"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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Fotogazzeggiando: Immagini e Racconti

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martedì 29 marzo 2022

“Ruba come un artista” di Austin Kleon



Pierfrancesco Favino, l’attore, durante un suo intervento in una recente trasmissione televisiva pomeridiana, venne a raccontare che in occasione dell’ultima festa del papa’ le sue due figliole gli avevano fatto trovare in casa una serie di bigliettini, disseminandoli lungo il suo percorso abituale mattutino. Una specie di caccia al tesoro in territorio domestico.

I biglietti riportavano tanti pensierini di augurio e altro ancora; quello per lui piu’ bello era stato scritto dalla figlia maggiore. Volle raccontarlo, in una sintesi, evidenziando come la primogenita gli scriveva che l’insegnamento più grande che aveva ricevuto da lui non erano i tanti discorsi, le raccomandazioni, i rimproveri, ma l’esempio dato come padre; cioè con quel messaggio equilibrato e composito manifestato attraverso il vivere quotidiano, che non necessita di parole esplicite ma che costituisce un modello da osservare sempre, per rubarne l’essenza e adattarlo a se stessi.

In un piccolo volume, Austin Kleon suggerisce come imparare a copiare. Diverse sono le citazioni richiamate allo scopo, come quella di T.S. Eliot che recita: “i poeti immaturi imitano, i poeti maturi rubano; i cattivi poeti rovinano ciò che prendono, mentre quelli buoni ne traggono qualcosa di meglio, o almeno qualcosa di diverso. Il buon poeta amalgama ciò che ruba in un sentire complesso che risulta unico, assolutamente diverso da ciò da cui è stato tratto”.

Citando poi Jonathan Lethem riporta che “qualcosa è originale, nove volte su dieci, perché non si conoscono i dettagli delle fonti”. Poi riportando un pensiero di Andrè Gide “Tutto ciò che era necessario dire è già stato detto: ma visto che nessuno stava a sentire, bisogna ripetere di nuovo ogni cosa”.

Un libretto di piccole fattezze, questo di Kleon, con una raccolta di pillole di tanti autori e con anche delle sue considerazioni che inducono a riflettere sul fatto che, in sostanza, tutti gli artisti rubano e imparano a copiare idee per cercare di essere più creativi, nel lavoro e nella vita (edizione Vallardi del 2012, che ha avuto nel tempo molte ristampe).

Sia l’aneddoto di Favino che il saggio di Austin Kleon possono essere ribaltati nell’apprendimento in fotografia. Anche in questo caso buoni insegnamenti e metodi di apprendimento sono pressocchè similari.

In altra circostanza si è avuto modo di parlare di passione e di talento, ma anche qui valgono più gli esempi dei maestri, che costituiscono i veri strumenti che aiutano nel far uscire il potenziale in chi ha qualcosa da dire.

Workhop e corsi di fotografia in genere, quindi, frequentati principalmente per affinare conoscenze diventano, per gli allievi, occasioni non soltanto per apprendere nozioni o imparare tecniche nuove, ma anche opportunità che consentono di porre l'attenzione sugli insegnanti; non tanto marcandoli stretti per poi operare un semplice copia-incolla ma osservandoli all’opera, nel loro lungo sguardo, catturando scelte e tempi nel loro fare distratto.

Altro aspetto importante è anche la voglia di ricerca. Già in un altro scritto si venne a parlare dell’irrequietezza che è insita in fotografi intrapredenti, i quali, a prescindere dall’aver eventualmente raggiunto un riconosciuto valore, continuano sempre a sperimentare, rinnovandosi attraverso continue prove.

Per loro, mettersi in discussione e rischiare non è mai un problema, anzi è quel fuoco miscelato di curiosità e di divertimento che costituisce una molla che alimenta voglie creative. In questa chiave, del resto, sono infiniti i percorsi percorribili.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

mercoledì 23 marzo 2022

"La forma della musica" di Sura Bizzarri



La nostra Sura narratrice stavolta propone una sua riuscita "scrittura sonora" di una famosa favola sinfonica, sulla quale in diversi si sono cimentati nel ricercarne letture ed esecuzioni originali.
La cadenza delle frasi e delle parole, con un pò di fantasia, lasciano infatti immaginare i singoli strumenti nell'esecuzione di versatili musicisti impegnati in un corcerto, con tutti i crescendi e le pause che potranno essere, al termine della lettura, verificate nel confronto con lo spettacolo accessibile su You Tube che, per evitare delle distrazioni, si andrà ad indicare alla fine del racconto.

Buona lettura.

© ESSEC

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"La forma della musica" di Sura Bizzarri ©

Dall’altopiano vedevo le luci della città, lontane, nell’aria diafana e spessa di tanta distanza. La sera quelle luci brillavano forte, al pari e più delle stelle. E i suoni che riuscivano a raggiungermi erano piccoli boati ovattati, squarci nel silenzio dell’orizzonte che dilatavano i confini ristretti del mio territorio. La fattoria, le mucche, il rumore delle zappe che affondavano nel terreno.
La limpida esattezza dei gesti degli uomini nei campi. E quelli delle donne, ripetuti con monotona ma viva continuità nelle cucine. Ero sopraffatto dal mio mondo, dalla sua saggezza, dalla manualità con la quale era capace di trarre sostentamento dalla natura.
Quella era la mia musica, la prima che conobbi, la più importante. Il muggito delle mucche, le loro campane nel vento, il belare delle pecore, il suono delle seghe, le voci degli uomini, i loro canti senza strumenti. La mia musica era il tonfo degli scarponi nei solchi allagati dopo le piogge, era il fruscio della stoffa lungo gli attrezzi e il respiro gonfio di erba degli animali.
Il mio suono era la lentezza, quella dei gesti antichi e quella dell’attesa, l’attesa perenne. Delle stagioni, dell’essiccamento dell’erba accumulata, della maturazione dei frutti e delle messi in estate.
L’attesa della tosatura e del sabato sera per incontrare gli altri, della domenica per riposare. L’attesa confusa ma evidente che qualcosa evolvesse, che il grumo che sentivo in gola trovasse il coraggio di esplodere. E quell’attesa io la misuravo col ticchettio dell’orologio sulla parete della cucina, a sinistra della stufa, col continuo soffio dei miei respiri, col rintoccare delle campane e i rumori domestici. Con le voci di casa mia.
Sono stato cresciuto nella gratitudine, ho sempre ringraziato per quello che avevo. La mia gatta nera era nervosa, si lasciava accarezzare ma di tanto in tanto tirava fuori gli artigli. Ho sempre reso grazie di avere al mio fianco una pantera così lucente. Così come ho apprezzato le mie gambe forti che mi portavano in alto, sui monti con gli animali. Ho trovato conforto nella solitudine e nel suono delle grandi vallate vuote percorse dal vento che si soffermava nei tiepidi passaggi fra le rocce. E nel ticchettare della pioggia sul terreno solido che si scioglieva in zaffate di polvere.
Il mio poco, il mio niente ha riempito la mia vita.
Il suono del mio territorio era la musica, l’unica che io conoscessi. Le luci lontane, le voci che in certi giorni di vento arrivavano fino a me mi davano coscienza che il mio tutto era in realtà un contenitore. E, a quel pensiero, il suo perimetro si incrinava.
La curiosità mi spingeva a pensare, a immaginare la città. Quella che stava là sotto e alle tante città che popolavano la terra, come galassie lontane. Troppo lontane, impossibili da raggiungere, solo da immaginare come semplici immagini proiettate. Ma i loro suoni, che percepivo lontani, ne facevano cose vive.
Fu la solitudine a spingermi all’ascolto dettagliato di qualsiasi rumore. Li incameravo, li setacciavo, li scomponevo in ogni loro più piccolo componente. E, sempre in solitudine, ritmavo le loro sequenze coi legnetti.
Ero un registratore; concatenavo i muggiti delle mucche, i cinguettii degli uccelli e i gorgogli dell’acqua del fiume intorno ai sassi o ad altri piccoli ostacoli fino a ricavarne, nella mia testa, colloqui, frasi elaborate e sinfonie.
Fu una sera; mi ero attardato col gregge fino all’ora blu del crepuscolo. Quando cominciai a scendere l’aria si faceva tagliente. La sera era completamente serena, il cielo grande e sgombro, la luna bassa riempiva il suo cerchio di pallore e l’aria si muoveva senza una direzione precisa. Uno strano nervosismo scorreva nelle mie vene, trasmesso dalla paura innata del gregge per l’oscurità.
Il suono del vento era pulito, i passi delle pecore picchiottavano il terreno già indurito dalla sera.
Non facevo che guardarmi intorno mentre lontano la città cominciava ad accendersi.
L’aria impazzita di uno strano vento scomposto portava odori ancora caldi di sole e lievi fruscii accidentali si mescolavano all’ondeggiante avanzare del gregge.
Girando appena lo sguardo oltre i fruscii più immediati scorsi due occhi che attraverso la vegetazione si muovevano ansiosi. Mi soffermai appena, abbassai lo sguardo sulle scarpe e mi piegai ad allacciarle, per prendere tempo, per valutare meglio il pericolo.
Il suono di quella sera era un movimento lento che cresceva in piccoli dettagli veloci. Era un suono fluido, che scorreva e si arricchiva di elementi inaspettati. La mente elaborava freneticamente, attenta alla guida del gregge ma catturata al contempo da mille stimoli.
La sinfonia cresceva, impazzita, fra i rumori che giungevano lontani, ovattati, tradotti e predigeriti dalla distanza e quelli più vicini, fragranti, racchiusi dal cerchio del gregge, dal suo fiato caldo che profumava dell’erba appena brucata, circondati dagli scricchiolii sinistri del bosco.
La presenza che avevo percepito era un suono basso che ci seguiva; riuscivo a percepirlo, a distanza sempre più ravvicinata, nella mescolanza degli altri suoni che componevano la sinfonia della discesa. Quel suono profondo ci tallonava, a tratti lo intuivo limpidamente, da destra, da sinistra, dappertutto. Era una nota imprevista; non che fosse stonata, non che dissentisse dall’amalgama degli elementi, al contrario completava e arricchiva perfettamente la composizione. Al contempo, in suo interloquire basso e aritmico era la voce del pericolo.
Il gregge procedeva incurante ma il suo suono disperso nell’aria della sera aveva una nota indecisa, timorosa, quasi malinconica. Il suo biascicare tremolante, la nota stridula dei capi più giovani, il lento mormorio di quelli attempati e consci delle distanze erano la musica dei fragili, degli esposti ai possibili imprevisti, degli indifesi. E man mano che la figura intravista appariva occhieggiando ai lati del nostro cammino il cielo terso e immobile lanciava sibili di turbolenze lontane. Il gregge stesso, in un clima di crescente presagio, cominciava a intuire. Il belato si intensificava in andanti mossi e il percorso appariva ancora lungo.
Avevo commesso un’imprudenza nell’attardarmi fino all’imbrunire, ma nell’agitazione dell’evidente pericolo avvertivo la sfida di qualcosa che stava nascendo, di un’intuizione, di un’emozione complessa che si faceva duttile e che si lasciava tradurre in musica, nella mia musica, quella composta dai suoni che collegavo e mettevo in continua comunicazione creativa.
Le incursioni della figura si facevano sempre più ravvicinate e taglienti, tanto che le pecore cominciavano ad ammassarsi e sovrastarsi scompostamente, a rompere la monotona cadenza della discesa. L’andante mosso era diventato un rapido, la sinfonia stava acquisendo aria e forza.
Gli archi della vegetazione sollecitata e mossa dal nostro passaggio suggerivano il trascorrere del tempo. Ad ogni passo successivo la sinfonia diventava più piena e completa. Il suono di quel momento, la fotografia emotiva di uno spazio temporale.
Il mio cuore ora si aggiungeva martellante, un tamburo di verità. E l’agitazione del gregge, i passi veloci ma incerti, il chiaro odore del pericolo nelle loro narici, forte come quello del sangue, come il sapore metallico della macellazione era moltiplicato dall’oscurità e dall’affollamento. Ed un’ulteriore grancassa, più profonda e sicura, quella del lupo che compariva a tratti, sempre più vicino, da direzioni diverse, anch’egli impaurito e ridotto ai minimi termini ancestrali, proprio come noi.
I sensi all’erta, il suono del suo, del mio cuore, della moltitudine dei cuori che nel gregge martellavano tribalmente.
Quella che percepivo era la sinfonia crescente della vita, della lotta, della esemplificazione più spicciola dell’emozione.
La paura, su tutto. E la fuga. Le luci lontane e il buio profondo che mi poneva inevitabilmente davanti alle mie possibilità, alle capacità. Io stesso era la notte. Il blu del crepuscolo era dappertutto. Ed era musica, anch’esso.
Gli occhi dell’animale erano estremamente vicini, avvertivo il loro tocco fulmineo, il loro sfavillare. Cercavano, si insinuavano fra le pecore, valutavano. Si muovevano fra le stoppie, mi guardavano, sondavano il mio stato d’animo, studiavano ogni angolazione, le zampe tremanti pronte al balzo improvviso.
E i miei occhi, dilatati, sovraesposti all’aria serale, erano i fari della mia percezione, erano la bussola che mi guidava, i fiumi attraverso i quali nuotare via veloci e schivare l’agguato. Erano le armi che avrebbero potuto salvarci.
Il suono stridulo del sangue che percorreva e gonfiava i capillari fu il completamento della mia sinfonia, lo stantuffo dei battiti cardiaci nelle orecchie era un sottofondo che dava forza e genuinità alla composizione. Che la rendeva sanguigna e vera e autentica.
Mi soffermai leggermente mentre i miei timpani sembravano impazzire e la testa si lasciava intorpidire da un formicolio che quasi mi toglieva equilibrio.
Guardai in basso, valutai le distanze, lasciai che il gregge si stringesse come un gomitolo di lana ben tirato e alzando gli occhi lui era lì, davanti a me, le quattro zampe dritte e forti, gli occhi fissi. Il suo fiato si addensava come nebbia, le orecchie ben dritte erano antenne formidabili.
In quel momento il mio corpo si sciolse completamente e ogni fruscio, ogni leggero suono aggiuntivo, ogni movimento diventò parte integrante della mia musica.
I miei sensi erano completamente sintonizzati sui suoni che mi circondavano che, fondendosi, alternandosi e scambiandosi racchiudevano e moltiplicavano il senso di quell’esperienza.
La scena rimase immobile. Il corpo del lupo teso ed efficiente, il mio abbandonato, accecato e annientato, il gregge completamente immobile.
Il silenzio racchiudeva l’emozione di ognuno di noi ed evocava tutto ciò che era trascorso. Davanti a noi l’inesplicabile volontà del futuro, che esulava dalle nostre volontà e le sopraffaceva.
I muscoli tesi del lupo erano pronti al balzo quando un suono inaspettato si accavallò agli altri. Non si trattava dei rumori forti dei lavori degli uomini, né del canglore delle stoviglie, era in realtà un suono molto semplice, elementare. Uno scricchiolio che non proveniva immediatamente dalla nostra scena. Evidentemente qualcuno si stava avvicinando. Uomini, animali, presenze celate dal buio. Un piccolo particolare interveniva a turbare la tensione.
Anche le cose più insignificanti hanno un loro ruolo e ad esse ci aggrappiamo con ferocia e fermezza quando la posta in gioco è estrema. In realtà quel momento fu probabilmente deciso dal caso; chiunque stesse esplorando la foresta, lì vicino a noi, chiunque si aggirasse alla ricerca del suo gregge, a caccia, o solo a consumare un incontro d’amore riuscì a minare il perfetto equilibrio che teneva tutti noi fermi, ognuno in attesa della decisione dell’altro. In attesa della detonazione.
Il mio straniamento si aggrappò a quel suono e gli occhi bassi, intenzionalmente puntati sul terreno, si alzarono per incrociare quelli del lupo. Le orecchie fischiavano forte quando i nostri sguardi si unirono, pupilla contro pupilla. Ci sondammo a vicenda cercando le nostre intenzioni; paura, solo paura riuscii a captare negli occhi fermi del lupo. Le sue orecchie, al pari delle mie, tentavano di capire da quale parte giungesse la presenza che avevamo intercettato.
Il tempo è un parametro oggettivo ma può dilatarsi o contrarsi durante esperienze particolari.
Quel momento che oggettivamente durò in tutto qualche minuto stabilì fra l’animale e me un legame che appariva duraturo, nel quale la mia e la sua volontà improvvisamente erano diventate la stessa. Fuggire. Tornare ognuno al suo ambiente, riconoscere la musica usuale del nostro tempo, quella che ci aveva cresciuti e accompagnati fino a quel momento.
Non ci furono slanci, il lupo non si gettò sul gregge, io non imbracciai bastoni per difendermi, le pecore rimasero ferme e mute in uno stato d’animo che, modulato sulle nostre capacità di sentire, investì tutti contemporaneamente.
Non ho mai capito chi fosse intervenuto a salvare le nostre vite, così come non ho mai saputo se il lupo ci avrebbe veramente attaccati o se, anch’egli intimorito, volesse solo difendere il suo spazio.
Quell’esperienza è riuscita però a indirizzare la mia vita, a dipanare il groviglio di sensazioni che mi spingevano verso la conoscenza, verso l’apertura a nuove realtà e al contempo mi legavano sempre più saldamente al mondo atavico che mi aveva concepito e che sentivo come un guscio capace di proteggermi da quello che sarebbe stato.
Nel crepuscolo di quella sera calma ed uguale ad ogni altra sera ho palpato con ogni mio senso la forma della musica.
E nel tempo a venire, forte di quella consapevolezza che ha cambiato il mio modo di udire i suoni ho composto la mia opera più cara, “Pierino e il lupo”.
Ringrazio i boschi, il vento, l’ora blu dell’imbrunire nella quale mi sono attardato, tutti i suoni che hanno accompagnato la mia vita... e il lupo.
(Sergej Sergeevic Prokof’ev)

Di seguito il link per poter visionare lo spettacolo bolognese di "Pierino e il Lupo" di Prokof'ev (nella versione: Abbado-Benigni), trasmessa anche dalla RAI: https://youtu.be/cwXXUwcKWUQ

domenica 20 marzo 2022

“Universi silenziosi” di Arianna Di Romano



Una fotografia coinvolgente la sua. “Universi silenziosi” di Arianna Di Romano, curata da Gabriele Accornero, è una mostra molto bella, allestita in uno spazio originale che esalta anche le immagini proposte, dove forse unico difetto – se proprio lo si vuole ricercare come pelo nell’uovo - potrebbe essere costituito da dei noiosi riflessi causati da una illuminazione problematica, causata dal posizionamento di potenti faretti.
Tranne alcune eccezioni, ogni singola immagine costituisce di per sé un racconto che, in qualche modo, per chi ha visitato i luoghi fotografati, ha anche la forza di far rivivere esperienze analoghe - e un po’ dimenticate - fatte in passato in viaggi asiatici o in scorribande con amici effettuate in giro per i paesi di Sicilia.
Le fotografie esposte dalla Di Romano, a Palazzo Branciforte di Palermo, nell’evento che si chiuderà il prossimo 19 giugno, le sconoscevo e nemmeno conoscevo l’autrice.
Al riguardo devo confessare che è stata, quindi, una gran bella sorpresa potere ammirare una moltitudine di scatti che, in alcuni casi, oltre all’indubbio fascino esotico, catturano immediatamente lo sguardo dello spettatore.
Come si usa dire, le foto della Di Romano bucano (e di più, almeno per me, quelle in bianco e nero) e durante la visita si resta folgorati dinanzi a molte opere che assumono anche un maggiore spessore nel particolare contesto architettonico in cui è ospitata. 
L’ingresso nell’occasione è stato gratuito, come capita spesso alle inaugurazioni, ma il costo del biglietto previsto per le visite, almeno per gli appassionati di fotografie - e non solo per loro - costituirà un piccolo piacevole obolo in relazione all’occasione offerta di venire a conoscere angoli delle bellezze del Palazzo Branciforte e potere ammirare le tante belle fotografie di Arianna Di Romano esposte.
Di certo è ancora un’importante opportunità culturale per la Città di Palermo, che presenta una mostra fotografica dove, molte delle immagini, si richiamano ai canoni di un certo modo di fare fotografia che fa assaporare il gusto delle opere d’autorevoli e famosi fotografi.
Per inciso, in parallelo, della stessa autrice è allestita a Ferrara la mostra dal titolo “Oltre lo sguardo” (Palazzina Marfisa D’Este dal 20 febbraio al 12 giugno 2022), curata da Simonetta Sandri, che propone tante altre foto del suo già ricco archivio.
La mostra di Palermo, qualora ce ne fosse stato bisogno, costituisce l’ennesima riprova che sono molti i talenti italiani che riescono a sviluppare una fotografia autorevole e che, alla cura dell’estetica, associa una narrativa che oltrepassa l’immagine.
Per avere maggiori informazioni sull’autrice e la sua fotografia si potrà accedere al suo sito web.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

P.S. - Una sintesi della mostra nello slide show postato su You Tube

sabato 12 marzo 2022

Serate Fiaf: "Parliamo on line di fotografia" con Enrico Genovesi



Enrico Genovesi è uno dei pochi fotografi che fanno della generosità un loro punto di riferimento, il che rappresenta un aspetto di forza del suo messaggio.
Le sue tante foto e progetti offrono elementi che tendenzialmente confondono e miscelano le interiorità del fotografo con quelle del soggetto fotografato.
La fotografia di Enrico può, anche per questo, essere definita “coinvolgente e partecipativa”. Nel senso che con le sue immagini il fotografo cerca di condurre l’osservatore a immedesimarsi nelle umanità da lui rappresentate. L’aspetto introspettivo si fonde con complicità, in sintonia e piena empatia.
Le immagini traspaiono un aspetto quasi cameratesco con i soggetti fotografati. In ogni caso, le tematiche più generali pongono in attenzione sempre delle particolarità che riconducono al singolo come individuo.
Nelle sue fotografie non c’è mai una prevenzione o prevaricazione. Il suo approccio è sempre aperto, per andare a leggere e ricercare in ogni occasione qualunque opinione e ogni punto di vista.
Il fideistico, l’agnostico o il laico non costituiscono barriere e nemmeno una differenziazione nell’approccio o nel conseguente sviluppo estetico: quindi, le caratteristiche specifiche del soggetto/oggetto preso a tema da svolgere ha di per sé e sempre poca importanza nell'analisi e nella realizzazione del progetto.
La sua è una fotografia abbastanza obiettiva (per quanto possa essere veritiero ogni scatto fotografico, sempre parziale e personale rispetto alla realtà che si inquadra, in una scelta comunque selettiva) che, alle sedimentazioni di studio, associa una sensibilità personale, per proporre una lettura degli ambienti e delle persone, ogni volta che la viene a rappresentare.
Nomadelfia, per certi versi, tende a creare oggi una sintesi del suo modo di fare fotografia.
In questo suo ultimo progetto Enrico, infatti, mette a frutto le tante esperienze accumulate e maturate negli anni, con in piu' la sua maggiore affinata sensibilità.
Il tutto per raccontare attraverso due piani di livello di messaggio: un primo essenzialmente estetico artistico, che blocca l’occhio di chi osserva, un secondo che induce a cogliere il contenuto concettuale di quanto viene proposto.
La scelta del bianco e nero contribuisce alla pulizia fotografica offerta, scevra di possibili elementi di disturbo o distrazione.
Chissa? Forse, per Enrico, il progetto Nomadelfia nasce inconsciamente dalla necessità di mostrare formule alternative alle tante solitudini incontrate, spesso camuffate o messe in secondo piano da altre impellenti esigenze primarie. Con la sua operazioni vuole forse mostrare e dire che alternative o diverse possibilità praticabili esistono? Riconoscendo a tutti, eventualmente e comunque, una assoluta libertà individuale, qualunque sia la possibile scelta.
Sotto l’aspetto della tecnica fotografica le quinte, per Enrico, sono un elemento compositivo frequente, scelto sempre con cura, che talvolta risulta pure fondamentale per andare a indirizzare al suo messaggio fotografico - e non solo - che ha pensato e voluto.
Rimane da osservare un aspetto che tanto comune non è e che riguarda la generosità di cui si è detto all’inizio. Genovesi, annoverato fra i lettori Fiaf di Portfolio, è un fotografo che trasmette attraverso una didattica diretta l’arte del fotografare e, anche, costituisce un raro caso dove l’esperto si configura con un conclamato bravo fotografo: senza offesa per nessuno, non è roba da poco.
Considerata la giovane età di Enrico Genovesi c’è da attendersi per il futuro la realizzazione di tante nuove sorprese.
Per concludere, per chi volesse maggiormente approfondire l’argomento, si consiglia la visione della serata streaming che gli ha dedicato la Fiaf lo scorso 24 febbraio, condotta da Claudia Ioan e impreziosita da pillole di saggezza fotografica di Silvano Bicocchi:

https://www.youtube.com/watch?v=m-TYl3BnQPA&t=150s

Buona luce a tutti!

© ESSEC

domenica 6 marzo 2022

La differenza non la fa la passione ma il talento.



In una bellissima intervista, dove Pupi Avati raccontava del suo incontro con Lucio Dalla, ad un certo punto si affermava una grande verità che da sempre ci accompagna e che spesso siamo portati, forse anche volutamente, a dimenticare ovvero quella che in campo artistico la differenza non la fa la passione ma il talento.
A tal proposito, per la sua grande passione di clarinettista jazz, raccontava che ebbe a patire realmente verso Lucio Dalla la famosa sindrome che il Salieri aveva vissuto con il genio di Mozart; avendo anche lui provato un'enorme invidia per il talento di Dalla musicante; tanto da indurlo a disamorarsi dalla sua viscerale passione musicale, fino ad abbandonare l'impegno professionale con il gruppo jazzistico in cui entrambi si erano ritrovati a militare.
Il racconto fortemente partecipato da Avati evidenziava come, oltre all’impegno profuso, specie in campo artistico erano le caratteristiche individuali innate quelle che andavano a determinare i presupposti necessari alla riuscita e che quasi sempre portano al successo.
Un artista, quindi, non può crearsi da sé a tavolino, né gigionare su improbabili alchimie e dosaggi per il raggiungimento di un proprio desiderata.
Quasi sempre chi ha qualcosa da dire trova un suo modo per esprimere il proprio talento e, se ha poi l’opportunità di trovare il pigmalione attento e si farà forgiare da lui, potrà sviluppare e affinare al meglio le originalità che potenzialmente sarà capace di esprimere.
Di regola dietro ogni bravo artista c’è sempre un maestro che ne avrà colto il talento e che, se generoso, avrà modo di aiutarne il percorso. Come pure un bravo artista è quello che non si basa sui titoli già raggiunti ma colui che continua la ricerca, per sperimentare e perfezionare sempre possibili nuovi modi, assecondando naturalmente il proprio istinto.
L’irrequietezza impegnata a ricercare percorsi diversi di verità è il naturale perseguimento d'intenti, per raggiungere il potenziale che si sarà capace d’esprimere.
Per quanto ovvio, la genialità di certo non potrà mai essere insegnata ma l’apprendimento e lo studio aiuteranno nell’evoluzione di un percorso artistico, come accade in genere nella ricerca applicata per una maggiore qualità apportabile alla vita.
Paradossalmente poi un’invidia di per sé, se vissuta in maniera sana, può anche non rappresentare un fatto negativo. Talvolta, anzi, può costituire una dote per consentire di cogliere meglio le differenze; i limiti delle proprie banalità a confronto di chi è dotato di un'autorialità spontanea.
Cosa che può indurre a prendere atto e coscienza, in maniera serena e intelligente, del nostro potenziale limite conseguibile, riconoscendo agli altri anche quelle capacità che per noi naturali non sono.
“Mettiti sempre con chi ne sa più di te se vuoi crescere” era il motto che mi è stato insegnato da bambino. Seguire il percorso di chi può farci ombra può aiutare a cogliere dettagli, indispensabili e utili e a saper a poco a poco "rubare" il mestiere, specie se si è in qualche modo - a propria volta - votati a questo (riguardo al mestiere naturalmente).
Del resto è risaputo che nel copiare personalizzando sono richiesti esercizio e abilità; che anch'essa è un'arte e non è cosa alla portata di tutti.
Ritornando alla considerazione di partenza, che cioè la differenza non la fa la passione ma il talento, il mio pensiero vola agli anni ottanta, periodo in cui ho conosciuto l’amico Luigi Cocuzza, che già a quel tempo di questa massima ne aveva fatto una sua convinzione, nell'ambito della fotografia e non solo.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

giovedì 24 febbraio 2022

Prendendo spunto da una nuvola di “Antonello Ferrara” fotografo.



Il Pippo cui ho fatto riferimento nel mio pezzo in cui ho raccontato l’evento organizzato dall’Associazione Le Gru di Valverde, era presente fisicamente in associazione. Anzi, alla fine di ciascuna performance di Antonello Ferrara, l’Avv. Pappalardo ha offerto alla platea delle chiavi di lettura che hanno evidenziato le peculiarità dei lavori proposti.
Come spesso ci capita, le opere presentate sono state successivamente oggetto di uno scambio diretto di idee che mi hanno consentito di focalizzare il personaggio, grazie a informazioni sulle caratteristiche e il percorso fotografico dell’autore.
Nell’occasione ho sollecitato l’amico Pippo a esprimere con un contributo il suo punto di vista sul lavoro incentrato nella nuvola priolese che tanto ci aveva intrigato e lui, generosamente, mi ha accontentato.
Riporto di seguito lo scritto pervenuto, che mi piace condividere, in modo particolare con coloro che erano stati fisicamente presenti in associazione o che, come me, avevano partecipato in streaming. Uno scritto utile a comprendere meglio quanto può sottendere ad un progetto fotografico e a una creazione artistica, più in generale.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

“La ricerca fotografica, e con essa la passione, marcia in più direzioni ma nonostante la molteplicità delle direzioni e dei diversi sensi ricercati, alcune costanti ci inducono a riflettere che l’esperienza del momento fotografico vive di presupposti non solo forti e presenti ma addirittura necessari. Ogni qualvolta poggiamo il nostro occhio sul visore del nostro strumento, infatti, riflettiamo sulle modalità e sulle circostanze migliori per abbordare l’incontro con la “tematica” che abbiamo privilegiato.
“Avere una tematica è come dare al proprio fotografare una meta fotografica” (S.Bicocchi)
Per coltivare la capacità di ricerca delle giuste tematiche -che sommessamente vivono dentro le nostre aspirazioni- occorre acquisire la capacità di coltivarle, ovvero la capacità di strutturare il nostro fotografare guardando non solo agli aspetti tecnici del dispositivo adoperato ma soprattutto agli elementi che ci impongono di modificare un generica tematica spontanea in una capacità tematica individuata e chiarita.
Poi, saranno le singole fotografie a chiarirci se quel primordiale schizzo di ingenua tematica primitiva è divenuto, poi, un “tema fotografico”.
Antonello Ferrara aveva davanti ai suoi occhi, giorno dopo giorno, una nuvola, sempre la stessa. E di per sé, questo evento è alquanto insolito e ci pone delle domande. Anche il fotografo se le è poste ed è venuta fuori una storia dai connotati e dai contorni assai importanti e intriganti, assolutamente esprimibili solo con lo strumento fotografico.
Aveva nella mente l’infinito” di Ghirri e gli “Equivalents” di Steglitz (ed io, aggiungo, un certo Minor White)? Alla fine, si trattava di precedenti con i quali confrontarsi, che non condizionavano, anzi spronavano verso la formulazione di una sequenza che non perdesse assolutamente il rigore narrativo e, risolutamente, facesse uscire, anche con la collaborazione degli abitanti del territorio, l’impegno a trasformare quell’apparente cometa in un segnale concreto di allarme.
L’aspetto più interessante del lavoro di Ferrara è stato, pertanto, l’individuazione di una chiara tematica che muovendo dalla spontanea emozione ha trasformato in concreta impressione il suo sentire umano; questo è divenuto necessaria espressione e quindi rappresentazione da condividere e partecipare. Una classica sequenza estetica che testimonia delle capacità del nostro amico e del suo sano impegno civile.
Per tornare all’amico Bicocchi; la documentazione raccolta durante la ripresa (interi mesi di lavoro) ha innestato un processo di approfondimento per cui il “tema” privilegiato si è spiegato da sé (il grido di Baudrillard:” è l’oggetto che vi pensa”) e, da tema con connotati generali ed universali è divenuto un tema personale da condividere con gli altri, L’autore ci ha dato infatti non una interpretazione di quanto visto e fotografato ma la sua interpretazione.”

© PiP

domenica 20 febbraio 2022

Su “Lezioni di Fotografia” e altro ....



Forse il momento più importante nell’attività di un circolo culturale è quello di riuscire a proporre argomenti e personaggi che rappresentino delle novità, in panorami che spesso amano percorrere e tendono a muoversi in spazi ampiamente conosciuti e consolidati.
L’altro giorno, seguendo l’invito degli amici dell’Associazione catanese “Le Gru”, ho avuto modo di assistere alla serata streaming che avevano programmato per ospitare un autore a me sconosciuto.
Il fatto che io non conosca moltissimi autori, anche importanti, contemponarei o anche storici, del resto non è una novità. Infatti, anche se coltivo la passione per la fotografia da tanto tempo, non ho difficoltà a confessare che non ho mai dedicato molto spazio allo studio della materia.
Tornando alla serata, l’ospite in questione era Antonello Ferrara, un giovane (di quelli attuali, ultracinquantenni) che veniva a illustrare due sue produzioni molto originali, a prima vista non facili da approcciare ma che, con il sapiente racconto dell’autore, riuscivano a essere comprensibili e pure intriganti.
Peraltro il Ferrara, pur dichiarando che il suo modo di esprimersi con la fotografia in maniera artistica era relativamente recente, riusciva a far emergere l’aspetto progettuale delle sue proposte. I suoi lavori (almeno quelli illustrati) avevano entrambi una base concettuale, sviluppata pazientemente in un arco temporale e attingendo a vecchie tecniche utili ai racconti.
La sequenza di una serie di fotografie con - all’interno di ogni inquadratura - una nuvola di caratteristiche particolari e spesso anche l'unica presente in un cielo assolutamente sereno, induceva di per sé a pensare.
La spiegazione data dall'autore al termine della proiezione, pure comprovata da una ripresa filmata che avallava la sua trattazione, veniva quasi a costituire - e per certi aspetti - un pò l’uovo di Colombo, venendo a ridimensionare certi fenomeni naturalistici che talvolta inducono anche a equivoci o fake news.
Volendo descrivere il progetto realizzato dall'autore, è da dire che la sua osservazione attenta e prolungata del territorio di Priolo (SR) gli aveva fatto sorgere una curiosità su una strana nuvola, che ogni giorno vedeva rispecchiata sul mare prospiciente alla zona industriale. Una nuvola, di dimensioni pressoché costanti, che si presentava ad un certo momento della mattina e che aveva una durata di alcune ore per poi dissolversi.
Il boy scout custodito nell’anima dell’autore del portfolio fotografico proposto ebbe ad appassionarsi all’idea/sospetto che qualche fenomeno specifico potesse venire a creare quella speciale situazione atmosferica.
Per farla breve, dopo una serie di scatti fotografici, arrivò a focalizzare meglio la questione che lo portò infine a una soluzione razionale e a svelare l’arcano.
Erano, infatti, le esalazioni provocate dallo stabilimento industriale di Priolo che andavano a generare una condensa che lentamente andava a creare la nuvola; ogni giorno e sempre alla stessa ora, che in base alle direzioni del vento, si andava a posizionare stabile in un quadrante del panorama.
A supporto del suo racconto, Ferrara portò pure una prova inconfutabile. Con il suo telefonino aveva, infatti, filmato tutte le fasi che andavano a generare quelle serie di nuvole quotidiane, rivelavando visivamente l'origine del fenomeno.
Al di là della originalità di quanto narrato, la mia parte di mente miscredente andava ad associare la prova esibita a quei tanti avvistamenti fideistici, idolatrati dalle moltitudini che necessitano dell'esistenza terrena di miracoli divini. Alle diverse presunte apparizioni come, ad esempio, quella della madonna di Medjugorje e tante altre visioni ancora, su cui ci sarebbe molto da dire.
La curiosità di Antonello, in questo caso, andava quindi ben oltre l’aspetto fotografico, perché sfociava e apriva a un vasto campo di credenze e suggestioni di genti che da sempre mal tollerano dubbi e peggio ancora possibilità di risposte scientifiche a loro convinzioni pseudoreligiose.
Tornando alla fotografia, il secondo lavoro proposto era un insieme d'immagini realizzate con l’utilizzo di filtri anteposti allo strumento di ripresa.
Le fotografie appannate o macchiate andavano a far scorrere una specie di percorso onirico, che induceva a far riemergere tappe del passato. Affioravano così ricordi di ambienti, di personaggi, di desideri repressi, di visioni di luoghi di un tempo e molto altro ancora. Il tutto intramezzando flash d’immagini confuse, prevalentemente minimaliste, un po’ surreali, con scatti introspettivi dove anche l’osservatore poteva riconoscersi.
Anche questo un lavoro pensato e strutturato seguendo uno schema logico ben preciso.
Concludo la mia descrizione dell’interessante evento con una mia banale considerazione, ovvero, che sempre più di frequente la fotografia, in quanto forma d’arte, può prestarsi a tante fattispecie concettuali. Con processi creativi che spesso si discostano anche notevolmente, per intenderci, dal solco originario e storico di “bressoniana” concezione.
Si potrebbe forse anche dire che questa non è vera fotografia ….. nel senso classico convenuto e consolidato; ma la fotografia – come succede nelle varie forme d'arte espressiva – ormai si presta a vari svolgimenti e a differenti osservazioni.
Specialmente se viene intesa quale è oggi, per la sua efficacia comunicativa, accostabile alla scrittura stenografica costituita da un mix di realismo e suggestione.
I confini e le barriere correntizie, sono pertanto solo delle convenzioni che permettono di inquadrare e discernere le diverse scuole di pensiero, lasciando isolato il fascino di ogni genere individualmente proposto e prescelto.
Molto più frequentemente, come ha ben evidenziato l’amico Pippo, l’arte fotografica costituisce spesso solo un pretesto per lo svolgimento di un racconto e le fedeltà delle immagini possono, in alcuni casi, financo portare a distogliere l’osservatore dal riconoscersi e leggersi attraverso una propria personale lettura interpretativa.
Al riguardo, ad esempio, “Luigi Ghirri è uno dei grandi maestri della fotografia italiana. Nella sua opera ha usato la fotografia come mezzo per mettere in discussione la realtà, attraverso immagini che fanno riflettere, sulla differenza tra ciò che vediamo, ciò che rappresentano e il loro significato.” È quanto scrive su di lui Giuseppe Santagata nella recensione fatta al celebre libro “Lezioni di Fotografia”.
Nell’articolo cita anche quella frase dove il fotografo, nato geometra, affermava come “La fotografia è essenzialmente un dispositivo di selezione e attenzione del vostro campo di attenzione…semplicemente si tratta di attivare un processo mentale, di attivare lo sguardo e cominciare a scoprire nella realtà cose che prima non si vedevano, anche dando agli oggetti, agli elementi della realtà un altro significato. Attivare un campo di attenzione diverso”.
Per una lettura dell’intero articolo di Santagata si rimanda al sito web Fotografia.it dove è pubblicato.

Buona luce a tutti!

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sabato 12 febbraio 2022

Draghi ha dichiarato: “Un lavoro me lo trovo da solo”



La moltitudine umana è composita e le casistiche individuali sono molto ricche e variegate.
Così come esistono uomini e donne con caratteristiche diverse, che mettono in luce le loro peculiarità, ci sono anche altri soggetti camaleontici che si adattano e si rapportano opportunisticamente con il mondo a seconda delle circostanze e delle convenienze.
L’indole e le mutazioni sono infinite e, come è stato da sempre raccontato in tante opere letterarie, sono le maschere quelle che rivelano le sembianze apparenti e suscitano i sentimenti che vengono percepiti all’esterno.
Quanto viene manifestato o solo raccolto induce ognuno ad aggettivare il proprio interlocutore - e ogni personaggio che gravita nel proprio panorama - con termini che sintetizzano in una parola quella che è una propria convinzione. Temporanea o definitiva poco importa.
Ipocrita, scorretto, vile, ingeneroso, egoista, egocentrico, politicante, inaffidabile, stolto, egemone, padre padrone, incivile, scriteriato, figlio di … e tanti molteplici termini si usano per enfatizzare delle negatività individuali percepite.
Di contro altre etichette fotografano positività eticamente nobili e inconfutabili che, in uomini di fede o laici agnostici di animo buono, spingono talvolta a considerare l’esistenza di aureole connotanti una certa santità o eccellenza.
A queste regole del vivere quotidiano in ogni caso non si sfugge.
Le tipiche caratteristiche si notano già da bambini, i quali si esprimono naturalmente per come realmente sono, a prescindere dall’educazione e dalla classe sociale di appartenenza. Col tempo le tendenze vengono più o meno gestite con una dose d'ipocrisia, per poi scatenarsi alla fine senza più freni inibitori in età adulta.
Capita, quindi, che anche la categoria dei nonni possa includere soggetti con caratteristiche specifiche e varie.
Lo status declamato non costituisce necessariamente un presupposto per essere definiti dei saggi, altruisti, generosi, affabili, socievoli, espansivi, propositivi, visionari, statisti, etc. ma spesso tanti fattori si fondono in individualità che sintetizzano aspetti che connotano taluni negativamente in dei veri emeriti “stronzi”, nel senso più fascinoso e inequivocabile che se ne dà nell’uso comune. 
L’essere stronzi, quindi, raggruppa in sé una miscellanea di negatività, con un assioma che torna concettualmente utile nel voler descrivere comportamenti poco gradevoli, specie se riguardano certi soggetti coinvolti nell’espletamento di funzioni e ruoli cui si è direttamente a contatto (dipendente, dirigente, collaboratore, vicino di casa o condomino in genere, contendente, politico, semplice compagno di giochi o socio, etc...).
Da sempre delle qualità positive sono in pochi a occuparsene, maggiore attenzione destano sempre quelli che si propongono e atteggiano a delle prime donne, protagonisti vogliosi di emergere a qualunque costo.
Queste considerazioni amare trovano spunto e si ispirano all’ennesima cattiveria rubricata in pillole da “Spinoza”, e in particolare ci si riferisce a quella apparsa oggi su “Il Fatto Quotidiano”. Ancora una volta dedicata a Mario Draghi premier, osannato da moltitudini di media e dalla stampa intera come “il Migliore dei Migliori”. Anche se la platea del Nerone di “Petroliniana” memoria del bene, bravo, bis …. preannuncia cenni di sfaldamenti; ancor di più dopo le recenti vicende presidenziali, che non lo fanno più apparire superman come prima.
Lo scritto, riprendendo una frase astiosa del nonno che si dichiarava a disposizione, recita: “Un lavoro me lo trovo da solo”. Alla ostentata affermazione “Spinoza” aggiunge la sarcastica considerazione: “Il nonno al servizio delle istituzioni sta regredendo all’infanzia”.
E’ da dire che, più in generale, nello scenario italiano sono presenti analogie con molte manifestazioni pubbliche di altri discutibili personaggi ….. ma quelle - e per ognuno - si tratterebbe di altro folklore e racconterebbero tante altre storie, talvolta mantenute in ombra.
In tutto questo occorre sempre tener presente che nelle avventure del pluripremiato film di fine millennio, le fortune costanti narrate su Forrest Gump erano sostanzialmente delle finzioni sceniche, scritte idealmente in un copione. In verità le certezze perenni di sicuro successo, nella vita reale, non sono tanto verosimili e, men che meno, assicurano l'esistenza di regole.

Buona luce a tutti!

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domenica 6 febbraio 2022

Il ruolo dei Circoli e delle Associazioni fotografiche



La storia della fotografia si è sempre sviluppata grazie ai circoli e alle associazioni, dove individualità aggregate hanno favorito e sviluppato confronti, producendo tante proficue osmosi.
Una delle più importanti problematiche che si presenta ad ogni un gruppo di fotoamatori che intendono associarsi in un circolo è quello economico. Le campagne per allargare la base sociale non sono mai facili, vuoi per la peculiarità dello scopo perseguito, talvolta in concorrenza con altri gruppi, vuoi per l’incidenza delle quote periodiche che si è chiamati a sostenere che non sono talvolta alla portata di tutti.
Per ovviare a ciò si è sempre cercato di trovare delle forme di finanziamento suppletive, che consentissero di generare delle entrate economiche utili a sopportare i costi indispensabili per l’esercizio e il pieno svolgimento della comune passione.
A tale scopo, a latere delle attività sociali principali, hanno quindi assunto e da sempre molta rilevanza i corsi di fotografia, curati dai soci più esperti e rivolti a chi aspira a conoscere meglio il composito mondo della fotografia.
Oltre ad assicurare entrate di denaro, l'attenzione verso nuovi appassionati è utile a generare anche proficue contaminazioni generazionali, indispensabili per favorire la crescita di potenziali nuovi talenti.
Nel caso, eventuali fotografi che andranno ad affermarsi uscendo dai “vivai” costituiranno sempre un punto d'orgoglio per ogni circolo e specialmente per coloro che li hanno fondati e/o ne hanno curato e favorito lo sviluppo.
È la funzione principale in capo a ogni forma di associazionismo ed è naturale che allievi, frequentando gli ambienti, divengano poi nuovi soci; ritrovandosi nell’aderire ai progetti e agli scopi sociali fondativi.
È quello che si desidera che accada in ogni circolo fotografico. La speranza che nuove leve crescano e magari si propongano gradualmente per andare a coprire posti chiave, onde proseguire la rotta progettata dai vecchi soci, che rimane una costante sempre presente negli scopi progettati.

La bontà di un’associazione si distingue, oltre che dalla qualità degli obiettivi realizzati e da realizzare, anche dalle offerte rivolte all’esterno, siano verso giovani o maturi interessati attratti dalla fotografia che ricercano un luogo e nuove occasione d'incontri e confronti.
In quasi tutte le realtà vengono proposti corsi per principianti, di livello superiore e specialistici finalizzati a scoprire e affinare principalmente gli interventi di editing e postproduzione.
Premesso che i docenti e i curatori della formazione non dispongono di bacchette magiche che riescano a inventare tout court fotografi d’indole e qualità certa, un’occasione importante di verifica nella formazione è quella che ogni volta conclude i vari stages. Quando cioè si vengono ad allestire delle mostre collettive di opere dei vari allievi, che consentono a ciascuno di mostrarsi nel proporre la loro sintesi produttiva, ma anche di poter confrontare le proprie foto con quelle degli altri frequentatori dei corsi.
Il buon lavoro formativo, indipendentemente dai risultati che si differenziano nei protagonisti, è testimoniato dai commenti che gli allievi più giovani, divenuti espositori, vanno a postare con email o altro. Per quanto ovvio il futuro artistico di ognuno dipenderà sempre dalle capacità specifiche d’approccio: come autore o studioso, semplice appassionato e comunque interessato ad arricchire le proprie cognizioni e ad allargare il proprio campo operativo.
A scopo esemplificativo si riportano di seguito alcuni dei loro messaggi, omettendo il nome dell’autore, collegati alle emozioni suscitate dalle due ultime mostre presso la Galleria Fiaf dell’ARVIS di Palermo, allestite a conclusione dei corsi. Una prima per gli allievi di secondo livello, seguita successivamente da un’altra dedicata ai partecipanti del corso base da poco conclusosi.

• Buongiorno a tutti. Approfitto della chat per fare i complimenti ai maestri per l’organizzazione della mostra.
• Buongiorno e grazie ai docenti. 👍👍👍
• La bravura è l’aver ci trasmesso la passione. L’organizzazione è il compimento che ci ha dato la possibilità di sentirci protagonisti!
• Buon pomeriggio a tutti! 🤗 è stata una piacevole serata.! E grazie ai prof come giustamente fatto dagli altri!
• Peccato forse che sembra esser volato. Dovrebbe durare di più!
• Non abbiamo fatto in tempo a conoscerci bene che è finito!
• Ragazzi sono appena stato alla mostra, complimenti a tutti per le foto! Veramente belle 😁😁👏👏 e complimenti agli organizzatori per averci permesso di fare questa bella esperienza ed averci insegnato e trasmesso tanto … peccato per la socialità mozzata dal periodo covid, spero riusciremo ad organizzare qualche uscita con foto e pizza annessa.

Credo che non occorra aggiungere altro per dare un’idea concreta sulla vera essenza dell’associazionismo. Per saper fare buon proselitismo nell'insegnare proficuamente e al contempo alimentare entusiasmo, una lucidità critica e la serenità di giudizio necessaria. Nell’aiutare anche a saper vivere in maniera collaborativa ogni momento di aggregazione, che consenta a tutti i partecipanti di crescere, indipendentemente dalle naturali potenzialità individuali, dagli ovvi differenti orientamenti, dai gusti distinti, dalle specifiche preferenze e dalle proprie tendenze. In fotografia, come nell’arte in genere, sono tanti i ruoli che possono essere occupati in seno ai gruppi, oltre a quello d’essere o ritenersi un "autorevole" artista.

Mi piace concludere questo scritto richiamando un testo di qualche tempo addietro e che ebbi modo di postare dopo aver rincontrato il caro amico Luigi al Palazzo Sant’Elia di Palermo, in occasione di una mostra personale incentrata sull’Asia con fotografie storiche di Melo Minnella.
Congedandosi, lui ebbe a darmi un bigliettino con il numero del suo cellulare. Oltre al suo recapito telefonico scoprii dopo che erano riportate delle considerazioni, che indicavano dei principi cardine che ogni fotoamatore dovrebbe sempre avere presente, principalmente per sé e, soprattutto, nel rapporto con gli altri.
Per chi volesse saperne di può invito a leggerle.

Buona luce a tutti!

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mercoledì 2 febbraio 2022

I vecchi restano comunque e sempre dei fortunati



Arrivare alle venerande età, specie in buone condizioni fisiche e psichiche, costituisce un privilegio non da poco; non tanto per la longevità insita, ma per l’opportunità concessa dal caso ai tanti fortunati di poter vedere la vita da angoli differenti, con diottrie rimodulate e con un bagaglio di esperienze che, volendo, consentono di aggiornare i bilanci personali.
Le varie fasi di un vissuto presuppongono iter compositi, caratterizzati da diverse tappe.
Come didascalia al blog che curo (laquartadimensionescritta.blogspot.com) scelsi all’origine di mettere: come didascalia: "Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."
Quando ho creato questo portale nel web ero appena passato dall’essere ingranaggio in un contesto produttivo a fruitore della tanto attesa quiescenza.
Una condizione lungamente agognata e che potrebbe consentire a tutti di rileggere con onestà il proprio vissuto, certo ricco degli alti e bassi che contribuiscono all’edificazione della piramide di ognuno, ma di vedere anche, con gli occhi acuti di una mente attenta e piena di esperienze, i colori della realtà che ci circonda.
Idealmente è quasi come ritrovarsi calati in un posto numerato del loggione di un teatro. In una posizione, cioè, che offre all’occhio delle panoramiche ampie e che dimensiona gli attori/artisti che recitano nell’ambito delle scene a dei soggetti piccolini.
Dalle postazioni di galleria si distinguono al meglio le variazioni acustiche e, diversamente dallo stare seduti in poltrona di platea o in una sedia di un palco laterale, generalmente più congrui a status di rappresentanza, non ci sono elementi di disturbo che impallano e rendono parziali le visuali.
Potenzialmente, quindi, patologie escluse, l’osservazione e l’ascolto di un vecchio risulta integra e pura, pienamente in grado di poter visionare e ascoltare al meglio il cuore di ogni cosa.
L’enfasi si presta a poter affermare che a ciascun longevo è possibile vedere in modo diverso, a seconda del contesto, della cultura reale e della maturità individuale raggiunta.
Ma del privilegio non tutti ne fanno tesoro.
Resta il fatto che i vecchi restano comunque e sempre dei fortunati per aver già solo raggiunto il traguardo. Non solo, ma anche perché è a loro concessa l’opportunità, volendo, di riflettere sulle proprie convinzioni; di ripercorrere e revisionare quei giudizi giovanili con i quali etichettavano sbrigativamente quelli che erano per essi i “loro vecchi del tempo”.
Singoli anziani comunque, anche invecchiando, rimangono spesso indolenti; permangono variegate le miscellanee di individui, accomunate o differenziate e spesso anche faziosamente divise.
Mentre molti anziani, non ostante gli anni e la naturale decadenza fisica, riescono a mantenere vivo il fuoco giovanile, magari pieni d’illusioni e sempre innamorati di utopie, altri si annegano in un cinismo pragmatico connaturato; altri ancora rimangono ancorati a pregiudizi, indifferenti della storia (generale o personale) e del tempo o si lasciano spesso semplicemente vivere passivamente, forse senza neanche rendersene più conto.
Ogni testa è un tribunale diciamo noi in Sicilia. Mettila, quindi, come vuoi ma in ogni caso, indipendentemente da come la si pensi, di ogni cosa occorre prenderne atto e, infine, tutti quanti e a prescindere dell’età, ce ne dobbiamo fare una ragione.
Qualcuno, dopo aver letto, si porrà la domanda: “Ma con tutto questo, che si vuole dire?”. La risposta è: “nulla di particolare, gli argomenti su cui scrivere per chi è anziano non sono tanti, magari vuole solo essere una semplice dissertazione per invitare dei coetanei a fare qualche ulteriore riflessione”.

Buona luce a tutti!

Buona luce a tutti!

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P.S. - A stretto giro di posta un amico che mi segue scrive: "Condivido: tendiamo a invecchiare senza diventare vecchi e qualche volta, ahimè, senza diventare adulti. L’importante è che i sogni non invecchino…".

sabato 29 gennaio 2022

Stavolta lo “Schettino” di turno è stato bloccato per tempo



Molti cittadini italiani saranno oggi contenti per la riconferma del Presidente uscente, anche se coscienti del fatto che si viene a riproporre una anomalia già successa e che questa eventualità era stata lucidamente evidenziata dallo stesso Sergio Mattarella. Quanto è oggi accaduto appare grave per quella democrazia tanto decantata che però tristemente - e da tempo - non corrisponde alla situazione reale del paese.
I retroscena che vanno venendo fuori, ancor prima della proclamazione della riconferma, pongono molte interrogativi sulla qualità dei singoli componenti della classe politica, per l'evidente esplosione che si sta ribaltando nei partiti e nei movimenti tutti.
La progressiva frammentazione di queste rappresentanze politiche appare ormai fuori controllo e sembra sempre più andare oltre, per l’assenza di una minima disciplina interna anche causata dallo svuotamento ideologico delle diverse fazioni in campo.
Non a caso in molti ora interpretano la politica e la cosa pubblica come una forma d’impiego ben remunerato e non già come una missione volta a ricoprire un ruolo sociale di alto profilo.
Se a ciò si aggiungono poi le tante cooptazioni, con la candidatura e l’elezione di fedeli seguaci, decise da presunti leader politici assurti spesso casualmente al vertice di partiti, anche la declamata presunta onorabilità del particolare incarico rimane una aggettivazione solo nominale.
Inoltre trasmigrazioni fra schieramenti per tanti motivi e cause, sembrano aver reso anche aleatorio ogni stabilità degli assetti politici.
La problematica in Italia interessa anche il fronte politico della destra. La frammentazione che interessa anche loro, ha fatto venir meno il sacrale principio di obbedienza, che era tipico e quasi inossidabile nell’ideologia che da sempre l’ha caratterizzato.
Però, così come il belusconismo ebbe a riesumare quei famosi voti “di Almirante memoria” mantenuti “in frigorifero”, lo stesso movimento liberista ha insinuato il virus dell’opportunismo politico che ha fatto nascere lo stesso partito Forza Italia, dal dubbio concepimento, gestazione e parto.
Nel centro sinistra l’evoluzione politica non è andata tanto meglio. Il relativo raggruppamento è divenuto anche esso campo di conquista per spregiudicati avventurieri, organizzati talvolta anche in “cerchi magici”, interessati principalmente alla presa del potere, e di tanti altri barbari mercenari (più o meno nuovi) intenti a ritrovarsi per raggiungere ruoli di rilievo immediati o prossimi, ma sempre raggiungibili. In ogni modo tutti quanti rivolti come parassiti a gestire le casse della cosa pubblica ancorata allo Stato.
Ma ogni dissertazione oggi rimane fine a se stessa, atteso che in fondo la politica che ci rappresenta è lo specchio che riflette, sintetizzandola come rappresentanza, la variegata miscellanea che compone, ne più e ne meno, i sessanta milioni di cittadini italiani.
I prossimi giorni non offriranno scenari tranquilli e non si escludono riassestamenti nel governo e nelle stesse attuali rappresentanze politiche chiamate a sostenerlo.
Forse l’unico risultato positivo nella riconferma del Presidente della Repubblica uscente è che stavolta il “capitano schettino” di turno (Forrest Gump de noartri, aspirante al Colle) è stato bloccato per tempo, perché non gli è stato permesso di abbandonare in piena tempesta la plancia di comando della nave da crociera chiamata Italia.

Buona luce a tutti!

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mercoledì 26 gennaio 2022

Il tempo scorre



Ogni opera di street art ha in sé una estetica specifica. Le scelte operate dall’autore seguono uno stile personale che, attraverso una serie di riproposizioni, diviene in breve riconoscibile.
Le tecniche in campo sono oggi le più variegate, come pure i messaggi che sottendono a ogni installazione.
In genere, per molti grafitari, prevale una fase concettuale e di progettazione che talvolta rendono pure visibili attraverso la pubblicazione di pagine dei loro piccoli taccuini, ma ciò non è una regola fissa.
Taluni, specie i writers, amano spesso improvvisare e sviluppare i loro disegni secondo l’estro del momento o in relazione agli spazi disponibili.
Come in tutte le arti figurative, fotografia compresa, nel creativo tutto è ammesso e ciascuno può procedere secondo un suo percorso, indipendentemente dall’empatia o dall’approvazione di altri.
Catalogare le correnti di pensiero oggi può essere solo effettuare uno scatto fotografico che fissa un momento, atteso che tutto è mutevole e ogni giorno c’è sempre un qualcuno che si propone con nuove idee o che le cambia.
Propenderei, quindi, a spostare la visuale riflessiva ponendomi dalla parte dell’osservatore generico a cui è sempre rivolta ogni opera, piuttosto che andare a impantanarsi sui singoli autori e sulle tante branche di riferimento.
Come spesso viene anche detto in fotografia, quindi, soffermandosi a valutare quanto ogni progetto ideato abbia potuto raggiungere l'obiettivo di “bucare lo schermo”, catturando l’attenzione. Ciò indipendentemente dalla specifica metodologia prescelta.
La narrazione storica, per esempio, induce a riflettere secondo una logica didattica sequenziale che alla fine tende ad alludere. Flash urlati, invece, fissano un'idea, illuminano l’attualità per richiamare su argomenti e situazioni, come se andasse a scrivere con dei titoloni a caratteri cubitali in una prima pagina di giornale.
Si può comunque affermare che tutte le “semantiche visive” sono ammesse purché siano accessibili, ovvero comprensibili e di facile lettura.
C’è chi si esprime con tratti minimalisti (es. Exit.Enter) e chi si caratterizza per le tipiche sembianze dei loro personaggi (es. Whoisnemos). Altri interpretano la street art prevalentemente in chiavi pittoriche, applicando tutte le composite peculiarità delle correnti che le riguardano.
Quanto è stato fin qui detto può essere integralmente applicato anche nell'affollato campo della fotografia o in qualunque altra forma d'arte creativa prodotta e proposta, in ogni tempo e luogo.
Alla fine - e sempre - sarà chi osserva in un preciso momento storico colui che andrà a premiare l'opera con il suo sguardo attento; se ne resterà ammirato per le fattezze creative o, eventualmente, saprà cogliere il retromessaggio sottostante (qualora ce ne fosse uno leggibile).
In tutto questo, come accade per ogni forma artistica, le produzioni intanto aumentano numericamente in modo esponenziale (Joan Fontcuberta docet). Si rincorrono idee, formule, progetti culturali, messaggi sociopolitici, espressi in maniere esibizionistiche, emulative, empatiche, ripetitive, ossessive, originali, banali e chi più ne ha più ne metta.
Il tempo scorre più o meno lentamente a seconda dell'età e del pensiero di ciascuno.
Il mondo gira. Tutto si muove mentre noi viaggiamo in un universo sconosciuto dove, culture umane migrano, si succedono, si sovrastano, si miscelano, trovano pace, alimentano conflitti, coltivano illusioni e sempre cavalcando utopie che resteranno eterne.

Buona luce a tutti!

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domenica 23 gennaio 2022

"ANNA, EQUILIBRIO INSTABILE" di Cristina Corsi e Antonio Lorenzini



Chattando ieri con Antonio per parlare dei suoi futuri impegni, alla fine lui mi ha chiesto …. “a proposito, che ne pensi del lavoro su Anna? Ti andrebbe di scrivere qualcosa?”
Oggi ci provo.
Venire a parlare di un lavoro ampiamente illustrato da tanti altri commentatori e che ha già avuto importanti riconoscimenti da esperti chiamati a leggere questo portfolio non è facile. 
Il rischio è sempre quello di risultare ridondante nel ripetere parole/considerazioni già dette e di non aggiungere, quindi, nulla di nuovo.
La recensione di Serena Marchionni e Daniele Cinciripini, riportata, a commento delle foto, nel numero di Fotoit “12-01” dice tutto e illustra in modo esaustivo il portfolio premiato.
Le esposizioni dei due fotografi nel corso della presentazione del lavoro durante la serata streaming Fiaf dello scorso 16 dicembre, gli ulteriori commenti dei predetti autori del cennato articolo di Fotoit e quello di Chiara Innocenti hanno poi aggiunto altre osservazioni e forse l’argomento potrebbe chiudersi qui. Ma qualcosa in più può essere detta? Forse per definire meglio i profili dei due autori.
In verità su Cristina e Antonio avevo avuto modo di scrivere per un altro loro lavoro realizzato, volto a raccontare quanto girava attorno a un mulino dell’aretino (“L’oro del mulino”).
Un portfolio assai diverso da questo proposto ora, che evidenziava però un’indubbia e consolidata intesa fra due bravi fotoamatori, impegnati anche allora a osservare con attenzione i contesti, per raccogliere indizi secondo punti differenti, necessari ad arricchire le scelte nell’editing narrativo.
Anche se sono entrambi impegnati da tempo nel parlare del patologico sociale e, quindi, avvezzi a leggere realtà spesso difficili da rappresentare attraverso singoli scatti, tutti e due amano avventurarsi anche in altre tematiche. 
Le loro produzioni, editate sempre in bianco e nero, non disdegnano infatti la ricerca di argomenti sempre nuovi e fra i più diversificati, nonché sperimentare il loro editing visivo con nuove proposte.
Al riguardo, non secondario appare la considerazione di come la classificazione al secondo posto, fra i ventidue portfolio selezionati durante le varie letture del circuito Prix Italia Fujifilm 2021, dimostra con il loro lavoro che la fotografia di reportage, quando è ben realizzata, riesce a sviluppare felicemente tematiche complesse, come nel racconto rappresentato su Anna.
Nel loro caso, la fotografia documentale è però solo una parte del prodotto.
Le sensibilità, l’intesa e la complicità dei due amici fotografi costituisce, infatti, quel valore aggiunto che riesce sempre a cogliere oltre l’apparente l’assenza/presenza che c’è anche nel quotidiano della storia raccontata.
Le loro fotografie, in qualche modo, coi decisi primi piani e i particolari tagli, sembrano collegate a un unico filo che accomuna e riesce quasi a dare la parola alla protagonista.
Concentrandosi nell’osservare con attenzione le immagini, scorrendole, nel guardare e riguardarle, si potrebbe perfino avere la sensazione di coglierne la voce.
Ecco, per concludere, sembra quasi che con il loro reportage fotografico Cristina e Antonio siano proprio riusciti a dare un suono agli sguardi che, attraverso i singoli fotogrammi, consentono ad Anna di parlarci con gli occhi; a far cioè percepire a noi, con il livello di sensibilità di cui ognuno dispone, la flebile voce che è possibile ascoltare, anche solo immaginandola.

Buona luce a tutti!

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giovedì 20 gennaio 2022

"Blues" di Sura Bizzarri



Ancora un nuovo racconto abilmente narrato dall'amica Sura che mi fa piacere condividere. Chi ha avuto modo di apprezzarla già nei precedenti racconti, per la gradevole scrittura e l'originalità delle sue storie, potrà avere una ulteriore conferma delle capacità letterarie dell'autrice e non rimarrà neanche stavolta deluso dei contenuti, mai banali, che lasciano il segno. Buona lettura.

© ESSEC

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BLUES

Le cose belle, quelle veramente belle, non hanno bisogno di mediazioni. Ti entrano dentro, ti bucano, ti trapassano. Sorpassano il clamore, le grida e gli eccessi della volgarità.
Dallo schiamazzo di un bazaar orientale ti ritrovi nella pace mistica di un riad, nel quale giungono solo, da direzioni diverse, i canti dei muezzin che richiamano alla preghiera.
Le cose veramente belle sono sostanzialmente sporadiche; una musica, una melodia che raggiunge l’apoteosi, diventa un cliché se ripetuta continuamente.
Il tripudio del pubblico, così trascinante nel momento di gioia e commozione collettiva, si lascia impoverire e banalizzare dalla ripetizione costante, fino a diventare tedio.
Sono le note giunte inaspettatamente all’orecchio, le pitture con le quali ci incontriamo, o scontriamo, casualmente, le parole concatenate e pronunciate con tono pacato ad assumere una valore assoluto, irraggiungibile, invalicabile. Poichè abbiamo coscienza che da quel momento non saranno più sulle nostre labbra, che sono l’istante irriproducibile di collegamento con la nostra coscienza. E in quella consapevolezza tutti i sensi convergono per rendere l’attimo irripetibile. Una sorta di orgasmo dell’anima.

Clara da molto tempo vive nel silenzio. Non ha bisogno del clamore, della folla, della gente. Lei abita il suo mondo pallido in modo da poterlo colorare attraverso se stessa. Perché da diverso tempo ha imparato a vivere di sé, a contare solo sulla forza della sua stessa forza.
Era un mattino d’inverno, presto presto, quando la morte venne a trovarla.
Si era appena svegliata per preparare i vestiti, la colazione, per attizzare il fuoco nella stanza delle sue bimbe in modo che potessero svegliarsi in un ambiente caldo, prima di andare a scuola.
Rimase sorpresa nel vedere quella signora anziana, evidentemente buona, davanti alla sua porta. Corse subito ad aprirle, come se fosse il gesto più naturale del mondo, sebbene fosse sicura di non aver mai visto quella donna.
Lei entrò con un sorriso pacato e sereno, con gentilezza, con il timore di dare fastidio tipico di un estraneo che si introduce all’interno di una famiglia che non conosce.
C’era un’attrazione misteriosa fra Clara e l’anziana signora. Il bisogno di fare domande, il bisogno di avere risposte, la consapevolezza che quel momento fosse straordinario e irriproducibile, proprio come la melodia ascoltata per caso e subito sfuggita dal campo sonoro, persa per sempre.

Senza parole le due donne sedettero l’una accanto all’altra, vicine fino a toccarsi.
La morte cinse le spalle di Clara presentandosi per quello che era. E in quell’abbraccio c’era un calore particolare, di quello che scalda da dentro, che induce una sorta di trance ultraterrena.
Le parole che aveva da dire non erano facili, ma lei sapeva come spiegare i concetti inimmaginabili, sapeva comunicare l’emozione. E, soprattutto, sapeva insegnare a controllarla, a renderla digeribile, meno offensiva, per quanto fosse possibile farlo.
“Insomma… sei venuta a prendermi”.
La morte sorrideva di un sorriso buono, rassicurante, misericordioso. Non era un nemico ma una madre. E Clara pendeva dalle sue labbra, la ascoltava senza battere ciglio, imprimendo dentro sé la sua voce morbida, provando conforto dalle mani di lei che stringevano le sue, amorevolmente.
“Io sono una madre, sono sola, a chi lascerò le mie figlie?”
“No, Clara, non sono venuta a prenderti. Non te!”
Il volto della donna si illuminava, si distendeva in una dimensione magica man mano che l’argomento si addentrava nel suo significato nascosto. Man mano che il velo si sollevava lasciando nudo l’oggetto della visita. Così che Clara non sentisse freddo, così che il mistero non finisse per ucciderla, per soffocarla. Poiché la realtà è quello che è, nessuno può modificarla, nemmeno la morte. Il sole cominciava a tingere le forme indefinite dell’alba mentre le mani della morte massaggiavano tiepidamente, con movimenti circolari, quelle della giovane donna alla quale era venuta a far visita.
“Spiegami morte, non puoi prendere mia madre o mio padre perché sono già morti, io sono sola, forse hai bussato alla porta sbagliata…”
Si era alzato il vento, un vento impetuoso che muoveva i rami nudi degli alberi e il suo suono era un rumore di sottofondo basso e continuo, come nelle giornate di tempesta, quando nevica forte e il rumore dell’aria che si sposta è un muglio senza interruzioni.

La morte procedeva piano, i suoi occhi parlavano per lei mentre il massaggio alle dita di Clara si intensificava con evidente scopo anestetico.
“Non sei sola, Clara, l’hai detto tu stessa. Hai le tue bimbe che ancora dormono nel letto”.
Gli occhi della giovane donna si erano fatti grandi, le pupille dilatate nello sforzo di capire.
“Le mie bimbe hanno solo me, non capisco, cosa c’entrano loro?”
Il momento era giunto; l’abbraccio, la stretta forte, il sorriso triste della morte erano l’unico suo antidoto per soffocare il grido virtuale che si leggeva sul volto di Clara.
“Dimmi cosa devo fare, morte, non puoi prenderti loro”.
“Non sono qui per contrattare, non ne ho il potere. Sto cercando di aiutarti a capire, sto provando a sollevare il tuo dolore. Devi sopravvivere a tutto questo e capire che non c’è modo di sottrarsi.”
“Ma quando, come. Cosa posso fare? Oggi terrò le bimbe chiuse in casa, non le accompagnerò a scuola, non andrò a lavoro, le sorveglierò io stessa, senza mai togliere gli occhi da loro.”
“Non servirebbe a niente. Sono qui per farti capire, non hai colpe, non hai niente di cui pentirti, questa non è una pena commisurata a qualche tuo fallo.”

Il vento si intensificava; il rumore di sottofondo era un brusio molesto che quasi distorceva la voce della morte. Eppure i rami degli alberi erano quasi fermi. Non c’era corresponsione fra il suono e la realtà. Nel contempo le mani della morte erano sempre più calde e il suo abbraccio era un rifugio tranquillo, nel quale Clara nascondeva il viso.
La sera precedente le sue bimbe erano andate a letto sorridendo, giocando fra loro ai mestieri degli adulti, immaginando il loro futuro come maestre, parrucchiere, infermiere.
La sera precedente lei aveva misurato l’altezza delle sue bimbe facendo la tacca sul muro con la matita e si era complimentata con loro per quanto fossero cresciute. Presto ci sarebbero stati da comprare vestiti nuovi. Che i bimbi indossano poco i loro abiti per quanto crescono in fretta.
Clara raccontava tutto questo alla morte, ma era come se parlasse con se stessa. Sentiva, sentiva profondamente quanto le sue parole fossero poca cosa, quanto non avessero il potere di cambiare le cose, di influire sul futuro delle proprie figlie. Quelle parole che venivano coperte e confuse dal suono del vento, in esso si perdevano, disperatamente. E non esisteva modo di renderle più incisive, di commuovere la morte che, pure, piangeva insieme a lei.
“Morte, prendine una sola. Lasciane una a me!”

Il respiro della morte, l’ansare del suo petto era regolare. Nessuna parola, nessun brivido di Clara erano capaci di incepparne l’andamento, di intensificarlo o rallentarlo.
Ma non tardava a rispondere, sempre senza inflessioni, con la calma di chi sa perfettamente cosa deve dire, con la pietà ormai impressa da anni nei suoi gesti e nella sua pacatezza.
“Non sono qui per contrattare, ma per farti comprendere quello che dovrai affrontare.”
Le braccia nude di Clara si afferravano al corpo forte della morte, si aggrappavano a lei in modo che la forza della conoscenza potesse sostenere la sua debolezza umana.
“Tu sai che le mie figlie non hanno padre, sai che l’uomo che le ha generate mi prese con la forza, sai quanto io mi ribellassi e quanto il suo gesto sia stato per la mia intera vita un dolore intollerabile, ripagato solo dalla loro presenza. Perché non ti prendi lui, in modo che sia fatta giustizia sulla mia famiglia e sull’intero genere umano? Perché non compi un gesto generoso che dia ragione alla vita e ricacci la violenza?”
La morte ora la guardava con intensità, troppo forti, troppo vere erano le sue parole. Ma proprio questo doveva farle capire. Non esiste una giustizia superiore, la vita va e viene seguendo un algoritmo che non è calcolabile. E in questo sta la sua grandezza. Nell’imprevedibilità, nella insicurezza in virtù della quale ogni giorno potrebbe essere l’ultimo o, viceversa, solo un piccolo cerchio della catena infinita di azioni e pensieri che consumano corpi destinati a decadere in vecchiaie interminabili.

Il sole si era alzato ma i suoi raggi erano filtrati dalla turbolenza dell’aria e la luce appariva opaca, come filtrata attraverso una tenda. In quell’atmosfera irreale Clara cercava di capacitarsi e di districarsi attraverso il dolore per provare a giocare ancora qualche carta. Tentava di confondere la morte, di farla ragionare così come tentano di farlo gli umani. Era un avvocato che portava prove, testimonianze, che cercava di difendere le due imputate evidentemente innocenti.
D’altronde davanti a sé non stava un giudice imparziale, ma una madre che cullava la figlia nel tentativo di poter sollevare il suo dolore. Lei e la morte non erano avversarie, ma testimoni comuni della storia che la vita le invitava a percorrere.
Clara provava a toccare il viso della morte, accarezzava le sue guance pallide, spianate da ogni ruga, cercava nei suoi occhi profondi il significato della vita, di quello che le stava accadendo.
La morte la lasciava fare, la invitava a trovare conforto nel suo abbraccio, a tuffare il volto sul suo petto e a consumare quel tempo maledetto che pure doveva percorrere, non esisteva altra soluzione.
Ogni volta che Clara alzava la testa per trovare un segnale di corrispondenza la vecchia signora incoraggiava la sua forza e la affiancava nel percorso che le era toccato di vivere. “Prendi anche me, morte. Voglio stare con te, nella tua misericordia”.
Lei taceva, senza mai smettere di accarezzare i suoi capelli setosi.
“Non posso. Non puoi farlo. Questo è il momento che ti è stato dato, non puoi che viverlo.”
“Allora rimani con me, per sempre. Solo accanto a te, alla luce della tua verità, io posso farcela!”
“Non è possibile. Ci sono altre donne e uomini come te, ne è pieno il mondo. Con loro devo fare la stessa cosa che sto facendo con te. Io non appartengo a nessuno ma sono di tutti”. “Andiamo insieme, in camera, a svegliare le mie bambine!”
“Non ancora, Clara. Non sei ancora pronta”.

Il mattino cresceva e galoppava sui minuti. Inspiegabilmente il tempo procedeva con un passo diverso, si addentrava nell’aria densa di quel mattino particolare e Clara temeva che la morte potesse andarsene. Aveva bisogno del suo aiuto, non avrebbe potuto farne senza.
Le strade erano vuote, o forse era quel particolare evento atmosferico brumoso a impedire la vista della gente, a filtrare i rumori, le voci, a isolare il suono.
Com’è possibile avere un rapporto filiale con la morte, desiderare di non doversi più staccare da lei? Clara studiava qualche strategia per trattenerla, per prendere tempo, per escogitare un piano. Ma l’orologio le era nemico; continuava a ticchettare, le lancette si facevano strada sul quadrante bianco e scavalcavano i segni disegnati con cura. I secondi, i minuti. Era passata più di un’ora dall’arrivo della signora e nessuna alternativa era apparsa praticabile.
Dalla camera delle bimbe nessun rumore, evidentemente dormivano ancora, nonostante l’ora del risveglio per la scuola fosse ormai trascorsa.
Clara contava di rimandare ancora il momento del loro risveglio, di posticipare l’evento come se fosse possibile cancellarlo, disinnescarlo.
Così chiedeva alla morte di raccontarle altre storie, simili alla sua. Lei ne aveva viste tante di madri e figli, genitori e nonni, mogli, mariti, amanti. Attraverso i suoi racconti, attraverso le esperienze altrui Clara avrebbe potuto imparare ad accettare la sua. La guardava, la morte, la guardava intensamente per acquisire dalla sua calma il segreto per sopravvivere. La osservava, la toccava, la abbracciava e la stringeva. Le si gettava fra le braccia come fosse sua madre, per farsi cullare da lei come quando da bambina cercava conforto alle sue paure. Bastava chiudere gli occhi, fra le sue braccia, e i mostri sparivano sgretolati dal calore, dalle certezze degli adulti.
In quel momento Clara provava a fare lo stesso. A chiudere gli occhi per riaprirli in una nuova dimensione, appesa alle consapevolezze della morte come a quelle della vita; quando, espulsa dal corpo materno, era esplosa nel primo respiro che, dolorosamente, le aveva aperto i polmoni. Che le aveva dischiuso la vita.
Solo nell’abbraccio compassionevole sentiva tutta la pienezza di se stessa. E la voglia di lottare svaniva nell’accettazione sorda di qualcosa che era inevitabile.
Il tempo era diventato fondamentale; Clara, come Sheherazade, cercava di posticipare all’infinito il momento in cui la morte se ne sarebbe andata. L’attimo preciso che avrebbe diviso il prima dal dopo.
Quello sarebbe stato lo spartiacque, il crinale da superare. Prima un’esistenza normale, dopo l’abisso. Come sarebbe riuscita a colmarlo? L’idea di rimanere sola era terribile.
“Quando avverrà?”

La morte conosceva bene i comportamenti degli umani. Sapeva perfettamente che la reazione naturale della madre sarebbe stata quella di gettarsi nella camera delle bimbe e sollevarle, stringerle, tentare in ogni modo di strapparle ad una sorte che non doveva appartenere loro. Sapeva anche che il motivo per cui la donna si tratteneva dal farlo era la paura di aprire quella porta, il dubbio che i corpi che le appartenevano fossero già senza vita. Questo faceva sì che il bisogno di stare vicina, di intrattenere, di corteggiare la morte fosse quasi uno spasimo.
Il vento aveva pettinato il cielo; così come nella vita di Clara i nembi sfilacciati, come nebbia sottile, si erano disposti a strati e avevano suddiviso l’orizzonte in due zone nette, l’una fumosa, l’altra tersa e luminosa. In quella luce estremamente bianca, che metteva a nudo, le parole di Clara si erano fatte accattivanti, convincenti. Era disposta a tutto per evitare quel dolore.
La morte rispose sottovoce, con un sorriso buono, pieno di pietà.
“Devi essere pronta, sono qui per aiutarti. Cosa significa quando? Ora, oggi, domani, fra qualche giorno? La tua vita deve proseguire, ci sarà un tempo difficile, affonderai ma dovrai rialzarti. Saluta le tue bambine, devi lasciarle andare”.
Sulla fronte di Clara il sudore si era cristallizzato. Nel cuore un tonfo sordo, il rumore del vento negli orecchi era il suono del suo incubo, ad esso lo avrebbe associato per il resto della vita.
Le immagini delle figlie si confondevano con quelle di altri bambini visti in foto di guerra; in loro si condensava la spaventosa ingiustizia della natura. Era un concetto inconcepibile, inimmaginabile, una nausea che rigettava il suo intero corpo la scuoteva in conati violenti. Era la nausea verso se stessa, tanto più crudele poiché era impossibile sfuggirle.
Era la morte stessa a vacillare, tutta la sua misericordia non era abbastanza per sovrastare il rumore incessante di pensieri e immagini sferraglianti che si rincorrevano nello stridore della ruggine nel corpo e nell’anima di Clara. Eppure non esisteva scelta, quel dolore che non aveva uguali, che era la somma di tutti i dolori mai provati, non era procastinabile.
La morte decise che il momento era arrivato; prese con gentilezza la mano di Clara e la invitò ad alzarsi. La donna stentava ad assecondare il movimento che le veniva indicato, era fredda e sudata, bianca e tremante, dura come fosse di pietra. Muoveva i passi senza volontà, un martello dentro la scatola cranica segnava i secondi, ogni gesto infinitesimale, fino alla morbida mano sulla maniglia che spalancava l’abisso.
Un colpo forte, come il passaggio di un treno, un violento terremoto, l’esplosione di un’arteria e il sangue che fuoriesce a fiotti.
Quanto tempo era trascorso, quanta parte di esistenza avevano portato via le parole con la morte, quanta sbadataggine aveva innescato la tragedia…

La stufa mai accesa aveva riempito la stanza di monossido di carbonio e i volti fermi delle bambine la guardavano e la giudicavano attraverso le palpebre chiuse.
L’ultima carezza della morte, una mano grande e calda che addensava tutta la forza necessaria, l’aiuto muto e incondizionato. Poi se ne andò. Clara. Sola, davanti all’abisso. E guardandovi dentro si accorse che era appena sul primo gradino, quelli che avrebbe dovuto scendere erano molti, tanto che non si vedeva il fondo. La sua resistenza si sgretolò.
Il corpo senza più scopo e la rabbia capace di innescare un ciclone. Comunque inutile.
Quante volte avrebbe dovuto scendere e risalire l’abisso prima di trovare un equilibrio che potesse rendere la vita un luogo accettabile.
Clara si sdraiò fra le sue bimbe ancora tiepide, man mano che il tempo, trascorrendo, le lasciava fredde ed estranee se ne allontanò. Le aveva ormai salutate, non si sarebbe mai data pace del suo errore, non avrebbe mai perdonato se stessa.
Da sola, nella cucina percorsa verticalmente dalla luce diafana e crudele di quel mattino, si abbandonò al suo dolore emettendo gemiti e parole che dessero un suono alla devastazione; il suo blues, una musica dolcissima e contemporaneamente intrisa di desolazione. Si lasciò cullare dal suo stesso dolore, come una coperta sempre addosso che la avrebbe isolata dagli altri.

Le cose belle, quelle veramente belle, non hanno bisogno di mediazione; ti bucano, ti trapassano, poiché le labbra sanno quanta verità si nasconda in esse.
Il suo canto, così inesprimibilmente magico, non fu mai ascoltato da nessuno. Insieme a milioni di altri canti strepitosi, scaturiti da dolori ineguagliabili, che non conosceremo mai.

© Sura Bizzarri

mercoledì 19 gennaio 2022

Fui colpito anche dal silenzio degli “specialisti”



Si propone di seguito la lettura di un interessantissimo confronto fra esperti del mondo finanziario, che prende spunto da recenti risvolti sul caso diamanti oggetto d’attenzione da parte della trasmissione Report di Sigfrido Ranucci, per allargare il discorso sull’intero sistema, mettendone in risalto rischi e risvolti.
Testimonianze utili per rileggere la storia e focalizzare le scelte intraprese da Istituzioni Pubbliche delegate e dalle classi politiche nel tempo.
(fonte: https://www.linkedin.com/feed/update/urn:li:activity:6889208701081677824/)

Buona luce a tutti!

© ESSEC

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Fulvio Coltorti • 2° Adjunct professor at Università Cattolica del S.C., Milano 1s •

Diamanti: reloaded
Mi era sfuggito questo illuminante articolo che Beppe Scienza ha pubblicato il 5 gennaio su Il Fatto. Mi sembra chiaro che le nostre grandi falle nella finanza sono alimentate e mantenute da connivenze negli organi dell’informazione.
In genere un giornalista sa scrivere bene, ma non può essere uno specialista e suo malgrado diventa spesso preda della sua fonte. Questo vale per la maggior parte delle testate citate da Scienza, ma non per Il Sole 24Ore che è (o dovrebbe essere) un giornale specializzato.
Problemi simili li ebbi quando guidavo l’Area studi dì Mediobanca e, su sollecitazione di Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi inventai un’indagine che consentiva di capire un po’ meglio le azioni dei gestori dei fondi comuni. Contrariamente alle aspettative costoro non creavano ricchezza per i risparmiatori, ma la distruggevano e badavano solo a vivere di rendita applicando commissioni elevate sui patrimoni loro affidati.
Fui letteralmente assalito! Ricordo che solo Beppe Scienza, professore di matematica, e Daniela Venanzi, professoressa di finanza, vennero decisamente dalla mia parte. I gestori “occuparono” i giornali facendo scrivere che Mediobanca sbagliava le formule! Cosa non vera, ovviamente. Fui colpito anche dal silenzio degli “specialisti”: i lucrosi incarichi per consulenze facevano e fanno gola…
I gestori si diedero molto da fare, ma ribattei loro colpo su colpo, dimostrando così assai meglio (e piacevolmente per i lettori) le modalità delle loro operazioni. Ad esempio la smania di rigirare il patrimonio donde commissioni di negoziazione che spesso le banche (azioniste dei fondi) si retrocedono.
Ricordo che l’indimenticabile Giuseppe Turani su Repubblica consigliò ai gestori di starsene fermi e di andare in vacanza, in modo da non combinare troppi danni.
I vari Presidenti dell’associazione dei gestori (per la verità non sempre all’altezza) accusavano regolarmente Mediobanca di voler screditare i fondi per collocare le sue obbligazioni. Queste accuse erano chiaramente infondate e nella Mediobanca di Cuccia e Maranghi non producevano alcun timore. Successivamente qualcosa deve essere cambiato perché quell’indagine è stata abolita qualche anno fa insieme alle altre che mi avevano sollecitato i due miei mentori. In questo modo si è spento un faro che aveva la funzione di illuminare la scena (non solo a beneficio di Mediobanca), come predicavano Luigi Einaudi in Italia e Louis Brandeis in America.
Resta il problema, grave, segnalato da Scienza: i giornali. Fin quando le maggiori tirature saranno controllate dai grandi gruppi non ne usciremo.
Si può rimediare solo vietando ai gruppi maggiori di detenere il controllo o partecipazioni qualificate nei grandi media e ciò per l’inevitabile conflitto d’interessi.
Una legge è grandemente necessaria: qui si vedrà se Mario Draghi è solo uno scaltro economista che ha buona stampa, oppure è il grande statista stimato da Macron.

Daniele Corsini
Sono i mercati, bellezza, direbbe qualcuno! È che su di essi non operano solo attrezzati venditori e ingenui compratori, ma tutta una serie di altri soggetti non da poco in funzione sia attiva (altri intermediari imbonitori in una catena di interessi, compresa la stampa specializzata) che passiva (le Autorità di controllo, assenti). L’investitore, che spesso viene additato come avido e bisognoso di educazione finanziaria, deve combattere con forze molto più grandi di lui, in una impari lotta, in cui è destinato a soccombere.

Fulvio Coltorti
Più che di mercati qui parliamo di veri e propri imbrogli! E di autorità che non sono tanto inattive, ma incompetenti e per questo colluse… L’investitore onesto non deve rassegnarsi a soccombere, ma pretendere che gli incompetenti e i collusi vengano cacciati con disonore.

Daniele Corsini
Il mio riferimento ai mercati come forma pura di incontro di domanda e offerta era ovviamente ironico. Dopo tutto Akerlof ha da tempo teorizzato i suoi lemons (1). Ma lei va anche giù duro con “le Autorità incompetenti e, per questo, colluse”, perché dai diamanti ai coevi default bancari esplosi a ripetizione in quegli anni con conseguente distruzione di risparmio il passo non è poi tanto lungo. È stato così anche per questi fallimenti del mercato?

(1) Termine introdotto da G. Akerlof per indicare un bene di cattiva qualità, le cui caratteristiche sono note solo al venditore e non all'acquirente.

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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