"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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martedì 26 aprile 2011

Un solo disegno: piegare la Carta ai bisogni del Cavaliere

Dal premierato alla Giustizia gli assalti alla Costituzione - La campagna di de-strutturazione della Costituzione non conosce tregua. Gli operosi "picconatori" del Pdl assestano colpi quotidiani alle fondamenta della "casa comune" costruita nel '48. Vignali e Sardelli, Ceroni e Alfano, La Russa e Tremonti: è una rincorsa dissennata a sfasciare gli istituti e svalorizzare i principi che unirono i padri costituenti. La sub-cultura della destra berlusconiana sta snaturando le basi della civiltà repubblicana. In questa manovra di decomposizione sistemica, quello che colpisce non è la frequenza, quanto l'incoerenza. Quello che atterrisce non è la volontà di "mettere mano" alla Costituzione per un'esigenza politica collettiva (quella del popolo italiano), quanto l'irresponsabilità di "manomettere" le sue regole in funzione di una biografia politica individuale (quella di Silvio Berlusconi). Rivedere e aggiornare la Carta è legittimo. Quello che spaventa, nelle modifiche estemporanee sfornate dalla coalizione forzaleghista, è la totale assenza di un quadro d'insieme, di un impianto di norme coordinate e coerenti, e soprattutto destinate a durare nel tempo. Un'unica "ratio" guida le proposte di pseudo-riforma della maggioranza: saldare qualche conto sospeso, consumare qualche vendetta postuma. Cioè piegare anche la Costituzione (e non più solo la legge ordinaria) ai bisogni attuali e potenziali del Cavaliere. Siamo alla "personalizzazione" della Costituzione. Per valutarne i danni, basta ripercorrerne le tappe.

La "Grande Riforma" del 2005 - La perversa "filosofia" del berlusconismo costituzionale si evince dalle origini. La legge 269 viene approvata il 18 novembre 2005: già quella è un Frankenstein giuridico, che contiene tutto e il suo contrario. Oltre alla devolution, alla riduzione del numero dei parlamentari e alla fine del bicameralismo perfetto, la "riforma" introduce un anomalo "premierato forte", sconosciuto alle democrazie occidentali. Il Primo Ministro può revocare i ministri e sciogliere direttamente la Camera, sottraendo questa prerogativa al presidente della Repubblica. Il Capo dello Stato diventa meno che un notaio: nomina Primo Ministro chi risulta candidato dalla maggioranza uscita dalle elezioni, senza più la libertà di scelta contemplata dall'articolo 92. Il senso dell'operazione, in quel momento, è chiarissimo: Berlusconi si prepara alle nuove elezioni del 2006, non può ancora puntare al Quirinale. Per questo, con una "revisione ad personam" della Carta, depotenzia il ruolo del presidente della Repubblica, rafforzando quello del premier. Ma gli va male. Il 25 giugno 2006, al referendum, gli italiani bocciano la legge: il "pacchetto" si rivela un "pacco".

La "Riforma epocale della Giustizia" - Dopo il trionfo elettorale del 13 aprile 2008, il Cavaliere accantona momentaneamente le velleità presidenzialiste. La priorità diventa la giustizia. Il 10 marzo 2011 il Guardasigilli Alfano presenta la sua "riforma epocale". In realtà, un pasticcio totale: l'unica logica che lo tiene insieme è la "punizione" dei magistrati. C'è la separazione delle carriere, c'è la scissione del Csm, c'è la sottomissione del potere giudiziario al potere legislativo, persino nell'esercizio dell'azione penale: "L'ufficio del pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale secondo i criteri stabiliti dalla legge". Il giudice e il pm dispongono della polizia giudiziaria "secondo le modalità stabilite dalla legge", e al ministro della Giustizia spettano "la funzione ispettiva, l'organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia". L'obiettivo è palese: non c'è alcuna intenzione di migliorare l'efficienza della macchina giudiziaria, nell'interesse dei cittadini. C'è solo l'urgenza del potere politico di mettere sotto controllo il potere giudiziario, nell'interesse di Berlusconi.

La "Riforma storica" dell'articolo 41 - Nel patchwork costituzionale della destra c'è spazio anche per l'economia. Il 9 febbraio il ministro Tremonti presenta il disegno di legge di riforma dell'articolo 41. "L'attività economica privata è libera ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale, con gli altri principi fondamentali della Costituzione o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana". Una "riforma storica", la definisce dopo il varo un entusiasta ministro Sacconi. Piuttosto, una riforma "strabica": da una parte si professa il liberismo, dall'altra si pratica il colbertismo. Ci ha pensato il presidente emerito della Consulta Ugo De Siervo, a spiegare in un'intervista al "Sole 24 Ore" che "il governo vuole cambiare l'articolo 41, senza rendersi conto che la legge sul salvataggio dell'Alitalia è stata salvata proprio grazie all'articolo 41: abbiamo salvato una legge del governo in base a una norma che il governo considera sentina di tutti i mali". Un bel cortocircuito: da Popolo delle false libertà.

La riforma dell'articolo 1 - Siamo all'attualità di questi giorni. All'apice dell'aggressione del premier contro il "brigatismo giudiziario" dei pm e i manifesti vergognosi di Lassini sulle "Br in procura", il pidiellino Remigio Ceroni presenta il 20 aprile un ddl che riscrive l'articolo 1 della Carta: "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e sulla centralità del Parlamento, quale titolare supremo della rappresentanza politica della volontà popolare espressa mediante procedimento elettorale". Dunque, dopo anni di prediche presidenzialiste, la destra berlusconiana si lascia folgorare dalla "centralità del Parlamento". Un Parlamento per mesi umiliato dal Cavaliere. Con i fatti. Gli ha imposto già 31 voti di fiducia. Con le parole. Il 26 marzo 2009 dice ad Acerra: "Il voto in Parlamento dovrebbe essere consentito solo ai capigruppo... gli altri se ne stanno lì a perdere tempo, con due dita, a votare emendamenti di cui non sanno nulla...". Il 28 febbraio scorso rincara la dose in Confcommercio: "Quando il governo presenta una legge, questa deve passare al vaglio di tutto l'enorme staff del Capo dello Stato... Se una legge non gli piace, deve tornare in Parlamento, e lì lavorano solo in 50 o 60, tutti gli altri perdono tempo...". Un Parlamento che ora viene invece "elevato": diventa fonte suprema della sovranità del premier, che se ne serve per eludere il principio di legalità. L'antinomia costituzionale è stridente: l'assemblea degli eletti del popolo, strumentalmente "riabilitata" dopo accuse devastanti e pratiche frustranti, deve consegnare al presidente del Consiglio, ora e per sempre, un potere gerarchicamente sovraordinato a tutti gli altri, dal Capo dello Stato alla Consulta. Una rivalutazione del parlamentarismo, a scapito del presidenzialismo? Niente affatto. Un banale delirio costituzionale, tagliato ancora una volta a misura del Sovrano.

La "sfiducia" di Sardelli e il presidenzialismo di La Russa - Al rovinoso "picconamento" del sistema non poteva mancare il contributo dei cosiddetti "Responsabili". Luciano Sardelli, capogruppo della tribù scilipotiana alla Camera, presenta venerdì scorso la sua riforma costituzionale. Vuole cambiare l'articolo 94, e introdurre la cosiddetta "sfiducia costruttiva". Un solo articolo prevede che il presidente del Consiglio possa cessare dalla carica se il Parlamento in seduta comune approva "una mozione di sfiducia motivata, contenente l'indicazione del successore, con votazione per appello nominale a maggioranza dei suoi componenti". Dunque, contrordine: niente chiacchiere parlamentariste, riemergono i rigurgiti da premierato forte. O addirittura da presidenzialismo, come si evince dalla sortita di due giorni fa del ministro La Russa su "Affaritaliani. it": "Le forme di governo e quelle costituzionali non cambiano con le mode - dice il responsabile della Difesa - e quindi il presidenzialismo rimane sicuramente la forma migliore". Ma sul modello di presidenzialismo da adottare, il luogotenente del Pdl ha le idee chiare: "All'italiana", risponde. Appunto: Costituzione "a la carte", secondo convenienza del momento.

La riforma dell'articolo 136 e il declassamento della Consulta - L'ultima trovata è di Raffaello Vignali, che usa i padri costituenti per giustificare la sua nefandezza. Il deputato pidiellino presenta un ddl di modifica dell'articolo 136, che limita l'intervento della Consulta ad una funzione "meramente dichiarativa" dell'illegittimità costituzionale delle leggi. Se bocciate dalla Corte, cioè, queste non saranno più abrogate, ma dovranno tornare in Parlamento per le eventuali modifiche del governo. Spiega Vignali, con sprezzo del ridicolo: "Ci troviamo in presenza di una Corte costituzionale che potrebbe realizzare quella eccessiva ingerenza politica del giudice temuta dai costituenti". Tradotto in volgare: il Pdl vuole declassare la Consulta, perché non può più rischiare che gli vengano respinti i Lodi Schifani-Alfano o le leggi sulle prescrizioni brevi e i processi lunghi. Del resto il Cavaliere non ripete da anni che la Corte è "un covo di comunisti"?

Questo accade, dunque, nella "macelleria costituzionale" berlusconiana. Dov'è il disegno complessivo che questa destra persegue sulla Repubblica, sulle sue istituzioni, sulla sua forma di governo? Non esiste. Esiste solo il calcio nei denti, il ribellismo costituzionale. Oggi più che mai vale la lezione di Piero Calamandrei: "E' un errore formulare gli articoli della Costituzione con lo sguardo fisso agli eventi vicini, alle amarezze, agli urti, alle preoccupazioni elettorali dell'immediato... La Costituzione non deve essere miope, ma presbite: deve vedere lontano...". Esattamente quello che non può e non sa fare Berlusconi. Così lo Stato di diritto si sta trasformando in Stato d'assedio.

YouTube va in tv, con il telecomando

SAN BRUNO (California) - Hunter Walk non ha gli occhiali da nerd, né gli abiti del dirigente ultra-pagato. Come tutti nella sede di YouTube a San Bruno, a pochi minuti dall'aeroporto di San Francisco, veste casual e appare rilassato. Jeans, camicia e smartphone Android d'ordinanza. Non diresti che è uno dei cervelli al centro della guerra della Silicon Valley tra Facebook, Apple e Google. Eppure dentro la testa di Walk c'è una visione che vale oro, il futuro di YouTube, ovvero come convincere le persone a stare sempre di più davanti al sito che domina le classifica Comscore sui contenuti video: i 143 milioni di visitatori unici nel mese di marzo con cui Google domina il settore negli Usa altro non sono, infatti, che i video di YouTube. Il dato da tenere d'occhio per capire l'importanza strategica di YouTube è la classifica dei siti più visitati: già alla fine del 2010 la socializzazione online (Facebook) aveva superato la ricerca (Google). Ma sui contenuti video Facebook è ancora lontano (48 milioni di visitatori unici).

Walk parla con l'entusiasmo degli evangelist della rete: «YouTube è una piattaforma che fonde la democrazia e la meritocrazia. La gente carica video, inventa sitcom, costruisce percorsi educativi aperti a tutti». Ma insieme a questo fonde anche il pragmatismo dell'uomo di business. E la sua idea è semplice: rendere YouTube anche «passivo» come la televisione, un passaggio pensato per la sempre maggiore diffusione nei salotti delle nuove tv che si collegano a Internet, dove sempre di più confluiranno i servizi online. «Oggi ogni visitatore unico passa quasi 15 minuti al giorno davanti a YouTube. Siamo il secondo sito al mondo per le ricerche online, subito dopo Google». E proprio questo sembra uno dei punti di forza del gruppo. Qui a San Bruno molti si dividono tra Stanford, la sede di Google a mezz'ora di auto dove si trova Mountain View e, appunto, gli uffici un po' bucolici di YouTube. Eppure le due società sono due agguerrite rivali nella blogosfera. «Non so dire quanti minuti al giorno saranno tra due, tre, quattro anni: 17, 20, due ore? Non so - aggiunge Walk - ma per me quello che è importante è il prossimo passo da fare. E la domanda è come YouTube soddisferà i tuoi interessi. Quello che penso è che per mantenere le persone davanti ai video dovremo imparare anche dalla televisione: la homepage sarà sempre più personalizzata sulla base degli interessi dell'utente (in parte già lo è, ndr). Così non ci sarà più bisogno di pensare a cosa cercare, perché il sito offrirà già una selezione di video adatta al nostro profilo». Non un solo YouTube ma tanti YouTube quanti sono gli utenti nel mondo.

Quello che è interessante nella visione del futuro di Walk è che YouTube è l'unico sito che non insegue Facebook: è vero che l'istinto di mettere in rete il video è la condivisione. Ma alla fine - dal punto di vista dell'utente che accederà - la parola d'ordine non sarà uniformare e condividere, i nuovi mantra della blogosfera e della nostra vita sociale. Youtube sarà sempre più unico e specializzato sul profilo del singolo. Con la televisione YouTube - e dunque Google - si salverà anche dalla preconizzata fine del personal computer. Il modello di business non cambierà e resterà nelle mani di Baljeet Singh, il responsabile della «monetizzazione» di YouTube (un altro «cervello» d'oro che Google difende con le unghie). Pubblicità, dunque.

Ma quello che conta è che con il passaggio del web sul televisore di casa si verrà a creare la più potente convergenza della storia in termini di spot: il mezzo che sta registrando i tassi di crescita più elevati nella raccolta pubblicitaria - il web - si unirà a quello dove si concentrano ancora adesso, nonostante tutto, i maggiori cachet - la tv. Il risultato non lo conosce nessuno. Ma si capisce perché la visione di Walk è tutt'altro che campata in aria.

Massimo Sideri (Corriere della Sera - 24 aprile 2011)


Ciancimino contro Ciancimino



Testo:

Buongiorno a tutti, oggi, quando va in onda questo Passaparola è pasquetta, io vi sto parlando, invece, sabato sera. Ho registrato questo intervento poco più di un giorno prima di quando va in onda. Non so quindi cosa è successo ieri, domenica, e questa mattina.
In ogni caso mi interessa, più che l'attualità, una ricostruzione: riguarda il caso di Massimo Ciancimino, di cui ci siamo occupati molto spesso in questo spazio, oltre che sul Fatto Quotidiano, ad Annozero etc. Quindi non possiamo assolutamente lasciar passare quello che è successo senza cercare, là dove è possibile, di dare una spiegazione anche se, come vedremo, le spiegazioni in questo momento sono varie, quelle possibili, e non ne possiamo scegliere una sola scartando le altre.

Ciancimino e il documento taroccato - Avete letto come è stata trattata la vicenda sui giornali: Ciancimino arrestato per aver falsificato un documento, dunque tutti i documenti che ha portato sono falsi, dunque tutto quello che ha detto è falso, dunque i magistrati che lo hanno ascoltato e utilizzato come persona informata sui fatti, sia pur indagato per reato connesso e collegato, sono nella migliore delle ipotesi dei creduloni e nella peggiore dei falsari anche loro.
O lo hanno indotto a raccontare e portare carte false o hanno comunque recepito con gioia ciò che Ciancimino raccontava loro e ciò che loro volevano farsi raccontare, quindi i giornalisti che lo hanno intervistato o che hanno parlato di lui senza sparargli addosso sono anche loro dei falsari.
A un certo punto sembrava che avessero arrestato Santoro e Ingroia, mentre la notizia è che Ingroia, Di Matteo e Paolo Guidi, i tre PM di Palermo, hanno chiesto e ottenuto il fermo di Massimo Ciancimino sull'autostrada mentre da Bologna stava andando in vacanza in Francia, fermo che è stato oggi per me che vi parlo, l'altro ieri per voi che mi ascoltate, convalidato dal GIP di Parma su parere conforme della procura di Palermo che ritiene che Ciancimino debba restare in carcere perché c'è il rischio sia che scappi – stava andando in Francia in vacanza – sia che inquini le prove, cioè che ci siano manovre tra lui e qualcuno o di qualcuno su di lui o tra lui e questo qualcuno per intorbidare ulteriormente le acque di un caso abbastanza complicato.
La leggenda che ci viene venduta sulla traiettoria, il percorso della collaborazione di Ciancimino con la giustizia è una leggenda piuttosto fantasiosa, molto avvincente, poco credibile e cioè che Ciancimino, a un certo punto, decida di rovinarsi la vita cominciando a sparare a zero su alcuni fra gli uomini più potenti d'Italia. L'ultimo è De Gennaro, ma prima Mancino, Violante, il Ros dei Carabinieri il Generale Mori, il Capitano De Donno, i governi Amato e Ciampi e poi naturalmente Berlusconi, Dell'Utri, i mafiosi, etc... I magistrati, che non vedono l'ora di incastrare Berlusconi, Dell'Utri e tutti questi, ovviamente prendono per oro colato quello che lui dice e quindi si crea questo network che poi viene rilanciato mediaticamente dai giornali e in televisione da Santoro.
A parte il fatto che Ciancimino è stato intervistato dai giornali di tutto il mondo e dalle TV di tutto il mondo, a parte il fatto che Ciancimino, qualunque cosa si pensi su di lui, è giornalisticamente una notizia, perché dice delle cose molto forti: non si vede per quale motivo chi intervista una persona dovrebbe rispondere poi di quello che fa quella persona o di quello che ha fatto quella persona, ci mancherebbe altro. Montanelli diceva: “se mi dessero da intervistare il Demonio io vado a intervistare il Demonio”.
Quindi, stiamo assistendo sui soliti giornali a sciocchezze incredibili: il Corriere della Sera ha addirittura intervistato Dell'Utri come osservatore super partes, nel caso Ciancimino, dimenticando di ricordare che Dell'Utri è un condannato in appello per mafia a sette anni. Si fa confusione, Ciancimino e i pentiti... lui non è affatto un pentito, Ciancimino, i reati che gli vengono contestati li nega. E' stato processato e condannato in primo e secondo grado per intestazione fittizia di beni, cioè per aver di fatto riciclato i soldi di suo padre, i soldi che suo padre gli aveva lasciato, a lui e alla sua famiglia, e lui ha sempre negato di aver fatto il riciclaggio, ha semplicemente detto “sono il figlio di mio padre, ho ereditato i soldi di mio padre quindi non ho riciclato un bel nulla”.
Quindi non è un pentito, Ciancimino è un dichiarante, una persona informata sui fatti, che in seguito alle cose che ha dichiarato è stato poi scritto nel registro degli indagati dalla Procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, perché quando lui ha raccontato che aiutava il padre a portare i messaggi tra gli uomini dello Stato, del Ros dei Carabinieri, e gli uomini della mafia, Riina e Provenzano, portava i pizzini, i papelli avanti e indietro, evidentemente ha confessato un possibile reato, cioè quantomeno un favoreggiamento o forse addirittura un concorso in associazione mafiosa, sia pure non facendone parte personalmente, a differenza di suo padre che invece era proprio un mafioso DOC.
Questa è la sua configurazione giuridica: lui è un indagato di reato connesso, sia perché è sotto processo per aver riciclato il denaro di suo padre, sia perché in seguito alle sue dichiarazioni è stato indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e quindi, credendo al suo racconto su quella trattativa del 1992-1993, i magistrati proprio perché hanno preso sul serio quello che lui diceva e lo hanno verificato, hanno iscritto lui, anche per quel reato oltre ad altre persone.
Si è detto, infine, che siccome adesso lui è stato preso per avere taroccato un documento, praticamente tutto quello che ha raccontato, portato in questi tre anni di dichiarazioni e produzioni di documenti, non vale più niente. Allora, noi dobbiamo intanto distinguere l'aspetto mediatico da quello giudiziario. L'aspetto mediatico è che la figura mediatica di Ciancimino, che lui stesso aveva alimentato con questo iperpresenzialismo, libri, interviste, dichiarazioni, ospitate televisive, ecc, ne esce ovviamente a pezzi. Non so se irrimediabilmente, vedremo gli sviluppi di questa storia, ma senz'altro ne esce a pezzi.
Dal punto di vista giudiziario le cose stanno esattamente come prima: i magistrati non è che tutto quello che diceva Ciancimino o portava Ciancimino lo prendevano e gli mettevano il timbro di autenticità: ogni carta veniva spedita alla Polizia Scientifica per la perizia e se ne stabilisse l'autenticità. Cos'è l'autenticità? L'autenticità del documento, cioè se il documento appartiene alla persona che Ciancimino dice averla scritta, se la grafia corrisponde, se il periodo della carta e dell'inchiostro collima con quello con quello che lui attribuisce o è segnato nella datazione del documento. L'autenticità, invece, del contenuto di quei documenti è ancora un altro problema, che non risolve la Scientifica che può solo dire se una carta è autentica, dopodiché quello che c'è scritto in quella carta, se è autentico o no, se è vero o no, lo decidono poi i giudici con altri tipi di riscontri. Un conto è l'autenticità un conto la veridicità di un documento. Lo ripeto, l'abbiamo già detto mille volte, ma dato che anche io passo per uno di quelli che si bevevano qualunque cosa dicesse Ciancimino, vi ricordo che l'avevamo detto a suo tempo. Perché l'avevamo detto? Perché 55 documenti, alcuni in fotocopia, altri in originale, tra quelli, circa 150, che Ciancimino aveva portato ai magistrati erano già stati esaminati dalla Scientifica e 54 di quei 55 erano risultati autentici. La grafia di suo padre, sua, di qualcun altro era risultata quella, la datazione era quella, il documento non era artefatto. Uno di quei 55 documenti aveva suscitato dubbi della Polizia Scientifica perché era una fotocopia in formato A4, sulla sinistra c'era un appunto manoscritto di Massimo Ciancimino, fotocopiato nella stessa fotocopia in cui sul lato destro c'era un altro appunto, che invece aveva la grafia di suo padre. Li si era detto “ecco, ha messo insieme una cosa sua e una di suo padre, per trarre in inganno i magistrati!”, in realtà Ciancimino disse, “io, quando ho consegnato quel documento l'ho detto: questa è una fotocopia di due originali, mio e di mio padre, che io avevo fotocopiato uno vicino all'altro perché stavamo facendo una specie di promemoria per un libro di memorie di don Vito Ciancimino – e lui lo stava aiutando a scrivere – e serviva a me, quindi avevo fotocopiato questi appunti, in parte miei e in parte di mio padre, ma avevo detto subito cos'era, quindi non ho tratto in inganno nessuno”. Quindi, 55 su 55 documenti esaminati dalla scientifica erano risultati autentici; non dico veridici, dico autentici. Non erano taroccati.
Il 56° è risultato invece taroccato. Due o tre giorni prima dell'arresto di Massimo Ciancimino, che è avvenuto se non ricordo male mercoledì, quindi fine scorsa settimana, inizio della settimana appena conclusa, della Settimana Santa, arriva il referto della scientifica su un altro documento. E qui attenzione, perché altro che giallo! Altro che thriller!
Il documento che cos'è? Fa parte di una valigiata di documenti che Ciancimino ha portato in procura uno o due mesi fa, gli ultimi documenti che lui diceva di avere dell'archivio di suo padre. Perché ha impiegato così tanto a consegnarli? Forse perché gli piaceva creare un po' di suspance, restare un po' più a lungo sotto i riflettori, forse perché l'archivio di suo padre era disseminato in una serie di cassette di sicurezza e nascondigli sparsi per l'Europa e per il mondo, per cui nemmeno lui sapeva dove erano tutte, e di volta in volta con l'aiuto della madre, di altri collaboratori di suo padre è riuscito a ricostruire tutti i nascondigli e a svuotarli uno dopo l'altro da tutto quanto, e portare tutto in procura. Non era tutta roba che aveva in casa, che aveva nella sua disponibilità. Tra questi documenti che lui porta uno o due mesi fa, c'è un appunto, una lettera manoscritta di suo padre, originale, in cui suo padre parla di un magistrato, ormai in pensione, che si chiama Giuseppe Di Gennaro. Soltanto che il padre sbaglia e scrive Giuseppe De Gennaro”. Quando la scientifica vede “De Gennaro” scritto con quella grafia, si ricorda di aver visto la stessa scritta “De Gennaro”, uguale uguale, con gli stessi grassi, gli stessi magri, le stesse inclinazione, proprio identica a quella scritta – alla scientifica hanno l'occhio clinico – che compariva in una molto controversa cartolina, fotocopiata, che Ciancimino aveva prodotto nel giugno dell'anno scorso.
Cos'era quella cartolina? Diceva che fosse un appunto “che io e mio padre, quando preparavamo il libro di memorie, avevamo scritto con i nomi che mio padre chiamava quelli del Quarto Livello”. Una serie di funzionari di Polizia e dei servizi di sicurezza che lui chiamava il Quarto Livello. Il Quarto Livello, naturalmente, nell'ipotesi dei rapporti mafia-politica. Sulla sinistra c'era questa lista di nomi incolonnati, sulla destra ce n'era uno solo collegato con una freccetta alla colonna di sinistra. La freccetta e il nome a destra era scritto con un'altra grafia rispetto alla colonna dei nomi a sinistra. Come la spiegò Massimo Ciancimino? Disse: “io sotto dettatura di mio padre scrissi la lista dei nomi a sinistra, poi a un certo punto vidi mio padre che prendeva la biro, la matita, faceva una freccia vicino al nome “Gross”, e segnava 'De Gennaro', intendendo dire Gianni De Gennaro” nemico acerrimo di Vito e della mafia, già capo della criminalpol di Palermo, poi capo della Polizia, oggi coordinatore dei Servizi Segreti, condannato in appello per i depistaggi sulle violenze di Genova, non dimentichiamocelo.

Pazzo o ricattato? - A questo punto, i magistrati, per la prima volta si imbattono in un riferimento a Gianni De Gennaro come in qualche modo parte di quel presunto Quarto Livello che Vito Ciancimino aveva individuato come referenti di trattative e rapporti tra Stato e Mafia, quindi si sorprendono che Massimo Ciancimino non aveva mai parlato di De Gennaro, ma ancora rimaneva un nome su cui Massimo Ciancimino non sapeva dire bene cosa, se non “mi sono fatto l'idea che dietro a quel signor Franco, uno dei Servizi di Sicurezza che serviva come un'ombra Vito Ciancimino in tutto il percorso della trattativa e un po' lo pilotava, ci fosse come referente una figura importante come De Gennaro”. Era una sua deduzione che Massimo Ciancimino comincia a raccontare ai giornalisti, ci mette del suo. Un giorno incontrando un ufficiale di Polizia Giudiziaria a Caltanissetta dice che praticamente il signor Franco e De Gennaro sono la stessa persona, quello là verbalizza, lui a verbale balbetta... insomma su De Gennaro fa un casino nell'ultimo anno che poi lo porta a essere incriminato a Caltanissetta per calunnia nei confronti di De Gennaro e poi all'arresto da parte dei magistrati di Palermo.
Qual è il giallo? Il giallo è appunto quello che succede alla polizia scientifica quando esaminano quell'appunto, portato uno o due mesi fa da Massimo Ciancimino insieme ad altre carte, sicuramente autografo del padre, in cui si parla di questo giudice Di Gennaro che era stato consulente del ministero della giustizia, poi era stato applicato come dirigente dell'ONU, aveva avuto vari incarichi extra giudiziari e Vito Ciancimino ne parlava nel su appunto. E' un appunto di nessun interesse investigativo, quindi Massimo Ciancimino non avrebbe avuto nessun interesse a portare quel documento che riguardava questo giudice DI Gennaro, che suo padre aveva sbagliando chiamato De Gennaro. Allora perchè Massimo Ciancimino tra le carte porta questo appunto in cui suo padre parla di un magistrato che non sa nemmeno chi sia? Mistero, primo mistero.
Quello che è interessante è che quando vedono la scritta De Gennaro, scritta da Vito Ciancimino, gli esperti della scientifica fanno una prova per vedere se per caso Ciancimino lo scrive uguale perché è la sua grafia, oppure è proprio la stessa parola, diciamo fotografata col photoshop e appiccicata alla freccetta e alla cartolina? Loro, quando hanno stabilito che la cartolina era autentica, hanno stabilito che effettivamente la grafia della colonna sinistra, come diceva Massimo, era di Massimo e che quella della freccetta e “De Gennaro” era di Vito: per questo avevano detto che il documento è autentico. Ma adesso scoprono che potrebbe essere stato artefatto prelevando col photoshop quel “De Gennaro” dalla lettera di Vito e appiccicandolo sulla cartolina di Massimo, così che dalla cartolina si desuma che anche De Gennaro, che non era nella lista appuntata da Massimo, fosse stato inserito da Vito come parte di quel quarto livello colluso.
Fanno le verifiche e scoprono che la parola l'ha scritta una volta in quella lettera, non l'ha mai scritta nella cartolina, qualcuno ha estrapolato quella scritta dalla lettera e l'ha incollata sulla cartolina, poi fotocopiata. A quel punto, dicono: “quella cartolina è taroccata”. Chi può averla taroccata? I magistrati di Palermo dicono: “non può che averla taroccata Massimo Ciancimino”, anche perché Massimo Ciancimino ci aveva detto di aver visto con i suoi occhi suo padre, sotto i suoi occhi, aggiungere a quella lista la freccetta e il nome “De Gennaro”. Se invece ci avesse detto “ho ricevuto, ho trovato questa cartolina che non so da dove venga” prima di attribuire il falso a lui ce ne corre, ma dato che lui ha detto “ho visto mio padre scrivere quella roba” e la scientifica dice “no è stata appiccicata”, è evidente che i magistrati come prima ipotesi ne desumono che quel taroccamento l'ha fatto Massimo Ciancimino. Naturalmente si chiedono anche perché, ma nel frattempo scoprono che Massimo Ciancimino, e non è difficile scoprirlo perché ha la scorta, sta partendo per le vacanze in Francia e lo fanno fermare prima che espatrii, e lo tengono dentro. Lo interrogano, e lui fa un interrogatorio pure drammatico: piange, si contraddice, dà due-tre versioni degli stessi fatti, si dice minacciato, dice di avere paura, che gli han mandato una bomba e per “non preoccupare i miei e non fare sempre la figura di quello che grida al lupo al lupo non l'ho denunciata, l'ho annaffiata con la doccetta in giardino e l'ho nascosta”.
I magistrati mandano la Polizia a perquisire la casa a Palermo e scoprono che la bomba c'è, è disinnescata ma potrebbe autoinnescarsi e distruggere l'intero palazzo, una bomba ad alto potenziale, pericolosa, attiva.
Allora è vero che gli hanno recapitato quella bomba? Perché l'ha nascosta mettendo in pericolo anche i vicini oltre alla sua famiglia? Oppure se l'è messa lui, ma è matto a mettersi una bomba che potrebbe scoppiargli fra le mani? Nell'interrogatorio, ovviamente, il problema principale è la cartolina con l'appiccico del nome “De Gennaro”. Gli chiedono “l'ha fatto lei?”, “assolutamente no”, “E allora chi l'ha fatto?”, “non lo so!”, “ma come non lo sa, se ci aveva detto che aveva visto suo padre scrivere sotto i suoi occhi il nome De Gennaro, lo conferma?”, “non lo ricordo, può darsi che mi ricordi male, che l'abbia visto scrivere altrove quel nome, non so chi ha fatto questa cosa, io non ho le competenze tecniche per alterare un documento, non avrei mai fatto una roba del genere, non mi serve a niente aggiungere il nome De Gennaro perché non è mia intenzione calunniare nessuno, quelle carte me le ha passate un amico di famiglia”.
Poi cambia versione: “no le ho ricevute in busta chiusa”, e i magistrati gli dicono “ci dia la busta così verifichiamo”, “l'ho distrutta”... insomma dà versioni che si contraddicono e che non stanno in piedi e che comunque smentiscono quello che aveva dichiarato consegnandola, quella cartolina.
L'interrogatorio viene chiuso, lui viene lasciato in carcere, viene convalidato il fermo. Questa settimana che inizia a Pasquetta ci saranno nuovi interrogatori e si spera che Ciancimino si sia dato una calmata e abbia organizzato le idee, perché è evidente che qualcosa di decente lo deve dire se non è lì per suicidarsi.
Perché il sospetto è che lui, nell'ultimo periodo abbia cominciato a fare delle cose per sputtanare quello che di vero aveva detto e consegnato in precedenza. Allora la domanda è: lo sta facendo spontaneamente, sotto minaccia, sotto pressione di qualcuno, sotto ricatto di qualcuno, è costretto a fare il kamikaze suicida oppure lo sta facendo spontaneamente magari in attesa di qualche tornaconto, o è semplicemente pazzo? Perché non c'è nulla di lucido e di lineare in quello che è successo. Ciancimino non aveva mai parlato di De Gennaro, quindi non aveva bisogna di portare delle carte false per dimostrare la veridicità di quello che aveva detto. Anzi, De Gennaro era uno dei nemici più acerrimi di suo padre, quindi accusarlo avrebbe comunque indebolito la sua posizione perché qualcuno avrebbe potuto insinuare che stava vendicandosi per conto di suo padre, mentre lui ha sempre detto di voler prendere le distanze da suo padre. Suo padre ce l'aveva coi magistrati, lui è solidale coi magistrati, suo padre era un mafioso, lui non vuole lasciare un cognome mafioso a suo figlio. Attaccare un nemico della mafia e di suo padre come De Gennaro poteva indebolire il suo tentativo di distacco progressivo dagli ambienti paterni, non aveva nessuna esigenza di taroccare quel documento per accusare De Gennaro perché lui non aveva mai detto nulla su De Gennaro, non sapeva nulla se non suo padre ogni tanto smoccolava contro De Gennaro e, a suo dire, aveva segnato il nome De Gennaro sulla cartolina. Dal che lui aveva dedotto che anche De Gennaro facesse parte del Quarto Livello, nulla di più, nulla di utilizzabile processualmente. Un sentito dire... poi sapete che Ciancimino è un uomo molto fertile di fantasia, lo racconta bene Ingroia nel suo libro “Nel labirinto degli Déi” e nella prefazione del libro di Torrealta “Il Quarto Livello”. Non è vero che Ingroia avalla tutto quello che dice Ciancimino, basta che leggiate le parti dedicate a Ciancimino, le ho pubblicate sul Fatto Quotidiano di sabato per chi è interessato: Ingroia dice “attenzione, quello che Ciancimino documenta lo prendiamo sul serio, quello che viene confermato da altri , come tutti discorsi sulla trattativa, dove poi ci sono state conferme di personalità autorevolissime – ci sono testionianze di Conso, di Martelli, di Liliana Ferraro, non ché dello stesso Mori e dello stesso De Donno che comunque parlano dei loro rapporti, dei loro colloqui con Vito Ciancimino. Quelle cose stanno in piedi anche se Ciancimino le negasse, perché hanno già avuto conferme e documenti.
Ma Ingroia diceva “quando lui fa le sue elucubrazioni sulle cose che diceva suo padre, su Ustica, su De Mauro, su Calvi etc... quelle sono cose che dice, noi non sapremo mai se sono vere o false ma processualmente ciò che non è documentabile e riscontrabile noi non lo utilizziamo nemmeno”.
Il Quarto livello... chissà se esiste, cos'è... Ingroia lo dice, basta che leggiate il libro comunque molto bello di Maurizio Torrealta.
Allora? La domanda è: mettiamo che Ciancimino ha fatto il tarocco, ha appiccicato la scritta De Gennaro sulla cartolina, perché ha deciso di attaccare De Gennaro calunniandolo. Ha preso quella parolina dalla lettera di suo padre riferita al giudice storpiata e l'ha appiccicata lì, gli è andata bene per un anno. Poi cosa fa? Un mese fa prende la lettera da cui è tratta la parolina appiccicata, e la porta ai magistrati, così dà ai magistrati il cappio per impiccarlo, dà ai magistrati la prova del falso che lui ha fatto. Vedete che o è pazzo o qualcuno lo ha indotto o costretto a farlo. E' un suicidio in diretta: tu spari a qualcuno, dici che non sei stato tu, e poi porti in procura la pistola con le tue impronte digitali, con un colpo mancante dello stesso tipo di quello trovato nel corpo di quel qualcuno che hai accoppato. O sei scemo o c'è qualcuno che ti ha costretto ad andare a costituirti. O c'è qualcuno che ti ha costretto ad ammazzare quel qualcuno e poi ad assumertene la colpa per evitare che si risalga a chi ti ha commissionato il delitto. Chi lo sa? Questa è una spiegazione sicuramente più logica di uno che fa il tarocco, ci sono cascati tutti, e poi porta la prova del tarocco.
Tra l'altro una prova che non serviva a niente, nessun magistrato gli avrebbe mai chiesto, anche se fosse stata trovata, “perché non mi hai portato quella lettera?” “Perché parlava di un giudice Di Gennaro che a voi non interessa niente, sono carte di mio padre come la lista della spesa”, ha lo stesso valore giudiziario della lista della spesa. C'è qualcosa di inspiegabile in questo comportamento, che ha fatto pensare agli inquirenti l'esistenza di un “puparo”. Non esageriamo coi gialli, il puparo... il puparo può essere benissimo una persona che rappresenta uno degli ambienti che Ciancimino ha toccato, ambienti che sono molto preoccupati dalle indagini sulle trattative che vanno avanti anche se si dimostrasse che Ciancimino ha detto tutto fandonie, con quello che si è accumulato sulla trattativa, con quello che si è saputo su Dell'Utri e Berlusconi non c'era bisogno certamente dei pizzini di Ciancimino per sapere che Dell'Utri e Berlusconi hanno avuto rapporti con la mafia, tant'è che Dell'Utri è stato condannato in primo grado a nove anni quando Ciancimino era ancora in sonno, silente, non aveva mai parlato, quindi non c'è bisogno di Ciancimino per dimostrare i rapporti tra Dell'Utri, Berlusconi e la mafia, sono dimostrati a prescindere.

Gli assegni di Berlusconi e le telefonate di Ciancimino - Il bello di questa leggenda che ci viene raccontata è che si dice appunto che Ciancimino, furbo, se ne stava bello e tranquillo. Gli avevano sequestrato i beni del padre, 64 milioni di euro nel 2004-2005, ma per il resto era un signore benestante, faceva la bella vita, nessuno gli andava a chiedere niente. Poi, a un certo punto, si sveglia e si inventa calunnie contro Berlusconi, Dell'Utri, De Gennaro, Mori, De Donno, Mancino, Violante per vivere meglio. Pensate che genio! Uno che accusa uomini potentissimi, inventandosi le accuse, per migliorare la sua qualità della vita. Ma ve lo vedete?Ma la genesi della collaborazione di Ciancimino non è questa, non aveva alcuna intenzione di parlare con la giustizia. Non è andato lui dai giudici a dire “sapete che so delle cose? Ve le dico adesso perché mi sono svegliato storto...”.
Non è che si faccia carriera andando dai giudici a dire qualcosa di brutto su Berlusconi, Dell'Utri in Italia. Si fa carriera a non dirle, certe cose.
Pensate a Ruby... a Ruby hanno promesso e dato dei soldi per stare zitta e per fare la matta dicendo cazzate. Ricordatevi quell'intercettazione in cui lei racconta che il premier le ha detto “fai la matta, dì cazzate e io ti copro d'oro”. Perché potrebbe essere la stessa cosa che è successa a Massimo Ciancimino: “fai il matto, dì cazzate e io ti ricopro d'oro” oppure “fai così altrimenti la prossima bomba non te la faccio trovare, la faccio detonare”. Potrebbe essere, chi lo sa? Almeno ci sarebbe una logica in questo comportamento non lineare di uno che porta 54 documenti tutti autentici e poi ne porta uno falso, la fa franca per un anno ma poi porta le prove che il falso l'ha fatto lui. Non c'è niente di lineare in tutto questo. C'è una cesura, c'è un qualcosa che è successo nell'ultimo periodo.
E se uno conosce la genesi di questa collaborazione capisce che la genesi è genuina perché Massimo Ciancimino quando vengono sequestrati i 64 milioni di suo padre, stiamo parlando del 2004-2005, procura di Palermo ancora retta da Piero Grasso e Pignatone, perquisizione a casa, nella villa al mare, intercettazioni telefoniche, processo per riciclaggio, gli fanno la perquisizione, gli trovano in casa un documento tagliato in cui qualcuno – chi dice Provenzano chi dice Ciancimino sotto dettatura di Provenzano – promette appoggio elettorale a Berlusconi in cambio della messa a disposizione di una sua televisione e in caso contrario minaccia eventi tristi contro Berlusconi, quel documento, ricorderete, non finisce agli atti ma nascosto in uno scatolone dimenticato.
Quando Ciancimino viene interrogato dopo la perquisizione di quel documento non gli chiedono niente. Nelle intercettazioni lo si sente che parla con sua sorella di un assegno che negli anni Ottanta Berlusconi aveva staccato per Ciancimino padre, 35 milioni di lire, un finanziamento di Berlusconi al più mafioso dei politici siciliani, e il padre non lo aveva mai incassato, lo conservava evidentemente a scopo di ricatto, in una carpetta, così dice Massimo Ciancimino a sua sorella, intercettati nel 2004. La procura quelle intercettazioni le ha. Sapete quante domande hanno fatto i magistrati della procura di Grasso, interrogatorio condotto da Pignatone, a Massimo Ciancimino su quell'assegno di Berlusconi a Vito Ciancimino? Una domandina per dire: “ma lei è proprio sicuro?” Quando si fa una domanda così l'interrogato capisce che il magistrato non è proprio entusiasta, tant'è che quando lui risponde una supercazzola mentre al telefono diceva chiaramente di sapere dov'era quell'assegno, fine della domanda, si passa a parlare d'altro. E anche quella vicenda viene sepolta.
E Massimo Ciancimino continua a viversene sereno e tranquillo col suo processo fino al 2007, quando rilascia un'intervista. A chi la rilascia? A Panorama, diretto da Belpietro. Intrevistatore Gianluigi Nuzzi, 19 dicembre 2007. Racconta la sua vita con don Vito, racconta il suo ruolo di postino della trattativa, racconta che lui ha assistito agli incontri di suo padre col generale Mori, con De Donno ma anche con Riina e Provenzano, addirittura fino al 2002. Provenzano col nome di Ing. Lo Verde andava a trovare Ciancimino agli arresti domiciliari a Roma, lui c'era.
Storia bellissima nella quale Nuzzi, ottimo cronista, fa una domanda e dice: “ma lei sulla trattativa è stato mai interrogato dalla procura di Palermo?” Risposta: “no, su questo non mi hanno mai chiesto niente”. Nel frattempo la procura di Palermo è cambiata, è arrivato il procuratore Messineo che ha rimesso al lavoro in antimafia i magistrati che Grasso aveva emarginato, i Caselliani, e infatti appena leggono l'intervista di Massimo Ciancimino e gli fanno verbalizzare quello che racconta sulla trattativa, e dal gennaio 2008 all'altro giorno, riempie decine e decine di verbali, racconta una serie di cose, quelle che aveva raccontato a Panorama più altre.
A un certo punto una fonte che noi non conosciamo, fa sapere alla nuova procura che sta facendo sul serio su Massimo Ciancimino, a differenza dell'altra, guardate che nelle perquisizioni i Carabinieri han trovato molto di più di quel che sapete, come un appunto che parlava di promesse di appoggio elettorale a Berlusconi in cambio della messa a disposizione di una delle sue televisioni. Che fine ha fatto? Vanno a cercare nel processo a Ciancimino e agli atti non c'è. Vanno a cercarla nel verbale di perquisizione e i Carabinieri hanno regolarmente segnalato “in caratteri stampatello, parte di foglio A4 manoscritto contenente richieste all'On. Berlusconi per mettere a disposizione una delle sue reti TV.” Dicono i magistrati: “dov'è questa roba?”, Vanno nel magazzino dove ci sono tutte le cose portate via da casa Ciancimino e non ritenute utili per le indagini e trovano pure questo foglio.
Qui si parla di mafia e di Berlusconi, di attentati possibili, di messa a disposizione di televisioni... ovviamente lo portano nel processo a Dell'Utri e chiamano Ciancimino per chiedergli: “cos'è quel documento?” Ciancimino sbianca, si mette a piangere, entra in confusione, dice l'ha scritto mio padre, no l'ha scritto mio nonno, no l'ho scritto io...” cerca in tutti i modi di distrarre l'attenzione, poi crolla e dice: “quello è un appunto di Provenzano, perché Provenzano aveva una corrispondenza epistolare con Berlusconi e Dell'Utri, mio padre faceva da tramite, a volte segnava le cose, di quell'appunto ci sono varie versioni di mio padre tant'è che in una mio padre scrive 'se Berlusconi non dà quel che voglio io uscirò dal mio proverbiale riserbo perché non ne posso più che abbiamo fatto le stesso cose con la mafia, io sono in galera e Berlusconi è presidente del Consiglio'”. E saltano fuori questi documenti. E' perché è costretto a parlare di Berlusconi e Dell'Utri, dalle carte che gli han trovato in casa, dalle telefonate che faceva con sua sorella sull'assegno, che Ciancimino comincia a parlare di Dell'Utri e Berlusconi, perché non può negare che quelle carte stavano a casa sua e quella telefonata l'ha fatta lui. Ma lui non è mai andato dai magistrati a offrirsi di collaborare, e non è mai andato dai magistrati a offrirsi di accusare Berlusconi e Dell'Utri.
E' dalle condizioni di necessità che a un certo punto è stato costretto a spiegare quelle carte e quelle telefonate, che naturalmente valgono esattamente quanto valevano una settimana fa prima del suo arresto. Le carte la scientifica le ha ritenute autentiche, la telefonata l'ha fatta lui, se poi ha taroccato o qualcuno ha taroccato per lui il documento su De Gennaro questo vuol dire che lui ha calunniato De Gennaro. Del resto, a nessuno è mai venuto in mente di aprire un'inchiesta su De Gennaro sulla base di quella cartolina, i magistrati non hanno mai indagato su De Gennaro.
Processualmente, le carte che erano buone prima sono buone anche adesso, quella cartolina non è mai stata usata in nessun processo e quindi non è buona.
Questo è l'approccio giornalisticamente corretto, e anche giudiziariamente corretto: in america i testimoni di giustizia e i pentiti vengono protetti dallo Stato, gli viene data l'immunità per tutto quello che han fatto prima e dopo, l'immunità dura di solito a vita, le loro dichiarazioni vengono riscontrare, se si scopre che qualcuna è falsa, non vengono incriminati per falsa testimonianza. Semplicemente quello che hanno detto di non riscontrato non è utilizzato.
In Italia, per fortuna, siamo più severi: pentiti e testimoni di giustizia sono tenuti a dire la verità, se non la dicono e calunniano qualcuno vengono arrestati e processati come tutti i cittadini, non c'è nessuna immunità né protezione, anzi è rarissimo il caso di arresto per calunnia. E' rarissimo: se voi calunniate un vostro vicino di casa, è raro che vi arrestino. Vi indagano, ma non vi arrestano.
C'è stato addirittura un surplus di severità in questo caso, evidentemente perché la posta in palio è molto importante.

Speriamo che tra la paura di restare in carcere e la paura di quelli che probabilmente lo minacciano Ciancimino decida di tornare a essere collaborativo sul serio con la magistratura, quindi se c'è qualcuno che lo ha costretto o lo costringe sotto minaccia o ricatto a portare una carta falsa e poi a mettere la firma di fatto sotto quel falso, ci dica chi è e perché lo fa. Se invece dietro di lui non c'è nessuno e ha fatto tutto lui, allora vuol dire che merita il manicomio, il reparto psichiatrico perché è completamente matto.
Ma per rispondere quale è vera e quale è falsa di queste due versioni, dobbiamo aspettare i prossimi giorni con i prossimi interrogatori.
Buona settimana a tutti, passate parola.

Marco Travaglio (Passaparola del 25 aprile 2011)


martedì 19 aprile 2011

Nucleare, stop del Governo agli impianti Per evitare il referendum e salvare B

Il Governo blocca il progetto delle centrali nucleari, cercando di evitare il referendum previsto per il 12 giugno prossimo. C’è troppa attenzione sul tema, dopo la tragedia in Giappone. Così la maggioranza ha timore che gli italiani possano partecipare al quesito referendario per esprimere la loro contrarietà alla costruzione degli impianti sul terreno nazionale, raggiungendo il quorum. Ma soprattutto facendolo raggiungere anche al referendum che chiede di abrogare la legge sul legittimo impedimento. Vera preoccupazione del premier. La volontà della maggioranza non è quella di rinunciare alla partita nucleare ma piuttosto rimandare la questione a dopo le amministrative di maggio, che non si annunciano di certo facili. L’emendamento presentato stamani al Senato deve poi passare per la Camera e a Montecitorio sarà discusso il 20 maggio, cinque giorni dopo il primo turno delle elezioni amministrative. Stando a quanto riferiscono fonti vicine a Palazzo Chigi, dunque, il piano è solo rimandato. Poco importa se le schede per i referendum sono già state stampate.

L’esecutivo ha deciso di fermare il programma “al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche”. La rinuncia a portare avanti le norme sulla realizzazione di impianti in Italia sostituisce la moratoria già prevista ed è stata inserita come emendamento all’articolo 5 del decreto legge Omnibus, che domani sarà votato in Senato. L’emendamento è stato presentato direttamente in Aula in mattinata e non era inserito nel fascicolo degli emendamenti prestampati, prevede che “al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche, non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare”. In una nota Palazzo Chigi ha precisato che ”con l’emendamento viene affidata al Consiglio dei ministri la definizione di una nuova Strategia energetica nazionale”, che terrà conto delle indicazioni dell’Ue.

Sarà l’ufficio centrale della Cassazione a decidere se, alla luce dell’emendamento presentato oggi dal governo, il referendum sul nucleare salterà o se la consultazione si terrà ugualmente. La Suprema Corte – spiega il presidente emerito della Corte Costituzionale Piero Alberto Capotosti - dovrà infatti stabilire se l’abrogazione delle norme sulla realizzazione di nuovi impianti nucleari sia “sufficiente nel senso richiesto dai promotori del referendum”. Nel caso in cui la Cassazione dovesse ritenere che l’emendamento del governo al decreto omnibus soddisfi solo parzialmente le richieste dei comitato promotore, la consultazione del 12 e 13 giugno si terrebbe lo stesso, anche se con un quesito “ristretto”.

Immediate le reazioni dell’opposizione. I senatori del Pd parlano di legge truffa. “Addio al referendum sul nucleare. Il governo vigliaccamente toglie la parola agli elettori, portando in aula un emendamento al decreto omnibus che verrà votato tra oggi e domani”, dicono Roberto Della Seta e Francesco Ferrante.”E addio anche alla moratoria di un anno, perché la procedura viene semplicemente sospesa sine die, in attesa forse di tempi migliori e sicuramente dopo avere aggirato l’ostacolo del referendum che avrebbe bocciato l’avventura nuclearista del Governo”, dicono. “Non è altro che una legge truffa in salsa nucleare, ma considerando che tutti i maggior Paesi si avviano a uscire dall’energia atomica, questo trucchetto è il definitivo harakiri dei nuclearisti nostrani”. Mentre secondo Sergio Chiamparino lo stop dell’esecutivo “è segno dell’ennesima improvvisazione del governo nella politica industriale e del fatto che si lascia guidare dalla pura ricerca di consenso”. Parlare di nucleare, secondo in sindaco di Torino, “è stato del tutto velleitario e demagogico, volto a trovare consensi nel mondo industriale salvo poi fare marcia indietro sull’onda emotiva del Giappone. Questo – precisa – è segno di improvvisazione nella politica industriale”.

Antonio Di Pietro convoca una conferenza stampa lampo a Montecitorio per denunciare la strategia del governo: “Il governo tenta, con l’emendamento che blocca la costruzione di centrali nucleari, di truffare con un colpo di mano i cittadini e evitare il referendum”. Secondo il leader dell’Idv (colto da un lievissimo malore durante le battute coi cronisti ndr) con la decisione di oggi l’esecutivo “tenta in realtà di disinnescare la mina dei referendum, perché la paura fa novanta e si teme che il referendum sul nucleare trascini con sé anche quello, ben più temuto dal premier, sul legittimo impedimento. Se si volesse rinunciare al nucleare – dice ancora il leader Idv – noi ne saremmo felici, ma allora si deve procedere con l’abrogazione dell’intera legge. Il parlamento – incalza Di Pietro – non deve insomma giocare a rimpiattino. Il governo riconosca di aver fatto un errore, ma non creda di fermare il referendum con un giochino”. E allora la proposta dell’Italia dei valori è, innanzitutto un immediato subemendamento in cui si chiede di abrogare tout court la legge, e poi l’invito ai cittadini di andare comunque al referendum”, per poi arrivare “a uno scioglimento anticipato delle Camere”.

In mattinata, durante un ‘intervento al Parlamento Europeo, a Bruxelles, sui piani del governo per il nucleare si era espresso negativamente Giulio Tremonti. Dopo quello che è successo in Giappone, alla centrale di Fukushima,che “non è solo un banale incidente”, per il ministro dell’Economia è necessaria una “riflessione economica e non solo”. Forse è arrivato il momento, ha continuato Tremonti, di rispondere con il “finanziamento di piani per le energie alternative anche con gli Eurobond”, cioè l’emissione comune di titoli di Stato europei.

“L’esecutivo ha deciso di presentare un subemendamento che è identico a quello già presentato dai nostri senatori”, sostiene Francesco Rutelli. “Si mette fine così”, ha concluso il leader di Api, “ad una illusione priva di presupposti economici e di garanzie di sicurezza, tanto più alla luce del disastro di Fukushima. Noi anti-nuclearisti potremmo gridare vittoria, in realtà è l’ennesima pagina triste di questa legislatura”, commenta il deputato Pd, Dario Ginefra. “Si cerca di non far raggiungere il quorum al referendum, per timore che possa essere abrogata la norma sul legittimo impedimento”, aggiunge, “E si lascia il Paese senza un piano energetico. Anche gli ambientalisti non possono che gridare all’irresponsabilità di Berlusconi e del suo Governo”.

Redazione Il Fatto Quotidiano - 19 aprile 2011


sabato 16 aprile 2011

Giuliano Ferrara e gli omicidi della partitocrazia

Giuliano Ferrara in un suo Radio Londra (certo che ci vuole una bella faccia di bronzo, quella di Ferrara, per intitolare un programmino dichiaratamente di regime che va in coda al più berlusconiano dei Tg Rai a una radio che fu il simbolo dell’opposizione al fascismo) ha di fatto addebitato al pubblico ministero De Pasquale, che si è recentemente occupato del caso concussione-Ruby, la morte dell’ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari avvenuta in carcere per suicidio e ad altri magistrati eventi simili, come i suicidi di Moroni e di Gardini. Di questi casi si è fatto sempre un gran parlare non tanto per pietas verso questi uomini, che il suicidio riscatta ma non assolve, ma per gettar ombre e fango sull’attività dei magistrati anche se, evidentemente, non si può fermare davanti ai possibili contraccolpi psicologici degli indagati, si chiamino Cagliari o Bianchi, perché altrimenti si paralizzerebbe.

Pochissimo, anzi niente, si è invece parlato di quelli che io chiamo gli “omicidi bianchi” e cioè i suicidi o le lente, inesorabili, emarginazioni, che son peggio dei suicidi, cui sono state spinte le persone che han visto stroncate le loro legittime ambizioni o la loro carriera dal sistema tangentizio, clientelare, partitocratico e che sono le vere “vittime di Tangentopoli”. È il caso, per esempio, di un piccolo imprenditore di Desio, Ambrogio Mauri, che non aveva voluto stare al gioco della corruzione, il quale si tolse la vita nel maggio del 1997 lasciando al figlio Carlo una lettera in cui scriveva: “Dopo Mani Pulite tutto è tornato come prima… l’onestà non paga, la correttezza e la trasparenza non pagano, il rispetto di se stessi e della propria dignità non pagano”. Mauri, come aveva ricordato il figlio, “aveva visto scomparire i valori che gli avevano insegnato e in cui aveva creduto”.

Naturalmente quello di Ambrogio Mauri è un caso limite, anche se non unico, non tutti gli imprenditori onesti e in generale le persone oneste, si suicidano per disperazione. Però è la punta dell’iceberg di un fenomeno vastissimo che ho chiamato appunto gli “omicidi bianchi” della partitocrazia, bianchi perché non si vedono. Si tratta delle vite mortificate, nelle loro speranze, nelle loro aspirazioni, nelle loro legittime ambizioni da una partitocrazia che spinge ai margini estremi chi rifiuta di affiliarsi, di sottomettersi ad umilianti infeudamenti, di rinunciare alla propria dignità.

Gabriele Cagliari si è ucciso ma Cagliari e tutti quelli come lui, boiardi di Stato affiliati a questo o quel partito, mentre stroncavano, come ancora oggi stroncano, carriere per favorire i propri adepti, uccidevano, sia pur lentamente, sia pur non fisicamente ma psicologicamente ed esistenzialmente. E quello che è avvenuto, e tuttora avviene nel campo dell’imprenditoria, vale per ogni altro settore. C’è anche la storia, che cito solo a titolo emblematico perché infinite sono le vicende di questo genere, di quella solista del Teatro dell’Opera di Roma, Lucia Colognato, che non era stata promossa prima ballerina perché le erano state preferite due colleghe, una sponsorizzata dall’allora Pci, l’altra dalla Dc, mentre lei ballava solo sulle sue gambe. Colognato fece ricorso al Consiglio di Stato e lo vinse. Ma quando ormai non era più tempo di ballare.

Sono passati gli anni, si sono succeduti governi, di destra e di sinistra, ma, come scriveva Mauri, nulla è cambiato. Si pensa sempre ai Cagliari, che di nessun altro furono vittima se non di se stessi, perché è per loro volontà e responsabilità – e non per la malvagità dei pubblici ministeri – che si sono andati a cacciare in situazioni che poi non sono stati in grado emotivamente di sostenere e non si pensa mai alle migliaia, le decine di migliaia di vite che i tanti Cagliari e il sistema corrotto di cui sono complici e usufruttuari hanno umiliato, castrato, reso prive di senso e, alla fine, spento.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2011)

giovedì 14 aprile 2011

Passa il processo breve. La nostra protesta

Signor Presidente, ad una settimana esatta dalla decisione che questa maggioranza parlamentare ha preso qui per dire che «Ruby rubacuori» è la nipote di Mubarak, un'altra sconcezza ci apprestiamo, anzi vi apprestate, a deliberare oggi, quella sconcezza che voi chiamate processo breve.
Giustificate questa vostra sconcezza, questa vostra volgarità, questa vostra legge incostituzionale, chiamandola misura a tutela del cittadino in applicazione della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo. Come dire, chiamate Dracula a salvare un povero Cristo che si è tagliato le vene.
Vedete, quel processo breve di cui parlano la Corte di giustizia dell'Unione europea e la Convenzione europea non è quello che oggi Berlusconi dice in uno dei suoi comunicati, nel quale afferma sempre una bugia per nascondere come stanno i fatti.
Oggi Berlusconi afferma che questa sarebbe una legge europea per evitare le multe dall'Alta Corte di giustizia, ma la legge europea non dice che bisogna interrompere i processi prima del tempo, dice l'esatto contrario. Dice, cioè, che ogni persona ha diritto ad avere una causa in cui sia esaminata, entro un termine ragionevole, la sua questione. Insomma, un processo serve per far sapere chi ha ragione e chi ha torto. Se riduci i tempi processuali, anzi, impedisci che il processo si faccia, impedisci di sapere chi ha ragione e chi ha torto.
Quindi a chi fai il favore? Alla parte lesa? Alla giustizia? Alla verità? No, lo fai al delinquente, lo fai a quella persona che non vuole sottoporsi al processo. Nel caso specifico, lo fai a Berlusconi, il quale è coinvolto in un processo in corso – che si chiama processo Mills - in cui il suo coimputato è già stato condannato con sentenza penale passata in giudicato e il reato in questione è il reato di corruzione.
Il reato di corruzione è quel reato in cui c'è uno che dà e uno che prende. Chi ha preso, ovvero Mills, è già stato condannato per avere ricevuto da Berlusconi e, siccome questo processo in primo grado sta per arrivare a destinazione, lui oggi, come fa da anni e anni, praticamente da quando sta in questo Parlamento, si è fatto una legge, una «leggina», per non farsi processare.
Poi dicono che questa legge servirebbe anche ad altri. In realtà il Ministro della Giustizia ha detto che serve solo a Berlusconi e già questo dovrebbe umiliare a tal punto il Parlamento che, con senso di responsabilità, i parlamentari non dovrebbero votarla. Purtroppo però in questo Parlamento ci sono più parlamentari che si comportano come Giuda che alberi dell'orto di Getsemani disposti ad accoglierli, di fronte a quel che sono i loro elettori.
E allora, non è vero che questa legge aiuta solo Berlusconi, perché se così fosse sarebbe solo una beffa, ma è un danno grave per migliaia e migliaia di truffati, per coloro che subiscono un torto, che sono vittime dei reati contro la pubblica amministrazione. Questi illeciti in genere si prescrivono in sette anni e mezzo, ma in questo caso in sei anni. Tutto ciò, invece, di trovare soluzioni che mettano in condizione il giudice di arrivare prima a una sentenza per sapere prima come stanno i fatti.
Addirittura, se riguarda un Presidente del Consiglio, in un Paese civile, in un Paese normale, dovremmo sapere prima se chi ci governa è una brava persona o un delinquente non dopo. Infatti, dopo che i buoi sono usciti dalla stalla, non me ne faccio niente della stalla. Qui abbiamo a che fare con una persona che dal 1994 continua a farsi leggi per non farsi processare e finora la Corte costituzionale ha dovuto fermarlo. Grazie a Dio, il 12 e il 13 giugno ci penseranno gli elettori a fermarlo. Bisogna che lo sappiano i cittadini italiani!
Noi dell'Italia dei Valori ci avevamo visto per tempo, già dall'anno scorso, quando ha fatto la legge sul legittimo impedimento, altra legge ad uso e consumo proprio, perché diceva: «Io so' io e, come il Marchese del Grillo, non mi voglio far giudicare se non quando voglio io e se non dal giudice che voglio io». La Corte costituzionale, invece, ha risposto: «Guarda che ti devi mettere d'accordo con il giudice». Avete visto scome ta facendo: ogni volta che fissano un'udienza, quel giorno si fa mettere in agenda politica un qualcosa da fare, in modo che non si deve presentare dai giudici.
E, allora, noi chiediamo ai cittadini: il 12 e il 13 giugno andate a votare e decidete voi, una volta per tutte, se vi conviene avere un Presidente del Consiglio che tiene impegnato il Parlamento, che addirittura non fa neanche i Consigli dei ministri per tenere i suoi ministri a votare, che addirittura mette in secondo piano il dramma nucleare che sta succedendo in Giappone, la guerra che abbiamo in corso, i quattro milioni di cittadini giovani italiani che non hanno lavoro, un'economia a pezzi, un'Italia che non ha futuro; un Presidente del Consiglio, quindi, che tiene impegnato il Parlamento soltanto per risolvere i suoi problemi personali.
La verità è una e una sola: Berlusconi fa politica per motivi giudiziari. Ai tempi miei c'erano due tipi di imputati: uno che faceva il latitante e se ne andava ad Hammamet e uno che veniva in procura ad ammettere i fatti. Lui ha inventato il terzo tipo: me ne vado in Parlamento per farmi le leggi per non farmi processare. Doveva fare una scelta fra San Vittore e Montecitorio: ha pensato che si sta meglio a Montecitorio che a San Vittore.
Questo è il dato di fatto ed è questo che dobbiamo far capire agli italiani, perché in questi anni sono stati truffati, sono stati raggirati ed è stato fatto credere loro che, votando quella formazione politica, sarebbero stati meglio. Invece sta meglio lui e qualche amico suo.
E chi sono gli amici suoi? Proprio quelli a cui fa piacere e fa comodo questa legge, perché questa legge non mette in condizione i giudici di fare i processi prima, ma mette in condizione i giudici di non farli più! È come dire che in ospedale, preso atto che qualcuno sta male, con il cancro, che se in due mesi non gli fai l'operazione non gliela puoi fare più, la decisione è che non si opera per niente, invece di mettere in condizione l'ospedale di operarlo in tempo.
Questa è l'anomalia di questo provvedimento, questa è l'anomalia di questa legge. È una legge, peraltro, incostituzionale perché con una norma transitoria si applica proprio al processo che lo riguarda, cioè il processo Mills. Allora ancora una volta noi insistiamo. Qui Berlusconi di epocale non ha fatto nulla; si tratta semplicemente di un imputato che ha trovato una scorciatoia per evitare di essere sottoposto alla giustizia.
Allora dobbiamo deciderci, una volta per tutte, se possiamo accettare che un Paese, uno Stato di diritto come il nostro possa continuare a calpestare la Costituzione, la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, la Convenzione dell'ONU sulla corruzione, e tutte quelle leggi che vogliono un'Italia più attenta alla giustizia, un'Italia che metta in condizione chi ha ragione di avere ragione, se dobbiamo accettare di essere umiliati in questo modo.
In questi giorni la cosa che più mi ha colpito è stata la non accettazione dell'election day. Questo per farvi capire come lui a tal punto teme il giudizio del popolo che non vuole che il risultato del referendum arrivi proprio su questa materia. Butta via 350 milioni di euro per far sì che si tengano il 15 e il 16 maggio le elezioni amministrative, il 29 maggio il ballottaggio, e il 12 e 13 giugno il referendum. Perché non ha fatto sì che si tenessero tutti insieme? Con 350 milioni di euro, buttati via, si potevano sistemare le case dei disperati de L'Aquila, gli alluvionati, si potevano aiutare i cassintegrati, si potevano risolvere tante questioni incompiute.
Lui butta via i soldi perché serve a lui, ma il risultano qual è? Non vuole il giudizio del popolo. Egli sa che sta utilizzando il Parlamento per se stesso, e la cosa più grave non è quel che fa lui, ma quel che fa questa maggioranza, venduta, asservita, che si chiama responsabile ma è irresponsabile, perché vende se stessa, vende la propria dignità per un piatto di maccheroni. Godetevi il vostro piatto di maccheroni che il giudizio degli italiani prima o poi arriverà.

Antonio Di Pietro (14 aprile 2011)

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