"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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lunedì 25 aprile 2016

Nicola Gratteri: “Processi veloci? E’ Renzi che non ha i numeri. Le mie riforme mai arrivate in Parlamento”



All’indomani della sua intervista a Otto e mezzo, a stupire Nicola Gratteri, neo procuratore di Catanzaro, è che tra tutte le sue dichiarazioni solo una sia stata ripresa dai principali quotidiani: “È vero, ho detto che Davigo ha sbagliato, ma nella forma, non nella sostanza. Piercamillo è un provocatore intelligente, brillante, perbene e indipendente. Uno dei pochissimi che può permettersi di parlare. Provocatore nel senso che vuole smuoverci dall’apatia, aprire il dibattito sulle falle del sistema. Quando dico che ha sbagliato a generalizzare, intendo che ha dato modo a chi vuole parlar d’altro di attaccarlo, anziché rispondere nel merito. A ogni modo non ha bisogno di difensori, vista la sua storia professionale”.

Quindi concorda con Davigo sul fatto che, rispetto a Tangentopoli, la corruzione in politica non è diminuita? La situazione è molto più grave rispetto a 20 anni fa, come documentano diverse indagini degli ultimi anni. C’è stato un abbassamento dell’etica e in parallelo una sempre maggiore legittimazione delle mafie, che danno risposte più credibili della politica.

Com’è cambiato il rapporto mafia-politica? Ormai sono i politici a cercare i mafiosi, non viceversa. I candidati alle Politiche, Regionali e Comunali vanno dal capomafia a chiedere i voti. Solo nella Locride le ultimi indagini han detto questo e altro.

La sua commissione ha depositato 16 mesi fa le proposte per far funzionare la giustizia. Dove sono adesso? La relazione si trova a Palazzo Chigi ed è stata anche inviata, su richiesta della presidente Bindi, alla commissione Antimafia. Quasi tutti i parlamentari ne hanno copia. Qualcosa, come il processo a distanza, è stato approvato alla Camera e aspetta di passare al Senato. Si discute anche dell’Agenzia dei beni confiscati. Ora è sotto esame l’ordinamento penitenziario, anche se stanno scrivendo l’esatto opposto di quel che abbiamo suggerito noi (volevamo la sostanziale abolizione del Dap per dare più poteri alla polizia penitenziaria, in nome di una maggior trasparenza). A occhio, han recepito circa il 5% del nostro lavoro.

Ma non è stato Renzi a volere questa task force? Io mi aspettavo, o quantomeno sognavo che almeno parte delle riforme che Renzi mi ha chiesto passasse per decreto. come quella più urgente, che dovrebbe essere meno controversa, per abbattere tempi e costi del processo penale.

Invece nulla. Perché? Abbattere i tempi del processo significa non arrivare alla prescrizione, specie per i reati ordinari, i tre quarti dei quali oggi non fanno in tempo ad arrivare in Cassazione. Rimettere in piedi un sistema efficiente è fondamentale anche per la lotta alla mafia. Se risolvi il problema di una truffa, magari l’imprenditore prende fiducia e la volta dopo ha il coraggio di denunciare un’estorsione. Forse, per questo tema così delicato, Renzi non ha i numeri in Parlamento. Queste riforme toccano centri di potere: se implementate, manderebbero in galera molti colletti bianchi.

Renzi ha ceduto pure a Napolitano, che non la voleva ministro della Giustizia. Quella faccenda è andata oltre ogni previsione. Il veto c’è stato solo su di me, ma le ragioni non sta a me commentarle. È una domanda per l’ex capo dello Stato.

La sua commissione ha lavorato gratis per 6 mesi. Perché Renzi ve l’ha chiesto, se sapeva che avrebbe ignorato le vostre proposte? Perché all’inizio era fortemente conscio della necessità di queste riforme. Quando ne parlavamo era entusiasta.

E adesso? Non so. Una volta consegnato tutto, il mio compito è finito. E francamente questa situazione m’imbarazza: non sta a me convincerli a portare avanti un lavoro chiesto da loro.

I casi giudiziari che hanno investito la Guidi e indirettamente la Boschi gli avranno tolto un po’ di entusiasmo. Non dispero. Il lavoro resta attuale, non è superato. Il problema sono i centri di potere interni al Parlamento che non vogliono cambiare le cose.

Eppure il premier accusa solo i magistrati: “25 anni di barbarie giustizialista”. I magistrati non sono marziani, sono il prodotto di questa società. La quasi totalità è perbene, onesta, preparata. Ma è ovvio che capita anche a noi di sbagliare, come al medico o all’avvocato. Solo che certi errori sono molto gravi, perché incidono sulla libertà delle persone. Abusi ce ne sono stati, ma han riguardato una minoranza della magistratura. E ricordo che, se sono venuti fuori certi “comportamenti” di magistrati infedeli, è perché altri magistrati li hanno indagati, rinviati a giudizio e in certi casi arrestati.

Renzi attacca i giudici, accetta i veti di Napolitano sul Guardasigilli e subisce un Parlamento che lavora per bloccare la giustizia. A un certo punto lei riconoscerà una responsabilità anche al premier o gli darà per sempre il beneficio del dubbio? Io racconto la storia, le valutazioni fatele voi. Il mio dispiacere sta nella consapevolezza che molte di queste riforme sono determinanti.

Riforme – 416 bis e ter e autoriciclaggio – che ha sostenuto al Csm che la valutava per la Procura di Milano. Urgenti e fondamentali. Basterebbe la volontà politica

Cosa deve pensare un cittadino di questi paradossi? Lo so, la gente percepisce questa situazione e si pone delle domande, ma non spetta a me puntare il dito. Io faccio il magistrato, non il politico.

Ma non si arrabbia mai? Io ho l’entusiasmo di un trentenne, ma quando ti scontri e vedi il mondo, capisci che oltre a un certo punto non si può andare. Fare il Masaniello non serve. Perché poi ti etichettano come un pazzo – è successo a molti – e quello che vuoi comunicare non viene più preso sul serio. Io posso solo continuare a lavorare, adesso ho la Procura di Catanzaro a cui pensare. Ma, di fronte alle polemiche degli ultimi giorni, la risposta saggia sarebbe discutere. L’approccio campanilistico della politica è sbagliato. La guerra non possiamo permettercela. Renzi dovrebbe cogliere l’occasione per discutere dei grandi problemi della giustizia, per aprire un dialogo con i magistrati in appositi incontri di studio. Invece pare ci sia una gara ad avvelenare il clima. E sono certo che non era questo l’intento di Davigo.



domenica 24 aprile 2016

L'urlo "onestà" offende Sallusti che ha la faccia come Il Giornale

Il grido ‘onestà, onestà, onestà’ con cui è stata accolta l’uscita della bara di Gianroberto Casaleggio dalla chiesa di Santa Maria delle Grazie, che non proveniva solo dai grillini ma anche da molti cittadini comuni (la folla che gremiva la piazza era composta anche da molti uomini e donne in età e si sa che i 5Stelle pescano soprattutto fra i giovani) ha mandato su tutte le furie il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti.
Facciamo un piccolo florilegio del suo editoriale del 15/4 (“La follia di fare dell’onestà un manifesto politico”): “Gli unici onesti del Paese sarebbero loro, come vent’anni fa si spacciavano per tali i magistrati del pool di Mani Pulite”; “Cari Di Maio e compagnia, smettetela con questa scemenza del partito degli onesti che fa la morale a tutti, cosa che fra l’altro porta pure male”; “Ho preso atto di un principio ineluttabile: chi di onestà colpisce, prima o poi i conti deve farli con la sua, di onestà”; dai politici…”pretendo una sola cosa: che la politica sia efficiente nel risolvere i miei problemi”; “Io non so se Casaleggio, parlandone da vivo, fosse o no il re degli onesti”.
Io non so se Alessandro Sallusti si renda conto di quel che scrive. 
1. I magistrati di Mani Pulite non si spacciavano per onesti. Lo erano. Tant’è che nessuno di loro, nemmeno Antonio Di Pietro (uscito assolto in ben sette processi in uno dei quali i due accusatori erano stati prezzolati da Silvio Berlusconi) è stato condannato per qualsivoglia reato. 
2. Mettiamo, per pura ipotesi, che l’Egitto del generale Al-Sisi sia efficientissimo. Ciò giustifica le migliaia di assassinii che ha perpetrato in soli due anni? Insomma il solito refrain, molto italiano visto che il cantore è stato Machiavelli: il fine giustifica i mezzi. E allora giustifichiamo anche il vecchio Adolfo, sempre infamato che in meno di dieci anni riportò la Germania a essere una grande potenza mondiale. Efficientissimo. Sallusti ne sarebbe stato entusiasta.
In realtà Alessandro Sallusti sa benissimo perché scrive ciò che scrive e da dove origina il suo disprezzo per l’onestà. Il suo padrone, Silvio Berlusconi, è stato dichiarato con sentenza definitiva da un Tribunale della Repubblica “delinquente naturale” che è qualcosa di più del ‘delinquente abituale’. Costui delinque a ripetizione perché preso un certo giro non può più tornare indietro, il “delinquente naturale” delinque a prescindere, anche se non ha alcuna ragione o bisogno di farlo.
Direi che Sallusti e il mondo che rappresenta è lo specchio rovesciato dei 5Stelle: come costoro credono, a suo dire, che tutti gli altri siano dei disonesti, Sallusti, per salvarsi l’anima, pensa che tutti “ineluttabilmente” siano disonesti.
Vorrei anche ricordare a Sallusti, parlandone da vivo, che non esiste solo una disonestà materiale, da cui lui è sicuramente immune, ma anche, ed è forse addirittura peggiore, una disonestà intellettuale. Per anni e anni Il Giornale che ha diretto in varie fasi ha messo alla gogna i magistrati, fossero Pubblici ministeri o giudici, accusandoli di ogni sorta di nefandezze e in particolare di essere al servizio di una parte politica. Bastava che un Pm commettesse un errore in Nuova Zelanda perché Il Giornale sbattesse la notizia in prima pagina come se ciò avesse qualcosa a che fare con la Magistratura italiana. Da qualche tempo ogni volta che un atto di un Pubblico ministero o di un giudice colpisce un avversario politico della banda Berlusconi Sallusti si dimentica disinvoltamente del suo peloso ‘garantismo’ di un tempo con cui ci ha rintronato le orecchie per quattro lustri e dà a quei provvedimenti il valore di una sentenza inappellabile.
Sallusti, scopertosi improvvisamente pio, scrive che all’uscita di una chiesa piuttosto che dei cori politici (ma io li chiamerei prepolitici perché l’onestà è un valore prepolitico, preideologico, prereligioso) preferirebbe una preghiera. Se Sallusti non poggiasse tutto il suo articolo sul disprezzo per l’onestà gli darei ragione. Per parte mia che non credo in Dio né nei Santi né nella Chiesa, preferirei un dignitoso silenzio. Ma questo appare impossibile nella società del fracasso che applaude anche i morti.



venerdì 22 aprile 2016

Fulvio Roiter, addio al fotografo della coerenza dell’incoerenza



E’ venuto a mancare Fulvio Roiter, uno dei pochi fotografi italiani conosciuti anche dal largo pubblico che non si occupa di fotografia nello specifico. Volutamente non parlo qui del suo percorso professionale, dei suoi successi, del suo legame con Venezia e con un altro fotografo, Paolo Monti. Non parlo qui di un uomo sanguigno, appassionato, non facile ma pieno di slanci e di energia.

Le cronache, da ieri, sono già piene delle sue foto più celebri e della sua biografia.

Ma prima della sua morte, cosa si diceva di Fulvio Roiter? Tra una parte degli addetti ai lavori egli era derubricato a valente costruttore di ottime cartoline, per dirla chiara. E forse, guardando alla produzione di alcuni libri come il più celebre, Essere Venezia, in qualche misura potrebbe venire da pensarlo. Beninteso, un libro come Essere Venezia è una pietra miliare da un punto di vista editoriale, un successo planetario da 700.000 copie che ha polverizzato alcuni record, ma fotograficamente un prodotto patinato e superprofessionale destinato però a incantare più i turisti stranieri che gli appassionati di fotografia. Ma non basta, non ci si può fermare in superficie, alla superficie “pop”, per bollare Roiter come “fotografo facile di pronta beva buono per vendere”.

Se tutto il percorso di un fotografo dimostra solo la sua “furbizia commerciale” non mi faccio illusioni sul suo reale spessore autoriale, ma quando invece mi rendo conto, guardando indietro, che egli ha in passato ampiamente dimostrato la caratura da vero maestro per originalità e profondità, e solo poi ha virato in altre direzioni, allora il “fenomeno” diventa interessante e degno di attenzione. E occorre farsi delle domande.

Restando a Roiter, per esempio, nel 1956 vinse addirittura il premio Nadar (premio attribuito ogni anno al miglior libro fotografico tra quelli pubblicati nel mondo) con Ombrie. Terre de Saint-François, volume magnificamente stampato in heliogravure da La Guilde du Livre di Losanna. Foto in bianconero, delicatissime, elegantissime nella loro apparente semplicità, composizioni da pelle d’oca, raffinatezza, gusto, equilibrio e originalità. Gioielli buoni anche per gli occhi più esigenti.

Dunque sembra quasi si parli di due vite, se non di una “doppia vita”.Eccola, allora la domanda: quanto – e se – la coerenza è essenziale ed è un valore assoluto per un fotografo?

Mi guardo bene dall’azzardare una risposta – chi sono io per farlo? – ma un paio di considerazioni a margine le butto lì.Intanto mi viene in mente il detto, un po’ icastico ma intrigante, secondo cui “solo i cretini sono coerenti”. Come dire che chi non cambia mai idea e non si mette mai in discussione potrebbe semplicemente essere un po’ – per così dire – limitato.

Ma restiamo al terreno fotografico: la coerenza mantenuta nel tempo potrebbe (dico potrebbe) fare a pugni con una caratteristica genetica del buon fotografo: la curiosità.

Curiosità che alimenta la passione, o viceversa, fate voi. Curiosità che porta a battere nuove piste, scoprire nuovi orizzonti e impreviste possibilità. Accettando in questo il rischio di fare anche qualche ruzzolone. C’è in corso alla Casa dei Tre Oci di Venezia una mostra di Helmut Newton, universalmente noto per le foto dall’erotismo elegantemente duro. E’ il suo marchio di fabbrica, ci ha costruito una fortuna editoriale, mediatica ed economica; ma una sua vera passione era la fotografia di paesaggio, che praticava quasi clandestinamente cercando nebbie all’alba e aria aperta. Come l’immenso Richard Avedon praticò anche il reportage: quando fu assassinato John F. Kennedy, per esempio, non resistette all’istinto di fiondarsi in Time Square per documentare le reazioni dei passanti alla notizia appena diffusa. E vogliamo parlare poi – altra questione – di certe operazioni commerciali, spesso tristi e raffazzonate marchette, che alcuni grandi maestri accettano di confezionare facendosi del male?

Anche i fotografi che dimostrano una tenuta maggiore rispetto a un ipotetico concetto di coerenza, a ben guardare, ogni tanto si mettono in gioco. Altrimenti si mummificherebbero.

Per dire, uno forse dei più coerenti, Josef Koudelka, a un certo punto, ormai già ampiamente consacrato (poteva vivere sugli allori…), si è innamorato del formato fotografico panoramico ed è quasi nato una seconda volta. Esempi ce ne sono a decine. Insomma, se un fotografo ci sta dicendo: “Io vi ho già dimostrato ciò di cui sono capace e il mio talento, ora lasciatemi fare quello che decido io, nel bene e nel male, e non giudicatemi per questo”, noi cosa gli possiamo rimproverare?

La certezza dei risultati non è, a priori, nel pacchetto.Oppure i risultati ci sono e sono buoni, ma buoni per altri e non più per noi. Ecco. Tendiamo sempre ad affermare la validità di una cosa quando ci rassomiglia e coincide con le nostre aspettative, poi appena la cosa “disobbedisce” siamo lì col rimprovero. Ma il bianconero del Roiter anni ’50, però…



lunedì 18 aprile 2016

Ops, ci siamo sbagliati: i Fratelli Musulmani erano meglio di Al-Sisi

Come ci informa sul Fatto del 9 aprile Guido Rampoldi adesso Carnegie endowment uno dei think tank più importanti degli Stati Uniti, consulente della Casa Bianca, sostiene che “il baluardo contro il terrorismo non è al-Sisi ma la sua vittima, i Fratelli musulmani – integralisti, inetti, percorsi da spinte autoritarie, ma in definitiva in grado di evitare lo smottamento verso la jihad di ampi settori del radicalismo”. Ma che geni. Che pensatori lungimiranti. Con ‘pensatoi’ così si capisce perché gli Stati Uniti non ne imbrocchino una dal 2001 quando, senza nessuna ragione plausibile, aggredirono l’Afghanistan che non costituiva alcun pericolo per l’Occidente.
Cosa fosse il Generale Abd al-Fattah al-Sisi e quale inaudita violenza antidemocratica fosse stata compiuta sui Fratelli musulmani io lo scrissi circa due anni e mezzo fa (“Egitto, l’assurdo processo a Morsi”, Il Fatto 9 novembre 2013): il presidente democraticamente eletto, Mohamed Morsi, in galera con accuse ridicole insieme a tutta la dirigenza dei Fratelli, 2.500 militanti uccisi durante due manifestazioni di protesta, un regime dittatoriale instaurato in tutto il Paese (censura, giornalisti in carcere insieme a chiunque fosse individuato come oppositore, condanne a morte, assassinii dell’intelligence e desaparecidos). Quei dati che riportavo nel novembre 2013 vanno solo aggiornati: in galera ci sono circa 60.000 oppositori e i desaparecidos sono 735 solo negli ultimi otto mesi senza contare quelli precedenti perché questi dati vengono forniti solo oggi dopo il brutale assassinio di Giulio Regeni (nulla del genere, ma proprio nulla, si era visto durante l’anno e mezzo di governo degli ‘autoritari’ Fratelli musulmani). Naturalmente non è che le cose che scrivevo nel novembre 2013 e poi in una serie di altri articoli non fossero note ai governi, ai loro lacchè, ai think tank e agli intellettuali occidentali, ma si sorvolò su questi dettagli. Ancora oggi il sempreverde Fabrizio Cicchitto parla “di una credibilità internazionale dell’Egitto”, ora un po’ appannata, come se questa ‘credibilità’ non fosse caduta lo stesso giorno del golpe militare di Al Sisi. Son curiosi questi occidentali, ci martellano ogni giorno con la sacralità della democrazia e pretendono di esportarla in tutto il mondo, a suon di bombe, di missili, di caccia, di droni, ma poi quando una democrazia viene abbattuta nel più brutale dei modi stan zitti.
Ora gli Stati Uniti si trovano in una situazione spinosa. Al Sisi alla guida dell’Egitto ce l’hanno messo loro favorendone il colpo di Stato. Ma adesso, dopo il caso Regeni, è diventato troppo impresentabile (c’è anche da dire che gli agenti segreti del governo del Cairo sono feroci come la mafia ma molto meno abili, non sono nemmeno capaci di far sparire un cadavere imbarazzante in un pilone d’autostrada). Che fare quindi? Tirare fuori di prigione Morsi e gli altri dirigenti dei Fratelli dicendo loro: scusate ci siamo sbagliati? Mi pare un tantino improbabile, anche perché quelli, giustamente, sono ormai passati dalla parte dell’Isis. Secondo Rampoldi, che solitamente è bene informato, gli Stati Uniti penserebbero a un controgolpe contro Al Sisi per mettere al suo posto qualche altro generale tagliagole ma non ancora così sputtanato. Insomma un ‘golpe sul golpe’ per parafrasare un’antica vignetta di Giovanni Mosca. In quanto all’Italia, nonostante gli importanti rapporti commerciali con l’Egitto di cui ha dato documentazione, sempre sul Fatto (12/4) Maurizio Chierici, a dispetto delle ‘grida’ di Matteo Renzi e dell’inutile ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, non farà nulla di diverso da quello che ci diranno gli americani di cui siamo servi da settant’anni. Giulio Regeni è stato vittima degli aguzzini dell’intelligence egiziana, ma anche dell’opportunismo della stampa occidentale che per vigliaccheria non ha informato su che cosa fosse realmente l’Egitto di Al Sisi.



Quorum, c'è un problema

Anche stavolta il quorum al referendum abrogativo sulle trivelle non è stato raggiunto. E' la settima volta su otto che accade negli ultimi vent'anni. C'è un problema che riguarda l'istituto in sé. Molti quesiti referendari sono troppo tecnici. Non è un caso che l'unica eccezione sia stata rappresentata dalla consultazione sull'acqua, nel 2011: quello era un tema che toccava tutti. Come il divorzio. O l'aborto. Provate a indire un referendum sulle unioni civili: andrebbe a votare il 70 per cento. Stamattina, nel seggio elettorale, ho perso trenta secondi per leggere il quesito: «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?» Ma si può ancora scrivere in modo così volutamente oscuro?
Si obietterà: il voto sulle trivelle ci ha costretto a riflettere sul futuro dell'ambiente, sui favori alle lobby petrolifere, sul nostro stile di vita, sulla politica di approvvigionamento di petrolio. Le fonti rinnovabili non sono un tema di capitale importanza? Infatti Renzi ha sbagliato nell'invitare all'astensionsimo, è stato uno dei suoi errori più grandi: la battaglia doveva essere sul merito. Poteva pagarlo a caro prezzo, come avvenne per Craxi nel 1991 e Berlusconi nel 2011, e quel "ciaone" di uno dei suoi dirigenti più in vista è uno sberleffo alla democrazia. Però il quorum resta lontanissimo. Questo è un fatto. Alla fine, credo che la questione si sia risolta in questo brutale dilemma morale: o l'ambiente o il lavoro (13mila posti a rischio per Assomineraria, 3mila per Legambiente, bravo chi ci capisce). Il risultato è stato eloquente.



mercoledì 13 aprile 2016

Lo confondevo con Zé Roberto

Il mio primo incontro con Gianroberto Casaleggio fu astrale. Alcuni anni fa i ragazzi di Grillo mi chiesero un’intervista televisiva su un argomento internazionale, credo l’Afghanistan. Mi dissero che dovevo andare alla Casaleggio Associati di cui io allora avevo una contezza molto vaga, in via Morone 6 nel pieno centro di Milano fra via Manzoni e piazza Meda e al cui angolo c’è la casa del Manzoni. Andai. Mi introdussero in un locale piuttosto squallido con un lungo tavolo rettangolare tipo riunione. Entrò un tipo alto, magro, allampanato, con degli incredibili capelli che gli scendevano come spaghetti lungo le guance. Mi fu presentato. Ma io non ne capii il nome o meglio mi parve che si chiamasse Zé Roberto che era allora un importante mezzala del Bayer Leverkusen. Lo strano individuo cominciò un discorso abbastanza lunare di cui capii poco o nulla, interloquendo pochissime volte. Intanto friggevo e pensavo “Ma quando mi fanno questa intervista? Non ho tanto tempo da perdere”. Alla fine lo strano soggetto si decise a portarmi nello studio televisivo, chiamiamolo così. In realtà era un bugigattolo e gli strumenti tecnici erano ridotti al minimo, una modesta telecamera. Le domande però furono precise e puntuali. Quando l’individuo se ne andò chiesi al suo assistente: “Ma davvero quello si chiama Zé Roberto come la mezzala del Bayer Leverkusen?”. “No. E’ Gianroberto. Gianroberto Casaleggio”.
Rividi Casaleggio poco dopo, sempre in via Morone. Ma c’ero andato insieme alla mia fidanzata per cazzeggiare un po’ con Beppe Grillo che parlò quasi tutto il tempo con lei di tecnoecologia, appallandomi mostruosamente. Casaleggio fece capolino e restò nella stanza solo un paio di minuti.
In seguito l’ho rivisto molte volte ma sempre in via Morone e per motivi professionali, mai in ambienti conviviali cui mi sembrava refrattario. Pensò anche di coinvolgermi in un libro sulla ‘democrazia diretta’ insieme ad Aldo Giannuli, una sorta di improvvisato maitre à penser dei Cinque Stelle, insopportabile per la sua logorrea. Pensava di ripetere la formula de Il Grillo canta sempre al tramonto, libro firmato da Beppe, Dario Fo e lo stesso Casaleggio. Ma la cosa non funzionò. Un po’ per colpa mia, che non credo alla democrazia né indiretta né diretta, un po’ per il narcisismo di Giannuli che se la dava, infastidendolo, da grande amico di Gianroberto pur conoscendolo solo da un anno, e un po’ anche per l’incapacità di Casaleggio di governare la discussione. “Non è scattata l’alchimia” mi disse un Casaleggio parecchio imbarazzato.
Era una persona timida, chiusa, estremamente riservata. Solo una volta, negli ultimissimi tempi, si lasciò un po’andare e mi raccontò qualcosa del suo privato, del pezzo di terra che aveva comprato in Piemonte dove si distraeva producendo olio e altri prodotti agricoli e dove aveva intenzione di ritirarsi. Purtroppo, poiché Dio non ama i sogni degli uomini, non ne ha avuto il tempo.
Aldilà di qualche spericolata ‘fuga in avanti’ non era solo un formidabile organizzatore ma una testa fina che compensava il temperamento casinaro di Grillo che un po’ confusionario lo è.
La sua perdita è grave per i Cinque Stelle ma forse, sia detto col dovuto cinismo, viene al momento opportuno perché anche per i giovani del movimento è venuto il momento di lasciare i padri e di diventare adulti.



Davigo a Renzi: “Tante inchieste e poche sentenze? Certo, c’è la prescrizione”

Non è certo uno che le manda a dire Piercamillo Davigo, nuovo presidente dell’Associazione nazionale dei magistrati ed ex pm del pool di Mani pulite. E così, dopo aver già “rimproverato” il premier a elezione appena avvenuta, arriva un’altra stilettata: “Renzi dice che in Italia ci sono tante inchieste e poche sentenze? Certo, c’è la prescrizione“. Rispondendo così, dopo una settimana, alla frase del presidente del Consiglio sull’inchiesta di Potenza e sui tempi “con cadenza da Olimpiadi“.
Davigo, famoso per aver detto tra le altre cose “non esistono innocenti, ma solo colpevoli che non sono stati ancora scoperti”, nel corso della registrazione delle puntata di Otto e Mezzo mette sale su un nervo scoperto del governo: quella della prescrizione. La cui riforma, per stessa ammissione del ministro di Giustizia Andrea Orlando, è inchiodata un anno e mezzo. Gioco facile per Davigo usare il fioretto dell’ironia: “I processi finiscono sempre con una sentenze di condanna, di assoluzione o con la prescrizione. Forse voleva dire che ci sono poche sentenze di condanna“. Per il magistrato quello della prescrizione è uno dei problemi della giustizia italiana perché “decorre anche dopo il primo grado. La prescrizione è indispensabile fino al processo. Ma, acquisite le prove, non si capisce perché deve continuare a decorrere”. Anche sulla lunghezza di processi Davigo ha la risposta: “I processi durano troppo? Perché sono troppi se fossero meno durerebbero meno”.
Il ddl sulla riforma del processo penale è insabbiato da più di un anno in commissione al Senato e prevede di fatto un allungamento dei termini di estinzione del reato, che si interrompono per due anni dopo una condanna di primo grado e per un anno dopo una condanna in appello. Eppure la riforma annunciata come una priorità del governo già nel 2014 non esce dalla commissione perché come, ha ricordato il Guardasigilli, gli alleati (leggi Alfano e i centristi) non collaborano. Sulla attuale ex Cirielli si era espresso solo poche settimane fa anche il presidente dell’Anac Raffaele Cantone definendola un incentivo alla corruzione. Anche perché i dati, forniti alle aperture dell’anno giudiziario, sono “preoccupanti” con il 49% dei procedimenti definiti a Venezia e del 30 a Roma che finiscono al macero.
Esaurita la questione prescrizione Davido parla di diffamazione a mezzo stampa e intercettazioni. Altri due temi che, ciclicamente, ritornano nelle priorità della politica. Le pene sul primo reato “non sono sufficientemente dissuasive” dice. Mentre sull’argomento intercettazioni segue il nuovo trend delle procure più importanti: “Si può discutere dell’idea di obbligare al segreto anche dopo il deposito dell’intercettazioni”. Il leader del sindacato delle toghe ritiene che abbia “ragione” il presidente del Consiglio quando, in tema di intercettazioni, dice che sarebbe meglio non leggere i pettegolezzi sui giornali ma “c’è un errore di fondo. Se davvero le intercettazioni non sono pertinenti c’è già il reato di diffamazione”.
Un duello a distanza quello tra Davigo e Renzi, una tensione che potrebbe sciogliersi chissà con una chiacchierata. Alla domanda se fosse arrivata una chiamata da Palazzo Chigi Davigo risponde: “Renzi non mi ha chiamato, ma di abitudine io non mi aspetto telefonate da nessuno. Rispondo però con cortesia, è un dovere connesso alla mia funzione”. Del resto lo stesso presidente, riferendosi all’esecutivo, aveva sottolineato: “Bisogna dialogare ma nel rispetto della nostra dignità“. Ma solo due giorni fa il segretario del Pd ribadiva; “Io non accuso i pm, io li sprono, ma la politica è una cosa bella e non accetteremo mai di renderla subalterna a niente e nessuno”.

Il Fatto Quotidiano (11 aprile 2016) 

sabato 9 aprile 2016

Con gli stivali, nella palude

Quel che mancava a Piercamillo Davigo per essere acclamato al vertice dell'associazione nazionale magistrati glielo ha servito, ovviamente senza volerlo, su un piatto di argento Matteo Renzi.
L'attacco frontale del premier alla magistratura come reazione ad un'inchiesta che ha coinvolto pezzi importanti del suo governo, non poteva che generare un serrate le fila tra le toghe, dissipando i distinguo che pure non mancavano sulla candidatura per il vertice dell'ANM, del giudice che dopo la deriva politica di Di Pietro e le diverse scelte di Colombo, è rimasto il simbolo di mani pulite, la sua quintessenza.
È così oggi quell'elezione c'è stata e per acclamazione. Qui al premier suo malgrado e' riuscito il miracolo di mettere insieme componenti interne ai magistrati che, come dimostrato dagli scontri di oggi sulla composizione della nuova giunta, sono tutt'altro che omogenee.
Ma non era stato difficile in sede di analisi, nelle scorse settimane, segnalare che già le sole prime indiscrezioni sulla possibile scelta di Davigo, non potevano non far fischiare le orecchie al premier e al partito democratico.
Ora con logica consequenzialità dobbiamo domandarci di cosa sia indice, al fondo, l'elezione di oggi. Le risposte possibili a bene vedere sono tre, molto lontane le une dalle altre ma tutte di grandissima importanza per i tempi che ci attendono.
1. Un prima risposta un po' rassegnata e' quella di chi pensa che sia il segnale di un'Italia eternamente al punto di partenza che non muove dalla palude della corruzione e dagli scontri degli anni 90, prima Craxi - Di Pietro oggi Davigo - Renzi. Con qualche maggiore ipocrisia di facciata ma con la stessa sostanza.
2. C'è chi in una chiave di convinto favore per l'attuale governo e di critica per la magistratura, ritiene si tratti della resistenza di quest'ultima al mondo che cambia. Un qualche "timore" delle toghe che trovi spazio una politica rilegittimata in tesi capace di riformare se' stessa , riacquistando così una centralità nel sistema paese.
3. C'è infine chi crede o spera che quella di Davigo sia più semplicemente una benvenuta scelta di eccellenza come c'è da augurarsi che avvenga in tutti i corpi intermedi e nelle rappresentanze di ogni ordine e grado. Qui valorizzandosi anche il rilievo interno al sistema giustizia della nomina di Davigo, che è tema niente affatto secondario come ancora una volta dimostrato dal feroce scontro consumatosi sulla restante formazione della giunta e dall'invero singolare patto di rotazione appena annule al vertice.
Come spesso avviene c'è probabilmente del vero in tutte e tre le risposte. Quale scenario prevarrà dipenderà dalla reale volontà dei protagonisti e da più ampi contesti di sistema che trascendono le grandi o piccole beghe di casa di nostra.
Partendo dalla prima risposta, se è senz'altro vero che bisogna rifuggire qualunquismi e moralismi di maniera e non prendere per oro colato gli stessi ricorrenti dati che enfatizzano una specifica inclinazione corruttiva italiana, è pero ugualmente innegabile che un quadro politico che si è voluto costruire senza alternative, rischia di essere terreno propizio per il riaffermarsi di malcostume e patologiche deviazioni della pubblica funzione.
Non c'era bisogno di inchieste e intercettazioni per sapere quanto inopportuna sul versante di un'autentica politica riformista, lontana dai conflitti di interesse, fosse la nomina di Federica Guidi in un governo che si dichiarava di svolta.
Non c'è da prendersela con la magistratura se si vuole e si cerca come perno parlamentare delle riforme il senatore Verdini con i macigni in termini di uso personale della politica che esibisce il suo curriculum personale e di alfiere del peggior stagione berlusconiana.
Ma scelte così grossolanamente indifendibili sono potute avvenire per l'assenza assoluta di alternativa, ed anche per un clamoroso sonno delle coscienze critiche, un pensiero unico che ha prodotto non pochi danni, così riproponendosi, sia pur con ingredienti diversi, quella situazione bloccata che finisce con l'affidare (nostro malgrado) solo al controllo giudiziario ogni serio contraltare e bilanciamento.
Ci si trova così costretti a dire che almeno un contro potere funzioni e si affidi ad un guardiano occhiuto e autorevole come Davigo è comunque una buona notizia.
Certo e' anche vero e in qualche modo riposa nella fisiologica competizione tra i poteri, che quello giudiziario avverta un sia pur ostentato e a volte un po' parolaio, rialzarsi in piedi della politica e anche per questo le toghe vogliano dare una loro risposta sul versante rappresentativo e della comunicazione. Magari pure per una più forte difesa delle loro esigenze più spiccatamente sindacali a partire dalla stucchevole (da ambo le parti) questione della riduzione delle ferie.
E qui si incrocia la terza risposta. Finito il tempo della rappresentanza seria ma grigia, è giunto il momento che tutti i corpi intermedi si dotino di leader forti, autorevoli come pure la politica, al fine ultimo di un virtuoso incontro-scontro tra poteri e funzioni.
Ma il tutto a nostro avviso ad una irrinunciabile condizione. Che queste forti leadership non siano corporative a tutti i livelli.Così come Renzi ha sbagliato in modo persino grossolano nel porre pur giuste questioni sul funzionamento della giustizia ma proprio in rapporto a inchieste che riguardavano direttamente il suo governo, e non quando il malfunzionamento della macchina giudiziaria si manifesta anche lontano dai colletti bianchi, allo stesso modo Piercamillo Davigo nel suo nuovo ruolo non darebbe quello che può al paese se non utilizzasse la sua autorevolezza e irreprensibilità per riconoscere sul serio ciò che si può e si deve riformare anche nelle aule dei tribunali e pure in quelle penali.
E qui anche in un certo uso della funzione inquirente. Cominciando dal riconoscere ad esempio che la piaga della prescrizione accontenta insieme delinquenti e cattivi inquirenti, i primi lieti infine di farla franca, i secondi potendo sempre sfuggire al vero esame del processo, dopo i clamori delle fasi cautelari.
Palude da affrontare c'è ne e' tanta e servono buoni stivali ma per farlo credibilmente nei rapporti con gli altri poteri, bisogna saperlo fare anche in casa propria. Altrimenti avremo solo dibattiti più pirotecnici e magari di livello; forse anche nuovi clamorosi processi, ma sempre fermi nello stagno saremo.

 Gianluigi Pellegrino (huffingtonpost.it - 9 sprile 2016)


Matteo Renzi, la sfida ai poteri forti è solo una fiaba

Cari elettori,
voglio raccontarvi una storia. C’era una volta Matteo Renzi, giovane energico e ambizioso che aveva sfidato i vecchi poteri del suo partito e dell’Italia. Al grido di “Adesso tocca a noi, vi rottamiamo!” era diventato, nel giro di pochi mesi, da sindaco di Firenze segretario del Pd e poi, senza essere eletto, Presidente del Consiglio. Quanto è credibile in un paese come il nostro – che certo non premia il merito, l’ambizione, la sfida ai poteri forti – questa storia? Quanti di voi ci hanno creduto e l’hanno votato alle Europee? Molti, dicono i numeri. Oggi non è chiaro che questa è solo una fiaba, elaborata e pompata dallo storytelling renziano, e nulla ha a che vedere con la realtà? La vera storia del premier Renzi – cominciata con una cena “galeotta” ad Arcore da sindaco con Berlusconi, antipasto del futuro Patto del Nazareno – la raccontò Sergio Marchionne il 2 ottobre 2014: al salone dell’auto di Parigi disse che nel mercato del lavoro occorreva “togliere i rottami dai binari e far ripartire il treno” e Renzi ‘l’abbiamo messo là per quella ragione’. Capito? Marchionne disse chiaro e tondo ‘L’abbiamo messo là’.
Ripercorriamo alla luce di questa rivelazione alcuni capitoli cruciali di questi due anni di governo. Uno dei primi atti fu la nomina di Federica Guidi Ministro dello Sviluppo Economico: “omaggio” ai poteri imprenditoriali (Ducati Energia e Confindustria) e al Patto del Nazareno (B. le aveva offerto un seggio alle Europee). Politica industriale e occupazionale: omaggi costanti al Marchionne che ‘Ha fatto più per l’Italia di certi sindacalisti’ (certo, portando la Fiat all’estero – sede legale FCA in Olanda, fiscale in Gran Bretagna – mentre lui paga meno tasse in Svizzera); circa 12 miliardi di decontribuzioni per gli imprenditori; meno diritti (abolizione art. 18) per i lavoratori. Finiti gli incentivi, la disoccupazione torna a salire.
Rapporti con i poteri finanziari: dalla cena di finanziamento con i Davide Serra al salvataggio di Banca Etruria del papà e parenti vari del min. Boschi. I decreti per rimborsare i risparmiatori truffati che hanno perso tutto, ancora di là da venire. Politica fiscale: alleggerimento del già leggerissimo falso in bilancio, innalzamento delle soglie di non punibilità penale per dichiarazioni infedeli e omesso pagamento IVA, triplicazione della soglia per l’uso del contante, voluntary disclosure per chi ha portato illecitamente soldi all’estero. Gli evasori ringraziano, gli onesti maledicono una pressione fiscale al 43,5%. Politica energetica: allungamento a vita delle concessioni per le trivellazioni in mare, emendamento ad hoc per le multinazionali petrolifere, che possono scavalcare autorità locali, portarsi a casa il nostro petrolio e lasciarci poche royalties, pochi posti di lavoro, molti danni ambientali.
E con un mare meraviglioso pieno di piattaforme e petroliere, perdiamo il nostro vero petrolio – il turismo – passando dal settimo all’ottavo posto al mondo per contributo al Pil, dietro Germania, GB, Francia, pur avendo più siti Unesco di qualunque altro paese sulla terra. E l’elenco potrebbe continuare, con le ‘manine’ salva B., Mediaset… Marchionne, Guidi, Serra, Total, Shell, Farinetti, banchieri, “stantio odore di massoneria”… Cari elettori, credete davvero – e ancora – alla favola del ragazzotto molto ambizioso che sfida i poteri forti e improvvisamente arriva a Palazzo Chigi? O quel giovane molto ambizioso è diventato Premier proprio grazie ai poteri forti che “l’hanno messo lì” e poi, ovviamente, battono cassa?
Un cordiale saluto.

Luisella Costamagna (Il Fatto Quotidiano, 5 aprile 2016

 

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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