
Il risultato del
referendum brexit nel Regno Unito appare
come un evidente rifiuto dell'economia reale e delle fasce sociali più deboli
verso una pericolosa e irrefrenabile deriva finanziaria assurta a governo. In altre parole si potrebbe affermare che,
tirando troppo la corda, arriva il momento che anche i sudditi si ribellano.
L'evento lo reputo
personalmente positivo, almeno per l'avvio di un sano ripensamento delle politiche locali
e internazionali, che dovrebbe indurre le classi dirigenti dei diversi paesi a delle
analisi che tengano conto dello status di tutti i livelli della società.
Il revisionismo
politico obbligato e una profonda ponderazione dei parametri economici
delle diverse realtà che convivono in una globalizzazione oggi strabica, per
non dire miope, dovrebbe portare ad immaginare soluzioni innovative che
riescano a meglio mediare gli interessi contrapposti; magari tutelando i
soggetti meno attrezzati, siano essi poveri o ricchi (economicamente e/o
culturalmente), che comunque hanno una funzione importante nell'intero
ingranaggio.
Nel modello capitalistico che predomina
negli equilibri mondiali anche il ruolo
degli ultimi resta infatti fondamentale e l'avanzare della povertà nelle società con le
economie più sviluppate che, come un buco nero, oggi attrae a se le classi medie,
desertifica sempre più i mercati, vanificando prospettive di ripresa per una crescita
futura.
Una inadeguata
liberistica distribuzione del reddito poi, volta sempre più ad accrescere
le ricchezze di pochi, non costituisce un volano alla ripresa e tantomeno ravviva la catena
consumistica che sta alla base di un benessere socioeconomico diffuso. Ma tutto nasce
da lontano.
Nei miei ricordi, tutto
questo mi fa venire alla mente un vecchio direttore che mostrava il suo
entusiasmo nel mutamento strategico del sistema bancario. Erano i tempi in cui
gli istituti di credito si andavano sviluppando sempre più in “servizi” e affinavano un’indole
speculativa nel comparto finanziario.
Nelle limitate
esperienze e variegate conoscenze professionali, al tempo ero fra i pochi che
avevano idee controcorrente, da sempre convinto che il sistema bancario fosse
principalmente deputato alla sua mission naturale di raccolta e custodia del
risparmio ed all'erogazione degli impieghi, senza troppo allontanarsi dai criteri
della “sana e prudente gestione”. I miei fondamenti si basavano del resto,
allora come ora, sui vecchi elementari principi giuridici del "buon padre
di famiglia" che, fino a qualche tempo ma non più oggi, hanno ispirato
l'intera giurisprudenza. Del resto, fino ad allora, solo attraverso equilibrio, oculatezza e tempestività d'intervento si era riuscito a mantenere solido e a dare stabilità all’intero
sistema.
In men che non si
dica il mondo della finanza creativa
accelerò l’evoluzione; si affinarono le gestioni dei portafogli finanziari e sempre
meno ostacoli furono posti alla cogestione del sistema banche-imprese.
Parallelamente, attraverso larghe
maglie, che alla lunga hanno agevolato l'accorpamento di conflitti di interessi tra affidanti e
affidati (e non solo attraverso il cumulo di cariche di stessi consiglieri e sindaci, spesso
anche in realtà concorrenti se non contrapposte), si andavano confondendo le politiche amministrative della raccolta con la gestione del credito.
Tanti
cartelli occulti cominciarono progressivamente a porre in essere politiche gestionali devianti e per il loro mantenimento iniziarono a tartassare uniformemente i risparmiatori e a vessare sempre più i prenditori di prima
istanza che non vantassero aderenze/conoscenze "qualificate" (applicazioni
di balzelli e commissioni varie nelle forme di raccolta e nei servizi, di libere discrezionali commissioni di massimo scoperto che andavano a penalizzare e appesantire le posizioni
creditizie incagliate, per non parlare dell'anatocismo, ecc…. ). In tutto questo, normative aggiornate modificavano
o introducevano regole che rendevano le politiche gestionali sempre più elastiche e permissive.
Il massimo si è poi
avuto con il boom della commercializzazione selvaggia di prodotti finanziari
strutturati, il così detto mercato dei prodotti derivati.
Anche qui ricordo
di aver vissuto in prima linea il tempo dell'avventurosa
vigilanza attuata con improvvisazioni e dogmatici fideismi. Risultava molto
complesso il compito di vivisezionare fino in fondo ed anatomicamente un
prodotto finanziario derivato che andasse più in là di tanti swaps. Nei primi
tempi si andava in ispezione coinvolgendo il responsabile di settore che, davanti
a tanti monitors variopinti e velocemente mutevoli, si glorificava indicando le
performances strabilianti, senza però mai soffermarsi sulle perdite certe. In
tutto questo chi operava era comunque il solo a vedere, tutt'al più
l'ispettore osservava incuriosito le tante lucette azzurre, verdi, rosse e
gialle del fantasmagorico e mutevole luna park. In genere il consiglio che si dà sempre ad un ignorante è che: se non capisci stai zitto, così ci fai più
bella figura.
Dopo qualche
impasse la vigilanza si avviò a porre rimedio; furono avviati corsi di
formazione per gli addetti alle analisi cartolari e al corpo ispettivo, ma i ritardi
avevano intanto dato molto vantaggio alle lepri malate che avevano invaso,
proliferandosi talvolta a dismisura, il mercato.
Anche se il sistema
dei controlli si era pure “evoluto”, già abbondava troppo in indici e prospetti
di analisi cartolare che prendevano per buone le segnalazioni dei dati di flusso; in ciò, aumentando sempre più il rischio di allontanarsi pericolosamente dalla
veridicità dei dati elementari di base e quindi, talvolta, anche dalle realtà vere.
Ma il sistema Italia di allora godeva di ampi margini di manovra e la possibilità di attuare, a sua volta, una vigilanza creativa. Ad esempio, nel versante del
credito ad un certo punto, per far fronte al proliferare della partite
anomale, vennero saggiamente introdotte le “ristrutturate”; un felice intervento che risultò
salutare per le imprese non decotte, consentendo all’imprenditoria con
prospettive di ripresa di poter rinegoziare condizioni e di concordare
con gli enti eroganti piani di rientro percorribili. Parallelamente, per
rimediare a sconquassi gestionali, spesso pure aggravati da tante conclamate sofferenze
furono facilitate fusioni e incorporazioni bancarie, con assorbimenti completi delle
poste attive e passive di bilancio e beneficiando degli avviamenti insiti nelle inglobate.
Una ulteriore nuova azione fu anche quella di creare ad hoc
cartolarizzazioni di impieghi immobilizzati classificati a sofferenza (con ciò spostando le azioni di recupero verso società
esterne, parallele o create allo scopo); dette operazioni, però, furono spesso realizzate assumendo
valori di bilancio non sempre certificati ovvero adeguatamente rettificati
circa le previsioni di perdita (realistiche percentuali di recupero). Con
dette operazioni si differivano al futuro i margini di rientri e si
ripuliva la bontà degli attivi, assicurando alle banche nuova liquidità e ai
negoziatori delle complesse cartolarizzazioni lauti guadagni con rientri
economici certi.
Tutto questo, in qualche modo, fece da corollario al mondo della finanza innovativa
e il non assecondarla significava dichiararsi retrò, inadeguato e poco moderno.
È da chiedersi
quanta di questa spazzatura cartolarizzata venne pure inclusa nei fantasiosi e complessi strumenti
derivati, offerti come prodotti sicuri ad una improbabile categoria di
investitori.
In questo, con particolari poste di bilancio, anche lo Stato italiano ebbe a ricorrere a
complesse coperture finanziarie, attuando sofisticati
escamotages contabili di copertura (swaps e quant’altro) per stelirizzare/attenuare rischi.
In questi scenari, con una classe politica sempre più arrembante, spesso incompetente e sempre
più invadente, sono però risultate inefficaci ed ambigue le nuove regole per la verifica dei “requisiti di professionalità, onorabilità e
indipendenza degli esponenti aziendali”. L'avvento delle fondazioni bancarie, poi, affollate anche da politicanti di ritorno ha ulteriormente opacizzato i ruoli, non assicurando nell'operato neanche una adeguata trasparenza gestionale. In tutto questo non possono esser tenuti
fuori da responsabilità, ciascuno per i propri specifici compiti, gli organismi
istituzionali chiamati a legiferare e a vigilare sulla loro piena osservanza; e non ci si riferisce
soltanto agli organi interni delle
realtà economico-finanziarie (consiglieri, sindaci ed altri organismi di controllo) ma alle negligenze, alle sufficienze, alle miopie amministrative e alle “autoreferenzialità” di tutti quanti gli
organismi istituzionali superiori (legislativi, governativi, della stessa Banca
d’Italia, della Consob e compagnia dicendo).
Di questo scenario
si sono ben presto raccolti e si raccolgono tuttora i frutti e in tutto ciò anche
le regole comunitarie parametrate su livelli distanti dalle nostre realtà si sono rivelate insufficienti.
Del resto in Italia, come già accennato, in passato spesso era lo stesso sistema economico-finanziario
che svolgeva il compito di ammortizzatore, assorbendo nel proprio interno le problematiche più gravi e le realtà
economiche in default (anche se talvolta con l’aiuto di provvedimenti legislativi
o di specifici interventi mirati); le nuove regole comunitarie applicate tout court, come la recente sciagurata
e superficiale ratifica del “bail in” e non solo essa, hanno evidenziato le inevitabili inadeguatezze e comportato gravi sconquassi
e squilibri nel mondo del credito e del risparmio “domestico” in particolare.
La carenza
di analisi dell’attività di vigilanza scontava intanto il fatto di aver retrocesso (ponendola in
subordine) l’attività ispettiva, attraverso una più vasta metodica di analisi cartolare
prioritaria e d'indirizzo rivelatasi in molti casi insufficiente e intempestiva. Peraltro, già da qualche tempo e sempre più di frequente, risultanze
ispettive chiare ed evidenti non producevano le conseguenze amministrative necessarie (leggi ad esempio la cronaca che racconta dei ripetuti rilievi contestati a conclusione di vari accertamenti agli esponenti della Popolare di Vicenza ed altri casi pressochè analoghi).
L'avvento di nuove regole comunitarie non hanno peraltro precluso trascuratezza e superficialità nella gestione delle tante richieste di ricapitalizzazioni
bancarie (avvenute anche attraverso collocazioni di prestiti subordinati ad alto
rischio a investitori impropri); così pure per i conclamati
patologici aumenti di capitale attuati nelle banche popolari (realizzati attraverso diversi stratagemmi ultranoti alla vigilanza ispettiva)
che hanno consentito di dopare i valori di mercato delle azioni e fatto si che pseudoinvestitori, esponenti, dirigenti
e soggetti a latere non adeguatamente vigilati avessero illecite opportunità (come si suol dire dalle
mie parti, di poter fare carne di porco dell’azionariato
e degli attivi bancari).
A tal proposito, proprio per le Banche Popolari, i media riferiscono di ricapitalizzazioni "baciate" in atto già dal 2008 e realizzate attraverso vendite in quotaparte di pacchetti di azioni della stessa popolare erogante ai richiedenti i fidi; con ciò si aumentavano artificiosamente le valorizzazioni azionarie, facendone pure oggetto di speculazione intrinseca resa sicura a pochi e di una vasta serie
inaudita di fidi clientelari concentrati e deliberati con metodi “familistici
e/o consociativi” (a prescindere spesso da qualsiasi merito creditizio), mettendo
così a rischio i patrimoni aziendali.
Più in generale poi, gettoni
di presenza, rimborsi spese, fatturazioni di strane consulenze e sempre più spropositati compensi
e bonus a menagers e dirigenti, associati alla gestione del credito anzidetta hanno fatto
di un’ampia fascia delle banche italiane terra di conquista, mettendo in crisi
quello che era una volta la declamata stabilità dell'intero sistema.
I casi del Montepaschi,
Banco di Credito Fiorentino, Banca Popolare di Vicenza, Banca Etruria e così
via dicendo sono oggi sotto gli occhi di tutti. Con essi, le malefatte dei relativi esponenti
e beneficiati, da un lato, e le tristi vicende della massa di depositanti divenuti investitori “a loro insaputa”, dall’altro,
che sono rimasti defraudati dei loro risparmi. La magistratura chiamata in causa cerca di trovare responsabili e colpevoli in un quadro giuridico che registra continue depenalizzazioni di reati e sempre più repentine prescrizioni.
Attese le variegate peculiarità italiane, quindi, l’integrazione
dell’Italia alle regole europee in tema di vigilanza bancaria sembrerebbe non aver giovato più di tanto.
Con l'aggravante che, secondo il principio di negare
al libero mercato gli aiuti di stato, sono venute
meno, alle istituzioni politiche nazionali (MEF, compresi gli organi
istituzionali di controllo e gestione del credito), diversamente che in passato, le possibilità di attuare
stratagemmi autonomi ed estemporanei per far fronte a specifiche crisi contingenti.
Da quasi dieci anni
ho voltato pagina e abbandonato quello che per me era l'appassionante mondo delle banche. Immagino che dai
miei tempi saranno state tante le innovazioni introdotte e che ciò avrà ristretto
sempre più a pochi i criteri di analisi del credito e del risparmio. È anche vero che
molte nuove intelligenze hanno affinato i prodotti e i sistemi di controllo. E' certo però un fatto e per entrambi i versanti contrapposti (sistema economico-finanziario
ed organismi preposti alla vigilanza), che persistono tante falle e punti oscuri che non possono relegare a soli retaggi arcaici
e storici i vecchi principi in economia della "sana e prudente gestione" ed i saggi criteri giurisprudenziali "del buon padre di famiglia".
In conclusione il
Brexit britannico lo leggo oggi come quella vecchia canzone di Rabagliati che
cantava "...... è primavera, svegliatevi bambine .....". Ecco,
io rivolgerei il canto ai governanti dei ventisette paesi rimasti ancora
nell'Unione, auspicando un sano risveglio ed una pronta ripresa di coscenza.
© ESSEC