"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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martedì 16 novembre 2010

Le sconfitte dei candidati democratici travolti dall'effetto Vendola.

Effetto-Vendola”, scrivono tutti i giornali, a partire dal Corriere della Sera. E l’effetto Vendola ci deve sicuramente essere, se è vero che ancora una volta il leader di Sinistra e libertà è riuscito a partecipare a una vittoria considerata impossibile, quella di Giuliano Pisapia (“Effetto Pisapia”) alle primarie di Milano. Ma questo ennesimo tracollo ripropone anche un altro problema: quello del Pd come un Re Mida al contrario, che tutto quello che tocca trasforma in metallo povero e trascina alla sconfitta. Dopo la disfatta del suo ultimo candidato, il professor Stefano Boeri, battuto di ben cinque punti nel capoluogo meneghino, il Partito democratico si interroga sullo strano paradosso che lo vuole spesso promotore delle primarie, ma quasi sempre incapace di vincerle.
E dire che i segnali – a Milano come a Bari ieri, a Bologna come a Torino domani – ci sono sempre. Quasi sempre il Pd sceglie i suoi uomini “a prescindere”: li sceglie per esigenze di apparato, per contrappesi di equilibrio interni, egemonici, correntizi, o burocratici. Che garanzie di discontinuità poteva dare “l’archistar” Boeri, l’uomo degli appalti al G8 e il grande mattatore dell’Expò? Poche, almeno sul piano simbolico. Eppure fino a ieri, nessuno nel Pd sembrava ascoltare queste argomentazioni. “Abbiamo sbagliato a sottovalutare questo aspetto – dice oggi il segretario regionale Pierfrancesco Majorino – ma da stasera siamo già ventre a terra per Pisapia”. Altro paradosso: ieri Claudio Fava numero due di Sel e lo stesso Pisapia erano impegnati a ripetere “Senza il Pd non si vince”, per rassicurare il gruppo dirigente. E così, per ricostruire le ragioni di questa crisi bisogna partire da quello che accadde a Roma.
Walter Veltroni e il gruppo di comando del Pd nel 2008 scelsero Francesco Rutelli come possibile primo cittadino della Capitale, per risolvere una grana interna, sanare il vuoto di potere lasciato dalla candidatura di Veltroni, garantire l’establishment economico della città. Quella volta il partito riuscì a negare le primarie, ma gli elettori le celebrarono nelle urne, con due dati clamorosi: nello stesso giorno l’ex diessino Nicola Zingaretti prendeva più voti vincendo la provincia, e al ballottaggio Alemanno prendeva più voti di Rutelli, soprattutto nei quartieri popolari.
A Bari le cose andarono ancora peggio: per due mesi – con l’eccezione di Arturo Parisi – la linea del partito fu: “Niente primarie”, per impedire a Vendola di vincerle. Il principale sostenitore del “niet”, come è noto, era Massimo D’Alema, che in quella campagna mise eroicamente la faccia (e altrettanto eroicamente la perse). A imporre la consultazione non furono gli iscritti di Sinistra e libertà ma quelli dello stesso Pd. Come andò a finire è noto: Vendola sbaragliò il candidato paracadutato da Roma, Francesco Boccia con percentuali bulgare, arrivando a toccare il 73% e a vincere persino senza i soldi raccolti con le consultazioni che il Pd per ripicca non mise a sua disposizione. A Firenze accadde ancora di peggio. Matteo Renzi racconta sempre che la spinta decisiva gliela diede Massimo D’Alema, con un invito sarcastico: “Se uno vuole essere eletto si candida e cerca i voti”. Detto fatto, Renzi prese la palla al balzo: e si trovò a correre contro tre candidati che erano altrettanto marziani. Una era l’espressione dell’assessore Cioni (bloccato da una inchiesta), l’altro era l’uomo di D’Alema (Michele Ventura), e l’ultimo (il candidato ufficiale della segreteria) Lapo Pistelli, un simpaticissimo figlio d’arte, che però era espressione della corrente (allora esisteva ancora) Veltroni-Franceschini.
Anche a Taranto, il medico Ippazio Stefàno, già amatissimo parlamentare del Pci (altro pupillo di Vendola) aveva sbaragliato il concorrente designato dalla segreteria: Giovanni Florido. In tutti questi casi il paradosso più grottesco era stato che gli sconfitti avevano vaticinato una immancabile sconfitta dei vincitori, sostenendo che si trattava di leader troppo radicali.
Se scomponete e ricomponete queste storie, scoprite che ci sono delle costanti che si ripetono con allarmante regolarità. La prima è l’illusione di quel gruppo dirigente che gli elettori, se insistono, alla fine si arrenderanno alla forza degli apparati (accade regolarmente il contrario). La seconda è la sovrastima del peso degli apparati sugli elettori. La terza è la drastica distanza di questi apparati dagli umori reali dell’opinione pubblica.
A Bologna, se possibile, la situazione è ancora più complicata, e un sondaggio pubblicato la settimana scorsa dall’agenzia Dire ha avuto l’effetto di un detonatore. L’apparato del Pd aveva già opposto una resistenza strenua al suo uomo più popolare (che pure ha la tessera) Maurizio Cevenini. E poi, quando i suoi improvvisi guai cardiaci hanno ridestato il desidero dei notabili, si è prodotto il patatrac. Ancora la settimana scorsa, per esempio, c’era un candidato, di area, molto popolare e stimato, il professor Andrea Segrè, preside di agraria, indicato in testa dalle rilevazioni. Ma Segrè era un esponente della società civile, non controllabile da nessuno e gli apparati del Pd lo hanno accolto con tale freddezza che l’interessato ha gettato la spugna: “Non corro più”. Così, l‘unica alternativa ai tre uomini di area Pd, (fra cui il vero capo del partito, Andrea De Maria) resta la cattolica progressista Amelia Frascaroli, seconda nei sondaggi, sitmatissima. E chi viene a sostenere, il 25 novembre Vendola, non appena tornato dall’America? Proprio lei. Il bello è che la strategia delle primarie Vendola l’aveva nella testa fin dal congresso delle fabbriche in Puglia, quando le sue sembravano fantasie ottimistiche: “A Milano vincerà Pisapia, a Roma vincerò io”. Intanto, lo stesso sondaggio della Dire, cita un dato sconvolgente: Sel sarebbe al 13.5% all’ombra delle due torri. Fino a ieri incredibile. Oggi, dopo Milano, possibile.

Luca Telese (Il Fatto Quotidiano del 16 novembre 2010)

lunedì 15 novembre 2010

Con Luigi, senza se e senza ma

Oggi vi parlo di Luigi De Magistris, voglio fare una scelta di campo senza se e senza ma: sto dalla sua parte e da quella di Sonia Alfano. Lo dico con chiarezza a coloro che ci attaccano al di fuori del partito e a quelli che ci contrastano all’interno dell’Italia dei valori, senza capire che proprio in questo momento serve unità e compattezza. Dobbiamo fare come i tre moschettieri: “uno per tutti, tutti per uno”. Luigi è accusato per quello che ha fatto nella sua attività da magistrato, per spirito di vendetta e proprio noi, suoi compagni di partito, dobbiamo fare squadra e non possiamo andargli contro, magari per toglierci qualche sassolino dalla scarpa. Viene preso di mira per aver fatto una mega inchiesta, Why Not, senza produrre risultati. Ma non è assolutamente vero. I risultati non ci sono stati perché gli è stata tolta l’indagine prima che fosse conclusa. Pensate a me: se durante Mani Pulite, l’inchiesta fosse stata spezzettata in mille fascicoli e mandata in diverse procure d’Italia, il processo non sarebbe mai stato possibile, perché ci vuole una visione d’insieme e solo chi ricostruisce i fatti giorno dopo giorno, carta dopo carta, fascicolo dopo fascicolo, interrogatorio dopo interrogatorio, riesce a venirne a capo.
I reati contro la pubblica amministrazione non sono come le rapine, nelle quali si ha il corpo del reato, o gli omicidi, nei quali c’è il morto, perciò per una ricostruzione è necessario mettere insieme una serie di carte, fare controlli incrociati, raffronti. Ecco, a Luigi hanno impedito tutto questo con un ricorso, in parte di eccezione procedurale e in parte di delegittimazione e denigrazione. Gli è successo quello che è successo a me, che ho dovuto fermarmi nell’inchiesta per difendermi, soltanto perché stavo dando fastidio a troppe persone. Per aver fatto Mani Pulite ho subito 37 accuse. Allora vi chiedo: la colpa è di Luigi che non ha prodotto un risultato o di questo apparato che gliel’ha impedito? È stato rinviato a giudizio per omissione di atti d’ufficio e si presenterà davanti ai magistrati a dare le sue motivazioni. Luigi ha più interesse di tutti noi a farsi processare, proprio per non lasciare nulla di intentato e soprattutto per non dar modo di dire che è stato avvantaggiato o trattato in modo differente da altri cittadini. Quel processo serve più a lui che a noi per ripristinare la verità.
Lasciamo che la magistratura faccia il suo dovere e non dividiamoci, dicendo che deve essere espulso dal partito perché sotto processo. Se avessimo applicato la regola asetticamente, senza alcun distinguo tra i vari casi, il partito non sarebbe nemmeno nato, perché l’ho fondato proprio quando contro di me si scagliavano le accuse più incredibili. Invece, mi sono difeso in tribunale e nel frattempo ho costruito una squadra per rispondere politicamente a chi vorrebbe applicare il principio craxiano “tutti colpevoli, nessun colpevole”. Ricordiamoci che ci sono persone sottoposte a giudizio e condannate, mentre altre dopo il processo vengono assolte.
Io credo nell’innocenza di Luigi, credo che nei suoi confronti sia in atto una campagna denigratoria per fermare la sua attività politica, così come credo nelle sue battaglie in difesa della società civile. È una risorsa importante per l’Italia dei valori. Per questo invito tutti a rimanere uniti perché l’obiettivo ora è di liberare il Paese da Berlusconi.

Antonio Di Pietro - 12 novembre 2010


domenica 14 novembre 2010

Un uomo solo

Una mattina dell'estate scorsa, alle ore 4, non potevo dormire e decisi di fare la consueta passeggiata quotidiana a quell'ora, attorno a Piazza di Spagna.
Ritorno a casa da Via Condotti, quando due ragazzi (venticinquenni, ho saputo dopo) mi vengono lentamente incontro e, con aria spavalda, uno rivolto a me, che sostengo in maniera decisa il loro sguardo dice: "Noi ci conosciamo, ma dove ci siamo incontrati?"
Rispondo "di botto": "Certamente a Rebibbia!" (si tratta del carcere romano dove sono stato "ospite" per circa sei mesi).
I ragazzi si guardano attoniti tra loro e ll'unisono esclamano: "Impossibile! Noi siamo stati solo a "Regina Coeli" (per chi non lo sapesse altro carcere romano).
Il ghiaccio, come si usa dire, si era rotto e i ragazzi mi "circondano", manifestando grande cortesia ed attenzione.
Uno di loro (sempre lo stesso, il "capo" presumo), osserva: "Ma Lei, data la sua personalità (con capisco da che cosa abbiano derivato la "personalità", tranne il fatto che ero vestito con giacca e cravatta e camicia, come al solito) e la sua età, non può essere stato "dentro" che per associazione mafiosa".
Colpito da tanta perspicacia rispondo: "E' proprio così".
A questo punto, guardandoli in viso, ho la certezza di essere diventato "qualcuno" per loro e chiedo "autorevolmente": "Ma voi che fate?".
"I ladri", rispondono assieme.
Stabilitasi la "familiarità" uno (sempre lo stesso) incalza: "Eppure noi la conosciamo, ma Lei chi è?".
Rifletto per qualche attimo e penso: "Ora mi butto".
"Mi chiamo Vito Ciancimino" sillabo.
Ho, netta, la sensazione di aver pronunciato una parola magica.
Mi rimane, tuttora, impressa nella mente l'immagine dei loro volti. Erano attoniti, sbigottiti e increduli. Ricordo che il "capo" afferrò l'altro, lo trascinò di una ventina di metri, ai piedi della scalinata di Piazza di Spagna e lì confabularono per alcuni minuti, io vedevo solo i gesti che erano molto ampi.
Di ritorno, con grande deferenza e umiltà dissero: "Noi siamo sbalorditi e le chiediamo, per carità, ci può mostrare un documento di identità personale?".
Nei momenti in cui loro parlottavano, divertito e distrattamente avevo pensato a tutto, tranne che mi avrebbero fatto una simile richiesta.
Decisi di aderire e porgendo la carta d'identità, con aria faceta dissi: "Voi avete la 'vocazione' di poliziotti che non quella di 'ladri'".
Accertata la mia identità, si chinarono, mi afferrarono le mani nell'intento manifesto di baciarmele; mi sottrassi con decisione a simili effusioni (che non tollero) e loro umili, in coro, chiesero: "Come è possibile che 'vossia', alle 5 di mattina, cammina 'solo' in Piazza di Spagna?".
Io, autorevole, rispondo: "Chi vi dice che sono solo?".
I ragazzi si guardarono attorno, non videro nessuno e sconsolati affermarono: "Siamo degli imbecilli, non vediamo nessuno eppure siamo circondati da decine di picciotti".
Mi allontanai da "Dio", tale ero diventato ai loro occhi.
Avevo contribuito ad alimentare la "mia leggenda".
Sono stato "peggio" (ed è quanto dire) di un giornalista.

Massimo Ciancimino - Francesco La Licata (Don Vito - Serie Bianca Feltrinelli)

Foto della ex nuda su Facebook, condannato a 4 mesi di carcere

Dovrà scontare quattro mesi di carcere per aver postato su Facebook una foto in cui la sua ex compariva senza veli. Per la prima volta una persona finisce in prigione per un reato commesso usando il più popolare social network del mondo. Joshua Simon Ashby, ventenne neozelandese, di professione pittore, è stato condannato venerdì scorso dal tribunale del distretto di Wellington, che lo ha riconosciuto colpevole non solo di aver pubblicato la foto incriminata, ma anche di essere responsabile di altri sei reati tra cui minacce di morte, aggressione e furto di vestiti.
LA SENTENZA
- I principali reati sono stati commessi lo scorso 23 luglio. Quel giorno il giovane Ashby, dopo un litigio con la fidanzata, ha postato sulla pagina Facebook di quest’ultima la foto senza veli. In un primo momento l’immagine poteva essere vista «solo» dai 218 amici della ragazza. Ma più tardi, il giovane, dopo aver cambiato la password dell'account della vittima, ha reso pubblico il suo profilo, dando in pratica la possibilità a tutti i 500 milioni di utenti del social network di vedere la foto. Solo 12 ore dopo essere stata postata, la foto è stata rimossa. Sulla bacheca della ragazza poi il pittore ha anche postato messaggi di morte. Tra questi uno recitava: «Ho intenzione di ucciderti». In un altro il pittore definiva la fidanzata una «sporca sgualdrina». Secondo quanto racconta il portale d'informazione neozelandese stuff.co.nz dopo pochi giorni la ragazza avrebbe perdonato Ashby e sarebbe tornata con lui. Ma la situazione è precipitata a ottobre: il giovane pittore, dopo l'ennesimo litigio, avrebbe aggredito la ragazza spingendola a terra e spaccandole il cellulare.
COMPORTAMENTO IRRESPONSABILE
- Dopo la lettura della sentenza Ashby si è coperto il volto con un pezzo di carta per evitare che i fotografi immortalassero il suo viso, ma il giudice Andrew Becroft gli ha chiesto di non nascondere il volto perché «vi era una certa simmetria tra quello che stava subendo e ciò che aveva fatto alla sua ex». Inoltre Becroft dopo aver definito il comportamento del giovane «irresponsabile e frutto di una gelosia rabbiosa» ha difeso la vittima: «La ragazza è stata messa fortemente in imbarazzo - ha dichiarato il giudice - La tecnologia non può essere usata in questo modo. Si possono fare danni incalcolabili alla reputazione di una persona».
LA DIFESA DEI GENITORI
- Lisa Ashby, madre del pittore, è stata sempre vicina al figlio. L’ha visitato in carcere durante la custodia cautelare di cinque settimane, ma ha da subito riconosciuto la sua colpevolezza. Venerdì ha definito il lavoro della corte «eccellente»: «Speriamo che questa condanna possa servire agli altri ragazzi che intendono usare in maniera sbagliata i social network - ha confessato la signora Ashby - Da oggi tutti sanno che con un'azione del genere si rischia la prigione. Una cosa simile è reato». Secondo la donna suo figlio è profondamente pentito e dispiaciuto per i danni causati alla sua ex: «Non è una cattiva persona - afferma la signora Ashby - E' solo un ragazzo molto impulsivo. Quando le cose non gli vanno come vuole, reagisce senza riflettere».

L’uomo e la macchina

Nei talebani io non difendo solo il diritto elementare di un popolo, o parte di esso, a resistere all’occupazione straniera, comunque motivata. In ciò che accade in Afghanistan io vedo, simbolicamente e concretamente, la lotta dell’uomo contro la macchina. Da una parte gente che si batte con i propri corpi, il proprio coraggio, fisico e morale, con armi del secolo scorso, dall’altra i robot, i Dardo e i Predator, aerei senza equipaggio, i missili che colpiscono a distanza di 300 chilometri e, più in generale, un apparato tecnologico sofisticatissimo dove la parte del combattente è ridotta al minimo.
In ciò che accade in Afghanistan io vedo, simbolicamente e concretamente, la lotta dell’uomo contro il denaro. In Afghanistan alcuni dei Paesi più ricchi del mondo hanno aggredito uno dei più poveri, ma non ce l’hanno fatta a piegarlo. Abbiamo cercato di comprarli in tutti i modi, i talebani, ma non ci siamo riusciti. Sulla testa del Mullah Omar, dopo la sua rocambolesca fuga in moto, pendeva una taglia di 50 milioni di dollari. Con una cifra simile, da quelle parti, si compra tutto l’Afghanistan e anche un po’ di Pakistan. Ma non se n’è trovato uno solo che tradisse Omar. Quando Abdul Salam Zaeef, ex ambasciatore talebano in Pakistan, fu catturato e imprigionato, venne sottoposto al consueto trattamento tipo “Abu Ghraib”, spogliato nudo dai militari americani, uomini e donne, e deriso mentre un commilitone scattava fotografie (sono i metodi della “cultura superiore” totalmente estranei a quella afghana, del resto i talebani non hanno mai torturato i prigionieri, li hanno sempre trattati con rispetto).
Racconta Zaeef (“My life with the Taliban”) che gli americani volevano da lui una cosa sola: delle indicazioni per trovare il Mullah, in cambio gli offrivano la libertà e molti soldi. Zaeef rispose: non si vende un amico e un compagno di battaglia per la libertà e tanto meno per denaro. La Cia, toccando il fondo dell’ignominia e del ridicolo, non sapendo cos’altro fare per “conquistare i cuori e le menti degli afghani” è arrivata a offrire ai capi tribali, che hanno più mogli, il viagra. Gli americani sono convinti che tutto si possa comprare col denaro. Invece non si può comprare chi è disposto a morire per le proprie idee, giuste o sbagliate che siano (“Ni se compra ni se viende el cariño viertadero“, non si compra e non si vende l’amore vero dice una vecchia canzone spagnola). Non si può comprare chi non fa del denaro la propria priorità.
Omar, quando era al potere, viveva in un ufficio amministrativo di sette stanze, zeppo di funzionari che lo aiutavano nel suo lavoro e le sue tre mogli e i cinque figli hanno continuato ad abitare nel poverissimo villaggio della sua giovinezza, Sungesar, senza cambiare in alcun modo il loro tenore di vita, né Sungesar ha ricevuto alcun vantaggio dal fatto che uno dei suoi “enfants de Pays” era diventato il capo del Paese. La rivoluzione talebana è interessante anche per altri motivi. Si apparenta, in un certo senso, alla Rivoluzione francese che spazzò via il mondo feudale per imporre poi all’Europa, sulla punta delle baionette di Napoleone, un unico diritto. Anche i talebani spazzarono via il mondo feudale afghano, quello dei “signori della guerra”, e al posto dell’arbitrio imposero, nel loro Paese, un’unica legge, la Sharia. La differenza è che mentre la borghesia guardava in avanti, i talebani guardano indietro, a un mondo regolato, sul piano del costume, da leggi arcaiche risalenti al VII secolo arabo-musulmano senza però respingere alcune, poche e mirate conquiste tecnologiche della modernità. Una sorta di “Medioevo sostenibile” che a me pare più innovativo e comunque più interessante del nostro “sviluppo sostenibile”.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano - 13 novembre 2010)


L'ultima minaccia di Mackie Messer

La fine d'un regno ha sempre un antefatto e un post-fatto e bisogna collegare quei due momenti per capir bene quello che sta accadendo. Si tratta in questo caso di due articoli di giornale, quindi non eventi politici ma espressioni della pubblica opinione.
L'antefatto mi riguarda personalmente perché sono io l'autore di quell'articolo. Fu pubblicato sulla Repubblica del 13 gennaio 1990, quattro anni prima che Silvio Berlusconi diventasse primo ministro. Il titolo era questo: "Mackie Messer ha il coltello ma vedere non lo fa".
Il personaggio di cui si parlava era appunto Berlusconi che all'epoca era soltanto un imprenditore immobiliarista e un impresario televisivo con alle spalle il potere politico di Bettino Craxi. Il titolo era preso dall'"Opera da tre soldi" di Bertolt Brecht: Mackie Messer è un lestofante protagonista dell'Opera, un lestofante di primo piano che usa un folto gruppo di mendicanti per coprire e portare a buon fine le sue ruberie. Negli anni Novanta era già chiara la natura di quel personaggio. Chi voleva capire aveva capito. I vent'anni successivi non sono stati altro che lo sviluppo di quella natura che conquistò le istituzioni e le ridusse a strumento dei propri interessi e di quelli della sua nomenklatura.
Il post-fatto è un articolo che Giuliano Ferrara ha pubblicato sul Foglio di venerdì scorso. Il titolo è una citazione da Ungaretti: "Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie".
Descrive impietosamente gli errori che hanno costellato il governo Berlusconi e la decomposizione del suo potere, delle sue alleanze, della sua concezione del bene pubblico. La diagnosi è perfetta e condivisibile.
Manca solo una cosa: l'autore non spiega perché se ne accorge soltanto oggi e perché nei precedenti sedici anni abbia fatto di tutto il suo possibile in ampia e pessima compagnia con altri turiferari, per manipolare la pubblica opinione in favore di Mackie Messer. Forse un atto di contrizione sarebbe stato opportuno, ma sarebbe chieder troppo all'umana natura.
Questi ingenui che si credono furbi sono una delle nostre debolezze nazionali. L'altra debolezza sta nel fatto che i furbi si credono anche intelligenti e non lo sono affatto.
Adesso gli ingenui si stanno svegliando da una lunga narcosi. E sapete qual è la goccia che ha fatto traboccare il vaso? È stata l'inaudita bugia detta al telefono la sera del 27 maggio scorso da Berlusconi al capogabinetto della Questura di Milano, quando asserì che la minorenne Ruby era la nipote di Mubarak. Tutto il resto era stato assolto dal maschilismo italico che la moralità se la mette sotto i piedi senza esitare, ma la bugia su Mubarak (certificata perfino dal ministro dell'Interno, Maroni, senza neppure un brivido di stupefazione) quella no, quella è diventata argomento da bar dello sport, quella era impossibile da digerire anche da stomaci capaci di mandar giù perfino le pietre.
Quella era il segno che il capo del governo italiano era sotto ricatto al punto di temere che se la ragazza Ruby avesse dovuto passare una notte in Questura, avrebbe parlato. Per evitare quel pericolo anche il nome del presidente egiziano poteva servire ed infatti è servito.
* * *
Dopo l'antefatto e il post-fatto veniamo all'attualità. La prima constatazione è che la maggioranza non c'è più. Alla Camera in modo certo e documentato ormai da sei votazioni: tre nella Commissione parlamentare di bilancio ed altre tre su questioni riguardanti l'immigrazione. Al Senato la vecchia maggioranza c'è ancora per una manciata di voti, ma sta per venir meno, molti senatori stanno preparando i bagagli per cambiare gruppo. Comunque è sufficiente che la maggioranza non sia più tale in una delle due Camere, per provocare la crisi di governo.
A questo punto i problemi sono tre: quando, come, e che cosa accadrà dopo.
Il quadro sembrava chiaro fino all'altro ieri: dopo l'approvazione della legge di Stabilità finanziaria che tutte le opposizioni vecchie e nuove avevano accettato di votare (ancorché si tratti di una legge molto mediocre) per senso di responsabilità e accogliendo un pressante invito del Capo dello Stato.
Questo sembrava l'accordo fino a due giorni fa, ma a quel punto Berlusconi ha capovolto la strategia dell'attendismo accendendo una miccia esplosiva: la richiesta al Senato di un voto di fiducia. La tregua sul quando è stata in tal modo rotta poiché l'opposizione, avendo avuto notizia di quest'iniziativa del governo, ha presentato a sua volta una mozione di sfiducia alla Camera. Si è così aperta la cosiddetta guerra delle mozioni che avvicina inevitabilmente il momento della crisi parlamentare. Il premier cerca di vincere la prima battaglia con l'ennesima forzatura delle regole, pretendendo di far votare la mozione di Palazzo Madama, dove è più sicuro di avere la maggioranza. Nel frattempo si è riaperto il "calcio mercato" sia in Senato sia alla Camera. Spettacolo vergognoso quant'altri mai.
* * *
Esaminare quanto accadrà dopo il voto di sfiducia alla Camera è complicato. Ci saranno infatti a quel punto svariati protagonisti: anzitutto il presidente della Repubblica e i presidenti delle Camere. I gruppi parlamentari. Ma anche le parti sociali e soprattutto la situazione economica nazionale e internazionale.
Le variabili sono molte e possono essere combinate tra loro in vario modo.
La prima variabile, quella decisiva, riguarda la possibilità di formare un nuovo governo oppure la scelta di metter fine alla legislatura e andare a nuove elezioni. Sarebbe in tal caso il secondo scioglimento anticipato delle Camere dopo due anni e mezzo dal primo. È chiaro che, prima di arrivare a tanto, Napolitano vorrà verificare se questo fatto per più aspetti traumatico possa essere evitato. Direi che questa verifica rientra nei suoi diritti e nei suoi doveri. L'incredibile minaccia di "guerra civile" lanciata da Berlusconi è preoccupante come sintomo della sua tenuta mentale ma non come pericolo reale.
Il vero tema è dunque di capire se, nell'interesse del Paese, sia meglio andare a votare subito oppure - se i numeri ci saranno in entrambe le Camere - procedere alla formazione d'un governo alternativo a quello attuale, che modifichi l'obbrobriosa legge elettorale vigente e gestisca al meglio l'economia, ancora ben lontana dall'esser uscita dalla crisi.
I pareri sono divergenti su questo punto, influenzati dalle previsioni elettorali. Se si vota con la legge vigente la coalizione Berlusconi-Bossi potrebbe di nuovo vincere alla Camera ma forse esser battuta al Senato. Si aprirebbe una fase di instabilità accentuata dalla quale il solo modo di uscire sarebbe una "grossa coalizione" dal Pdl e Lega fino al Pd passando per il terzo polo centrista. Questo tipo di soluzione sembra manifestamente impossibile. Produrrebbe un caos politico e sociale specialmente in tutta l'area del centrosinistra.
L'alternativa a questo caos nient'affatto calmo consiste in un governo interinale che faccia proseguire la legislatura fino alla sua naturale scadenza nel 2013, fondato sull'accordo del terzo polo Fini-Casini con il centrosinistra.
Si tratta di un ribaltone? E come tale improponibile?
* * *
La parola "ribaltone", intesa come cambio di maggioranza che avvenga nel corso di una legislatura, non è prevista nella Costituzione. Al contrario c'è un articolo estremamente chiaro che così recita: "I membri del Parlamento rappresentano la nazione senza vincolo di mandato". Quest'articolo tutela la libertà d'opinione dei singoli parlamentari al di là dei vincoli di partito. I delegati del popolo rispondono alla loro coscienza e responsabilità politica e saranno giudicati dai loro elettori quando il popolo sarà nuovamente chiamato a votare.
I parlamentari di "Futuro e Libertà" hanno già dimostrato l'operatività di quell'articolo della Costituzione quando hanno deciso di costituire gruppi parlamentari propri abbandonando quello del Pdl. Ancor più lo dimostreranno domani uscendo dal governo. Berlusconi e il gruppo dirigente del Pdl non hanno più la loro fiducia e i motivi di questa sfiducia sono stati da loro ampiamente illustrati.
La scelta tra scioglimento delle Camere o formazione di un governo che prosegua la legislatura spetta soltanto al Capo dello Stato che valuterà quale sia la soluzione migliore per il Paese, sempre che i numeri gli consentano di "vedere" l'esistenza di una nuova maggioranza.
Bisogna essere molto chiari su questo punto: l'esistenza numerica di una nuova maggioranza è una condizione necessaria ma non necessariamente sufficiente. Il Capo dello Stato potrebbe anche decidere che lo scioglimento delle Camere sia più utile al bene pubblico.
A me non pare che questa utilità vi sia, e non pare al maggior partito d'opposizione, non pare al terzo polo centrista che è ormai una nuova presenza parlamentare, non pare neppure alle forze sociali, sindacati e Confindustria, che reclamano da tempo un governo che governi e constatano che il governo attuale non è più in grado di fare alcunché, ammesso che in passato abbia fatto.
Ma, lo ripeto, queste valutazioni (la mia personale ovviamente non pesa neppure un grammo) passeranno al filtro del Quirinale la cui decisione è in ogni caso inappellabile e proprio questa inappellabilità costituisce garanzia costituzionale a tutti gli effetti.
* * *
Un'osservazione però voglio aggiungerla sul cosiddetto governo del fare. Non mi stupisce affatto che gli accoliti di Berlusconi proclamino che l'attuale compagine ministeriale abbia fatto il massimo che poteva fino a quando la scissione finiana ne ha paralizzato l'attività.
È ovvio che sostengano questi tesi. Meno ovvio è che la stessa tesi sia sostenuta da persone equilibrate e apparentemente imparziali; questo sì, mi stupisce e mi far riflettere fino a che punto la propaganda di parte abbia stravolto il pensiero di chi dovrebbe ragionare sui dati di fatto.
Un paio di settimane fa l'ex ambasciatore Sergio Romano, editorialista del Corriere della Sera scrisse un fondo sul suo giornale nel quale lamentava che gli insopportabili comportamenti privati del premier avessero offuscato quanto di buono, anzi di molto buono, il governo aveva fatto per il Paese.
Romano indicava quali siano stati i successi del governo: un forte impulso alla costruzione di infrastrutture, una legislazione sociale virtuosa di protezione del lavoro e di stimolo alle imprese, una politica economica di successo che ha arginato gli effetti negativi della crisi internazionale; infine la positiva soluzione di problemi apparentemente insanabili come i rifiuti di Napoli e il terremoto d'Abruzzo.
Mi sono stropicciato gli occhi nel leggere quelle frasi; forse, mi sono detto, l'ambasciatore Romano scambia i sogni (la propaganda) per realtà.
La verità è questa. Il terremoto d'Abruzzo e i rifiuti di Napoli sono due miracoli annunciati ma mai verificatisi e la realtà è sotto gli occhi di tutti senza bisogno di ricordarla.
La legislazione sul lavoro e gli stimoli alle imprese non ci sono stati, c'è stato un accordo contrattuale separato che ha tenuto fuori il maggior sindacato italiano. Per quanto riguarda gli stimoli alle imprese e ai consumatori non se n'è mai vista l'ombra come ha documentato più volte l'ufficio studi della Confindustria.
Infrastrutture. Il rapporto Cresme sulle opere pubbliche presentato a Verona il 9 novembre è il seguente: nel 2008 le opere pubbliche sono diminuite del 6 per cento rispetto all'anno precedente, nel 2009 la diminuzione è stata del 7 per cento e nel 2010 del 4,9. La previsione per il 2011 segna un crollo del 9 per cento anno su anno. Auspico che Sergio Romano sia più attento quando affronta argomenti così complessi e delicati.
Quanto ai beni culturali, cioè all'immenso patrimonio italiano che è in materia il più grande del mondo, richiamo quanto ha scritto in proposito il professor Settis che è uno dei massimi esperti in materia e ricordo anche quanto ha detto il ministro Bondi quando, in una trasmissione televisiva sul crollo di Pompei, ha dichiarato che "una struttura vecchia di duemila anni non poteva che crollare".
Mai una frase del genere era stata accolta da un'irrefrenabile e tristissima risata di scherno.

Post scriptum. Oggi a Milano il centrosinistra voterà alle primarie per scegliere i candidati all'elezione del sindaco della città. Si tratta di tre candidati civici che chiederanno il voto su altrettante liste una delle quali, quella scelta dagli elettori, si presenterà in opposizione al sindaco Moratti e ad altri candidati del centrodestra.

Si tratta di tre candidati degni di grande considerazione: l'architetto Boeri, il giudice costituzionale Onida, l'avvocato Pisapia.
Vinca il migliore. Ma ciò che oggi importa, come ha già scritto ieri Gad Lerner, sarà l'affluenza dei votanti che rappresenta una sorta di prova generale della mobilitazione dell'elettorato riformista e democratico. La speranza a Milano e in Italia è che questo prologo dia il massimo risultato.

Eugenio Scalfari (La Repubblica - 14 novembre 2010)

sabato 13 novembre 2010

"Se nei nato nella giungla, è in quell'ambiente che devi imparare a a muoverti. Sennò che fai, ti chiudi in casa e non esci più?"

A differenza di tutti gli altri big dei partiti - dai Lima ai Gunnella, ai Purpura, che negavano l'esistenza di qualsiasi relazione pericolosa - Vito Ciancimino era solito giustificare le sue discutibili frequentazioni con la mafia facendo ricorso a metafore. "Se nei nato nella giungla," diceva, "è in quell'ambiente che devi imparare a a muoverti. Sennò che fai, ti chiudi in casa e non esci più?" Ecco, Don Vito sosteneva che il condizionamento ambientale faceva parte del gioco e che non era possibile aggirarlo: nessun atteggiamento di opposizione diretta alla mafia - "che è come il leone della giungla" - avrebbe avuto possibilità di successo. E, dunque, avanti con gli ammiccamenti e i compromessi, che era, d'altra parte, la scelta condivisa da una maggioranza sociale abituata a fare di necessità virtù, sempre in nome del "quieto vivere".
E' evidente, tuttavia, come una simile azione politica a sovranità limitata rappresentasse come una sorta di spada di Damocle sospesa sulla testa di amministratori e "strateghi" delle alleanze nei partiti. Lo stesso Vito Ciancimino, nei suoi appunti, ripete ossessivamente una serie di argomenti per cercare di spiegare la logica, se ve ne fosse stata una condivisibile, della scelta politica "disinvolta". Non faceva che sottolineare, a ogni occasione, la natura "difficile" del mestiere della politica: "Bisogna accontentare tutti e dare conto anche a quelli che manderesti volentieri a quel paese".

Massimo Ciancimino - Francesco La Licata (Don Vito - Serie Bianca Feltrinelli)


giovedì 11 novembre 2010

Un tempo avevo sogni sulla Chiesa

Un tempo avevo sogni sulla Chiesa. Una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà, una Chiesa che non dipende dai poteri di questo mondo…. Una Chiesa che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto. Una Chiesa che infonde coraggio, soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori. Sognavo una Chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni. Dopo i settantacinque anni ho deciso di pregare per la Chiesa.

Carlo Maria Martini (Conversazioni Notturne a Gerusalemme)

L’ALTRA FACCIA DI ROMA

Le vicende raccontate in questo libro non riguardano la Chiesa cattolica in quanto espressione della fede, talvolta del sacrificio, dei suoi ministri e dei suoi fedeli. Qui sono raccolte alcune storie significative relative alla Santa Sede (il Vaticano), vale a dire a uno Stato autonomo, dotato di organi di governo, di un territorio (se pur simbolico), una bandiera, un inno, una moneta, un esercito (simbolico anch’esso) nonché sedi diplomatiche sparse nel mondo e ambasciatori (i nunzi apostolici) regolarmente accreditati. «Storie significative», in questo caso, ha una doppia valenza. La più ovvia è che lo svolgimento delle vicende riflette le circostanze politiche e storiche dalle quali sono scaturite. La meno ovvia è che tale svolgimento, spesso intriso di crudeltà e perfino di sangue, mostra quale terribile prezzo la Chiesa cattolica abbia pagato per tenere unite la sua missione spirituale e la sua natura politica di Stato. Si potrebbe chiamarlo il tentativo di conciliare cielo e terra, il candore della santità e le astuzie del potere, ovvero, per parlare con il vangelo, Dio e Mammona. Tale commistione è stata più volte denunciata da alcune grandi anime e da menti illuminate nel seno stesso della Chiesa. Da quando, con l’imperatore Teodosio (fine del IV secolo), il cristianesimo è diventato religione imperiale e di Stato, non c’è stata epoca in cui non si sia levata qualche voce presaga, ammonitrice, a implorare che la Chiesa abbandonasse l’oro e la porpora per ritrovare la santa umiltà delle origini. Le fauci della politica hanno però una presa ferrea e il solo modo di liberarsene sarebbe una separazione coraggiosa e definitiva che non c’è mai stata. Le voci dissenzienti sono quindi rimaste piccola minoranza. «Arricchimento del dialogo» le si è definite, ma, fino a oggi, dialogo fra sordi. Questa ambiguità di fondo si riflette nella figura del sommo pontefice. Quando il papa prende la parola, non è quasi mai chiaro se lo faccia in quanto rappresentante supremo di una grande religione, guida e pastore del suo gregge, oppure capo di uno Stato sovrano, monarca che accentra nella sua persona tutti i poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario. Fin dal titolo, del resto, il «sommo pontefice» segnala la sua doppia natura: capo di una delle poche se non dell’unica monarchia assoluta ancora esistente, dove il «sommo pontefice» è sovrano regnante a vita. A chi volesse conoscere un po’ meglio questa potente struttura terrena dedico un’Appendice finale, nella quale sono anche precisate alcune necessarie distinzioni fra Vaticano, Santa Sede, Chiesa cattolica. Secondo una tesi largamente condivisa, il peso che la Chiesa riesce talvolta a esercitare nelle vicende mondiali e forse la stessa sopravvivenza dell’istituzione vanno fatti risalire proprio a questa doppia identità. Sicuramente, si tratta dell’unico esempio, negli ultimi venti secoli di storia mondiale, di una confessione religiosa strutturata così rigidamente in forma statuale. Nell’antichità classica è accaduto che il potere politico rivestisse anche funzioni religiose. Mai, però, era accaduto il contrario, cioè che un’autorità religiosa assumesse anche una precisa fisionomia politica. Altrettanto indubbio è che, accanto agli evidenti vantaggi materiali, tale conformazione ha pesato molto sull’azione propriamente spirituale della Chiesa poiché, nonostante ogni tentativo di accomodamento, Dio e Mammona restano difficili da conciliare. Come il lettore vedrà, i vari capitoli di questo libro trattano argomenti e personaggi che spaziano dai primi tempi della nostra era fino ad anni recentissimi. Il capitolo iniziale è, anzi, dedicato a un imperatore che regnò quando ancora il Vaticano non aveva assunto la forma che conosciamo. A stretto rigore, si tratta di un’escursione fuori del tema; in un quadro più ampio, però, qualche digressione è sembrata utile per tracciare delle coordinate che rendano meglio comprensibile la successione degli eventi, l’insieme dei fatti, il profilo o i punti di riferimento dei personaggi. Ma parlare del Vaticano significa, in realtà, parlare soprattutto di Roma; dal IV secolo fin quasi al termine del XIX la storia vaticana e quella della città hanno coinciso. Alcune delle vicende qui contenute sono davvero, e per numerosi aspetti, ciò che il titolo di questo Preambolo dichiara: «l’altra faccia di Roma». Non c’è, nel libro, alcuna pretesa di completezza, né tematica né cronologica. Si tratta di racconti dettati dalla rilevanza (storica o contemporanea) degli avvenimenti, così come da personali occasioni di conoscenza, di meraviglia, di frequentazione dei luoghi di cui si parla e che sono stati teatro degli eventi: l’altra faccia di Roma, appunto.

Corrado Augias (I Segreti del Vaticano - 2010 - Arnoldo Mondadori Editore)

I ratti che scappano dalla nave

Testo:
"Buongiorno a tutti, siamo agli sgoccioli, non del berlusconismo perché ci ha abituati a avere 7 vite come i gatti, siamo agli sgoccioli di questo governo, perché questo governo come l’abbiamo visto non ha più la maggioranza.
La mossa di Fini - Il discorso di Fini di ieri è uscito dai tatticismi e ha annunciato due possibili soluzioni: o Berlusconi si dimette, va al Quirinale per farsi reincaricare per un nuovo governo, con una nuova maggioranza meno sbilanciata sulla Lega, per questo Fini vorrebbe imbarcare l’Udc, oppure se Berlusconi non vuole cambiare governo e naturalmente programma di governo, Fini ritira i suoi uomini, il Ministro Ronchi, i viceministri e sottosegretari Urso, Meni e Bonfiglio e da quel momento i finiani che sono 35 alla Camera, sono in grado di mandare sotto la maggioranza ogni volta che vogliono.
E naturalmente non avendo più uomini al governo, sono svincolati da qualunque fedeltà al governo e si riservano di votare sì e no legge per legge, Berlusconi è nel sacco, come ha detto Tremonti nell’ultimo Consiglio dei Ministri “il vero Presidente del Consiglio è Fini” che praticamente tiene Berlusconi per le palle, nel senso che a questo punto il Cavaliere ha due strade: o rompe con Fini, va alla crisi di governo e accetta quello che Fini gli ha chiesto, cambiare maggioranza, cambiare programma e da quel momento è ovvio che si troverebbe nelle mani di Fini e di Casini che lo farebbero ballare per i prossimi 3 anni di legislatura logorandolo e consumandolo, oppure non accetta i diktat di Fini quindi va al Quirinale dicendo di non essere disponibile a un governo con una maggioranza diversa, a quel punto potrebbe chiedere e sperare che gli vengano concesse, le elezioni anticipate, oppure, terza strada, restare in piedi con questo governo e naturalmente sottoporsi alle periodiche imboscate primari dei finiani.
Quindi nel primo caso sarebbe nelle mani di Fini, nel terzo caso sarebbe nelle mani di Fini, nel secondo caso, quello delle dimissioni e della richiesta delle elezioni anticipate, potrebbe essere la strada per liberarsi di Fini e per andare davanti agli elettori nella speranza che gli diano, a causa dei meccanismi, dei premi di maggioranza di questa legge elettorale, la porcata di Calderoli che è attualmente in vigore, sperare di avere i numeri sufficienti nella prossima legislatura per governare anche senza i finiani, per renderli ininfluenti, per ottenere quel 30% o più che gli consente di far scattare il premio di maggioranza e quindi di ottenere il 55% dei seggi alla Camera, anche se non ha neanche il 50 e neanche il 40% dei voti.
Però se questa è la sua speranza non è detto che riesca a coronarla, intanto perché le elezioni potrebbero andargli male e quindi potrebbe non ottenere il numero sufficiente di voti per far scattare quel premio famoso di maggioranza e quindi potrebbe, se si va al voto, ottenere una maggioranza relativa che con gli serve a niente, essere semplicemente il primo partito in Italia, ma non avere i numeri, insieme alla Lega per governare. Potrebbe avere la maggioranza che gli serve per governare solo in uno dei due rami del Parlamento, solo alla Camera, sapete che al Senato c’è un altro meccanismo e quindi secondo le proiezioni che si fanno in questi giorni, stante così le cose, Berlusconi potrebbe avere il premio di maggioranza alla Camera, ma non avere la maggioranza al Senato, naturalmente senza uno dei due rami del Parlamento il suo governo cadrebbe lo stesso giorno in cui si apre con la richiesta di fiducia.
Ma potrebbe anche, non arrivarci neanche alle elezioni, perché Berlusconi e lo sa bene, potrebbe, dimettendosi al Quirinale, passare la palla a Napolitano e trovarsi di fronte un Napolitano che fa di punto per non interrompere prematuramente la legislatura e quindi come è prassi consolidata, costituzionale come hanno fatto tutti i suoi predecessori sempre, Napolitano potrebbe andare a cercare una nuova maggioranza in Parlamento, maggioranza che, su certi punti, potrebbe anche esserci, non una maggioranza che sia in grado di governare per i prossimi 3 anni di legislatura, questo credo sia da escludere, perché? Perché questa maggioranza senza Berlusconi e la Lega, dovrebbe andare da Fini all’Udc, al PD, a Di Pietro e naturalmente se si tratta di rifare la legge elettorale potrebbero anche mettersi d’accordo, se si tratta di risolvere il conflitto di interessi potrebbero anche mettersi d’accordo, se si tratta di fare due o tre misure economico – finanziarie a richiesta dell’Europa potrebbero anche mettersi d’accordo, ma su tante altre cose molto meno e poi sarebbe legittimo, intentiamoci, un governo che nasce da una maggioranza parlamentare è sempre un governo legittimo, non esiste il concetto di ribaltone per la nostra Costituzione, ogni parlamentare rappresenta tutto l’elettorato e vota senza vincolo di mandato, quindi il ribaltone è un’espressione giornalistica, polemica, politica ma non c’entra niente con la nostra Costituzione, tutti i governi che hanno un voto in più del 50% dei parlamentari, sono legittimi.
Bisogna vedere se tutti i governi legittimi sono anche buoni e sono anche soprattutto convenienti a quelli che li fanno, immaginate se in Italia andasse al governo per 3 anni uno schieramento, un’ammucchiata, un’armata brancaleone che raduna il partito di destra come quello di Fini, i partiti di centro-sinistra come quelli di Di Pietro e di Bersani e il partito di centro come quello di Casini, 3 su 4 dei quali hanno perso le elezioni nel 2006, Berlusconi avrebbe 3 anni di immense sconfinate praterie per lanciare la sua campagna vittimistica contro coloro che a tavolino con i metodi della vecchia repubblica hanno sovvertito il voto, perché una cosa è sicura, gli italiani nel 2006 hanno dato la maggioranza al centro-destra, è vero che gli italiani che hanno votato per i partiti delle opposizioni: Udc, i Dv, PD con l’aggiunta della sinistra radicale che poi non fece il quorum e quindi non entrò in Parlamento erano più numerosi degli italiani che hanno votato per il Pdl e per la Lega, però Pdl e Lega si presentavano insieme, coalizzati, mentre sinistra radicale, Pd, Idv e Casini non si presentavano coalizzati, quindi non si può stabilire che gli italiani volessero un governo che andava da Casini a Bertinotti all’epoca, né oggi si può ipotizzare che gli italiani in maggioranza vogliano un governo che vada da Fini a Vendola e escluda Berlusconi e Bossi, quindi è evidente che, sia pure legittimo, un governo del genere, se dovesse proporsi di durare per 3 anni, sarebbe dal punto di vista del diritto costituzionale legittimato, ma non sarebbe né opportuno né probabilmente decente, né etico da questo punto di vista però Berlusconi non teme questo, sa che non nascerà un governo senza di lui, prima di andare alle elezioni che duri 3 anni, sa però che potrebbe nascere un governo, un governino, un governicchio balneare, tecnico, provvisorio di pochi mesi e fare alcune cose che non lo preveda, che non lo comprenda, che non lo inglobi, un governo senza di lui, perché? Perché è evidente che questa nuova maggioranza che non può durare 3 anni, né credo se lo proponga, potrebbe però durare 6 mesi, un anno.
Berlusconi sa anche che il Capo dello Stato non vuole tra i piedi elezioni anticipate nei mesi di marzo e aprile, se venisse ufficializzata la crisi di governo oggi, si andrebbe a votare inevitabilmente tra febbraio – marzo – aprile, ma a febbraio – marzo – aprile cade il 150° dell’Unità d’Italia e Napolitano magari è molto spento quando si tratta di questioni molto attuali come le leggi vergogna e tutto quanto, lì dorme sonni profondi, ma quando ci sono anniversari, operazioni storico – archeologiche, operazioni nostalgia è piuttosto attivo e quindi è tutto pronto, lanciato verso questo centocinquantenario che sicuramente sarà un’orgia di retorica infinita e insopportabile, però questo è, verranno tagliati molti nastri, si faranno molti convegni, si faranno molti concerti, ci saranno molti comizi, molte commemorazioni e tutti si proclameranno eredi universali di Cavour, Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Mazzini e chi più ne ha più ne metta, quindi in primavera Napolitano si farebbe tagliare una mano pur di non andare alle elezioni quindi è probabile che tenti un governo non presieduto da Berlusconi perché presieduto da Berlusconi non avrebbe la maggioranza, presieduto da qualcun altro che cerchi di mettere insieme il maggior numero di forze politiche e se conosciamo un po’ Berlusconi, sappiamo che tutti i governi non presieduti da lui non gli piacciono e quindi statisticamente sappiamo che Berlusconi non ha mai appoggiato nessun governo che non fosse presieduto da lui, neanche nel 1995 quando fu addirittura lui a scegliere Dini come suo successore, dopo che era successa la stessa cosa che succede oggi, che uno degli esponenti cardine della sua maggioranza era venuto meno, all’epoca era Bossi, lui a ogni legislatura perde un allenato, nel 1994 perse Bossi, nella legislatura iniziata nel 2001 perse Casini e Follini e adesso ha perso Fini.
Nel 1994 quando cadde il suo governo Scalfaro diede vita scoprendo che c’era una maggioranza che lo voleva a un governo provvisorio che doveva fare la manovra finanziaria correttiva e alcune altre cose, Berlusconi designò Dini come leader della maggioranza parlamentare che era stato il suo Ministro del Tesoro nel suo primo governo, gli promise la fiducia ma all’ultimo momento quando Dini si presentò in Parlamento per chiederla, Berlusconi cambiò idea proprio perché lui non ce la fa a vedere qualcun altro a Palazzo Chigi al posto suo, essendo anche convinto di essere il miglior Presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni e quindi Dini non ottenne la sua fiducia, la ebbe poi dalla Lega, dal centro-sinistra e dalla Sinistra Radicale.
Oggi un governo simile presieduto da un tecnico, tecnici poi sulla piazza non è che siano molti ovviamente, lo sappiamo benissimo, otterrebbe una maggioranza che andrebbe da Fini a Casini, a Bersani, a Di Pietro e quindi Berlusconi non ci starebbe perché Berlusconi non avrebbe più il Ministero della Giustizia, non avrebbe più il Ministero delle comunicazioni, sviluppo economico con delega alle comunicazioni e soprattutto non sarebbe lui a gestire la campagna elettorale con inevitabili possibili contraccolpi sulla RAI, con possibili e inevitabili contraccolpi sulla gestione dei servizi di sicurezza delle forze dell’ ordine, delle prefetture e poi sapete che conta chi ha il Ministero dell’Interno e chi controlla le prefetture quando ci sono le elezioni, sapendo poi l’uso che viene fatto di spezzoni di servizi segreti con dossieraggi etc., i servizi segreti fanno capo al governo in carica e la RAI, sappiamo benissimo, che per quanto abusivamente, risponde agli ordini del governo in carica, quindi Berlusconi oltre a perdere il controllo del Ministro della Giustizia e delle comunicazioni, non avrebbe più di che mettere le mani, se non tramite i suoi uomini sulla RAI in campagna elettorale, non potrebbe più ordinare alla Commissione di vigilanza di far chiudere i programmi sgraditi, come avvenne alle ultime elezioni regionali, perdere il pallino della Presidenza del Consiglio, tanto più se si va a votare di qui a pochi mesi, evidentemente gli creerebbe dei seri problemi, questo è il quadro della situazione che si è aperta ieri con il discorso di Gianfranco Fini, quindi capite che in questo momento Fini ancora una volta è riuscito a passare la palla, il cerino nel campo del Cavaliere e spetta al Cavaliere decidere come liberarsene, perché è evidente che le scelte a questo punto spettano a lui e l’alternativa che gli ha posto Fini è chiara.
Cosa succede ora - Molti mi chiedono cosa ne penso di Fini, anche sui siti vogliono un commento, quello che penso l’ho sempre detto, non credo sia particolarmente interessante cosa ne pensa una persona di Fini, nel senso che ciascuno ha gli strumenti per farsene un’idea, è ora di finirla, attendere che qualche giornalista ti dica cosa devi pensare, semmai i giornalisti ti devono dire cosa succede, poi tu decidi a partire da quello che succede come la devi pensare o come non la devi pensare.Penso che quindi sia molto più interessante anziché fare un commento di quello che è successo ieri, fare un’analisi, vedere qual è la situazione in Italia dopo che Fini ha compiuto l’ultimo strappo che precede la caduta del governo, poteva dichiarare caduto il governo ieri? Certo che poteva farlo, gli conveniva farlo? No, non gli conveniva farlo perché il gioco del cerino non è soltanto un tatticismo, noi sappiamo benissimo che le campagne elettorali da quando c’è Berlusconi non si giocano sulle cose che succedono, ma si giocano su come i mezzi di comunicazione presentano le cose che succedono, Fini ha un grosso punto di forza, non è stato lui a abbandonare Berlusconi ma è stato Berlusconi a farlo cacciare nelle ai sui fedelissimi alla fine di luglio di questa estate con l’accusa di deviazionismo, di essere incompatibile con i valori fondanti del Pdl che lui aveva fondato insieme a Berlusconi, perché era incompatibile? Perché si era messo a difendere la magistratura e a parlare di legalità, veniva accusato di intelligenza con il nemico perché “colluso con la magistratura” come se si potesse essere collusi con le guardie, semmai si è collusi con i ladri di solito, ma naturalmente chi è colluso con i ladri o è un ladro, guarda con sospetto chi è colluso con i magistrati e con le guardie.
Quindi Fini è stato cacciato di fatto, i suoi sono stati deferiti ai probiviri e lui è stato definito incompatibile, anche se non c’è stato un provvedimento esplicito di espulsione che non avrebbe potuto essere emesso se non previo passaggio davanti ai probiviri di fatto Fini il 29 luglio è stato cacciato, è stato poi manganellato per la storia di Montecarlo dai giornali e dalle televisioni, quindi oggi non è indifferente vedere chi si assumerà la responsabilità della caduta del governo, perché dato che la caduta del governo Berlusconi a metà esatta del percorso dei 5 anni di legislatura è il fallimento del Popolo delle Libertà che aveva ottenuto la maggioranza più ampia mai vista nella storia repubblicana e pur con quella maggioranza gigantesca con è riuscito a combinare nulla, se uno dovesse dire cosa hanno fatto questi nei primi due anni e mezzo, la risposta è: niente, zero! Anzi ha fatto danni, come si vede dai crolli di Pompei che sono anche simbolici, gli ultimi giorni di Pompei, voi sapete che a Pompei anziché affidare gli scavi e le zone archeologiche a esperti, a storici dell’arte, a archeologici, a restauratori, anche Pompei è stata affidata una protezione civile, come se la protezione civile ne sapesse qualcosa di Pompei.
Bertolaso continua a fare danni anche dopo le sue dimissioni, Bertolaso e Bondi insieme poi costituiscono un cocktail veramente esplosivo, devastante, non bastava Bertolaso, pure Bondi, quindi questo è un governo che non ha fatto nulla, pur avendo una maggioranza enorme, pur non avendo nessun alibi, ecco perché è importante vedere chi verrà individuato dall’opinione pubblica, dalla propaganda mediatica come il colpevole di questo disastroso fallimento e ecco perché Fini vuole che sia Berlusconi a prendersi la responsabilità di questo fallimento, perché? Perché è a causa di Berlusconi che non si è fatto niente, non è mica colpa di altri se in questi due anni e mezzo il Parlamento e il governo sono stati permanentemente sequestrati per approvare leggi che abolissero i processi al Cavaliere, anziché leggi che si occupassero dei problemi dei cittadini e quindi è molto importante che sia il Cavaliere, non è un tatticismo, è fondamentale a essere individuato come il responsabile del fallimento del Popolo della Libertà.
Quindi questa è la mossa che secondo me è una mossa che dal punto di vista di Fini è molto astuta, quella di dire che è finita, ma di dire i Berlusconi: la responsabilità è tua, prenditela, altrimenti se pensi di poter realizzare quel cosa, dicci quel qualcosa, fai un nuovo programma visto che questo non è più un governo ma è un’agonia, un verminaio!
Il discorso di Fini poi conteneva alcuni punti interessanti, per esempio l’insistenza ossessiva per la legalità, legalità che non è più il vecchio ciarpame neofascista o postfascista di sicurezza, tolleranza zero e ordine, non è un concetto poliziesco di legalità, è un concetto molto più moderno e molto più trasversale, nel senso che è legge uguale per tutti, è la Costituzione repubblicana, questo lo ha ripetuto più volte, non vuole dire ripulire le strade, certo bisogna ripulire le strade, ma non è più quel modo vecchio e un po’ sbrigativo, forcaiolo di intendere la legalità, semplicemente retate, espulsioni, manganelli, brutalità, legalità vuole dire legge uguale per tutti e è un valore costituzionale che non è né di destra né di destra, dovrebbe essere di tutti ma in questi ultimi anni non è stato di nessuno, chi parlava di legalità? A parte Di Pietro che era considerato un fissato, la legge uguale per tutti è a tutela dei deboli, non dei forti, legge uguale per tutti è chi è debole non sente di avere tutele o diritti, sa che esiste una legge che lo difende e se qualcuno viola quella legge che c’è un posto dove andare a far valere i propri diritti, a ottenere giustizia, quindi come diceva Vaclav Halev la legge è la magistratura che la fa rispettare in maniera uguale per tutti, sono il potere di quelli che non hanno potere, il potere dei senza potere, è molto importante il fatto che dal concetto di tolleranza zero, legge e ordine si sia passati al concetto di legge uguale per tutti e di legalità, è un grosso salto da una destra vecchia, muffita, a una destra che tenta di diventare qualcosa di moderno, questo è molto positivo.
Un’altra cosa, una mia soddisfazione personale è che su Il Fatto Quotidiano proprio due giorni prima dell’incontro di Perugia, mi ero permesso di scrivere un articoletto, manca soltanto Gimmy il fenomeno dove prendevo un po’ in giro Fini e Futuro e libertà per certe scelte che mi sembravano poco coerenti, un partito soprattutto se nasce ora ma non nasce dal nulla, nasce da una costola di altre esperienze politiche, deve avere molto chiare le proprie finalità, i propri obiettivi, il proprio programma, perché? Perché poi le idee camminano sulle gambe degli uomini e quindi gli uomini devono essere scelti sulla base delle idee che devono andare a rappresentare, se faccio un partito contro i gay non chiedo di entrare a Vendola, se faccio un partito contro le donne, non chiedo di entrare a una donna, se faccio un partito contro gli immigrati non chiedo di entrare agli immigrati, se faccio un partito contro la corruzione, non chiedo ai corrotti di entrare, anzi li tengo fuori!
Quindi è molto importante capire per cos’è e contro cos’è questo partito, se la legalità è quella che Fini ha raccontato ieri a Perugia, deve domandarsi se le persone che gli stanno al fianco sono tutte coerenti con quell’idea di legalità e lo deve anche dire a quelli che stanno alla porta del partito perché in questo momento la porta di quel partito è affollatissima di gente che chiede di entrare, che spinge per entrare, perché? Perché è evidente, Fini ha 20 anni meno di Berlusconi, a destra si sente che l’aria tira per quella parte, per la prima volta Berlusconi è diventato il passato, sta passando di moda, quindi ci sono molti che per ragioni non di convinzione, ma di moda, opportunismo, arrampicamento o di acqua alla gola, tentano di riciclarsi dall’altra parte, molti potrebbero essere in sintonia con il nuovo partito di Fini, ma non tutti, se i topi scappano dalla nave che affonda, devi mettere qualcuno alla porta per selezionare i topi, per vedere topo e topo, dire a questo: no tu non entri perché non mi piaci, tu entri perché mi piaci oppure magari chiedere al topo che vuole entrare come la pensa su certi temi che tu hai deciso essere fondamentali per il tuo partito.
Negli ultimi giorni, per questo ho scritto “manca solo Gimmy il fenomeno” è entrato di tutto in Futuro e libertà o meglio: c’era già un po’ di tutto prima, i 33 finiani alla Camera e i 13/14 al Senato non è che fossero tutti proprio omogenei con il disegno che Fini ha esposto più volte a Mirabello ma soprattutto a Perugia, la figura di Fabio Granata o di Giulia Buongiorno molto sparati sui temi della legalità e sulla difesa dell’indipendenza della magistratura, con figure come l’Avvocato Consolo, artefice della proposta del Lodo Consolo per l’impunità assoluta dei Ministri, in conflitto di interessi perché anche l’Avvocato del Ministro Matteoli nel processo che Matteoli ha a Livorno non è che siano molto compatibili.
La stessa Chiara Moroni, persona per benissimo etc., perché è diventata parlamentare? Perché è la figlia di un imputato di Tangentopoli che si è suicidato dopo che si è scoperto che prendeva le tangenti e da allora non ha fatto altro che essere utilizzata da Berlusconi per attaccare la magistratura con un volto che naturalmente incute rispetto perché è comunque la figlia di una persona che è morta suicida, che c’entra con chi si propone di difendere la magistratura anticorruzione? Non quando sbaglia, quando ha ragione, stiamo parlando dell’indagine Tangentopoli, non di un’indagine campata per aria, oltre al fatto che già c’era qualcuno che forse era meglio che non ci fosse, poi ne sono arrivati degli altri negli ultimi tempi, c’è una discreta transumanza dal Pdl ai finiani, quindi dovrebbero stare molto attenti, mettere dei cerberi, dei mastini, dei buttafuori all’ingresso per scremare il grano dall’olio, cosa che finora non mi pare abbiano fatto, tant’è che l’altro giorno mentre si vedeva questo fiume in piena di gente che entrava, spingeva, sgomitava etc., il nostro collega de Il Fatto Quotidiano ha chiesto ai colonnelli di Fini che hanno un po’ il compito di dirigere il traffico: avete mai mandato indietro qualcuno o prendete tutti? Loro hanno risposto: Lunardi ci aveva fatto sapere di essere interessato, ma gli abbiamo detto di restare pure dove stava.
Chi si imbarca Fini? - E’ un’ottima cosa naturalmente avere respinto le avance di Lunardi, ma non è che c’è solo Lunardi, non è che bisogna proprio essere Lunardi per diventare impresentabili in un partito che sventola la bandiera della legalità, forse c’è anche un fatto di coerenza, oltre che di storie personali, non è che basta essere incensurati.Per esempio è entrata Tiziana Maiolo, quest’ultima secondo me è una persona dal punto di vista penale assolutamente ineccepibile, non credo che abbia mai rubato neanche un bottone, la Maiolo è portatrice di una cultura che è completamente antitetica rispetto a quello che dice di voler essere Futuro e Libertà è un ex redattrice de Il Manifesto, è una che ce l’ha sempre avuta con la magistratura, è una che è stata usata proprio per questo da Berlusconi al servizio del proprio garantismo peloso, passata da Rifondazione Comunista a Forza Italia nel 1994, un bel saltino senza neanche passaggi intermedi, anzi neanche qualche camera di compensazione, è diventata subito Presidente della Commissione parlamentare antimafia e lì ha passato il suo tempo a insultare i magistrati, i pentiti e a difendere tutti gli imputati eccellenti di mafia, dopodiché ha chiesto di abolire non il concorso esterno in associazione mafiosa, di abolire il reato di associazione mafiosa, il 416 bis, quello che martiri come La Torre, come Dalla Chiesa, come Chinnici hanno pagato con la vita perché è stato dopo il loro omicidi che è stata varata quella legge che ha istituito il reato specifico di mafia in Italia, credo nel 1982.
Ha chiesto l’abolizione della legge sui pentiti, perché evidentemente i mafiosi le piacciono zitti e poi ha chiesto l’abolizione della custodia cautelare, se uno ammazza un altro bisogna aspettare che venga condannato in Cassazione per poterlo ficcare dentro, questa è la conseguenza se viene abolita la custodia cautelare, la carcerazione prima della sentenza definitiva, cosa c’entra una che la pensa così, è legittimo che la pensi così, ci mancherebbe, è dagli anni 60 che la pensa così, cosa c’entra con Futuro e Libertà non si capisce, oltretutto che beneficio può portare la Maiolo, una che credo non la voterebbe neanche un parente stretto, non è neanche una portatrice di voti, tant’è che Berlusconi l’ha scaricata senza particolari conseguenze.
E’ entrato Alfredo Biondi alla sua veneranda età, Biondi credo sia in Parlamento dal 1964, mentre io nascevo lui entrava in Parlamento, ho 46 anni, è stato Ministro della Giustizia del primo governo Berlusconi, è l’autore e ha dato il suo nome alla prima legge vergogna dell’era berlusconiana, il Decreto Biondi che aboliva la custodia cautelare per Tangentopoli, proprio alla vigilia degli arresti per le tangenti della Fininvest alla Guardia di Finanza e fu proprio Fini insieme a Bossi a far ritirare quel Decreto a furor di popolo e subito dopo furono arrestati i dirigenti della Fininvest e i finanzieri corrotti in quello scandalo e Bossi rivelò che il Decreto era stato fatto a posta per salvare il fratello di Berlusconi dal carcere e lo so benissimo che Biondi è un vecchio liberale, però le cose fatte conteranno pur qualcosa, cosa c’entra Fini con Biondi? E'entrato l'ex coordinatore regionale in Piemonte di Forza Italia Roberto Rosso, quest’ultimo si era appena dimesso questa estate perché amico intimo di quel Cazzago, credo si chiami così, coinvolto nello scandalo di Phonemedia già me lo ricordo qualche anno fa quando coordinava Forza Italia in Piemonte e fu arrestato Luigi Odasso, il direttore generale dell’Ospedale Molinette che prendeva le tangenti in ufficio, come Mario Chiesa, Odasso disse la stessa cosa che aveva detto Chiesa e cioè: non rubo per arricchirmi, rubo per comprare tessere fasulle di Forza Italia e scalare il partito perché voglio diventare Ministro o sottosegretario della sanità, Rosso era il coordinatore regionale del partito che questo Odasso stava scalando a suon di tessere gonfiate, almeno accorgersi che questo stava diventando come la rana che ci gonfia nella fiaba, avrebbe dovuto accorgersene, invece dice tranquillamente: quello stava scalando il nostro partito e non me ne ero neanche accorto, complimenti, chissà che gestione allegra in quel partito!
Possibile che uno che è stato nella Democrazia Cristiana con Vito Bonsignore, non dico con De Gasperi, nel 1992 appena scoppia Mani Pulite si innamora dei magistrati e fa il movimento Mani Pulite, 1994 Forza Italia, adesso appena vedi che Berlusconi è un po’ in difficoltà, Fini Roberto Rosso, possibile? E’ diventato subito il N. 1 dei finiani in Piemonte, non è così che nasce un partito che si propone, legalità è anche coerenza, non è soltanto fedina penale pulita e poi a proposito di fedine penali… poi c’è un altro meraviglioso esemplare di riciclo, ve lo ricordate Valerio Carrara? Fu eletto nel 2001, fu l’unico per sbaglio eletto con Di Pietro in quella tornata perché Di Pietro non fece il quorum per un soffio, l’unico che risultò eletto, credo per il meccanismo dei resti, fu questo bergamasco Carrara, appena mette piede alla Camera, in meno di 24 ore è già passato con Forza Italia, uno che si è candidato nel partito più antiberlusconiano che esista, quello di Di Pietro, zac in meno di 24 ore era già berlusconiano e da allora è sempre rimasto berlusconiano, adesso è dato in avvicinamento, spero che qualcuno lo fermi prima che entri lì dentro!
Anche perché chi ha tradito, può tradire ancora, sono vocazioni queste, adulte tra l’altro, si sono presi Giampiero Catone, quest’ultimo nel 2001 fu arrestato e poi fu coinvolto in varie inchieste, a Roma per associazione a delinquere finalizzata alla truffa, al falso, alle false comunicazioni sociali, alla bancarotta fraudolenta pluriaggravata, questa è la ragione per cui lo fece arrestare la Procura di Roma nel 2001 mentre era candidato con Buttiglione, perché lui ha cambiato partiti ogni due minuti.
Era già indagato per il fallimento di un’azienda di pannolini, la Abatec, è stato rinviato a giudizio per estorsione ai danni di una multinazionale, poi per la Abatec nel 2008 è stato assolto e recentemente ha detto di avere risolto tutti i suoi problemi giudiziari, ho l’impressione che ci sia ancora qualche processo aperto, ma stiamo verificando, ma si può prendere uno con questo curriculum? Poi c’è Nino Strano, quest’ultimo, qualcuno se lo ricorderà, è quel senatore un po’ strano che nel 2008 quando Prodi cadde, gennaio 2008 festeggiò stappando una bottiglia di Champagne in pieno Palazzo Madama e tirando fuori anche una fetta di Mortadella sventolandola e mangiandosela così con quel gesto molto elegante, poi cominciò a urlare mafioso, culattone di tutto a un tale Cusumano che aveva osato votare a favore del governo Prodi, dato che Cusumano era nell’Udeur, era suo preciso dovere votare per il Governo Prodi, visto che era stato eletto nella stessa coalizione, ma dato che Mastella aveva tradito Prodi, allora uno che tradiva il tradimento di Mastella era considerato un traditore, quindi si prese anche gli insulti e fu poi sputacchiato da quell’altro Barbato.
Fini, Nino Strano e la giunta Lombardo - Questo Strano, Fini disse che non avrebbe più dovuto essere rieletto, invece fu ricandidato, fu trombato allora fu sistemato come Assessore regionale in Sicilia, nella Giunta Lombardo, non l’ultima, la penultima, al turismo, nel frattempo è stato condannato a due anni e due mesi per abuso d’ufficio con il Sindaco Scapagnini e altri 5 assessori perché era assessore in una Giunta Comunale di Catania di Scapagnini e alla vigilia delle elezioni cosa hanno fatto?
Hanno regalato una barcata di soldi ai dipendenti comunali, concedendo loro così all’improvviso il giorno prima o due giorni prima delle elezioni, contributi previdenziali per i danni causati dalla cenere lavica dell’eruzioni dell’Etna, si sono comprati i dipendenti comunali, che in Sicilia come sapete sono molti, anche quelli regionali, con un’elargizione che configura un chiarissimo voto di scambio, visto che è stato fo alla vigilia del voto, condannato con Scapagnini in primo grado, adesso è in corso l’appello, con la legalità uno condannato in primo grado, non è che c’entri molto, oltretutto recentemente i finiani sono diventati insieme al PD e a un po’ di partiti centristi, il perno della nuova ultima Giunta Lombardo che è la quarta, credo, che è fatta da tecnici, quindi Strano non c’è, ma è comunque nell’assemblea regionale siciliana e è il più potenziaro dei finiani in assemblea regionale, possibile che i finiani appoggino, peraltro con il PD la Giunta di Raffaele Lombardo che è indagato per mafia a Catania? Adesso dal rapporto del Ros sul caso Lombardo e sul caso di molti altri, alcuni sono stati arrestati l’altro giorno, risulta che Strano ha dei rapporti con la famiglia Marsiglione che è considerata la reggente del gruppo del clan Santa Paola e gli uomini del Ros parlano tra stretti legami tra Strano e uno degli indagati principali dell’inchiesta, un certo Francesco Marsiglione.
Per esempio scrive il Ros, il 25 dicembre 2007, a Natale di 3 anni fa, Strano si recava presso il carcere di Bicocca, ove utilizzando le sue facoltà di parlamentare, aveva un colloquio con il detenuto Francesco Marsiglione, posto che l’On. Strano è amico di Francesco Marsiglione e la facoltà data ai parlamentari di incontrare i detenuti è funzionale a un controllo delle condizioni degli stessi, non a una visita ai propri elettori o amici.
Dopo l’incontro in carcere Marsiglione nei successivi dialoghi con i propri familiari intercettati, faceva più volte riferimento a tale visita, indicando Strano come frate Nino, le conservazioni, scrivono i magistrati, nelle quali il Marsiglione dialogando con il fratello e con il figlio parla di Nino Strano, denota una disponibilità del politico nei confronti di tutta la famiglia Marsiglione e un interesse dello stesso politico per l’apporto che potrà ricevere in occasione di competizioni elettorali.
Una delle tante intercettazioni immortala Marsiglione che dice “quello, Nino è venuto qua, mi ha salutato, mi ha abbracciato, dice, ma perché non vengono i tuoi, mi fai cercare? Fammi cercare perché ora sono qua questo periodo”, oppure Girolamo Marsiglione che dice “lo zio Nino – che sarebbe secondo gli inquirenti sempre Strano – mi ha detto il giorno 22, ci sentiamo che dobbiamo parlare 10 minuti” oppure “per te papà fatti il curriculum – dice Francesco Marsiglione - senza data e senza niente in modo che tu poi, fammi sapere con tuo frate Nino etc." per gli inquirenti si tratta di ovviamente un possibile voto di scambio, favori, sistemazione di figli in cambio di voti e di aiuti elettorali.
Non sappiamo se Strano sia indagato, ma certamente queste indagini aggravano non giudiziariamente per ora, ma politicamente la posizione di Strano, un partito che si ispira alla legalità non deve cacciare nessuno senza ovviamente neanche un rinvio a giudizio per reati gravi e qui peraltro abbiamo addirittura una condanna in primo grado per abuso d’ufficio, ma dovrebbe almeno porsi il problema di sospendere questo signore, si attende da Fini qualche gesto conseguente dopo il discorso, il bel discorso che ha tenuto ieri a Perugia, un discorso che è stato sottolineato dalle ovazioni del pubblico, ogni qualvolta Fini parlava male di Berlusconi, dopo anni che ci hanno detto che l’antiberlusconismo era una cosa brutta e era una cosa di sinistra, adesso scopriamo che per fortuna sta nascendo, anzi c’è già clandestino perché nessuno se ne è mai voluto accorgere, un antiberlusconismo di destra e questo è molto interessante e è molto importante.
Fini deve essere chiaro e coerente, conviene a tutti noi italiani sia che siamo di destra, sia che siamo di sinistra, la nascita di un centro-destra normale, non berlusconiano che parli di legalità, ma che poi la pratichi anche quotidianamente, noi de Il Fatto Quotidiano ogni tanto veniamo accusati di stare con Di Pietro, ogni tanto con Grillo, ogni tanto con Fini, ogni tanto con questo, con quell’altro, noi semplicemente abbiamo le nostre posizioni, l’abbiamo detto fin dal primo giorno, la nostra linea politica è la Costituzione repubblicana, chi si avvicina una Costituzione repubblicana ci piace, naturalmente non basta che ne parli, bisogna poi che la Costituzione la attui nei fatti e quindi dai fatti giudicheremo Fini come giudichiamo tutti gli altri, passate parola e ricordatevi l’abbonamento a Il Fatto Quotidiano, grazie e buona settimana!"

Marco Travaglio (Passaparola dell'8 novembre 2010)


domenica 7 novembre 2010

La donnina che contava gli starnuti

A Gavirate, una volta, c'era una donnina che passava le giornate a contare gli starnuti della gente, poi riferiva alle amiche i risultati dei suoi calcoli e tutte insieme ci facevano sopra grandi chiacchiere.
- Il farmacista ne ha fatti sette, - raccontava la donnina.
- Possibile!
- Giuro, mi cascasse il naso se non dico la verità, li ha fatti cinque minuti prima di mezzogiorno. Chiacchieravano, chiacchieravano e in conclusione dicevano che il farmacista metteva l'acqua nell'olio di ricino.
- Il parroco ne ha fatti quattordici, - raccontava la donnina, rossa per l'emozione.
- Non ti sarai sbagliata?
- Mi cascasse il naso se ne ha fatto uno di meno. - Ma dove andremo a finire!
Chiacchieravano, chiacchieravano e in conclusione dicevano che il parroco metteva troppo olio nell'insalata.
Una volta la donnina e le sue amiche si misero tutte insieme, ed erano più di sette, sotto le finestre del signor Delio a spiare. Ma il signor Delio non starnutiva per nulla, perché non fiutava tabacco e non aveva il raffreddore.
- Neanche uno starnuto, - disse la donnina. - Qui gatta ci cova.
- Sicuro, - dissero le sue amiche.
Il signor Delio le sentì, mise una bella manciata di pepe nello spruzzatore del moschicida e senza farsi scorgere lo soffiò addosso a quelle pettegole, che se ne stavano rimpiattate sotto il davanzale.
- Etcì! - fece la donnina.
- Etcì! Etcì! - fecero le sue amiche. E giù tutte insieme a fare uno starnuto dopo l'altro.
- Ne ho fatti di più io, - disse la donnina.
- Di più noi, - dissero le sue amiche. Si presero per i capelli, se le diedero per diritto e per traverso, si strapparono i vestiti e persero un dente ciascuna.
Dopo quella volta la donnina non parlò più con le sue amiche, comprò un libretto e una matita e andava in giro tutta sola soletta, e per ogni starnuto che sentiva faceva una crocetta.
Quando morì trovarono quel libretto pieno di croci e dicevano: - Guardate, deve aver segnato tutte le sue buone azioni. Ma quante ne ha fatte! Se non va in Paradiso lei non ci va proprio nessuno.

Gianni Rodari (Favole al telefono - Einaudi Ragazzi)


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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