"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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mercoledì 22 aprile 2009

I giochi di carte

I giochi di carte sono, naturalmente, tanti che non possiamo qui ricordarli tutti. I tre più diffusi sono:
"Il tressette". Si gioca con dieci carte a testa. Durante la partita si può dire «Busso», «Striscio», «Volo», o «Brucio» se il vostro compagno vi fa cadere la sigaretta su una coscia. E' proibito dire frasi come «Ho sette bastoni» o «Sono nella merda».
"La briscola". Gioco molto semplice. L'avversario sbatte sul tavolo una carta, e voi dovete sbatterla più forte. I buoni giocatori rompono dai quindici ai venti tavoli a partita. E' opportuno, prima di sbattere la carta sul tavolo, inumidirla con un po' di saliva. Le carte prendono così la caratteristica forma a cartoccio, e la durezza di un sasso. In molti bar, per mescolare un mazzo di carte da briscola, si usa un'impastatrice. Quando la carta è abbastanza vecchia, diventa molto dura e pesante, e se non siete allenati è opportuno giocare con guanti da elettricista.
"Il poker". Il poker si gioca in quattro, oppure in tre col morto, o anche meglio in tre col pollo. Per prima cosa bisogna dare le carte. Il vero giocatore compie l'operazione in sei secondi con la sigaretta in bocca. Il dilettante ci mette tre minuti con la lingua fuori. Al termine dell'operazione quasi sempre il suo compagno di destra urla perché ha ricevuto in mano quattro carte e una cicca accesa, mentre il dilettante sta fumando il re di quadri. Oltretutto è molto facile che il dilettante si sia dato nove carte e che due siano finite sul lampadario. Il dilettante non deve, a questo punto, lasciarsi prendere dal panico, e soprattutto non commettere nessuno dei seguenti errori:
1. Fare le pile e i giochini con le fiches, e chiedere agli altri: «Chi mi dà due tonde rosse per due tonde blu, che voglio fare la bandiera francese?».
2. Quando gli si chiede di aprire, non dire «Vado subito, in effetti c'è molto fumo», e spalancare la finestra.
3. Fare il rumore del motorino col mazzo di carte durante il gioco.
4. Chiedere prima due, poi tre, poi quattro, poi anzi, no, cinque carte e non ricordarsi quali erano le vecchie e quali le nuove.
5. Quando sono rimasti solo in due a disputarsi un piatto grosso, scivolare alle spalle di uno e strappargli le carte di mano per vedere il punto.
6. E ancora: quando bluffa, il dilettante non cerchi di darsi un contegno. Un mio conoscente, tutte le volte che bluffava, tirava ostentatamente fuori di tasca pennello, crema e lametta, e si faceva la barba fischiando. Naturalmente era nervoso e alla fine della serata si era tagliato la faccia come Frankenstein. Non fate la faccia impassibile: molti dilettanti cercano di bloccare ogni muscolo facciale, col risultato di avere poi effetti secondari rivelatori, come grosse scorregge, per lo sforzo. La stessa cosa vale se avete un poker. L'ideale sarebbe avere sempre lo stesso atteggiamento durante tutta la sera. Un giocatore molto bravo, che conoscevo, appena si sedeva al tavolo si metteva a fare il verso della sirena dell'ambulanza, e tirava di lungo tutta sera senza una pausa. Un altro giocava con baffi e naso alla De Rege, ma si tradiva perché quando aveva un buon punto sveniva.

Stefano Benni (Bar Sport)

Bokassa Rap (da soc.culture.italian)

I giudici se vogliono giudicare bisogna che si facciano eleggere
i giornalisti se vogliono scrivere non devono criticare
i sindacalisti devono alzarsi in piedi quando mi vedono entrare
l'opposizione non deve opporsi se no non vale
e insomma una buona volta lasciatemi lavorare
ho sei ville in Sardegna e le bollette da pagare
e forse dovrei farmi ricoverare
Mi consenta mi consenta senta
c'è troppa anomalia in questa società violenta

I giudici se vogliono restare non ci devono arrestare
la stampa estera l'Italia non la deve riguardare
e io a casa mia mangio con chi mi pare
e insomma Bettino smettila di telefonare
più di quello che ho fatto proprio non lo posso fare
ho sei televisioni sulle spalle da mantenere
e forse mi dovrei far ricoverare
Mi consenta mi consenta senta
c'è troppa finanza in questa società violenta

E i tre saggi se sono saggi non si devono impicciare
e la Rai deve essere complementare
e perdio spiegatemi cosa vuol dire complementare
e non dite che non so l'italiano che mi fate incazzare
e i giudici i processi li devono stipulare
e i giornalisti non devono esageracerbare
e forse mi dovrei far ricoverare
Mi consenta mi consenta senta
c'è troppa poca Fininvest in questa società violenta

E i giudici si alzino in piedi prima di giudicare
e se la mafia mi vota cosa ci posso fare
e il milione di posti l'avevo detto per scherzare
e voglio tremila guardie del corpo che mi devono guardare
e un ritratto di sei metri vestito da imperatore
e che sono fascista non me lo dovete dire
e i giornalisti prima di scrivere si facciano eleggere
e i rigori contro il Milan non li dovete dare
e gli agit-prop vadano in Russia ad agitproppare
e non chiamatemi Bokassa o vi faccio fucilare
e i giudici il paese non lo possono sventrare
e a me gli avvisi di garanzia non li dovete mandare
e forse mi dovrei un po' calmare
ma se io sono Dio cosa ci posso fare
Mi consenta mi consenta senta
no c'è più religione in questa società violenta

(da soc.culture.italian, grazie a Riccardo Scateni, riccardo@crs4.it)

Aforismi di Socrate

Nulla può far danno a un uomo buono, né in vita né dopo la morte.

Il vero sapiente è colui che sa di non sapere.

C'è un solo bene: il sapere. E un solo male: l'ignoranza.

Spòsati: se trovi una buona moglie sarai felice; se ne trovi una cattiva, diventerai filosofo.

Se guardate tutto ciò che viene messo in vendita, scoprirete di quante cose potete fare a meno!

Perché ti meravigli tanto se viaggiando ti sei annoiato? Portandoti dietro te stesso hai finito col viaggiare proprio con quell'individuo dal quale volevi fuggire.

Sposarsi o non sposarsi non è importante. In ogni caso ti pentirai.

Socrate

lunedì 20 aprile 2009

Gli scheletri

Un palermitano cedette alle insistenze di un suo amico e andò a trovarlo nel ridente paese del Nord Iliata dove questi viveva. Un giorno stavano passeggiando in campagna quando l’amico, indicandogli una villa lontana, disse: «Lì abita il Cavaliere». E proprio in quel momento il terreno si aprì e i due sprofondarono in una profondissima buca. Non si fecero niente, ma capirono che sarebbe stato impossibile risalire. Cominciarono a chiamare aiuto, però nessuno accorreva. A un tratto il terreno si smosse ancora e davanti a loro comparve un’apertura che pareva l’entrata di una galleria. Non avevano scelta, la varcarono. Era una galleria infatti, lunghissima, e quel che videro li atterrì. Lungo le pareti c’erano centinaia e centinaia di scheletri, ognuno illuminato da una piccola lampada. Principiarono a percorrerla, tremanti, nel tanfo insopportabile perché ancora da qualche osso pendevano lembi di carne marcia. Camminarono e camminarono sotto lo sguardo delle occhiaie vuote e il ghigno dei teschi. «Madonna santa, ma qua è peggio che nella cripta dei Cappuccini!», balbettò il palermitano. Allo stremo delle forze, dopo aver percorso chilometri, videro una porta. Ansanti, l’aprirono. E si trovarono in una lussuosissima camera da letto. Sbalorditi, si voltarono a guardare da dove erano venuti. Non avevano aperto una porta, ma le ante dell’armadio del Cavaliere.

Andrea Camilleri


Il Cavaliere e la morte

Il Cavaliere, girando campagne e campagne, s’imbatté in una vecchia scheletrica, vestita di nìvuro, con una lunga falce in mano. La riconobbe subito e fece fare uno scarto al suo cavallo.
«Schifosa comunista!», murmuriò.
La Morte era d’orecchio fino e lo sentì. Si mise a ridere.
«Tutte me le hanno dette! Ma comunista mai! Si può sapere perché?».
«E chi è più comunista di te? Tu consideri tutti allo stesso modo, ricchi e poveri, belli e brutti, re e pezzenti! E questo non è giusto, gli uomini non sono eguali. Io, per esempio, sono il Cavaliere, l’uomo più ricco di questo paese, milioni di uomini mi ascoltano, mi seguono...».
«Basta, basta», l’interruppe la Morte che non era né comunista né liberale, ma solo una grandissima carogna, «mi hai convinto. Tu sei degno di un trattamento speciale, avrò un occhio di riguardo. Ti dico l’anno, il mese, il giorno, l’ora, il minuto primo e il minuto secondo della tua morte».
E glielo disse, scomparendo.
Il Cavaliere, paralizzato dallo scanto e incapace di fare altro, cominciò a contare i secondi che passavano, passavano, passavano, passavano…

Andrea Camilleri

Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi

- Ma perché sei vestito cosí? Cosa c'è? Un ballo in maschera di mattina? Il ragazzo era diventato serio: il suo volto triangolare assunse una inaspettata espressione virile. - Parto, zione, parto fra un'ora. Sono venuto a dirti addio. Il povero Salina si sentí stringere il cuore. - Un duello? - Un grande duello, zio. Un duello con Franceschiello Dio Guardi. Vado nelle montagne a Ficuzza; non lo dire a nessuno, soprattutto non a Paolo. Si preparano grandi cose, zio, ed io non voglio restare a casa. Dove del resto mi acchiapperebbero subito se vi restassi. Il Principe ebbe una delle sue solite visioni improvvise: una scena crudele di guerriglia, schioppettate nei boschi, ed il suo Tancredi per terra, sbudellato come quel disgraziato soldato. - Sei pazzo, figlio mio. Andare a mettersi con quella gente. Sono tutti mafiosi e imbroglioni. Un Falconeri dev'essere con noi, per il Re. Gli occhi ripresero a sorridere. Per il Re, certo, ma per quale Re? Il ragazzo ebbe uno di quei suoi accessi di serietà che lo rendevano impenetrabile e caro. - Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?


Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Il Gattopardo - 1958 - Feltrinelli)


Limitiamoci all'Italia d'oggi

Il Parlamento, come è noto, è eletto dal popolo solo formalmente. In realtà è "nominato" da ristrettissimi gruppi, una trentina di persone in tutto; componenti organiche del Palazzo, come lo definiva Pasolini, o del "circolo dei grandi decisori", come gli analisti del potere definiscono i luoghi nei quali un ristretto nucleo di detentori del potere reale assume decisioni che poi vengono ratificate nei luoghi formali del potere istituzionale.
Grazie alla nuova legge elettorale che ha abolito il voto di preferenza, gli elettori non possono scegliere i rappresentanti da eleggere, ma solo ratificare a scatola chiusa le scelte effettuate dall'alto, compresi personaggi impresentabili e pregiudicati.
E' stato spezzato il rapporto con il territorio dei parlamentari, i quali devono subordinarsi, ben sapendo che qualsiasi disobbedienza può essere pagata a caro prezzo mediante futura esclusione dalle liste dei candidati da rieleggere a scatola chiusa. Si è restaurata così la nomina octroyè del Parlamento che veniva graziosamente concessa dai sovrani assoluti prima delle rivoluzioni borghesi.


Saverio Lodato - Roberto Scarpinato (Il ritorno del principe - 2008 - Chiarelettere)

Il bisogno di sentirsi necessaria

"Non so come faccia a resistere. Impazzirei se dovessi sopportare quello che sopporta lei." "Eppure non l'ho sentita mai lamentarsi." "Perchè è così rassegnata?" "Che cosa vede in lui dopotutto? Potrebbe avere qualcosa di molto meglio."
La gente usa dire cose di questo genere a proposito di una donna che ama troppo, osservando quelli che sembrano i suoi nobili tentativi di salvare una situazione apparentemente ben poco soddisfacente per lei. Ma la chiave per spiegare il mistero del sui attaccamento devoto di solito si trova nelle sue esperienze infantili. Quasi tutti, da adulti, continuiamo a comportarci secondo il ruolo che avevamo adottato nella nostra famiglia di origine. Per molte donne che amano troppo, spesso questo ruolo considteva nel negare i propri bisogni personali per cercare di provvedere invece a quelli degli altri membri della famiglia. Forse siamo state costrette dalle circostanze a crescere troppo in fretta, assumendo prematuramente la responsabilità di un adulto, perchè nostra madre o nostro padre erano troppo malati fisicamente o emotivamente per esercitare le funzioni di loro competenza nel modo più opportuno. O forse la morte o il divorzio ci hanno private della presenza di uno dei genitori e noi abbiamo cercato di riempire il vuoto, prendendoci cura sia di fratelli e sorelle sia del genitore rimasto. Forse eravamo diventate la "mammina" di casa, poichè uno era fustrato o in collera o infelice, e l'altro non se ne curava e non mostrava alcuna comprensione, ci siamo trovate nel ruolo di confidenti, e ascoltare i particolari dei loro rapporti ci ha imposto uno stress emotivo troppo pesante. Ascoltavamo perchè avevamo paura delle conseguenze che avrebbe subito il genitore infelice se non lo avessimo ascoltato e temevamo anche di perdere il suo amore se non avessimo accettato il ruolo che ci era stato affibiato. Anche se eravamo troppo immature per questo compito, abbiamo finito per occuparci noi di proteggere loro. Questo accadeva quando eravamo talmente giovani che abbiamo imparato fin troppo bene a prenderci cura di chiunque, ma non di noi stesse. I nostri bisogni d'amore, attenzione, affetto e sicurezza erano ignorati, mentre facevamo finta di essere più forti e meno intimorite, più adulte e meno bisognose di quanto ci sentivamo in realtà. E, essendo riuscite a negare il nostro bisogno disperato di avere qualcuno che si prendesse cura di noi, da grandi abbiamo cercato altre occasioni per fare quello che avevamo imparato tanto bene: preoccuparci dei desideri e delle esigenze di qualcun altro, invece di riconoscere la nostra paura, il nostro dolore e i nostri bisogni ignorati. Abbiamo finto per tanto tempo di essere adulte, chiedendo così poco e dando invece molto, che ormai sembra troppo tardi perchè possa venire il nostro turno di ricevere le attenzioni che non abbiamo mai avuto. Così, continuiamo ad aiutare e aiutare, e a sperare che la nostra paura scompaia e che la nostra ricompensa sarà l'amore.

Robin Norwood (Donne che amano troppo - 1985 - Feltrinelli 2008)

venerdì 17 aprile 2009

L’unico spazio che ci resta per un residuo di sincerità

L’amicizia. O solitudini di massa, ciascuno davanti al suo computer, vittime di bulimia informatica per non perdere neppure un frammento di mondo, o adunate di massa in occasione di concerti, o davanti a maxi-schermi per le partite di calcio, o in piazza San Pietro ad applaudire parole di fede o di speranza, ma non più l’amicizia, che è quel rapporto duale che evita alla solitudine di impazzire e alla gran massa di affogarci. Oggi “amicizia” è diventata una parola che cataloga amori che non si vogliono svelare, rapporti coniugali resi esangui dalla quotidianità, conoscenze utili a scambi di favori, relazioni ipocrite che un giorno possono rivelarsi vantaggiose. Nulla di più, nulla di autentico, ma soprattutto nulla che possa dare espressione a quel bisogno di narrazione, di racconto, di immaginazione, di allusione, di cui si nutre la nostra anima quando nei fatti vuol trovare dei significati, nel dolore un argine, nella gioia una comunicazione, nella monotonia della ripetizione un lampo di novità. Tutto ciò non è possibile nella solitudine dove il dolore dilaga e la gioia resta inespressa, e neppure nella gran massa che concede espressione solo all’applauso o allo slogan, ma unicamente nell’amicizia, dove la parola si fa affabulatoria, immaginifica, confidenziale, segreta e soprattutto fuoriesce dalla “concretezza”, oggi da tutti invocata ed eretta a valore, che altro non è se non un limitarsi del linguaggio, un controllo delle parole, uno stare ai fatti, come richiede il “sano realismo” degli uomini di poche parole, a cui non verrebbe mai in mente di chiedere alla luna “che ci fa in cielo” o a se stessi “che ci fanno qui sulla terra”. In solitudine queste domande restano inespresse o soffocate. In mezzo alla gente che quotidianamente frequentiamo possono generare qualche sospetto, perché sono domande troppo cariche di senso per poterlo esplorare in solitudine, e troppo fuori dall’usuale per poter essere accolte in pubblico come domande “serie”. Eppure queste sono le domande di cui si nutre l’anima, domande poco realistiche ma cariche di simbolismo, per dare spazio alle quali gli antichi greci, accanto al singolare e al plurale, avevano inventato il “duale”, che è lo spazio dell’amicizia, dove ogni parola che rinvia a un’eccedenza di senso non rischia di apparire parola folle, perché l’ascolto dell’amico non è solo un ascolto razionale, ma aperto a tutti gli sconfinamenti di senso, che è prerogativa del cuore. Ma dove trovare il tempo? Si giustificano i più. Non a caso l’amicizia è diffusa tra i giovani che hanno a disposizione tanto tempo, e riprende in età senile quando non si ha null’altro a disposizione che il tempo. Ma che dire di una cultura che concepisce l’amicizia come una “perdita di tempo”? Non inganniamoci. Non è il tempo che ci manca, è la capacità di stare l’uno con l’altro in quella forma intermedia che non è la fusione dell’amore e neppure l’anonimato dei rapporti impersonali perché solo funzionali, è la capacità di muoverci in quella zona di confine tra le prescrizioni della ragione e quegli sprazzi di follia che di continuo attraversano la nostra anima e che solo l’amicizia sa accogliere. Perché proibirci questo spazio? Quale spietata tirannide ci impone di stare ai fatti e a nient’altro che ai fatti? Tra l’anonimato del pubblico e la solitudine del privato vogliamo conservare quello spazio intermedio, propiziato dall’amicizia, che ricuce quella dissociazione a cui la nostra cultura ci costringe quando ci obbliga a non essere mai in pubblico quel che veramente siamo, e a vergognarci un po’in privato delle nostre pubbliche performance. Tuteliamo l’amicizia. Forse è l’unico spazio che ci rimane per un residuo di sincerità, una sorta di riunificazione con noi stessi dalla dissociazione che ci è imposta, una forma di autoriconoscimento secondo quel modulo che Platone ci indica là dove dice: “Se uno, con la parte migliore del suo occhio guarda la parte migliore dell’occhio dell’amico, vede se stesso”. A meno che ciascuno non sia diventato per se stesso il maggior ingombro da evitare, qualcuno con cui non si sa che rapporti avere, qualcuno da evitare, quando non da affogare con le cose da fare, per non trovarci mai a tu per tu con questo sconosciuto che lo sguardo accogliente dell’amico potrebbe incominciare a raccontare, a delinearne i contorni, a propiziarci l’incontro. È infatti la scoperta di noi quello che l’amicizia favorisce e propizia.

Umberto Galimberti (La Repubblica - 24 giugno 2006)

giovedì 16 aprile 2009

Mauro Masi (Direttore Generale RAI)

Biografia ufficiale:

Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana (dal 22/04/2004).
Nato a Civitavecchia (Roma) il 26 agosto del 1953, è sposato ed ha due figli. Nel 1977 si laurea in giurisprudenza con 110 e lode a Roma con una tesi in economia politica, relatore il professor Giuseppe Di Nardi.
Ancora nel 1977 ottiene un diploma di merito come "tecnico della programmazione economica" presso la scuola di Sviluppo Economico dell'Unione Camere di commercio, Industria e Artigianato di Roma.
Nel 1978 si diploma alla Scuola di direzione aziendale della Università Bocconi di Milano in "Gestione e controllo dell'attività bancaria", quindi continua gli studi in America, prendendo un master a Washington in "Tecnica e analisi economica" presso l'IMF Institute.
E' del 1990 un diploma alla Harward Law School presso il Salzburg/Seminar.
Nel 1978, dopo la vincita di un concorso per la carriera direttiva, entra in Banca d'Italia lavorando nell'Ufficio di Vigilanza Bancaria della sede di Milano; dal 1982 al 1988 passa prima all'Ufficio Stampa e successivamente è nominato Dirigente nell'Ufficio di Collegamenti Internazionali della Segreteria Particolare del Direttorio della Banca d'Italia stessa.
Dal 1988 al 1990 è distaccato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri dove è nominato consigliere per la comunicazione economica.
Tra il 1990 e il 1994 è in Banca d'Italia.
Nel maggio del 1994 è nominato Capo della segreteria particolare del Ministro del Tesoro, Direttore dell'ufficio stampa e portavoce del Ministro.
Dal 1995 al 1996 è direttore dell'ufficio stampa della Presidenza del Consiglio e portavoce dell'allora Presidente Lamberto Dini.
Nel 1996 è nominato Capo del Dipartimento per l'Informazione e l'Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nell'ambito di tale incarico è membro del comitato per la politica dell'informatica e delle telecomunicazioni della Presidenza del Consiglio, vice presidente del comitato per un codice di autoregolamentazione su TV e minori. E' estensore della legge che modifica e integra la legge sul diritto d'autore (248/2000); della nuova legge sull'editoria (62/2001), di cui è membro del comitato sulla riforma; della legge sui nuovi punti vendita dei prodotti editoriali (108/1999 da cui il decreto legislativo 170/2001).
Cura le direttive di applicazione della legge 150/2000 sulla comunicazione istituzionale e gli uffici stampa.
Nel gennaio 1998 gli è stato conferito il premio per il "Miglior Comunicatore professionale dell'anno 1997" da parte del Gruppo Pubblicità Italia .
Dal gennaio 1999 al luglio 2005 è stato titolare del corso di "Economia e Organizzazione delle Imprese Editoriali" presso la facoltà di Sociologia/Scienze della Comunicazione dell'Università La Sapienza di Roma.
E' stato vicepresidente della Commissione che ha realizzato la "Campagna di informazione nazionale straordinaria sull'introduzione dell'euro"
Dal maggio del 1999 a giugno 2003 è stato Commissario straordinario della SIAE: da un deficit di 28 milioni di euro, riporta in attivo la Società con un utile di 5 milioni di euro. I risultati li ottiene non solo con un contenimento drastico dei costi di gestione, ma anche procurando alla SIAE un nuovo importante accordo con il Ministero delle Finanze (con la Finanziaria 99 l'abolizione dell'imposta sugli spettacoli che la SIAE riscuoteva per conto dello Stato dal 1921 aveva più che dimezzato gli introiti della Società), con l'Enpals e l'Inps per il recupero dei contributi previdenziali per i lavoratori dello spettacolo, con l'Unidim (l'unione che raggruppa le maggiori case di distribuzione cinematografica), con la RAI per la riscossione dei canoni speciali dei pubblici esercizi.
Nel luglio del 2001 è nominato Vice Segretario Generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Nel dicembre 2002 come Commissario Straordinario della SIAE, è stato eletto Presidente di "FastTrack", un'alleanza tra le società che producono il 60% dei diritti d'autore incassati nel mondo e rappresentano oltre 500.000 autori, nata nel 2001, con sede a Parigi. Membri fondatori di "FastTrack-The digital Copyright Network" sono, oltre alla SIAE, l'americana BMI, la tedesca GEMA, la francese SACEM e la spagnola SGAE.
Successivamente all'alleanza, che ha come scopo il coordinamento internazionale della gestione del diritto d'autore, si sono unite l'austriaca AKM, la belga SABAM e la svizzera SUISA.
Dal maggio 2003 è componente del gruppo di lavoro interno quale esperto per la comunicazione e l'informazione della Commissione Intergovernativa per la nuova linea ferroviaria Torino-Lione presieduta dall'ing. Sergio Pininfarina.
Nel giugno 2003 è nominato coordinatore dell'Unità operativa di coordinamento per le attività che rilevano per la Presidenza del Consiglio dei Ministri in relazione al Semestre italiano di Presidenza dell'UE.
Nel novembre 2003 è nominato componente del Consiglio generale, del Consiglio di amministrazione e del Comitato amministratore della Gestione separata dell'Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani.
Dal maggio 2004 è membro, in qualità di "alternate" del Ministro dell'Innovazione Lucio Stanca della TASK Force dell'ONU per l'implementazione di Internet sui Paesi in via di sviluppo.
Nel marzo del 2005 è nominato Segretario Generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri dal Presidente On. Silvio Berlusconi. Nel novembre del 2005 è nominato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Rosselli.
Nel novembre del 2005 è nominato membro del Consiglio superiore delle Comunicazioni. Nel maggio del 2006 è nominato Capo di Gabinetto del Vice Presidente del Consiglio dei Ministri On. Massimo D'Alema.
Nel novembre del 2006 è nominato Delegato italiano per la proprietà intellettuale dal Vice Presidente del Consiglio On. Massimo D'Alema. Titolare del corso di insegnamento "Diritto d'Autore e della Concorrenza tra i Media" presso l'Università Vita Salute - S. Raffaele di Milano - anno accademico 2006-2007 e anno accademico 2007-2008.
Dal gennaio 2007 Presidente dell'Organismo di Vigilanza ex D.Leg. 231/2001 dell'Istituto Luce S.p.A. Nel maggio del 2008 è nominato Segretario Generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri dal Presidente On. Silvio Berlusconi.

Pubblicazioni:

  • "Il Protezionismo siderurgico nello sviluppo economico italiano dall'unità ai nostri giorni" su Rivista Finsider n. 3, 1977.
  • "Una funzione econometrica degli investimenti fissi nel settore privato" su Cooperazione di Credito n. 65-66, 1979.
  • "La curva di Laffer e la Supply-Side Economics" su Rivista Internazionale di Scienze Sociali n. 15, 1982.
  • "Problemi economici e finanziari nella crisi cinese" su Bancaria n. 9, 1989.
  • "Sviluppi economici e politici nella Cina Popolare ad un anno da Piazza Tien An Men" su Rivista di Diritto Valutario e di Economia Internazionale, settembre 1990.
  • "La conversione del debito internazionale per la conservazione dell'ambiente" su Bancaria n. 6, 1990.
  • "Economia in transizione: il ritorno al mercato nei Paesi dell'Est Europeo e in America Latina" su Rivista di Economia Internazionale, giugno 1991.
  • Autore dell'Appendice IV e V del Volume "La Banca d'Italia e i problemi del governo della moneta" Aut.Vari, Banca d'Italia, 1994.
  • "Il debito 'salvambiente'" Sole 24 Ore - 24 gennaio 1995.
  • "Uno scudo giuridico sulla proprietà intellettuale" Sole 24 Ore - 5 settembre 1996.
  • "Lo Stato? E' scarsissimo in Pr" Corriere della Sera - 27 gennaio 1997.
  • " TV, nasce il Decalogo anti-violenza" la Stampa - 17 aprile 1997.
  • "Istituzioni 'aperte' alla comunicazione" Sole 24 Ore - 1 agosto 1997.
  • "Nella società dell'informazione servono nuovi istituti giuridici" Il Sole 24 Ore - 31 dicembre 1997.
  • Coordinatore del Rapporto "Per una riforma della legislazione sull'editoria" edito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
  • "Metti l'informatica tra scrittore ed editore" Il Mondo - 6 novembre 1998.
  • Curatore del volume "La convergenza dell'Italia verso l'UE" edito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
  • "Diritti (e rovesci) dei musicisti presi nella Rete" Il Sole 24 Ore - 17 maggio 2000.
  • Autore e curatore del volume "L'autore nella Rete" - Editore Guerini & Associati nella Collana alf@net-.
  • "Chi può permettersi la curva di Laffer" Milano Finanza 1° maggio 2004
  • "La pirateria, peccato veniale? No, un crimine " sul Sole 24 ore 8 febbraio 2007
  • Autore del volume "Crimes, computers e videotapes Gli Autori e le Reti ed. "Il sole 24 ORE" novembre 2007.
http://www.governo.it/Presidenza/biografia_segretario.html

Indro Montanelli: "L'Italia di Berlusconi è la peggiore mai vista"

Sembra essere diventato il nemico numero uno del Polo. Berlusconi gli dà del bugiardo e dell'ingrato, Fini lo descrive come l'ennesimo giornalista "strumentalizzato" dalla sinistra, i giornali della destra portano il suo nome nei titoli di testa in prima pagina. La sua "colpa" è il tradimento: ha dichiarato di votare per il centrosinistra, ha partecipato alla trasmissione di Santoro, dove - capo d'imputazione gravissimo - ha persino dato ragione alla ricostruzione fatta da Marco Travaglio sulle vicende del Giornale. Indro Montanelli ha risposto con le sue armi: un editoriale al veleno sul Corriere della sera in cui restituisce l'accusa di mendacio al Cavaliere, gli replica punto per punto e chiosa: "Chiagne e fotte, dicono a Napoli dei tipi come lui. E si prepara a farlo per cinque anni di seguito". Dopo l'articolo, da ieri mattina il suo telefono non ha fatto che suonare.
"La cosa più impressionante - racconta Montanelli - sono state le telefonate anonime. Ne sono arrivate cinque una dopo l'altra, tre delle quali di donne. Non so chi avesse dato loro il mio numero, che è assolutamente introvabile. Dicevano tutte la stessa cosa: delle invasate che urlavano: lei che per vent'anni ha mangiato alla mensa di Berlusconi! Io, capirai? Come se io fossi stato mantenuto da Berlusconi".
Insomma, siamo alle minacce.
"Veramente la scoperta che c'è un'Italia berlusconiana mi colpisce molto: è la peggiore delle Italie che io ho mai visto, e dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime. L'Italia della marcia su Roma, becera e violenta, animata però forse anche da belle speranze. L'Italia del 25 luglio, l'Italia dell'8 settembre, e anche l'Italia di piazzale Loreto, animata dalla voglia di vendetta. Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l'avevo vista né sentita mai. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo".
Lei sembra veramente spaventato.
"No, spaventato no: piuttosto sono impressionato, come non lo ero mai stato. Va bene, mi dicevo, succede anche questo: uno dei tanti bischeri che vengono a galla, poi andrà a fondo. Ma adesso sono davvero impressionato, anche se la mia preoccupazione è molto mitigata dalla mia anagrafe. Che vuole, alla mia età preoccuparsi per i rischi del futuro fa quasi ridere".
Ma lei è sicuro che la partita elettorale sia già giocata? Il centrosinistra non ha nessuna possibilità di battere Berlusconi?
"Guardi: io voglio che vinca, faccio voti e faccio fioretti alla Madonna perché lui vinca, in modo che gli italiani vedano chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, Berlusconi anche al Quirinale, Berlusconi dove vuole, Berlusconi al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L'immunità che si ottiene col vaccino".
Lei, Montanelli, oggi è diventato il problema politico principale del centrodestra. Da qualche giorno il suo nome è al centro delle dichiarazioni degli uomini del Polo.
"E' strano: io non avevo mai preso parte alla campagna di demonizzazione: tutt'al più lo avevo definito un pagliaccio, un burattino. Però tutte queste storie su Berlusconi uomo della mafia mi lasciavano molto incerto. Adesso invece qualsiasi cosa è possibile: non per quello che succede a me, a me non succede nulla, non è che io rischi qualcosa, è chiaro. Quello che fa male è vedere questo berlusconismo in cui purtroppo è coinvolta l'Italia e anche tante persone perbene.".
Tutta questa polemica è nata dal programma di Luttazzi. Lei vede programmi di satira politica in televisione? Come li giudica?
"Ne vedo, come no. Beh: l'unico modo per combattere questa cosa è la satira. Che sia sempre fatta bene però non direi, molto spesso è volgare anche quella. Ma forse è peggiore la facilità, la spontaneità con cui Berlusconi mente, e con cui le sue menzogne, a furia di ripeterle, evidentemente vengono bevute dagli altri. Lui racconta a modo suo la fine della mia direzione al Giornale, il giorno dopo la mia uscita, quando non ho potuto certamente influire più sulla stesura della cronaca. Paolo Granzotto scrisse un resoconto di come erano andate le cose. Ecco: andatevi a rileggere quella cronaca, coincide esattamente con le cose come le ho raccontate io. Berlusconi sostiene che io ero al Giornale sognando di farne un altro: non sta né in cielo né in terra. Questa menzogna è semplicemente una scemenza: quanta volgarità, quanta bassezza".

LAURA LAURENZI (26 marzo 2001)

Vauro Senesi

Biografia

Vauro è stato allievo di Pino Zac, con il quale nel 1978 ha fondato Il Male. Dal 1986 al 2006 è stato editorialista e vignettista de il Manifesto, collaborazione che prosegue tuttora in maniera più saltuaria. Le sue vignette sono state pubblicate sulle più importanti testate italiane e estere: Satyricon, Linus, Cuore, I Quaderni del Sale, L'Echo des Savanes, El Jueves e Il Diavolo. È stato direttore del settimanale satirico Boxer, collaboratore del Corriere della Sera e di Smemoranda. Nel 1996 ha vinto il Premio di Satira politica di Forte dei Marmi.
Attualmente è vignettista e inviato di PeaceReporter.net e collabora con la ONG Emergency, occupandosi dell'informazione e della comunicazione. È membro del Comitato Centrale del Partito dei Comunisti Italiani.
Nel 1994 è stato querelato dalla senatrice Maria Elisabetta Alberti Casellati per una vignetta pubblicata sul settimanale Il Venerdì di Repubblica, insieme al direttore responsabile del periodico. È stato assolto nel 1998 con sentenza di terzo grado[1].
Nel 1997 è condannato per vilipendio alla religione cattolica dal tribunale di Roma per una vignetta offensiva apparsa sul quotidiano il Manifesto.[2]
Dal 14 settembre 2006 è ospite fisso, assieme a Marco Travaglio, nella trasmissione televisiva di informazione Annozero condotta da Michele Santoro, cui contribuisce leggendo una serie di vignette nei minuti finali di ogni puntata. Alla fine dello stesso anno aderisce alla mostra di vignette satiriche MafiaCartoon organizzata dall'ARCI.
Nel 2008 ha presenziato a mostre di fumetti, sempre in collaborazione con l'ARCI, in Sicilia, ad Agrigento, riscuotendo sempre più consensi per la critica sulla satira politica.
Il 15 aprile 2009 viene sospeso dalla RAI per una sua vignetta (visionabile qui) riguardante il terremoto in Abruzzo mostrata nella trasmissione di RAI 2 Annozero (nella quale, con la frase "Aumento delle cubature. Dei cimiteri", si sfruttava la mortalità connessa con il sisma per ironizzare sull'aumento di spazio abitativo previsto dal decreto Berlusconi) ritenuta «gravemente lesiva dei sentimenti di pietà dei defunti e in contrasto con i doveri e la missione del servizio pubblico».[3] La sua sospensione causa diverse critiche, sia da esponenti non politici come Sabina Guzzanti e Beppe Grillo, sia da esponenti politici come Dario Franceschini e Antonio Di Pietro, leader rispettivamente di PD e Italia dei Valori. [4]


  1. ^ Articolo del Corriere della Sera del 30 dicembre 1998
  2. ^ Corriere della Sera del 23 dicembre 1997 Vignetta su Gesu' , Vauro condannato per vilipendio.
  3. ^ La Repubblica 15/04/2009 Vauro sospeso per vignetta su cimiteri
  4. ^ Corriere della Sera, url consultato il 16-04-2009

2009_04_16 - http://it.wikipedia.org/wiki/Vauro


Il discorso di insediamento di Berlusconi alla Camera

«Signor Presidente,
Onorevoli colleghi.
Il lavoro che ci aspetta per ridare fiducia e slancio all’Italia richiede ottimismo e spirito di missione. Gli elettori hanno raccolto e premiato il nostro comune appello a rendere più chiaro, più efficiente e controllabile il governo del Paese. Hanno ridotto drasticamente la frammentazione politica e hanno scelto con nettezza una maggioranza di governo e una opposizione, ciascuna con le proprie idee e passioni, ciascuna con la propria leadership. Il voto è stato un messaggio univoco alla classe dirigente, è stato la prima grande riforma di tante altre che sono necessarie.
Gli italiani hanno preso la parola. Hanno messo a tacere con la loro voce sovrana il pessimismo rumoroso di chi non ama l’Italia e non crede nel suo futuro. Hanno respinto insidiose campagne di sfiducia astensionista o di protesta qualunquista e hanno partecipato generosamente al momento più alto di una democrazia liberale moderna. E hanno detto: noi vi mettiamo in grado di risollevare il Paese, sta a voi non deluderci.
Dividetevi, hanno detto i cittadini, ma non ostacolatevi slealmente. Combattetevi anche, ma non in nome di vecchie ideologie. Prendete democraticamente le decisioni necessarie a risalire la china, rispettate il dissenso e tutelate le minoranze, che si esprimono dentro e fuori del Parlamento, ma dateci stabilità e impegno nell’azione di governo.
Fate uno sforzo comune perché chi governa e chi esercita il controllo parlamentare sul governo possano fare, ciascuno nel suo ambito, il proprio mestiere. Fate funzionare le istituzioni della Repubblica, ci hanno ordinato gli elettori, riducete l’area della vanità e della cosiddetta visibilità della politica dei partiti, realizzate quanto avete promesso di realizzare, e realizzatelo in fretta. Perché una cosa è sicura: l’Italia non ha più tempo da perdere.
Nella società italiana è maturata una nuova consapevolezza, dopo anni difficili e per certi aspetti tormentati. Si respira un nuovo clima, che si esprime nella nuova composizione delle Camere chiamate oggi a discutere della fiducia al governo. La parte maggiore dell’opposizione ha creato un suo strumento di osservazione e di interlocuzione con il governo: il gabinetto ombra di tradizione anglosassone, che può essere d’aiuto nel fissare i termini della discussione, del dissenso e delle eventuali convergenze parlamentari, in particolare sulle urgenti e ben note modifiche da apportare al funzionamento del sistema politico e costituzionale. L’aspirazione generale è che un confronto di idee e di interessi anche severo, anche rigoroso, non generi nuove risse ma una consultazione alla luce del sole, un dialogo concreto e trasparente, e poi scelte e decisioni ferme che abbiano riguardo esclusivamente agli interessi del Paese.
Il Capo dello Stato ha definito in maniera impeccabile, citando l’opera e il pensiero di quel grande liberale che fu Luigi Einaudi, i termini della dialettica tra le istituzioni, e in particolare tra la presidenza della Repubblica e la guida del governo.
Tutte le condizioni sono riunite perché il Parlamento recuperi per intero la fiducia dei cittadini, lavorando seriamente e a pieno ritmo.
Il Paese non ci chiede compromessi al ribasso, confabulazioni segrete o mercanteggiamenti, ci spinge invece ad assumerci ciascuno la nostra parte di responsabilità con un metodo e una cultura che mettano il rispetto al posto della faziosità, che mettano una polemica vivace al posto della guerriglia paralizzante, che mettano la bellezza della politica capace di cambiare le cose e di migliorarle al posto della demagogia, del chiacchiericcio, del teatrino e dell’inganno.
Noi faremo la parte che un forte consenso democratico ci ha assegnato. Non abbiamo promesso miracoli, ma intendiamo realizzare piccole e grandi cose. Partiremo da interventi di alto valore, insieme simbolico e concreto, come quelli che definiremo nel prossimo Consiglio dei Ministri che terremo a Napoli.
Punto primo. Lo scandalo dei rifiuti non smaltiti deve finire e finirà.
Nessun grande Paese può convivere a lungo con una simile ferita al suo ambiente, all’igiene pubblica e al prestigio della sua immagine dentro e fuori i confini della nazione.
Punto secondo. La casa è un bene primario intorno al quale prendono radici l’identità familiare, la capacità lavorativa e la stessa identità sociale stabile dei cittadini, e la tassazione sulla prima casa va definitivamente cancellata.
Punto terzo. Il reddito di chi lavora va sostenuto anche dalla fiscalità generale, soprattutto in una fase in cui il divario tra prezzi e potere d’acquisto dei salari e degli stipendi si è fatto in certi casi intollerabile, e chi si impegna a lavorare di più e a contribuire alla competitività delle imprese va incoraggiato con una sensibile detassazione dei suoi guadagni.
Punto quarto. La sicurezza della vita quotidiana deve essere pienamente ristabilita con norme di diritto e comportamenti preventivi e repressivi delle forze dell’ordine che siano in grado di riaffermare la sovranità della legge sul territorio dello Stato.
Noi non cavalchiamo la paura, al contrario: noi vogliamo liberare dalla paura i cittadini, e in particolare le donne e gli anziani. Coloro che sollevano obiezioni di merito ragionevoli saranno ascoltati, ma sbaglia gravemente chi nega la prima regola di una grammatica della democrazia: questa regola dice che la sicurezza è un sinonimo della libertà, e che è proprio sulla tutela della sicurezza individuale che si fondano il patto di unione dei cittadini e la stessa legittimazione del potere pubblico.
Signor Presidente
Onorevoli colleghi
Non mi attarderò sul lungo elenco delle cose da fare. E non ripeterò punto per punto gli impegni del programma: lo abbiamo presentato agli elettori e quella sarà, giorno dopo giorno, l’agenda per l’azione di governo. Non vi annoierò perciò con lunghi e pomposi discorsi di carattere settoriale. Avremo modo di confrontarci spesso in Parlamento nell’immediato futuro, e i ministri del governo che ho l’onore di presiedere sono a disposizione delle Commissioni Permanenti per ogni genere di chiarimenti.
Vorrei piuttosto collegare tutti i temi cruciali che abbiamo di fronte, anche al di là dei primi adempimenti di cui ho già parlato, alla vera grande questione che può determinare una svolta dal pessimismo paralizzante che circola oggi a quel vitale ottimismo e a quello spirito di missione comune di cui ho parlato all’inizio. Questo Paese deve rialzarsi, nel senso che ha tutte le potenzialità per rimettersi rapidamente in corsa e per tagliare il traguardo decisivo di un nuovo tempo della Repubblica: il tempo della crescita.
Il problema principale del nostro Paese è di ricominciare a crescere dopo una lunga fase, e deludente, di riduzione delle prestazioni del nostro sistema economico e sociale. La crescita non è solo un parametro economico, è un metro di misura del progresso civile di una nazione. Crescere non significa soltanto produrre più ricchezza e mettersi in condizione di redistribuirla meglio attraverso quel circolo virtuoso di responsabilità e di libertà che un mercato ben regolato può garantire.
Crescere significa anche rilanciare il Paese e i suoi talenti, significa formare nuove generazioni di lavoratori altamente qualificati, significa dare una “frustata” vitale alla ricerca e all’istruzione, significa ricominciare a padroneggiare il proprio destino senza lasciare indietro nessuno.
Crescere vuol dire ascoltare il grido di dolore che si leva dal nord e dai suoi standard europei di lavoro e di produzione, vuol dire incentivare forme di autogoverno federalista indispensabili a un’evoluzione unitaria della Repubblica, a partire dal federalismo fiscale solidale.
Crescere significa promuovere il sud del Paese considerandolo come una formidabile risorsa per lo sviluppo e sradicare il peso delle cattive abitudini e della criminalità organizzata, la vera nemica della libertà, della sicurezza e del futuro del Mezzogiorno italiano, a vantaggio della libera creatività e della voglia di fare di tante intelligenze e volontà di cui sono ricche le regioni meridionali.
Crescere significa rinnovare il paesaggio delle nostre infrastrutture, significa tornare ad essere un sistema di convenienze per gli investimenti degli altri paesi del mondo, significa fornire a tutti gli italiani un nuovo potere di conoscenza e di uso delle tecnologie, significa ringiovanire l’Italia e farla uscire dal rischio della denatalità.
Crescere significa promuovere la famiglia come nucleo di spinta dell’intera organizzazione sociale, significa dare alle donne nel lavoro e negli altri ruoli sociali, un sostegno per la loro autonomia, significa rimuovere le cause materiali dell’aborto e varare un grande piano nazionale per la vita e per la tutela dell’infanzia, destinando nuove e consistenti risorse al fine di incrementare lo sviluppo demografico.
Crescere vuol dire aumentare la nostra capacità di scambio con il resto del mondo, vuol dire assorbire e integrare con ordine e saggezza le migrazioni interne ed esterne alla comunità di paesi europei di cui facciamo parte, senza lasciarci penetrare da un senso oggi avvertibile di sconfitta e di chiusura di fronte alle difficoltà e ai rischi dell’immigrazione selvaggia e non regolata, e restando padroni in casa nostra ma fieri dell’antico spirito di accoglienza e dell’antica capacità di integrazione del nostro popolo.
Crescere vuol dire esportare le nostre capacità, salvaguardare il posto delle nostre imprese nei mercati, crescere vuol dire aprire e modernizzare la mentalità con cui affrontiamo i problemi della salute, del benessere, della battaglia per una seria e non retorica tutela dell’ambiente, i problemi della cultura e della preziosa eredità di esperienza, di pensiero e di vita che abbiamo alle spalle e che è garanzia del nostro futuro.
Crescere vuol dire rivalutare il lavoro, renderlo più sicuro e qualificato, vuol dire fare subito e bene tutto ciò che è necessario per mettere fine alla infinita, dolorosa e inaccettabile teoria delle morti bianche.
Crescere vuol dire contrastare la rassegnazione ad alcune forme di precariato particolarmente instabili e penalizzanti, ma senza ripararci nella logica del posto fisso e mal pagato, dell’immobilità sociale, della pigrizia educativa, della tolleranza verso forme abusive di mancato impegno nella realizzazione del lavoro come vocazione e come missione nella vita personale, particolarmente in alcuni settori della pubblica amministrazione.
Per crescere dobbiamo affrontare una situazione difficile dei mercati finanziari, sfruttando la posizione di relativo vantaggio del nostro sistema bancario e chiedendo agli istituti di credito uno sforzo comune, uno sforzo aperto alla giovane impresa, alle giovani famiglie, al popolo dei consumatori e dei risparmiatori, per rendere sempre più libera, sempre più coraggiosa e orientata verso la promozione degli utenti e dei consumatori la grande rete dell’economia italiana.
Dobbiamo fare una politica estera e di cooperazione allo sviluppo che sia idonea ad assicurare la capacità contrattuale del nostro sistema nel turbolento mercato delle materie prime, senza mai rinunciare a far sentire e a far pesare la nostra voce in Europa e nel mondo.
Dobbiamo anche impedire, attraverso una tutela non protezionistica dei nostri interessi, che forme sleali di concorrenza stravolgano il mercato globalizzato e ledano gli interessi dei lavoratori italiani e della classe media, interessi che siamo chiamati a difendere con intelligenza e con lungimiranza.
Dobbiamo tenere i conti in ordine, ridurre il peso del debito pubblico in proporzione al fatturato del Paese. Dobbiamo accrescere la volontà e la capacità di contrastare l’evasione fiscale, ristabilendo però il principio liberale secondo il quale le tasse non sono “belle in sé” e neppure un tributo moralistico al potere indiscusso dello Stato. Le imposte sono il corrispettivo che i cittadini devono allo Stato per i servizi che ricevono e sono quindi il presupposto e la garanzia del buon funzionamento dei servizi pubblici e la tutela di un equilibrio sociale responsabile, mai punitivo verso chi produce la ricchezza da ridistribuire con equità.
Dobbiamo contrastare il calo di competitività del sistema economico mettendo l’insieme del Paese che lavora e produce al passo con quelle splendide imprese italiane che si sono ristrutturate in questi anni, che hanno affrontato le sfide competitive della globalizzazione e della liberalizzazione dei mercati con animo intrepido e con successo, con inventiva, con amore per il lavoro ben fatto.
Dobbiamo colpire i corporativismi e le chiusure difensive che in passato hanno tutelato soltanto i bisogni castali di un sistema assistenziale e dirigista che non ha fiducia nella libertà e nell’autonomia della società.
Dobbiamo risolvere positivamente, contemperando l’interesse nazionale e le regole del mercato, una rilevante questione industriale come la crisi dell’Alitalia, senza svendere e senza rinazionalizzare, facendo appello al contributo decisivo della finanza e dell’impresa italiane, che hanno tutto da guadagnare e niente da perdere da un Paese più moderno ed efficiente, e da un sistema di infrastrutture e di trasporti adeguato ai bisogni e al rango della nostra economia.
La crescita della prosperità e del ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo, nel segno della responsabilità occidentale e della ricerca di vie credibili alla pace, saranno la bussola della nostra politica come Paese fondatore del progetto europeo, come grande nazione mediterranea naturalmente chiamata alla cooperazione tra le due sponde del nostro mare, e come pilastro dell’amicizia tra Europa e Stati Uniti d’America.
Solo un Paese in crescita, che dia segnali chiari di uno slancio e di un metodo nuovi per affermare la sua presenza sulla scena mondiale, può rinsaldare le proprie ambizioni, può sostenere le imprese di pacificazione e di promozione della libertà in cui sono impegnati migliaia di soldati italiani nel mondo, di cui siamo orgogliosi e a cui il Parlamento Italiano manda ancora una volta il suo ringraziamento più forte e più sentito. Soltanto un Paese in crescita può impegnarsi in una tessitura diplomatica multilaterale che avrà nell’Europa uscita dal trattato istituzionale appena varato a Lisbona il suo motore e il suo spazio di azione.
E’ nostro vitale interesse ridurre i focolai di tensione in medio oriente e contribuire alla più strenua difesa dell’esistenza e dell’identità storica di Israele, il cui diritto alla pace si specchia nel diritto indiscutibile dei palestinesi alla costruzione di uno Stato indipendente e di una democrazia capace di sradicare ogni forma di intolleranza fondamentalista e di violenza.
Signor Presidente
Onorevoli colleghi
La riforma dettata dal voto del 13 e del 14 di aprile ha lineamenti che ai miei occhi, e non solo ai miei occhi, risultano chiarissimi.
Innanzitutto nuova moralità nella politica e contrasto fermo e deciso nella piena unità civile del Paese nei confronti della criminalità organizzata.
Riduzione di ogni forma di privilegio indebito e lotta a ogni forma di spreco del denaro pubblico.
Efficienza nella spesa, riduzione del costo della pubblica amministrazione e moderazione nelle pretese fiscali dello Stato, che deve riuscire a semplificare e ridurre, sensibilmente e gradualmente, la pressione delle imposte sull’apparato produttivo e sui redditi familiari.
Sicurezza dei cittadini e affermazione di una giustizia che abbia risorse e personale adatti a un moderno Stato di diritto. E qui il mio pensiero, riconoscente, il nostro pensiero va alle Forze dell’Ordine e ai tanti magistrati che compiono in silenzio il proprio dovere.
Per realizzare questo progetto di riscatto e di rilancio occorre che una volontà comune proceda a modifiche istituzionali che oggi, dopo la lunga fase di divisione del passato, sono sostanzialmente condivise da una larga maggioranza in questo Parlamento.
L’elenco è noto, e un lavoro comune di definizione legislativa è stato già fruttuosamente compiuto. Il rafforzamento dei poteri dell’esecutivo e della sua guida, contestuale a un robusto incremento della capacità di controllo delle assemblee elettive, anche attraverso modifiche dei regolamenti parlamentari.
La diminuzione sensibile del numero degli eletti e la definizione di compiti diversi per le due Camere.
Un assetto federalista dello Stato che superi le difficoltà incontrate con la riforma del titolo V della Costituzione.
Una riconsiderazione attenta e condivisa della legge elettorale, anche nella prospettiva del referendum pendente per la prossima primavera.
Noi siamo a disposizione, noi siamo pronti.
Il dialogo può e deve cominciare da subito, non appena il governo sarà nel pieno possesso delle sue attribuzioni, all’indomani del voto di fiducia che vi chiediamo e che ci attendiamo da voi. Nessuno deve sentirsi escluso.
Nella mia ormai consistente esperienza della vita pubblica e politica, seguita agli anni spesi nell’impegno di costruire impresa e ricchezza sociale, ho avuto qualche delusione e molte soddisfazioni. Non sono e non sono mai stato un uomo solo al comando. Ho sempre avuto fortissimo il senso della squadra, delle relazioni personali all’insegna della gentilezza e del garbo che sono i veri giacimenti culturali dell’identità italiana, all’insegna della solidarietà e della compattezza di un lavoro tipicamente collettivo com’è quello di guidare lo Stato. Ho sempre cercato di mostrare e di praticare, anche quando su di me soffiava il vento dell’acrimonia personale e la bufera della faziosità, il massimo possibile di rispetto per gli avversari politici.
Non solo intendo continuare in questo sforzo, qualche volta fallito forse anche per una mia stanchezza o disattenzione, ma vorrei che questa disponibilità divenisse una regola, una buona, nuova regola della politica italiana. Non per sopire, non per troncare, non per ottundere il dibattito democratico e il confronto civile, e talvolta anche lo strappo radicale, ma per preservare istituzioni e popolo dalla litigiosità inutile, da quel senso di vacuità e di monotona ripetitività che delegittima la politica agli occhi della stragrande maggioranza degli italiani.
Con tutti i difetti della prima Repubblica, una volta in Parlamento si era capaci di recitare i sonetti di Guido Cavalcanti per rafforzare un argomento, si era abili nel giocare di fioretto un attimo dopo aver tirato sciabolate, e illustri padri costituenti sapevano temperare le asprezze della guerra fredda con l’ironia, persino con l’umorismo comunque con quel reciproco riconoscimento di valore senza il quale non esiste una vera classe dirigente.
Lo scontro per così dire “antropologico”, tra diverse classi di umanità che si ritengono incomponibili e irriducibili, è ormai alle nostre spalle, deve restare alle nostre spalle.
Abbiamo finalmente realizzato l’alternanza di forze diverse alla guida del governo, sottomettendoci alla logica del consenso e imparando con fatica che la Repubblica, i luoghi della sua memoria, i simboli della sua storia, sono patrimonio comune di tutti gli italiani, anche di quelli che si sono battuti per molti anni da parti opposte della barricata della storia.
Facciamo tesoro di questa aria nuova, respiriamola a pieni polmoni. Se un governo è messo in grado di decidere, nel rispetto del mandato che gli hanno conferito gli elettori, non ha interesse a comportarsi in modo invasivo, a considerare colleghi e avversari come nemici.
Se un’opposizione non trova intralci alla sua delicata funzione di controllo, se è messa in grado di costruire un suo progetto alternativo, non avrà interesse alcuno a mostrare un profilo negativo e muscolare in modo sistematico e irriflessivo, trasformando in cattiva propaganda la buona politica.
Le sfide, signor Presidente, cari colleghi, sono sempre anche delle scommesse, degli azzardi. E ad aiutare tutti noi, invochiamo l’aiuto di Dio. Speriamo anche di avere fortuna. Ma la fortuna, lo sappiamo bene, non viene incontro a chi fa vita pubblica se non è incoraggiata, invitata con pazienza, forse anche sedotta e ammaliata da una buona dose di coraggio e di virtù.
Con forte responsabilità ma anche con grande gioia per il compito che gli italiani ci hanno affidato, auguro sinceramente buon lavoro a noi del governo e della maggioranza e a voi tutti colleghi dell’opposizione.
E auguro a chi ci ascolta fuori da quest’aula di ritrovare l’orgoglio di sentirsi italiani, la fiducia in questa Nazione e l’amore per le nostre cento città. Auguro a tutti gli italiani di riprovare e condividere l’ammirazione che un’Italia in robusta ripresa e in corsa per i suoi primati saprà suscitare in futuro intorno a sé.
Vi ringrazio, viva il Parlamento, viva l’Italia

http://giovanipdl.wordpress.com/2008/05/13/discorso-di-berlusconi-alla-camera/


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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