la quarta dimensione scritti

Il presente blog costituisce un almanacco nato per raccogliere i testi completi (ed annesse fotografie e video) dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (solo se disponibili).

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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venerdì 30 giugno 2017

Torino 2017 "Dettagli e particolari" (Slide show)


giovedì 22 giugno 2017

Il pulpito delle regole

 
Grazie a Graziella, che scrive dall’Oman 
Decine e decine di lettere, storie di vita, sul tema della cittadinanza. Cosa voglia dire ‘essere di’. I doveri, i diritti. La paura, il tempo di disordine in cui viviamo che spinge cercare un ordine. Ma quale ordine. Gli esempi del passato, la Storia. Tra tante vi propongo la lettera di Graziella, che offre un altro punto di vista – in un certo senso uno specchio. E’ nata in Germania da genitori italiani. Si sentiva tedesca, è rimasta italiana, è tornata del nostro Paese dove non ha trovato quel che le occorre per vivere ed è infine ripartita. Vive in Oman. Dice, Gabriella, una cosa semplice: che si può pretendere il rispetto delle regole quando si è i primi a osservarle. E’ la vecchia storia del pulpito e la predica: ci si pensa sempre troppo poco, anche nel privato del nostro agire.

“Ho letto tutte le lettere, ci trovo la vita e mi fanno compagnia. Ad ogni lettera avrei qualcosa da scrivere, dire anche il mio punto di vista. Poi scappa il tempo. In questi giorni leggo sulla questione della cittadinanza e mi sono presa il mio tempo, invece, per ricordare i figli di italiani nati all'estero. Io sono una dei tanti, nata altrove. Sono venuta al mondo nel 1972 in Germania, da genitori che sono emigrati negli anni Sessanta".

"I racconti dei miei genitori non sempre hanno dimostrato pazienza e integrazione, ma i lavoratori ospiti (Gastarbeiter) si sono adeguati e con rispetto e tanto lavoro hanno fatto sì che la Germania diventasse quella locomotiva economica. Ma in Germania vi sono da sempre i cittadini che creano lo Stato, che rispettano le regole, che fanno in modo che le cose funzionino. Tanta immondizia magari è sotto il tappeto, ma sei vai in Comune hai i tuoi certificati. Hai la certezza che chi è allo sportello sappia cosa fa".

"Per tutta la mia permanenza in Germania avrei voluto avere la cittadinanza tedesca in quanto mi sentivo cittadina di quel paese; pensavo e parlavo quella lingua, andavo a scuola, avevo amici che parlavano tutti in tedesco. Addirittura tra italiani si parlava in tedesco. Eppure se volevo partecipare a qualche corso oppure avevo bisogno di un documento, dovevo sempre far ricorso ad uno stato di famiglia che attestava che fossi italiana. Era irritante, spesso e volentieri chi doveva compilare il modulo faceva fatica a comprendere che non fossi tedesca. Volevo quella cittadinanza perché desideravo essere come i cittadini che vedevo accanto a me".

"Mi è sempre mancato qualcosa. Anche perché al mio rientro in Italia ero la tedesca.... Ora che ho 45 anni mi sento cittadina del mondo ed il passaporto è un dettaglio, ma l'Italia prima di affrontare il problema cittadinanza deve avere dei cittadini che sappiano rispettare le regole, che siano loro i primi a farlo. Devono essere per primi gli italiani a rispettare il senso profondo della cittadinanza. Più di tutti quelli al potere: che facciano da esempio di onestà, lealtà, rispetto delle leggi in modo. Solo così si può chiedere a chi è ospite – a chi arriva, a chi nasce da stranieri in Italia - di fare altrettanto".

"Altrimenti accade come nel film di Gianni Amelio "Lamerica", che si pensa che in Italia basti rispondere a una telefonata e si vincono i milioni. La maggior parte della gente fa fatica e raramente vince qualcosa. Infatti dopo tantissimi anni ho nuovamente lasciato l'Italia e vivo altrove”.

Concita De Gregorio (La Repubblica - 22 giugno 2017)

 

lunedì 19 giugno 2017

Banca Etruria, Pier Luigi Boschi: “Banche? Ne parlo con mia figlia e con il presidente”






Alle 19.34 del 3 febbraio 2015 il direttore generale di Veneto Banca Vincenzo Consoli chiama sul cellulare il vicepresidente della Popolare dell’Etruria Pier Luigi Boschi. Dieci giorni prima il governo Renzi ha varato per decreto legge la riforma delle banche popolari, che impone la trasformazione in società per azioni alle più grandi, compresa Etruria. Una settimana dopo la banca aretina sarà commissariata dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan su proposta del governatore di Bankitalia Ignazio Visco.

La telefonata è calma nei toni, drammatica nella sostanza. Boschi è in cerca di un salvatore per la sua banca. Consoli manifesta disponibilità, verosimilmente desideroso di acquisire benemerenze presso Palazzo Chigi che gli valgano da tutela contro la persecuzione di cui si sente oggetto da parte del capo della Vigilanza di Bankitalia Carmelo Barbagallo. A un certo punto Consoli fa una domanda e Boschi gli risponde: “Domani in serata se ne parla, io ne parlo con mia figlia, col presidente domani e ci si sente in serata”. La figlia è Maria Elena Boschi, ministro delle Riforme. Il presidente è Matteo Renzi.

Questa telefonata è il terzo pesante indizio che il ministro Boschi, nonostante abbia sempre giurato di non essersi mai occupata della banca di cui il padre era vicepresidente, ha fatto i suoi bravi tentativi di togliere qualche castagna dal fuoco al suo papà. 

Il primo è contenuto nel libro di Ferruccio de Bortoli Poteri forti (o quasi), uscito all’inizio di maggio, dove si riferisce che il ministro Boschi, nel 2015, avrebbe chiesto al numero uno di Unicredit Federico Ghizzoni di intervenire per salvare Etruria. Ghizzoni non ha mai smentito, Boschi ha smentito e affidato all’avvocato Paola Severino l’incarico di querelare De Bortoli, la querela non è ancora arrivata. 

Il secondo indizio è stato pubblicato dal Fatto l’11 maggio scorso, riferendo della riunione che nel marzo del 2014, a pochi giorni dalla nascita del governo Renzi e della nomina di Maria Elena Boschi a ministro delle Riforme, si è svolta a Laterina nel salotto di casa Boschi: Boschi padre (non ancora vicepresidente ma semplice consigliere), il presidente di Etruria Giuseppe Fornasari, il presidente di Veneto Banca Flavio Trinca e l’ad Consoli hanno spiegato alla ministra i problemi drammatici delle rispettive banche, alle prese anche allora con gli interventi ritenuti scorretti del solito Barbagallo. La Boschi non ha smentito né commentato in alcun modo.

Adesso c’è la telefonata del 3 febbraio 2015. È passato un anno dall’incontro di Laterina. Consoli si dà del tu con Boschi e il rapporto sembra oliato, ma il direttore generale di Veneto Banca non si fida più tanto della Boschi come interlocutore. Poco prima di chiamare suo padre si consiglia con Vincenzo Umbrella, capo della sede di Firenze di Bankitalia, e gli dice: “Io chiamo Pier Luigi e vedo se mi fa, mi fissa un incontro, anziché con la figlia, direttamente col premier”.

Poco dopo chiama davvero Boschi, e l’esordio dimostra che il dialogo è ormai fitto e oliato: “Novità sul nostro fronte?”. Boschi gli risponde che è stato fatto un “passaggio sulla Capitale” e che gli è stato detto che per unire gli istituti di credito serve un aumento di capitale garantito dal consorzio, così la Bce dà l’ok. Si parla di una fusione tra Etruria e Veneto Banca. Boschi infatti teme che un altro possibile salvatore, la Popolare dell’Emilia Romagna (Bper), “ci vogliano prendere dal commissariamento”.

Il padre del ministro aggiunge pure che “lui”, cioè Renzi, non sarebbe contrario ma crede che le banche non abbiano il tempo di organizzarsi. Consoli chiede da chi ha avuto queste informazioni: dalla vigilanza di Banca d’Italia? No, ribatte Boschi, da ambienti “un pochino più sopra”. Il problema è quindi il tempo a disposizione. Consoli dice che deve vedere qualche giorno dopo un esponente importante della Popolare di Vicenza. È la banca di Gianni Zonin, a cui un anno prima Barbagallo voleva che sia Veneto Banca che Etruria si consegnassero. Adesso il vento è cambiato, a Vicenza stanno entrando gli ispettori della Bce, anche Zonin è alle corde. Consoli chiede a Boschi se con quelli di Vicenza deve affrontare l’argomento. È qui che Boschi gli dice di aspettare: “Domani in serata se ne parla, io ne parlo con mia figlia, col presidente domani e ci si sente in serata”.

Consoli insiste: “Devi lavorare perché ci diano più tempo, ma anche perché, cosa fanno, aprono un altro fronte?”. Boschi replica: “Ma infatti noi si sta lavorando però ora il problema è il periodo difficile della storia.. è difficile parlare, ecco… sennò figurati”. Consoli ribadisce la sua disponibilità: “Noi siamo a disposizione… ma io lo faccio anche con spirito di servizio eh, anche perché questo sistema bancario ce lo stanno ammazzando”.

È qui che Boschi avanza il sospetto che Bper si voglia prendere Etruria dal commissariamento, cioè a prezzo di saldo. Consoli gli chiede se Roma glielo consentirebbe, Boschi dice che si tratta solo di un suo pensiero (in effetti non Bper ma Ubi alla fine si è presa Etruria per 1 euro). Alla fine Consoli dice la cosa per cui aveva chiamato, prega Boschi di far presente a Renzi, che è al governo da un anno e non è mai riuscito a incontrare in nessun modo, che gli vorrebbe parlare. Boschi lo rassicura. Adesso resta solo da capire se Maria Elena Boschi continuerà a giurare di non essersi mai occupata di Banca Etruria. 

Per un mero errore materiale, sull’edizione cartacea del Fatto Quotidiano la telefonata era datata 3 marzo 2015. Ma, come già si poteva evincere dai riferimenti al decreto sulle Popolari e al commissariamento di Etruria, si trattava in realtà del 3 febbraio 2015.



Giorgio Meletti e Davide Vecchi (Il Fatto Quotidiano, 18 giugno 2017)



sabato 17 giugno 2017

Elezioni Palermo, perché il marchingegno di La Vardera è un’operazione mica da ridere



Non so cosa ne pensate voi. Ma in me questa storia del candidato alle elezioni di Palermo che ha filmato tutta la campagna elettorale per farne un documentario ha suscitato una reazione molto lontana sia dalle prevedibili arrabbiature di Salvini e Meloni sia dalle profonde perplessità di Michele Serra. Ho trovato la cosa simpatica e interessante. Sia che tutto fosse architettato fin dall’inizio, sia che l’idea sia nata in corso d’opera come sostiene l’autore, non mancano elementi di notevole interesse sul piano della comunicazione. 

Intendiamoci: non ho mai creduto all’assoluta autenticità, alla “verità” dell’immagine audiovisiva. Al di là delle possibili manipolazioni, anche la ripresa più lineare è una rappresentazione della realtà, non la realtà, un’interpretazione non certo priva di scelte soggettive. E’ una delle prime cose che insegno ai miei allievi, mettendoli in guardia dal mito dell’oggettività. Detto questo, però, non si può neppure negare che vedere e ascoltare Cuffaro o Salvini ripresi nel loro agire politico-elettorale possa dirci qualcosa in più su Cuffaro e Salvini e su tutti gli altri coinvolti nella vicenda. Non la verità assoluta ma qualche elemento in più sulla base del quale costruirsi un’opinione. Insomma l’immagine televisiva non è la realtà ma, usata con intelligenza, ci consente di avvicinarci, altrimenti non ci sarebbe motivo di inserire tecnologie come la Var nelle partite di calcio. 

C’è un altro caso che accende la polemica politica in questi giorni: l’incontro tra Salvini e Casaleggio di cui ha dato notizia Repubblica, negato dai 5 stelle ma confermato dal direttore Mario Calabresi sulla base dell’attendibilità della fonte che lo ha rivelato. Ecco, se di quell’incontro ci fosse un’immagine audiovisiva furtivamente realizzata da qualche iena o ex iena o futura iena, forse la veridicità dello scoop ne uscirebbe innegabilmente rafforzata. Non che così non possa essere vera, ma lo sarebbe di più: è il gioco dell’immagine e della sua evidenza, un gioco anche perverso ma di cui non si può non tenere conto. Per questo le immagini realizzate dal candidato a Palermo La Vardera mi incuriosiscono molto. 

A proposito di prove audiovisive e di Sicilia: vi ricordate la vicenda del governatore Rosario Crocetta coinvolto in una brutta faccenda di minacce a Lucia Borsellino, secondo una rivelazione dell’Espresso? Crocetta ha sempre negato, mentre l’Espresso assicurava di avere un nastro che autenticava la versione, un documento che, secondo le mie categorie appena espresse sopra, avrebbe dato un grado più elevato di veridicità alla rivelazione, prima ancora che in tribunale, di fronte all’opinione pubblica. Ma chi ha mai visto quel nastro? Forse La Vardera sarà un giullare come dice Salvini, ma ha messo in piedi un marchingegno mica da ridere.


 

martedì 13 giugno 2017

Il paradosso 5Stelle: sconfitti ma radicati. Darli per finiti sarebbe un errore




Meglio essere prudenti prima di dare per “finito” il M5S. Prima di leggere il risultato delle amministrative di ieri come segno, inatteso, di un’inversione di rotta. Il primo passo di un declino inarrestabile. Conviene attendere altri test elettorali. Perché le elezioni amministrative costituiscono un passaggio politico importante, soprattutto quando hanno l’ampiezza di questa consultazione. Ma sono, più di ogni altra elezione, condizionate da ragioni e fattori “locali”. Tanto più dopo il 1993, quando la nuova legge sull’elezione diretta dei sindaci ha “personalizzato” il voto, per restituire legittimità allo Stato e alle istituzioni, dopo il crollo della Prima Repubblica e le inchieste sulla corruzione dei partiti e della classe politica della Prima Repubblica. In effetti, anche l’affermazione del M5S riflette la crisi dei partiti e della classe politica, dopo il crollo del “muro di Arcore”, che aveva segnato i confini della cosiddetta Seconda Repubblica, fondata “da” e “su” Berlusconi. L’ascesa del M5S era avvenuta proprio cinque anni fa, alle amministrative del 2012.

Quando Federico Pizzarotti, allora sconosciuto ai più, era divenuto sindaco di Parma, nella sorpresa generale. Anche a Parma. Tuttavia, in seguito, il rendimento elettorale del M5s ha seguito un modello preciso. Forte e competitivo in ambito nazionale, molto meno alle elezioni amministrative. 


Per due ragioni, fra le altre. Perché a livello locale contano i candidati. E, in secondo luogo, occorre disporre di tradizioni e di basi organizzative. Per questo il M5S ha alternato risultati importanti, alle elezioni nazionali – ed europee – con esiti più deludenti, alle elezioni amministrative. Soprattutto in quelle comunali. Dove più della protesta conta la proposta.

Per dare un’idea e una misura di questa tendenza bastano poche cifre. Nel 2013, alle elezioni politiche, con oltre il 25% dei voti validi, il M5S diventa primo partito in Italia. Ma, solo due mesi dopo, alle elezioni comunali vince in 2 soli comuni “maggiori” (con oltre 15 mila abitanti) sui 92 nei quali si vota. Successivamente, questo trend si ripete, talora amplificato. Nel 2014 si rinnovano le amministrazioni in 243 comuni maggiori: il M5S ne conquista solo 3. Eppure, alle – concomitanti – elezioni europee, aveva ottenuto il 21% dei voti validi. Secondo, a distanza, dietro al Pd di Renzi (oltre il 40%). La tendenza non cambia neppure nel 2015, quando il M5S vince in 5 comuni, fra i 108 nei quali si vota. Oggi, infine, è al ballottaggio in 9 fra i 160 comuni maggiori al voto.

Così, la vera discontinuità con la breve storia elettorale del M5S, è costituita dalle elezioni amministrative di un anno fa. Nel 2016. Quando il MoVimento ispirato da Grillo conquista la guida di 19 comuni, fra i 143 al voto. Ma, soprattutto, vince a Roma e Torino. Due capitali. Che danno a quel voto un chiaro significato “nazionale”. Anche allora, dunque, il M5S riproduce l’impronta di “partito senza territorio”, apparsa evidente fin dalle elezioni politiche del 2013. Quando risultò primo o secondo partito praticamente in tutte le province italiane. Mentre gli altri partiti maggiori, nella storia della Repubblica, hanno ri-proposto una geografia specifica. La DC e, in seguito, i Forza-leghisti: “impiantati” nella periferia produttiva del Nordest e del Nord, ma anche in molte aree del Mezzogiorno. Mentre le basi elettorali dei partiti della Sinistra – a partire dal Pci e dai suoi eredi – sono sempre state “forti” nelle zone definite, non per caso, “rosse” dell’Italia Centrale. Il M5S, invece, non ha radici né tradizioni territoriali. O meglio: sfrutta quelle degli altri. Perché intercetta i propri elettori dal rifiuto verso i partiti e la politica tradizionali. Canalizza e amplifica il ri-sentimento. Politico e sociale. Contro tutti. Così, spesso, allarga i suoi consensi nei ballottaggi, quando si vota non per il “più vicino”, ma per il “meno lontano”.

Per questo, come abbiamo mostrato in un Atlante Politico di pochi giorni fa, ha basi forti fra i più giovani, fra gli operai, fra gli stessi imprenditori. I più esposti alla globalizzazione. E per questo fatica a rendere stabili le proprie basi elettorali. D’altronde, ha rimpiazzato il territorio con la rete e con il digitale. O meglio: il suo territorio è digitale. E dunque fluido. La sua azione è ispirata alla contro-democrazia, come la definisce Pierre Rosanvallon. La democrazia del controllo e della sorveglianza. Che stenta a sedimentare. A costruire un “popolo” di riferimento. Anche per questo il M5S fatica a “stare sul territorio”, a selezionare e presentare candidati conosciuti e autorevoli. La Rete, a questo fine, non basta. Tanto più perché, a sua volta, è sorvegliata dal Garante. In modo non sempre comprensibile ai “suoi” stessi elettori. Com’è avvenuto a Parma, dove Pizzarotti oggi è un avversario.

Mentre nei “luoghi amici” del fondatore, come a Genova, gli elettori preferiscono rivolgersi altrove. Perché il M5S appare in bilico. Canale di critica e mobilitazione. Ma anche soggetto politico che mira a governare. Visto che nei sondaggi contende il primato al Pd, con quasi il 30% dei consensi. A livello nazionale. Questo è il vero rischio per il M5s. Di apparire, agli occhi degli elettori, un partito come gli altri. E di perdere la sua “diversità”. Mentre per la classe politica dei partiti nazionali il rischio è di considerare la battuta d’arresto del M5S in questo primo turno una svolta.

Irreversibile. Sul piano nazionale. Salvo scoprire, alle prossime elezioni politiche, una realtà molto diversa. Dai propri desideri. Perché, come recita un antico proverbio, è meglio non vendere la pelle di Grillo prima di averlo catturato davvero…



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