"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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mercoledì 17 luglio 2013

Caso Ablyazov, ora parli Napolitano

Ieri pomeriggio, davanti a Senato e Camera, il ministro degli Interni nonché vicepresidente del Consiglio Alfano, detto Angelino, ha comunicato e certificato quanto segue: nessuno mi ha detto niente perché io non conto nulla. Lo ha fatto leggendo con partecipazione il rapporto predisposto dal suo capo della Polizia, Pansa, probabilmente inconsapevole (condizione in qualche modo connaturata alla sua indole) che quelle pagine e quelle virgolette (che apriva e chiudeva agitando festosamente le mani) sono la corda a cui la sua dignità di uomo politico è stata impiccata
C’erano molti modi per affrontare una delle vicende più vergognose per uno Stato democratico: la consegna di una donna e dalla sua bambina nelle grinfie di un dittatore, nemico giurato del loro marito e padre. Angelino ha scelto quello più ridicolo, fin dalla prima affermazione: “La mattina del 28 maggio l’ambasciatore del Kazakistan tentava inutilmente di contattare il ministro degli Interni, cioè il sottoscritto”. Purtroppo il “sottoscritto” evita di spiegare il perché di quell’“inutilmente”. E come mai, avendo affidato l’incombenza al suo capo di gabinetto Procaccini, non abbia poi sentito il bisogno di chiedere cosa c’era di così importante. Tanto più se il diplomatico appartiene a un governo con il quale il padrone del partito del ministro, un certo Berlusconi, intrattiene calorosi rapporti di amicizia.
Lacunosa e spesso incredibile, la presunta ricostruzione dei fatti contiene un nodo scorsoio che nessuna grande intesa al mondo potrà sciogliere: la favola secondo la quale Alma Shalabayeva non avrebbe mai chiesto asilo politico prima di essere imbarcata destinazione Astana. Una menzogna, come la magistratura potrà facilmente appurare anche sulla base della testimonianza della donna che qualcuno dovrà pure ascoltare. Non sarà qualche testa tagliata a salvare Angelino, né la presa in giro di una “riorganizzazione” degli uffici.
Al premier Letta, in gita premio a Londra, chiediamo di rileggere il secondo comma dell’articolo 95 della Costituzione: là dove è scritto che “i ministri sono responsabili individualmente degli atti dei loro dicasteri”. “Responsabili” significa che di fronte a un errore grave dei sottoposti è soprattutto il ministro che deve pagare. Ovvero: dimissioni inevitabili. Ma, visto che qui si fa finta di niente, è troppo chiedere al presidente Napolitano di uscire dal suo impenetrabile silenzio per dire qualcosa in proposito? Del Pd, infine, ci resta l’immagine delle facce di pietra mentre un povero senatore s’arrampicava sugli specchi per salvare con Angelino le preziose poltrone di governo. Alla fine tutti contenti hanno applaudito il loro funerale.



Alla ricerca di un partito perduto

Sono, da quando ho la maggiore età, un profugo politico, un apolide sbandato ancora alla ricerca di una bandiera. Mi sarebbe piaciuto essere comunista, da giovane, ma il boccone dell’Urss era troppo grosso per essere digerito. Nonostante gli sforzi dei miei amici e potenziali compagni, non capivo perché per difendere e promuovere gli interessi dei lavoratori si dovessero accettare i Gulag, le Pravda o le colonne di carri armati nel” Paesi Fratelli”. Il Movimentismo gruppuscolare flirtava troppo con il mito della violenza purificatrice e di una rivoluzione che soltanto loro fingevano di volere in attesa di imborghesirsi e sistemarsi. I socialisti, quelli del PSI, mi parvero un buon compromesso, ma poi arrivò Craxi, e addio per sempre, cari. Invecchiando, evoluzione ed egoismo avrebbero potuto spingermi a destra: chi da giovane è conservatore è senza cuore, chi da vecchio è rivoluzionario è senza cervello, si dice. Ma a destra si alzò la tragica, e sordida, macchietta di Berlusconi a rendere insopportabile il pensiero di votare per quella banda che di destro aveva soltanto il furto con destrezza, anche in cambio di tasse ridotte (quando mai). Il PD mi parve un’ipotesi promettente, ma rapidamente non riuscii più a capire che cosa fosse il PD, come vedo che ora non capiscono neppure loro. Adesso monta l’onda del M5S e perché no, sono “ragazzi” – o fingono di esserlo – pieni di buone e confuse intenzioni, ma la petulanza, la saccenteria, la puzzetta sotto il naso, il velleitarismo spacciato per programmi e l’asservimento agli ukaz del Capo e del suo sinistro Mazzarino lungocrinito, alludendo a un futuro radioso per ora fatto soltanto di “no, no e no”, mi ricordano troppo un PCI 40 anni dopo, in versione da operetta. Per non pensare al peggio: credere, obbedire, bloccare: e chi usa “meet up” invece di riunioni mi sta istantaneamente sulle scatole. Devo riconoscere che non hanno carri armati, anche se hanno la loro brava Pravda sia online che sulla carta, per fare da compagna di strada. Onestà è condizione necessaria, per governare, ma non sufficiente. Competenza significa tutto e niente, come “meritocrazia”: si può essere competenti e combinare disastri per inettitudine politica. Il “merito”, se non si corrono i 100 metri e si va più veloci degli altri, è sempre un giudizio, e come tale soggettivo: titoli ed esami non fanno grandi leader, professori, imprenditori. Tutti invocano il “lavoro” e vanno a mietere ovazioni nei talk show, ma non sento mai nessuno che mi spieghi in maniera convincente come crearlo, se non rovesciando altri soldi pubblici, risparmiati da una parte per buttarla da un’altra, che è la formula del nostro disastro attuale. Non votare è l’orgasmo della coglioneria autolesionista (già nessuno parla più della “astensione”) e dunque voto, di malavoglia, di contraggenio, d’abitudine, ma voto. Continuo a vagare, aspettando il Godot della nuova Italia, da mezzo secolo.

 Vittorio Zucconi (La Repubblica, 13 luglio 2013)


domenica 14 luglio 2013

Travaglio al Pd: "Ditelo che non potete fare a meno di B."

Ormai lo capiscono anche i fessi che c'è qualcosa di non detto nel matrimonio Pdl-Pd. Di non detto ai rispettivi elettori, si capisce. Prima, quando la relazione era clandestina e gli amanti consumavano fugaci sveltine bicamerali nei Motel Agip, abbindolare gli elettori era molto più semplice. Ora che i concubini han fatto coming out e vivono more uxorio a Palazzo Chigi, è sempre più mission impossible. I tre o quattro dissidenti interni e i giornali amici, quando azzardano qualche pallida critica, presentano ogni servizietto del Pd a B. come un "errore", un "autogol", uno "scivolone", uno "sbaglio" per sbadataggine o ingenuità. Ma si può sbagliare una, due, massimo tre volte. Quando l'errore si ripete per vent'anni, è una scelta. E i servizietti a B. sono scelte consapevoli e volute secondo una concezione della politica che cumula il cinismo compromissorio del Pci togliattiano, l'impunitarismo democristiano e il sovversivismo craxian-berlusconiano, reimpastati alla meglio con la scusa del "primato della politica", traduzione eufemistica che nasconde il motto del Marchese del Grillo: "Io so' io e voi nun siete un cazzo". Il politico può fare tutto quel che gli pare: delinquere, rubare, mafiare, abusare del suo potere, usare cariche pubbliche per farsi gli affari suoi. E, se qualcuno osa controllare, è un intruso e va ricacciato indietro. Su questa vasta piattaforma condivisa è nato il governo Lettusconi e sarebbe ora che il trio B., Letta Zio e Letta Nipote che siglarono il patto davanti a Napolitano lo confessassero una volta per tutte: B. ha inventato il governo di larghe intese, dopo aver personalmente scelto il presidente Napolitano e il premier Letta, in cambio del voto sulla sua eleggibilità e dell'amnistia o della grazia prossima ventura (Napolitano, furibondo per le voci in proposito, strilla contro gli "analfabeti" perché la grazia è per i condannati definitivi e B. non lo è ancora: ma allora perché il suo portavoce, quando Sallusti fu condannato in appello, fece sapere che il Colle "si riserva di acquisire tutti gli elementi utili di valutazione" e appena fu condannato in Cassazione gli commutò la pena? Per analfabetismo?). Siccome però qualche ingenuo spera ancora che il Pd si sbagli ogni santo giorno - ieri su Quirinale e governo, oggi sul blocco delle Camere contro la Cassazione, domani sull'ineleggibilità - è forse il momento dell'ultima confessione: "Ebbene sì, ci amiamo, non possiamo stare l'uno senza l'altro. Se viene giù lui, veniamo giù anche noi, quindi l'abbiamo sempre salvato e sempre lo salveremo". Così gli elettori se ne fanno una ragione e capiscono qualcosa in quello che altrimenti pare un manicomio. Prendete l'ineleggibilità di B., sancita senz'ombra di dubbio dall'articolo 10 della legge 361/1957. A marzo, appena il capogruppo M5S Crimi sfida il Pd a votarla, il capogruppo al Senato Zanda annuncia che voterà come lui. Sembra fatta, anche perché Pd, Sel e M5S hanno un'ampia maggioranza sia alla Camera sia al Senato. L'altroieri, quando finalmente la giunta del Senato inizia a discuterne con quattro mesi e mezzo di ritardo, lo stesso Zanda presenta con Mucchetti e altri 23 una legge che dà un anno di tempo ai parlamentari titolari di azioni in società concessionarie o regolate dallo Stato per venderle o lasciare il seggio. Cioè: ora che finalmente una legge violata per vent'anni rischia di essere applicata, va subito cancellata e sostituita con un'altra che dice più o meno le stesse cose. Ma sana automaticamente l'illegalità passata e presente e rinvia tutto sine die, cioè a mai. La legge del '57, operativa da subito, diventa un ferrovecchio (non sia mai che i 5Stelle votino l'ineleggibilità di B. da soli e gli elettori del Pd aprano gli occhi). E quella nuova non passerà mai: per l'ineleggibilità di B. la maggioranza c'è, per la Mucchetti-Zanda non ci sarà mai. Ditelo, per favore, che non potete fare a meno di B. Meglio passare per complici che per coglioni.




Perché il sistema vuol salvare Silvio e perché non farlo

Ci sono tre ragioni, a mio parere, per cui il sistema, cioè quell'insieme di equilibri di potere che si erge in questo momento a garante della stabilità italiana, pensa che sia necessario "salvare" dalla condanna Silvio Berlusconi.
1) Silvio Berlusconi non è Bettino Craxi. Il leader socialista era un prodotto tutto interno alla politica. Craxi aveva molte doti necessarie a capire come muovere il sistema, ma poca "piazza". E soprattutto poco "retroterra". Il suo era un partito che faceva da vaso di coccio tra i vasi di ferro di due organizzazioni inchiavardate nella tensione della Guerra Fredda, la Dc e il Pci. La vicenda Craxi si svolge proprio sulla faglia di scongelamento di questo conflitto, e ne viene per molti versi assorbito come parte di un rimescolamento delle carte nell'intero mondo di allora.
Silvio Berlusconi invece è un leader che ha governato per buona parte di venti anni, non certo come prodotto della "politica", anzi rovesciando al suo interno la capacità di interpretare idee e bisogni popolari, oltre ai suoi interessi personali. Il suo partito, oggi in crisi, ha ancora un consenso che ammonta a un quarto dell'elettorato, ed è un consenso capace di scendere in piazza. Appoggiato inoltre, come ben sappiamo, da una sistema robusto di Tv e altri media. Cosa che Craxi non ha mai nemmeno sognato. Insomma, "estrarre" Silvio dalla Politica oggi è operazione potenzialmente molto più devastante di quella mirata su Bettino.
2) Silvio Berlusconi non è solo un politico potente, ma, come abbiamo appena ricordato, è anche un potente imprenditore: uno degli uomini più ricchi del paese. E non vanno sottovalutate le inquietudini e le paure che una eventuale condanna muoverebbe fra i suoi pari. La "invadenza" della magistratura nel mondo degli affari è una battaglia che Silvio combatte ad alta, ma che molti altri suoi pari, spesso silenziosi per senso della opportunità (propria), condividono. Nel mondo delle Ilva, delle ThyssenKrupp, delle delocalizzazioni selvagge, delle Pomigliano D'Arco, i giudici non sono amici. E quando si parla di "lacci e lacciuoli" di cui liberarsi per dare soluzione alla crisi spesso, come sappiamo, si parla di burocrazia, ma si intendono i tribunali. Una condanna del leader Pdl invierebbe a questo mondo un messaggio certo non ben accetto.
3) Silvio Berlusconi, e anche qui va fatto un paragone, ha una collocazione internazionale molto più solida di quella che aveva Craxi. Nel suo doppio ruolo di grande imprenditore e premier da venti anni è presente sulla scena mondiale. E nonostante le molte critiche ricevute non è esattamente privo di amici. A differenza di Craxi che aveva sfidato gli Stati Uniti in un periodo in cui Washington, delusi dai tradizionali alleati (in Italia la Dc) cercavano nuovi equilibri post-guerra fredda, Silvio ha con Bush un ottimo rapporto. E non ha in Obama - un presidente oggi debole ed esitante di fronte a ogni tipo di ingerenza all'estero - un nemico. In compenso ha come amico un uomo molto importante in Europa, quel Putin che domina vigorosamente la scena mondiale, e la cui amicizia non a caso è ampiamente sfoggiata dal politico Pdl.
Tutte queste ragioni portano a una conclusione che preoccupa il sistema: una eventuale condanna avrebbe un impatto sul tessuto politico italiano e internazionale molto serio. Sicuramente più grave di quello avuto dall'abbandono di Bettino Craxi. Invelenirebbe il panorama italiano, acuendone lo scontro interno. Imbarazzerebbe in via ufficiale (anche se a molti di loro in privato farebbero spallucce) i leaders occidentali, essi stessi messi sotto pressione da contestazioni, ed errori, in una crisi difficile da governare. La prima vittima - continua il ragionamento - sarebbe di nuovo la reputazione italiana, mostrando un paese più diviso che mai, dalla incerta governabilità.
La condanna di Berlusconi sarebbe nei fatti la condanna anche del governo Letta e forse di molti altri governi a venire, per lo strascico di divisioni e fallimento che si porterebbe dietro. Di qui l'aria di trincea, il dispiegamento a difesa intorno al governo Letta, e, anche, le fumisterie legal/istituzionali che oscurano il cuore del dilemma. Che è e rimane uno solo: si può e si deve cercare di "salvare" con un qualche escamotage legal/istituzionale Silvio Berlusconi dal giudizio di una Corte?
Le tre ragioni di cui ho fin qui parlato non sono infondate. Sono argomentazioni serie sulle conseguenze del terremoto che seguirà una eventuale condanna del leader Pdl. Ma, a mio parere, alle tre ne va aggiunta un'altra che da sola è forte come le altre insieme. Ed è la ragione per cui sono contraria che si "salvi il soldato Silvio".
"Salvare" un leader politico che manipola la Giustizia costituirebbe ugualmente per noi un danno alla nostra reputazione internazionale, confermandoci come l'anello debole della governabilità europea. Infine, inasprirebbe comunque la opinione pubblica. Alienando quella parte che vuole una politica con un chiaro rapporto con le istituzioni. Quello che vediamo in queste ore - la serenità di Silvio Berlusconi e le scosse che attraversano il Pd - è l'anticipazione di un diverso (ma ugualmente efficace) processo di disfacimento della stabilità governativa.

Lucia Annunziata (Huffington Post, 14 luglio 2013


La grande confusione del partito democratico

Si sapeva da tempo, anzi da sempre, che una condanna definitiva di Silvio Berlusconi, quando fosse arrivata, avrebbe provocato un terremoto. Si sapeva e non stupiva nessuno: Forza Italia prima e il Pdl poi sono partiti acefali, anzi non sono partiti, sono elettori che hanno in comune alcune emotività come l'anticomunismo, l'odio per le tasse e l'ostilità verso lo Stato e sono anche "lobbies" portatrici d'interessi concreti da soddisfare rapidamente.

Questa massa notevole che a volte viene definita liberale, a volte moderata, a volte populista e antipolitica e spesso tutte queste cose insieme, viene gestita dai luogotenenti d'un capo-padrone con formidabili capacità di venditore, cioè di demagogo moderno, che è anche il proprietario di quella struttura poiché possiede gli strumenti di comunicazione necessari per tenerla insieme ed estenderla.

Perciò un'eventuale condanna che lo mettesse fuori dal gioco politico significherebbe il crollo dell'intera architettura. Questa essendo la situazione  -  finora editata a colpi di leggi "ad personam" concentrate soprattutto sui termini della prescrizione  -  è evidente che l'improvviso incombere d'una sentenza definitiva che potrebbe confermare la condanna inflitta in appello, crea il panico nel Pdl e una gran confusione nel Pd.
Il panico nel Pdl, come abbiamo già ricordato, è comprensibile; la confusione nel Pd molto meno.

Essa è determinata dall'esistenza d'un governo di coalizione dettato dallo stato di necessità dovuto alla crisi economica che dura ormai da sei anni e dai risultati elettorali dello scorso febbraio che hanno trasformato il precedente bipolarismo in un tripolarismo non gestibile dal punto di vista parlamentare. Di qui il governo di necessità voluto dal presidente della Repubblica per mancanza di alternative e per la stessa ragione accettato dalle forze politiche della "strana maggioranza".

Ho ricapitolato fin qui cose a tutti note ma spesso dimenticate o passate in sottordine rispetto a pulsioni emotive che sono spiegabili nei cittadini ma assai meno nei gruppi dirigenti dei partiti o meglio dell'unico partito esistente che è quello democratico. I 5Stelle sono un movimento che ha anch'esso un proprietario-venditore; Scelta civica è da tempo una scheggia irrilevante; del Pdl abbiamo già detto.

Il Pd è dunque il solo partito attualmente esistente, alla cui sinistra c'è soltanto il massimalismo che ha sempre combattuto il riformismo nella storia d'Italia, favorendo oggettivamente le destre conservatrici.
Ebbene, il Pd si trova da tempo in una sorta di stato confusionale. Personalmente ho evitato finora di approfondire un tema sgradevole per chi, come me, vota per quel partito fin da quando nacque nella forma dell'Ulivo e poi nella forma attuale. Ma ora quell'approfondimento s'impone perché, se la confusione continuasse potrebbe seriamente compromettere l'interesse generale e la stessa democrazia già abbastanza fragile nel nostro Paese.


La causa primaria della confusione è del tutto evidente: nasce dal fatto che un'alleanza, sia pure di necessità, con l'avversario di sempre, guidato per di più da un demagogo indiziato di reati per fatti commessi prima e durante la sua ascesa politica, non è accettata da una parte notevole degli elettori democratici e da una parte assai "vociante" del gruppo dirigente del partito, ormai diviso anzi frantumato in correnti che sono diventate fazioni.

La differenza tra correnti e fazioni può sembrar sottile ma non lo è affatto. Le correnti sono modi d'interpretare la visione del bene comune propria di tutti i partiti, accantonandone alcuni aspetti e accentuandone altri. Le fazioni si dividono invece sul tema della conquista del potere; le modalità d'interpretazione del bene comune rappresentano per loro un dettaglio facilmente modificabile quando la modifica può essere utile all'obiettivo che si propongono.

Il grosso guaio del Pd attuale consiste dunque, secondo me, nel fatto che le correnti si sono trasformate in fazioni salvo naturalmente poche "anime belle" che ci sono dovunque e non hanno mai contato nulla.
Le fazioni utilizzano il mal di pancia causato dall'esistenza del governo di necessità, accettato da tutti (o quasi tutti) ma facile da usare come strumento di discordia in un partito il cui gruppo dirigente è ormai diviso su tutto.

Questa è la penosa e preoccupante situazione, confermata quasi ogni giorno da episodi che appaiono logicamente incomprensibili ma sono invece comprensibilissimi dal punto di vista dei contrapposti interessi che antepongono il "particulare" al generale interesse del Paese.


Ne segnalo due che sono i più recenti anelli d'una ormai lunga catena. Il primo è il clamore suscitato dalla sospensione dei lavori della Camera dalle ore 17 di mercoledì scorso per render possibile un'assemblea indetta dai parlamentari del Pdl, senatori compresi, per discutere i problemi derivanti da un'eventuale sentenza negativa della Cassazione. I falchi e le amazzoni di quel partito avevano chiesto la chiusura del Parlamento per tre giorni in segno di protesta contro la Cassazione per l'anticipo della sentenza Mediaset. Proposta ovviamente irricevibile. La sospensione di poche ore per render possibile la predetta riunione è decisione di tutt'altra natura che infatti è stata duramente contestata da amazzoni e falchi ma ancora di più dalle fazioni del Pd, da Renzi a Civati.

Non è mancata, specie a Renzi, l'occasione di ripetere il suo appoggio al governo Letta "purché faccia e non bivacchi". Forse sarebbe venuto il momento che Renzi dicesse chiaramente che cosa significa per lui il "fare" di Letta. Deve minacciare la Merkel? Deve prospettare l'uscita dell'Italia dall'euro se l'Europa non ci consente di sfondare il pareggio del bilancio? O che cos'altro? Lo dica e ne prenderemo debita nota. Per quanto lo riguarda personalmente, Epifani ha già detto che le primarie per l'elezione del segretario saranno aperte e il congresso si farà entro l'anno. Allora decida. Il secondo episodio riguarda il disegno di legge sull'incompatibilità, presentato da un gruppo di deputati democratici tra i quali il capogruppo Luigi Zanda. Il testo dà un anno di tempo al concessionario di aziende che sia anche parlamentare; un anno per vendere la sua partecipazione a quelle aziende o lasciare la politica.

La proposta è stata bollata dal Pdl come l'ennesimo attacco contro Berlusconi, ma è stata bollata ancora di più dalle fazioni del Pd come un favore al proprio avversario. Anche Vendola non è mancato a questo appuntamento.

C'è da strofinarsi gli occhi quando si vedono cose del genere. La spiegazione sarebbe che con questa proposta si elimina l'ineleggibilità con l'incompatibilità. È vero ed è un passo avanti, non indietro. Ai fini specifici di Berlusconi è del tutto equivalente. E allora?

Per fortuna l'attuale segretario del Pd (che alcuni si ostinano a chiamare "reggente") non soffre di questo costante mantra perché non appartiene né a correnti né a fazioni. Sa soltanto che il Pd deve sostenere il governo Letta se e fin quando esso non metta in discussione i valori democratici. Se questo accadesse, sarebbe lui a provocare la crisi e, personalmente, sono sicuro che lo farebbe.

Non spenderò parole sul caso riguardante il presidente della Repubblica e sollevato dal giornale "Libero" (e dal "Fatto") sull'ipotesi di una "grazia" che Napolitano avrebbe pensato di concedere ad un Berlusconi condannato. Ipotesi non solo cervellotica ma avanzata per screditare e vilipendere il capo dello Stato. Questa è gente che gioca a palla con le istituzioni, anarcoidi di infima qualità.


Berlusconi si dice sereno e sicuro d'esser riconosciuto innocente dalla Cassazione e conferma il suo pieno appoggio al governo Letta ribadendo che comunque le sue vicende giudiziarie sono cosa diversa da quelle politiche. Riconosce che se fosse condannato la sua gente sarebbe presa da un'agitazione più che comprensibile, ma lui farebbe di tutto per calmarla.

Mi sembra difficile che le cose vadano in questo modo, ma credo che sarebbe saggio prender Berlusconi sul serio e attendere lo sviluppo dei fatti. Del resto l'ipotesi che la Cassazione non condivida in tutto o in parte le conclusioni della corte d'Appello non può in teoria essere esclusa, rientra nelle possibilità del libero convincimento del giudice che è uno dei cardini della giurisdizione. L'opinione pubblica può criticare una sentenza ritenuta tecnicamente sbagliata ma deve accettare il libero convincimento e prenderne atto, tanto più la sinistra democratica che ha fatto dell'indipendenza della magistratura uno dei cardini della sua visione politica.

Continuiamo dunque a difendere questo principio augurandoci che il libero convincimento della sezione feriale della Corte coincida con il nostro, che non ha dubbi sulla colpevolezza dell'imputato.

Eugenio Scalfari (La Repubblica, 14 luglio 2013)


giovedì 11 luglio 2013

Caso Mediaset, il presidente Napolitano e il verme della mela

La domanda è: possibile che Giorgio Napolitano non sapesse che il governo delle larghe intese, da lui fortemente voluto e imposto, contenesse in sé, come un verme nella mela, i problemi giudiziari di Silvio Berlusconi? Escludiamo che abbia potuto minimamente fidarsi della promessa del Caimano di tenere il governo Letta al riparo dalle conseguenze dei suoi molteplici reati. Chi può credere infatti che un personaggio navigato come il capo dello Stato, magistrale artefice della propria rielezione al Quirinale, abbia potuto dare retta all’uomo più bugiardo del pianeta? Resta la seconda risposta: che cioè Napolitano, purché si desse vita a quel mostro politico che è la maggioranza Pd-Pdl, non ha badato a spese, non prevedendo forse un prezzo così salato. Dopo aver tradito il mandato elettorale con gli elettori (“Mai con Berlusconi”), ora il Pd è costretto a vergognarsi di se stesso. Aver votato quell’indegna sospensione dei lavori parlamentari non solo equivale a una sottomissione ai voleri del Pdl, ma acquista un valore simbolico incancellabile nel momento in cui quella pausa istituzionale diventa omaggio penitenziale al miliardario plurinquisito, oltreché pressione inaudita sulla Corte di Cassazione. Il fatto è che il gruppo dirigente democratico, a furia di compromessi con la propria storia, ha perso completamente identità e orientamento, tanto che oggi, per dire, tra uno Speranza e un Alfano non si nota nessuna differenza. Ma forse era proprio questo che si voleva.
Il verme nella mela sta producendo un altro inevitabile effetto. I guai penali dell’affettuoso protettore di Ruby Rubacuori, da ossessione privata dell’imputato e problema esclusivo del Pdl, grazie alle improvvide intese allargate si è trasformato in un gigantesco affare di governo e di Stato. Addirittura una bomba termonucleare sul futuro dell’Italia, come vanno preconizzando i terrorizzati giornaloni. Poiché, se la Cassazione dovesse confermare la condanna di Berlusconi con le annesse pene accessorie, costui risulterebbe interdetto dai pubblici uffici. Compresi quelli che non esercita come senatore della Repubblica, visto che è risultato assente dall’aula nel 99,7 per cento delle sedute. Un’onta che, secondo i profeti di sventura, comporterebbe con la crisi di governo una serie di catastrofi a catena, comprese la peste bubbonica e le cavallette. Un trucco da imbroglioni che ha l’unico scopo di far ricadere sui giudici della sezione feriale della Cassazione una responsabilità enorme. Insomma, visto che il governo non decide un fico secco e che l’economia va di male in peggio, retrocessa dalle agenzie di rating, che fosse questo il vero scopo delle larghe intese, salvare il Cavaliere?



mercoledì 10 luglio 2013

Transparency International: “Per 89% italiani la corruzione prolifera in politica”

Negli ultimi 12 mesi più di 1 cittadino su 4, nel mondo, ha pagato una tangente. Lo dice il Barometro globale sulla corruzione pubblicato oggi da Transparency International. Il sondaggio realizzato dall’organizzazione no profit – il più grande mai realizzato al mondo – ha censito 114mila persone di 107 nazioni, per fotografare quanto e in che modo i cittadini hanno a che fare con la corruzione nella loro vita quotidiana: avete pagato una tangente? Nel vostro paese la corruzione è aumentata? Il vostro governo conduce un’efficace lotta alla corruzione? Sono alcune delle domande rivolte agli intervistati.
Le risposte restituiscono l’immagine di un fenomeno non solo pericolosamente diffuso ma anche in evidente crescita. In tutto il mondo, la valutazione degli sforzi dei leader politici per fermare la corruzione è peggiorata rispetto al periodo pre-crisi, prima del 2008, quando il 31 per cento degli intervistati dichiarava che gli sforzi compiuti dal proprio governo per combattere la corruzione erano efficaci. Quest’anno la percentuale è scesa al 22 per cento. Più di una persona su due pensa che la corruzione si sia aggravata negli ultimi due anni mentre in ben 51 Paesi i partiti politici sono visti come l’istituzione più corrotta. Il 55 per cento degli intervistati ritiene inoltre che il governo del proprio Paese sia gestito da interessi particolari. E rispetto a questi dati l’Italia non fa eccezione. Anzi.
Più del 60 per cento degli italiani intervistati (un campione di oltre mille soggetti censiti dalla Doxa) pensa che nell’ultimo anno la corruzione sia aumentata, che questo costituisca un grave problema e che l’azione politica di contrasto sia del tutto inefficace. Ma un dato emerge su tutti: la stragrande maggioranza degli italiani, l’89 per cento, pensa che i partiti politici siano il luogo in cui, più che in qualsiasi altro, prolifera la corruzione. Il sondaggio di Transparency sottolinea che proprio nei Paesi OCSE, ossia le maggiori economie mondiali, le persone credono che il proprio governo risponda ad interessi particolari. Dato particolarmente evidente in nazioni in cui la crisi economica ha evidenziato “profondi guasti di governance”, come Grecia (che chiude la classifica con l’83 per cento degli intervistati) e Italia, che si colloca al terzultimo posto della graduatoria, con il 73 per cento degli intervistati. A farle compagnia, nelle ultime posizioni, anche Israele, Belgio e Spagna.
Rispetto alla media mondiale, i cittadini italiani hanno un’opinione peggiore dei loro partiti politici e dei membri del loro parlamento, ritenuti affetti da corruzione in una scala da 1 a 5 (dove 5 è il valore peggiore) per un valore rispettivamente di 4,5 e 4,1. Curioso invece il dato sulla giustizia, valutata come meno corrotta rispetto alla media mondiale, ma che si rivela il settore in cui, in Italia, è stato pagato il maggior numero di tangenti. Analizziamo il dato nel dettaglio: se la percentuale di cittadini italiani che ha pagato una tangente nell’ultimo anno è del 5 per cento (dato in positivo calo rispetto ad altre rilevazioni degli anni passati), ebbene il 2 per cento di chi ha sganciato una mazzetta lo ha fatto nell’ambito delle dichiarazioni fiscali, il 3 per cento per accedere a permessi e registri pubblici e nell’ambito della formazione-educazione, il 4 per cento nell’ambito sanitario, delle forze dell’ordine e di servizi al territorio, il 6 per cento per luce, gas e altre utilità, il 12 per cento dichiara invece di aver pagato tangenti al mondo della giustizia.
Di fronte a tanti dati negativi, il Barometro 2013 riporta anche alcuni numeri di segno opposto. I due-terzi (67 per cento) dei cittadini del mondo crede infatti che la gente comune possa fare la differenza nella lotta alla corruzione. Anche se rispetto ai dati del 2010/2011 il grado di fiducia nei cittadini circa la possibilità di affrontare la corruzione è scesa dal 72 al 67 per cento, quasi 9 su 10 delle persone intervistate si è detta disposta ad impegnarsi contro la corruzione e due terzi di coloro a cui è stato chiesto di pagare una tangente ha dichiarato di essersi rifiutato. “Le persone credono di avere il potere di fermare la corruzione e il numero di coloro che sono disposti a combattere l’abuso di potere, accordi segreti e la corruzione è significativo”, ha dichiarato Huguette Labelle, presidente di Transparency International.
In Italia sono attualmente oltre 260mila i cittadini che hanno sottoscritto la petizione della campagna anticorruzione Riparte il futuro, la prima campagna digitale su questi temi mai realizzata in Europa. Il primo obiettivo dell’iniziativa, su cui è stata raccolta la disponibilità di 374 parlamentari di diverso colore politico, è la modifica della legge sul voto di scambio politico-mafioso, allo scopo di rendere la norma più incisiva. La prima votazione alla Camera è prevista per il prossimo 15 luglio, ma pare che la sua approvazione non abbia, al momento, raggiunto il numero di sostenitori necessari.



Processo Mediaset, prescrizione addio. “Seguita la legge, come per tutti”

È stato il presidente di turno della sezione feriale della Cassazione Antonio Esposito a fissare l’udienza del processo Mediaset al 30 di luglio. Lo ha fatto ieri mattina intorno a mezzogiorno perché c’è un rischio prescrizione che, ci risulta, è stato segnalato anche dalla Corte d’Appello di Milano, come avviene per qualsiasi processo. I giudici di secondo grado hanno confermato la condanna per Silvio Berlusconi a 4 anni di pena (3 indultati) e a 5 anni di interdizione dai pubblici uffici per frode fiscale 2002-2003. Esposito ha preso la sua decisione, obbligata, dopo aver ricevuto il fascicolo Mediaset con indicato sulla copertina “Prescrizione dal primo agosto 2013 al giugno 2014″. L’indicazione è dell’apposita sezione spoglio della terza sezione penale della Cassazione, presieduta da Saverio Mannino, dove il ricorso della difesa Berlusconi è arrivato il primo luglio. Come per ogni processo, è l’ufficio spoglio della sezione competente a esaminare le carte e a indicare sulla copertina del fascicolo l’eventuale rischio prescrizione, anche su segnalazione dei giudici di merito. Così è avvenuto per il processo Mediaset. È la norma. Avvocati e politici berlusconiani si stracciano le vesti per “l’incredibile accelerazione della Cassazione” ma, ci dice una fonte autorevole di piazza Cavour, “deve essere chiaro che non c’è alcuna volontà di perseguitare Silvio Berlusconi. Il rischio prescrizione impone di fissare la prima udienza utile per scongiurarla. È la legge e deve valere per tutti”.
Dunque il 30 luglio, la prima data disponibile, sarà esaminato il ricorso di Berlusconi senza la tagliola della prescrizione di cui il leader del Pdl ha tanto beneficiato. L’ultima volta l’anno scorso al processo Mills. La sezione feriale che dovrà giudicarlo è composta da giudici di diverse sezioni scelti sulla base della disponibilità e dell’anzianità. Dal 22 luglio al 15 settembre si occupa dei processi a rischio prescrizione e delle misure cautelari. Ogni anno celebra una cinquantina di processi che altrimenti andrebbero al macero. Proprio il presidente Esposito, senza suscitare l’ira del centrodestra, il 4 agosto 2011 fissò l’udienza del processo all’ex ministro Aldo Brancher che si sarebbe prescritto il giorno dopo. Fu confermata la condanna per ricettazione e appropriazione indebita. Il prossimo 30 luglio relatore del processo Mediaset sarà Amedeo Franco, giudice della terza sezione penale con la fama di essere un magistrato “con la schiena dritta”.
Il problema della prescrizione è emerso, come ha spiegato il Corriere della Sera, dopo uno studio di diversi fattori legati a una delle leggi ad personam, la ex Cirielli, a un complicato calcolo delle pause forzate del processo e alle motivazioni della condanna, soprattutto all’interdizione dai pubblici uffici. Sulla base di tutti questi elementi, se la Cassazione avesse fissato l’udienza in autunno sarebbe stata già prescritta la frode fiscale del 2002 e ci sarebbe stato il rischio concreto di un appello bis e di un altro giudizio in Cassazione per ricalcolare la pena, anche all’interdizione dai pubblici uffici. La Suprema Corte, osservando la legge, lo ha evitato. D’altronde questo processo è già stato falcidiato dalla prescrizione ad personam: cancellata, tra l’altro, l’appropriazione indebita per 276 milioni di dollari.

Marco Lillo e Antonella Mascali  (Il Fatto Quotidiano del 10 luglio 2013)


martedì 9 luglio 2013

Governo, resa dei conti sul caso Kazakistan. “Alfano dia risposte precise”

Un’inchiesta interna al Viminale e un’altra “verifica” tra gli organi di governo per far luce, “nel più breve tempo possibile”, sul caso che sta causando un vero terremoto nell’esecutivo di Letta. E non per questioni economiche, ma per qualcosa di più grave sotto il profilo internazionale. E non solo. E’ la vicenda che vede protagoniste Salabayeva e Alua, moglie e figlia dell’oppositore kazako Mukhtar Ablyazov, ora nelle mani del dittatore Nursultan Nazarbayev, grande amico di Berlusconi.
Il 29 maggio scorso, il ministro dell’Interno e segretario del PdlAngelino Alfano, ha mandato una cinquantina di uomini armati della Digos a prendere le due donne nella loro casa di Casal Palocco, a Roma, arrivando alla loro successiva espulsione con l’accusa di avere passaporti falsi. Accusa poi smentita dal tribunale di Roma, secondo cui l’espulsione non andava in alcun modo autorizzata, visto che i documenti erano il regola. La violazione ha però regalato al dittatore kazako due preziosi ostaggi contro il suo nemico principale, appunto il dissidente Ablyazov. E siccome l’intera operazione è stata portata a termine dal ministro Alfano senza che nessun altro del governo ne venisse messo a conoscenza, neppure Enrico Letta, c’è il forte sospetto che il vicepremier e segretario del Pdl abbia voluto chiudere la vicenda rapidamente e in barba ad ogni regola solo per compiacere il dittatore kazako, partner privilegiato dell’Eni e – soprattutto – su pressioni dello stesso Cavaliere. Su questo, Letta ha chiesto piena luce.
La questione, che sta tenendo banco da giorni sui media internazionali, ha mandato su tutte le furie il ministro degli Esteri, Emma Bonino, che non ha alcuna intenzione di prestare il fianco alle critiche feroci dei media sull’operato dell’Italia a cui lei, per altro, non è in grado in alcun modo di rispondere, perché tenuta all’oscuro di tutto. Bonino si è quindi si è rivolta a Letta: “Evitiamo all’Italia, se possibile, l’ennesima figuraccia…”, spingendo il premier verso l’indagine interna. Anche il ministro Cancellieri, che in un primo momento aveva parlato di “espulsione avvenuta secondo le regole”, dopo la smentita del tribunale di Roma ha chiesto a Letta di avere “chiarimenti”; il fatto di essere stata messa “fuori strada” dal collega ministro dell’Interno, a cui aveva chiesto lumi, l’ha profondamente contrariata.
Tutti contro Alfano? A quanto sembra, l’intera vicenda è stata gestita con una dose sospetta di superficialità. Alle domande di Letta, durante un colloquio tra i due avvenuto l’altro giorno a Palazzo Chigi, il vicepremier si sarebbe giustificato sostenendo che i funzionari del ministero gli avevano assicurato che i passaporti delle due donne erano falsi e lui ha quindi dato il via libera all’operazione. Ma la ricostruzione, a quanto sostengono alcune fonti informate a Palazzo Chigi, farebbe “acqua da tutte le parti”. “La cosa più grave – prosegue una di queste fonti – è che nessuno ha saputo nulla fino ad operazione conclusa e non c’è stata alcuna chiarezza su chi e perché avrebbe chiesto di proseguire nell’espulsione di queste due persone; per altro, sono state violate anche le regole in materia di rifugiati e abbiamo avuto forti critiche anche dall’agenzia dell’Onu che si occupa dei rifugiati, l’Unhcr”.
Sembra, infatti, che l’Italia abbia violato il Testo Unico Immigrazione secondo cui nessuno può essere in nessun caso rimandato verso uno Stato in cui rischia di subire persecuzioni: “ Le autorità italiane – ha criticato l’Unhcr – non hanno valutato appieno le conseguenze che tale rimpatrio forzato potrebbe avere”. Il caso, che è seguito “da vicino” anche dal presidente della Camera, Laura Boldrini, è quindi destinato ad avere forti ripercussioni a livello di governo. Soprattutto se, come sospetta Enrico Letta, “l’eccesso di zelo” di alcuni funzionari del ministero dell’interno sull’espulsione della famiglia del dissidente kazako non è stato affatto “spontaneo”, come sarebbe stato sostenuto da Alfano, bensì “indotto da precisi ordini superiori”.
Per questo, dalla “verifica interna agli organi di governo”, chiesta qualche giorno fa, Letta si attende “risposte precise”. “La questione diplomatica ed economica con il Kazakistan – chiude la fonte di Palazzo Chigi – non deve indurre a conclusioni di comodo; se verranno accertate responsabilità, anche a livello di governo, si trarranno le conseguenze”. Quali, al momento, non è dato sapere.

 

Bersani e il M5S, quando i folli dicono la verità

Undici anni dopo la straordinaria performance parlamentare di Luciano Violante sulla (mancata) legge sul conflitto d’interessi, l’ex segretario del Pd, Pierluigi Bersani, decide di fare di più e di meglio. Verosimilmente invidioso del successo – in numero di visualizzazioni su youtube – ottenuto dall’ex presidente della Camera con il discorso in cui rivelava come nel 1994 fu data “garanzia piena” a Silvio Berlusconi “che non gli sarebbero state toccate le televisioni”, Bersani scuote i già fragili nervi dell’elettorato del Pd con un nuovo retroscena. Il motivo per cui dopo aver giurato decine di volte “mai al governo con Berlusconi” il suo partito si è ritrovato al governo con Berlusconi.
Mica io volevo fare l’alleanza con Grillo, sono mica matto” dice candido l’ex segretario alla Festa de L’Unità di Cremona prima di aggiungere che lui con il M5S può discutere di tutto, tranne che di una questione: la democrazia. Perché “non esiste la possibilità che ci siano movimenti o partiti dove comanda uno solo”.
Un’affermazione per molti versi condivisibile che però apre la porta ai sospetti: forse Bersani è davvero matto ma, come spesso accade in questi casi, non lo sa.
Intendiamoci: qui il problema non sono gli attacchi dell’ex segretario al Movimento. In una democrazia la concorrenza tra partiti è (o almeno dovrebbe essere) un fatto normale. E sulle questioni interne ai 5 Stelle ciascuno è poi libero di pensarla come gli pare. Anche perché pure noi crediamo che episodi come l’espulsione della senatrice Adele Gambaro, di fatto colpevole del reato dal sapore sovietico di critica al Capo, peseranno a lungo sulla credibilità dei M5S.
La questione importante è invece un’altra: in Italia il partito più personale di tutti è, indiscutibilmente, quello del Cavaliere. Ovvero quello con cui il Pd ha ritenuto giusto e conveniente non solo rieleggere Giorgio Napolitano presidente della Repubblica e andare al governo, ma persino tentare di riscrivere quella cosa da nulla che è la Costituzione.
Ecco allora che qualcosa non torna: dopo aver pareggiato le elezioni, Bersani ai 5 Stelle chiede solo l’appoggio esterno per il voto di fiducia, non propone governi che abbiano premier diversi da se stesso e dice di no quando si tratta di portare Stefano Rodotà al Colle. Al Pdl invece finisce per dir di sì su tutto, dopo aver candidato Franco Marini al Quirinale, proprio per poter raccogliere i voti dei berlusconiani.
Insomma, al netto degli errori del M5S (un nome esterno ai partiti per Palazzo Chigi avrebbero dovuto farlo loro), riascoltando Bersani almeno un sospetto rischia di diventare certezza: c’è stato del metodo in quella follia.

domenica 7 luglio 2013

LA FINE E L'INIZIO

Dopo ogni guerra
c'è chi deve ripulire.
In fondo un po' d'ordine
da solo non si fa.
C'è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.
C'è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.
C'è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c'è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.
Non è fotogenico,
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite
per un'altra guerra.
Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.
C'è chi, con la scopa in mano,
ricorda ancora com'era.
C'è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.
Ma presto lì si aggireranno altri
che troveranno il tutto
un po' noioso.
C'è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.
Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.
Sull'erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c'è chi deve starsene disteso
con una spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.


(tratto da : W. Szymborska “Come un granello di sabbia” ed. Adelphi)


mercoledì 3 luglio 2013

La condanna di Berlusconi era già scritta. Nei fatti

La sentenza di condanna di Silvio Berlusconi era già scritta. Non per un pregiudizio della magistratura milanese ma perchè il reato di concussione era 'in re ipsa': nelle sette telefonate che l'allora premier fece da Parigi ai funzionari della Questura di Milano perchè una ragazza sotto interrogatorio fosse liberata e affidata a persona di sua fiducia, Nicole Minetti, come poi avvenne. Qui non ci sono intercettazioni di dubbia interpretazione, ci sono i fatti. Quello di concussione è un reato contro la Pubblica Amministrazione che puo' essere commesso solo da «un pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o funzione, costringe o induce taluno a dare o promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità». La concussione si distingue dall'estorsione, reato che puo' essere commesso da chiunque, «mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o a omettere qualche cosa, procura a sè o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno». E' ovvio che il pubblico uffiaciale, tanto più se presidente del Consiglio, tanto più se si rivolge ad altri pubblici ufficiali di grado inferiore, non ha alcun bisogno, per ottenere cio' che indebitamente vuole, di ricorrere alla minaccia (tantomeno alla violenza) che è implicita nella sua stessa richiesta. Tanto è vero che i funzionari della Questura di Milano si adeguarono contravvenendo alle disposizioni dell'unico soggetto che aveva titolo a decidere del destino di Ruby, vale a dire il Pm del Tribunale dei minori, Annamaria Fiorillo, che aveva ordinato che la ragazza fosse affidata ad una comunità o, in attesa, trattenuta in Questura. Al processo la Fiorillo dichiarerà: «Nessun magistrato degno di questo nome avrebbe affidato Ruby alla Minetti, nessun magistrato degno di questo nome avrebbe accettato di considerare una marocchina 'nipote di Mubarak'». Eh si', perchè Berlusconi, che si rendeva conto che stava compiendo un grave reato, per salvarsi in corner si era inventato che il suo intervento aveva ragioni diplomatiche, poichè a lui risultava che Ruby fosse imparentata col rais egiziano. Ma la questura aveva accertato già nel tardo pomeriggio (le telefonate di Berlusconi sono intorno alla mezzanotte) che Ruby era di nazionalità marocchina. Non si sa se i funzionari della Questura fecero presente a Berlusconi questa decisiva circostanza, fatto sta che accettarono come buona la sesquipedale menzogna del Cavaliere (che chiamo' poi ad esprimersi sulla questione il Parlamento che, in una delle pagine più vergognose e umilianti delle Istituzioni italiane, sentenzio' che una marocchina era in realtà un'egiziana), dimostrando, una volta di più, se ce ne fosse stato bisogno, che subirono, senza fiatare, le indebite pressioni del premier.
Diverso è il discorso sul reato, minore (un anno di condanna rispetto ai sei per la concussione) di prostituzione minorile, che, rispetto al primo, è molto più difficile da dimostrare. Come si puo' accertare se due persone sono andate a letto insieme? Lo stesso sessuofobico Corano vuole che ci siano almeno quattro testimoni oculari del fatto. Ma tutti i media hanno intinto il biscotto su questo aspetto della questione. Quelli di sinistra perchè sono cretini, morbosi e moralisti nel senso deteriore del termine, quelli di destra perchè capivano benissimo che aggrappandosi alle debolezze dell'inchiesta sul reato minore potevano gettare delle ombre sulle indiscutibili certezze di quello maggiore, la concussione.
Infine i supporter di Berlusconi sostengono da sempre che il Cavaliere è vittima di un 'accanimento giudiziario' basato su 'teoremi'. E non si accorgono, o fanno finta di non accorgersi, che sono seduti su un teorema: l'innocenza a priori di Berlusconi. Un teorema inscalfibile perchè qualsiasi provvedimento giudiziario sfavorevole al Cavaliere invece di esserne la sconfessione ne è la dimostrazione. Contro questa logica, priva di ogni logica, è impossibile controbattere.


La strada, o la psicopatologia del semaforo

Dicono che siamo intelligenti. È vero. Il problema è che vogliamo esserlo a tempo pieno. Voi stranieri restate
sconcertati dalle trovate a raffica, dalle girandole di fantasia, dalle esplosioni alternate di percettività e pignoleria: insomma, dai fuochi d'artificio che partono dalla testa di noi italiani. Un inglese, invece, può essere stupito ogni ora, un americano ogni mezz'ora, un francese ogni quarto d'ora. Non ogni tre minuti: altrimenti si spaventa.
Ecco perché, in Italia, le norme non vengono rispettate come in altri paesi: accettando una regola generale, ci sembra di far torto alla nostra intelligenza. Obbedire è banale, noi vogliamo ragionarci sopra. Vogliamo decidere se quella norma si applica al nostro caso particolare. Lì, in quel momento.
Guardate questo semaforo rosso. Sembra uguale a qualsiasi semaforo del mondo: in effetti, è un'invenzione italiana. Non è un ordine, come credono gli ingenui; e neppure un consiglio, come dicono i superficiali. È invece lo spunto per un ragionamento. Non si tratta quasi mai di una discussione sciocca. Inutile, magari. Sciocca, no.
Molti di noi guardano il semaforo, e il cervello non sente un'inibizione (Rosso! Stop. Non si passa). Sente, invece, uno stimolo. Bene: che tipo di rosso sarà? Un rosso pedonale? Ma sono le sette del mattino, pedoni a quest'ora non ce ne sono.
Quel rosso, quindi, è un rosso discutibile, un rosso-nonproprio-rosso: perciò, passiamo. Oppure è un rosso che regola un incrocio? Ma di che incrocio si tratta? Qui si vede bene chi arriva, e non arriva nessuno. Quindi il rosso è un quasi-rosso, un rosso relativo. Cosa facciamo? Ci pensiamo un po': poi passiamo.
E se invece fosse un rosso che regola un incrocio pericoloso (strade che s'intersecano, alta velocità, impossibile vedere chi arriva)? Che domanda: ci fermiamo, e aspettiamo il verde. A Firenze - ci andremo - esiste l'espressione «rosso pieno». «Rosso» è una formula burocratica. «Pieno» è il contributo personale.
Notate come le decisioni non siano avventate. Sono invece frutto di un processo logico che, quasi sempre, si rivela corretto (quand'è sbagliato, arriva l'ambulanza).
Questo è l'atteggiamento di fronte a qualsiasi norma: stradale, legale, fiscale, morale. Se si tratta di opportunismo, non nasce dall'egoismo, ma dall'orgoglio. Lo scultore Benvenuto Cellini, cinque secoli fa, si considerava «al di là della legge in quanto artista». La maggioranza di noi non arriva a questo punto, ma si attribuisce il diritto all'interpretazione autentica. Non accetta l'idea che un divieto sia un divieto, e un semaforo rosso sia un semaforo rosso. Pensa, invece: parliamone.

Nelle strade del mondo, davanti alle strisce pedonali, le automobili, in genere, si fermano. Dove non accade è perché non hanno le strisce, o non hanno le strade. In Italia siamo speciali. Abbiamo strade (piene) e strisce (sbiadite); ma le automobili raramente si fermano. Anticipano, posticipano, rallentano, aggirano. Passano dietro, schizzano davanti. Il pedone si sente un torero, ma i tori almeno si possono infilzare.
Qualche volta, tuttavia, una santa, un matto o un forestiero si fermano. Osservate cosa accade. I conducenti che seguono frenano, mostrando di essere irritati: hanno rischiato il tamponamento, e per cosa? Per un pedone, che in fondo poteva aspettare che la strada fosse libera. Il pedone, dal canto suo, assume una patetica aria di riconoscenza. Ha dimenticato che sta esercitando un diritto. Vede solo la concessione, il privilegio insolito, il trattamento personalizzato: attraversa, e ringrazia.
Se avesse il cappello lo toglierebbe, inchinandosi come un contadino del Boccaccio.
Un giornalista americano scriveva una trentina d'anni fa: «Non è chic essere un pedone in Italia. È di cattivo gusto». Se è cambiato qualcosa, è cambiato in peggio. Nella brutale gerarchia della strada, tra le auto e i pedoni si sono inseriti i motorini (le biciclette no: quelle sono compagne di sventura).
Certo, rispetto ad allora, le auto frenano meglio. Ma scoprire il buon funzionamento di un sistema Abs a due metri dalle caviglie non è una consolazione. A meno che non siate di quelli che arrivano in Italia e trovano tutto pittoresco. In questo caso meritereste tutto quello che vi dovesse succedere. E in una strada italiana, non so se l'avete capito, può succedervi di tutto.

Se gli esseri umani si esprimono attraverso le corde vocali, la lingua, gli occhi e le mani - sostiene lo scrittore John Updike - le auto usano clacson e fari. Un suono breve significa «Salve!». Un suono lungo «Ti odio!». Lampeggiare coi fari vuol dire «Passa tu».
Che dire? Updike ha scritto romanzi magistrali, ma la sua semantica automobilistica è elementare. Guardatevi intorno. In Italia le macchine non soltanto parlano: commentano, insultano, insorgono, insinuano, tengono corsi universitari.
Sussurrano, gridano, protestano, chiedono, piangono, esprimono ogni sfumatura dell'animo umano. E noi le capiamo.
Con il clacson componiamo sinfonie. Lo usiamo meno di un tempo, ma resta uno strumento espressivo, allusivo, occasionalmente offensivo. Un suono secco indica «Ehi, quel parcheggio l'ho visto prima io!», oppure «Sveglia! Il semaforo è diventato verde!». Un altro suono, lungo e desolato, domanda «Di chi è quella macchina di fronte al mio portone?». Un breve suono intermittente indica «Sono qui!» al figlio che esce da scuola. Alcuni taxisti, con il clacson, riescono a esprimere perfino dispiacere e solidarietà. Non è disturbo della quiete pubblica. È una forma di virtuosismo superfluo: non l'unica, in Italia.
E il lampeggio? Non vuol dire «Passa tu»; vuol dire, invece, «Passo io» (lo straniero che ignora questo linguaggio, lo fa a suo rischio e pericolo). Sulle autostrade, in corsia di sorpasso, significa «Fammi passare». Quando appare immotivato, serve a segnalare la presenza di una pattuglia della polizia stradale. È uno dei rari casi in cui noi italiani - felici di gabbare l'autorità costituita - ci coalizziamo, manifestando solidarietà con gli sconosciuti. È un caso di civismo incivile.
Qualcuno dovrebbe studiarlo.

Osservate il traffico, simpaticamente isterico, e ammirate il distacco filosofico della polizia municipale. A Milano, nella zona chiusa alle auto, circolano milanesi autorizzati, lombardi arrabbiati, italiani confusi, svizzeri furbi o smarriti. Guardate le processioni di macchine ferme in seconda fila: ne basta una per trasformare un viale in un vicolo. Perché vigili e vigilesse non intervengono? Perché sono tolleranti. Hanno concluso di non
poter multare l'intero genere umano.
Neppure loro giudicano in base a regole generali.
Discutono le scelte personali dell'automobilista, mostrando un'elasticità ignota alle forze di polizia di altri paesi. Ascoltate uno di questi dialoghi. Sono mini-processi per direttissima, con tanto di pubblico ministero (il vigile), testimoni (l'altro vigile, il passante), avvocati (la moglie), attenuanti generiche («Abito qui di fronte», «Stavo andando in farmacia»); seguono sentenza e motivazione. È una strana giustizia ambulante e a differenza dell'altra - nove milioni di processi in attesa di sentenza, otto reati su dieci impuniti - funziona.
Ma la tolleranza è come il vino: un po' fa bene, troppo fa male. Ricordate le auto lanciate come bolidi sulla corsia di sorpasso? Se parlaste con i conducenti, scoprireste che in Italia il limite di velocità sulle autostrade - centotrenta chilometri l'ora - non è un numero, ma l'occasione per un dibattito.
Sembra impossibile che il troglodita che piomba sulle altre auto, lampeggiando come un ossesso, sia in grado di giustificarsi. Invece lo fa, spaziando dall'antropologia alla psicologia, ricordando i principi della cinetica e quelli del diritto, invocando interpretazioni favorevoli e margini di errore, affidandosi alla discrezionalità e alla clemenza dell'autorità. Per come guida, sarebbe da arrestare. Per come discute, merita una cattedra universitaria. Il poliziotto che l'ascolta pensa: forse è il caso di essere tolleranti. Salvando lui, e condannando tutti noi.

Beppe Servergnini (La testa degli italiani - 2006 - Rizzoli)

lunedì 24 giugno 2013

L'ozio rivoluzionario e lo spreco della vita consacrata al lavoro

Il Laboratorio cittadino di Arma di Taggia mi ha invitato a dibattere sullo stuzzicante tema: 'Oziare è rivoluzionario?'. Per rispondere bisognerebbe prima definire che cos'è l'ozio, perchè ne esistono vari tipi: c'è l'ozio del rentier, c'è quello, obbligato, del disoccupato, c'è quello di chi ne ha fatto una scelta di vita, c'è l'ozio laborioso e infine quello più delizioso: 'il padre di tutti i vizi' (un uomo senza vizi è pericolosissimo, Roberspierre insegna). Per semplificare le cose diciamo che l'ozio si contrappone al lavoro. Il 'Vangelo del lavoro', come si esprime Bertrand Russell nel suo 'Elogio dell'ozio', nasce con la Rivoluzione industriale e le due correnti di pensiero da essa partorite: il marxismo e il liberismo. Per Marx il lavoro è 'l'essenza del valore' (e non a caso Stakanov diverrà, simbolicamente, un eroe dell'Urss), per i liberisti è esattamente quel fattore che combinandosi col capitale dà il famoso 'plusvalore'. Prima il lavoro non era un valore, ma solo, per dirla con San Paolo, «uno spiacevole sudore della fronte». Tant'è che nella società preindustriale è nobile chi non lavora e contadini e artigiani lavorano per quanto gli basta, per assicurarsi la sussistenza (cibo e vestiario sostanzialmente, una casa ce l'avevano tutti). Il resto è vita. E lo si spende per andare in taverna, a giocare a birilli, a corteggiare la futura sposa. Perchè per quegli uomini il valore non era dato dalle merci, il valore era il Tempo, « il tessuto della vita» come lo chiama Benjamin Franklin.
I moderni si sono creati una società diametralmente opposta. Noi ci sentiamo obbligati a lavorare, a produrre, a consumare, anzi, paradosso dei paradossi, a consumare per produrre, a ritmi sempre più ossessivi, parossistici, angosciosi, stressanti. Il doverismo del lavoro – che è funzionale al sistema non certo a noi- ci domina e ci sovrasta. Non riusciamo più a distinguere cio' che è essenziale da quello che non lo è. Siamo travolti da questo sinistro doverismo, accecati. Come dimostra il caso estremo, ma significativo, di quel povero padre di Piacenza che, interamente preso dai suoi doveri aziendali, si è dimenticato in macchina per otto ore il proprio figlioletto di tre anni che ne è morto (ma casi simili negli Stati Uniti se ne contano, negli ultimi anni, circa 400).
Abbiamo perso la capacità di oziare. Il vuoto ci fa orrore, perchè ci costringerebbe a confrontarci con noi stessi, con cio' che stiamo facendo, con la vita che stiamo conducendo. E allora lo riempiamo con ogni sorta di frenesie. Neanche il cosiddetto 'tempo libero' è veramente tale. Ma è tempo da destinare al consumo perchè senza il consumo tutto l'Ambaradan crollerebbe. Che senso ha, se non quello della schizofrenia, che i milanesi si fiondino fuori dalla loro città ogni venerdi' pomeriggio per andare in luoghi dove incontrano le stesse persone e fanno, più o meno, le stesse cose che fanno a Milano? Nemmeno la domenica, come ha notato Papa Bergoglio, è più santificata al riposo.
Ci siamo anche dimenticati che l'ozio, il riposo, la contemplazione, la riflessione non sono solo un piacere in sè ma sono anche, per quanto cio' possa apparire contradditorio, pruduttivi. Newton scopri' la legge di gravità mentre si riposava sotto un albero e gli cadde in testa la famosa mela. Ma noi abbiamo utilizzato nel modo peggiore le scoperte della tecnica. Secondo Russell, che scive nel 1935, le macchine potrebbero lavorare per noi, lasciandoci, per questa incombenza, non più di quattro ore al giorno. Invece le usiamo per sbattere la gente fuori dal lavoro, in una condizione di ozio obbligato di cui, in una società basata sull'etica del lavoro, non possono godere, sentendosi dei paria. Diamoci una calmata. L'ozio è rivoluzionario.



Un popolo di sudditi che si ribella solo al bar

A Istanbul, città particolarmente priva di spazi verdi, il premier Erdogan vuole togliere di mezzo il Parco Gezi, abbattendo 600 alberi, per sostituirlo con un grande centro commerciale, con tutti gli annessi e i connessi, simbolo, secondo lui, di una Turchia che corre felice verso lo sviluppo e la modernizzazione. La gente della città si è ribellata, ha occupato il parco, lo ha circondato, si è scontrata duramente con una delle polizie più feroci del Medio Oriente (qualcuno ricorderà, forse, 'Fuga di mezzanotte'). Poi la rivolta è virata in senso politico, contro gli abusi e le violenze dell' 'amico Erdogan' come lo chiama Berlusconi. Ma resta il fatto che è cominciata per la difesa di un parco che i cittadini di Istanbul amano.
A Milano, nell'area della ex stazione delle Varesine, era nato spontaneamente un bosco, un vero bosco, non l'odioso verde, aiulato e regolamentato, che non puoi nemmeno calpestare, pena multe salatissime da parte di vigili assatanati che hanno l'ordine di raccattar quattrini da cittadini già esausti. Miracolo a Milano. Un piccolo polmone verde quasi nel cuore della città. E' stato raso al suolo in una sola notte e in poco più di un anno sono stati costruiti quattro o cinque ecomostri, costruzioni orribili che nulla hanno a che vedere con quell'opera d'arte che è il grattacielo Pirelli di Gio' Ponti e Pier Luigi Nervi. Sull'area dell'ex Fiera Campionaria, dove da bambini i genitori ci portavano a fare il pic-nic, è successa più o meno la stessa cosa. A nessuno è venuto in mente di utilizzarla a verde (gli architetti si salvano la coscienza con i cosidetti 'boschi verticali' , figuriamoci, poco più della vecchia edera che scende giù dalle facciate). Eppure anche Milano, come Istanbul, è quasi priva di parchi. Come hanno reagito i milanesi? Con un ricorso al Tar.
In Tunisia  Ben Ali' (gran protettore dell' 'esule' Craxi) e la sua cricca sono stati spazzati via in due giorni con una rivolta violenta, anche se disarmata. Noi invece tolleriamo che partiti che hanno governato il Paese per vent'anni, portandolo sull'orlo del baratro, continuino a farlo, sotto la guida di un quasi novantenne, che non ha fatto un solo giorno di lavoro in vita sua, che nella sua lunga esistenza non ha mai preso non dico una posizione (sulla rivolta ungherese del '56, sull'invasione russa della Cecoslovacchia del '68), ma non ha mai espresso un'opinione men che banale e che, per la sua inesistenza, era definito dai suoi stessi compagni «un coniglio bianco in campo bianco» e che quando era giovane, si fa per dire, lo scrittore Luigi Compagnone descrisse come «nu guaglione fatt'a vecchio».
E' che noi italiani abbiamo perso ogni vitalità. Siamo un popolo di vecchi. L'età media dei tunisini è di 32 anni, la nostra è di 44,5. Siamo sudditi e ci facciamo trattare da sudditi perchè ci comportiamo da sudditi. Subiamo tutto. La rivolta la facciamo solo a chiacchiera, nei bar: «Sono qui. Attendo solo un segnale». Ma va là.
Altro che Parco Gezi. Noi dovremmo tenere sotto assedio permanente il Parlamento e tampinare questi topi di chiavica in strada, per fargli sentire il nostro disgusto e il nostro disprezzo (senza toccarli, per carità, una sacrosanta sventola a Capezzone è un reato più grave dell'aver corrotto un paio di giudici e di testimoni per aggiustarsi le sentenze). E invece stiamo a guardarli in Tv, questi mascheroni, intervistati da giornalisti compiacenti e complici, in programmi manovrati da conduttori paraculi, di sinistra e di destra, il cui principale obiettivo è mantenere quelle decennali rendite di posizione che si sono accaparrati in un sistema in cui stanno incistati, come topi nel formaggio. E se per caso, per sfinimento, ti cade il telecomando, lei subito strilla: «Non l'avrai mica rotto!». C'è ben altro da rompere, in Italia. 



giovedì 23 maggio 2013

Don Andrea Gallo è morto. Don Gallo Andrea vive

Genova, mercoledì 22 maggio 2013, ore 17,56, squilla il cellulare mentre sono in chiesa per un incontro. E’ Paola de Il Fatto Quotidiano che da Roma mi dice: «Ti porto brutte notizie da Genova: è morto don Gallo». Le prometto un pensiero mio che è questo.
La morte di don Andrea Gallo ci coglie di sorpresa, nonostante fossimo in attesa che accadesse. La verità è che non volevamo che morisse perché ci teneva sulle sue ginocchia e ci consolava, ci coccolava. In un tempo di papi e di gerarchie fissati su un’idea di Dio astratta, don Andrea ci fa vedere un Dio con le mani sporche di umanità, ansioso di sporcarsi e stare con la gente, fuori del tempio isolato da un muro d’incenso e d’ipocrisia. Lo scorso anno a Palazzo Ducale di Genova, alla presentazione del mio romanzo «Habemus papam», in cui preconizzavo la necessità di un papa di nome Francesco, si entusiasmò e, prendendomi da parte, mi disse: «Sarebbe ora, mi piacerebbe esserci». Ora sono contento che ha visto l’arrivo di papa Francesco e ha fatto appena in tempo a pubblicare l’ultimo suo libro «In cammino con Francesco», quasi assaporando il cambio di marcia tanto desiderato.
Don Andrea Gallo, nella mia esperienza di amicizia e di affetto, è un uomo e un profeta di Dio, nato e cresciuto «strabico» per natura e per vocazione. Sì, era strabico come Mosè nell’esperienza del Sinai. Ebbe sempre una doppia stella polare: un occhio volto sempre al popolo e uno a Dio, mai separati. Strabico, ma non scisso. Per lui Dio e il suo popolo di poveri, di beati, di umili, di emarginati, «gli ultimi» sono la stessa cosa e se, per caso, non lo erano, in lui si fondevano e si identificavano.
Don Andrea Gallo, ha costruito ponti, nella chiarezza dei fondamenti della Costituzione italiana che, nell’era del vergognoso berlusconismo, ha difeso con ardore e passione da Partigiano, e nella linearità ideale del Vangelo che ha vissuto «sine glossa» perché il Vangelo è vita donata e ricevuta senza avere in cambio nulla. Non ha una vita sua e tanto meno privata: uomo di tutti, uomo sempre accogliente e disponibile. Per questo don Gallo è un prete a 360° senza pizzi e merletti, ma vestito dell’umanità malata e carica di voglia di esserci. Quando incontra una persona, la guarda con quegli occhi profondi e gli trasmette il messaggio che lei e solo lei è importante e vale la pena «perdere tempo» per lei.
Ora don Andrea Gallo è morto. Ora don Gallo vive perché, se da un lato ci lascia più soli, dall’altro lascia a noi un impegno e un compito: essere coerenti come ci ha insegnato in vita e in morte. Per me, che lui chiamava affabilmente «il mio teologo preferito», inizia un cammino di solitudine ecclesiale ancora più intensa perché quando c’era lui, bastava un incontro, una telefonata per rincuorarci a vicenda e confidarci cose da preti. Ora resto solo, ma con la certezza che averlo conosciuto, amato, difeso, condiviso è uno dei regali più grandi che Dio mi ha fatto e di cui sono grato. Non piango la morte di don Gallo, piango per la gioia di essere stato considerato degno di averlo avuto come amico e padre.
Ciao, Partigiano, aiutami a essere sempre più vero e sempre più coerente come mi hai insegnato con il tuo esempio e la tua dedizione di prete da marciapiede. Ti vedo in cielo attorniato dai poveri e dalle prostitute, sì quelle che ci precedono nel Regno di Dio.



mercoledì 22 maggio 2013

Tortora e i "garantisti" liberi servi di Berlusconi

Nell'ormai famosa domenica del comizio di Berlusconi a Brescia ha suscitato molte polemiche la presenza di tre ministri Pdl. Anche se sarebbe meglio che quello degli Interni controllasse che le manifestazioni di piazza si svolgano senza scontri, stando al Viminale, invece di aizzarli con la sua presenza, questo è un falso problema rispetto alla questione principale. Che riguarda le dichiarazioni di Berlusconi sulla sentenza della Corte d'Appello di Milano che lo ha condannato per una colossale frode fiscale (caso Mediaset). Dichiarazioni che si legano strettamente a quelle fatte il giorno prima, subito dopo la sentenza. In questo caso il Cavaliere non si è limitato a generici attacchi alle 'toghe policitizzate', ma ha accusato personalmente sei giudici (i tre della Corte d'Appello e i tre del Tribunale di primo grado) di averlo condannato «pur sapendo che sono innocente». Cioè hanno sentenziato con dolo, che è il reato più grave che un magistrato possa commettere nell'esercizio delle sue funzioni. Ora, le cose sono due. O Berlusconi dice il vero e ne ha la prova (che non puo' consistere, tautologicamente, nel fatto che l'hanno condannato) e allora suo interesse e dovere è di denunciare i magistrati felloni alla prima Procura della Repubblica. Perchè non lo fa? Oppure è un volgare calunniatore, le cui false accuse, dato il suo ruolo, dovrebbero svegliare l'attenzione del Capo dello Stato.
I berluscones hanno contestato il controcomizio degli oppositori. «C'erano delle bandiere rosse» ha accusato l'ineffabile Brunetta. Embè, da quando in qua è proibito sventolare bandiere rosse? E' forse diventato un reato? Reato è che alcuni simpatizzanti di Berlusconi siano stati presi a calci e pugni. Ma questo rientra, in prima istanza, nella competenza del ministro degli Interni se fosse stato al suo posto, invece di nascondersi prudentemente dietro il palco.
Infine, moralmente ripugnante è stato il tentativo di Berlusconi di autocristificarsi in Enzo Tortora. Il presentatore fu arrestato il 17 giugno del 1983 con l'accusa di essere colluso con la camorra e fece sette mesi di carcere. Eletto un anno dopo europarlamentare nelle liste radicali, si dimise nel dicembre del 1985 rinunciando all'immunità e torno' ai domiciliari per essere alla fine assolto con formula piena il 15 ottobre 1986. Quando era ai domiciliari lo andai a trovare a casa sua, in Via dei Piatti a Milano. Ero stato il primo giornalista a prendere le sue difese («E io vado a sedermi accanto a Tortora», Il Giorno, 25/5/1983), mentre la canea dei colleghi, molti dei quali sarebbero in seguito diventati 'ipergarantisti' a pro di Berlusconi e della sua cricca, si accaniva su di lui, godendo dell'umiliazione del presentatore famoso, mostrato in Tv in manette. Ebbi cosi' modo di conoscerlo meglio. Era un galantuomo, un liberale vero, colto, schivo, solitario, dal carattere non facile. Mi ricordo la rabbia della sorella, Anna, quando, qualche anno dopo, i tangentisti, incarcerati non per un 'flatus vocis' di qualche pentito che riferiva 'de relato' ma colti con le mani ne sacco, si atteggiavano a vittime, paragonandosi a Tortora. Per fortuna oggi non puo' più sentire (è morta di cancro, come Enzo) e si è risparmiata almeno quest'ultima ignominia.


martedì 21 maggio 2013

Mafia, testo Pdl al Senato: “Dimezzare la pena per il concorso esterno”

Condanna dimezzata per concorso esterno in associazione mafiosa. Niente carcere e intercettazioni per chi svolge attività sotterranea di supporto ai componenti dell’associazione mafiosa. Si dovrà dimostrare che c’è un profitto. Lo prevede il testo Pdl appena assegnato in commissione Giustizia del Senato, relatore Giacomo Caliendo.
Tra i casi “celebri” nei quali viene contestato il concorso esterno ci sono tra gli altri quelli dell’ex senatore Pdl e Marcello Dell’Utri e dell’ex deputato Pdl Nicola Cosentino, l’ex assessore regionale della Lombardia Domenico Zambetti, l’ex presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo, l’ex sottosegretario Antonio D’Alì. Come noto per favoreggiamento aggravato invece è stato condannato in via definitiva l’ex presidente della Regione Sicilia Totò Cuffaro, all’inizio imputato per concorso esterno. Tuttavia in questo caso, a differenza degli altri, la legge non avrebbe effetto.
Mentre nel caso del politico tra i fondatori di Forza Italia e amico di Silvio Berlusconi, che attende il verdetto definitivo della Cassazione, avrebbe l’effetto di evitargli la galera in caso di condanna definitiva. Dell’Utri è stato condannato a 7 anni lo scorso 23 marzo dopo che la Corte di Cassazione, nel marzo 2012, aveva annullato il precedente giudizio d’appello, che si era concluso con la medesima condanna a sette anni. I giudici, però, aveva assolto Dell’Utri dai reati a lui contestati dal ’92 in poi. Nelle motivazioni i supremi giudici aveva sottolineato che il reato di concorso esterno a Cosa nostra era stato commesso certamente “fino al 1977″, mentre non lo aveva ritenuto provato per gli anni successivi.
Attualmente il concorso esterno in associazione mafiosa è punito con il carcere fino a 12 anni. Ma sinora non si trattava di una norma ‘tipizzata’ nell’ ordinamento. Lo diventerebbe con il progetto di legge da oggi all’esame della commissione Giustizia, che porta la firma anche del senatore del Pdl Guido Compagna. Nel testo, infatti, si prevede l’introduzione di due nuovi articoli nel codice penale: il ’379-ter’ e il 379-quater’. Il primo (“Favoreggiamento di associazioni di tipo mafioso”) prevede che chiunque, fuori dei casi di partecipazione alle associazioni di cui all’articolo 416-bis, agevoli deliberatamente la sopravvivenza, il consolidamento o l’espansione di un’associazione di tipo mafioso, anche straniera, è punito con la reclusione da uno a 5 anni. Il secondo (“Assistenza agli associati”) stabilisce che chiunque, fuori dei casi di concorso nel reato o di favoreggiamento, dia rifugio o fornisca vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione a taluna delle persone che partecipino a un’associazione di tipo mafioso, anche straniera, al fine di trarne profitto, è punito con la reclusione da 3 mesi a 3 anni. La pena è aumentata se l’assistenza è prestata continuativamente. L’articolo 418 del codice penale, che disciplina l’assistenza agli associati, verrebbe abrogato.
Se queste norme venissero introdotte nell’ordinamento le conseguenze sarebbero varie e tutte di una certa rilevanza visto che avrebbero un riflesso anche sui giudizi in corso grazie al principio del ‘favor rei’ (se la legge varia in modo favorevole all’imputato o condannato non in via definitiva essa è applicabile anche in via retroattiva, ndr): prima di tutto il concorso esterno verrebbe derubricato alla categoria ‘favoreggiamento’ e questo comporta di per sé una riduzione della pena che passerebbe infatti da un massimo di 12 anni a un massimo di 5 (cioè da 1 ai 5 anni). Il che significa che ci sarebbe uno stop alle intercettazioni visto che gli ascolti vengono consentiti in caso di reati per i quali sono previste condanne superiori ai 5 anni. Poi, per chi ‘supporta’ i componenti dell’associazione mafiosa, la pena fissata nel ddl va dai 3 mesi a 3 anni. E questo comporterà che non scatterà la custodia cautelare in carcere: il tetto perchè scatti, infatti, è di 4 anni. In più, perché si possa condannare il ‘sostenitore’ o l“assistente esterno all’associazione mafiosa, si dovrà dimostrare che dalla sua azione si ricavi un profitto”.



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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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