"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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lunedì 21 febbraio 2011

I ricordi riaffiorano «in cordata»

Un particolare del sorriso di una ragazza che incrociamo casualmente può riaccendere in noi il ricordo di un vecchio amore che credevamo sepolto nel tempo. Allo stesso modo, il colore della cravatta di uno sconosciuto che si siede davanti a noi sul metrò, ci può far tornare in mente un difficile esame con un burbero professore che ne indossava una simile. Ma perché certi ricordi, apparentemente insignificanti, restano a fior di memoria al pari del giorno della laurea, o di quello del nostro matrimonio? «Quando più niente sussiste d'un passato antico (...) - scrive Marcel Proust ne À la recherche du temps perdu (Alla ricerca del tempo perduto) - l'odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano (...) sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l'immenso edificio del ricordo». La possibilità di recuperare il tempo perduto grazie alla scintilla mnemonica accesa da un piccolo particolare, come le famose madeleine col tè nella Recherche, ha trovato una spiegazione in uno studio appena pubblicato sulla rivista Neuron dai neuroricercatori del Massachusetts Institute of Technology.

SPAZIO E TEMPO - È tutta una questione di spazio e di tempo: lo spazio in cui la traccia mnemonica viene incasellata all'interno delle strutture nervose che gestiscono la memoria e il tempo in cui tale operazione viene effettuata, due misure infinitesimali che i ricercatori del MIT sono riusciti a tracciare con una sofisticata tecnica di neuroimaging. Finora si pensava che le tracce di memoria venissero distribuite lungo le infinite autostrade di connessioni nervose - i dendriti - che collegano le cellule cerebrali fra loro, diffondendosi all'interno di una sorta di rete internet biologica, dove i ricordi sono variazioni elettrochimiche più o meno durevoli chiamate engrammi. Invece, le tracce di memoria restano fisicamente localizzate ognuna su uno dei tanti rami dell'arborizazzione dendritica e, per motivi di contiguità, quelle che registrano eventi verificatisi entro un lasso temporale di un'ora, un'ora e mezza circa restano legate fra loro perché vengono messe una vicina all'altra sotto forma di microscopiche spine dendritiche che punteggiano, come le spine del gambo di una rosa, i rami dell'immensa foresta di collegamenti del nostro cervello.

STIMOLI FORTI - Per intenderci: è come se sul ramo dendritico del primo appuntamento "sbocciasse" la "spina" del primo bacio, insieme a quella del colore del vestito che lei o lui aveva quel giorno, insieme a quella del profumo dei capelli di lei o del dopobarba di lui. La memoria, quindi, è un fenomeno di plasticità cellulare, cioè è un cambiamento strutturale che si verifica ogni volta nelle ramificazioni dendritiche che vanno incontro a variazioni più o meno durevoli a seconda della forza dello stimolo mnemonico. Se lo stimolo è forte, come per esempio il ricordo delle nozze o della nascita di un figlio, particolari proteine chiamate LTP potenziano a lungo termine la traccia mnesica, formando una spina dendritica che dura più a lungo, a volte per sempre. Ma nello stesso spazio di tempo (il cosiddetto time frame) in cui quella certa zona dendritica si trasforma per registrare quel ricordo avvengono anche cambiamenti relativi a eventi meno importanti, ma che si sono verificati contemporaneamente: nel caso delle nozze, per esempio, il principale ricordo del bacio alla sposa e quello del colore dei paramenti del prete.

EFFETTO DOMINO - In altre circostanze le spine dendritiche di questi eventi minori avrebbero vita breve (la loro formazione infatti è affidata alle proteine ELTP che si occupano dei ricordi che non serve far durare), ma poiché si formano vicino alle spine che fissano un ricordo indelebile restano indissolubilmente legate a questo, per il semplice fatto di trovarsi sullo stesso ramo dendritico, un ramo che potrebbe non cadere mai più. Magari non ci capiterà più di baciare un'altra sposa su un altro altare, facendo riaffiorare il ricordo di quell’evento che le proteine LTP hanno reso indimenticabile, ma potrebbe succedere di vedere un altro prete con una tonaca di quel colore. E allora quel ricordo di per sé insignificante potrà scatenare, per semplice vicinanza strutturale, un effetto domino sulla traccia mnesica più importante, riportando alla luce "l'edificio immenso del ricordo", perché le tracce dei ricordi sono bidirezionali. «Le tracce mnesiche restano nei rami dendritici - concludono gli autori dello studio - e sono questi rami l’unità funzionale primaria della capacità d’immagazzinare ricordi».

Così la canzone preferita può svelare il tuo carattere

Uu intero universo sorretto da sette elementi, una "magia" che ci accompagna da prima di nascere fino ai momenti conclusivi della nostra esistenza. E' la musica, arte immateriale per definizione, musa che porta sulle spalle secoli di storia umana e non solo: secondo alcuni antropologi, infatti, le sue origini precedono di gran lunga la comparsa della nostra specie. Eppure, ancora oggi il perché dei gusti e delle preferenze musicali rimane in buona parte un mistero.
La biomusicologia, da un lato, sta cercando di capire cosa le abbia conferito un ruolo così importante nelle nostre culture. Dall'altro, c'è la psicologia musicale, che negli ultimi anni si sta impegnando sempre di più per comprendere i segreti che ci spingono ad ascoltare una sonata di Corelli, piuttosto che un cd di Battisti o l'ultimo successo dei Black Eyed Peas. De gustibus non est disputandum, certo. Ma gli psicologi sono convinti che dietro vi sia qualcosa di estremamente complesso che vale la pena di capire. Ne sono certi, ad esempio, alcuni ricercatori della Cambridge University che in un recente articolo, pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology 1, hanno definito quelle che - secondo loro - sono le "cinque dimensioni delle preferenze musicali". E c'è di più: per ognuno di questi attributi sarebbe possibile risalire alle caratteristiche sonore e ai tratti psicologici di chi ascolta. Tutto dipende da se preferiamo la musica "melodiosa", "senza pretese", "intensa", "sofisticata" o "contemporanea".

IL SONDAGGIO 2

Alla radice dei gusti. Attraverso studi degli anni passati è emerso come le preferenze musicali siano il riflesso di numerosi fattori: dalla genetica alle influenze culturali, dalle mode del momento alle esperienze personali. Di recente, tuttavia, si è fatta strada l'ipotesi che questa categoria di gusti possa essere considerata in gran parte come una manifestazione esplicita della psiche. Secondo questo approccio, le persone tendono a circondarsi di ambienti musicali che rafforzano e riflettono le loro attitudini, emozioni e personalità. Ad esempio, per Peter Rentfrow, autore dello studio e professore di Psicologia sociale e dello sviluppo alla Cambridge University, "dichiarare cantanti e canzoni preferite è come fare una precisa affermazione di ciò che siamo e di come vogliamo che gli altri ci vedano".

La musica in cinque categorie. Analizzando le preferenze musicali di oltre 2.000 individui e utilizzando una metodologia statistica priva di ipotesi a priori, il gruppo di ricerca guidato da Rentfrow ha raggruppato ben ventitré generi musicali in cinque fattori base. In questo modo, gli studiosi hanno creato un modello chiamato MUSIC, dalle iniziali delle principali caratteristiche di ogni dimensione sonora: "Mellow" (melodiosa), "Unpretetious" (senza pretese), "Sophisticated" (sofisticata), "Intense" (intensa) e "Contemporary" (contemporanea). Per ogni dimensione hanno poi chiesto ai volontari di indicare gli attributi dominanti (come ritmo, timbro e tipi di sonorità) e di collegare un tratto psicologico percepito come intimamente connesso.

1. Tutta questione di melodia. Secondo lo schema MUSIC, il primo fattore (non in termini di importanza, bensì da un punto di vista prettamente lessicale) è la melodia (dall'inglese "Mellow"). In questa famiglia sono racchiusi il pop, il rock leggero, la musica soul e l'R&B. Le canzoni che vi fanno parte sono descritte come lente, calme e prive di distorsioni. Psicologicamente gli autori dello studio legano a questi generi le persone romantiche, quelle che vedono la musica come un mezzo per rilassarsi o che portano con sé un velo di tristezza.

2. La musica senza secondi fini. La seconda dimensione è occupata dalla musica "senza pretese" (da Unpretentious). In base ai dati, fanno parte di questo gruppo tutta la musica country, il bluegrass e in parte il Rock-n-Roll. In quanto a emozioni, sempre secondo i ricercatori, questa categoria viene percepita come rilassante, non complicata e non aggressiva. Uno studio precedente condotto dell'Università di Edimburgo aveva indicato come questi generi musicali siano associati in maniera più marcata a una delle "big five" della personalità: la coscienziosità.

3. Per le orecchie più complesse. A rappresentare la S è la musica "sofisticata" ("Sophisticated"). I brani che ne fanno parte quasi mai prevedono un cantante, ma solo sonorità non elettriche e prive di percussioni. I generi che vi appartengono - va da sé - sono la musica classica e la sinfonica, così come il jazz old style e la musica celtica. Chi ascolta questa melodie è soprattutto alla ricerca di ispirazione e spiritualità, ma possiede anche buone abilità nei compiti sociali e soprattutto è dotato di un'elevata apertura mentale, un'altra delle big five.

4. In cerca di emozioni forti. In base all'analisi degli studiosi di Cambridge, le canzoni rock, punk, heavy metal e power pop fanno parte della categoria definita "Intense": ovvero la musica intensa, spesso distorta, elettrica e dai ritmi forti. Secondo gli autori, gli attributi psicologici di chi preferisce questo tipo di sonorità sono l'aggressività e un certo grado di ostilità nei confronti dell'ambiente circostante. Prevedibilmente, gli amanti della dimensione "intensa" non sono in cerca né di relax, né di romanticismo, ma piuttosto di quella carica energetica che consente di affrontare al meglio le sfide con se stessi e con gli altri.

5. Le sonorità nuove. La quinta dimensione musicale, chiamata "Contemporary", contiene al suo interno generi alquanto diversi: dal rap all'elettronica, dalla musica latinoamericana all'acid jazz. I tratti distintivi di questa famiglia sono le percussioni e le sonorità elettroniche, mentre le persone che la preferiscono, di solito, traggono dai ritmi veloci uno stato di felicità e possiedono una buona apertura mentale.

Malgrado la sua robustezza, tuttavia, è bene precisare che il modello MUSIC non pretende di incasellare tutti i generi musicali e le preferenze di ogni individuo. Come sottolineano gli autori, infatti, per ora si tratta solo di una "road map" della psicologia dei gusti musicali, uno strumento da tenere presente quando proviamo a immaginare cosa sta frullando nella testa di una persona semplicemente sbirciando la playlist del suo mp3.

Giulia Belardelli (La Repubblica - 18 febbraio 2011)

domenica 20 febbraio 2011

Craxiani a orologeria

La giustizia a orologeria. Già, ci eravamo dimenticati della “giustizia a orologeria”. Per la verità questa non è un’invenzione berlusconiana, compare per la prima volta ad opera dei socialisti o per essere più precisi dei craxiani (essere stati craxiani non vuol dire essere stati socialisti) quando Alberto Teardo e altri esponenti del Psi savonese furono incriminati e arrestati nel giugno del 1983, prima delle elezioni politiche, per concussione, estorsione, interesse privato in atti d’ufficio, associazione a delinquere. Fu allora che i craxiani gridarono alla “giustizia a orologeria” sostenendo che quelle incriminazioni erano state fatte appositamente per danneggiare il Psi nella libera gara elettorale. Teardo fu poi condannato a 12 anni di reclusione e i suoi complici a pene di poco inferiori. Se il sostituto procuratore della Repubblica Michele del Gaudio avesse dovuto rispettare il calendario elettorale, invece che le esigenze di giustizia, Teardo sarebbe stato eletto parlamentare e, godendo dell’immunità, sarebbe ancora in circolazione a far danni.
Nel caso di Berlusconi non si capisce di quale orologio si tratti, se non del suo. È stato lui a dettare i tempi telefonando la sera del 27 maggio alla questura di Milano facendo pressioni sui poliziotti per determinare la sorte di Karima El Mahroug, detta Ruby. Cosa avrebbe dovuto fare la procura della Repubblica di Milano di fronte a una “notizia criminis” così palese, comprovata dalle relazioni della polizia, ammessa dallo stesso Berlusconi? Ignorarla per non intralciare la vita politica? Questa sì sarebbe stata una “ingiustizia a orologeria”. Quelli del centrodestra continuano a far rullare la grancassa che Berlusconi “ha il consenso popolare”. Devono dirci, una volta per tutte, se il consenso popolare autorizza a commettere reati. Se la risposta è sì, retrocediamo oltre il “monarca costituzionale” che deve rispettare almeno le leggi da lui stesso emanate come fu stabilito dalla “Magna Charta Libertatum” varata nel 1215 in Inghilterra sotto il regno di John Lackland (Giovanni Senza Terra) il fratello intelligente, ma diffamato, del muscolare e cretino, ma onorato, Riccardo Cuor di Leone.
Giuliano Ferrara
, nella sua esibizione al Dal Verme, ha detto che non possiamo permetterci di entrare “nell’inconscio di un uomo che ha perso di recente la madre e si è separato dalla moglie”. A parte che perdere la madre quando si hanno più di 70 anni non dovrebbe essere poi così anomalo (ci sarebbe anzi da ringraziare Domineddio che ce l’ha conservata così a lungo…), che vuol dire? Che se uno ha perso i genitori è autorizzato a delinquere? Quanti anni aveva Totò Riina quando perse i suoi? E quanti delitti ho diritto a commettere io, visto che mio padre è morto quando avevo 17 anni? Oltre, e forse più, che di Berlusconi siamo stufi di questi D’Annunzio per meno abbienti, di questi dandy “de noantri”, di questi Oscar Wilde da strapazzo, che alla tenera età di 59 anni non hanno scritto un libro purchessia (non dico “Il piacere” o “Il Ritratto di Dorian Gray”) e si dan grandi arie da intellettuali, che si atteggiano a dei Talleyrand e sono al livello in cui, a teatro, sta la buca del suggeritore, che non hanno mai combinato nulla nella vita se non affossare, come ricordava giorni fa Marco Travaglio in un divertente excursus sul fregnone, qualsiasi impresa cui abbiano partecipato. Eppure Ferrara fa audience, gli si dà ascolto e persino retta. Quel che fa senso in questo Paese, oltre la delinquenza della sua classe dirigente, è la confusione mentale in cui è precipitato.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 19 febbraio 2011)

sabato 19 febbraio 2011

Sogno in due tempi

Non si capisce perché quasi sempre i sogni, proprio nel momento in cui, come specchi fedeli dell'anima, stanno per svelare al soggetto i suoi intendimenti nascosti, si interrompono.
Ero lì, in una specie di zattera... un naufragio, chi lo sa...
Insomma, sono lì su un relitto di un metro per un metro e mezzo circa, e, stranamente tranquillo in mezzo all'oceano, galleggio.
Cosa vorrà dire... Va be', vedremo poi. A dir la verità avevo già sognato di essere su una zattera con una dozzina di donne stupende... nude. Ma lì il significato mi sembra chiaro.
Ora sono qui da solo, ho il mio giusto spazio vitale, mi sono organizzato bene, il vino non manca, ho una discreta riserva d'acqua, i servizi… è come averli in camera... ho anche un robusto bastone che mi serve da remo.
Non è un sogno angoscioso, ma cosa vorrà dire? Fuga, ritiro, solitudine, probabilmente desiderio di sfuggire la vita esterna che ci preme da ogni parte. Si diventa filosofi, nei sogni.
Oddio, oddio cosa vedo? Fine della filosofia. No, non può essere una testa. Forse una boa. Non so per cosa fare il tifo.
La boa fa meno compagnia, ma è più rassicurante.
No, no... si muove, si muove. Mi sembra di vedere gli spruzzi.
Non è possibile che sia un pesce. È qualcosa che annaspa, sprofonda, riappare, lotta disperatamente con le onde.
(con enfasi decrescente) È un uomo, è un uomo, è un uomo, è un uomo, è un uomo!
E ora che faccio. La zattera è un monoposto, ne sono sicuro.
Per il pesce non ci sarebbe problema, ma la zattera in due non credo che tenga.
(al naufrago) "Non tiene!"
Macché, non mi sente. Sarà a cento metri. Che faccio? Ma come 'che faccio'... Sono sempre stato per la fratellanza, per l'accoglienza, l'ospitalità. Ho lottato tutta la vita per questi principi. Sì, ma non mi ero mai trovato... Ma quali principi?
Questa è la fine. Qui in due non la scampiamo. E lui avanza verso di me, fende le onde. Sarà a settanta metri, cinquanta, trenta... Madonna, come fende!
Quasi quasi gli preparo un dentice. E se non gli piace il pesce? Se gli piace solo la carne?... umana. E no, calma, io devo pensare a me, alla mia sopravvivenza: mors tua vita mea. Oddio... non dovrò mica ucciderlo?
Ma che dico, sto delirando! Lo devo salvare. Poi in qualche modo ci arrangeremo, fraternamente, ci sentiremo vicini.
Per forza, non c'è spazio... stretti, uniti, corpo a corpo...
Guarda come nuota... è una bestia! Ma io lo denuncio! Ormai sarà dieci metri. Mi fa dei gesti, mi saluta... mi sorride, lo schifoso. Ma no, poveretto, cosa dico, per lui sono la salvezza, la vita, eh!
Che faccio? Che faccio? Potrei prendere il bastone, potrei allungarglielo per aiutarlo a salire... Potrei darglielo con violenza sulla testa. Siamo al gran finale del dramma. Il dubbio mi divora. L'interrogativo morale mi corrode. Devo decidere. L'uomo è a cinque metri, quattro, tre... prendo il bastone e...
E a questo punto mi sono svegliato. Maledizione! Non saprò mai se nel mio intimo prevale il senso umanitario dell'accoglienza o la grande paura della minaccia. Devo saperlo, devo saperlo, non posso restare in questo dubbio morale, devo sapere come finisce questo sogno!
Cerco di riaddormentarmi, mi concentro... voglio dire, mi abbandono. Qualche volta funziona.
Ecco, ecco... sì, ce l’ho fatta: l'acqua, l'oceano, le onde... giusto. Un uomo su una zattera... giusto. Un altro che nuota, arranca, annaspa disperato, sento il cuore che mi scoppia.
Oddio... che succede? Sono io... sono io quello che nuota. No, io ero quell'altro, eh! Non è giusto, non è giusto! A me piaceva di più stare sulla zattera. Ma quale dubbio morale...
Ho le idee chiarissime. Sono per l'accoglienza!
Un ultimo sforzo, la zattera è a cinque metri, quattro, tre...
Alzo la testa verso il mio salvatore... Eccomi!
PUMMM! Dio, che botta!
A questo punto mi sono svegliato di nuovo. Mi basta così. Non voglio sapere altro. Spero solo che non sia un sogno ricorrente.
Però una cosa l'ho capita. No, non che se uno chiede aiuto gli arriva una legnata sui denti, questo lo sapevo già. Ho capito quanto sia pieno di insidie il termine 'aiutare'. C'è così tanta falsa coscienza, se non addirittura esibizione nel volere a tutti i costi aiutare gli altri che se, per caso, mi capitasse di fare del bene a qualcuno, mi sentirei più pulito se potessi dire: non l'ho fatto apposta.
Forse solo così tra la parola 'aiutare' e la parola 'vivere' non ci sarebbe più nessuna differenza.

Giorgio Gaber - Sandro Luporini (1994)


venerdì 18 febbraio 2011

Ad Atene noi facciamo così (di Pericle)

Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell'eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l'uno dell'altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell'universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell'Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.

Il monologo che Paolo Rossi avrebbe recitato a Domenica In se non fosse stato censurato...

Carmelo Bene: monologo da "Nostra Signora dei Turchi"

Ci sono cretini che hanno visto la Madonna e ci sono cretini che non hanno visto la Madonna.

Io sono un cretino che la Madonna non l’ha vista mai.

Tutto consiste in questo, vedere la Madonna o non vederla.

San Giuseppe da Copertino, guardiano di porci, si faceva le ali frequentando la propria maldestrezza e le notti, in preghiera, si guadagnava gli altari della Vergine, a bocca aperta, volando.

I cretini che vedono la Madonna hanno ali improvvise, sanno anche volare e riposare a terra come una piuma. I cretini che la Madonna non la vedono, non hanno le ali, negati al volo eppure volano lo stesso, e invece di posare ricadono come se un tale, avendo i piombi alle caviglie e volendo disfarsene, decide di tagliarsi i piedi e si trascina verso la salvezza, tra lo scherno dei guardiani, fidenti a ragione dell’emorragia imminente che lo fermerà. Ma quelli che vedono non vedono quello che vedono, quelli che volano sono essi stessi il volo. Chi vola non si sa.

Un siffatto miracolo li annienta: più che vedere la Madonna, sono loro la Madonna che vedono. È l’estasi questa paradossale identità demenziale che svuota l’orante del suo soggetto e in cambio lo illude nella oggettivazione di sè, dentro un altro oggetto.

Tutto quanto è diverso, è Dio.

Se vuoi stringere sei tu l’amplesso, quando baci la bocca sei tu.

Divina è l’illusione. Questo è un santo. Così è di tutti i santi, fondamentalmente impreparati, anzi negati. Gli altari muovono verso di loro, macchinati dall’ebetismo della loro psicosi o da forze telluriche equilibranti - ma questo è escluso -. È così che un santo perde se stesso, tramite l’idiozia incontrollata. Un altare comincia dove finisce la misura. Essere santi è perdere il controllo, rinunciare al peso, e il peso è organizzare la propria dimensione. Dove è passata una strega passerà una fata.

Se a frate Asino avessero regalato una mela metà verde e metà rossa, per metà avvelenata, lui che aveva le mani di burro, l’avrebbe perduta di mano. Lui non poteva perdersi o salvarsi, perchè senza intenzione,inetto.

Chi non ha mai pensato alla morte è forse immortale. È così che si vede la Madonna.

Ma i cretini che vedono la Madonna, non la vedono, come due occhi che fissano due occhi attraverso un muro: un miracolo è la trasparenza. Sacramento è questa demenza, perchè una fede accecante li ha sbarrati, questi occhi, ha mutato gli strati - erano di pietra gli strati - li ha mutati in veli. E gli occhi hanno visto la vista. Uno sguardo. O l’uomo è così cieco, oppure Dio è oggettivo.

I cretini che vedono, vedono in una visione se stessi, con le varianti che la fede apporta: se vermi, si rivedono farfalle, se pozzanghere nuvole, se mare cielo. E davanti a questo alter ego si inginocchiano come davanti a Dio.Si confessano a un secondo peccato. Divino è tutto quanto hanno inconsciamente imparato di sè. Hanno visto la Madonna. Santi.

I cretini che non hanno visto la madonna, hanno orrore di sè, cercano altrove, nel prossimo, nelle donne - in convenevoli del quotidiano fatti preghiere - e questo porta a miriadi di altari. Passionisti della comunicativa, non portano Dio agli altri per ricavare se stessi, ma se stessi agli altri per ricavare Dio. L’umiltà è conditio prima.

I nostri contemporanei sono stupidi, ma prostrarsi ai piedi dei più stupidi di essi significa pregare. Si prega così oggi. Come sempre. Frequentare i più dotati non vuol dire accostarsi all’assoluto comunque. Essere più gentile dei gentili. Essere finalmente il più cretino.

Religione è una parola antica.

Al momento chiamiamola educazione.

Carmelo Bene


Attenti al lupo.

Scarpinata Assunta Serena, coniugata con Max Cavolata, tranquilla impiegata nell’industria “Blasonata Storica”, un giorno udì finalmente pronunciare da qualcuno la fatidica frase: “occhio, sono arrivati gli Ispettori”.“Era ora”, pensò però in cuor suo Assunta, continuando nel monotono tran tran quotidiano; lo stesso dissero molti colleghi del settore assemblaggio e, in un afflato all’unisono, tutto lo stabilimento si riconobbe nella pittoresca esternazione d’Innocenza Imprudente che disse: “così finalmente i capi la finiscono di rompere i coglioni con richieste d’approfondimenti, chiarimenti e precisazioni che dovrebbero far parte della loro professionalità collegata all’operatività ordinaria e che, invece - esclusivamente per loro vantaggi - riemergono come per incanto e con frenesia solo in prossimità e nel corso delle preannunciate visite”.
Assunta Serena pensò anche che fosse naturale e legittimo fare in modo che la casa appaia smagliante ed evidenzi un totale ordine, quando si attendono ospiti, ancor di più se di riguardo e attendano a “visite fiscali”.
Nell’occasione Assunta Serena scoprì in taluni soggetti insospettabili freschezze e simpatie prima nascoste, riscontrò praticità in euforici ed autonomi interventismi fino ad ieri sollecitati; il tutto mentre splendidi sorrisi, a 360 denti, si sprecavano nella fabbrica e uno strano perbenismo infiorava i rapporti interpersonali: “mi scusi”, “prego”, “mi permetta”, “la ringrazio”, “molto gentile”, “si figuri”, “non s’incomodi”.
Assunta Serena Scarpinata, in Cavolata, osservò però che non tutti i suoi colleghi capivano pienamente gli eventi; taluni apparivano stralunati, intontiti, interdetti. Notò in alcuni comportamenti e sguardi a lei ben noti, che aveva tristemente sperimentato e letto negli occhi dei suoi teneri bambini - sostanzialmente affidati, durante l’orario di lavoro, a terzi fin dalla nascita - quando talvolta aveva tentato di esternare loro delle inusuali carezze alla presenza di ospiti.
Gli innocenti, come quei colleghi oggi, abituati all’ordinaria indifferenza o, peggio, a ricevere dalla madre stanca violente reazioni isteriche - e non sempre giustificate - restavano pressoché imbambolati; qualche volta, temendo anche di peggio, avevano anche alzato istintivamente le braccia in un atteggiamento di naturale difesa.
Grazie a questo la navigata Assunta Serena aveva scoperto come tanti traumi giovanili sottostavano al comportamento di molti adulti, accertato l’attualità della questione e riconosciuto la presenza del fenomeno anche nello stabilimento ove lavorava.
Negli anni, dai vari settori della catena cui era stata via via adibita, aveva scoperto l’arte delle infinite tecniche in uso per la caccia agli allocchi: visto lanciare lenze con esche luccicanti, distribuire molte caramelle, osservato più colleghi rifiutarle, cercarle, raccoglierle, gustarle; aveva individuato preferenze, ascendenti, protezioni ed anche eccessi, abusi, soprusi.
Pure nelle favole che si raccontano ai bambini i gatti e le volpi adulano e nelle occasioni critiche si defilano.
Nella circostanza, come per incantesimo, i maiali smisero di grugnire, i caproni controllarono i naturali istinti, i lumaconi viscidi rientrarono nei loro angusti gusci, i leoni si camuffarono in splendidi e affidabili gatti. Inoltre, i cani latranti furono isolati o dotati di museruola e, mentre i muli continuavano a far girare la ruota del frantoio, le belanti pecore - pascolando - attesero il periodico passaggio della “piena” (“calati junco ca passa la china”).
Da subito, con tempestiva prontezza, gli ambienti della fabbrica furono impregnati di pungenti profumi e super dosi di deodoranti, utili a neutralizzare ogni traccia degli abusati servizi igienici.
Intanto si sentiva chiedere: quanti sono? Come si chiamano? Come ti sembrano a prima vista? Ne conosci qualcuno? Che anzianità hanno, che grado, da dove vengono? Quello c’era già stato l’altra volta; ………. e come è andata? Secondo te, secondo la tua esperienza, quando verranno da noi? Quanto staranno? Cosa chiederanno? Con chi si relazioneranno? Quanto durerà questa farsa? Anche questa volta .……. se la sta scapolando! Che porcata, per evitare “la verifica” della supervalutazione annuale!
Da giovane Assunta Serena era stata anche lei un’idealista. Pulita nei pensieri, auspicava la prevalenza dei sani principi e aveva pure lei guardato con ammirazione le poche mosche bianche; quegli sparuti onesti superiori che praticavano convinti l’assoluta trasparenza nella gestione; aveva immaginato una giustizia imparziale e trionfante in un tempo galantuomo. Oggi era una disillusa come tanti; il passare degli anni e le molte esperienze l’avevano portato ad un approccio pragmatico.
La maturità illumina e ridimensiona gli idealismi: i suoi nuovi credi erano “carpe diem”, “testa che non parla si chiama cucuzza”, “aiutati che iddio t’aiuta”.
Ormai Assunta Serena, conosceva i ritmi, riconosceva gli uomini, prevedeva gli eventi. Sapeva bene che pure stavolta avrebbe incontrato i “verificatori” e sapeva pure che oggi, interpellata, avrebbe certamente risposto, pur sapendo di mentire, “va tutto bene”, estasiando così gli interlocutori “avvezzi”. In verità conosceva l’andazzo, sapeva che quelli apprezzavano il sentire affermare che “è tutto ok, che il prezzo è giusto, l’ambiente splendido, il Capo paterno ed il pasto abbondante”. Sapeva pure che avrebbero glissato furbescamente sulle cose risapute ed anche a loro note, improvvisando ogni astuzia per far finta di nulla e aggirare ogni ostacolo.
L’esperienza le aveva insegnato che i “raccomandati” non vengono mai minimamente scalfiti e che i fatterelli incresciosi rimangono squallidi pettegolezzi non degni d’attenzione: “non meritevoli di alcun credito”.
I Verificatori avrebbero certificato, in ultimo, la normalità “virtuale”, peraltro facilitata dall’analitica revisione attuata con professionale cura dallo “staff” dello stesso stabilimento, da tempo mobilitato nell’attesa dell’ineludibile e scontata visita (oltremodo preannunciata in relazione alla complessità della struttura produttiva e dai tanti accadimenti lavorativi e non, succedutisi dopo l’ultima “formale” verifica).
Assunta Serena, più realista del re, circa il proprio status sapeva già che era difficile sperare in cambiamenti spontanei, che occorreva quindi attivarsi, darsi da fare e trarre il massimo vantaggio dall’occasione, anche perché il ciclo continua e – finiti i controlli - sarebbe tornato tutto come prima, salvo che per marginali “regolamenti di conti” con gli eventuali ingenui o impuniti “delatori” che gli stessi Ispettori avrebbero provveduto a segnalare, puntuali, ai “responsabili” dello stesso stabilimento.
Il tempo trascorse e, a conclusione delle verifiche, secondo ogni previsione i “Nostri” certificarono la sostanziale bontà della produzione e l’ottima organizzazione dell’impianto ….. e “soddisfatti” andarono via.
Il Capo dello stabilimento tirò l’ennesimo respiro di sollievo e pensò ad alta voce: “e anche questa è fatta”.
In virtù del rinnovato marchio di qualità la struttura continuò nel suo ciclo produttivo e, secondo lo “standard” consolidato, riesumò la prassi “ordinaria” precedentemente sospesa.
Furono altresì riaperti i recinti dei cani latranti, si riudirono porci grugnire, cessata la pioggia riapparvero tracce di “lumache e crastuna“, i branchi di leoni - annusata la dipartita dei vigilantes – al comando del capobranco ripresero a razziare con rinnovato vigore e senza alcun freno nella definita riserva di caccia.
Assunta Serena intanto mise a frutto l’ulteriore esperienza: questa volta non aveva perso l’autobus. Separata, di fatto, dal marito idealista, Max Cavolata, cominciò a frequentare assiduamente un più tranquillo e facoltoso compagno, Fedele Lucrezio, di molti anni più vecchio.
Oggi ha raggiunto molti degli obiettivi che l’avevano frustrata e che da tempo agognava. Ha cambiato radicalmente il suo “status” lavorativo, cura di più l’immagine.
Inoltre, conduce una vita intensa, si sente pienamente realizzata, coltiva molti interessi, fa equitazione, legge di più, va a teatro, viaggia spesso e, contrariamente a prima, non sempre dorme a casa.

(C.V)



Berlusconi salvo almeno fino ad aprile La Casta non vuole perdere il vitalizio

Si fa presto poi a dire che ha ragione lui. Solo poche ore dopo aver annunciato di avere in tasca “una maggioranza a quota 325″, ecco che un nuovo terremoto ha dato un’ulteriore botta alla già precaria stabilità di Futuro e Libertà. Giuseppe Menardi, senatore finiano, da giorni con il mal di pancia verso Fini al punto da aver votato la fiducia al governo sul Milleproroghe, ieri sera ha compiuto il grande strappo: “Il mio percorso in Fli – ha spiegato – si è concluso domenica scorsa con il nuovo organigramma del partito”. Quindi, la frase magica: “Torno nei confini della maggioranza parlamentare”. Con questo addio, Menardi non solo va a rinforzare le fila del Pdl, ma fa anche crollare il gruppo finiano al Senato “e non c’è neppure bisogno – sibilava ieri sera tra i corridoi di palazzo Madama – che a Viespioli arrivi una lettera formale, gliel’ho annunciato di persona”.
Fli, dunque, perde i pezzi e il Cavaliere gode (gode meno per le carte depositate dal gip di Censo). Ma non è il Senato a concentrare le attenzioni dei cacciatori di teste del Caimano, è la Camera il novello lago di Tiberiade dove tentare la “pesca miracolosa”. E persino i “pescatori” non sono più gli stessi, visto che Moffa è passato alla guida dei responsabili e per avvicinare i possibili, nuovi “numeri” tra i più attivi c’è Mario Pepe, piediellino doc, che sta puntando da giorni sull’area veltroniana, per ora senza successo. Però l’operazione allargamento è partita da giorni e ora si sta intensificando, anche se gli “attenzionati” principali al momento restano nomi già sentiti. Come Italo Tanoni e Daniela Melchiorre dei Liberaldemocratici, Aurelio Misiti e Fernando Latteri dell’Mpa.
Da soli, però, non riuscirebbero mai a far toccare alla maggioranza quota 325, numero che consentirebbe al Cavaliere di passare pressochè indenne i prossimi passaggi parlamentari soprattutto nelle commissioni; per un allargamento così netto ci vuole di più. Ed ecco che l’occhio dei cacciatori si è spostato, grazie anche allo strappo di Menardi al Senato, sui dissidenti di Fli come Andrea Ronchi, Pasquale Viespoli e soprattutto Adolfo Urso, anche se par di capire che dovrà passare ancora del tempo prima che i tre, pur con laceranti mal di pancia, possano tornare indietro nel Pdl. Così come appare difficile che due uomini di Antonio Di Pietro, avvicinati da emissari di Verdini che hanno sondato la loro disponibilità a “votare, in qualche occasione, con la maggioranza”, possano tradire platealmente modello Scilipoti. Anzi.
Le offerte, comunque, sono state fatte e variano dalla promessa del mantenimento del seggio, di solito assai in bilico, ad offerte di varia natura, anche economiche e piuttosto sostanziose che, comunque, al momento sono state respinte. Insomma, la caccia al peone dissidente e con il timore di non essere rieletto è ancora lunga e piena di insidie per gli uomini di Silvio. Il Cavaliere, tuttavia, non si preoccupa più di tanto. Perché sa che, in questo caso, il tempo gioca a suo favore. E che più passa il tempo, più i deputati consapevoli di non essere rieletti si avvicineranno spontaneamente a lui, facendolo anche risparmiare. Il motivo risiede tutto nel fatto che gli attuali nominati, soprattutto alla Camera, in caso di elezioni anticipate perderanno il vitalizio; da questa legislatura, infatti, è in vigore la legge che prevede di aver portato a termine un’intera legislatura per poterlo ottenere e non più solo due anni, sei mesi e un giorno come era prima.
“Chiunque di noi, anche dell’opposizione – svelava ieri un peone del Pdl – si inchioderebbe allo scranno della Camera sostenendo il governo sempre pur di raggiungere la pensione”. Ecco, se si riuscirà ad andare oltre aprile e quindi non si potranno più chiamare le elezioni ad inizio dell’estate, alla ripresa dei lavori parlamentari di settembre si potrebbe assistere alla formazione di una singolare “onda anomala” di parlamentari sia alla Camera che al Senato. Forti del non avere vincolo di mandato nell’espressione del voto nelle aule, questi peones di tutti i colori politici si muoveranno di volta in volta a sostengno del governo e della maggioranza per evitare che crolli improvvisi possano mettere a repentaglio l’agognata pensione a pochi metri dalla meta.
Non ci sarà alcun bisogno di cambi di casacca plateali, né di formare nuovi gruppi parlamentari, sarà una sorta di movimento spontaneo pro pensione che nessuno, ma davvero nessuno, sarà capace di contrastare. I “responsabili” , a confronto, sembreranno una simpatica nota di colore rispetto ad un’onda che, a quel punto, sarà fondamentale al Cavaliere per restare in sella, davvero fino al 2013. La domanda, però, è un’altra; il Paese sarebbe in grado di resistere così a lungo con il Caimano al comando? Probabilmente no, ma ai peones a caccia del vitalizio questo importa davvero poco; L’Italia viene sempre dopo il tornaconto personale.

Sara Nicoli (Il Fatto Quotidiano - 18 febbraio 2011)

'Berlusconi pagliaccio, agisce solo nel suo interesse'

Silvio Berlusconi? «Le sue frequenti gaffe e la povera scelta di parole hanno offeso praticamente tutte le categorie di cittadini italiani e molti leader europei... Ha danneggiato l'immagine del Paese in Europa e creato un tono comico alla reputazione italiana in molti settori del governo statunitense». Non è un giudizio a caldo, ma una sintesi ponderata fin nell'ultimo aggettivo e destinata a rimanere segreta. L'ha scritta Ronald Spogli, l'ambasciatore americano a Roma, nel lasciare l'incarico e raccontare il nostro Paese a Hillary Clinton e Barack Obama. Un ritratto spietato del premier che «è diventato il simbolo dell'incapacità e inefficacia dei governi italiani nell'affrontare i problemi cronici del Paese: un sistema economico non competitivo, la decadenza delle infrastrutture, il debito crescente, la corruzione endemica».
Nonostante questo, il Cavaliere quando viene «portato per mano» e «fatto sentire importante» si dimostra il «migliore alleato». E soprattutto la sua debolezza interna e internazionale viene sfruttata dall'amministrazione Obama per strappare concessioni insperate: più soldati in Afghanistan, nuove basi militari in Veneto e Sicilia, sostegno totale nel braccio di ferro con l'Iran, appoggio alle iniziative statunitensi «anche all'interno delle istituzioni Ue». Di tutto, di più. Per realizzare i suoi obiettivi, la Casa Bianca offre «copertura al massimo livello nei momenti di difficoltà politica». Perché gli americani hanno una certezza: non esiste alternativa a Berlusconi, non ci sono figure in grado di sostituirlo. E in fondo va bene così, perché «quando lo agganciamo ai nostri obiettivi ci fa arrivare a risultati concreti». C'è solo un nervo scoperto, che diventa sempre più doloroso: i legami stretti e personali con il Cremlino. Una liaison che aumenta la potenza della principale arma di Mosca - il gas di Gazprom - e nel gennaio 2010 spinge la Clinton a scatenare un'inchiesta sulle relazioni segrete tra i due premier: «Silvio asseconda i peggiori istinti di Putin». Questa è l'analisi che emerge dai documenti dell'ambasciata americana di Roma ottenuti da WikiLeaks e che "L'espresso" comincia a pubblicare da questa settimana: oltre 4 mila cable che riscrivono la storia dei rapporti tra Italia e Stati Uniti dal 2002 all'aprile 2010, analizzando ogni snodo della vita del nostro Paese grazie a colloqui diretti con ministri, parlamentari, funzionari, manager, giornalisti e a frequenti ispezioni sul campo. Sono documenti eccezionali che testimoniano il crollo di credibilità dell'Italia e delle sue istituzioni, con pochissime eccezioni: il presidente Giorgio Napolitano, i carabinieri e le Fiamme gialle, i soldati impegnati in missione.
Il premier clown e le sue gaffe
- «Berlusconi è incline alle gaffe ed è un po' clown», la definizione regalata da un anonimo dirigente del Pdl ricorre spesso nelle relazioni spedite a Washington, informata di tutti gli incidenti verbali del premier, inclusi «Obama abbronzato» e qualche «salace» barzelletta. Ma i dossier non danno mai spazio al gossip: gli scandali sessuali, le «feste disinibite con ragazze veramente molto giovani», le «registrazioni con una prostituta», le accuse di «promiscuità sessuale fatte dalla moglie» occupano poche righe trattate con estrema cautela. Agli americani importa invece capire quanto il Cavaliere potrà essere utile ai loro disegni. La sintesi migliore è quella di Spogli, l'ambasciatore mandato a Roma da George W. Bush, che a febbraio 2009 consegna un quadro drammatico alla nuova amministrazione Obama: «L'Italia non sempre si è dimostrata un partner ideale. Il lento ma reale declino economico minaccia la sua capacità di avere un ruolo nell'arena internazionale. La sua leadership manca spesso di visione strategica - una caratteristica che nasce da decenni di coalizioni instabili o di vita breve. Le istituzioni non sono adeguatamente sviluppate come ci si aspetterebbe da un moderno Paese europeo». Spogli insiste sui limiti dei leader: «La non volontà o l'incapacità di dare risposte a molti dei problemi cronici creano apprensione tra i partner internazionali e danno l'impressione di un governo inefficace e irresponsabile». Silvio Berlusconi è diventato il simbolo di questa Italietta, con un ritratto degno del "Caimano": «La sua volontà percepita di porre gli interessi personali prima di quelli dello Stato, la sua preferenza per soluzioni a breve termine invece che per investimenti di lunga durata, il suo frequente uso di istituzioni e risorse pubbliche per conquistare vantaggi elettorali sui suoi avversari politici hanno danneggiato l'immagine dell'Italia in Europa e hanno creato un tono disgraziatamente comico alla reputazione italiana in molti settori del governo statunitense».

Stefania Maurizi e Gianluca Di Feo (L'Espresso - 18 febbraio 2011)

Uno scandalo della democrazia

Forse avrà qualche ragione Umberto Bossi, che nella sua deriva neo-dorotea dichiara "oggi è un buon giorno per la maggioranza". Ma una cosa è certa: l'ulteriore compravendita di parlamentari appena conclusa dalla coalizione forzaleghista è una giornata nera per la democrazia. Ce n'erano state già tante altre, in questi mesi nei quali il berlusconismo da combattimento non ci ha risparmiato proprio nulla: dall'attacco contro lo Stato al killeraggio contro gli avversari. Ma ora il quadro si completa con l'accusa di Gianfranco Fini, che per la prima volta denuncia a viso aperto quanto già era evidente nel chiuso dei giochi di Palazzo: la tenuta di questo centrodestra si deve anche e soprattutto al "potere mediatico e finanziario" del presidente del Consiglio.

Fini, com'è evidente, parla prima di tutto da "parte lesa". Il calcio-mercato dei senatori e dei deputati si gioca soprattutto dentro la sua metà campo, già terremotata dalle lotte intestine esplose al congresso di Milano di domenica scorsa. Una battaglia di retroguardia che ha il sapore amaro della peggiore Prima Repubblica, e che restituisce al Paese un'immagine penosa: un progetto politico che aveva idee e ragioni per alzarsi in piedi e ribellarsi alla corte muta o plaudente del Cavaliere, ma che non ha ancora gambe e muscoli per correre e affrancarsi dalla signoria berlusconiana. Un disegno "alto", che insegue il traguardo di un "altro" centrodestra compiutamente europeo, cioè costituzionale, repubblicano, laico, immiserito e alla fine compromesso dalla solita, indecente guerra tra i colonnelli. Futuro e Libertà, in queste ore, ricorda il profilo scisso dell'uomo di Ferdinando Pessoa: un pozzo che guarda il cielo.

Nelle parole aspre di Fini, e quindi nel suo duro attacco al premier, risuona dunque anche l'eco di questa amarezza e di questa debolezza. Ma Fini è anche presidente della Camera. E il fatto che la terza carica dello Stato denunci con tanta durezza il vergognoso suk degli onorevoli messo in piedi dal capo del governo è anche e soprattutto un clamoroso scandalo della democrazia. L'istituzione che presiede uno dei due rami del Parlamento sta dicendo esplicitamente al Paese che il presidente del Consiglio "allarga" la sua maggioranza non solo grazie alla "moral suasion", cioè alla promessa di qualche strapuntino richiesto nel sottogoverno o alla minaccia di qualche giro non richiesto sulla macchina del fango. Ma anche grazie alla "money suasion", cioè alla forza della sua immensa ricchezza economica.

Sappiamo bene che un'accusa del genere, anche o forse proprio perché promana da un'istituzione della Repubblica, dovrebbe essere maneggiata con tutta la cura e la prudenza del caso. Sappiamo bene che non può essere gettata in pasto agli italiani senza un riscontro oggettivo: per sostenerla occorrono prove tangibili, e chi le possiede ha il dovere civile di inoltrarle alla Procura di competenza, prima ancora che di pubblicarle sul "Secolo d'Italia". Ma il fatto stesso che la si evochi dimostra la gravità del momento. In questi ultimi mesi fior di parlamentari "in transito", in interviste su giornali radio e televisioni, hanno parlato di promesse di soldi e di mutui da pagare, in cambio di eventuali transumanze dall'opposizione. Massimo Calearo, poi effettivamente "transitato" nel gruppo delle anime perse dei cosiddetti Responsabili (che sarebbe più proprio definire Disponibili) si è spinto addirittura a render noto il "tariffario". E "Repubblica", solo due mesi fa, ha a sua volta pubblicato copia del doppio "contratto" che a inizio legislatura fu offerto e fatto firmare a due leghisti all'epoca indecisi, ai quali si proponeva (in caso di mancata elezione) un "co. co. pro" della durata dell'intera legislatura, pagato con un compenso pari allo stipendio di un parlamentare.

Nulla è stato mai smentito. Né le interviste, né i contratti. Ce n'è abbastanza per parlare di uno scandalo politico, che evidentemente si sta perpetuando. Fini ha fatto bene a rompere il silenzio, riaffondando il bisturi nella ferita, mortale e mai sanata, del gigantesco conflitto di interessi berlusconiano. Ma all'ex co-fondatore del Pdl, una cosa si può e si deve dire. Avrebbe fatto ancora meglio se questa denuncia l'avesse lanciata non già nella posizione "terza" e super partes di presidente della Camera, ma in quella libera e legittima di leader del suo partito nascente. Se si fosse dimesso dal suo incarico istituzionale, e avesse accettato il suggerimento che questo giornale gli aveva dato fin dalla scorsa estate, quando i "guastatori" del Cavaliere gli scatenarono contro la campagna violenta sulla casa di Montecarlo, oggi il "j'accuse" di Fini avrebbe ben altra valenza politica, e ben'altra rilevanza mediatica. Non l'ha fatto. E ora, suo malgrado e certamente su tutt'altro piano, finisce per esser parte anche lui di questa brutta pagina della democrazia.

Massimo Giannini (La Repubblica - 18 febbraio 2011)


giovedì 17 febbraio 2011

La vita eccetera


"Se ti parlo un po' del mio fidanzato -- ti racconto la sua vita, come ci siamo conosciuti, qual è il suo colore preferito eccetera -- tu poi sapresti consigliarmi un romanzo da regalargli?"

L'apprendista Libraio



Sembra che i politici stiano letteralmente impazzendo perché non sono in grado di attribuirci un'appartenenza.

Sembra che i politici stiano letteralmente impazzendo perché non sono in grado di attribuirci un'appartenenza. Non si capacitano: ritengono che in Italia, come succede a loro, e come succede evidentemente a tanti altri (perché altrimenti si capaciterebbero), non esista nessuno che non abbia un'appartenenza. Che possano esistere magistrati indipendenti, neanche a pensarci! Ma, allora, non riescono proprio ad affibbiarci ad alcuno, e questo li disorienta. Non avendo individuato un'appartenenza, non capiscono "per conto di chi abbiamo operato", e non riescono pertanto a capire a chi devono rivolgersi per lamentarsi del nostro lavoro, ovvero per "trattare".
All'epoca, infatti, era convinzione diffusa negli ambienti politici che, in certi campi, per esempio in quelli che coinvolgevano l'alta finanza e l'economia, i magistrati agissero in qualche misura a comando, o perlomeno inconsapevolmente strumentalizzati da questa o quella fetta del potere, per condizionare e ricattare altre fette. Sapevano dell'esistenza di scavezzacolli che non rispondevano a nessuno, ma questi per norma, secondo la loro concezione, dovevano essere controllati dai capi e non essere incaricati di indagini che li avrebbero potuti portare a infilare il naso nel potere.
La nostra indipendenza li disorienta e in qualche modo li blocca.
Noi continuiamo a lavorare. Dopo aver garantito la conservazione e la genuinità delle carte, procediamo all'analisi. E il contenuto ci sembra ancora più serio e più grave di quanto supposto. Per esempio, la busta intestata "On. Claudio Martelli", che sarebbe stato nominato poco dopo vicesegretario del partito socialista, partito che sostiene il governo, contiene l'indicazione di un conto corrente presso una banca svizzera, il conto Protezione, e lo collega appunto a Martelli (a quel tempo aprire senza autorizzazione un conto corrente all'estero era punito dalla legge penale); in un'altra busta sigillata c'è la chiara indicazione di versamenti consistenti per sette milioni di dollari, sostanzialmente a titolo di illecito finanziamento, a favore dell'onorevole Bettino Craxi, numero uno del partito socialista, proprio sul conto Protezione; un'altra contiene documenti di chiarissima provenienza dei servizi segreti, tutti riferentisi alla persona di Licio Gelli; un'altra ancora riguarda un procedimento penale pendente proprio a Milano nei confronti di Roberto Calvi, con una serie di appunti, che fanno pensare all'interesse da parte di magistrati perché il risultato delle investigazioni gli sia favorevole, mentre altri, tra cui lo stesso procuratore, si sarebbero adoperati per fargli restituire il passaporto; in un'altra ancora c'è un quadernetto, nel quale sono minuziosamente annotati gli importi e la destinazione di contributi in denaro. Per dare l'idea alcuni di questi sono registrati come destinati a Magistratura indipendente, cioè, occultamente e illecitamente, a una corrente della magistratura, a magistrati.
Vi sono poi i nomi, come iscritti o in via di iscrizione, di tre ministri della repubblica (il socialista Enrico Manca, che otterrà però dal giudice civile di Roma un accertamento di estraneità dalla loggia, nonché i democristiani Adolfo Sarti e Franco Foschi), più di quaranta parlamentari, il vertice dei servizi di sicurezza (tra loro il capo del Servizio per le informazioni e la sicurezza militare, meglio noto come SISMI, generale Giuseppe Santovito, il capo del Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica, meglio noto come SISDE, generale Giulio Grassini, il direttore del Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza, l'organo di coordinamento dei servizi, meglio noto come CESIS, Walter Pelosi), il comandante della Guardia di finanza, parte dei vertici dei carabinieri, segretari particolari del presidente della re-pubblica e del presidente del consiglio, eccetera (tra cui i magistrati, primo tra tutti l'ex procuratore generale Carmelo Spagnuolo che pure aveva sottoscritto un affidavit a favore di Sindona), eccetera (banchieri di banche pubbliche e private, imprenditori, editori), eccetera. C'è l'impressionante contenuto delle buste. Ci chiediamo se l'affare riguardi solo la magistratura o anche gli altri poteri dello Stato. E crediamo che non si tratti di fatti che interessano solo la giustizia.
Tra coloro che rappresentano le istituzioni pensiamo per primo al capo dello stato, Sandro Pertini: riassume nella sua persona l'immagine di tutti i poteri istituzionali, ed è la persona di cui ci fidiamo di più. Cerchiamo un contatto (non è una cosa semplice per due giudici istruttori parlare col presidente della repubblica); mentre stiamo preparando il viaggio una nostra collega ci informa, parlando per telefono in codice (temiamo che i nostri telefoni siano controllati), o meglio parlando d'altro e alludendo indirettamente ("Scusa se ti telefono solo ora, ma tornando da Roma in aereo ho avuto un paio d'ore di ritardo" "Come mai?" "Mah, stava partendo per il Sudamerica il presidente, c'erano misure di sicurezza, il mio aereo è partito tardi"..."Ah sì, non sapevo di questo viaggio, ma starà fuori molto?" "Sembra una decina di giorni") al fatto che il presidente non ci sarà per qualche tempo. Non possiamo aspettare, e cer-chiamo di farci ricevere dal presidente del consiglio dei ministri, Arnaldo Forlani.
Cerchiamo, perché da una parte non esiste alcun rapporto tra noi e l'esecutivo, e dall'altra è necessario adottare cautele perché l'incontro rimanga riservato, per evitare clamori e strumentalizzazioni. Ovviamente predisponiamo la lettera ufficiale, ma per organizzare i dettagli (giorno, ora, luogo) ci affidiamo a un collega, Umberto Loi. Umberto, infatti, è consulente presso una Commissione parlamentare d'inchiesta (che, guarda caso, ha il compito di approfondire gli eventuali legami tra la politica e la vicenda economica e finanziaria di Michele Sindona), e quindi frequenta Roma e i parlamentari membri della commissione, e ha la possibilità di contattare in modo riservato il presidente del consiglio, attraverso qualcuno di costoro. L'incontro viene fissato per il 25 marzo, a Palazzo Madama, sede del senato della repubblica.
L'intenzione non è certo quella di comunicare all'onorevole Forlani notizie coperte dal segreto istruttorio, ma allertare l'esecutivo sull'esistenza di un'organizzazione segreta in grado, pare, di interferire sulle decisioni e sulla gestione delle pubbliche istituzioni, consegnargli una copia della lista e di alcune carte trovate, che ne dimostrino, almeno prima facie, l'attendibilità.
La mattina del 25 Giuliano e io partiamo da Milano su un'auto civile della Guardia di finanza prima dell'alba, per non dare nell'occhio. Giungiamo a Roma, contattiamo Umberto che dopo pranzo ci accompagna al senato, dove siamo introdotti in una delle tante anticamere e letteralmente dimenticati. Passano le ore, solo a sera riusciamo a metterci in comunicazione con la segreteria del presidente. "C'è stato un equivoco," ci informa una segretaria, "il presidente vi aspettava a Palazzo Chigi, alla sede del governo, potete raggiungerlo lì." Probabilmente una frottola, non si possono dimenticare delle persone per ore. Comunque noi siamo convinti che sia una frottola, e pensiamo che l'onorevole Forlani ci abbia fatto attendere per potersi consultare sul-l'atteggiamento da tenere nei nostri confronti.
Arriviamo a Palazzo Chigi, ci accompagnano in anticamera e qui chi ci riceve? Il prefetto Mario Semprini, segretario particolare dell'onorevole Forlani, che dall'elenco della P2 risulta titolare della tessera d'iscrizione numero 1637. Non siamo nemmeno tanto stupefatti, sapevamo che il segretario particolare di Forlani risultava nella lista della P2. Pensavamo però che avesse il buon gusto di non venire ad aprirci la porta.
Semprini ci fa accomodare in anticamera, e sparisce. A noi viene da ridere a ripensare alla scena bizzarra e irreale, tutta apparenze, appena vissuta. Sappiamo che il suo nome compare nella lista, ma facciamo finta di niente: oltretutto siamo convinti che lui sappia che noi sappiamo, e ciononostante faccia finta di niente. Probabilmente non gli siamo simpatici, perché la nostra scoperta lo mette nei guai, e tuttavia ci riceve con il più affabile dei sorrisi. Allo stesso tempo, venendoci ad aprire, ci fa toccare con mano la sua vicinanza al presidente del consiglio, e cioè il suo potere.
Torna dopo interminabili minuti, e ci introduce nello studio dell'onorevole Forlani.
Il minuetto continua. Il presidente ci fa sedere e si informa del motivo della nostra visita. Come se non lo sapesse! Fino a quel giorno siamo riusciti a non far trapelare nulla all'esterno, la stampa ancora non ha pubblicato alcunché sul contenuto della scoperta, ma come può il presidente del consiglio dei ministri non esserne stato informato, visto che sono stati trovati i nomi di tre ministri del suo governo, dei capi dei servizi, di una dovizia di parlamentari, molti dei quali del suo partito, del suo segretario particolare?
Forlani ci chiede il motivo della visita e quando gli diciamo che si tratta della P2, di un'organizzazione segreta che potrebbe mettere in pericolo le istituzioni, cade dalle nuvole. O meglio, cerca di dirci qualcosa, ma per un paio di minuti buoni non riesce ad articolare parola. Dalla sua bocca escono suoni gutturali, e abbiamo l'impressione, non confermata, che provi a svilire l'argomento, senza tuttavia riuscire a dominare il linguaggio.
Dopo un po' si riprende, e finalmente parla.
"Ma sono sicuri, lorsignori, dell'importanza della vicenda?" e noi a spiegargli cosa riteniamo di dover pensare sulla base di quel che si è scoperto.
"Ma sono sicuri che non si tratti di documenti falsi, creati apposta per generare confusione?" e noi a riferire dell'assoluta imprevedibilità della perquisizione.
"Ma non si tratta di fotocopie, fotomontaggi, insomma, siamo sicuri che si tratti di documenti originali?"
"Signor presidente, riteniamo che il materiale sia affidabile. Se desidera può cercare di verificare lei stesso. Abbiamo portato la fotocopia della lista degli iscritti, e di qualche altra carta. Tra queste c'è la domanda di iscrizione del suo ministro di grazia e giustizia. Avrà, credo, a portata di mano qualche atto sottoscritto dal ministro, che come guardasigilli controfirma ogni atto del governo."
"Eh sì, qualche cosa firmata da Sarti dovrei averla qui. Ma fatemi vedere, fatemi vedere questa domanda di iscrizione."
Gliela mostriamo, è un foglio a quattro facciate, tipo foglio protocollo. Lui la prende, la gira, la rigira, guarda la firma, la riguarda.
"No, non mi pare che sia la sua. Non credo, non mi sembra, la sua è diversa. C'è qualche somiglianza ma la sua è diversa." E dopo un momento di riflessione: "Comunque, da qualche parte devo avere una firma autografa di Sarti. Fatemi cercare..." e si avvia verso un armadio, lo apre, rovista, torna a sedersi alla scrivania con alcune carte in mano. "Ecco qua, questa è una firma di Sarti. Possiamo confrontarle. Sì, si assomigliano, ma... Eh, si assomigliano, si assomigliano proprio... Sembrano fatte dalla stessa mano. Ma quella che mi avete portato è una fotocopia!"
"Sì, presidente, questa è una fotocopia, ma abbiamo sequestrato l'originale che conserviamo in ufficio."
Si convince, o comprende che non è più possibile insinuare dubbi sull'autenticità delle carte, e ci prende sul serio.
"Lasciatemi le carte che mi avete portato, le studio, le vedo. Devo vedere cosa fare, devo trovare una soluzione."
"Non vorremmo essere impertinenti, presidente. Le carte... il suo segretario, il prefetto Semprini risulta nella lista..."
"Ho capito, me le porterò a casa, e le studierò là. Qualunque cosa intendiate co-municarmi chiamatemi direttamente."
Convenevoli. Torniamo a Milano, con la stessa auto della Guardia di finanza. Non ricordo nemmeno se sulla via del ritorno abbiamo commentato l'incontro. Eravamo molto stanchi e ci eravamo liberati di un peso, di avere solo noi la responsabilità della conoscenza della P2. Probabilmente abbiamo dormito per tutto il viaggio.
Riprendiamo l'esame delle carte, e cominciamo ad acquisire elementi comprovanti la loro attendibilità tramite l'attività istruttoria, che impostiamo su due direttrici: sentiamo come testimoni alcuni iscritti; cerchiamo riscontri al pagamento delle quote di adesione alla loggia.
Quanto alle dichiarazioni, le resistenze sono poche e cedevoli, insomma tutti coloro che sentiamo riconoscono la partecipazione alla P2, a eccezione di uno, che tuttavia ammette conoscenze, rapporti, interessi del tutto in linea con la veridicità dell'iscrizione.
Quanto ai contributi, troviamo alcuni blocchi di matrici di ricevute, con l'indicazione del nome e dell'importo. Pensiamo che alcuni pagamenti siano avvenuti in assegni. Decidiamo allora di andare a cercare dove siano stati versati gli assegni, e avendo identificato due banche di cui Gelli si serviva, decidiamo di perquisirle.
Le due banche si trovano ad Arezzo e a Castiglion Fibocchi. Di nuovo all'alba partiamo da Milano, questa volta con varie auto della Guardia di finanza, e all'apertura delle banche siamo sul posto. Giuliano va a perquisire l'istituto di Arezzo, io quello di Castiglion Fibocchi. Ci sono resistenze, nel senso che non salta fuori subito quel che cerchiamo, nonostante che, di solito, la presenza fisica di un giudice induca i funzionari a risposte rapide e pertinenti, e alla rapida messa a disposizione della documentazione. Morale, sono necessarie delle ricerche perché, proprio nella banca che stavo perquisendo, salti fuori finalmente un libretto al portatore, il libretto "Primavera", sul quale venivano versate le quote. Altre difficoltà, ma finalmente i dipendenti della banca ammettono che gli assegni versati sul libretto sono stati tutti microfilma-ti. Ancora problemi, e si individuano alcuni microfilm. Alla fine ottengo l'impegno della banca a trasmetterci la copia di tutti gli assegni. Tarderanno ad arrivare, ma ci daranno la dimostrazione che molte quote di adesione all'organizzazione sono state pagate con uno strumento che lascia tracce indelebili e incontrovertibili. La verifica dà risultati certi.
Nel frattempo riteniamo di far nuovamente visita al presidente del consiglio, per sottoporre alla sua attenzione altra documentazione trovata a Castiglion Fibocchi che, all'esito dell'esame, ci pare di particolare rilievo ai fini della valutazione della perico-losità della loggia, e torniamo a Roma il 30 marzo.
Il ghiaccio era stato rotto la volta precedente. Il presidente è più affabile, e ci comunica la sua intenzione di creare una commissione, di nominare un gruppo di esperti che esamini le carte e valuti natura e finalità della loggia. A noi sembra già tutto sufficientemente chiaro, e ci pare estremamente pericoloso lasciare che iscritti alla loggia gestiscano i servizi di sicurezza. Soprattutto in quel periodo, in cui l'Italia non è ancora riuscita a liberarsi del terrorismo. Non riteniamo, tuttavia scandaloso che il presidente voglia muoversi con cautela, avere insomma un parere autorevole prima di agire. Gli segnaliamo comunque la nostra impressione, e che occorre fare in fretta.
Sempre nello stesso periodo, un'altra situazione contribuisce a riempire di significati a dir poco inquietanti i rapporti intessuti nella loggia.
Già subito dopo la perquisizione, aveva telefonato a Guido Viola, il pubblico ministero che seguiva il procedimento, il generale dei carabinieri Giovan Battista Palumbo, che aveva comandato, come suo ultimo incarico, la divisione "Pastrengo", una delle tre che coprivano il territorio nazionale, quella del nord, con sede a Milano; insomma, uno dei tre ufficiali dei carabinieri che avevano raggiunto il vertice - più in alto di così si può diventare soltanto vicecomandante dell'Arma - della gerarchia. Palumbo aveva dapprima rivolto a Viola raccomandazioni generiche, come la preghiera di investigare con la massima segretezza, raccomandazioni che probabilmente servivano da tramite per farci arrivare avvertimenti sfumati. Successivamente, invece, era diventato più invadente, ed era giunto a chiedere informazioni specifiche sul contenuto della perquisizione, tipo che "dall'alto" si intendeva conoscere se tra le carte fos-se stato rinvenuto anche un "fascicolo sul ministro Sarti".
Viola, come noi, era conscio che qualsiasi incontro, contatto, rapporto, dovesse essere estremamente formale e documentato (per esempio, al presidente del consiglio, in entrambe le occasioni in cui lo abbiamo incontrato, abbiamo gentilmente chiesto, e ottenuto, che ci rilasciasse ricevuta autografa di quanto gli consegnavamo) e, invece di rispondergli, ci informa per iscritto delle avances di Palumbo; noi lo convochiamo formalmente e lo sentiamo come testimone, redigendo come sempre un verbale dettagliatissimo. Dimenticavo, il nome di Palumbo risultava nelle liste P2, tessera numero 1672.
Ancora adesso non mi è chiaro perché il generale dei carabinieri Giovan Battista Palumbo si sia fatto avanti, abbia chiesto un contatto. Le sue dichiarazioni costituiscono un elemento fondamentale per comprendere quanto Licio Gelli fosse capace di interferire nella gestione delle istituzioni.
Probabilmente pensa che il nostro incontro sia informale che non riteniamo di documentare le sue affermazioni. Forse vuole convincerci della innocuità, prima ancora che della lealtà, del "venerabile" (così veniva chiamato Gelli in linguaggio massonico), della inesistenza - o quantomeno degli aspetti innocui - dell'organizzazione che a lui fa capo. Vuole rassicurarci, farci credere che quel signore d'Arezzo ha buoni rapporti con molti esponenti delle istituzioni, ma si tratta di rapporti amicali, da "allegra combriccola" di persone che si incontrano per diletto, per affinità di vedute.
Forse, alla fine lo tradisce il suo senso di lealtà, recondito, nei confronti dell'Arma; più probabilmente non si rende conto, abituato com'è a far coincidere il suo modo di intendere l'istituzione con l'occulto, il segreto, il sotterraneo, dell'assurdità della sua doppia obbedienza.
Ho recentemente parlato del Gelli e della P2 con il Colonnello Musumeci... che so essere egli pure affiliato alla P2... Il Colonnello Musumeci fa parte del SISMI da circa un anno, un anno e mezzo. Dopo la perquisizione avvenuta a casa di Gelli Musumeci mi telefonò dicendomi di farmi vedere a Roma. Io andai a Roma da lui. Musumeci mi disse che era stata fatta questa perquisizione e si mostrò preoccupato che i nominativi degli aderenti alla P2 venissero divulgati alla stampa, dicendomi che una eventualità del genere avrebbe provocato il finimondo. Mi pregò quindi di mettermi in contatto con il dottor Viola...
Proseguendo nel corso della deposizione, ci racconta di come Gelli sia stato capace di convocare nel 1973, ad nutum, nella sua abitazione in Arezzo, contemporaneamente due dei comandanti delle tre divisioni dei carabineri, insieme, scopriremo poi, a uno dei vertici della magistratura inquirente, il procuratore generale dottor Carmelo Spagnuolo ("Ricordo che a questa riunione il procuratore generale Spagnuolo espose delle sue idee sulle eventuali soluzioni della situazione politica italiana...", riferisce Franco Picchiotti, l'altro generale dei carabinieri presente all'incontro, nella deposizione del 28 aprile 1981).
Per fare che? Per avvertirli delle sue preoccupazioni nel caso in cui, alle imminenti elezioni, non fosse risultato vincitore il blocco moderato. Per informarli di quale comportamento avrebbe gradito da parte dei carabinieri ove tale temuta ipotesi si fosse verificata.
Gelli ci rivolse subito la parola dicendo che la situazione politica era molto incerta, e di tenere sempre presente che la massoneria anche di altri stati è contro qualsiasi dittatura di destra o di sinistra e che noi della P2 dovevamo appoggiare in qualsiasi circostanza il governo di centro... Io sollevai delle obiezioni chiedendo al Gelli che cosa significasse appoggiare... un determinato governo. Gelli ci disse "con i mezzi che avete a disposizione". Io avrei in conseguenza dovuto, per esaudire le richieste di Gelli, ripetere il suo discorso ai comandanti di brigata e di legione, i quali a loro volta lo ripetessero ai gradi via via subalterni.
Spagnuolo, dalle carte, io conoscevamo già, per aver sottoscritto quell'affidavit, quella dichiarazione giurata da produrre davanti ai giudici americani per cercar d'impedire che Sindona potesse essere riportato, in manette, in Italia. Di affidavit analoghi ne erano stati firmati anche altri, sempre per evitare il rimpatrio di Sindona, molti dei quali, avremmo constatato dagli elenchi, da parte di fratelli della loggia P2.
Di Palumbo avremmo scoperto più cose successivamente, grazie all'attività istruttoria di un ostinato collega veneziano Felice Casson. Il 31 maggio 1972 la stazione dei carabinieri di Peteano di Sagrado, vicino a Gorizia, aveva ricevuto una telefonata anonima, nella quale si segnalava la presenza sospetta, in una strada di campagna, di una Fiat 500, con il parabrezza sforacchiato da proiettili. Dalla caserma si muovono più pattuglie che individuano l'auto. Si avvicinano in quattro, Antonio Ferraro, Donato Poveromo, Franco Dongiovanni e Angelo Tagliari, e si accingono a ispezionarla. Uno di loro apre il cofano, ne segue una terrificante deflagrazione. Se ne salva uno solo, per modo di dire, perché ne subirà le conseguenze per tutta la vita.
Di Palumbo scopriremo, grazie a Casson, che all'epoca, comandando la divisione Pastrengo, da cui dipendono i carabinieri della legione di Udine, è superiore del colonnello Dino Mingarelli, che comanda la legione, il quale sarà poi condannato per aver depistato le indagini sulla strage di Peteano. è proprio un'informativa di Palumbo - scoprirà anni più tardi Felice Casson - a indicare ai carabinieri di Udine una "pista rossa" che in seguito si dimostrerà falsa.
Gli autori della strage sono Vincenzo Vinciguerra e Carlo Cicuttini, neofascisti veneti. Il primo confesserà la sua partecipazione all'attentato nel 1984; il secondo è tuttora latitante. Anche, o soprattutto, grazie alla capacità degli uomini alle dipendenze di Palumbo di inventare false piste, false tracce, impossibili autori.
Anche di Pietro Musumeci scopriremo, per il lavoro di un altro collega, Libero Mancuso, comportamenti che all'epoca ci erano ignoti. Il 2 agosto 1980 scoppia una bomba alla stazione ferroviaria di Bologna, muoiono ottanta persone, uomini e donne che hanno scelto il treno per partire o tornare dalle vacanze, bambini, tanti bambini al loro seguito. L'ordigno è collocato nella sala d'aspetto della gente comune, la potenza dell'esplosione abbatte pareti e soffitto.
Musumeci fa parte dei servizi segreti, è capo dell'ufficio controllo e sicurezza del SISMI.
Iniziano subito i depistaggi. Il giudice istruttore che si occupa delle indagini viene condotto, come un cagnolino al guinzaglio, verso le più suggestive sedi di un complotto internazionale, il Libano, Beirut. Il tentativo di attribuire a stranieri l'eccidio in questo modo non funziona, e allora entra in scena Musumeci, aiutato da un altro ufficiale dei servizi, Giuseppe Belmonte. Nel gennaio 1981 collocano sul treno Taranto-Milano una valigia con armi, esplosivo T4 (di composizione analoga a quello utilizzato a Bologna}, biglietti aerei intestati a un cittadino francese e a un cittadino tedesco. E anonimamente avvertono perché la valigia sia ritrovata, perché, finalmente in modo attendibile, si segua una pista di criminalità internazionale. Anche questa volta va male e la trama è scoperta.
Queste e altre cose non conosciamo nella prima fase di indagini sulle carte tro-vate in Toscana. Cose riguardanti il passato, la storia, le azioni di uomini che sarebbero state scoperte dall'intelligenza, l'abilità, il coraggio e la tenacia di altri magistrati che hanno la stessa nostra voglia di scoperta, la stessa curiosità sulle cause dei fatti.
Invece, al contrario degli altri, sappiamo altre cose, riguardanti il presente.
Per qualche settimana la gente non sa che abbiamo scoperto la P2. Riusciamo a non far trapelare la notizia dagli uffici giudiziari, non parlandone nemmeno con i colleghi più amici (a Piero Forno, ai cui fascicoli chiedemmo ospitalità per le fotocopie che dovevano garantire la conservazione degli atti, abbiamo fatto promettere che non ne avrebbe parlato nemmeno nel sonno, nel caso ne avesse l'abitudine); coloro che sanno perché fanno parte dell'organizzazione non divulgano la notizia: forse ancora non hanno deciso cosa fare, forse pensano di muoversi, come hanno sempre fatto, nella clandestinità, di screditarci, di stravolgere il significato della scoperta, di minare l'attendibilità delle carte; i cronisti giudiziari percepiscono che dalle indagini è emerso qualcosa, ma non sanno cosa. Insomma, per poche settimane, apparentemente è come se non fosse successo nulla.
Noi, Giuliano e io, siamo in una posizione singolare, strana, sotto alcuni punti di vista bizzarra. Possiamo osservare quel che succede attraverso la nostra chiave di lettura, abbiamo una possibilità di interpretazione che gli altri non hanno. E così, quando il nostro collega Antonio Buono, tessera P2 numero 1757, scrive su "Il Giornale" a proposito del "giudice che fa politica" (23 marzo 1981), ovvero ammonisce sul pe-ricolo di "aumentare i poteri di un giudice che decide da solo e per di più cumula le funzioni dell'inquirente a quelle del giudicante" o riferisce di "un sindacato irresponsabile e fazioso per ordine di partito" (30 marzo 1981), o ancora - essendoci capitato tra le mani un pezzo del giorno precedente alla perquisizione invita a "riflettere sul proposito, espresso da più parti e anche, qualche giorno fa, nella sua intervista televi-siva dal segretario socialista, di sottoporre le procure a un controllo da parte dell'ese-cutivo 'perché lo stato e il cittadino siano adeguatamente rappresentati nel processo"' (16 marzo 1981), noi leggiamo al di là delle parole, del contesto nel quale è inserito l'articolo, e vi riconosciamo il riflesso della sua piduistica appartenenza. Buono è un esponente di rilievo della corrente di Magistratura indipendente, quella alla quale, secondo le carte di Gelli, erano stati destinati contributi da parte del capo della P2.
Ancora di più avremmo capito noi e tanti altri quando, nel luglio di quell'anno, sarebbe stato sequestrato alla figlia di Gelli, Maria Grazia, il Piano di rinascita democratica, e cioè il programma politico della Loggia P2, tenuto fino ad allora rigorosa-mente occulto. Tra i punti qualificanti delle riforme auspicate dal piano spiccano infatti la sottomissione del pubblico ministero all'esecutivo e il forte ridimensionamento dei sindacati.
Cominciano anche le prime, sottili intimidazioni, gli avvertimenti, le allusioni, ancora talmente sommesse da essere percepibili soltanto da chi è abituato a riconoscere il linguaggio subdolo e indiretto della mafia e dell'occulto.
È ovvio però che quella situazione, quasi da limbo, così sospesa, indefinita, è destinata a non durare. Che ci sia stata la perquisizione è noto, e la stampa cerca affannosamente di conoscerne i risultati. Cominciano allora le prime ipotesi sul ritrovamento, presto si arriva a sapere della lista, e iniziano le prime congetture sui nomi degli iscritti, con tutte le inesattezze, le falsità e le strumentalizzazioni che noi avevamo paventato e che avevamo cercato di disinnescare in anticipo, attraverso quel comunicato stampa che il procuratore ci aveva negato.
Più passa il tempo, e più è necessario che l'elenco degli iscritti alla loggia sia reso pubblico. Riteniamo non sia compito nostro procedere alla pubblicazione. Ma a Roma non succede nulla, nonostante nel frattempo sia stata inviata altra documentazione da cui emerge la pericolosità della loggia (tra cui il verbale della deposizione del generale Palumbo, accompagnato da un'elaborata ordinanza con la quale veniva spiegato come il segreto istruttorio, in situazioni così destabilizzanti, non potesse valere nei confronti dei più alti poteri dello stato). E forse non sarebbe successo nulla se non vi fosse stata la Commissione parlamentare sul caso Sindona, istituita da poco. Anche la Commissione ci chiede le carte sulla P2, e noi le mandiamo.
Il governo tergiversa, e soltanto nella seconda metà di maggio decide di rispondere a interrogazioni e interpellanze avanzate più o meno da parte di tutti i gruppi politici. Ascoltiamo le risposte del presidente del consiglio, che è ancora Forlani, in ufficio, sintonizzandoci su Radio radicale, che trasmette le sedute del parlamento. L'argomento centrale è la pubblicazione delle liste. Forlani risponde alle richieste di rendere noti i nomi degli iscritti sostenendo che la cosa non lo riguarda. E il giorno dopo i giornali sono pieni di titoli che ribadiscono: "Forlani auspica che i magistrati rendano noti i nomi della 'P2"'; "Il presidente del consiglio ha detto che il governo non porrà il segreto di stato sugli elenchi massonici, ma anzi ha sollecitato i giudici a renderli noti"; "Forlani: spetta ai giudici togliere il segreto sulla P2".
"Gherardo, che facciamo, non possiamo certo rendere pubblici noi quei nomi."
"Beh, al limite, se ce lo chiedono... eh, no, certo che no, poi ci accuserebbero tutti di aver violato il segreto, di avere invaso campi non nostri."
"E allora, non possiamo nemmeno star qui a far la parte di quelli che non vogliono far sapere le cose all'opinione pubblica... E poi non è possibile che queste liste non vengano pubblicate..."
"Una cosa si potrebbe fare... Scriviamo una lettera a Forlani, e gli diciamo che non esistono controindicazioni sostanziali da parte nostra alla pubblicazione del materiale. Io credo che a quel punto sarà costretto a pubblicare."
"Sì, possiamo fare così, magari distinguendo tra quel che abbiamo trovato e i verbali testimoniali, che invece segreti devono restare..."
Mentre stiamo ancora ragionando, la mattina del 20 maggio, a Turone arriva una telefonata. è il ministro dell'interno, Rognoni, che conosce da tempo Giuliano per motivi di famiglia: "Allora, cosa fate, qui è una confusione incredibile"; "Beh, stavamo pensando di scrivere al presidente del consiglio che da parte nostra nulla osta alla pubblicazione degli elenchi..."; "Mi sembra una bella cosa. Scrivete subito che noi pubblichiamo".
Procedo a scrivere la lettera, la faccio leggere a Giuliano, la firmiamo entrambi e la firma il capo dell'ufficio, con la velocità del fulmine, e con la velocità del fulmine la spediamo. Avevo già imparato allora quanti ripensamenti esistono nella politi-ca. Due minuti dopo che la lettera è partita squilla di nuovo il telefono.
"Sai, Giuliano, a proposito di quel nulla osta, non so se è opportuno..." Giuliano può rispondere senza mentire che la lettera è già partita.
Ciononostante il governo non si decide. La situazione si sblocca soltanto perché la Commissione parlamentare sul caso Sindona annuncia, tramite il suo presidente, che provvederà lei stessa. A quel punto, dal telegiornale della notte si apprende che anche il governo ha deciso.
Le carte escono, e succede il putiferio che aveva facilmente pronosticato il generale Musumeci. Provoca indignazione la scoperta che i nomi di tutti i vertici dei servizi, di tre ministri, di molti parlamentari di partiti diversi, di giornalisti, generali, prefetti, magistrati risultino dalle carte.
Nel giro di poco tempo i "saggi" nominati da Forlani per verificare la natura della P2 concludono il loro lavoro, con un giudizio pesantissimo. La P2 è definita:
una formazione postasi fuori dell'ordinamento massonico... artificiosamente costituita e fatta funzionare da Gelli successivamente alla sospensione che colpì l'autentica loggia P2 nel 1976...Il vertice della cosiddetta loggia P2 gelliana ha vissuto e si è proposto di operare in Italia come un luogo di influenza e di potere occulto insinuandosi nei gangli dei poteri pubblici e della società civile, e di ordinare in un unico disegno... bisogni, aspirazioni, ambizioni e interessi individuali sì da convogliarli verso tutt'altri risultati che quelli della solidarietà umana intesa nel suo autentico significato... Un'associazione occulta può diventare... uno Stato nello Stato. E questo non può essere con-sentito nell'ordine democratico... una associazione occulta potrebbe... non soltanto contribuire a snaturare il sistema rappresentativo della Repubblica... potrebbe altresì far deviare quegli organi pubblici... che sono tenuti a far puntuale applicazione delle scelte... del potere politico e ad osservare l'imparzialità nell'esercizio delle rispettive attribuzio-ni... Né può essere taciuta le nefasta azione che i centri di influenza occulti potrebbero essere in grado di esercitare in tutta la società civile condizionando... le attività economiche, l'informazione, la vita dei partiti e dei sindacati...
Cade il governo e, per la prima volta nella storia della repubblica, se ne forma uno nuovo presieduto da un esponente laico, Giovanni Spadolini, rompendo così l'egemonia democristiana, che durava da quasi quarant'anni. A settembre è istituita con legge la "Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2", che concluderà i propri lavori circa tre anni dopo, esprimendo valutazioni inequivocabili sull'oggetto delle sue indagini.
Abbiamo riscontrato che la Loggia P2 entra come elemento di peso decisivo in vicende finanziarie, ... che hanno interessato il mondo economico italiano in modo determinante....Si è trattato in tali casi... di due situazioni finanziariamente rilevanti in un contesto internazionale, che hanno sollevato... serie di difficoltà di ordine politico non meno che economico, allo Stato italiano... la Loggia P2 si è posta come... centro di intersecazione di una serie di relazioni, di protezioni e di omertà che ne hanno consentito lo sviluppo secondo gli aspetti patologici che poi non è stato possibile contenere. In questo contesto finanziario la Loggia P2 ha altresì acquisito il controllo del maggior gruppo editoriale italiano mettendo in atto, nel settore di primaria importanza della stampa quotidiana, una operazione di concentrazione di testate non confrontabile ad altre analoghe situazioni... Queste operazioni infine... si sono accompagnate ad una ragionata e massiccia infiltrazione nei centri decisionali di maggior rilievo sia civili che militari e ad una costante pressione sulle forze politiche... la Loggia P2 è entrata in con-tatto con ambienti protagonisti di vicende che hanno segnato in modo tragico momenti determinanti della vita del Paese... La Loggia P2 consegna alla nostra meditazione una operazione politica ispirata ad una concezione preideologica del potere, ambìto nella sua più diretta e brutale effettività; un cinismo di progetti e di opere... un approccio strumentale con la massoneria, con gli ambienti militari, con gli ambienti eversivi, con gli uomini delle istituzioni, perché strumentale al massimo è la filosofia che si cela al fondo della concezione politica del controllo, che tutto usa ed a nessuno risponde se non a se stesso, contrapposto al governo che esercita il potere ma è al contempo al servizio di chi vi è sottoposto.
All'inizio del 1982 viene promulgata un'altra legge che scioglie la P2 e ne dispone la confisca dei beni, introducendo nell'ordinamento dello stato un nuovo reato che punisce l'associazionismo segreto diretto a influire sulle istituzioni.
Subito dopo, il Consiglio superiore della magistratura applica una serie di san-zioni disciplinari, compresa per alcuni la rimozione dalla carriera, a molti dei magistrati risultati iscritti alla loggia ("...La loggia P2... costituiva una associazione segreta... inserita principalmente in istituzioni ed organismi pubblici o di pubblico interes-se, finalizzata ad interferire sull'espletamento delle loro funzioni", si legge tra l'altro nella motivazione del provvedimento), dando una forte indicazione di impegno per l'indipendenza degli appartenenti all'ordine giudiziario (indipendenza che non con-sente obbedienze multiple) e dimostrando una sensibilità verso la correttezza dei rapporti tra funzionario e istituzione che purtroppo non verrà emulata dagli organi di controllo aventi competenza sui dipendenti di altre amministrazioni dello stato.
Ma le difficoltà per le indagini non si fermano, anzi.
Quando ancora Forlani rifletteva se pubblicare la lista, si prova ad imbrogliar le carte, ad attaccare la credibilità del materiale sequestrato, attribuendo a circostanze reali motivi o conseguenze assolutamente falsi. Ponendo l'indagine di fronte a rischi immensi, proprio perché la circostanza è vera.
Si presenta così una mattina, a uno di noi, il presidente della provincia di Pisa, il cui nome figura nella lista, e di cui abbiamo rinvenuto la domanda di iscrizione, lamentando che la firma sulla domanda è falsa, e che lui non ha mai aderito alla loggia.
Se quanto afferma è vero, l'attendibilità delle carte è messa in discussione, e al-lora ci si butta a verificare. Per farla breve, messo a confronto con un altro piduista, alla fine il presidente ammette che la firma era stata sì vergata da un'altra persona, che però poteva ritenersi legittimata a farlo in quanto lui, non vedendo l'ora di diventare massone, l'aveva continuamente importunata perché l'iscrivesse a una loggia, sicché quella, non appena se ne era presentata l'occasione aveva provveduto a redigere, anche nella firma, la domanda di iscrizione alla P2. Il risultato è che l'attendibilità delle liste risulta rafforzata, ma contemporaneamente si è perso tempo prezioso nelle investigazioni sui fatti più gravi.
Si prova con gli attacchi diretti, e pesanti, alla credibilità delle nostre persone, dei magistrati che stanno conducendo l'inchiesta.
Nei primi giorni di luglio viene intercettata all'aeroporto internazionale di Roma Maria Grazia Gelli, figlia di Licio, che ha con sé una borsa con un bordo malamente ricucito, e quindi sospetta. La si esamina, e all'interno si trovano lettere, scritti, materiale diffamatorio nei nostri confronti. Turone e Viola sarebbero titolari di conti correnti in Svizzera, entrambi sarebbero già stati convinti a insabbiare le indagini in cambio di svariate centinaia di milioni, io pure sarei lì lì per accettare, e in ogni caso noi tutti staremmo vendendo a caro prezzo parte del materiale sequestrato, utilizzabile dagli acquirenti a scopo ricattatorio.
Forse la scoperta di quelle carte è intempestiva, o meglio troppo anticipata ri-spetto all'uso che se ne voleva fare, forse il tentativo di discredito è troppo rozzo, fatto sta che la manovra scoppia quasi subito, come una bolla di sapone, tra le mani di chi l'aveva architettata.
A noi però infastidisce. E ci distrae, come sempre succede per le accuse infamanti. È successo così tante volte di riceverne, a me, a Turone e a tanti altri, eppure ancora non ci abbiamo fatto il callo. E tutte le volte si viene assaliti dall'indignazione per l'onorabilità violata, e si pensa a doversi difendere da quel che non esiste. E tutte le volte necessariamente si perde tempo nelle investigazioni. Il che è comunque, già un risultato per chi vuole intralciarle.
Intanto, comincia a muoversi la macchina che alla fine sarà capace di strapparci l'indagine.

Gherardo Colombo (Il Vizio della memoria - 1996 - Feltrinelli)


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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