"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."
Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).
Nel regime di Berlusconia chi ha la sfortuna di aver ricevuto un'educazione, di aver imparato che non si dicono le bugie e si parla uno per volta, è fregato. Chi ha una reputazione fa di tutto per conservarla: ma chi ne è sprovvisto non teme di perderla, dunque parte avvantaggiato. Perché può fare e dire tutte le porcate che vuole, tanto da lui ci si attende il peggio. Prendete Gasparri, con rispetto parlando: continua a dire in tv che io vado in ferie a spese della mafia, ben sapendo che non è vero ma che nessun Vespa lo smentirà e nessuna Authority o Vigilanza interverrà. Prendete il miglior premier degli ultimi 150 anni, il più perseguitato della Storia (più di Gesù, per dire), il più buono e giusto: siccome è anche l'editore più liberale dai tempi di Gutenberg, una delle sue tv fa pedinare con telecamera nascosta il giudice Mesiano, per dimostrare che è un tipo strano e sospetto (infatti porta calzini turchesi, fuma e aspetta il suo turno dal barbiere, invece di andare a puttane o frequentare papponi e spacciatori). Così tutti i giudici che si occupano di Berlusconi sanno quel che li aspetta se non fanno i bravi. Prendete Il Giornale: raccoglie testimonianze anonime di gente che ha origliato il giudice Mesiano mentre a cena con amici avrebbe parlato male di Berlusconi e bene di Prodi (davvero sorprendente: fra Prodi, che ha sempre rispettato la magistratura, e Berlusconi, che ha definito tutti i magistrati vivi e morti “antropologicamente diversi dal resto della razza umana” e “mentalmente disturbati”, dunque “noi ai giudici insidiamo le mogli perchè siamo tombeur de femmes”, un giudice preferisce Prodi: che tipo bizzarro). Il fatto è che ogni cittadino, giudici compresi, ha tutto il diritto di preferire Prodi a Berlusconi o viceversa, l'importante è che giudichi secondo giustizia. Solo una mente malata – come ha notato Maltese - può pensare che un giudice di sinistra condanni un innocente solo perchè di destra, e viceversa. Oltretutto Mesiano non poteva che condannare la Fininvest a risarcire De Benedetti per la sentenza comprata sul lodo Mondadori, visto che la Cassazione penale aveva già stabilito che l'Ingegnere andasse risarcito. Il giudice civile doveva solo quantificare il danno. Prendete Belpietro ad Annozero: dice che il giudice Carfì, autore della prima sentenza penale su Mondadori, non è imparziale perchè fu sentito sussurrare al pm che con Berlusconi “bisogna usare il bastone e la carota”. Piccolo particolare: il giudice del bastone e della carota non era Carfì, ma Crivelli, che non giudicava su Mondadori, ma su Guardia di Finanza, e non parlava di Berlusconi, ma del calendario delle udienze. Chi se ne frega, Crivelli o Carfì pari sono: cominciano entrambi per C. Prendete il leghista Castelli, un altro che non ha l'handicap della buona educazione: interrompe, strilla, insulta, delira. Vuole i pm “eletti dal popolo” (fantastico: i pm di partito), poi se la prende con quelli “politicizzati”, cioè di sinistra: quelli che invece stavano con lui al ministero e sperperavano denaro pubblico in consulenze inutili, non sono politicizzati: vanno benissimo, come quelli corrotti da Previti con soldi di Berlusconi. Averne. La prova dei giudici politicizzati, per il padano, è un vecchio libro di un vecchio giudice che racconta i funerali, negli anni 70, di un collega, tale Pesce, tra bandiere rosse e pugni alzati. Che diavolo c'entri questo Pesce (fra l'altro morto e sepolto) col caso Mondadori, lo sa solo lui. Evidentemente il Castelli preferisce Metta e Squillante: meglio corrotti che rossi.
Almeno dieci milioni di italiani sono iscritti a Facebook (di questi metà hanno meno di trent'anni). Il social network nasce nel 2004 come strumento di comunicazione tra studenti degli atenei americani: anche il nome “il libro delle facce” è mutuato da una pubblicazione che gli atenei Usa producono ogni anno con volti e nomi dei loro studenti. Facebook crescendo è diventato molto di più: un posto dove rimanere in contatto con gli amici e dove conoscere persone con interessi affini; ma anche un luogo dove condividere foto, video, pensieri, link e, anche... notizie. Lo scorso marzo Facebook ha operato una modifica sostanziale. Prima le “Pagine di fan” erano pagine pubbliche alle quali ci si iscriveva solo per dichiararsi fan di un cantante, di uno scrittore, di un programma televisivo. Dal nove marzo le pagine sono diventate dinamiche: i fan non sono più membri di un gruppo chiuso, con una bacheca comune sulla quale ognuno può dire la sua, diventano invece iscritti ai quali arriva ogni aggiornamento pubblicato dai gestori della pagina. Questa modifica dal carattere tecnologico, è stata subito fatta propria dagli utenti, secondo il principio che da sempre guida gli appassionati di informatica: “hand on imperative”, ovvero l'obbligo di “metterci le mani sopra”, di adattare la tecnologia ai propri scopi e ai propri bisogni. In Italia alcuni gruppi spontanei si sono organizzati per dare vita a degli aggregatori di news, delle “redazioni facebook” spontanee ma molto agguerrite e documentate che pubblicano ogni giorno una selezione di notizie prese dai quotidiani, dai blog, dai siti internet (spesso la “linea editoriale” è quella della denuncia e dell'inchiesta). Parliamo di veri e propri fenomeni: la pagina “Informazione Libera” su Facebook ha 200'000 iscritti; “Informare per resistere” 100.000 membri; “Berlusconi chi è” 60.000; “Condividi la conoscenza”, 30.000. Sono diventati dei cluster, degli snodi della rete: gli utenti diventano fan, poi leggono, commentano, fanno le loro segnalazioni e, soprattutto, ripubblicano sulla loro bacheca le notizie, amplificando al massimo il meccanismo del passaparola Di questa tendenza “sociale” delle pagine deve essersi accorto anche Facebook: ieri sul blog ufficiale è arrivato l'annuncio che anche i “gruppi”, finora “chiusi”, verranno aperti come le pagine di fan. “Giving Groups a Stronger Voice”: vogliamo dare una voce più forte ai gruppi, scrivono. La differenza tra gruppi e pagine è più organizzativa che tecnlogica: “i gruppi servono a promuovere collaborazioni tra membri – scrive ancora Fb - mentre le pagine rimangono il modo migliore per diffondere news ai propri fan”. Fb è diventato uno dei principali strumenti per condividere informazioni su Internet. E i cittadini digitali questa occasione non se la sono fatta sfuggire. Federico Melloda Il Fatto Quotidiano n°25 del 21 ottobre 2009
1. Le fonti. Kierkegaard affronta il problema dell'ironia nella sua tesi di laurea, pubblicata nel 1841 con il titolo Il concetto di ironia in costante riferimento a Socrate (ed. it., a cura di D. Borso, Guerini, Milano 1989). Si tratta di un'opera ricca di riferimenti al dibattito letterario e filosofico, poiché l'ironia - a partire dall'età del romanticismo - era diventata un tema particolarmente vivo ed aveva attirato su di sé l'attenzione di autori come Tieck, Schlegel e Solger. È tuttavia Hegel l'autore cui il giovane Kierkegaard si sente più vicino: nelle pagine della sua tesi di laurea, il filosofo danese ha infatti ben chiara davanti agli occhi la riflessione hegeliana sulla valenza soggettiva e negatrice dell'ironia, ed una delle mete cui il suo lavoro approda può essere forse indicata proprio nell'acquisizione di una prima parziale autonomia del giovane filosofo dalla pagina hegeliana.
2. L'ironia: una caratterizzazione per contrasto. Il primo passo per venire a capo dell'ironia è, per Kierkegaard, di natura descrittiva: occorre infatti cercare di caratterizzare questa forma del comportamento, indicando quali sono le differenze strutturali che ci permettono di distinguerla da altri atteggiamenti della soggettività. Osserveremo allora che, da un punto di vista descrittivo, l'ironia si rivela come quella forma del discorso "la cui caratteristica è di dire l'opposto di quello che si pensa" (ivi, p. 192). Parlare significa dare al pensiero un'apparenza sensibile, e ciò è quanto dire che "mentre parlo, il pensiero, l'opinione è l'essenza, la parola l'apparenza" (ivi). Nell'atteggiamento ironico, tuttavia, la parola cessa di essere manifestazione del pensiero: il fenomeno non ci conduce più alla sostanza che in esso dovrebbe farsi visibile, ma ci vincola apparentemente ad un pensiero che è per noi del tutto privo di verità e di sostanza. L'ironia è dunque una sorta di sovversione del rapporto tra fenomeno ed essenza, ed appartiene proprio per questo alla famiglia dei fenomeni "doppi": nell'ironia il fenomeno diviene infatti un'apparenza ingannevole che allude ad una realtà che deve essere tuttavia negata. L'ironia sembra essere dunque una peculiare forma di ipocrisia: le cose, tuttavia, non stanno affatto così, perché - come nota Kierkegaard - L'ipocrisia pertiene di fatto all'ambito della morale. L'ipocrita si sforza in continuazione di sembrare buono, pur essendo cattivo. L'ironia, per contro, si situa in un ambito metafisico, e per l'ironista si tratta sempre solo di sembrare diverso da come veramente è, sicché, come nasconde il suo scherzo nella serietà, e la sua serietà nello scherzo [...] così può anche venirgli di passare per cattivo, pur essendo buono (ivi, p. 199). Del resto, la differenza tra ironia e ipocrisia traspare già nel fatto che l'ipocrita non vuole che il suo pensiero sia colto e lo dissimula quindi interamente, mentre chi fa dell'ironia lascia trapelare nel riso la sua vera opinione. L'ipocrita, dunque, non dice ciò che pensa perché non vuole essere giudicato: l'ipocrita dunque nega se stesso perché non intende confrontarsi con la realtà che lo circonda, perché non se la sente di contrastare un'opinione che gode di credito nel mondo. L'ironia segue una strada diversa: chi nel sorriso ironico riconosce la distanza che lo separa da ciò che ha detto, non nega sé, ma la sua adesione ad una realtà che appare per qualche verso priva di valore (ivi, p. 102). L'ironia, dunque, permette al soggetto di prendere le distanze da ciò che ha detto, liberandosene, tagliando i ponti che lo vincolano ad una realtà che è riconosciuta priva di valore. Ora, proprio in questo suo far "piazza pulita" della molteplicità dei legami che stringono l'uomo alla realtà che lo circonda, l'ironia sembra inaugurare un nuovo cominciamento per il soggetto. La battuta ironica, che fingendo di confermarla, nega l'adesione del soggetto ad un mondo dato, libera di fatto l'io da una realtà cui non crede, ed è proprio questo senso di liberazione che si esprime nel riso dell'ironia: Ma quanto in tutti questi casi ed altri simili emerge dell'ironia è - nota Kierkegaard - la libertà soggettiva che tiene ad ogni istante in suo potere la possibilità di un cominciamento senza l'intralcio di legami anteriori. In ogni cominciamento c'è qualcosa di seducente, poiché il soggetto è ancora libero, e questo è il piacere desiderato dall'ironista (ivi, p. 196). La funzione di cominciamento dell'ironia, il suo porsi come uno strumento per mettere tra parentesi una realtà ritenuta inessenziale, traccia una chiara linea di demarcazione tra l'ironia e l'ipocrisia, ma sembra riconnetterla al dubbio, poiché anche nel dubbio - come Cartesio insegna - il soggetto si libera dai vincoli di un sapere tradizionale per inaugurare un nuovo cominciamento. Il rapporto tra ironia e dubbio ha del resto più di una ragione per essere istituito: anche il dubbio ci dispone in un atteggiamento di natura negativa rispetto alla realtà e ci libera dalle convinzioni cui eravamo precedentemente legati. Anche in questo caso, tuttavia, al momento della somiglianza si deve affiancare quello del contrasto: nel dubbio il soggetto vuole penetrare nell'oggetto, vuole appunto conoscerlo, ma l'oggetto gli sfugge, proprio perché il dubbio non permette mai alla soggettività di riposarsi e di stare ben salda sulle sue acquisizioni conoscitive. Nell'ironia invece il soggetto non vuole affatto cogliere l'oggetto, non intende penetrare nella sua intima essenza: intende piuttosto prenderne le distanze. In altri termini: chi dubita, crede di non conoscere la realtà, ma è certo che valga egualmente la pena di comprenderla, ed è per questo che cerca di farsi presso la natura intima delle cose; chi fa dell'ironia, invece, crede di conoscere la realtà, ma è certo che non valga la pena di soffermarvisi, e nel sorriso ironico prende commiato da un mondo che gli appare privo di valore. L'ironia, infine, deve essere colta anche sullo sfondo della relazione che la lega al raccoglimento religioso. Come l'ironia, anche l'atteggiamento religioso del raccoglimento mette tra parentesi il mondo circostante, riconoscendone la vanità. Tale riconoscimento, tuttavia, si affianca alla negazione del sé: il gesto del religioso che allontana da sé il mondo colpisce in eguale misura la persona del fedele che riconosce se stesso come "cosa miserrima fra tutte" (ivi, p. 200). Nell'ironia, invece - nota Kierkegaard - mentre tutto si fa vano, la soggettività diviene libera. Quanto più tutto si fa vano, più leggera vuota di contenuto e fugace si fa la soggettività. E mentre tutto diventa vanità, il soggetto ironico, invece di diventare vano a se stesso, salva la sua vanità (ivi, p. 200). Dal naufragio del mondo che essa stessa provoca, l'ironia salva lo spettatore - l'io che si fa ironista.
3. L'ironia: una personcina invisibile. Sin qui ci siamo mossi all'interno di un'analisi prevalentemente descrittiva, volta a chiarire quali fossero i tratti distintivi che caratterizzano l'ironia come comportamento soggettivo. Il compito che dobbiamo ora svolgere è diverso: si tratta infatti di comprendere quale sia la funzione generale dell'ironia, quale sia - in altri termini - la funzione metafisica che all'ironia è affidata. Questa funzione può essere colta se dall'ironia come gesto occasionale passiamo all'ironia come atteggiamento generale verso il mondo. Proprio come il dubbio da empirico si fa filosofico quando Cartesio lo estende al di là dei limiti cui la quotidianità lo vincola, così anche l'ironia guadagna una sua dimensione metafisica non appena si solleva al di sopra dei singoli casi empirici per diventare un atteggiamento generale della soggettività: L'ironia sensu eminentiori non si rivolge contro questo o quel singolo esistente, bensì contro tutta la realtà data in un determinato tempo e sotto determinati rapporti (ivi, p. 197). Ora, ciò è quanto dire che "a essere considerato sub specie ironiae non è questo o quel fenomeno, ma la totalità dell'esistenza" (ivi): l'ironia si pone così come lo stile di vita che colora emotivamente la forma dialettica hegeliana della negatività infinita e assoluta. Scrive Kierkegaard: Per il soggetto ironico la realtà data ha perso completamente il suo valore, gli è diventata una forma imperfetta e intralciante ovunque. Per l'altro verso, però, possiede il nuovo. Sa una sola cosa, che il presente non corrisponde all'idea (ivi, p. 202). Di fronte ad una realtà nella quale non si riconosce, il soggetto ironico non contrappone una protesta determinata, non contrappone al dato un dover essere che in qualche modo vincoli la sua volontà ad un progetto e la sua condotta futura ad un insieme di norme e di convinzioni; tutt'altro: l'atteggiamento ironico non si impegna nel mondo per un mondo nuovo ma - additandone la possibilità - libera il soggetto nel presente, permettendogli di negare in interiore homine quell'adesione al mondo che pure a parole tributa. Il sorriso ironico ci permette così di estraniarci dal mondo, di non riconoscergli alcun valore. Da questa negazione tuttavia non derivano alla soggettività impegni di nessun genere: la negazione ironica del mondo scompare nell'atto stesso del negare e non si solidifica in un che di positivo. E ciò è quanto dire che nell'ironia il soggetto guadagna una libertà soltanto negativa: L'ironia - scrive Kierkegaard - è una determinazione della soggettività. Nell'ironia il soggetto è libero in negativo; difatti la realtà suscettibile di dargli contenuto è assente, e il soggetto è libero dallo stato di costrizione in cui lo tiene la realtà data, ma è libero in negativo e come tale fluttuante, poiché nulla v'è che lo tenga. Ma proprio questa libertà, proprio questo fluttuare trasmette all'ironista un certo entusiasmo, nel senso che si ubriaca degli infiniti possibili [...]. A questo entusiasmo tuttavia non si abbandona, ma nutre in sé e ravviva solo quello dell'annientare (ivi, p. 203). La libertà dell'ironia è dunque sempre soltanto libertà da qualcosa, mai libertà di agire per qualcosa - è appunto una libertà vuota e soltanto negativa. A partire di qui si può davvero comprendere non soltanto perché Socrate, il filosofo con cui si chiude la stagione della "felice immediatezza" del mondo greco, debba essere per Kierkegaard il vero campione dell'ironia, ma anche la ragione per la quale in un passo del suo libro si parla dell'ironia come di una personcina invisibile: nel sorriso ironico, l'io ritrova e guadagna se stesso proprio nel momento in cui si sottrae ad ogni sguardo che lo cerchi nel mondo. La soggettività che l'ironia ci consegna paga così il gesto di diniego che sancisce la sua superiorità sul mondo e sul reale con il suo divenire invisibile, con il suo perdersi in una vuota possibilità: il luogo da cui la soggettività ironizzante guarda il mondo è così lo spazio vuoto della pura possibilità.
4. L'ironia dominata. Prima di concludere le nostre analisi sull'ironia in Kierkegaard è opportuno dare almeno uno sguardo alle pagine conclusive della sua tesi di laurea. Qui Kierkegaard prende silenziosamente commiato dall'ironia come negatività infinita e assoluta e ne suggerisce una considerazione più positiva ed urbana. L'ironia può essere infatti dominata, e ciò significa che anche questo atteggiamento negativo della soggettività può essere preso con la giusta dose di ironia. Dalla smania ironica che tende a svuotare il reale di ogni valore si deve prendere un ironico distacco; e se l'ironia impedisce all'io di perdersi nel mondo, l'ironia sull'ironia gli impedirà di perdersi di là da esso. L'ironia smette così di essere la lama tagliente che rescinde una volta per tutte il nesso dell'io con il mondo e diviene la coscienza critica che ci impedisce di restare chiusi nei dati di fatto della vita, di idolatrare i fenomeni, cui occorre certo dare peso, ma solo alla luce della consapevolezza della loro insufficienza a racchiudere una volta per tutte la ricchezza di significato della soggettività. L'ironia come stato d'animo sconfina così in una superiore forma di saggezza che ci insegna a vivere nel mondo senza tuttavia rimanervi impaniati. Ed in questo volto bonario che l'ironia sa assumere e che le permette di essere il viatico in nome del quale l'uomo può attraversare la vita senza disgustarsi della ripetitività delle sue forme e della vuotezza delle manifestazioni dello spirito oggettivo, traspare già un primo indizio di quel rifiuto della filosofia hegeliana che Kierkegaard pronuncerà nelle sue opere più tarde.
Paolo Spinicci - Le parole della filosofia, I, 1998
Oggi pomeriggio parliamo di una dimensione che ci fa vedere in qualche modo all’origine dell’uomo; è ciò da cui l’uomo si è potentemente difeso e che continua ad operare e che io ipotizzo essere il vero antagonista dell’apparato tecnico, che nonè la buona volontà degli uomini, nonil loro romanticismo, nonla loro nostalgia dell’umano come l’hanno conosciuto, nontutte le cose nelle quali noi collochiamo le nostre “speranze”. Il vero antagonista della tecnica io lo chiamo sacro, il sacro.
Sacro è una parola indoeuropea che noi traduciamo con “separato” e fa riferimento alla potenza che gli uomini hanno avvertito come superiore a loro e perciò collocata inuno scenario “altro” a cui hanno dato il nome di sacro, successivamente di “divino”. In questo scenario Dio è arrivato con molto, molto, molto ritardo. Cerco di indicare una terminologia in modo che nessuno identifichi il sacro con Dio. Si tratta di potenze che l’uomo ha avvertito come superiori a sé e ha collocato in una regione “altra”, denominata appunto “sacralità”. Sacralità è una parola ambivalente che vuol dire al contempo, benedizione e maledizione: tutte le parole che oltrepassano l’umano sono parole ambivalenti. Stante la natura ambivalente di questa dimensione, ambivalente è anche il rapporto che l’uomo stabilisce con il sacro: da un latolo teme come si può temere ciò che si ritiene superiore e che non si è ingrado di dominare e dall’altro ne è attratto come si è attratti dall’origine da cui un giorno ci si è emancipati.
Il sacro è una dimensione perdurante nella condizione umana, può essere rimosso, invocato, temuto, dimenticato addirittura, ma opera comunque. Per difenderci dal sacro sono nate le religioni, le quali, non sono dimensioni che ci mettono in rapporto con il sacro bensì ce ne difendono.
La parola religione significa relegare, recintare, contenere e le religioni hanno fatto una grande operazione di contenimento della dimensione sacra, un contenimento di natura spaziale nel senso che lo spazio del sacro è uno spazio recintato come può essere recintata una fonte sacra, un albero sacro, perchè il contatto con il sacro è un contagio, è qualcosa di estremamente pericoloso, dagli effetti sostanzialmente imprevedibili. Ci sono dei tempi sacri che sono rigorosamente determinati dall’ordine religioso e si chiamano giorni festivi. La festa non si pone inlinea con il giorno feriale che è il giorno umano, il giorno del lavoro, il giorno della razionalità, il giorno dell’assunzione, il giorno della responsabilità. Il giorno festivo è il giorno della dissipazione. Nei giorni festivi, anche nelle nostre tradizioni, si consuma oltremisura, si uccidono gli animali che si sono allevati, si fa festa e si consentono le trasgressioni, da quelle alimentari a quelle sessuali fino a quella immagine della cultura romana come ad esempio i Saturnali, dove si trasgredisce perfino l’ordine gerarchico: per il periodo della festa gli schiavi diventano padroni, i padroni diventano schiavi. Si sconvolge un ordine, si entra in una sfera sacrale ed è per questo che tutte le feste sono rigorosamente comandate da chi ha il potere di concedere una sorta di contatto con la dimensione sacrale. A presiedere questo territorio sono i “sacerdo”, cioè coloro che hanno una certa dimestichezza col sacro, con un piede fuori dalla zona sacrale, lo regolano, lo mediano, ne consentono il contatto (contagio) e liberano dal contagio/contatto coloro che ne sono eccessivamente immersi.Se vogliamo definire questa dimensione sacrale dovremmo darne una definizione per difetto, una definizione in negativo perché con le definizioni siamogià nella sfera umana, siamo già nei giorni feriali, negli spazi desacralizzati. Potremmo dire che il sacro è l’indifferenziato e l’indifferenziato è quello scenario all’interno del quale non è possibile reperire delle differenze, delle distinzioni.
La differenza, la distinzione è ciò che ci consente di nominare le cose e di trattarle secondo un significato univoco. Se io, per esempio, prendo in mano un bicchiere, nessuno dei presenti si agita perché tutti ritengono che io stia alla definizione di bicchiere. Il bicchiere, secondo la definizione convenuta, è uno strumento per bere, anche se non è vero che sia solo questo. Definizione vuol dire che lì finisce il suo significato, ma io potrei prendere in mano questo bicchiere e usarlo come arma impropria; questo ci lascia intendere che tutte le cose sono immerse in un’aria sacrale, ovvero in un’aria indifferenziata, sono disponibili per mille significazioni e non sono contenute in un unico significato, che è quello che una comunità consegna alle cose per due ragioni; la prima è per ridurre l’angoscia e rendere prevedibili i comportamenti. È chiaro che, se io prendo in mano questo bicchiere e nessuno si agita, si suppone che io tratti il bicchiere secondo quello scenario di possibilità che è la sua funzione di far bere. Quindi la definizione, la differenza, la determinazione per cui il bicchiere è il bicchiere e non altro, è una condizione che consente la quiete dei comportamenti, la loro prevedibilità. E oltre alla prevedibilità dei comportamenti, la definizione, la determinazione, la differenza consentono anche di nominare le cose secondo un significato universale, per cui se io dico: “portami un bicchiere” e mi portano un bicchiere e non un microfono è in virtù del fatto che bicchiere vuol dire bicchiere e non altro.
Questa grande macchina della definizione e della determinazione delle cose è la prima grande macchina logica instaurata dalla filosofia, attraverso l’escogitazione del principio di non contraddizione che determina, definisce i significati delle cose garantendone la prevedibilità nel loro uso e l’univocità nella loro significazione.Il principio di non contraddizione dice che il bicchiere è il bicchiere e non altro, dove per “altro” sono nominate al negativo tutte le cose che non sono il bicchiere, quindi non è elefante, non è tavolo, non è sedia, non è matita, non è, non è, non è... Il principio di non contraddizione è una macchina che consente la definizione delle cose, la loro determinazione, la loro differenza rispetto alle altre cose edè stato istituito dalla filosofia per consentire la comunicazione univoca, per orientarci nel linguaggio e per tranquillizzarci nei comportamenti. Queste cose vanno tenute presenti, perché pur di muoverci all’interno di un linguaggio determinato e univoco, dimentichiamo che le cose funzionano secondo questa regolarità esattamente perché tutti stiamo a questi patti definitori. Basta che uno impazzisca e si sottragga al patto delle definizioni, che tutto il mondo diventa terrorizzante.
Il folle è colui che rompe il patto delle definizioni, non sta al principio di non contraddizione e aprendo un cassetto dove c’è un coltello, invece di tagliare la carne, sbudella chi gli sta vicino, perché il coltello è disponibile anche per altri scenari di possibilità. Questo sta a dire che tutte le cose dimorano nel sacro, cioè nell’oscillazione vorticosa di tutti i significati ed è solo una nostra convenzione quella di stare alle regole razionali, dove per ragione io intendo proprio lo stare ai patti delle definizioni. Questa prima macchina è una tecnica. La ragione non è altro che la tecnica della definizione, una tecnica in cui si conviene di stare ai patti definitori: questo scenario si chiama ragione. La filosofia inaugura la ragione e anche se la ragione non si esaurisce in questo, è soprattutto questo. Esser ragionevoli significa stare alle definizioni. I bambini che devono ancora arrivare all’età della ragione e che ci arrivano gradatamente, nuotano nell’area del sacro, ovvero nell’indifferenziato. Se un bambino di due anni dovesse accostarsi a questo bicchiere, la mamma si avvicinerebbe subito e glielo sottrarrebbe. Perché glielo sottrae? Dicendo che è pericoloso, giusto? È veramente pericoloso per il fatto che, siccome il bambino non è arrivato al patto delle definizioni potrebbe fare di questo bicchiere tutto ciò per cui il bicchiere è disponibile, non solamente il bere. Ecco, quindi, quello che noi diamo per scontato, ricordiamoci che è un “guadagnato” nella storia dell’umanità. E perché si è arrivati a questo?
Perché prima del linguaggio razionale, gli uomini hanno nuotato in un linguaggio che io chiamo simbolico, assumendo con questa parola non quello che intendono gli psicoanalisti o i semiologi, per i quali il simbolo è una cosa che fa riferimento ad un’altra. Probabilmente per la psicoanalisi freudiana, il campanile che io sogno è il simbolo del fallo e la caverna che io sogno è il simbolo del contenitore materno. Questi nonsono simboli, sono segni: una cosa sta per l’altra.La bandiera italiana non è un simbolo dell’Italia, è un segno, perché la bandiera italiana sta per nazione italiana e non sta per nazione tedesca o nazione spagnola. Quindi, quando il referente tra simbolo e simboleggiato è univoco, non parliamo di simboli, parliamo di segni. La bandiera italiana è il segno dell’Italia, non il simbolo, perché il referente è unico.
Simbolo è una parola greca: sumballein (siumballein), che vuol dire mettere assieme due significati o più significati, che di per sé non starebbero necessariamente insieme. Prima dell’avvento della ragione, l’umanità parlava un linguaggio simbolico. Jung, che ha studiato con una certa attenzione e intelligenza i simboli, racconta che un giorno si recò in Africa nella tribù dei Vacandi, durante una festa di primavera. In occasione della festa i Vacandiavevano tracciato sulla terra un solco a guisa di genitali femminili,intorno ad esso avevano collocato delle aste a guisa di genitali maschili e ballando e danzando intorno, cantavano: “Puli mira puli mira avatacà”, che secondo la traduzione dello psicoanalista vuol dire: “questa non è una fossa, questa non è una fossa ma è una vulva”. Secondo Jung i Vacandi trasformavano, attraverso questa immagine, l’energia sessualeinenergia lavorativa; si applicavano alla terra come ci si applica alla vulva.
A parte questo, quel che a noi interessa è che i Vacandi attraverso un rito stabiliscono una connessione di significati che altrimenti non stanno insieme. Stanno insieme solamente all’interno del codice di quella tribù, uscendo dalla quale la connessione di significati non funziona più. Quindi, la prima operazione per arrivare ad un linguaggio universale dove tutti ci possiamo intendere allo stesso modo, è quella di uscire dal linguaggio simbolico, di non fare delle connessioni arbitrarie costruite sulla base della somiglianza, della contingenza, della contiguità, dell’immagine similare che una cosa può avere con un’altra. Per riuscire ad intenderci dobbiamo uscire dalla dimensione simbolica che mette insieme i significati (sumballein) ed entrare in una dimensione diabolica. La ragione è diabolica: “diabàllein”, che vuol dire separare; “bàllein” vuol dire gettare, “dià” significa diametro, lontano. “Siùn”, invece, vuol dire insieme, la dimensione simbolica è antecedente il linguaggio razionale; i primitivi, non essendo ancora arrivati alla ragione,si erano difesi dall’indifferenziato attraverso dei riti che facevano delle connessioni tra i significati per potersi intendere. Quando le connessioni sono condivise, si hanno le regole del gioco arbitrarie, solide o flebili che siano, alle quali tutti si attengono e in questo modo ci si intende e si può giocare. Tali regole, però, sono molto fragili e funzionano solo inun determinato ambito: trattare le fosse come vulve va bene là, nella tribù dei Vacandi, dove si è fatta questa connessione, ma fuori da questa tribù, cosa si capisce?
Bene, la filosofia con Platone fa questa prima grandissima operazione: si esce dal linguaggio simbolico e si entra nel linguaggio razionale, dove la vulva è la vulva e non è altro, la fossa è la fossa e non è altro e tra le due non c’è alcuna connessione. Platone può essere considerato il filosofo che ha posto le basi discorsive del linguaggio occidentale, basi discorsive di natura razionale regolate dal principio di non contraddizione o principio di ragione.
Eraclito fa molto bene questa distinzione in un suo frammento, là dove dice: “Il Dioè giorno e notte, sazietà e fame, inverno e estate e si mescola a tutte le cose assumendo di volta in volta il loro aroma”. Appare qui l’indifferenziato, la contrazione di tutti i significati, l’antecedente della ragione, l’impossibilità di intendersi: questo è il linguaggio del Sacro, è quello sfondo pre-umano, da cui l’umanità per nascere ha dovuto emanciparsi.
Noi possiamo dire che l’umanità nasce quando fuoriesce dal simbolico ed entra onella forma codificante dei miti e dei riti o nella forma super codificante della ragionee del principio di non contraddizione. L’umanità nasce quando si separa dall’indifferenziato, esce fuori e nell’indifferenziato istituisce le differenze, per cui una cosa è se stessa e non un’altra, per cui si parla e si capisce cosa si dice e in questa maniera si garantisce la tranquillità del comportamento, dell’attesa, della prevedibilità, l’univocità del linguaggio. Qui nasce l’uomo, la prima codificazione è rudimentale, è quella dei Vacandi che stabilisce delle connessioni tra le cose attraverso momenti rituali. Tutto il gioco, il ripetuto rituale che nessuno ascolta, è per ribadire quotidianamente i codici linguistici e comportamentali. Il rito è questo e la religione che vuole contenere il simbolico, il sacro, l’indifferenziato non può che istituirsi come rito, come ripetizione perenne dei codici. Per cui tutti coloro che dicono: ”Ma in chiesa la domenica si sente sempre la stessa cosa!”. Bene, giusto, perfetto, esatto, è così! La chiesa deve ripetere le stesse cose; non è un varietà, è un codice dell’anima, per salvaguadare l’anima dall’implosione nell’indifferenziato. Sempre Eraclito dopo aver detto che “il Dio ègiorno e notte, inverno ed estate, sazietà e fame” ci dice che l’uomo - e qui pone la differenza radicale tra l’umano e il divino - ritiene giusta una cosa e ingiusta l’altra, ecco qui la differenza! Per il Dio tutto è bello, tutto è buono, tutto è giusto e siamo dinuovo nella dimensione dell’indifferenziato. Così sono andate le cose nella storia dell’umano e non chiedetemi quando, dove e come; lasciamo l’argomento agli storici che non hanno dimestichezza con questi scenari, perchè la storia è storia umana e quindi non ha nessuna parentela con la dimensione antecedente l’umano. Quando ho “parlato male” di Dio, di Gesù Cristo, del Cristo immagino di aver suscitato anche delle reazioni chenon possono trovare esplicazione in una domanda, in un argomento. In ciascuno di noi c’è nel fondo un rifiuto di ascoltare un discorso del genere, perché tutti abbiamo qualche sfondo simbolico e siamo grati alle religioni che ce l’hanno contenuto.
I sacrifici, le preghiere non servono per ottenere qualcosa dagli Dei, da Dio, dal Sacro,ma servono a tenere lontano il sacro, perché l’irruzione dell’indifferenziato nell’ordine delle parole, dei nomi è il disfacimento, lo smarrimento della ragione. Noi siamo soliti chiamare lo smarrimento della ragione follia e possiamo fuoriuscire dalloscenario antropologico ed entrare in una dimensione individuale fino a quella dimensione che si chiama follia. Conosciamo la follia in due accezioni che Platone ci indica molto bene: la follia come trasgressione delle regole della ragione (e per ragione intendo un procedere per differenze, definizioni, determinazioni di significati); chi non sta alla ragione è folle e questa è una follia, cioè follia come trasgressione della ragione. Ogni regola prevede una deroga ovvero ospita la possibilità della trasgressione. E’ la follia che conosciamo tutti, la follia di cui si occupano Foucault, la psichiatria, i manicomi, gli psicofarmaci. E’ la follia che Platone chiama pandemia popolare, diffusa, la follia trasgressiva. La chiamiamo follia numero due, ma al di sottodella ragione e della follia, c’è la follia numero uno e questa è la dimensione sacrale, del sacro. Il sacro è l’indifferenziato, da cui la ragione ci emancipa instaurando le differenze e, a differenze instaurate, all’interno di queste ci sono le possibilità di trasgressione. La ragione è una emancipazione dall’indifferenziato. L’uomo è una emancipazione dal sacro e dal divino, è un venir fuori da questo scenario. Quando è fuori, può trasgredire lo scenario della ragione e compiere atti di follia come semplice deroga dalle regole. C’è poi una follia originaria che è l’antecedente l’umano, il mondo degli dei, il mondo del sacro, che ci abita e sottolineo, che ci abita. Non ci sentiamo mai emancipati definitivamente da questa dimensione, essaè il nostro costitutivo e ce la portiamo dentro in ogni momento. Da qui ciascuno faccia le sue riflessioni e partiamo da una proposizione un po’ forte che metto qui non tanto per provocare, quanto per evidenziare piuttosto la struttura in piccolo e in modo grossolano. Partiamo quindi dal concetto che ciascuno di noi è folle, cioè nuota nell’indifferenziato, fa connessioni di pensieri che non sono assolutamente giustificate e visualizzate in termini razionali. Per avere la prova di questa follia che ci costituisce è sufficiente che si faccia riferimento alla nostra singolarità: quando siamo soli, pensiamo per nostro conto, produciamo immagini, connessioni di significati, associazioni, passaggi tra uno scenario e l’altro. Facciamo una passeggiata in solitudine e lì tocchiamo la nostra follia, perché quando l’uomo è solo ricade nell’indifferenziato e si assorbe in questi suoi pensieri che stabiliscono dei rapporti non razionali, dei passaggi non logici, dei significati non consentiti dal principio di non contraddizione e dal nesso di causalità, cosicchè se uno dovesse in quel momento parlare con noi, ci guarderemmo bene dal riferire quel che abbiamo pensato. Ci vergogneremmo di riferire quel soliloquio dell’anima che conduciamo ciascuno per se stesso e quella vergogna è l’interdetto della ragione: se non vuoi essere giudicato folle, non dire cosa stai pensando nella tua solitudine.
Il luogo della ragione è il plurale. Singolare e plurale, i verbi del nostro linguaggio, sono costruiti così: nel plurale noi ci produciamo secondo le regole della ragione, il plurale è assoluto, privo di valenze simboliche, non c’è un sovrappiù di significato.
Quando parliamo per gli altri ci produciamo in un discorso razionale non riferendo i nostri interiori pensieri, non riferiamo le associazioni che andiamo facendo man mano che pensiamo da soli e ci produciamo in un discorso a tutti comune: “logos koinon” diceva Eraclito, non c’è nessuna valenza simbolica. Immagino che sia faticoso capire cos’è un simbolo, nonostante io abbia parlato dei Vacandi e delle bandiere, dei tricolori, per cui faccio un ulteriore riferimento. Prendiamo una pagina poetica di Leopardi: “dimmi che fai tu luna in ciel”. Guardata da un punto di vista razionale, questa è la frase di un matto, perché si sa benissimo che cosa fa la luna in cielo e un astrofisico potrebbe benissimo spiegare a Leopardi che cosa fa la luna in cielo: la domanda è del tutto superflua, non ha nulla di poetico. Ma allora perché poetica? E’ poetica perché esce dal razionale. Quando pronunciamo quella frase, fuoriusciamo dal razionale, carichiamo la parola luna, che vuol dire luna e non altro, di un eccedenza di significato, di un più di significazione. Come si legittima razionalmente la domanda di Leopardi? Togliendo la parola luna dal suo significato razionale, immettendola nello spazio del sacro, dell’indifferenziato, del confusivo. Confondere è fondere insieme due significati; in quel momento nasce il poetico, il quale è discorso folle dal punto di vista della ragione. E’ questo anche il motivo per cui Platone, che inaugura la ragione in Occidente, dice: “i poeti vanno espulsi dalla città perché il loro linguaggio non è razionale”. Sovrapporre i significati vuol dire mettere insieme significati che di per sè non starebbero insieme e non appena io metto insieme dei significati, fuoriesco dalla definizione, dalla determinazione, dalla differenza tra le parole ed i significati, ed entro nella sfera simbolica o nella sfera poetica. “Poiein” in greco vuol dire produrre e i poeti sono produttori di significazione. La poesia è una produzione di eccedenza di significati rispetto ai significati stabiliti. E’ per questo che nei confronti delle poesie c’è sempre una sorta di ambivalenza, nel senso che è facile leggere un saggio, ancora più facile leggere un trattato di fisica ma se ci accostiamo al poetico c’è un certo sommovimento, perché stiamo uscendo fuori leggermente dallo spazio della ragione e incominciamo a sentire una certa inquietudine o addirittura un rifiuto. Nietzche dice: “i poeti mentono troppo”, ribadendo il modello Platonico dell’eccedenza dei significati che i poeti precedono.
Cos’è questa eccedenza dei significati? Un congedo dallo spazio della ragione e un’immersione nel sacro: follia numero uno, ovvero tutti scriviamo poesie. Ma cosa vuol dire scrivere poesie? Non certamente sfogarsi, perché per sfogarsi bastano i diari. Scrivere una poesia significa mettere per iscritto l’eccedenza di significati che le cose assumono per noi, un’eccedenza di significati che non possiamo comunicare all’altro, se non creando nell’altro una certa sospettosità circa il nostro stato mentale e allora ci produciamo poeticamente. Le poesie per una certa diffidenza non le facciamo leggere, oppure al contrario, se proprio non ce la facciamo più, invadiamo gli interlocutori con i nostri brani poetici. C’è sempre questa eccedenza di significazione veramente inquientante che ci porta nella sfera dell’indifferenziato, del sacro, del Dio, degli dei. Nella follia originaria si muore. I bambini che devono ancora arrivare all’età della ragione, i poeti, i folli, noi stessi ogni volta che sognamo siamo nella follia. Il sogno è una follia, perché nel sogno collassa il principio di non contraddizione, di identità, per cui quando sogno sono io e non sono io, sono maschio ma sono anche femmina, sono giovane ma sono anche vecchio. C’è il collasso del principio di non contraddizione che è il principio della ragione. C’è il collasso del principio di causalità, per cui invece del principio di causa/effetto, ci troviamo a vivere il rapporto effetto/causa. C’è il collasso del tempo, per cui uno sogna cominciando all’epoca della rivoluzione francese e finisce ai giorni nostri in 5 minuti. C’è il collasso dello spazio, per cui incominciamo il sogno nella casa della zia e ci ritroviamo a Manhattan. Collassa tutto l’ovvio della ragione, ma se la ragione collassa tutte le notti, questa è la prova provata che la follia è il nostro costitutivo. Noi siamo la follia, noi siamo il sacro, noi siamo l’indifferenziato. Aristotele diceva: “nell’individuo non c’è sapere” perché il sapere è possibile solo quando la legge scientifica formula qualcosa che vale per tutti gli enti che condividono una certa natura. Ma le regole che noi poniamo non valgono: noi per esempio non siamo enti che possono essere assimilati e classificati nello stesso genere. Questo può accadere ad un livello generalissimo: siamo viventi, siamo bipedi, ci muoviamo in modo verticale e non proni come gli animali, ma fuori da questo cosa ci accomuna, cosa ci differenzia oltre al corpo? Qui dico oltre al corpo, ma poi vedremo che la follia è esattamente il corpo. Oltre al corpo che cosa ci differenzia se non la nostra rispettiva follia? Perché gli uomini non si intendono? Perché la mia simbolica non è la tua simbolica? Perché i popoli non si intendono? Perché la simbolica di un occidentale non è la simbolica di un islamico, non è la simbolica di un cinese? Perché l’altro è davvero un altro? E tutti coloro che dicono che bisogna parlare con l’altro, intendersi con l’altro, dimenticano che poiché la mia follia non è la tua follia, tra noi possiamo accostarci solo a livello di mediazioni linguistiche impersonali. Io sto parlando a voi in modo del tutto impersonale. Chi è Umberto Galimberti?Chi lo sa? E’ la prima cosa che non faccio vedere. E così fate voi, ma evidentemente noi ci produciamo in un linguaggio razionale, perché questa dimensione indifferenziata, sacrale è il fondamento di quello che io ho chiamato pudore e il pudore è la non rivelazione della simbolica interiore. Io a te chi sono non lo dirò mai.
Umberto Galimberti - Tratto dall'articolo IL SACRO o LA DIMENSIONE SIMBOLICA, trascrizione di una lezione di Umberto Galimberti alle Vacances de l'Esprit 2006 e comparso sulla rivista Antiche e moderne vie d'illuminazione, periodico dell'associazione ASIA, nel n. 27 Dicembre 2006
1. Icaro: "Uno schianto" 2. Proserpina: "Mi sento giù" 3. Prometeo: "Mi rode..." 4. Teseo: "Finché mi danno corda..." 5. Edipo: "La mamma è contenta" 6. Damocle: "Potrebbe andar peggio" 7. Priapo: "Cazzi miei" 8. Ulisse: "Siamo a cavallo" 9. Omero: "Me la vedo nera" 10. Eraclito: "Va, va..." 11. Parmenide: "Non va" 12. Talete: "Ho l'acqua alla gola" 13. Epimenide: "Mentirei se glielo dicessi" 14. Gorgia: "Mah!" 15. Demostene: "Difficile a dirsi" 16. Pitagora: "Tutto quadra" 17. Ippocrate: "Finché c'è la salute..." 18. Socrate: "Non so" 19. Diogene: "Da cani" 20. Platone: "Idealmente" 21. Aristotele: "Mi sento in forma" 22. Plotino: "Da Dio" 23. Catilina: "Finché dura..." 24. Epicuro: "Di traverso" 25. Muzio Scevola: "Se solo mi dessero una mano..." 26. Attilio Regolo: "Sono in una botte di ferro" 27. Fabio Massimo: "Un momento..." 28. Giulio Cesare: "Sa, si vive per i figli, e poi marzo è il mio mese preferito..." 29. Lucifero: "Come Dio comanda" 30. Giobbe: "Non mi lamento, basta aver pazienza" 31. Geremia: "Sapesse, ora le dico..." 32. Noè: "Guardi che mare..." 33. Onan: "Mi accontento" 34. Mosè: "Facendo le corna..." 35. Cheope: "A me basta un posticino al sole..." 36. Sheherazade: "In breve, ora le dico..." 37. Boezio: "Mi consolo" 38. Carlo Magno: "Francamente bene" 39. Dante: "Sono al settimo cielo" 40. Giovanna d'Arco: "Si suda" 41. San Tommaso: "Tutto sommato bene" 42. Erasmo: "Bene da matti" 43. Colombo: "Si tira avanti" 44. Lucrezia Borgia: "Prima beve qualcosa?" 45. Giordano Bruno: "Infinitamente bene" 46. Lorenzo de' Medici: "Magnificamente" 47. Cartesio: "Bene, penso" 48. Berkeley: "Bene, mi sembra" 49. Hume: "Credo bene" 50. Pascal: "Sa, ho tanti pensieri..." 51. Enrico VIII: "Io bene, è mia moglie che..." 52. Galileo: "Gira bene" 53. Torricelli: "Tra alti e bassi" 54. Pontorno: "In una bella maniera" 55. Desdemona: "Dormo tra due guanciali..." 56. Newton: "Regolarmente" 57. Leibniz: "Non potrebbe andar meglio" 58. Spinoza: "In sostanza, bene" 59. Hobbes: "Tempo da lupi" 60. Vico: "Va e viene" 61. Papin: "Ho la pressione alta" 62. Montgolfier: "Ho la pressione bassa" 63. Franklin: "Mi sento elettrizzato" 64. Robespierre: "Cè da perderci la testa" 65. Marat: "Un bagno" 66. Casanova: "Vengo" 67. Goethe: "C'è poca luce" 68. Beethoven: "Non mi sento bene" 69. Shubert: "Non mi interrompa, per Dio" 70. Novalis: "Un sogno" 71. Leopardi: "Sfotte?" 72. Foscolo: "Dopo morto, meglio" 73. Manzoni: "Grazie a Dio, bene" 74. Sacher-Masoch: "Grazie a Dio, male" 75. Sade: "A me bene" 76. D'Alambert e Diderot: "Non si può dire in due parole" 77. Kant: "Situazione critica" 78. Hegel: "In sintesi, bene" 79. Schopenhauer: "La volontà non manca" 80. Cambronne: "Boccaccia mia..." 81. Marx: "Andrà meglio..." 82. Carlo Alberto: "A carte 48" 83. Paganini: "L'ho già detto" 84. Darwin: "Ci si adatta" 85. Livingstone: "Mi sento un po' perso" 86. Nievo: "Le dirò, da piccolo..." 87. Nietzsche: "Al di là del bene, grazie" 88. Mallarme': "Sono andato in bianco" 89. Proust: "Diamo tempo al tempo" 90. Henry James: "Secondo i punti di vista" 91. Kafka: "Mi sento un verme" 92. Musil: "Così così" 93. Joyce: "Fine yes yes yes" 94. Nobel: "Sono in pieno boom" 95. Larousse: "In poche parole, male" 96. Curie: "Sono raggiante" 97. Dracula: "Sono in vena" 98. Croce: "Non possiamo non dirci in buone condizioni di spirito" 99. Picasso: "Va a periodi" 100. Lenin: "Cosa vuole che faccia?" 101. Hitler: "Forse ho trovato la soluzione" 102. Heisemberg: "Dipende" 103. Pirandello: "Secondo chi?" 104. Sotheby: "D'incanto" 105. Bloch: "Spero bene" 106. Freud: "Dica lei" 107. D'Annunzio: "Va che è un piacere" 108. Popper: "Provi che vado male" 109. Ungaretti: "Bene (a capo) grazie" 110. Fermi: "O la va o la spacca" 111. Camus: "Di peste" 112. Matusalemme: "Tiro a campare" 113. Lazzaro: "Mi sento rivivere" 114. Giuda: "Al bacio" 115. Ponzio Pilato: "Fate voi" 116. San Pietro: "Mi sento un cerchio alla testa" 117. Nerone: "Guardi che luce" 118. Maometto: "Male, vado in montagna" 119. Savonarola: "E' il fumo che mi fa male" 120. Orlando "Scusi, vado di furia" 121. Cyrano: "A naso, bene" 122. Volta: "Più o meno" 123. Pietro Micca: "Non ha letto che è vietato fumare" 124. Jacquard: "Faccio la spola" 125. Malthus: "Cè una ressa..." 126. Bellini: "Secondo la norma" 127. Lumiere: "Attento al treno!" 128. Gandhi: "L'appetito non manca" 129. Agatha Christie: "Indovini" 130. Einstein: "Rispetto a chi?" 131. Stakanov: "Non vedo l'ora che arrivi ferragosto..." 132. Rubbia: "Come fisico, bene" 133. Sig.ra Riello: "Sono stufa!" 134. La Palisse: "Va esattamente nella maniera in cui va" 135. Shakespeare: "Ho un problema: va bene o non va bene?" 136. Alice: "Una meraviglia" 137. Dr. Zap: "Bene, la sai l'ultima?"
Da: "Il secondo diario minimo" di Umberto Eco (con aggiunte apocrife)
Delle amicizie pericolose di molti esponenti siciliani di Forza Italia. E della strana politica che opera curiose selezioni: non emargina i personaggi anche solo “inopportuni”, ma anzi li promuove. Con gran rabbia delle “toghe rosse”
di Gianni Barbacetto
Quando, lunedì 3 agosto 1998, fu arrestato Giovanni Mauro, presidente della Provincia di Ragusa ed esponente di Forza Italia, Enrico La Loggia, capogruppo di Forza Italia al Senato, subito dichiarato: Attenti a un nuovo caso Musotto. La persecuzione giudiziaria (nemmeno più l’errore giudiziario) e diventata ormai spiegazione esaustiva e giustificazione preventiva di ogni atto della magistratura nei confronti di ogni esponente di Forza Italia, dal suo leader all’ultimo degli aderenti.
Un atteggiamento che ha fatto scuola: tanto che dopo l’arresto di Francesco Schiavone detto Sandokan, boss dei Casalesi, il più ricercato tra i nuovi capi della Camorra campana, la moglie rilasciò ai giornali risentite dichiarazioni secondo cui il marito era vittima di una persecuzione dei comunisti. La signora Sandokan, evidentemente, ha imparato la lezione mediatica e, democraticamente, ha applicato a se lo schema già ampiamente utilizzato in tanti casi da autorevoli esponenti della politica.
Giovanni Mauro, a Ragusa, era stato arrestato con l’accusa di aver riscosso tangenti, in una provincia ad alta densità mafiosa. Il Musotto subito ricordato da La Loggia e, naturalmente, Francesco Musotto, grande avvocato palermitano, presidente della Provincia di Palermo, prestigioso esponente di Forza Italia, clamorosamente arrestato nel novembre 1995, processato per concorso esterno in associazione mafiosa e poi assolto in primo grado, nell’aprile 1998. Assolto: dunque innocente. E se innocente e Musotto, non può esserlo anche Mauro?
Nel giugno 1998 i magistrati palermitani avevano chiesto l’arresto di un altro esponente di Forza Italia, Gaspare Giudice, deputato in Parlamento, eletto nel 1996 nel collegio di Bagheria con il 54 per cento dei voti. Appena ricevuta la notizia, Silvio Berlusconi aveva regalato ai cronisti una dichiarazione dalla sintassi faticosa: Essendo Giudice vicecoordinatore di Forza Italia in Sicilia e avendo avuto quindi rapporti con l’onorevole Miccichè, non si può neppure immaginare alcun alone di dubbio intorno a lui, perche altrimenti non avrebbe potuto avere quell’incarico.
Giudice, comunque, fu salvato dal voto della Camera, che a sorpresa (contro lo stesso parere gia espresso dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere) non concesse l’autorizzazione alla custodia cautelare in carcere.
Dopo l’arresto di Mauro, Cristina Matranga, esponente anomala di Forza Italia in Sicilia (anomala in quanto poco propensa a unire la sua voce al coro dei compagni di partito sempre all’attacco dei magistrati della Procura di Palermo), chiese pubblicamente a Forza Italia un’operazione di igiene politica. Il clima di quelle settimane sembrerebbe giustificare la richiesta: all’arresto di Giovanni Mauro, alle violente polemiche seguite al voto della Camera su Giudice, si sommavano da una parte il coinvolgimenti in storie di mafia di esponenti minori del partito, dall’altra l’emergere di nuove accuse di contiguità con Cosa nostra rivolte a Marcello Dell’Utri, che di Forza Italia può essere considerato il padre. Eppure a Matranga rispose, autorevolmente, Gianfranco Miccichè, coordinatore siciliano del partito (e dunque diretto superiore di Giudice): Faccia i nomi. Un tuffo nel passato più buio: chiunque abbia conservato un po’ di memoria, ricorderà che questa era la formula magica, ripetuta ossessivamente (Fuori i nomi! Fuori i nomi!), con cui negli anni Ottanta era zittito chi osava anche soltanto porre il problema dei pur evidenti rapporti tra mafia e politica. Faccia i nomi: questa volta i nomi erano già su tutti i giornali; eppure ormai non serve nemmeno più aggiungere la seconda formula magica tanto di moda negli anni Ottanta (Fuori le prove!). Perche lo schema interpretativo dei fatti, imposto con la forza dei media e della ripetizione all’infinito, e quello della persecuzione politica per via giudiziaria: quindi anche le prove sono ormai impotenti. Inutili. Più fatti significa soltanto più persecuzione. Nel momento stesso in cui si portano più elementi d’accusa, si dimostra una più pervicace volontà persecutoria.
I fatti, in verità, non mancano. Il 1 settembre era stato arrestato a Reggio Calabria, con l’accusa di concorso in omicidi di ‘Ndrangheta, Giuseppe Aquila, esponente di Forza Italia ed ex vicepresidente della Provincia di Reggio. E a Roma un parlamentare di Forza Italia era entrato in un’indagine su un traffico di droga. Senza che alcun particolare filtrasse dalle maglie del segreto istruttorio, i magistrati avevano messo sotto osservazione gli incauti rapporti tra un onorevole azzurro e un esponente albanese: i due si sarebbero incontrati a Roma e avrebbero discusso di politica internazionale, a partire dal conflitto in Kosovo tra serbi e indipendentisti albanesi.
Niente di male, se non fosse per il piccolo particolare che l’albanese in questione era in strettissimi rapporti con un compatriota impegnato in grande stile nel narcotraffico. Ormai gli albanesi sono attivi nel commercio di stupefacenti non più solo come gregari, ma anche come protagonisti, e stanno avviando contatti per stringere quei rapporti politici che, sperano, in prospettiva potranno proteggere, consolidare e far crescere i loro affari.
Il caso Musotto, ora che la polemica e svaporata, fornisce molti elementi di riflessione su come Forza Italia gestisca i rapporti tra politica e legalità. La vicenda ebbe il suo avvio l’8 novembre 1995, quando fu arrestato a Palermo Francesco Musotto, esponente di Forza Italia proveniente dalle file del Psi, presidente della Provincia eletto con ben 320 mila voti, massone, avvocato di boss di primo piano in Cosa nostra (Raffaele Ganci, mafioso della famiglia della Noce, quella che sta nel cuore di Riina; i fratelli Graviano, organizzatori delle stragi del 1993; Salvatore Sbeglia, fornitore del telecomando utilizzato per la strage di Capaci; gli uomini del clan Farinella).
Quattro giorni dopo l’arresto, il 12 novembre, Forza Italia organizzo davanti al palazzo di giustizia di Palermo una manifestazione di protesta contro i magistrati della Procura. In prima fila il coordinatore regionale del partito Gianfranco Miccichè e il presidente dei senatori Enrico La Loggia. Il giorno dopo fu la volta degli avvocati: una cinquantina di legali palermitani in toga, guidati dal presidente della Camera penale Nino Mormino, manifestarono davanti al palazzo di giustizia contro Giancarlo Caselli e i suoi sostituti. Musotto, insieme al fratello Cesare, era accusato di aver fornito assistenza ai latitanti di Cosa nostra, di aver passato loro notizie riservate sui provvedimenti giudiziari, di aver dato ospitalità, nel giugno 1993, nella villa di famiglia a Pollina, nei pressi di Cefalù, al più sanguinario dei killer corleonesi, Leoluca Bagarella. A un uomo d’onore che, dopo alcune pubbliche dichiarazioni antimafia di Musotto, metteva in dubbio la sua fedeltà ai corleonesi, Bagarella rispondeva: Che ci vuoi fare? Non vedi che lo attaccano tutti? Iddu cerca di difennisi. L’importanti e ca iddu sia dda (Quello cerca di difendersi. L’importante e che stia lì).
Il processo di primo grado si concluse il 4 aprile 1998, con una assoluzione dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. La sentenza sostiene che Bagarella fu effettivamente ospite di casa Musotto e condanna il fratello Cesare. Ma ritiene che l’accusa non abbia presentato elementi sufficienti a dimostrare che di quell’ospitalità fosse a conoscenza anche Francesco, che dunque fu assolto. Con il vecchio codice, sarebbe stata un’assoluzione per insufficienza di prove. Ma a Forza Italia e sufficiente per scatenare una nuova raffica di attacchi contro Caselli e la sua Procura. Subito dopo l’assoluzione, Musotto, interpellato dai giornali, dichiaro che non aveva intenzione di tornare alla politica. Ma fu Silvio Berlusconi in persona, il 17 aprile 1998, al primo congresso di Forza Italia, a chiamare sul palco Musotto, presentato come una vittima della persecuzione dei giudici e salutato come un eroe dalla platea. Tra gli applausi scroscianti una vera ovazione il leader di Forza Italia lo ricandido a presidente della Provincia. Alleanza Nazionale, pur con qualche isolato mugugno interno, accetto di sostenerlo. E il 25 maggio 1998 Francesco Musotto fu trionfalmente rieletto al primo turno.
Una politica sana, una sana amministrazione avrebbero in ogni paese civile respinto un personaggio che, anche penalmente innocente, aveva dimostrato di non essere sufficientemente lontano dagli ambienti di Cosa nostra. In quale regione d’Italia si sopporterebbe, se non altro per motivi d’opportunità, un presidente con un fratello in galera per mafia? Chi mai avrebbe il coraggio di candidare alla presidenza della regione il fratello di un personaggio condannato per aver ospitato nella villa di famiglia Leoluca Bagarella?Non tutti i fatti hanno rilevanza penale, certo, ma la politica dovrebbe avere sufficiente autonomia di giudizio per soppesare anche gli elementi che non entrerebbero mai in un’aula di tribunale. Un’assoluzione processuale dovrebbe comunque essere condizione necessaria, ma non sufficiente, per entrare nei ranghi della politica. Invece la sentenza, ormai non accettata quando e di colpevolezza, se e d’assoluzione viene sbandierata come un merito, diventa di per se una garanzia di correttezza, perla da inserire in curriculum, senza alcuna memoria per i fatti che stanno dietro la sentenza. Questo sì è giustizialismo: ossia schiacciamento della politica sulle vicende giudiziarie.
Il caso di Gaspare Giudice è, se possibile, ancora più istruttivo. In questa vicenda, gli elementi che l’accusa aveva raccolto a carico dell’esponente di Forza Italia erano tali da far escludere alla giunta parlamentare per le autorizzazioni a procedere che ci fosse fumus persecutionis nei confronti del parlamentare. Perfino il supergarantista Filippo Mancuso, in giunta, non aveva avuto nulla da eccepire contro la richiesta dei magistrati. Secondo l’accusa, Giudice era al diretto servizio della cosca mafiosa di Caccamo, i cui uomini si vantavano di averlo fatto eleggere e gli telefonavano fin dentro il palazzo di Montecitorio per ricordargli la sua dipendenza e per ordinargli che cosa doveva fare: Gasparino, guarda che siamo stati noialtri a metterti li, gli ripetevano. Eppure la Camera dei deputati il 16 luglio 1998 (il giorno dopo la terza condanna penale ricevuta da Silvio Berlusconi) boccio (303 voti a 210, con 13 astenuti) la richiesta d’arresto. Ancor più grave, i deputati sottraggono al giudice elementi di prova: impediscono (287 voti a 239, con 3 astenuti) l’utilizzo processuale dei tabulati Telecom, quelli da cui vengono documentati i rapporti e la dipendenza di Giudice dagli uomini delle cosche. Attorno a Giudice si muovevano personaggi come Nino Mandarà, imprenditore, fondatore del primo club di Forza Italia a Villabate, membro del direttivo provinciale del partito, grande elettore di Giudice. Il figlio di Mandarà, Nicola, nel 1995 era finito in carcere con l’accusa di essere un killer di Cosa nostra. In manette era finito anche un altro sostenitore di Forza Italia, Roberto Campesi, titolare di un negozio di caramelle, che si era fatto consegnare 160 milioni dai figli di un imprenditore arrestato per mafia con la promessa di avviare una campagna televisiva di delegittimazione dei magistrati, sostenuta da Vittorio Sgarbi.
Quante storie di ordinaria politica in terra di mafia. Quanti personaggi, per lo piu provenienti da Dc e Psi, pervengono a nuova vita sotto le bandiere di Forza Italia e si muovono disinvoltamente sul crinale tra istituzioni e criminalità. Giuseppe Cilluffo, per esempio, era presidente del consiglio circoscrizionale del quartiere Brancaccio, a Palermo. Alla nascita di Forza Italia, aveva promosso la fondazione di un club del movimento. Nel 1994 fu arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa, con l’accusa di essere uomo a disposizione dei fratelli Graviano (imputati per le stragi del 1993 e per l’omicidio di padre Puglisi). Al processo di primo grado fu condannato per favoreggiamento. Anche Franco Tusa, imprenditore palermitano nel settore dell’abbigliamento ed ex vicesindaco socialdemocratico di Monreale, nel 1994 si era scoperto una incontenibile passione politica per Forza Italia, tanto da fondare un club a Monreale. I suoi rapporti - con personaggi del calibro di Giuseppe Mandalari, il commercialista di Riina - avevano spinto Miccichè a chiudere il club e troncare ogni collaborazione. Con un arresto (nel luglio 1994) e una condanna per concorso esterno all’associazione mafiosa denominata Cosa nostra, era finita la brevissima avventura politica di Gianni Ienna, noto costruttore palermitano. Il suo hotel San Paolo Palace domina il quartiere di Brancaccio, regno dei fratelli Graviano. Proprio San Paolo era stato chiamato il club di Forza Italia fondato da Ienna e ospitato nei saloni dell’hotel. Mai riconosciuto dal movimento, dichiarerà poi Miccichè. Certo e che, in quei saloni, il 5 febbraio 1994 Forza Italia organizzo la presentazione ufficiale dei candidati siciliani alle elezioni. A Ienna, considerato un manager di Cosa nostra, un grande riciclatore del tesoro mafioso, dopo l’arresto sono stati confiscati beni per 400 miliardi. Il costruttore aveva iniziato a raccontare qualcosa dei segreti di cui e depositario, degli affari delle cosche in Sicilia ma anche al Nord; poi pero ha ritrattato e si e chiuso di nuovo nel suo pesante silenzio.
Più complessa la storia di Ilario Floresta, imprenditore siciliano nel settore della telefonia, anch’egli sceso in campo nel 1994, sotto le bandiere di Forza Italia. Le aziende di sua proprietà o del suo giro (la Fintel di Palermo, la Itel di San Gregorio di Catania, la Siet di Bari, la Giesse di Mirandola in provincia di Modena...) hanno anche ottenuto nel corso degli anni ricchi subappalti dalle imprese telefoniche di Stato. Quando Floresta si butto nell’avventura politica, Forza Italia lo candido alla Camera nel collegio di Giarre, dove fu eletto con oltre 33 mila preferenze. Una dote di voti che gli servi ad arrivare fino alla poltrona di sottosegretario al Bilancio nel governo Berlusconi. Ma gli investigatori della Dia (la Direzione investigativa antimafia), analizzando i tabulati telefonici dei cellulari usati dagli uomini d’onore entrati in azione per uccidere Giovanni Falcone, avevano scoperto che Gioacchino La Barbera, uno dei componenti il commando che esegui strage di Capaci, nei giorni precedenti e seguenti la strage aveva comunicato anche con cellulari intestati alla Fintel. Su Floresta erano scattate le indagini. Con chi parlava La Barbera? E soprattutto, quali erano i contenuti delle conversazioni? Una risposta fu fornita da La Barbera stesso, che dopo essere stato arrestato aveva scelto di diventare collaboratore processuale: erano telefonate di lavoro, spiego La Barbera ai magistrati palermitani, perche la sua azienda di movimento terra e trasporti (la Impedil Scavi) lavorava per la Fintel di Palermo. Ma dunque un’azienda di Floresta, o comunque considerata dagli investigatori nel suo giro d’affari, dava subappalti all’impresa di un uomo d’onore di alta caratura come Gioacchino La Barbera. Nessun rilievo penale, naturalmente. Floresta, del resto, ha sempre sostenuto non solo di non conoscere La Barbera, ma anche di non avere piu il controllo diretto della Fintel dal 1987. Chiusa questa partita palermitana, per Floresta si apri un nuovo capitolo: la procura distrettuale antimafia di Catania avvio un’indagine su di lui in seguito alle dichiarazioni di un mafioso diventato collaboratore processuale, Giuseppe Scavo, il quale ha affermato di aver visto Floresta negli uffici dell’autoparco di Sebastiano Sciuto, uomo d’onore calabrese del clan Ercolano, poi arrestato in seguito all’operazione Orsa Maggiore. Le affermazioni di Scavo sono rimaste pero senza conferme e riscontri, cosi la procura ha chiesto l’archiviazione del caso.
Non ha ancora una lettura univoca neppure la vicenda che ha per protagonista Antonio D’Ali, 46 anni, senatore eletto a Trapani nelle liste di Forza Italia. Nel 1994 raccolse 52 mila voti. Alle ultime elezioni, ripresentato da Forza Italia, ha superato se stesso, aggiudicandosi 5 mila voti in più e con cio conquistando la maggioranza assoluta dei suffragi nel suo collegio: 51,4 per cento. Ha ottenuto un incarico parlamentare di un certo rilievo, vicepresidente della commissione Finanze, e per un breve periodo e stato il responsabile economico di Forza Italia. La famiglia D’Ali Stati e una delle più potenti, facoltose e riverite del Trapanese. Le immense tenute agricole, le saline tra Trapani e Marsala, le molte proprietà e (fino al 1991) la quota di controllo della Banca Sicula costituivano l’impero governato con autorità da Antonio D’Ali senior, classe 1919, che fu direttamente amministratore delegato della banca di famiglia fino al 1983, anno in cui fu coinvolto nello scandalo P2 (il suo nome era nelle liste di Gelli) e preferì passare la mano al nipote Antonio junior, quello che dal ‘94 siede in Senato. La Banca Sicula era uno dei più importanti istituti di credito siciliani per numero di sportelli e per mezzi amministrati. All’inizio degli anni Novanta la banca trapanese, già corteggiata anche dall’Ambroveneto di Giovanni Bazoli, fu acquistata e incorporata dalla Banca Commerciale Italiana, alla ricerca di un partner per superare la sua storica debolezza in Sicilia. In seguito all’operazione, Giacomo D’Ali, professore associato di Fisica, figlio di Antonio senior e cugino di Antonio junior il senatore, e entrato a far parte del consiglio d’amministrazione della Banca Commerciale.
Dava lavoro a tanti, la famiglia D’Ali. Come campieri ha avuto membri delle famiglie mafiose dei Minore e dei Messina Denaro. Francesco Messina Denaro, il vecchio capomafia di Trapani, fu per una vita fattore dei D’Ali, prima di passare la mano - come boss e come fattore - al figlio Matteo Messina Denaro, classe 1962, oggi considerato il più fedele alleato dei Corleonesi, uno dei capi più potenti (e ricercati) della nuova mafia siciliana, protagonista della strategia corleonese delle stragi. A riprova dei rapporti tra la famiglia D’Ali e il boss, il vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia Nichi Vendola nel 1998 esibì i documenti che provano il pagamento a Matteo Messina Denaro, ufficialmente agricoltore, di 4 milioni ricevuti nel 1991 dall’Inps come indennità di disoccupazione. A pagargli i contributi era Pietro D’Ali, fratello di Antonio il senatore e di un Giacomo D’Ali che, negli anni Settanta, era stato attivista di un gruppo neofascista siciliano (A proposito: ancora tutti da approfondire sono i rapporti intercorsi in Italia tra mafia, eversione nera e apparati dello Stato).
Francesco Geraci, gioielliere di Castelvetrano, gran fornitore di preziosi alla famiglia di Toto Riina, ha raccontato di compravendite di terreni in cui i D’Ali e i Messina Denaro avevano ruoli non facilmente distinguibili. Fatto sta che l’immensa tenuta di Contrada Zangara, a Castelvetrano, un tempo dei D’Ali, e passata ai Messina Denaro (ma non risulta che sia stato pagato un prezzo) e oggi e stata confiscata come proprietà di Toto Riina, di cui Matteo Messina Denaro e risultato prestanome. Complicati e poco trasparenti, questi passaggi di proprietà: i D’Ali sono vittime di estorsione o complici dei Messina Denaro? E se sono vittime, perche non hanno mai denunciato l’estorsione? Anche la Banca Sicula, prima di rigenerarsi dietro le rispettabilissime insegne della Banca Commerciale Italiana, era stata oggetto di un allarmato rapporto di un commissario di polizia, Calogero Germana, che poi, trasferito a Mazara, aveva subito un attentato da parte di Leoluca Bagarella in persona. Il rapporto ipotizzava che l’istituto di credito fosse uno strumento di riciclaggio di Cosa nostra. E sottolineava il fatto che come presidente del collegio dei sindaci della banca fosse stato chiamato Giuseppe Provenzano, il futuro deputato di Forza Italia e presidente della Regione Sicilia, già commercialista della famiglia Provenzano (l’altra, quella dell’attuale numero uno di Cosa nostra).
L’acquisto della Banca Sicula da parte della Commerciale, come altre operazioni simili realizzate con altri piccoli istituti di credito del Sud, fu seguito con favore dalla Banca d’Italia, che voleva favorire, piu in generale, un’uscita indolore da situazioni a rischio, oltre che d’infiltrazioni mafiose, anche di bancarotta (per gestioni discutibili del credito, molto probabilmente dovute anche alle pressioni criminali). Prima dell’incorporazione, la Banca Sicula aveva realizzato un aumento di capitale di 30 miliardi. Da dove erano arrivati? Chi aveva finanziato la ricapitalizzazione? Le domande, riproposte nel 1998 da Vendola in un rapporto inviato alla Vigilanza della Banca d’Italia, sembrano destinate a rimanere senza risposta, mentre i fantasmi del passato sono sepolti per sempre sotto le autorevoli insegne della Banca Commerciale.
Giuseppe Provenzano, intanto, si e prudentemente dimesso da presidente della Regione. Per lotte interne a Forza Italia, più che per le interminabili polemiche sui suoi rapporti con Provenzano (quell’altro). Docente di tecnica bancaria all’università di Palermo, Giuseppe Provenzano e un professore stimato e un professionista di successo, tanto da aver ricevuto dalla Banca d’Italia l’incarico di commissario straordinario della Banca Don Bosco di San Cataldo, un piccolo istituto di credito siciliano usato da Cosa nostra per riciclare denaro: l’intero consiglio d’amministrazione era finito in carcere. Ma nel 1984 le parti si invertirono, fu Provenzano a essere accusato di contiguità con la mafia: Giovanni Falcone lo fece incarcerare come consulente finanziario della famiglia Provenzano. Ma non si trovarono le prove che la sua fosse una complicità cosciente. Le accuse caddero e col tempo fu dimenticata anche la macchia di aver avuto tra i suoi clienti una presenza imbarazzante: la moglie di Bernardo Provenzano.
Di rapporti con uomini della criminalità organizzata si e parlato anche a proposito di due collaboratori di Berlusconi, Romano Comincioli e Massimo Maria Berruti. Il primo, compagno di scuola e poi manager e prestanome di Berlusconi, era in contatto con Gaspare Gambino, imprenditore siciliano vicino a Pippo Calò, il cosiddetto cassiere romano di Cosa nostra. Attraverso Comincioli, la Fininvest realizzo affari con il faccendiere sardo Flavio Carboni. Cambiali con girata di Comincioli passarono a uomini della Banda della Magliana per poi finire nelle mani di Pippo Calò. Berruti, ex ufficiale della Guardia di finanza già processato per corruzione ancora prima di Mani pulite e poi prontamente arruolato nella squadra Fininvest, e diventato avvocato del gruppo, per il quale ha trattato, fra l’altro, l’acquisto del calciatore Gigi Lentini (poi oggetto di un processo). Nel gennaio 19i94 Berlusconi gli affido l’organizzazione della campagna elettorale di Forza Italia a Sciacca e nella provincia d’Agrigento. Con buoni risultati, tra i quali il coinvolgimento di Salvatore Bono (cognato del boss dell’Agrigentino Salvatore Di Gangi) e di Salvatore Monteleone, arrestato nel 1993 per concorso in associazione a delinquere di stampo mafioso e appena uscito dal carcere diventato referente di Forza Italia a Montevago. Per i suoi servizi, Berruti e stato premiato con un posto in Parlamento. Con il Berruti avvocato e poi politico, convive il Berruti uomo d’affari: in Sicilia possedeva una società, la Xacplast, che un rapporto dei carabinieri indicava come partecipata da uomini d’onore delle famiglie mafiose di Sciacca.
Che conclusioni (provvisorie) trarre, dalle storie di ordinaria compromissione fin qui ricordate? L’interpretazione corrente dentro Forza Italia e che le innumerevoli indagini contro esponenti di quel partito siano, semplicemente, frutto di una persecuzione: lotta politica per via giudiziaria; procuratori della Repubblica e loro sostituti braccio armato della sinistra. Le molte inchieste che prendono di mira personaggi interni o vicini a Forza Italia sono spiegate con una pervicace volontà di indebolire, fino a liquidare, una forza politica vissuta come avversaria. Le motivazioni di tale avversità? La diversa collocazione politica (a sinistra) di tanti magistrati, specialmente d’accusa (apostrofati dunque toghe rosse o, con un salto di livello, appartenenti a un circuito di Procure rosse); ma i meno rozzi tra i sostenitori di Forza Italia tentano spiegazioni che vorrebbero essere più sofisticate, sostenendo che molti magistrati si sentirebbero investiti di una sorta di missione morale che li obbliga a scendere in guerra - una guerra mortale - come esponenti del Bene contro il Male. Nello scontro, psicologico prima che giudiziario, tra la Legge e il Crimine, il sacro fuoco manicheo che li anima li induce a individuare un Nemico da sconfiggere (Cosa nostra, ma anche Forza Italia, per teorema nuovo referente della criminalità organizzata).
Questa interpretazione e, a sua volta, un teorema. Assume che i magistrati non badino tanto, laicamente, ai fatti, alle prove, alle evidenze processuali, quanto alla spinta religiosa (non a caso sono spesso apostrofati come cattocomunisti) che li indurrebbe a condannare prima dei fatti, ad avere certezze prima delle prove. I più spregiudicati tra i nemici delle Procure, comunque, si sono già spinti oltre quest’orizzonte: elevando un vero e proprio elogio dei mascalzoni. Da Giuliano Ferrara (Mi sono simpatiche le carogne, sono più umane dei feroci moralisti) a Ruggero Guarini (Adoro quel furfante dell’avvocato Previti). Fino a Sergio Romano, citato dal Foglio, che riprende la settecentesca Favola delle api di Bernard de Mandeville, in cui una citta sregolata, corrotta e criminale produce, alla faccia dei moralisti, ricchezza e sviluppo. Sulle singole vicende, le risposte sono più puntuali. I più compromessi tra i personaggi qui ricordati (Mandarà, Campesi, Cilluffo, Tusa fra i minori; Mandalari, Ienna, tra i maggiori) non sono difesi, anzi esponenti di rilievo del movimento berlusconiano in Sicilia tendono da una parte a minimizzare il loro ruolo in Forza Italia, dall’altra a sottolineare che il partito ha subito la loro presenza, addirittura emerginandoli (Micciche non volle riconoscere i club fondati da Ienna e da Tusa; e impedi a Mandalari di prendere la parola, il 16 marzo 1994, alla festa per il successo elettorale di Forza Italia).
La difesa, stretta e totale, scatta invece a proposito di personaggi come Musotto, Floresta, D’Ali, Provenzano. Non vi sono evidenze penali nei loro confronti (o almeno non sono ancora state accettate da un tribunale): dunque sono da considerare - con un criterio pan-penale, giustizialista - vittime di un attacco, di una persecuzione. La sconvenienza politica di determinati comportamenti non e rilevata, non e sentita l’inopportunità di fare politica avendo avuto (o mantenendo) determinate relazioni o contiguità o compromessi. Cosi si perpetua un costume della politica italiana che e uno dei punti di forza della criminalita organizzata: la tolleranza nei confronti di un’area grigia che nella politica e negli affari può diventare, via via, inerte, contigua, complice. Senza punti di riferimento fuori dalle organizzazioni criminali, nella politica, negli affari, nella societa civile - dunque senza concorso esterno - le organizzazioni criminali sono semplici bande di fuorilegge. Con quei punti di riferimento diventano organizzazioni mafiose.
Anomale e isolate, invece, apparivano le valutazioni di Cristina Matranga, che continuava a difendere l’operato di Caselli e dei magistrati siciliani. Matranga - fiera di essere stata eletta, con le sue dichiarazioni pro-magistrati, in un collegio palermitano che comprende quartieri a forte presenza mafiosa come l’Uditore, la Noce, la Zisa - confermava di aver chiesto al suo partito un’operazione di igiene politica: «Dobbiamo aprire un approfondito dibattito interno, non pubblico, sulla nostra organizzazione. Non possiamo permetterci di attaccare in maniera cosi violenta i magistrati che sono in trincea contro la mafia. Sicuramente abbiamo commesso degli errori: vi sono infiltrazioni dentro Forza Italia (come anche dentro gli altri partiti: ma io sono di Forza Italia, e devo considerare il mio partito)». Matranga dichiarò, nel 1998: «Ora non mi sento più isolata: prima dell’estate ho incontrato Berlusconi e gli ho detto che mi pareva di essere un pesce fuor d’acqua per gli argomenti che sostenevo. Berlusconi mi ha risposto: “Li condivido e ti sono accanto”». Ma evidentemente la sua lotta antimafia, alla fine, non è piaciuta al partito: Silvio Berlusconi l'ha estromessa dalle liste elettorali per le politiche del 2001, quelle liste in cui avevano trovato posto invece Marcello Dell'Utri e Cesare Previti...
Anche a Catania due esponenti di Forza Italia, l’avvocato Antonio Fiumefreddo e l’eurodeputato Umberto Scapagnini, hanno lanciato pressanti appelli alla pulizia interna al partito. Fiumefreddo, avvocato ed ex responsabile provinciale di Forza Italia per gli enti locali, invio anche alcune lettere a Miccichè, denunciando nomi, situazioni e fatti specifici, e chiedendogli un intervento urgente contro le infiltrazioni mafiose nel partito2. Le lettere a Miccichè e tutto il materiale raccolto da Fiumefreddo sono finiti anche a Palermo, sul tavolo di un magistrato della procura. Isolato nel partito e rimasto senza alcuna risposta da Miccichè, Fiumefreddo nel maggio 1996 decise di dare e dimissioni da Forza Italia.
Nella geografia politico-criminale italiana, comunque, non c’e solo la Sicilia. Al di la dello stretto, Amedeo Matacena junior, figlio del patriarca di Reggio Calabria, il padrone dei traghetti Caronte che fanno la spola tra Calabria e Sicilia, parlamentare di Forza Italia e condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa: riconosciuto colpevole, in buona sostanza, per essere diventato negli ultimi anni il nuovo politico di riferimento della ‘Ndrangheta calabrese.
Dal suo seggio alla Camera, Matacena non aveva perso occasione per scagliarsi contro il colonialismo giudiziario dei magistrati di Reggio (in testa a tutti, il procuratore aggiunto Salvatore Boemi) che per fare carriera hanno preso a perseguitare una schiera di calabresi per bene.
Sul campo, Matacena e stato sostenuto da Giuseppe Aquila, ex barista sui traghetti di famiglia, poi fulminato dalla passione politica, sceso in campo con Forza Italia e dal 1997 vicepresidente della Provincia di Reggio Calabria. Il 1 settembre 1998 Aquila e stato arrestato, con l’accusa di concorso in omicidio: nel 1991, nel corso della guerra di mafia a Reggio, avrebbe sostenuto le famiglie di uno dei due fronti in lotta a colpi di kalashnikov. Escluso dalle liste elettorali delle politiche 2001, Matacena non ha mancato di far arrivare a Berlusconi e Dell'Utri pesanti avvertimenti. Chissà come andrà a finire...
Più d’una amministrazione locale gestita da Forza Italia e dai suoi alleati e risultata a rischio d’inquinamento mafioso. A Castel Volturno, per esempio, in provincia di Caserta, terra di conquista del clan dei Casalesi di Sandokan Schiavone, il 1 agosto 1998 piombo sul municipio il fulmine di un decreto prefettizio che sospese sindaco e Consiglio comunale per sospette infiltrazioni camorristiche. Primo cittadino di Castel Volturno era Antonio Scalzone, di Forza Italia. Un paio di settimane prima del decreto, una bomba incendiaria era piovuta come un minaccioso avvertimento sulla saracinesca del negozio di alimentari gestito dalla sorella del sindaco. A inizio 1999 sono 18 i Comuni commissariati per inquinamento mafioso (dieci in Campania, tre in Sicilia, cinque in Calabria). Nella maggioranza dei casi, al momento dello scioglimento erano retti da liste di destra o da liste civiche locali.
Ma le relazioni pericolose degli uomini di Forza Italia non sono un’esclusiva della Sicilia o del Sud. A Milano, il coordinatore provinciale dei club di Forza Italia ha dovuto ammettere di essere amico di uno dei più temibili boss della ‘Ndrangheta calabrese al Nord. Donato Giordano, politico di lungo corso, e stato per anni il socialista più votato alle elezioni amministrative di Bresso, paesone al confine nord di Milano. Più volte assessore, vicesindaco di Bresso dal 1991 al 1994, dopo l’implosione del partito di Craxi si era trasferito armi e bagagli nelle schiere di Berlusconi, che gli aveva affidato l’incarico di responsabile della segreteria regionale di Forza Italia e poi del cinamento provinciale. Eletto consigliere regionale nell’aprile 1995, il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni lo aveva chiamato a diventare assessore agli Affari generali nella sua giunta. Giordano nei primi anni Novanta ha dovuto spiegare al magistrato antimafia Armando Spataro come mai fosse socio di un’azienda, la Pie, di cui era socio anche Michele Lombardi, braccio destro del boss della ‘Ndrangheta Pepe Flachi, anch’egli amico del futuro assessore regionale. Ma si, si e difeso Giordano, Flachi io l’ho conosciuto vent’anni fa in un bar di Affori e non sapevo che fosse un delinquente. La mafia intacca la macchina amministrativa? Ma via, non scherziamo...
La vita, recita il ritornello di una canzone, è tutta un quiz. Infatti c'è il caso di quel pensionato che riesce a rispondere alla doman...
Questo BLOG non è una testata giornalistica: viene aggiornato con cadenza casuale e pertanto non è un prodotto editoriale (ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001) bensì un semplice archivio condiviso di idee e libere opinioni. Tutto ciò ai sensi dell'art.21 comma 1 della Costituzione Italiana che recita come: TUTTI HANNO DIRITTO DI MANIFESTARE LIBERAMENTE il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
Dissertazioni su Street Art, ne vogliamo parlare? A cura di Toti Clemente
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può, pertanto, considerarsi un prodotto editoriale, ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001
Un'immagine, un racconto
La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)
Si avvisano i visitatori che questo sito utilizza dei cookies per fornire servizi ed effettuare analisi statistiche anonime. E’ possibile trovare maggiori informazioni all’indirizzo della Privacy Policy di Automattic: http://automattic.com/privacy/ Continuando la navigazione in questo sito, si acconsente all’uso di tali cookies. In alternativa è possibile rifiutare tutti i cookies cambiando le impostazioni del proprio browser.
Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari