"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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giovedì 24 ottobre 2013

I PROTOCOLLI DEI SAVI DI SILVIO (Marco Travaglio)



I casi sono due: o Silvio Berlusconi è vittima di un’allucinazione e si è convinto che in cambio dell’appoggio al governo Letta avrebbe ottenuto un qualche salvacondotto giudiziario; oppure qualcuno gli ha davvero promesso, o fatto balenare, o lasciato credere con quelle formule allusive del dire e non dire che contraddistinguono il politichese italiota. Perché una cosa è certa: da quando, a fine aprile, sono nate (anzi rinate) le “larghe intese” con un governo presentato da tutti i giornali e da tutte le parti coinvolte come “di pacificazione nazionale”, dopo “vent’anni di guerra civile”, non passa praticamente giorno senza che B. o qualcuno dei suoi invochi l’intervento di Napolitano per salvarlo dagli arresti o dalla decadenza o da tutti e due come se fosse un atto dovuto, o almeno promesso. E questo non lo scrive il Fatto bevendosi le “panzane” della Santanchè. Lo scrivono da sei mesi tutti i giornali. Rispondere che Napolitano quel salvacondotto non l’ha (almeno per ora) concesso e dunque si tratta di “panzane”, significa rivoltare la frittata. L’interrogativo rimane: che cosa si dissero, nei loro segreti conciliaboli, Napolitano e Letta jr. da una parte, e B. e i suoi numerosi sherpa sguinzagliati ogni due per tre sul Colle da quando il presidente fu rieletto per volontà di B. e il premier fu scelto da B.?

Il 24 giugno B. viene condannato al processo Ruby. Il 25 viene ricevuto a Palazzo Chigi da Letta Nipote e il 26 al Quirinale da Napolitano, che fa sapere di averlo invitato lui. Per parlare di che? Del tempo e della pioggia? B. fa sapere ai suoi che il Presidente “vuole la pacificazione e mi è vicino” e lui l’ha invitato a “non restare neutrale di fronte al trattamento che sto subendo”. Poi aggiunge: “Se mi danno il salvacondotto mi ritiro dalla politica”. Il 9 luglio la sezione feriale della Cassazione fissa per il 31 il processo Mediaset per evitarne la prescrizione. Il Foglio la accusa di “distruggere d’un colpo il lavoro di costruzione di un equilibrio possibile realizzato da Napolitano”. Il 1° agosto la Cassazione condanna definitivamente B. per frode fiscale. Napolitano comunica dalle ferie: “Ritengo e auspico che possano ora aprirsi condizioni più favorevoli per l’esame in Parlamento dei problemi relativi alla giustizia”. Che c’entra la riforma della giustizia con la condanna di B.? L’indomani, secondo vari giornali, Napolitano riceve le telefonate di Schifani e Berlusconi e forse addirittura una visita in Alto Adige di Gianni Letta: per parlare di che, delle marmotte e degli stambecchi?

Il 3 agosto Bondi avverte: “Agibilità politica a B. o guerra civile”. Napolitano s’infuria: “Parole irresponsabili”. Cicchitto gli rammenta i protocolli segreti delle larghe intese: “Questo governo implicava anche una pacificazione che attenuasse lo scontro frontale Berlusconismo antiberlusconismo fondato sull’uso politico della giustizia”. Il Colle replica che non è arrivata nessuna domanda di grazia. Il giorno 4, pesante avvertimento di Sallusti su Il Giornale: “Napolitano, sveglia. C’è in gioco la democrazia e il presidente fa l’offeso. Ma quando toccò a lui la porcata giudiziaria…”. Il 5 Napolitano riceve per un’ora e un quarto i capigruppo Brunetta e Schifani saliti al Colle per invocare “l’agibilità politica”, cioè il salvacondotto per B. Alla fine, non dice affatto di averli respinti con perdite, ma che “esamina con attenzione tutti gli aspetti delle questioni prospettate”. Quali questioni? Il solleone agostano? Il 13, finito di esaminare le questioni, Napolitano dirama una nota ufficiale in cui spiega a B. che cosa deve fare per ottenere la grazia: presentare “la relativa domanda”, “prendere atto” della sentenza di condanna, accettare la pena che “la normativa vigente esclude debba espiare in carcere” (falso), ma in forme “alternative” che il giudice potrà “modulare tenendo conto delle esigenze del caso concreto” (intromissione nell’autonomia del giudice).

Poi il presidente esaminerà “un eventuale atto di clemenza individuale che incida sull’esecuzione della pena principale”. Il Giornale, mai smentito, scrive che il messaggio è stato “concordato” con B. che l’avrebbe “letto in diverse stesure, fino a quella definitiva”. Il 10 settembre il suo consigliere Macaluso, intervistato da Repubblica , traduce: “Napolitano ha spiegato che lui una grazia estesa anche alla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, non la concederà mai. Non è materia di discussione. Una eventuale valutazione sarebbe circoscritta, quando e semmai dovesse arrivare una domanda di Berlusconi al Quirinale, alla condanna principale”. E l’amico Scalfari scrive più volte su Repubblica che B. deve dimettersi da senatore, poi Napolitano lo grazierà. Nessuna smentita del Colle alle panzane sulla grazia. Il 24, gran consiglio Pdl ad Arcore: i falchi Verdini e Santanchè convincono B. che Napolitano “lo prende in giro”. Alfano si appella “alle massime istituzioni della Repubblica, al premier e ai partiti della maggioranza” perché “garantiscano piena rappresentanza” a B. e ai suoi elettori.

L’indomani Violante apre al ricorso alla Consulta contro la legge Severino, seguito da uno stuolo di scudi umani vicinissimi al Quirinale (Cancellieri, Capotosti, Fiandaca, Onida, Manzella, Vietti e i saggi ri-costituenti Caravita di Toritto, De Vergottini e Zanon). Napolitano ci mette il timbro, facendo sapere al Corriere che ha “letto con attenzione e apprezzamento” l’uscita di Violante. Il 30 B. mette la museruola a falchi e pitonesse e dichiara: “Napolitano se vuole può fare tutto: dare la grazia, commutare le pene, risarcire il danno morale”. Poi ricorda – come riferisce Ugo Magri su La Stampa – che “in un incontro mesi fa al Quirinale, Napolitano gli avrebbe fatto balenare vie d’uscita. Ed è anche in base a questi affidamenti che il Pdl si sarebbe deciso a sostenere le larghe intese”. Il 26 Repubblica e Libero gli attribuiscono una frase ancor più minacciosa: “Rivelerò a tutti le promesse che mi ha fatto Napolitano quando abbiamo acconsentito a far nascere il governo Letta”.

Il 27 Gianni Letta risale al Colle: per invitare Napolitano a una castagnata? Il 3 settembre, accusato dal Giornale di “attentare alla Costituzione” e di essere “mandante e carnefice” dell’eliminazione di B., Napolitano – racconta La Stampa – telefona furente a Letta zio: “Berlusconi, se vuole la clemenza, non può illudersi di non pagare un prezzo politico e di evitare tanto la decadenza quanto le pene accessorie”. Il 6 riceve Confalonieri e il solito Gianni Letta al Quirinale: per parlare dei palinsesti Mediaset? Il 20 intima davanti al Csm di “spegnere il conflitto fra politica e giustizia”. Il 1° ottobre, su Tempi, B. accusa Letta e Napolitano di “distruggere la loro credibilità” e “affidabilità” perché rifiutano di “garantire l’agibilità politica al proprio fondamentale partner di governo” e consentono il suo “assassinio politico per via giudiziaria”. 2 ottobre B. cambia idea e vota la fiducia al governo perché – dice – “abbiamo avuto rassicurazioni da Letta”: sul prezzo dei fagiolini? Il giorno 8, guarda caso, Napolitano si appella alle Camere perché approvino l’amnistia e l’indulto.

Questa è la consecutio tempurum degli ultimi mesi, tratta dalle cronache di tutti i giornali escluso il Fatto, che scrive “ridicole panzane” e dunque non conta. Signor Presidente, come si dice dalle sue parti: “ccà nisciuno è fesso”.

 

mercoledì 23 ottobre 2013

DECADENZA FA RIMA CON TRASPARENZA (Bruno Tinti)


Dev’essere proprio vero che siamo la patria del diritto. Giù, giù, dal primo dei giureconsulti fornitori della real casa con super pagati pareri pro veritate fino all’ultimo politicante che ripete luoghi comuni elaborati dai ghost writer per i più diversi talk show. L’irretroattività… l’incostituzionalità… le prerogative… Ma la legge Severino… la condanna… i precedenti… Si ma l’articolo… la Cedu… Adesso siamo in balia degli esperti del voto segreto, del regolamento del Senato, del vincolo di mandato. Non osi il Presidente Grasso, proclama un ispirato Gasparri, è pronta la denuncia, la sanzione, la prigione. Cioè la reazione alla congiura da parte della stessa magistratura che l’ha ordita. I boia di B. tramutati nel 7° cavalleria. È significativo che i carnefici del diritto vi ricorrano quando gli serve; un riconoscimento confortante anche se imposto dalla necessità.

E non c’è da lamentarsi se gli altri, i nemici di ieri e collaborazionisti di oggi, si dichiarano uniti in una procedura legale – la modifica del regolamento del Senato – che, se approvata dalla maggioranza, è certamente legittima. Ma resta uno sconcerto di fondo, una sfiducia in questa gente, tutta, che è alla base della dissoluzione della politica italiana. Restano domande senza risposta. Perché solo ora ci si accorge che il voto segreto è un’iniquità ? Quando tanti masnadieri camuffati da parlamentari sono stati sottratti ad arresto, intercettazioni, perquisizioni con maggioranze frutto di accordi “indicibili” e per questo celati con la segretezza del voto. Non è difficile da capire: perché solo ora una forza politica rozza, disinformata, estremista, sostanzialmente inidonea a governare il Paese, tuttavia estranea alla rete di connivenze e interessi incrociati che cementa la politica, ha posto il problema. E perché la cosiddetta sinistra deve scegliere tra la rottura del patto scellerato con i suoi simili e la sicura scomparsa, se mai dovesse rendere evidente la complicità con i finti avversari.

Perché nessuno pone con forza la domanda più ingenua, quella che ha una sola possibile risposta? A cosa serve il segreto? È ovvio, a nascondere. A cos’altro? E cosa volete nascondere, voi che lo difendete, anzi lo pretendete? È ovvio, l’identità di quelli che sperate vi salveranno. In verità non c’è niente di male a ritenere che B. non debba decadere. Perché non si dovrebbe dirlo con forza ma anche con serenità, convinti della propria ragione? È ovvio, perché il voto salvifico è di nuovo frutto di “indicibili” accordi; non lo fosse, non ci sarebbe ragione di celarlo nel segreto. Ho meditato, sofferto, deciso: non credo sia giusto che B. sia espulso dal Senato. Questa è la mia decisione di uomo libero. Cosa di più nobile, di più degno di un Padre della Repubblica? Perché nascondere un comportamento onorevole?

Ma perchè in questo modo si violano le direttive del Partito. Vero. E allora? Tutti voi, giuristi di complemento, quante volte ci avete ricordato che i parlamentari agiscono “senza vincolo di mandato”, che sono liberi di autodeterminarsi, che rispondono alla loro coscienza? I transfughi, tra cui almeno uno ha confessato di essere stato cospicuamente remunerato per il tradimento, hanno difeso la scelta rivendicando la loro libertà. E, se fosse vero, andrebbero apprezzati.

E ora si vuole sostenere che questa libertà deve essere esercitata in segreto? Che nessuno deve conoscere le ragioni della decisione? L’illogicità della pretesa è evidente. Il parlamentare esercita il suo ufficio in rappresentanza di chi lo ha eletto; che, a sua volta, lo ha eletto condividendone le tesi e i programmi, confidando nelle promesse urlate nella campagna elettorale. E adesso questo stesso parlamentare fa una scelta clandestina, di cui il suo elettorato non sa, non saprà, non deve sapere mai nulla. Sicché, quando si ripresenterà per nuove elezioni, solleciterà il voto nascondendola. È così ovvio che l’agire senza vincolo di mandato e la segretezza del voto sono incompatibili! Ma – che strano – i padri coscritti (tranne i nuovi arrivati) non ci pensano, non lo sostengono, non lo urlano. Prendono tempo ; sono già passati quasi 3 mesi dalla condanna, dalla necessità di pronunciarsi sulla decadenza. Attendono nelle loro trincee solo apparentemente contrapposte che B. sia estromesso dalla magistratura, senza che siano loro a sporcarsi le mani. E ormai, invero, manca poco, solo la Cassazione. Poi l’interdizione regalerà due anni di tranquilli accordi “indicibili”.

Perché, infine, non ricordare la cosa più ovvia? Onorevoli colleghi, qualcuno avrebbe potuto–dovuto dire, non nascondiamoci dietro un dito. Noi non siamo la moglie di Cesare, non siamo insospettabili. Veramente è il contrario. Negli ultimi mesi abbiamo dato prova di faide interne e di favoreggiamenti incomprensibili, tutto coperto dalla segretezza del voto. Quelle vergogne che sembravano proprie della destra venduta al suo leader e che si accresceva con acquisizioni tanto impudiche quanto arroganti, ci stanno inquinando. Non è questo il momento di discutere sulle prerogative del parlamentare. È invece il momento della trasparenza. Il voto deve essere palese perché siamo sospettati delle stesse ignominie. Se vogliamo avere un futuro dobbiamo guadagnarcelo ora.


 

lunedì 21 ottobre 2013

Un funerale e l'odio fuori tempo massimo

Cio' che impressiona nella vicenda Priebke (ma non solo in quella, penso per esempio alla legge recentemente votata dal Parlamento ungherese che vieta ai clochard di dormire di notte per strada, cosa che non si era vista mai, nemmeno nei 'secoli bui', anzi tantomeno nei 'secoli bui') è la progressiva scomparsa di qualsiasi forma di pietas nel cosiddetto mondo civilizzato, nella 'cultura superiore', insomma nell'Occidente inteso in senso lato. Quando parlo di pietas non intendo la 'misericordia' che Papa Bergoglio ha sempre in bocca, perchè in materia di onoranze funebri la Chiesa cattolica non è stata mai, e non è, misericordiosa. Il diritto canonico attualmente vigente le vieta per «apostati, eretici, scismatici, per chi ha scelto la cremazione per ragioni contrarie alla fede cristiana, per i peccatori manifesti il cui funerale darebbe pubblico scandalo». Le vieta tuttora, almeno formalmente, ai suicidi che pur sono persone che, per arrivare ad un atto cosi' estremo, devono aver sofferto parecchio («Perchè dei suicidi non hanno pietà» canta Fabrizio De Andrè nel brano in ricordo di Tenco). Nel Medioevo i suicidi potevano essere sepolti solo in terra 'sconsacrata'. Cio' di cui parlo qui è la pietas intesa in senso latino, virgiliano. A Nerone, l'imperatore 'maledetto' condannato alla 'damnatio memoriae', nessuno si sogno' di negare i funerali che furono pagati, con duecentomila sesterzi, dalle sue nutrici Egloge e Alessandra. Nessuno si sogno' di negagli una tomba. E per trent'anni e più il popolino di Roma, che amava questo imperatore che lo aveva difeso contro gli aristocratici latifondisti e fannulloni, continuo', indisturbato, a portare fiori su quella tomba. A tutt'oggi esiste in Roma un luogo chiamato 'Tomba di Nerone', anche se il tumulo e i resti mortali dell'imperatore non ci sono più, inghiottiti dal tempo. Catilina era 'il pericolo pubblico numero uno' per lo Stato romano. Ma dopo che fu sconfitto in un'epica battaglia (3000 catilinari contro 18 mila soldati 'regolari') il suo corpo fu restituito agli anziani genitori. Quello di Bin Laden è stato scaraventato in mare, come un sacco di patate, dagli americani.
La vicenda Priebke non interroga quindi la Chiesa ma lo Stato italiano e la sua società. Un paese civile non rifiuta funerali e una dignitosa sepoltura a nessuno, foss'anche il peggiore dei criminali. In un Paese civile non si dovrebbe assistere a un'oscena gazzarra, con sputi, calci, urla, contro un feretro, come è accaduto l'altro giorno ad Albano Laziale, cosa, anche questa, mai vista, se si ecettua, forse, lo scempio di Piazzale Loreto, ma allora, almeno, si era ancora vicinissimi alla guerra. Sono scene che si commentano da sole. «Cosi' ci mettiamo sullo stesso piano dei nazisti» ha commentato, intervistato dal Tg di Sky, un tranquillo cittadino romano, sulla quarantina, che non aveva affatto l'aria del naziskin. Quando in agosto centinaia di ebrei romani strinsero d'assedio l'abitazione di Priebke per impedirgli di festeggiare il suo centesimo compleanno concludevo cosi' il mio intervento sul Gazzettino (3/8): «A me questo accanimento, a 70 anni di distanza dai fatti, contro gli ectoplasmi del nazismo, queste larve oggi totalmente inermi, fa venire i brividi. Mi sembra di cogliervi lo stesso spirito di rappresaglia e di vendetta per cui abbiamo giustamente condannato i nazisti. E a questo punto mi chiedo chi siano, oggi, i veri 'nostalgici dell'odio'».



Profumo …di casa


Profumo …di casa

27 Dicembre 2010

Stamattina farò i buccellati! Dopo Natale e non prima, com’è consuetudine. Non ho avuto tempo, sono stata troppo presa da mille cose e non ne ho avuto voglia. Il ricovero in ospedale di un caro amico ci ha fatto vivere sottotono queste feste e poi Claudia è arrivata proprio la vigilia di Natale.
Quella dei buccellati a Natale, così come l’estratto di pomodoro, in estate, sono diventate tappe obbligate della mia vita.
L’avanzare negli anni mi fa fare delle cose che prima detestavo o vivevo quasi come incubi.
Erano “compiti” di mia mamma, ma da quando Lei non sta più tanto bene, inevitabilmente, senza bisogno di dirlo, sono subentrata io, la figlia più grande.
Mentre per l’estratto di pomodoro non trovo facilmente “aiutanti”, per i buccellati, ormai da un po’ di anni, è mia nipote a collaborare.
Claudia ama molto i dolci e ama farli. Il nostro dolce natalizio, ha un significato particolare per Lei che ormai da sei anni vive a Milano. Motivi di studio prima e di lavoro adesso, la tengono in questa città che non la entusiasma molto sia per il clima atmosferico che umano che vi si respira.
Fare i buccellati è per Claudia un modo per riaffermare le sue radici. È costretta a vivere fuori ma si sente molto legata alla sua terra, alla famiglia e, poiché torna solo per le feste, i dolci della tradizione diventano simboli di “appartenenza”.
Ieri sera ho preparato il ripieno: fichi secchi, uvetta, zuccata, cedro candito, mandorle, noci, nocciole, scorza d’arancia, tanta cioccolata a pezzi, cacao, caffè e poche gocce di olio di cannella. 
Stamattina preparo l’impasto, nell’attesa che arrivi Claudia: farina, zucchero, uova, strutto, lievito in polvere, vanillina, aroma di arancia e una spruzzata di Marsala. 
La cucina diventa campo di battaglia, sul tavolo sistemo una spianatoia di legno, i mattarelli, le rotelline taglia-pasta, la ciotola con il ripieno e quella dell’impasto, che ha bisogno di riposare un po’.
Claudia arriva: baci, caffè, coccole e poi al lavoro. Pezzi di impasto vengono spianati, ne facciamo delle losanghe, posizioniamo al centro il ripieno, arrotoliamo appiattendo leggermente il “filone” tagliandolo in piccoli pezzi.
Il forno è acceso, l’ambiente è caldo, parliamo, ridiamo. Si alzano anche le mie figlie, non partecipano ai lavori, ma si divertono a guardarci. Irene prova ad usare il mattarello: “Però non è difficile, magari vi aiuto!”
Una vera e propria catena di montaggio, i piccoli pezzi finiscono allineati sulle teglie e poi in forno. Un intenso profumo si diffonde per casa.
Clara assaggia i primi dolci sfornati, aveva detto che non le interessavano, si ricrede, sono buoni!!!
Anche Lei è qui per le vacanze, tanti anni di studio, una laurea in Economia a pieni voti e poi … l’emigrazione.
Da tre anni vive e lavora a Dublino. Un buon lavoro, certo, ma lontana da casa, dagli affetti, dagli amici.
Sì, un po’ di buccellati se li vuole portare, vuole farli assaggiare ai suoi amici: irlandesi, australiani, spagnoli, francesi, franco-libanesi, boliviani …. con i quali passerà il Capodanno.
Le ferie non bastano, dovrà rientrare in ufficio prima della fine dell’anno.
L’Irlanda per un po’ di anni ha vissuto un grosso boom economico, grandi aziende vi hanno impiantato le loro sedi e tanti giovani vi hanno trovato lavoro.
Ma è giusto che i nostri ragazzi per trovare lavoro debbano andare via?
Mi fa rabbia, vorrei che rimanessero o che almeno avessero la possibilità di scegliere se restare o andare, come è stato concesso a noi. Invece no, non possono scegliere, non possono restare!
Abbiamo finito, i buccellati sono tutti allineati nei vassoi e adesso il tocco finale: una spolverata di zucchero a velo.
Anche per quest’anno la tradizione è stata rispettata!

Concetta Giamporcaro


sabato 19 ottobre 2013

Da amnistia e indulto conseguenze devastanti per la nostra società

In un suo discorso a Bari Matteo Renzi ha definito amnistia e indulto misure 'diseducative'. Suscitando un mucchio di polemiche. In realtà il sindaco di Firenze ha usato la mano leggera. Queste misure sarebbero devastanti. La pena infatti ha un effetto deterrente o, per dirla nei termini tecnici del grande penalista Francesco Antolisei, sui cui testi chiunque abbia fatto Giurisprudenza ha studiato, serve da 'controspinta alla spinta criminosa'. La pena cioè non ha solo la funzione di punire un colpevole ma di dissuadere chi abbia tendenze criminali (e in qualche misura le abbiamo tutti) dall'imitarlo, commettendo quello stesso o altri reati. Anche per questa ragione indulto e amnistia, come dimostrano i precedenti, non solo non risolvono il problema del sovraffollamento delle carceri ma lo aggravano. All'epoca dell'indulto del 2006 i detenuti erano poco più di 60 mila a fronte di una capienza carceraria di circa 42 mila. Nel giro di due anni tornarono ai livelli precedenti. Oggi sono oltre 70 mila. Molti dei detenuti rimandati in libertà tornano a delinquere, perchè ce l'hanno nel dna o per disperazione non avendo altre alternative, mentre dei nuovi se ne aggiungono anche perchè incoraggiati dal sapere che prima o poi verranno scarcerati con ampio anticipo. In Italia non si fa che parlare della necessità della 'certezza della pena' ma si fa di tutto per renderla un optional. Il sovraffollamento delle carceri esiste da almeno vent'anni. Non si riesce davvero a capire perchè in tutto questo tempo non se ne siano costruite di nuove e più civili. Oltretutto ci sarebbe un vantaggio collaterale: non si dice sempre che l'edilizia (e quindi, presumo, anche quella carceraria) è un volano per l'economia? Ma la nostra amata e preveggente classe dirigente non ha pensato a una misura tanto semplice. Cosi' il sovvraffollamento delle carceri è diventato effettivamente un'emergenza, da risolvere con urgenza. Si potrebbero depenalizzare i reati cosiddetti 'gabatellari', cioè di modesta entità e di modesta pericolosità sociale (e invece non si fa che aggiugerne dei nuovi, come quello di «associazione a delinquere finalizzata all'imbrattamento e al deturpamento» che il Tribunale di Milano si è inventato per condannare due giovani graffittari, di 24 e 22 anni, a sette mesi di reclusione). Si potrebbero mandare ai domiciliari i piccoli spacciatori che costituiscono una porzione cospicua della popolazione carceraria. Ma questi sono, appunto, provvedimenti di emergenza. Ben altri interventi strutturali andrebbero fatti. Il primo e il più importante è la drastica riduzione della durata dei processi. Il 40% dei carcerati è rappresentato da detenuti in attesa di giudizio. E' questa la vera infamia. Perchè costringe in carcere, in penitenziari considerati giustamente disumani, per mesi, per anni, persone che al giudizio risulteranno innocenti e che vedranno rovinata la loro vita per sempre. Ma in questi anni non si è fatto altro che inzeppare il Codice di procedura penale di norme inutili, formali, che hanno ulteriormente allungato i tempi dei processi.
E' curioso, per non dir altro, che il Presidente Napolitano, che è stato ministro degli Interni dal 1996 al 1998, si accorga solo ora, dopo la condanna di Silvio Berlusconi, del problema del sovraffollamento delle carceri e proponga come soluzione l'amnistia e l'indulto. Il sospetto è lecito. Sarebbe la prima volta al mondo che per salvarne uno se ne mandano fuori 24 mila. E quando poi molti di questi torneranno a commettere reati odiosi i primi a indignarsi saranno proprio coloro che quelle leggi hanno varato o voluto scaricandone, come sempre, la responsabilità sui magistrati che le hanno doverosamente applicate.



venerdì 18 ottobre 2013

NEGAZIONISMO, L’IDIOZIA NON E’ REATO (Bruno Tinti)

La Commissione Giustizia del Senato ha proposto una modifica (primo firmatario Casson, Pd) all’art. 414 del codice penale: se il Parlamento approverà (e c’è da giurare che lo farà, sono tutti d’accordo), negare lo sterminio degli ebrei a opera dei nazisti sarà un reato punito da 1 anno e mezzo fino a 7 anni e mezzo di prigione. Che nessuno si sia posto un problema di compatibilità con l’art. 21 della Costituzione (Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione) non stupisce; spaventa. 
Intendiamoci bene: l’Olocausto è una verità storica dimostrata in modo inoppugnabile da documenti e testimonianze non contrastabili. È stato anche un genocidio abominevole, una serie spaventevole di crimini contro l’umanità, una regressione della natura umana che, prima di indignare, sconcerta: la coscienza è ferita dalla bestialità dell’evento, la ragione si chiede come sia stato possibile. Tuttavia è inaccettabile che l’imbecillità o la faziosità siano punite con il carcere. 
L’art. 414 attualmente in vigore punisce l’istigazione a commettere delitti e l’apologia di essi. Istigazione: ne ho abbastanza di mia moglie, quasi quasi la uccido; però, se mi prendono? Ma no, vedrai, andrà tutto bene. Apologia: ammazzare le mogli che rompono è cosa buona e giusta. Se istigazione e apologia riguardano delitti di terrorismo e crimini contro l’umanità, la pena è aumentata. Il che è – ovviamente – giustissimo. Ma se ci si limita a sostenere che un certo delitto non è mai avvenuto? Qual è la valenza criminale di questo comportamento? Chi nega l’olocausto non dice che i nazisti hanno fatto bene ad ammazzare 10 milioni di ebrei; e nemmeno dice che sarebbe bene rifarlo. Espone una sua demenziale teoria che merita una schifata ripulsa e l’isolamento sociale: ma niente di più, pena ricadere in analoga ignominia. 
Nel XII secolo Papi e Imperatori fondarono l’Inquisizione; servì a punire i sostenitori di teorie contrarie all’ortodossia cattolica. Torturavano e bruciavano (nell’ordine) eretici e pagani, sospetti di false credenze, predicatori di dottrine scandalose e contrarie alla vera religione (tra questi chi sosteneva non essere vero che la Madonna era stata concepita senza il peccato originale). Bruciarono Giordano Bruno perché sosteneva (tra l’altro) che esistevano altri mondi oltre la Terra; e spaventarono a morte Galileo Galilei che, saviamente, disse che avevano ragione loro prima di farsi torturare 
E’ vero che, in questi casi (ma durò fino al 1800), i persecutori difendevano falsità storiche e oggi si vuole difendere la verità storica. Ma è anche vero che ogni individuo ha diritto a non essere costretto a soggiacere a condizionamenti ideologici, morali o religiosi altrui. E che certe cose si sa come cominciano ma non si sa come finiscono. Oggi siamo tutti d’accordo che i negazionisti sono dei faziosi imbecilli. Ma mi scoccerebbe molto se, domani, una legge analoga mi mandasse in prigione perché, chiacchierando con amici o scrivendo su questo giornale, esprimessi l’opinione che Dio non esiste, che il sesso tra persone adulte e consenzienti è cosa buona e giusta e che il diritto di voto esteso a persone incolte e disinformate è irragionevole. Tutte tesi, come si vede, che contano una vasta e determinata opposizione; e, tuttavia, vorrei conservare il diritto di sostenerle.

Bruno Tinti (Jack's Blog - Il Fatto Quotidiano, 18 ottobre 2013) 

 

CORAZZIERI & CANCELLIERI (Marco Travaglio)

Segnatevi questi nomi: Alfredo Montalto e Stefania Brambille, presidente e giudice a latere della Corte d’assise di Palermo che ieri, con i sei giudici popolari, hanno avuto il coraggio di accogliere la richiesta della Procura di ascoltare come testimoni il presidente della Repubblica e alcuni suoi fedelissimi nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Potrebbero avere i soliti guai che in Italia toccano in sorte a chi tocca certi fili: andranno a scavare nella loro vita privata, a rovistare nei loro armadi, cassetti e cassonetti alla ricerca di qualcosa. Com’è accaduto agli Esposito, Mesiano, Boccassini, Ingroia, Di Pietro, Woodcock, De Magistris, Forleo, Nuzzi e tanti altri magistrati diversissimi fra loro, ma accomunati da un peccato originale: aver disturbato il potere costituito. 
Erano stati avvertiti, Montante e Brambille: la testimonianza del Presidente non s’ha da fare, né ora né mai. Li aveva ammoniti Michele Vietti, vicepresidente del Csm, l’organo di giustizia disciplinare presieduto dallo stesso capo dello Stato, con due pesanti interferenze nella loro autonomia. Li avevano sconsigliati i soliti giuristi di corte sguinzagliati a comando sui giornali di stretta obbedienza. Li aveva massaggiati l’Avvocatura dello Stato, che in teoria rappresenta i cittadini italiani, vittime della trattativa Stato-mafia, ma in realtà funge da guardia del corpo del Re. Il Tribunale di Palermo chiamato a giudicare Mori e Obinu per la mancata cattura di Provenzano aveva fornito loro una comoda scappatoia, depositando proprio l’altroieri le motivazioni dell’assoluzione in cui, già che c’era, tentava di assolvere anche gl’imputati della trattativa (non tutti: solo i politici e i carabinieri). 
E ancora ieri, alla notizia della loro decisione, li ha intimiditi il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, titolare dell’azione disciplinare, con una dichiarazione ben peggio che strabiliante: “Non ho letto la motivazione, prima vorrei documentarmi. Ma la convocazione mi lascia un po’ perplessa, mi sembra un po’ inusuale”. Ecco, brava: si documenti ed eviti di dare aria alla bocca. Qui le cose inusuali che lasciano perplessi sono altre: uno Stato che tratta con la mafia e ormai se ne vanta; un esercito di presunti servitori dello Stato che mentono per la gola e ricordano a singhiozzo, ma solo quando i mafiosi e i figli dei mafiosi li costringono a farlo; un capo dello Stato che, anziché precipitarsi dai giudici a dire tutto ciò che sa, fa l’offeso e si trincera dietro i corazzieri; e una cosiddetta ministra della Giustizia che ignora i fondamentali del diritto, tipo l’art. 205 del Codice di procedura penale che prevede espressamente la testimonianza del Presidente al Quirinale. 
Chissà perché questo scatenamento non s’è registrato qualche mese fa, quando a convocare Napolitano come teste fu la Corte d’assise di Caltanissetta nel processo Borsellino-quater. Forse perché rifiutarsi di testimoniare nel quarto processo sulla strage di via D’Amelio pareva un po’ troppo anche a lorsignori. O forse perché stavolta c’è di mezzo quel che scrisse il consigliere giuridico Loris D’Ambrosio nella lettera di dimissioni del giugno 2012 (pubblicata da Napolitano con un plateale autogol): e cioè che aveva confidato al Presidente i suoi “timori” di essere stato usato come “ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi” all’Alto commissariato antimafia e poi al ministero della Giustizia crocevia dei traffici legislativi in ossequio al papello. 
Se Napolitano testimonierà che D’Ambosio non gli disse nulla, gli darà del bugiardo. Se invece rivelerà le sue confidenze, qualcuno si domanderà perché non abbia sentito il dovere di farlo prima. Ma potrebbe pure rifiutarsi di testimoniare e tenere i giudici fuori dalla porta, come già Cossiga nel processo Gladio, ben sapendo che al Presidente non può accadere ciò che accade in questi casi a ogni altro cittadino: accompagnamento coatto dei carabinieri e incriminazione per reticenza. Nel qual caso, avremo capito tutto lo stesso. 

Marco Travaglio (Jack's Blog - Il Fatto Quotidiano, 18 ottobre 2013

 

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