"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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giovedì 3 marzo 2016

Il Mediterraneo. Palmira ovvero la bellezza perduta






I recenti accadimenti che hanno interessato il sito archeologico mettono ancora una volta in evidenza la barbarie che ha ciclicamente sempre caratterizzato le comunità umane. 

L’invito ricevuto a scrivere qualcosa al riguardo, per un luogo oggi assurto con la sua brutale distruzione all’indignazione mondiale, ha fatto riemergere in me ricordi di un viaggio in Siria - e della visita di Palmira in particolare - fatto nel lontano 1993.

Il valore artistico dei resti di fantastici edifici, la bellezza delle colonne, i ricchi capitelli, i basolati delle strade e le splendide torri cimiteriali, al di là delle vetustà evidenti in parte restaurate, mostrano e dimostrano l’importanza che il luogo ebbe nella storia, la superba e imponente vastità della Palmira che fu. 

Con un po’ di fantasia, poi, ognuno potrà anche immaginare le promiscuità etniche e la pacifica convivenza dei molti abitanti del tempo. Di certo potersi muovere fra monumenti così suggestivi ha sempre rappresentato una di quelle unicità che si possono ancora provare solo in pochi angoli del mondo, e ciò a prescindere della sensibilità emotiva e culturale di ciascuno. 

La narrazione di valide guide che durante le visite illustrano i tanti eventi che hanno interessato il sito ci consente di conoscere i personaggi, più o meno illustri, che hanno percorso quei luoghi prima di noi. 

Il tutto consente di coronare il vero scopo culturale di questi viaggi, che dovrebbero indurci a riflettere sulla profondità delle radici della nostra modernità, a partire dalle più evolute realtà del passato. La fisicità stessa dei luoghi costituisce prova della storica evidenza di queste monumentali eredità.

Ai miei occhi Palmira esteticamente si presentava anche come un felice connubio. Infatti, lo scenario desertico che esaltava il castello islamico sovrastante l’ampia valle, paradossalmente, lasciava intuire l’armoniosa coesistenza e la perfetta plurisecolare sintonia tra il mondo dell’Islam e quello dell’Occidente euroasiatico. 

Il posto, poi, in assenza totale di turisti, ebbe ad offrirmi l’opportunità di godere sensazioni intime particolari.

Compatibilmente alle occasioni di volta in volta utilizzabili, anche per rispondere al gusto del reportage fotografico, un mio modo di viaggiare è sempre stato quello di associare alle programmate visite guidate la possibilità di muovermi in forma libera e autonoma nei luoghi e fra la gente. 

Nel caso specifico, il sito monumentale di Palmira è stato uno dei luoghi che mi ha comunicato straordinarie esperienze emozionali, e di certo le più forti sensazioni le ho potute provare durante una visita in solitaria della valle, nelle ore fantastiche di un lento e lunghissimo tramonto.

Nessuno dei miei compagni di viaggio volle seguirmi e, durante la solitaria scorribanda, soltanto una berbera indigena infine mi accompagnò nella suggestiva escursione. Passivamente, come un’ombra.

Alla fine, per premiare anche la silenziosa presenza, acquistai una piccola borsetta realizzata a mano con lana grezza, forse da lei stessa lavorata con l’utilizzo di qualche rudimentale telaio.

Nel silenzio assoluto, rotto solo dai miei passi, e nel gioco di luci di un sole calante, ulteriore spettacolo fu quello offertomi dal colore aureo assunto ad un certo momento dai ruderi e dalle loro lunghe ombre  proiettate sulla sabbia. 

Indescrivibile lo scenario crepuscolare materializzatasi con la luce dell’ora blu.

Se consideriamo i nefasti recenti vandalismi, si può affermare con più amara consapevolezza che la distruzione fisica di qualunque sito archeologico costituisce solo la barbara regressione degli istinti animaleschi insiti nell’uomo, la riproposizione di oscurantismi passati che non potranno comunque mai cancellare la storia, consolidatasi nel tempo anche nel DNA culturale di ciascun essere vivente. 

Un breve slide show di immagini analogiche è anche pubblicato su You Tube  https://youtu.be/SfzT96aPu2M



lunedì 29 febbraio 2016

Gli inglesi con l'Ue non c'entrano. Lasciamoli andare

Non si capiscono tutte queste ‘ammoine’, strusciamenti, invocazioni, implorazioni, concessioni di statuti speciali e deroghe alla Gran Bretagna perché resti nella Ue. Mentre invece sarebbe nostro interesse che ne uscisse. Perché la Gran Bretagna ha poco o nulla a che fare con l’Europa, ne è anzi una palla al piede. Ha detto bene Flavio Briatore, un uomo che viaggia per il mondo e lo conosce: “Londra ha una dimensione internazionale ma non europea. I londinesi non vivono l’Europa né a livello finanziario, né a livello culturale”. Da questo punto di vista l’Europa è molto più legata alla Russia. La grande aristocrazia russa parlava francese e dopo la Rivoluzione d’Ottobre gli emigrés si ritrovavano a Parigi non a Londra. Nonostante oggi un tunnel sotto la Manica la unisca alla terraferma la Gran Bretagna resta un’isola che dell’Europa non ha mai voluto veramente saperne. Neppure Hitler riuscì a coinvolgerla nel suo particolare progetto di unità dell’Europa sotto il suo tallone di ferro ma con la Gran Bretagna come partner a pari livello. Vi provò fino all’ultimo, persino due anni dopo la dichiarazione di guerra, col misterioso volo di Rudolf Hess, il numero due del regime nazista, sui cieli londinesi quando la Wermacht stava vincendo su tutti i campi.
L’Inghilterra è, insieme agli Stati Uniti e all’Urss, una delle tre Potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale, ad essere sconfitta fu l’Europa. Che anche i francesi si siano seduti al tavolo della pace è solo un’astuta gherminella per mascherare questa verità, perché la Francia fu pienamente collaborazionista (il mito del ‘maquis’ vale poco più di quello della Resistenza italiana), collaborazionisti furono alcuni dei suoi maggiori intellettuali, da Robert Brasillach a Drieu La Rochelle e anche i giovani Jean Paul Sartre e Albert Camus conobbero le loro prime consacrazioni letterarie (Sartre con Le mosche, Camus con Lo straniero) proprio sotto l’occupazione tedesca, perché i tedeschi anche nazisti (si veda in proposito La Rive Gauche di Lottmann) sono sempre stati affascinati dalla cultura francese benché sia questa ad essere loro tributaria e non viceversa, da almeno due secoli (tutto l’esistenzialismo francese, per esempio, ha alle sue spalle Nietzsche e Heiddeger).
I vincitori del secondo conflitto mondiale, anglosassoni o russi che siano, hanno quindi tutto l’interesse a mantenere lo ‘status quo’, cioè un’Europa debole, eternamente vinta, nel ruolo di ancella dei loro obbiettivi. In più gli inglesi sono, storicamente, legati a filo doppio agli americani che, dopo il 1989, per l’Europa sono diventati da alleati obbligati degli avversari occulti. Tanto per cominciare sono dei competitor sleali sul piano economico. Mentre noi europei ci costringiamo a una politica di austerity per non creare altre bolle speculative, loro, gli americani, dopo il collasso della Lehman Brothers del 2008, hanno immesso nel sistema, in varie forme, tre trilioni di dollari che, prima o poi, ricadranno sulla testa di tutti. Sotto l’aspetto geopolitico le migrazioni che l’Europa è costretta a subire sono dovute in gran parte alla dissennata politica di aggressione degli Usa nei confronti dei popoli musulmani negli ultimi quindici anni. E gli inglesi, da alleati leali, gli han sempre tenuto bordone. Quindi altro che ‘statuti speciali’ perché ci facciano il piacere di rimanere in Europa.
Non creda il lettore che io disprezzi gli inglesi. Fanno, coerentemente, il loro gioco. E anzi li ammiro perché sono quello che noi italiani non siamo mai stati: un popolo. Quando Mussolini lanciava i suoi strali contro ‘la perfida Albione’ era perché ne era consapevole. E ha cercato, il buon Benito, di fare degli italiani un popolo e c’era quasi riuscito se non avesse commesso la tragica e imperdonabile imprudenza di entrare in guerra impreparato (“Sta bon Benito, lascia fare a lori”), convinto che l’alleata nazista avrebbe fatto un sol boccone degli avversari (“Ci basteranno poche centinaia di morti per sederci al tavolo della pace”). Invece furono proprio gli inglesi a fermare Hitler in prima battuta.
Si potrebbe dire che un’unità il popolo italiano l’ha acquisita negli ultimi trent’anni. Ma non sotto la bandiera del Tricolore, ma quella della corruzione che ci coinvolge tutti, finalmente compatti, dalla classe politica, in ogni sua forma e gradazione, a quella imprenditoriale, alla polizia, ai vigili urbani, giù giù fino al popolo minuto.
Non disprezzo quindi gli inglesi. Ma il fatto è che gli inglesi non sono in realtà che una propaggine dell’imperialismo americano. Quindi ‘foera di ball’. L’Europa, dopo i settant’anni che ci ha fatto perdere la follia di Hitler, deve tornare ad avere un suo posto nel mondo e, messi a cuccia i comprimari, ha da essere a guida tedesca. Heil Angela.



domenica 28 febbraio 2016

"Via Crucis - Da registrazioni e documenti inediti. La difficile lotta di Papa Francesco per cambiare la Chiesa"


Tanti media hanno denunciato, commentato e argomentato sui recenti scandali che hanno coinvolto il composito mondo della Chiesa di Roma, ma soltanto dopo avere letto l'ultimo libro di Nuzzi si può avere un'idea sulla portata concreta dei fatti e sul diretto coinvolgimento della stessa chiesa nel processo giudiziario avviato.

Dalla lettura appare, intanto, chiara l'arretratezza giuridica palesata dall'ordinamento vaticano o quantomeno l'atipicità dell'impianto accusatorio ancora vigente nello Stato Pontificio. Se, infatti, possono esserci i presupposti per le fughe dei documenti secretati, imputabili a soggetti individuati come protagonisti attivi, ad oggi appare surreale il coinvolgimento penale di giornalisti colpevoli solo di avere esercitato con estrema professionalità il proprio ruolo; documentando ampiamente fatti, senza ovviamente citare i loro canali informativi.

Nuzzi e con analoga iniziativa Fittipaldi, nei rispettivi libri hanno semplicemente svolto a pieno la moderna funzione del giornalismo d'inchiesta, con buona pace di quei cattolici retrò che hanno visto in ciò un gravissimo atto di eresia.


La narrazione, che si incentra nell'azione innovativa di Bergoglio, focalizza anche le tante resistenze incontrate nel terremoto avviato, più che soffermarsi sui recenti eclatanti scandali ripresi dai media. Il volume costituisce di fatto un eccellente faro che illumina e dirada le complesse ragnatele cattoliche che hanno sempre occultato e che ancora ora preservano dalla vista di eventuali occhi esterni.

L'articolato scritto, nell'accennare alle complessità che hanno accompagnato i diversi papati succedutisi in epoche recenti, mette a nudo le incrostazioni e progressive ruggini che hanno sempre più appesantito le azioni innovative tentate.

Quanto descritto evidenzia l'imponente operazione avviata da Papa Francesco e indica, peraltro, come si sia ancora ben lontani dal raggiungimento dell'approdo finale prefissato.

Con estrema efficacia è altresì descritta la determinazione e la saggezza di un Papa che, lungi sull'essere sicuro della esattezza e infallibilità degli equilibri immaginati, appare di fatto certo sulla improcrastinabile necessità di una azione di radicale rinnovamento di una chiesa cattolica sempre più discussa e decadente.

In questa chiave risulta quindi preziosa e meritoria l'operazione verità esperita da Nuzzi che, con equilibrio e padronanza di linguaggio, attraverso il suo libro fotografa e rappresenta lo status che ha regnato e che in parte ancora vige dentro i confini delle mura vaticane.

Senza scivolare nelle tentazioni di uno scoop, egli evidenzia i problematici aspetti attuali e prospettici dello Stato Vaticano, riguardo alle Finanze, allo status e alla gestione delle immense proprietà, agli abusi e alle spesso connesse distorsioni amministrative. Al contempo Gian Luigi Nuzzi delimita il patologico, il degrado etico e scandaloso di una parte di ceto clericale di elevato livello che, assoggettatosi spesso incautamente anche a ricatti economici o di carriera, riguarda comunque un'altra spinosa questione all'interno della estesa comunità (cattolica e laica, residente e non).

Rimane altresì chiara anche l'ampia palude inesplorata costituita dall'operato dello IOR, che ha ospitato di certo tantissime spregiudicate operazioni inconfessabili che rimangono ancora nell'ombra (riciclaggi finanziari, collegamenti con Banda della Magliana, casi Sindona e Calvi o Rapimento Emanuela Orlandi in primis) e che, seppur essendo l'istituto commissariato, restano tuttora lontane dall'avviata azione di trasparenza bergogliana.

In poche parole, come sostiene lo stesso autore, il libro non è assolutamente da additare a ludibrio ma costituisce, bensì, un utile aiuto alla chiesa cattolica consciamente impegnata nel suo riscatto.

E' pure da osservare come, nell'anno della misericordia, risulta assai prudente la scelta in ultimo assunta dal pontificato di sospendere il procedimento giudiziario avviato. Bergoglio è un Papa deciso ed irruento ma riflette e spesso è anche capace di tornare a valutare le sue decisioni; ha ben chiara la sua missione, si guarda intorno, ascolta, prende atto delle realtà reale e intanto continua a dimorare a Santa Marta, ...... anche lui sa bene di essere un uomo ...... e come tale sa che anche lui potrebbe essere portato ad errare.

Per concludere "Via Crucis - Da registrazioni e documenti inediti. La difficile lotta di Papa Francesco per cambiare la Chiesa" già col il suo titolo annuncia di essere un libro pieno di contenuti: non ci resta che leggerlo.


Essec

martedì 23 febbraio 2016

Unioni civili, a proposito di cosa sia o non sia ‘contro natura’




Assenze in aula, ingiurie, insulti, turpiloquio, urla e aggressioni verbali di eccezionale brutalità non sono purtroppo sconosciute ai parlamentari italiani. Ma nel caso della legge sulle unioni civili la situazione si è appesantita sino a essere insopportabile a causa della disonestà intellettuale di molti, delle reazioni isteriche di altri e della vera o finta, ma comunque ostentata, ignoranza anche delle più elementari nozioni relative alla questione dibattuta.
Con la stessa inoppugnabile chiarezza con cui a suo tempo si dimostrò che è la terra a girare intorno al sole, tre secoli di ricerche etnologiche, geografiche, storiche hanno mostrato che la famiglia “naturale” non esiste. La specie umana organizza il proprio sistema riproduttivo nelle forme che di volta in volta si dimostrano più efficaci a garantire la sopravvivenza della specie nelle diverse situazioni geografiche, storiche, economiche, climatiche ecc. La monogamia, la poliginia, la poliandria, le forme di parentela a discendenza unilaterale e quelle a discendenza bilaterale, i matrimoni combinati e quelli addirittura imposti dalle regole del gruppo non sono necessariamente uno “migliore” o “più morale” o “più evoluto” dell’altro. Semplicemente sono forme di organizzazione sociale della riproduzione variamente funzionali nelle condizioni storiche date: quando la loro efficienza diminuisce per il cambiare delle condizioni date, anche le forme organizzate della riproduzione cambiano. Quanto alla tradizione giudaico-cristiana, seconde, terze, quarte e via contando mogli (da noi impropriamente chiamate concubine), sono attribuite, nella Bibbia, a molti patriarchi a cominciare dal grande Abramo e dal non meno grande Salomone; addirittura Adamo prima di Eva avrebbe avuto un’altra moglie il cui nome era Lilith.
Oggi viviamo in un pianeta sovraffollato, ben diverso dal semideserto globo delle nostre origini; la specie rischia di estinguersi semmai perché siamo troppi, non troppo pochi. In questa nuova situazione diviene accettabile la pratica dell’eros programmaticamente separata dalla procreazione, pratica severamente condannata quando eravamo pochi e il popolo eletto ringraziava il suo Dio che concedeva loro discendenze numerose come le stelle in cielo e i granelli di sabbia nel deserto. Oggi siamo monogami, ma siamo ben lontani dalla media per ogni donna di una gravidanza ogni dieci, dodici, al massimo diciotto mesi. Eppure fare un figlio ogni quattordici mesi potrebbe essere considerato perfettamente “naturale” per le donne sane e robuste. In realtà il ragionamento è radicalmente sbagliato: un figlio ogni quattordici mesi non è “naturale”, semplicemente è compatibile con l’anatomia e la fisiologia di una donna sana. Se sia naturale, è impossibile deciderlo, posto che la nostra esperienza della natura è sempre filtrata e mediata dalla cultura: e la cultura ci dice ciò che è desiderabile oppure orribile, ciò che ci emancipa oppure ci opprime. Non ci dice cosa è naturale.
Quando si discute di unioni civili la questione di ciò che è “natura” e di ciò che è “contro natura” incombe pesantissima. Le unioni omosessuali sono state per secoli considerate contro natura, perché “contro natura” erano considerati coloro che a queste unioni davano vita. Oggi che la scienza, la ricerca e l’esperienza hanno dimostrato che non si tratta né di pazzia né di malattia, non li si può più chiudere in prigione o in manicomio. Anzi addirittura, se si dà retta all’Europa, bisogna riconoscere loro alcuni diritti civili simili a quelli di cui godiamo noi “normali”. Sono dunque come noi? Non sono diversi da noi?
I diversi inclusi in un gruppo sociale servono a vari usi: per esempio servono come oggetto da inferiorizzare per consentire ai “normali” di sentirsi superiori. Non c’è niente come un omosessuale per far sentire un maschio umano nella pienezza della propria potenza gonadica. “Io sì che sono un vero uomo, mica come quello schifoso lì, contro natura…” ecc. Ed ecco che, costretti a rinunciare all’inferiorizzazione del diverso come soggetto umano, i parlamentari italiani si sono inventati un brillante escamotage: lo spostamento dell’inferiorità un passo più avanti. “Non siete inferiori a noi quanto a rapporti sessuali, ma non potete riprodurvi: ergo autorizzarvi ad avere una famiglia è contro natura”. Vedi sopra a proposito della famiglia naturale
Che il Parlamento di una Repubblica democratica, laica, europea, possa trastullarsi con argomenti di questa fatta, è già ben deprimente; ma non è tutto. Quello che almeno per me, è davvero orribile è il cinismo che è emerso con la doppia strumentalizzazione a cui tutto il testo Cirinnà è stato sottoposto. Da parte della Chiesa cattolica, che ha ribadito in tutti i modi che in materia di sessualità (e anche di altre cose) la Repubblica italiana non è un paese libero e indipendente che si autogoverna, ma è una colonia della Città del Vaticano; da parte dei parlamentari italiani che, anziché difendere se non gli odiati “froci”, almeno l’indipendenza del parlamento italiano, da un lato hanno fatto l’immancabile atto di soggezione al Vaticano e dall’altro colgono l’occasione per regolare a furia di trappole e di tranelli, i vari conti aperti tra loro.
Dimenticando a cuor leggero che la legge di cui discutono riguarda esseri umani, adulti e bambini, che vorrebbero soltanto poter vivere liberamente e dignitosamente la propria vita affettiva.






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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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