"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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giovedì 4 settembre 2014

PALERMO, 12 MAGGIO 2007. VIGILIA DELLE ELEZIONI PER IL SINDACO.

Si vota per il sindaco di Palermo. Il candidato del centrosinistra è di nuovo Leoluca Orlando, questa volta con l'Italia dei valori di Antonio Di Pietro. Il candidato del centrodestra è Diego Cammarata, sindaco uscente. Il presidente di seggio della sezione 460 nel quartiere Cruillas, Gaetano Giorgianni, si reca nella sede elettorale di «Azzurri per Palermo» che sostiene Cammarata. Fa presente che ha 45 anni ed è disoccupato. Il consigliere comunale Gaspare Corso gli promette, in caso di vittoria, un posto da ausiliario del traffico. Segue brindisi per suggellare il patto. Poi si organizzano: immetteranno nelle urne 260 schede già votate per Cammarata. Corso le scrive, la cognata le piega.
Giorgianni si reca al seggio alle 5.30, non c'è ancora nessuno, infila le schede nelle urne e le sigilla.
Diego Cammarata vince le elezioni tra accuse di brogli diffusi. Orlando protesta, ma il risultato non cambia.
Gaetano Giorgianni, reo confesso, viene arrestato nell'ottobre del 2008. Non è diventato ausiliario del traffico.

Enrico Deaglio (Patria, 1978-2008 - Fonti, curiosità e spunti di ricerca a cura di Andrea Gentile - ilSaggiatore - 2009)


martedì 2 settembre 2014

Ma Renzi è adatto a governare?

È adatto Matteo Renzi al compito che si è preso? "Is he fit to govern?". Mi sembra che si stia avvicinando il tempo di farsi anche su di lui la domanda che ha dannato tanti altri premier italiani, e non solo, in questa crisi che dura da ormai sei anni.
Diamo per scontato la risposta da parte delle artiglierie dei Renzi-fan, diventati oggi così radicali e insultanti da far sembrare i grillini dei perfetti gentiluomini. Intorno all'inquilino di Palazzo Chigi si è formato infatti un dogma di "infallibilità", una narrativa che passa da trionfo a trionfo , una vulgata del genere "durerà venti anni", il mantra "a lui non c'è alternativa" ripetuto da amici e ancor più da nemici. In una sorta di sindrome di Fukuyama, autore de "la fine della storia", presto smentito dalla storia stessa. 
Un leader tuttavia dura tanto quanto è efficace la sua azione di governo. E al momento Matteo Renzi , a dispetto dei molti fuochi d'artificio che circondano la sua persona, è in un punto molto critico della sua forza politica.
Non è questione né di immagine né di buone maniere, di cui non ci interessa assolutamente nulla. Si tratta di risultati - materia che rimane molto ostica per il giovane presidente.
Il più atteso dei suoi provvedimenti, lo Sblocca Italia, è intanto stato giudicato quasi unanimemente inferiore alle esigenze della drammatica situazione del paese. E se una parte di inadeguatezza era da mettere in conto, visto che Renzi è in sella da soli sei mesi, e non ha la colpa di una difficile situazione che dura da anni, non è invece giustificabile la inadeguatezza del metodo con cui il premier si sta confrontando con le reali condizioni del paese.
Fa testo di questa inadeguatezza il percorso di preparazione e le conclusioni del primo Cdm d'autunno - insieme sono purtroppo la fotografia di un governo segnato dalla approssimazione amministrativa. Abbiamo assistito a vicende incredibili, che per qualunque altro esecutivo avremmo stroncato sul nascere.
Surreale il percorso della riforma della scuola. Non c'è nulla di meno serio di un premier che su un argomento così delicato per le famiglie e le decine di migliaia di lavoratori del settore, non lavori insieme al suo ministro; un premier che pochi giorni prima di proporre questa riforma scenda in campo con pirotecniche affermazioni tipo "vi stupirò", salvo poi ritirare l'intero progetto evidentemente non pronto, con la flebile scusa dell'ingorgo.
Surreale anche il percorso della riforma del lavoro, che ha subito lo stesso travaglio di quella della scuola, con un ministro, Poletti, che un giorno annuncia, un giorno nega quel che ha detto. E il riemergere di un tema, l'abolizione o meno dell'articolo 18, che ha a lungo diviso il paese, e che certo meritava di essere trattato , non fosse altro per capire cosa ne pensa il governo, e che è stato però seppellito sotto un aggettivo, in questo caso "superato".
Ma se la voce lavoro è dispersa, la voce giustizia, la più delicata da vent'anni a questa parte, è finita dritta dritta di nuovo nelle secche dello scambio politico, irretita nelle fibrillazioni della maggioranza e delle preoccupazioni di Silvio Berlusconi. Stesso destino per le risorse fresche, i milioni promessi per il rilancio dell'economia, passati da 43 miliardi, oppure 30, altre cifre vaganti, a infine solo a 3,8. 
Nel complesso, persino le azioni giuste, che riguardano soprattutto la semplificazione normativa, sbiadiscono in rapporto a tutta la retorica dei mesi passati - Renzi, ricordate, è lo stesso leader che solo sei mesi fa accusò il suo predecessore Enrico Letta di usare "il cacciavite" laddove, disse, per cambiare l'Italia ci voleva "una rivoluzione". Altro che cacciavite - al suo primo incontro con il mondo reale della vita dei cittadini Renzi ha fatto soprattutto manutenzione.
La nomina della Mogherini a Lady Pesc sembra segnare invece l'azione internazionale del premier di ben altra caratura di quella mediocre nazionale. Quella nomina, va detto con chiarezza, è un indubbio successo, e la Mogherini non è né giovane - solo in Italia si è giovani a 40 anni - né inesperta. A lei vanno i nostri auguri perché dal suo lavoro dipendono oggi molte vicende, prima di tutte la potenziale guerra in Europa, ad alto impatto anche nazionale.
Ma, parlando appunto di guerra, come in Italia, così a Bruxelles non abbiamo sentito nessun discorso di contenuti accompagnare la nomina. Non sappiamo oggi più di ieri perché abbiamo chiesto il posto di Lady Pesc. Perché vogliamo creare un nuovo detente contro la Russia, perché temiamo una seconda guerra fredda, perché pensiamo che solo noi Italiani possiamo essere un ponte fra russi e Occidente, perché pensiamo che i russi possano aiutarci in Medioriente - o forse sono essenziali solo a noi italiani perché così abbiamo una leva in più in Occidente? Di quale di queste opzioni si tratta? Esattamente per cosa ci batteremo sul cosiddetto scacchiere mondiale? Siamo con Kissinger che chiede di ridefinire tutti gli strumenti di intervento, siamo per definire una nuova frontiera occidentale, siamo per un ribaltamento di alleanze in Medioriente, o per nuovi fronti militari? Siamo per i diritti umani o per la realpolitik? Siamo per bombardare Isis con Assad, e l'Iran, e vogliamo pagare per gli ostaggi, o liberarli impiegando le forze speciali? Insomma cosa pensa Renzi, premier del nuovo mondo? Per ora abbiamo soltanto sentito ripetere la frase "mediazione" a ogni angolo. Speriamo che basti.
Ma se non ha parlato di politica estera, Renzi ha però fatto un commento per festeggiare la nomina di Mogherini: "questa nomina indica che c'e' una nuova generazione al potere". E questa frase è in fondo il vero cuore della sua identità politica- il raggiungimento del potere. Un potere formale, materiale, riconoscibile in una serie di posizioni per sé e per tutti i suoi associati.
Non c'é nessun disprezzo in quel che dico. Il potere è l'anima della competizione pubblica da sempre. Non per tutti, non sempre, ma afferrarlo e esercitarlo è la ragione per cui si scende - o non si scende - in politica. O, almeno, in un certo tipo di politica .
E nella piattaforma renziana, fin dall'inizio, il potere ha un ruolo centrale, sotto forma di rottamazione, annuncio di un ricambio generazionale fatto con maniere decise. Obiettivo del tutto legittimo, parte della dinamica dell'evoluzione, e base molto forte della popolarità che ancora gonfia la bandiera renziana. 
Su questa piattaforma Renzi si è rivelato geniale, e degno erede di quella grande scuola della Dc che ha visto in Andreotti il suo maggior e più pragmatico rappresentante, quello del potere che logora solo chi non ce l'ha. Come un treno, ha saputo cogliere le debolezze del suo partito, del sistema burocratico romano, delle classi dirigenti italiane prima e quelle europee dopo. È riuscito a intimidire con insulti alcuni di loro, altri li ha invece piegati con la seduzione della sua energia, altri ancora facendo leva sull'opportunismo di chi ama i vincenti.
La sua è stata una visione del potere senza gabbie etiche, solo e puramente funzionale. Non ha mai avuto dubbi infatti sulla natura tattica delle alleanze, e così come non ha esitato a far fuori Enrico Letta, così ha risdoganato e rimesso al centro senza nessuna spiegazione l'arcinemico del suo stesso partito, Silvio Berlusconi; o ha distrutto e rivivificato carriere a seconda dei voti che aveva necessità di raccogliere su questo o quel provvedimento. Che la priorità assoluta dei primi sei mesi della sua attività di governo sia stata la riforma del Senato ha senso solo in questo percorso.
Non è in sé sbagliato. Come si diceva è una idea che viene da una onorata e molto lunga tradizione - il potere si giustifica col potere perché solo il potere autorizza il cambiamento. Renzi in questo sfoggio di forza ha infatti affascinato e addomesticato quasi il 50 per cento del paese.
C'è un solo problema in questo schema, e che ora si presenta alla sua porta. Dopo la conquista, il potere occorre riempirlo di fatti, di idee, di proposte. E su questo Renzi arriva tardi e male. E non solo perché non ha i soldi. Anzi. 
Arriva tardi e male perché in questi mesi non ha saputo o voluto raccordarsi davvero con il paese, e la sua crisi. Il suo orizzonte è stato il più politicista di tutti i leader più recenti. Proprio perché concentrato sulla presa dei centri di potere. Ma non ha saputo mai spiegare a tutti noi perché si sta sempre peggio, cos'è che non funziona nelle nostre città e come mai l'Italia ha continuato a scivolare verso dati economici negativi. Non lo abbiamo visto parlare con nessun poveraccio, salvo i suoi giri veloci e le sue pacche sulle spalle. Ha visitato a mala pena qualche fabbrica, della lunga vicenda della Alcoa non ha preso mai nota, ha fatto i suoi gesti di potere disprezzando Squinzi e i sindacati, ma ha visto Landini che è 'nuovo' e cool ma non sembra avergli parlato a sufficienza da capire che lui e Landini vivono in luoghi diversi. Parla tanto di quote rosa, ma non parla mai di aborto, di diritti, di bambini uccisi da madri a da padri in depressione. Non ha mai fatto una filippica sull'onestà collettiva, sulla evasione fiscale, in compenso abbiamo tante filippiche su gufi e invidiosi e specie altre. Non ha mai detto una parola sul disagio dei giovani, sul degrado che alcol droga e bassi affitti hanno scatenato questa estate sul nostro territorio nazionale, in compenso fa docce gelate, e prepara una mossa smart via l'altra, un permanente girotondo di discorsi, conferenze stampa, convegni - oggi sappiamo già della conferenza stampa di mercoledì e poi del convegno europeo di venerdì e poi della la visita all'Onu prima anticipata da quella - e dove altro? - alla Silicon Valley.
Ma soprattutto sembra non aver mai albergato nella sua testa l'idea che un paese in gravissima crisi c'è bisogno di un qualche misura speciale. Forse di una idea di unità nazionale che non sia solo il suo patto con Berlusconi e Ncd a fini di raccattare i voti che gli servono.
Roosevelt fece i lavori pubblici, Marshall finanziò la ripresa europea, Mussolini risanò le paludi. E lui ha qualche compito cui tutti noi possiamo concorrere, ha in mente una chiamata alla responsabilità di lavoratori e imprenditori, come in Germania ad esempio, o la ripresa viene automaticamente fuori dal suo inarrestabile presenzialismo? Si è mai chiesto Renzi perché i suoi 80 euro non hanno funzionato? Dove li ha messi la gente che li ha ricevuti? Sotto il materasso? Ha saldato i debiti pregressi? Nemmeno con quei dieci milioni di Italiani che ha concretamente e generosamente aiutato lo abbiamo mai visto parlare. 
Il premier si fa sempre un punto di far sapere di fregarsene delle opinioni dei suoi critici. Ma le cambiali arrivano anche per lui. E nel caso di questi ultimi giorni la conseguenze del suo stile di lavoro si sono viste.
Alla fine di questa girandola di gestione di potere, arrivato al dunque delle misure da decidere per il paese, i tanti suoi progetti sono poi stati filtrati, messi in ordine e limitati da uomini più saggi e più vecchi di lui. Le sue ambizioni meravigliose si sono scontrate con la fermezza del ministro del Tesoro nel tenere i piedi per terra nei conti, nella fermezza di Napolitano di non prestarsi a giochi di illusionismo politico, e con la figura imponente di Mario Draghi diventato ormai il real player politico anche per l'Italia, oltre che per l'Eurozona.
Alla fine, spenti i fuochi artificiali, il Renzi che esce da Palazzo Chigi e naviga nel mondo reale è nei fatti un premier tenuto continuamente a balia da altri. Un premier decisamente messo al suo posto di ragazzino. E non solo dalla copertina dell'Economist.


lunedì 1 settembre 2014

Economia, illegalità, ruolo delle istituzioni e delle conoscenze

Sulle edizioni di ieri de Il Sole 24ore e de Il Corriere della Sera sono apparsi gli articoli di due autori che, pur collocandosi in ambiti del tutto diversi quanto a formazione culturale, esperienze professionali e appartenenza politica, affrontano, uno con argomenti giuridici, l'altro con argomenti etici, lo stesso tema, giungendo a conclusioni segnate dalle medesime preoccupazioni. Il tema è quello dei rapporti tra economia legale e economia illegale e dei rischi, sempre più presenti, di una non esatta demarcazione tra le due zone, preludio all'ampliamento delle aree di sovrapposizione e quindi di assimilazione.
L'articolo su Il Sole di Guido Rossi (Quando la corruzione diventa "legalità"), richiamandosi a due sentenze della Corte Federale Americana, che avrebbero fatto definitivamente cadere ogni limitazione ai finanziamenti, diretti e indiretti, della grande impresa a favore della politica, si allinea alle preoccupazioni di importanti giuristi americani, che hanno già scritto di corruzione della legalità, quale forma di condizionamento sistematico dei grandi interessi economico/finanziari nei confronti dell'ordinamento politico/istituzionale voluto dalla Costituzione americana.
Il passaggio dal Government of People al Government of Corporations sarebbe ormai inesorabilmente avviato e non se ne potrebbe scongiurare la diffusione ad altri sistemi economici, in un progressivo contagio prodotto dal modello americano, se non rifiutando decisamente ogni ambiguità relativamente al principio stesso di legalità.
Vale a dire che la corruzione, esercitata dai grandi attori economici nei confronti dei politici e veicolata tramite il debito pubblico, non deve diventare fonte stessa di diritto, come avvenuto nel caso delle sentenze federali avanti citate, subordinando per sempre gli interessi generali dei cittadini ad altre ragioni, pena minare irrevocabilmente le fondamenta stesse dello stato di diritto alla base delle democrazie occidentali.
Va da se' che Rossi attribuisce queste pericolose tendenze al disordinato sviluppo del capitalismo finanziario degli ultimi anni, che, ottenendo il progressivo allentamento delle regole, ha prodotto un inestricabile connubio tra economia finanziaria, non solo rappresentata dal cosiddetto shadow banking, e politica.
L'articolo/lettera sul Corriere (I rischi dell’economia illegale nel Pil) a firma di Letizia Moratti, già Ministro della Pubblica Istruzione, si sofferma sui prossimi cambiamenti nella misurazione del Pil, con inclusione nel calcolo dell'apporto di attività economiche illegali quali corruzione, traffico di droga, prostituzione, per un beneficio stimato in uno/due punti percentuali. Questa opzione è stata preferita a modalità in grado di considerare a questo fine aspetti sociali, ambientali, culturali della qualità della vita reale, anteponendo obiettivi immediati di mera crescita quantitativa del Pil al tema della preservazione della moralità nell’economia.
Concretamente gli apporti alla ricchezza di un Paese rappresentati da progetti educativi e di istruzione, di attenzione al patrimonio artistico e culturale, di promozione di modelli di welfare sostenibili (e tutti sanno quanto di queste attività l'Italia abbia oggi estremo bisogno), andrebbero in buona parte computati mediante il valore economico da attribuire al cosiddetto terzo settore, stimato al momento in circa 20 miliardi annui pari a oltre un punto percentuale di Pil.
Introdurre i proventi dell’economia illegale è invece una scelta che non solo va nella direzione opposta a questi modelli innovativi di valutazione, ma che potrebbe addirittura incentivare ulteriori comportamenti illegali, estendendo la questione del computo del valore economico a reati sempre più odiosi, quali, ad esempio, la tratta dei migranti o il traffico di organi umani. Anche per la Moratti, la deriva etica della finanza speculativa è la conseguenza della liberalizzazione sempre più ampia intervenuta nella legislazione finanziaria statunitense.
Il richiamo di Rossi per un attento approfondimento delle tendenze osservate nel sistema giuridico americano e la proposta della Moratti per nuove politiche di promozione di una economia positiva in quello italiano sono del tutto condivisibili.
Forse qualche spunto in più è, però, altrettanto opportuno, circa le cause più profonde dei rischi di contaminazione della economia legale da parte della economia criminale. Ce ne offre l'opportunità il recente e originale lavoro, suffragato da una ponderosa raccolta di dati e stime statistiche, dell'economista francese Thomas Piketty dal titolo Le capital au XXIe siècle(Seuil, 2013), che sta alimentando un vivace dibattito tra gli economisti.
Opera che si richiama al pensiero economico classico di Marx, il lavoro di Piketty introduce alcune importanti differenziazioni nella spiegazione della dinamica e delle interdipendenze tra capitale e reddito, mettendo in evidenza la forte tendenza alla concentrazione della ricchezza che si genera dalle rendite immobiliari, fondiarie, finanziarie. In sostanza, il capitale "ereditato" cresce più rapidamente di quello che si accumula con il risparmio prodotto dal reddito da lavoro. Soprattutto le rendite finanziarie continuano ad alimentare quello che Piketty chiama capitalismo patrimoniale, producendo crescente disuguaglianza distributiva e innestando un circolo vizioso tra diseguaglianza e crescita, a causa del forte aumento del rapporto tra capitale e reddito, fino a livelli mai sperimentati nei due secoli e mezzo di storia del capitalismo. E' come se il capitale originato dalle rendite finanziarie fagocitasse un po' alla volta il reddito da lavoro, distruggendo le fonti vere della accumulazione produttiva.
Sul piano sociale ciò conduce al progressivo impoverimento delle classi medie, nel tempo economicamente e socialmente più dinamiche, e, di conseguenza, al rallentamento dello sviluppo economico. Insomma negli ultimi decenni si sarebbe rovesciato il processo affermatosi nel "trentennio glorioso" della ricostruzione post bellica durante il quale il rapido processo di industrializzazione, insieme a politiche fiscali coerenti anche in termini di tassazione, aveva invece favorito il rafforzamento delle classi medie, il consolidamento della democrazia e una crescita economica elevata in tutti gli Stati occidentali.
Le politiche per invertire questo corso sono, per Piketty, quelle di ripristinare un sistema di accesso alle conoscenze e alla loro diffusione a costi più bassi degli attuali, al fine di promuovere una maggiore inclusione sociale e la valorizzazione del capitale umano, ma soprattutto di depotenziare, con una tassazione progressiva, il meccanismo di accumulo delle rendite patrimoniali di natura finanziaria per rallentarne la insaziabile voracità.
Anche se Piketty non affronta direttamente il tema del rapporto tra capitale patrimoniale e quadro giuridico, la sua proposta di correzione delle tendenze in atto non può non riportarci al tema della legalità, attraverso la necessità di stabilire regole coerenti con il Government of People invece che con il Government of Financial Corporations. La sua chiara proposta a favore dell'economia politica come scienza sociale, in contrapposizione agli eccessi della modellistica quantitativa degli economisti in voga negli ultimi decenni e intellettualmente organica con la crescita della rendita finanziaria, implica che l'interpretazione da dare ai fenomeni economici e i conseguenti interventi pubblici debbano essere riformulati in un quadro in cui la riduzione del grado di concentrazione della ricchezza sia vista come passaggio essenziale per ripristinare condizioni più durature e quindi più eque di sviluppo.
Il tema della legalità nella sua più ampia accezione si lega quindi direttamente alla diminuzione del grado di disuguaglianza, dato che il livello di condizionamento degli attuali detentori del potere economico non può che portare ad un contesto sempre più favorevole a coloro che già godono di posizioni di privilegio, favorendo i fenomeni corruttivi di cui sopra si è detto.
La più volte richiamata istanza delle riforme, intorno alla quale si vanno ora affannando anche organismi tecnici come le Banche centrali, ma che restano ovviamente esclusiva prerogativa dei governi democraticamente eletti, dovrebbe consistere nel porre definitivamente al centro del tavolo della politica e dell'economia il tema degli investimenti in capitale umano (dal livello di istruzione al funzionamento, con le opportune tutele e opportunità, del mercato del lavoro).
Ciò, a ben vedere, è anche vera garanzia di difesa a lungo termine della legalità dalla preoccupante offensiva della criminalità economica, anch'essa probabilmente espressione di un modello di rendita che mostra sempre più ampie aree di contiguità - basti pensare alla dimensione del riciclaggio - con quella famelica rendita finanziaria di cui parla Piketty.
Altrimenti non rimarrebbe che il vecchio cinico detto secondo il quale se non puoi sconfiggere i tuoi nemici, non resta che allearti con loro. Ma non sarebbe davvero l'augurio da fare alle democrazie occidentali.

Daniele Corsini (A.D. Cabel Holding)


domenica 31 agosto 2014

Renzi, cono d’ombra

Con tutti i problemi che abbiamo non si sentiva proprio il bisogno di un replay di Berlusconi che fa il clown e passeggia per il cortile di Palazzo Chigi leccando un gelato. Anzi, duole dirlo, ma perfino l’ex Cavaliere avrebbe evitato di fare il pagliaccio con il governo nel bel mezzo di una crisi economica ogni giorno più devastante.
Ma, come il Pregiudicato (con il quale non a caso è culo e camicia e stringe patti segreti), Renzi pensa di fare fessi gli italiani con queste piccole armi di distrazione di massa. Non gira un euro, i negozi sono vuoti, le imprese chiudono, le famiglie affrontano il peggiore autunno dagli anni 50, ma il premier giovanotto viene immortalato mentre mangiucchia banane o si tira una secchiata d’acqua in testa.
Come dire: ragazzi va tutto benone, e se i gufi dell’Economist mi dipingono come un adolescente immaturo accanto a Hollande e alla Merkel mentre la barchetta dell’euro affonda, io ci rido sopra e fo il ganzo. Purtroppo, la bibbia della grande finanza voleva comunicargli che i grandi investitori non sanno che farsene del governo degli annunci ai quali quasi mai seguono i fatti. Dopo la figuraccia della riforma scolastica (con i centomila precari assunti da un giorno all’altro, secondo i giornali di corte) che aveva detto “vi stupirà” e che infatti molto ci ha stupito per la sua assenza, Renzi invece di chiudersi in un imbarazzato silenzio si è sparato la mirabolante riforma della giustizia civile che, venghino signori venghino, durerà la metà e mi voglio rovinare.
Se continua così, lo statista di Rignano non farà l’annunciato big bang, ma un grosso botto sì. Al gusto di limone.


giovedì 28 agosto 2014

L’ULTIMO BACIO

Ventun anni dopo le prime rivelazioni del suo ex autista pentito Balduccio Di Maggio ai pm di Palermo, Salvatore Riina conferma – intercettato mentre si confida con il suo compagno di ora d’aria – ciò che chiunque conosce le carte del processo ha sempre saputo: e cioè che nel 1987 il capo di Cosa Nostra incontrò per davvero il sette volte capo del governo Giulio Andreotti, allora ministro degli Esteri, in casa di Ignazio Salvo a Palermo. Lo incontrò, ma non lo baciò. Quante ironie, aggressioni e lapidazioni hanno subìto i pm Caselli, Lo Forte, Natoli e Scarpinato che ebbero l’ardire di istruire il processo al politico più potente della Prima Repubblica, indagando su quel summit e portandone le prove. Ironie che partivano da un dettaglio trascurabile, il bacio, anziché dalla sostanza: il colloquio col boss.
Ora a quelle prove si aggiunge l’ammissione di Totò ‘u curtu, ma c’è da giurare che anche questa cadrà nel dimenticatoio: Andreotti è morto da padre della patria, omaggiato dal presidente della Repubblica Napolitano, del Consiglio Letta e del Senato Grasso (già capo della Procura di Palermo e poi di quella Nazionale Antimafia). Tutti sanno benissimo che fu per decenni un complice della mafia, ma questa verità non si poteva dire prima della confessione di Riina, e non si può dirla nemmeno ora. Sarebbe la miglior conferma del patto occulto fra Stato e mafia che aveva retto fino a metà degli anni 80 e che, dopo una breve crisi, fu rinnovato nel 1992-‘93 con la trattativa aperta dai politici della Prima Repubblica tramite il Ros e chiusa dagli alfieri della Seconda tramite Dell’Utri (non a caso condannato per mafia e ora recluso a Parma a poche celle di distanza da Riina). Del resto, non c’era bisogno delle parole di Riina per provare la mafiosità di Andreotti: bastava la sentenza definitiva della Cassazione, che dava per assodati i suoi incontri con i boss Frank “Tre Dita” Coppola, Tano Badalamenti, Stefano Bontate (due volte, per discutere del delitto Mattarella, prima e dopo che venisse perpetrato), Nino e Ignazio Salvo e Andrea Maciaracina (fedelissimo di Riina). Il tutto fino alla primavera del 1980. Ora sappiamo, dalla viva voce dell’unico superstite insieme a Di Maggio, che ci fu pure il summit con Riina nell’87. Che avrebbe comportato per il Divo Giulio non la prescrizione, ma la condanna per mafia, se i giudici non l’avessero considerato insufficientemente provato. 
E dire che, anche senza la parola di Riina, il processo già pullulava di prove. Cosa raccontò Di Maggio il 16 aprile 1993 ai pm Giuseppe Pignatone e Franco Lo Voi? Di aver accompagnato Riina in casa Salvo all’incontro con Andreotti, iniziato con il bacio rituale del boss al ministro. Ciccio Ingrassia, grande attore siciliano, commentò: “Non so se i due si siano incontrati. Ma, se si sono incontrati, sicuramente il bacio c’è stato”. Dopo Di Maggio, di quell’incontro parlano altri 7 collaboratori di giustizia, tutti considerati attendibili: Enzo ed Emanuele Brusca, Calvaruso, Cannella, Cancemi, La Barbera e Camarda. Ma per il Tribunale diventano di colpo inattendibili. Tutti. Di Enzo Brusca i giudici scrivono che “la sua collaborazione è stata preceduta da reticenze, menzogne e persino progetti, concordati col fratello Giovanni, di inquinamento di processi e falsi pentimenti”. Quali? Il Tribunale non lo dice. Per la semplice ragione che ha sbagliato persona: quelle condotte disdicevoli le ha commesse il fratello Giovanni. Non Enzo, che anzi aiutò gli inquirenti a smascherarle. Al processo succede di tutto. I pm dimostrano che il 20 settembre 1987, giorno dell’incontro con Riina, Andreotti è a Palermo per la Festa dell’Amicizia Dc. E, secondo unanimi testimonianze, scompare dall’hotel Villa Igiea dall’ora di pranzo fino quasi alle 18, quando parla alla Festa. Dunque ha tutto il tempo di raggiungere casa Salvo, parlare con Riina e tornare in albergo. Brutto affare, per il senatore. Gli serve un alibi. Così manda avanti ben tre testimoni a giurare di averlo visto ben prima delle 18, per riempire l’imbarazzante buco di 5-6 ore. 
A deporre in suo favore si presentano un regista Rai, il segretario di un ex deputato Dc e l’amico giornalista Alberto Sensini (che risultava nelle liste della P2). Peccato che i tre si rivelino tutti farlocchi, o almeno “smemorati”. Il caso di Sensini è avvincente: l’allora inviato del Corriere della Sera giura di aver intervistato Andreotti quel pomeriggio poco prima del suo comizio alla Festa dell’Amicizia, che secondo la cronaca del “Popolo” si svolse alle 16. Dunque l’intervista fu intorno alle 15. Ma poi i pm scoprono che all’ultimo momento il comizio venne spostato, per il caldo, alle 18. E che Andreotti giunse stranamente in ritardo: dopo le 18,30. Dunque, stando al ricordo di Sensini, l’intervista era iniziata verso le 17,30. E prima, dalle 14 alle 17,30, Andreotti ebbe tutto il tempo per incontrare segretamente chi gli pareva. Fa fede la chiusura dell’intervista di Sensini, uscita l’indomani sul Corriere: “Così Andreotti Belzebù si congeda e va a parlare sotto i terribili tendoni del festival…”. Il buco temporale che Sensini doveva riempire si riapre. Come la risolvono, a questo punto, i giudici del Tribunale? Semplice: “Il Sensini ha espressamente affermato che si trattò di un ‘artificio letterario’”. Peccato che Sensini abbia dichiarato al processo che Andreotti, subito dopo l’intervista, si congedò da lui: l’artificio letterario non era la frase “Andreotti si congeda”, semmai la definizione di “Andreotti Belzebù”. In appello i giudici, che pure ebbero il coraggio di affermare la mafiosità del senatore a vita fino al 1980 ribaltando il verdetto di primo grado, preferirono sorvolare su queste anomalie a proposito del vertice con Riina, confermando per quell’episodio l’insufficienza di prove. 
Ora vedremo come la metteranno quanti sostengono che la storia non si fa nelle aule di tribunale. Giusta teoria, se avessero la decenza di aggiungervi un “soltanto”: la storia si fa anche nell’ora d’aria. Soprattutto se a parlare è il boss che incontrò Andreotti. Il bacio è un apostrofo rosa fra le parole “Stato” e “mafia”.


 

mercoledì 27 agosto 2014

La ricetta anti-crisi è trovare il coraggio della decrescita

Secondo l’Istat a luglio i prezzi al consumo sono aumentati solo dello 0,1% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Ancora più significativi sono i dati del ‘carrello della spesa’: frutta e verdura costano il 10% in meno, sempre rispetto al 2013 e i prodotti per la cura delle persone e della casa registrano un   -0,6%. L’inflazione è sotto l’1%. “Siamo legati agli oggetti, non buttiamo via mai niente” dice il sociologo dei consumi Italo Piccoli e l’economista Fausto  Panunzi aggiunge: “Si è portati a risparmiare quasi compulsivamente, a comprare solo lo stretto necessario”.
Sembrerebbero tutte notizie positive. Se l’inflazione è all’1% vuol dire che i 100 euro che ho in tasca ne valgono 99, se l’inflazione è al 20% i miei 100 euro ne valgono ottanta così come il mio stipendio reale è il 20% in meno di quello nominale. E vorrei vedere il consumatore che si lamenta perché paga le pesche il 10% in meno. Non buttare via i frigoriferi che rendono ancora decentemente il loro servizio o non farsi attrarre, in questo caso sì ‘compulsivamente’, da ogni sciocchezza che offre il mercato, vivere del necessario invece che del superfluo  fa bene al nostro equilibrio psicologico ed è un risparmio   oltre che economico anche ecologico perché evitiamo di ammonticchiare rifiuti che poi non sappiamo come smaltire.
E invece in termini macroeconomici tutti questi dati sono negativi. Dove sta il marcio? Nella crescita. Un modello economico basato sulla crescita quando non riesce o non può più crescere collassa (che non è la situazione solo dell’Italia ma di tutti i paesi che sono dentro questo modello, compresi anche quelli che in questo momento viaggiano col vento in poppa perché anche loro prima o poi si troveranno davanti al limite, dato che le crescite all’infinito esistono in matematica ma non in natura). E il collasso è  piuttosto rapido. E’ come la cassetta di un film che arrivata alla fine si riavvolge in pochi secondi. Se i cittadini consumano poco le imprese saranno costrette a ridurre la produzione e a liberarsi di molti lavoratori i quali, in cassa integrazione o disoccupati, consumeranno ancora meno, le imprese produrranno meno e manderanno a casa altri lavoratori in un circolo vizioso vorticoso. In un sistema come questo gli uomini sono costretti a consumare per produrre invece di produrre per consumare.
Tutto ciò in nome della macroeconomia e del Pil, cioè della ricchezza complessiva di un Paese. Ma la ricchezza di un Paese ha poco o nulla a che fare con la ricchezza dei suoi abitanti. La Nigeria è il paese più ricco dell’Africa ma ha il più alto numero di poveri dell’ex Continente nero. E’ la ricchezza che crea la povertà come si accorse Alexis De Tocqueville che nel suo saggio ‘Il pauperismo’ del 1835 notava, con stupore, che i Paesi rimasti fuori dalla Rivoluzione industriale avevano il minor numero di poveri.
C’è una soluzione a questo busillis infernale? Bisognerebbe avere il coraggio di decrescere, di diminuire la produzione, il lavoro, la ricchezza complessiva e di portarsi a un livello di equilibrio dove non si avanza più ma nemmeno si retrocede, redistribuendo la minor ricchezza rimasta in modo più equo. Ma ci vorrebbe un’intelligenza, una visione del futuro che le élites politiche mondiali, ansiose solo di consenso qui e ora, non possono avere.


DAI RITI CELTICI ALLA MACUMBA: L’EVOLUZIONE DI CALDEROLI

Secondo fonti sperabilmente non autorevoli, Roberto Calderoli avrebbe chiesto la revoca della macumba orchestrata ai suoi danni dal padre del ministro italoafricano Cécile Kyenge (clicca qui) , offeso per le dichiarazioni razziste del politico italopadano. Una macumba fortunatamente non è una fatwa.
Ma sfortunatamente ha coinciso con una consistente raffica di sciagure ai danni del suo destinatario: ricoveri in ospedale, acciacchi di varia entità, lutti familiari, infine l’intrusione in casa di un ragguardevole serpente (enorme per i parametri italiani), un magnifico biacco di un paio di metri, non velenoso, che Calderoli ha accoppato a randellate attirandosi la peggiore di tutte le disgrazie, l’ira degli animalisti che vogliono vederlo ai ceppi.
Va detto che la superstizione è un territorio nel quale anche il più savio e ragionevole degli umani rischia di perdere la trebisonda, e dare il peggio di sé. Ma che un così autorevole leader (sta lavorando, anzi ri-lavorando al riassetto istituzionale della Repubblica italiana, già da lui ampiamente manomesso in passato) possa collegare eventi della propria esistenza a una maledizione tribale, non è una notizia che rallegri. O meglio: fa ridere. Ma non rallegra. Perché rivela una vulnerabilità culturale piuttosto rattristante, e davvero inspiegabile in uno dei capi più insigni di un movimento identitario come la Lega, che alle macumbe dovrebbe guardare con irridente distacco, come l’evoluto uomo bianco guarda al folklore primitivo.
Lo stesso ministro Kyenge, che il macumbato paragonò a un orango confermando — vedi biacco — un rapporto totalmente scriteriato con il mondo animale, ha in qualche modo richiamato Calderoli alle credenze e ai costumi a lui propri, tipo il cattolicesimo (che condanna severamente magia e superstizione). Ma non è certo che l’invito possa essere raccolto, e sia di conforto al nostro. I più attenti osservatori del costume nazionale, nonché regionale, ricorderanno infatti che Calderoli volle prendere moglie, a suo tempo, secondo il rito celtico, con tiritere druidiche e costumi boschivi, chissà se importati da un varietà di Las Vegas o cuciti da sartine padane (comunque su cartamodelli di Las Vegas).
Giù in quella pittoresca cerimonia, a ripensarci, si poteva intuire un notevole eclettismo religioso, e una lodevole apertura a culture anche molto distanti dalla Padania odierna. Levato il razionalismo, che è l’ideologia morente di un’Europa in totale crisi di panico, dalle parti di Calderoli il terreno è fertile per credenze di ogni natura e di ogni taglia, macumbe, pozioni magiche, gli elmi cornuti, Braveheart che corre urlando nella brughiera, i dolmen che comunicano con gli alieni, perfino il Sole delle Alpi, simbolo cultuale così poco conosciuto fino a ieri l’altro che neppure la redazione di Voyager sarebbe in grado di costruirci sopra un servizio decente.

Le statistiche, del resto, dicono cose molto poco confortanti sul dilagare delle pratiche magiche in proporzione all’aggravarsi della crisi e al sentimento dell’insicurezza, economica e personale. Nel Nord Italia il fatturato del comparto è fiorentissimo, anche se in nero (la fattura senza fattura piace molto a maghi e fattucchiere). Almeno in questo senso, tra eletti ed elettori la sintonia è perfetta. Si convochi a Pontida una cerimonia di guarigione e salvezza contro la macumba, elmi cornuti e cornamuse contro il suono minaccioso del tam tam (lo stesso dei telefilm di Tarzan). Facendo attenzione, per carità, a non calpestare i serpenti.


 

martedì 26 agosto 2014

Caro Craxi, ti sei venduto anche Nenni.

Caro Craxi, sono socialista da quando ho l'età della ragione. E lo rimango. Perchè quella di sposare libertà e giustizia sociale mi pare ancora l'idea più bella. Ma, insieme a quelli ideali e politici, mi legano al socialismo italiano anche motivi affettivi. Ho cominciato, come forse ricordi, la mia carriera all'"Avanti!", quando era ancora un giornale, nel '71, e benchè vi sia rimasto solo due anni sono stati i più belli, i più sereni, i più intensi della mia vita professionale. Era un bell'ambiente, umano e politico, un pò bohèmien, un pò hippy, quello dell'"Avanti!" di Milano di allora. Il partito era all'opposizione (mi pare che ci fosse il governo Andreotti-Malagodi) e si poteva scrivere quel che si voleva.
Ma non si era liberi solo nei confronti degli avversari politici. Mi ricordo di aver potuto criticare con durezza dalle colonne dell"Avanti!", primo giornale di sinistra a farlo, le violenze vili e sciocche del Movimento studentesco nonostante il partito fosse schierato politicamente a favore degli extraparlamentari. Ma belli erano anche i nostri lettori che io, con l'entusiasmo del neofita, andavo a spiare alle edicole: vecchi e giovani operai milanesi, e certi anziani, provenienti per lo più dalle professioni (ingegneri, avvocati, medici), con delle grandi cravatte alla Lavallière. Gente perbene, insomma. Si era orgogliosi di essere e di dirsi socialisti, allora.
Ma nei miei ricordi c'è anche dell'altro. Credo di essere stato un "craxiano" ante litteram. Quando ero all"Avanti!" pernsavo che la dirigenza dei De Martino e dei Mancini dovesse essere liquidata. Il primo mi sembrava già bollito allora e troppo succube dei comunisti, il secondo l'ho sempre considerato un uomo moralmente discutibile anche se adesso va in giro dicendo di essere stato trombato perchè si è opposto alla mafia calabrese e che fra gli eletti "c'è gente che fa paura" (secondo me chi fa paura è lui, se ci si ricorda dello scandalo Anas). E quando i compagni mi chiedevano con quali forse si potevano mandare a casa i De Martino e i Mancini, io rispondevo - cosa che allora era blasfema - che si poteva fare un'alleanza fra la destra e la sinistra del partito, fra autonomisti e lombardiani: nei lombardiani c'era lo spirito libertario del socialismo, negli autonomisti quel pragmatismo di cui il Psi di allora, velleitariamente massimalista, aveva sicuramente bisogno.
Quello che qualche militante pensava confusamente, come me, tu l'hai realizzato lucidamente. Tu hai fatto l'alleanza fra autonomisti e lombardiani, tu hai riorganizzato il partito, tu gli hai tolto il complesso di inferiorità nei confronti dei comunisti, tu l'hai indirizzato verso un pragmatismo da socialdemocrazia europea. Tu hai incarnato una speranza: la speranza che fosse finalmente possibile liberare il paese dall'egemonia democristiana.
Tutto dunque andava per il meglio. Ma a un certo momento tutto ha cominciato a girare all'incontrario, come un brutto film sbobinato a rovescia. Il partito ha perso dapprima la sua anima libertaria . Il dissenso interno non era più possibile. Ma anche all'esterno il Psi ha preso a portarsi con un'arroganza e un'intolleranza sgradevolissime. Voi eravate la famosa "pattuglia di mischia" (tu, Martelli, Tognoli, Pini) e guai a contraddirvi.
E così gli intellettuali di libero pensiero si sono a poco a poco allontanati da voi. Non parlo, naturalmente, di me, che conto niente, ma di Giorgio Bocca, di Andrea Barbato, di Norberto Bobbio e di decine di altri con nomi nemo altisonanti ma di sentimenti socialisti sinceri. Al loro posto sono spuntati personaggi, spesso dal passato politico oscuro, la cui unica prerogativa era quella di stendersi come sogliole ai piedi tuoi o ai piedi dei tuoi tirapiedi.
E questa è stata la prima mutazione. Poi sono cominciati ad arrivare nel Psi damazze, contesse, favorite di regime, stilisti dalla dubbia fama, pubblicitari pronti a vendere tutto, compresa l'anima, rosei architetti dalla faccia di culo, oncologi di rapina, cantantuncoli televisivi in cerca di fortuna. Voi li chiamavate i "ceti emergenti" e dicevate di rappresentarli. Vi siete ben presto dimenticati, completamente dimenticati (è incredibile), che il socialismo nasce per difendere innanzitutto gli "umiliati e offesi", i deboli, i poveri.
Ma mentre carrieristi di ogni genere salivano sul trionfale carro socialista, contemporaneamente avveniva la terza e più grave mutazione. Quella per cui i socialisti hanno cominciato a essere presi con le mani nel sacco un pò dappertutto. S'è scoperto che i socialisti rubavano come e più dei democristiani. Anzi, mentre i democristiani avevano almeno l'aria di vergognarsi, i socialisti lo facevano spudoratamente, con la iattanza di quelli che si credono i più furbi di tutti.
Non c'è ormai città in cui non siate indiziati, inquisiti, perquisiti, arrestati. E la cloaca delle cloache è Milano, la tua Milano. Non si tratta semplicemente del "caso Chiesa" (che comunque non è un "mariuolo" o un "tangentomane" come tu e Martelli l'avete affettuosamente definito, è un ladro), ma di un sistema di potere per cui a Milano il cittadino non può, in pratica, esercitare nessuno dei propri diritti senza "ungere le ruote" dei socialisti.
E' patetico che Gianni De Michelis dichiari che "socialista" è diventata una brutta parola perchè "in Europa soffia un vento di destra". Ma via! In Italia "socialista" è una brutta parola perchè è diventato sinonimo di ladro, di concussore, di ricattatore, di clientelare, di mafioso. Così vengono visti oggi quei socialisti di cui negli anni Cinquanta, la borghesia, con un misto di timore e di rispetto, diceva "massimalisti, pericolosi, ma onesti", così proprio tu, che ne fosti l'allievo prediletto, hai dilapidato l'eredità morale di Pietro Nenni che terminò i suoi settant'anni di carriera politica avendo come tutto premio una modesta villetta a Formia.
Peccato. Avete sprecato la vostra parte. Andate nella pattumiera della storia.

Massimo Fini (L'Indipendente - 30 aprile 1992 - tratto dal volume "Senz'anima - Italia 1980/2010" - Chiare Lettere - maggio 2010)


 

Antonio Billeci: “Oggi vi presento il grande frocione”


C’è modo e modo di attuare il proprio ruolo di insegnante ed ogni allievo, nel tempo, ne conserverà sicuramente la valenza, non solo in relazione ai ricordi ed alle concettualizzazioni di fondo che avrà assimilato ma, soprattutto, in funzione della originalità ed efficacia dei tempi e dei modi prescelti dal docente di turno.
Una mattina il mitico professore Antonio Billeci, iniziando la sua ora di lezione di ragioneria, disegnò alla lavagna un grandissimo rubinetto da cui sgorgavano al posto dell’acqua una serie di conti e sottoconti economici, sotto un grande colapasta che setacciava il tutto. Ultimato l’emblematico  disegno si rivolse a noi dicendo: “vi presento il grande frocione[1]; oggi, ragazzi, parleremo del Conto Economico”. Nonostante fossimo già avvezzi alle genialità del nostro imprevedibile docente, una risata generale accolse il proclama del giorno.
Nello specifico, in questo caso, il messaggio era che, a completamento di quanto fino ad allora studiato sulle scritture di partita doppia, da quell’unico condotto transitavano tutte le componenti economiche (negative e positive) di una contabilità aziendale che filtrate, in ultimo generavano un unico elemento: l’utile o la perdita d’esercizio. Quindi, a fine anno, sarebbe stata un’unica voce di sintesi filtrata attraverso il conto “Profitti e perdite”, positiva o negativa, che avrebbe portato a pareggio un bilancio.
Era uno dei suoi tanti modi creativi per catturare l’attenzione di noi allievi ancora acerbi ma, soprattutto, di farci associare concetti fondamentali del programma scolastico a figure e schemi più comuni, ma penetranti in fantasia, che avrebbero cesellato per sempre le nostre giovani menti.
I bravi maestri si apprezzano spesso solo quando si è cresciuti. Nel caso dell’amato professore Billeci, sono tanti gli aneddoti che riaffiorano. Per la storia, l’ultimo suo anno di docenza all’istituto tecnico Francesco Crispi di Palermo coincise con l’anno del mio diploma. Venimmo a sapere successivamente che continuò il suo insegnamento all’’ISIDA di Palermo,  curando la formazione postuniversitaria di futuri dirigenti.
Solo in occasione di un ritrovo di ex alunni, fatto moltissimi anni dopo, ebbe a confessarci che la sua vera passione era sempre stata la filosofia. Ci disse che aveva sempre fatto parte di un gruppo impegnato in studi e ricerche in materie filosofiche e che, in questa veste, aveva pubblicato diversi articoli e libri.
Ricordo che nel corso di un ricevimento di professori ebbe a dire di me ciò che conservo come uno degli apprezzamenti più belli mai ricevuti: “in una classe di orbi, il ragazzo ci vede con un occhio solo”.

ESSEC


[1] Nel gergo palermitano per “frocione” s’intende la portata di liquido che un rubinetto riesce ad erogare nella sua massima apertura.


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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