mai potuto fare a meno di immaginarlo come l'Archimede Pitagorico della situazione, un genio solitario e provvidenziale prestato all'industria alimentare.
Tutti i ricordi che affiorano in queste mattine di dormiveglia, diversamente dai sogni che si dissolvono alla prima folata di luce, restano lì, vividi e ostinati. E anche quando appaiono sfocati, finiscono per comportarsi come le ciliegie: ne tiri una e ne vengono fuori tante altre, a offrirci la prova e la riconferma che l’intera esistenza non è altro che una raccolta voluminosa di frammenti, di volti e di circostanze.
Tessere di un immenso puzzle che compongono quella memoria inconscia capace, giorno dopo giorno, di condizionare le nostre scelte e i nostri comportamenti.
Tutto incide, persino ciò che crediamo di aver dimenticato.
Ricordi lucidi e profonde rimozioni si fondono in un unico flusso, mentre le maschere che ogni volta siamo costretti a indossare ci consentono di navigare a vista, reggendo l'urto sia nei mari di tempesta che in quelli più quieti della vecchiaia.

Buona luce a tutti!

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sabato 29 agosto 2026

"Spett.le Sindaco della città di Palermo, ......" - "I 37 METRI DEL PINO DI COOK" di Salvo Gi



Si parla frequentemente della fuga di cervelli, che sostanzialmente allontanano i nostri “nativi” dal territorio nazionale e che costituiscono un indubbio impoverimento, oltre che economico, anche culturale.
L’emigrazione interna, diversamente, si è fin da subito rivelata e continua a manifestarsi come una occasione socio-politica di crescita, utile a facilitare osmosi, analisi, confronti e integrazioni tra gli infiniti localismi riconducibili all’Unità d’Italia.
Una ulteriore peculiarità meridionale - che fortunatamente resiste - è quella che, specie per i siciliani, difficilmente si vanno a recidere le radici dal luogo di nascita, che rimangono dentro, con valori, ricordi, personaggi, odori, sapori e tanto altro ancora.
È il caso di Salvo Gi, palermitano da tempo trasmigrato a Roma, che ho conosciuto da poco, con il quale ho avuto l’opportunità di sviluppare vari argomenti, improntati comunque in un largo confronto, durante il quale si è manifestata la sua intenzione latente d’indirizzare al Sindaco di Palermo una sua lettera propositiva; per manifestare l’idea di un’iniziativa sociale, focalizzata a valorizzare i vantaggi offerti dal monumentale Orto Botanico per i cittadini e non solo.
Una proposta, a costi assolutamente ridotti e, volendo, facilmente realizzabile.
Di seguito il testo, scritto da Salvo Gi, che ingloba la “lettera” ..... così, di fatto e in qualche modo ..... virtualmente inviata.

Buona luce a tutti!

© Essec

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I 37 METRI DEL PINO DI COOK

Cos'è un attimo di fronte all'eternità? E cos'è un formicaio di fronte allo spazio percorribile del pianeta Terra?
Diciamo che è un pò come mettere in relazione i dieci ettari dell'Orto Botanico di Palermo con l'estensione della città (circa 16 mila ettari): niente, appunto.
Eppure quell'oasi ha davvero qualcosa di surreale, di onirico; ci si arriva quasi di soppiatto quando, provenendo dalle viscere bollenti della città, si scende verso il mare da quell'arteria ormai orientalizzata che è via Lincoln. Mentre camminiamo a passo svelto per sfuggire all'implacabile canicola la coda dell'occhio si imbatte in un cartello colorato con una strana effige; ricorda le vecchie sedi di partito ma in realtà si tratta dell'Associazione dei cinesi che risiedono (e vivono e commerciano) a Palermo.
Sì, perchè via Lincoln è ormai un brulicare di negozi gestiti da asiatici; le insegne recano segni misteriosi probabilmente ad indicare la merce in vendita, le scarpe, i vestiti, gli oggetti di tutti i tipi che siamo ormai abituati ad acquistare all'interno di quei micro empori sparsi nelle nostre città.
E' domenica mattina e la città sembra assonnata più del solito. Passata la biglietteria andiamo verso il Gimnasium ma fa troppo caldo e il nostro obiettivo è un altro: goderci un luogo fresco e magari sorseggiare un caffè. Due passi al sole e ci sorprende lo slargo con il chioschetto e le panchine con i comodi cuscini sotto i grandi tendoni che coprono la vista al sole incipiente.
Ci sono turisti che girano e imboccano veloci la stradella sterrata che porta dritti alla finestrella del piccolo bar: ad un accento francese segue un vociare confuso di una coppia polacca. Si ode il commento distinto della ragazza, è l'entusiasmo di chi ha appena scoperto che, forse sì, in quel posto quasi certamente potrà sorseggiare una Coca Cola fresca!
Due ragazze inglesi chiacchierano e sfumazzano di fronte a noi: hanno visi dolcissimi da bambine e corpi da donne. Mentre il mio sguardo indugia curioso vengo subito richiamato all'ordine da Magda, così ci alziamo e riprendiamo a girovagare verso le piante di arabica.
Evito di entrare nella serra ove la temperatura è insopportabile e mentre aspetto Magda scopro che più di un secolo fa vari tentativi di piantumare quella "piantagione" di caffè si erano rivelati vani a causa delle bassissime temperature invernali di Palermo (anche -2,9°!). Tra il serio e il faceto commento che ciò mi pare davvero improbabile e per tutta risposta mi becco un'occhiataccia di un tizio due metri più in là (che sia un meteorologo scocciato dalla mia arrogante presunzione?).
Ad ogni modo, la mia amata ha le idee molto chiare e punta dritta all'Aquarium, nella speranza di godersi le ninfee e magari il fresco dell'acqua: macchè! il sole insiste e illumina imperituro il volo misterioso di una libellula che improvvisa una danza intorno alla circonferenza della fontana mentre un nugolo di zanzare assalta le mie caviglie lasciate improvvidamente sguarnite e fa letteralmente "minnitta" lasciandomi in preda a un prurito insopportabile.
Stoicamente resisto e con nonchalance svolto a grandi falcate verso il vialetto ombrato, piegato in avanti con una posa spastica e la mano destra intenta a massaggiare un malleolo devastato dalle punture delle culex mentre Magda rimane a contemplare da vicino il bambuseto (tanto a lei non la pizzicano!).
Adesso è il turno della Monstera deliciosa, con le sue foglie larghe un pò seghettate, un pò bucherellate. Ne troviamo alcune enormi davanti a un caseggiato che, secondo Magda, contiene le aule universitarie frequentate dagli studenti di botanica. Tutto intorno è silenzio e fruscìo delle fronde degli alberi che oscillano sotto i pochi aliti di vento del primo meriggio.
Mentre tutto quel verde ci predispone a un'improbabile serenità d'animo, una raffica di Ficus Macrophylla si staglia di fronte a noi. Hanno radici enormi e radici aeree ancora in parte incomplete ma poichè la natura decide da sola quelle straordinarie creature viventi fagocitano le povere colonnine di marmo bianco un tempo padrone incontrastate di quegli spazi ancestrali.
L'ombra del monumentale Ficus ci rinfresca egregiamente; è un essere vivente di circa 180 anni, con una chioma che avvolge circa 3000 metri quadrati. Il gigante resta lì sornione e sicuramente ci sente. Avverte la presenza dei curiosi che vengono ad ammirarlo con lo stesso rispetto che si deve al Taj Mahal o al Machu Picchu e tuttavia non si scompone.
E' fin troppo sicuro di sè per lasciarsi turbare da "ominicchi" insignificanti. Ha visto l'Unità d'Italia, due guerre mondiali, terremoti, stragi, pandemie ed è sempre lì, imperturbabile, quasi come se volesse rimanere fermo a godersi lo "spettacolo d'arte varia" di un'umanità sempre nuova e sempre uguale a sè stessa, per nulla interessato alle nostre piccole beghe e invece prodigo di farci respirare, togliendo con quel cappellaccio tutta la CO2 possibile, che, manco a dirlo, a pochi metri da lì, altri esseri viventi (questa volta bipedi) continuano a immettere nell'atmosfera bruciando senza sosta combustibili fossili.
Immersi nel polmone verde a due passi dal mare le idee cominciano a essere più chiare; camminiamo ancora un pò per scoprire un angolo irripetibile. In verità cercavamo solo i servizi igienici per rinfrescarci (soprattutto le mie caviglie arroventate dal caldo e dai morsi delle culex) ma proprio lì, in quel punto preciso, i tre vialetti si risolvono in una sorta di piazzetta aperta, con un semicerchio di panchine, una invero molto ribassata, le altre due ad altezza più adeguata. Mai decisione si rivelò più appropriata! A quella latitudine le correnti disegnano ghirigori sulle nostre epidermidi accaldate, quasi a volerci accarezzare e non volerci lasciare andare. L'acqua fresca di una fontanella fa il resto. Bivacchiamo lungamente stravaccati sulle panchine, sciogliendo la tensione accumulata dalla lunga passeggiata.
Poi, prima di uscire, lo vediamo. Passiamo accanto a lui e ci fermiamo per ammirarlo. E' altissimo, slanciato più che mai, maestoso, direi per certi aspetti più del Ficus. E' il più alto di tutti, in tutta la Sicilia non ce n'è uno più alto, ed anche se volessimo prendere in esame tutto il territorio della Repubblica lo ritroveremmo comunque nelle prime posizioni di un'ideale classifica dello slancio, dall'alto dei suoi più di 37 metri.
E' una splendida Araucaria columnaris, detta anche Pino di Cook, dal nome dell'esploratore che la portò a Palermo dalla Nuova Caledonia poco meno di duecento anni fa.
Se ne sta lì, austero, il nostro Pino di Cook, a guardarci dall'alto in basso, per ricordarci quanto siamo infimi al suo cospetto regale. Ma sembra anche volerci invitare tutti a una riflessione: anche se guardando dall'alto della sua chioma vede tante cose che non gli piacciono, vede una città irredimibile, vede i suoi abitanti immobili, paralizzati dalla paura di cambiare, tanto da sembrare privi di quel desiderio di bellezza che ogni essere umano porta dentro di sè prima che venga spento dalla brutalità dell'esistenza, lui resta lì, sforzandosi sempre di indicare nuove vette, nuovi traguardi.
Serve sicuramente il tuo esempio, caro Pino di Cook! Sembriamo così tanto disabituati alla bellezza in questa Palermo incandescente che vederti proteso come un asintoto a toccare il cielo, ci rende finalmente giustizia, noi che siamo nati e cresciuti nella città dei record negativi, grazie a te ci pregiamo di un primato che difficilmente potrà essere scalzato!
Ed è proprio guardandoti, caro il mio Pino di Cook, che matura la decisione folle: - "sì" - accenno timido - "vorrei ma non posso, però lo farei" - "...cosa? cosa?" chiede Magda, atterrita dal mio sguardo spiritato e dall'oscillazione delle braccia, quasi a voler simulare un rito sciamanico.
- "Io scriverei al Sindaco, mia cara" - le dico con un filo di voce prima di proseguire - "come si fa? come si fa a non capire di essere ricchi?"

Spett.le Sindaco della città di Palermo,
io e mia moglie non viviamo più in questa città da tanti anni ormai, ma ogni tanto torniamo a visitare questa vera Perla del Mediterraneo, con la sua Storia che trasuda dai monumenti, dalle sue Chiese, dalle sue Strade, dai suoi Teatri.
E torniamo sempre a rivedere quell'Oasi incontaminata che è l'Orto Botanico. Un posto unico, dove la biodiversità regna incontrastata e ci ricorda quanto è importante proteggerla.
Mentre impazza il cambiamento climatico e si scatena il dibattito pubblico su ciò che la politica dovrebbe fare (o non fare) per favorire l'adattamento delle persone a scenari che, drammaticamente, si preannunciano sempre più foschi, uno dei temi più gettonati è sicuramente quello dei cosiddetti "rifugi climatici".
Ebbene caro Sindaco, a Palermo ne avete uno completamente realizzato, pienamente efficiente e che potrebbe fare da esempio: è proprio l'Orto Botanico!
Sappiamo che la popolazione invecchia e tante persone anziane con questo caldo sono sole e chiuse in casa, a resistere strenuamente a una canicola che non dà tregua per mesi interi. Il rischio di rimanere isolati, di non potere uscire, di non potere scambiare due chiacchiere con un coetaneo è fortissimo. Ancora peggio se oltre a essere anziano sei povero e non ti puoi nemmeno permettere un condizionatore.
E allora egregio Sindaco, perchè non offrire agli anziani di questa città la possibilità di godere di un servizio navetta che li porti all'Orto Botanico almeno una volta alla settimana, applicando un prezzo calmierato per chi non ha grandi disponibilità economiche, perchè magari percepisce una pensione minima, e lasciando invece il prezzo d'ingresso intero per chi si può permettere di pagarlo?
Sarebbe un gesto di attenzione verso la popolazione più avanti negli anni di questa città, di cui tutti non potremmo che esserLe grati. Rivelerebbe, da parte dell'Istituzione che Lei presiede, un senso di appartenenza e di giustizia utili a rafforzare la coesione sociale e la struttura democratica della nostra città (la chiamo ancora "nostra", anche se non ci vivo più da 25 anni!).
Certo della Sua attenzione La ringraziamo e Le porgiamo i nostri migliori saluti.

Chissà se questa lettera partirà mai...
Quello che so è che al centro del Mediterraneo c'è un'oasi naturale che ha resistito al tempo, all'usura, alle bruttezze del mondo, all'insipienza scriteriata dell'uomo. Porta le ferite nelle cortecce scheggiate degli alberi bottiglia, sfregiate dai bombardamenti degli Alleati durante il secondo conflitto mondiale.
Ha tenuto botta mentre la mafia saccheggiava Palermo, devastava la sua storia e la sua costa cementificando tutto il cementificabile, anche a costo di abbattere le sue splendide villette Liberty, senza che nessuno riuscisse a porre fine allo scempio, anzi moltiplicando la deturpazione, giacchè ad ogni costruzione corrispondeva una demolizione e ad ogni demolizione quintali di metri cubi di sfabbricidi da riversare sul lungomare di quella che fu la costa della Palermo felicissima.
Qualcuno ha provato a fermarli ma è stato lasciato solo. E da solo non puoi vincere.
Così, oltre a uccidere i tanti che quello scempio volevano combattere, hanno distrutto il liberty e reso proibito il mare di Romagnolo, creando il "Promontorio antropico" (sic!).
E' stata la mafia e una politica compiacente? Sono stati i comitati d'affari che hanno spolpato la Cosa Pubblica? E' stata l'assenza dello Stato? Sì certo, anche, ma quanto immobilismo generato dalla paura, dal terrore di una violenza cieca che ha reso Palermo infelicissima per decenni e i cui guasti ancora oggi si vedono, nelle cicatrici dei suoi giovani che emigrano, e in quelle dei suoi figli nati nelle sterminate periferie dove si cristallizzano le peggiori diseguaglianze e ingiustizie.
Restano quei dieci ettari, incontaminati dall'abitudine alla bruttezza, rimasti lì a ricordarci che "la bellezza salverà il mondo" e che la resistenza è un dovere lì dove l'unica legge è quella dell'ingiustizia. E che solo da uno slancio collettivo ci si rimette in cammino, tutti insieme, magari con il sogno di vivere in un luogo più civile di cui non ci si deve più vergognare o da cui si deve scappare.
Uno slancio vero verso l'infinito.
Come i 37 metri del Pino di Cook.


Salvo Gi

giovedì 27 agosto 2026

Da un dialogo con l'IA Gemini, esaminando anche la spinosa questione Ranucci - La Vitola



Domanda: L'enorme successo e diffusione dell'intelligenza artificiale e' sotto gli occhi di tutti. In ogni caso e' da tempo utilizzata a piene mani senza che noi ce ne rendessimo conto.

Risposta: È un’osservazione quanto mai centrata. L’entusiasmo e la copertura mediatica attorno ai modelli generativi di questi ultimi anni hanno creato l’illusione che l'IA sia nata all'improvviso, quando in realtà è da oltre un decennio che plasma silenziosamente la nostra quotidianità dietro le quinte.

"Chi vuol esser lieto sia" ..... il resto nei PDF allegati:

Buona luce a tutti!

© Essec

P.S. - Per una lettura più efficace è consigliato scaricare di volta in volta le singole pagine

sabato 22 agosto 2026

2026_08_22 - “Fotogazzeggiando” un sabato mattina, intavolando una conversazione con "Gemini"



Devo riconoscere che una conversazione intrattenuta con l'IA (nel caso sperimentata con "Gemini" di Google) risulta gratificante per il solo fatto che viene a corrispondere a una subdola autoadulazione.
Il procedimento informatico, infatti, ripete presso a poco quando si narra su Narciso che, contemplando in una fonte la sua bellezza, restò incantato dalla sua immagine riflessa, innamorandosi perdutamente di se stesso.
Il lavoro degli algoritmi è stato pensato e progettato - e in maniera evidente - per il perseguendo dell'unico obiettivo egocentrico e individualista, di una verità eterna: quella che, in ogni tempo, ciascun individuo rimane vulnerabile alle lusinghe, così come ama ed è sempre attratto dall'immagine che vuol veder di sé.
Un'operazione divertente ceertamente, sorprendente per moltissimi spunti e collegamenti che l'IA riesce a proporre. Ma che alla lunga potrebbe anche rivelarsi drammatica e non solo una fake.

A tal proposito, mi piace condividere la risposta conclusiva in un recentissimo lungo e articolato "confronto" avuto con l'IA di Google:



Buona luce a tutti!

© Essec

mercoledì 19 agosto 2026

Aneddoti: Sarcofagi, come quelli della centrale nucleare di Černobyl



Ricordava ancora il primo e unico concorso pubblico al quale aveva partecipato, unitamente ad alcuni ex compagni di classe, pur palesando un certo scetticismo.
Nel constatare il foglio in bianco, alla fine della prova scritta di ragioneria, uno dei commissari d’esame preposto ai controlli ebbe a rammaricarsi con noi; dicendo che sì corrispondeva al vero il fatto che la maggior parte d’assunzioni dell’istituto derivavano da raccomandazioni politiche e ricambi interni generazionali, ma era anche vero che l’istituzione indiceva periodicamente i concorsi per reclutare gente preparata, idonea a gestire con le competenze necessarie l’amministrazione interna.
Concluse rammaricandosi che avevamo fatto male ad approcciare in maniera prevenuta perché quel concorso pubblico offriva una valida opportunità per ricoprire ruoli operativi qualificanti e di assicurarsi in futuro la possibilità di una carriera.
Negli anni a venire non dimenticò mai le considerazioni disinteressate di quel commissario interno, funzionario di una realtà bancaria che nel territorio locale costituiva un centro di eccellenza.
Le esperienze lavorative successive, nel tempo, furono bizzarre perché riuscì ad entrare nel mondo bancario e opportunità occasionali gli fecero constatare con mano la verità di quanto allora gli era stato predetto.
Era vero che due principali banche dell’isola erano di fatto un ricettario miscelato che assemblava da un lato serbatoi clientelari e dall’altro competenze di elevato contenuto professionale, ma, come in tutte le realtà, c’erano in entrambe delle regole interne che delineavano nell’operatività certezze di diritto, ancorché sempre assoggettate alla gestione decisionale di uomini.
In ogni caso, in entrambi gli istituti, agli ambiti di elevato livello professionale era pure assicurata una certa autonomia grazie a regolamenti dettagliati che riuscivano a garantire progressioni professionali e crescite ricollegabili alla famosa “sana e prudente gestione”.
A quei tempi la gestione del risparmio e dei correlati impeghi era ancora riconosciuto un valore comune sia dai controllati che dagli organi esterni controllanti. Sia, quindi, nell’ambito interno aziendale che nell’insieme dell’assetto pubblico nazionale attinente al comparto finanziario. Negli anni settanta l’intero assetto rispondeva e si fondava sulla pietra miliare della “certezza del diritto”.
In questa ottica i controlli - interni ed esterni - assumevano un ruolo fondamentale nel far sì che un certo ordine, di vario rango, sovraintendesse alle varie funzioni di settore, pubbliche e private. Il sistema politico, anche considerando particolarità e rare zone d’ombra, assicurava abbastanza spazio affinché abusi e distonie amministrative fossero colte, perseguite e costituissero delle eccezioni.
In realtà, esperienze successive gli consentirono di verificare come alte competenze interne presenti nei due principali istituti e come queste fossero in grado di trovare soluzioni a problematiche emergenti. Con procedure talvolta innovative - e non sempre trasparenti - miranti ad occultare agli “addetti ai lavori vigilanti” evidenti sintomi di anomalie patologiche amministrativamente importanti.
Interessi privati e distorsioni gestionali “tangentizie” ebbero a prendere sempre più campo, venendo a creare un parallelismo tra due gestioni incompatibili, una sana e tradizionalmente ed equilibrata, un’altra speculativa, talvolta fuorilegge che, con il passare del tempo, si poneva progressivamente fuori controllo.
Strutture interne di entrambe le realtà, per sopravvivere erano costrette a rispondere ad input delle rispettive alte dirigenze, chiamate a tamponare situazioni divenute ingestibili, facilitati in ciò da una svogliata e forse anche disattenta vigilanza interna ed esterna degli organi preposti. Ne venivano fuori normative regolamentanti situazioni borderline con trovate spesso fluttuanti e assai fantasiose, talvolta al limite dell'inverosimile.
Ma i tanti interventi rimedi non poterono fare molto in tante occasioni e non si riuscirono sempre a trovate terapie efficaci e bastevoli a tamponare o ancor più sanare le molteplici tipologie degli impieghi.
Come per Cernobyl fu, alla fine, scelto la soluzione più rapida, che venne adottata anche per altre grandi realtà del meridione; creando sarcofagi per occultare i reattori attivi con delle colate di cemento allo scopo di rendere innocue le due bombe atomiche divenute ormai fuori da qualsivoglia controllo. 
I provvedimenti così risultavano veloci e silenziavano effetti sanzionatori collaterali, collegabili a gestioni ascrivibili a precise responsabilità individuali di singoli. Ogni tanto, quasi di sfuggita, qualche articolo di stampa, in attesa delle rituali e sanificanti prescrizioni.
Con pace di tutti, così fu deciso di cambiare il futuro delle due principali e storiche banche isolane.
In conclusione, aveva avuto perfettamente ragione quel commissario d’esami incontrato all’inizio degli anni settanta.
L’eccellenza professionale dei settori amministrativi di quelle banche era assolutamente indiscutibile, ma non bastò per produrre le idonee profilassi sufficienti ad assicurare garanzie di sopravvivenza.
In fondo non risultarono infatti adeguate le regole e i sistemi di controllo, perché in ogni caso tutto e sempre rimane condizionato dalla qualità gestionale ed etica degli uomini.

Buona luce a tutti!

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lunedì 27 luglio 2026

Progetto Album di Viaggio numero Due - Pakistan 1995 - Premessa



A differenza della documentazione di cronaca, corrispondente oggi alla street photography che fissa il contemporaneo, una raccolta di fotografie “datate” può costituire un valido strumento per rileggere la storia.
Al di là della postura di chi la scrive, occorre che sia trascorso un certo lasso di tempo, anche al fine di poter cogliere, con un riflessivo senno del poi, dettagli ed effetti di accadimenti da immagini.
Ne deriva, quindi, che un album fotografico di un viaggio potrebbe costituire una preziosa raccolta visiva, da interpretare come testimonianza di memorie, che ciascuno potrà illustrare seguendo un proprio punto di vista, storico o da testimone, prendendo spunto dalla visione delle foto.
“Per l’occhio del fotografo (declinato in qualsiasi genere) che scatta una foto, questa fissa un momento intimo di comunicazione tra il fotografo stesso e l’immagine che ha visto: solamente il fotografo sa perché ha scattato proprio quella foto. Nel momento in cui, poi, un altro occhio si sofferma su quella stessa foto, il rapporto che si instaura è un altro rapporto che prescinde da quello tra fotografo e fotografia e, mentre implica un diverso approccio, necessariamente manifesta altre esigenze. Se poi, è stata scattata in anni già trascorsi, indipendentemente dall’osservatore, la foto acquisisce anche una propria natura storica legata alla dimensione spazio-temporale in cui è stata scattata.”
Questo periodo è l’inizio della recensione recentemente scritta dalla Prof.ssa Giusi Tamburello dell’Università di Palermo, per il volume Album di viaggio numero Uno. Fotografie della Cina 1991, che raccoglie 170 fotografie simboliche scattate durante un viaggio in Cina.
Ogni volta, quel che resta di un viaggio sono le tante sensazioni e le esperienze vissute. Ma per tornare a ricordare, la memoria necessita sempre di stimoli ed elementi che consentano di decodificare i momenti sedimentati nei ricordi; in tale ottica, le fotografie eventualmente scattate assumono questo scopo.
I viaggi, specialmente quelli organizzati, che generalmente comprendono una serie di visite veloci di luoghi diversi, compattano nella mente tanti dettagli, codificandoli in archivi mentali complessi, spesso difficili da poter distinguere e ricomporre in immediate sequenze, specialmente a distanza di tempo.
Del mio viaggio del 1995, sviluppato da Pechino lungo una delle vie della seta e chiuso a Karachi, si assommano tante figurine di molti volti e tante immagini di località che testimoniano come ogni continente - ovvero singolo stato - costituisce il consolidamento del lento risultato della storia locale.
Da esperienze si impara che esporsi a giudizi frettolosi o supponenti è sempre sbagliato.
Occorre avere in ogni occasione la pazienza di osservare, ascoltare e anche immaginare; per collegare e riflettere, per umilmente desumere un proprio significato; nel tentativo di cercare di capire, tenendo conto delle situazioni culturali differenti, nel ritrovarsi spesso lontani da quelli che sono i nostri comuni valori, i nostri punti di vista. talvolta impregnati di preconcetti.
Le conoscenze ci insegnano come civiltà millenarie hanno bisogno di essere studiate, per poter essere decriptate seguendo una logica e capite nella loro essenza; approfondendo anche la natura delle varie egemonie e delle decadenze per scoprirne le ragioni.
Personaggi ed epoche devono tenere conto delle attenuanti e, proprio per questo, i tasselli devono essere sempre collegati allo spazio/tempo ad essi corrispondenti.
In ogni caso, quindi, questo secondo Album di viaggi, non è un libro solo di fotografia. Per come è stato immaginato e concepito non vuole, infatti, e ne può risultare esaustivo a poter esporre un racconto completo.
Anche qui, il progetto in corso di definizione raccoglie immagini di un reportage turistico, colto certamente con un occhio curioso e costantemente intento a catturare momenti di vita reale, nel loro aspetto estetico, da dogliere senza preconcetti.
Occorrerà, quindi, approcciare per leggerlo come un diario composto da immagini sequenziali prive di didascalie che, quindi, come nel precedente volume dedicato alla Cina del 1991, torni a proporre dei flash sparati sul sociale; di dettagli e panorami che, per comprenderne fino in fondo i contenuti, andranno integrati con letture e, nel caso, illustrati da scritti di storici esperti di antropologia, capaci di vedere tutti gli aspetti insiti e nascosti nelle composizioni fotografiche.

Buona luce a tutti!

© Essec

domenica 26 luglio 2026

Statisti si nasce .... non si diventa



In questi giorni è venuto a mancare un caro amico, di quelli da scrivere con la A maiuscola, anche per aver più volte dimostrato vicinanza nei momenti brutti e dotato d'una intelligenza, anche qui da scrivere con la I maiuscola.
Era un Uomo che sapeva il fatto suo, deciso e coerente, che non si nascondeva dinanzi ad assunzioni di responsabilità. Sempre in prima linea, pienamente consciente di essere talvolta una prima donna, ma con un fiuto nel saper pesare le persone e gestire al meglio le risorse disponibili.
Ecco, è venuto a mancare un personaggio totalmente diverso rispetto alle mediocrità istituzionali che affollano il panorama sociale italiano d'oggi.

La ruota gira e induce a girare pagina per parlare d'altro. Un po' di cazzeggio politico torna utile per fotografare il momento.

Per riordinare le proprie idee politiche sarebbe opportuno che ognuno di noi si fermasse un attimo, isolandosi per riflettere maggiormente su questioni generali che ci interessano, ci coinvolgono e ci condizionano.
Tendere sempre più a delegare ad “amministratori di condomini” il ruolo politico, impegnati nel loro fare a tutelare spesso interessi estranei a quelli dei condomini italiani amministrati non va bene. Come noto a coloro che abitano in affollati immobili, interesse importante per un amministratore è accaparrarsi l’incarico anche a un basso compenso, in quanto i veri guadagni derivano da altro (percentuali su lavori ordinari e straordinari, revisione albi e documentazioni fiscali varie e tanto altre appendici, probende e maneggi).
Se ci pensiamo bene, la questione principale degli onorevoli oggi eletti in Italia è quella di mantenersi negli scranni delle camere per i quattro anni e mezzo almeno, quelli necessari alla maturazione del diritto alla pensione parlamentare, indipendentemente dalla casacca che all’origine ne ha consentito l’ingresso. Degli eletti in Europa, dopo nomine cooptate mascherate da elezioni, se ne perdono subito le tracce.

La lotta fra i partiti resta sempre più impantanata in paradossali conflitti d’interessi, con candidati prescelti per sudditanze, appartenenze (di vario tipo, trasparenti o opache), finalizzate al mantenimento di privilegi a variegate Lobbi, via via sterilizzate da potenziali rischi legali: attraverso scudi, finanziamenti pubblici, nomine a cariche di controllo e vigilanza istituzionale. A proposito, nessuno a notizie dello scandalo sui “Garanti” di Piazza Venezia? Sulla vigilanza RAI?

Nell’indifferenza dell’astensionismo elettorale, si tollera, quindi, che un impero finanziario possa reiterare un proprio partito di cartone inventato negli anni novanta e che la maggioranza dei relativi eletti (siano essi politici o nominati nei vari enti) pongano attenzione e cura a non ostacolare interessi strettamente privati a scapito del pubblico.

La storia purtroppo non insegna, la memoria è corta, convinti di vivere in uno stato di diritto solo per il poter scrollare immagini o leggere titoli di articoli veri ma anche di fuorvianti faziosi; spazzature prodotte e rilanciate con prompt IA nei social, per lo più confezionati ad hoc da giornalisti prezzolati, per lo più di giornali gestiti in conflitto d’interesse, che pure sosteniamo economicamente con finanziamenti pubblici (ad insaputa per “garantire” una presunta “libertà” di stampa).
Dal populismo nascono sempre anche voci vere che accusano e additano storture evidenti. Ma la storia ha visto passare tanti personaggi idealisti, ingenui, opportunisti, convertiti e che quasi sempre hanno fatto una brutta fine.

E poi ci sono i sondaggi, che monitorano le reazioni alle campagne varie (stampa, social e quant’altro) che la politica cura per mantenere perpetua la distrazione di massa dai problemi veri.
Il fenomeno prima essenzialmente concentrato sui talk e che va sempre più proliferando negli orientamenti dei media, oggi è assunto quasi a una “scienza” anche nei notiziari.
Un Mentana sempre più orientato a esprimere sue personali opinioni più che riferire e informare asetticamente su notizie vere, ne è un classico e preoccupante esempio. Ma in questo non è il solo, basta sintonizzarsi su un qualunque canale per assistere a performance di pseudo giornalisti che svolgono in realtà funzione di propaganda (al di là dell'appartenenza agli schieramenti, salvo poche eccezioni) Del resto è sempre più di moda baciare il culo, come, in questo caso dicendo una triste verità, dice nel suo straparlare D.T. "il biondo".
Ci sono anche professionosti "bolliti" allergici a personaggi o movimento a prescindire, ovvero per partito preso, che non ascoltano e attaccano come rotweiler feroci, prevenuti che non hanno padrone.

In occasione dell’ultimo Referendum, quello sulla giustizia, molti erano preoccupati di perdere dando pieno credito ai sondaggi. Ma l’incapacità dei politici oggi al potere e la loro paura ha fatto sì che con il loro straparlare senza criterio e con tesi prive di fondamento hanno fatto accendere un allarme costituzionale serio, che ha indotto i giovani e molti degli astensionisti a bloccare l’operazione sovversiva, invertendo le prime previsioni.
Non è che non occorre dare attenzione a questo strumento che consente di ponderare le inclinazioni della gente, ma occorre porre attenzione a una disamina attenta dei risultati proposti.
In argomento è opportuno ricordare che nel risultato del referendum ha influenzato “niente” l’inventore del Giglio magico, quel fenomeno sbiadito che ogni giorno compare in tutte le televisioni e viene intervistato sui giornali per pontificare con le sue ricette magiche come fosse un santone. In occasione del referendum sulla giustizia, infatti, fino all’ultimo non ha dato alcuna indicazione sul suo orientamento personale e, in verità, neanche dopo. I Tommaso che volevano vedere e toccare anche dinanzi al Cristo sono sempre stati pochi e oggi, peraltro, risultano quasi un po’ fuori moda, ma di “cazzari” il cui nome inizia per M in Italia ce ne sono tanti, supportati e sopportati troppo come si trattasse di cabarettisti talentuosi e non di patetiche macchiette.

Poi c’è il sempreverde sputafuoco, quello fu a capo del “Governo dei Migliori”, colui che ha ridicolizzato politicamente il “bibitaro” con la sua fallimentare scissione (ricompensandolo comunque indirettamente per fedeltà con un incarico internazionale), unitamente al povero istrione rimbambito del populismo uno vale uno, ma de "il simbolo è il mio". L'illuminato che, con il beneplacito di tutto l’arco costituzionale, ha incasinato il giusto provvedimento di rilancio economico keynesiano inventato dal Governo Giallorosso in tempo di Covid. Quello che consiglia indifferentemente tutti gli scappati di casa, sia la dx che la sx, rispondendo a tutti secondo lo squillo del telefono, per delucidare premier o aspiranti tali impreparati su questioni economiche a loro ostiche. Aspiranti ministro o capi di governo che pur applicandosi nello studiare appunti preconfezionati, non riescono a capire bene le questioni e (guardandosi allo specchio) discernere qual è la loro mano dx se riflessa. Ma tutti si fa per amor di patria e, nella necessità anche per la famiglia, magari anche con l'ideuzza di riuscire ad ascendere finalmente all’agognato Colle (che rassicurerebbe tanti non appartenenti a masse).

Il fenomeno che appassiona di più al momento è certamente “Futuro e libertà”. L’operazione Vannacci è un emblematico specchio a cui le allodole italiane prestano fede e molta attenzione.
Alimentato dai media e da ZTL pariolini ora il Generale sta bacando anche la dx che, spiazzata dalla evidenza incoerenza fra il dire e il fare palesata con la gestione politica reale, si ritrova a essere dileggiata.
L’evidente seguito all’esponente del “Mondo al contrario” non è poi tanto difforme dalle incoerenze confuse di pseudo statisti “dissociati” (ma solo una volta eletti) e ufficiosamente allocati non alle punte dell'asse ma al centro di un'altalena continua.

In tutto questo, tenuto conto della fossa autoscavata dallo stesso Governo in occasione dell’appuntamento referendario, non preoccupa – anzi consola – questa ossessione mediatica contro la sinistra guerrafondaia e responsabile di tutto quello che non va o che non corrisponde agli ideali nostalgici che intanto vedono sfuggire. Anzi qualcuno non potrebbe informare l’inquilina di Palazzo Chigi e i suoi accoliti che esistono anche gli ingovernabili anarchici che alimentano a loro modo i dissensi?

In ultimo, di certo occorrerebbe anche portare avanti un serio chiarimento nel "campo largo", depurando le acque dai tanti “politicanti inquinanti”; non bastano ancora solo i fuoriusciti che hanno capito di non avere conferme in poltrone future, dimostratisi inadatti a svolgere seriamente funzioni istituzionali; occorre forse incentivarne altre di uscite, facendo anche ritornare protesi infiltrate alle naturali origini: facilitando semplicemente il ritorno ai lori lidi.
E se queste strane scorribande della Elly Schlein in aree di Dx (Il Foglio) e i contatti con Draghi servissero ad essere votata da FdI & Co. in caso di primarie nel Campo Largo, per la scelta del Premier, qualcuno se l'è chiesto?
Occorrerebbe anche che, oltre Conte e Fratoianni, qualcuno remasse veramente per gli interessi del popolo di centrosinistra. Magari imitando la compattezza della vogata norvegese, no?

Buona luce a tutti!

© Essec