La Quarta Dimensione Scritti

Il presente blog costituisce un almanacco nato per raccogliere i testi completi (ed annesse fotografie e video) dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (solo se disponibili).

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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sabato 21 ottobre 2017

La falsa ribellione



 

C’è un'evidente ansia da campagna elettorale permanente, ben più che una preoccupazione per la sicurezza dei correntisti bancari e dei risparmiatori, nell'offensiva di Matteo Renzi contro il governatore della Banca d'Italia Visco. Non c'è alcun dubbio che il tema del risparmio, del credito e della solidità delle nostre banche agiti la pubblica opinione, che dopo i casi Monte Paschi, Etruria e Vicenza si sente esposta, raggirata e ben poco tutelata dai meccanismi e dagli istituti di salvaguardia del sistema. Quindi è comprensibile e persino doveroso che i leader trattino la questione in vista del voto, quando è il momento del rendiconto sul passato e degli impegni per il futuro. Ma Bankitalia non è l'Anas o la Cassa del Mezzogiorno: e delle banche si può discutere, e anzi si deve, ma senza gettare un'istituzione di garanzia nel tritacarne del vortice elettorale.
Che ci sia stato un problema di vigilanza allentata e di sorveglianza miope sulle fragilità che le banche italiane camuffavano è ormai fuori dubbio, perché tutti abbiamo sentito per troppi anni i controllori garantire sulla solidità certa dell'impianto, a partire da via Nazionale, e dallo stesso Governatore.
Ma se si considera che questa miopia viene da lontano, anche prima di Visco, nasce una domanda obbligatoria: dov'era la politica nel frattempo, che cosa capiva e che cosa faceva? Soprattutto, l'interrogativo è se la politica era dalla parte dei cittadini e dunque dell'interesse generale o piuttosto se era coinvolta negli ingranaggi più bassi che hanno rallentato e deviato il corretto procedere del mercato bancario: con una commistione insieme provinciale e onnipotente, che considerava il credito come un prolungamento della politica con altri mezzi, impropri ma utili a creare consorterie, consolidare confraternite, insediare nomenklature locali. Comperando consenso e potere, e inseguendo il conflitto d'interessi certificato dallo slogan "abbiamo una banca", piuttosto che la cornice di garanzia costruita con l'obiettivo di poter dire "abbiamo una regola".
Se si apre il libro delle responsabilità - in ritardo, con tutti i buoi già scappati e nutriti da un buon pascolo abusivo nel prato dei risparmiatori - il rendiconto deve essere dunque a 360 gradi e ogni soggetto politico e istituzionale della lunga stagione della crisi deve rispondere. A partire dalla Banca centrale, certamente, ma anche da chi ha avuto in questi anni responsabilità di governo e di indirizzo. Altrimenti si trasmette l'idea di un piccolo cortocircuito elettorale, con il giglio appassito che appicca l'incendio a via Nazionale perché non riesce a spegnere il fuoco che lo perseguita ad Arezzo.
E qui nasce un'altra questione, che va al di là della campagna elettorale e della stessa vicenda bancaria. Di fronte all'isolamento di cui ha parlato su Repubblica Stefano Folli, alla "biografia" civile di Bankitalia rievocata da Scalfari, Renzi ha infatti risposto ricordando che lui nasce rottamatore, e non intende cambiare. Forse non si è accorto che in questo modo ha evocato una natura più che una cultura, addirittura una postura mimetica invece che una politica. A parte la distorsione concettuale per cui la cosiddetta rottamazione per il segretario Pd si applica agli uomini, alle persone fisiche, e non ai loro progetti e alle loro azioni politico-programmatiche, viene da domandarsi quale sia l'universo di riferimento culturale di un leader se dopo tre anni di guida del governo è ancora prigioniero del ring agonistico di un wrestling sceneggiato che non finisce mai: dove lui e coloro che eleva di volta in volta ad avversari indossano maschere di comodo, sostituendo l'azione fisica all'azione politica.
Quando passa in rassegna il drappello d'onore della Repubblica, dopo aver ricevuto dal Quirinale l'incarico di formare il governo, anche lo sfidante più outsider si deve trasformare in uomo di Stato, facendosi carico di una responsabilità complessiva, che naturalmente interpreterà secondo la sua cultura e la sua vocazione politica. Renzi sembra fermo al ground zero della sua avventura nazionale. Senza avvertire che quella sfida iniziale ha portato nel sistema una fortissima tensione per il cambiamento, ma quando il cambiamento non si è realizzato la sfida permanente ha lasciato sul campo soltanto la tensione, che Gentiloni sta stemperando a fatica.
In questo ribellismo delle élite c'è la sciagurata illusione di inseguire il grillismo sui suoi temi, impiegando il suo linguaggio e mimando la sua riduzione della politica a continua performance, in una sollecitazione perenne dell'elettorato contro nemici ogni volta diversi, ma che evocano costantemente il fantasma della casta. È la costruzione succube di un universo gregario. Anche se in realtà Renzi insegue il se stesso delle origini, senza capire che proprio l'esperienza di governo dovrebbe aver arricchito il rottamatore trasformandolo in ricostruttore.
Resta una domanda: il Pd tutto questo lo sa? Ha mai discusso di questi temi? Ha mai chiesto al segretario di illustrare politicamente la sua cultura invece di limitarsi a esibire la sua natura? Ma arrivati a questo punto, proprio qui, si dovrebbe aprire la questione decisiva della natura del Pd: che resta l'unico segreto davvero custodito in Italia.



Vetri blindati, “limoni” e avocado




I vetri blindati e le facciate granitiche che caratterizzano le sedi delle banche  hanno rappresentato per molto tempo i segni fisici dell’intangibilità e della stabilità di queste istituzioni.  La loro austera e salda immagine aveva indotto una sorta di timore reverenziale nell’utenza che pure faceva fatica a comprenderne appieno le regole di funzionamento e il linguaggio, poco comprensibile ai non addetti ai lavori. Alcuni anni fa Roberto Benigni evidenziava scherzosamente questo concetto: a fronte di una richiesta di mutuo di cento milioni di lire veniva richiesta dal bancario una garanzia di un miliardo; il cliente perplesso rispondeva “ma ….se ho bisogno di una melanzana… l’ortolano… non ha mai detto ‘ha un miliardo di melanzane a casa?!’”.

Ad ogni modo le banche, pur criticate per il loro atteggiamento tendenzialmente autoreferenziale, simboleggiavano nell’immaginario collettivo il porto sicuro in cui valorizzare e ricoverare senza nessun timore i propri risparmi.

La reputazione delle stesse si è fortemente appannata su scala mondiale con il manifestarsi di comportamenti non certo irreprensibili di diversi operatori e la profonda crisi che ha colpito il settore, tanto che una copertina dell’Economist di qualche tempo fa riportava con ironia e tono accusatorio il termine “banksters”.

 Le conseguenze della crisi sono state nefaste; tanti risparmiatori (anche in Italia) hanno visto ridurre o azzerare i propri capitali e le banche sono state accusate di aver collocato strumenti finanziari che poi si sono rivelati “tossici” o, per usare un altro eufemismo, veri e propri “bidoni”.

Quest’ultimo termine richiama alla mente un famoso articolo di un economista premio Nobel (G.A. Akerlof) che descriveva, con riferimento al settore delle auto usate, il mercato dei “limoni”  (che è il termine  colloquiale con cui in Usa ci si riferisce ai “bidoni”). In estrema sintesi l’articolo evidenziava gli effetti delle "asimmetrie informative" tra il venditore (che conosce perfettamente lo stato delle auto usate) e l'acquirente (guardingo ma meno informato) e che  portano via via  al fallimento del mercato.

 Nel settore bancario l’esistenza di un intermediario qualificato, avrebbe dovuto risolvere il problema. Ciò, come racconta più di recente lo stesso economista in un libro (“Ci prendono per fessi”, Mondadori), scritto con un altro premio Nobel (R.J. Shiller), non è avvenuto. Gli autori illustrano le condizioni di non adeguata informazione al mercato che hanno consentito l’innesco di una crisi finanziaria globale, facendo riferimento con una metafora alla compravendita di un altro frutto, l’avocado, le cui qualità e giusto grado di maturazione non sono facilmente percepiti dagli acquirenti.

 L’esperienza dolorosa della crisi e, di conseguenza, regole più stringenti sulle condotte delle banche nonché una maggiore divulgazione di cultura finanziaria dovrebbero consentire di eliminare o, almeno, attenuare le condizioni di disparità informativa e i fenomeni di non corretta valutazione dei prodotti finanziari.

I suddetti autorevoli economisti descrivono comunque un sistema economico in cui sono connaturati  e quindi inevitabili i comportamenti ingannevoli e manipolatori: insomma “è l’economia moderna, bellezza”!  La dimensione  e la diffusione globale di tali fenomeni ci aiutano capire meglio anche la genesi di vicende nostrane che, pure con le loro non trascurabili connotazioni locali non scevre di polemiche e riprovevoli strumentalizzazioni politiche,  hanno origini lontane e (con)cause complesse.

In ogni caso, è necessario mantenere sempre alta la soglia di attenzione per evitare di passare da melanzane, “limoni” e avocado ad altri ortaggi o frutti che, apparentemente più salutari, potrebbero rivelarsi ancora un volta avvelenati!

p.g.t. (ottobre 2017)


mercoledì 18 ottobre 2017

Indurre la gente a non andare a votare è il nuovo obiettivo della classe politica italiana




Vi sarete spesso chiesti come mai dei peones improponibili continuino a rappresentare partici politici in dibattiti e talk televisivi. Eppure basterebbe che le segreterie leggessero le reazioni che questi suscitano nei social per registrare il livello di insofferenza. Spesso l’indignazione nasce alla loro vista, prima ancora che pronuncino una sola parola.

Personaggi apparentemente ottusi, che in qualche caso forse lo sono veramente, sono inviati dai rispettivi leader ad incontri, comizi e quant’altro.

Come quando si imparavano le filastrocche da bambini, li senti ripetere - con le stesse cadenze - cantilene recitate con ritmi assillanti, assecondando la teoria che con il ripetere sempre le stesse cose si riesce ad indurre la gente ad assorbire infine le loro tesi. In effetti, la realtà ci dimostra che in molti casi funziona. In questo i sistemi formativi del berlusconismo hanno fatto scuola.

Seguendo metodi scientificamente collaudati, basati su efficaci tecniche persuasive che hanno profuso massima cura anche sull’estetica dei proponenti, ricordiamo ancora le frasi fatte, tutte uguali, recitate elegantemente da clonati “propagandieri” periodicamente alternati.

“Verità precostruite a tavolino” venivano reiterate metodicamente da bambine/i fenomeno con una tale bravura da farle apparire reali.

Con tali specialisti indottrinati della propaganda 2.0 il partito-azienda riuscì ad infoltire enormemente la fronda di sostenitori. Le vittime dei loro martellanti messaggi erano spesso anche vecchiette/i in buona fede, poiché vogliosi e speranzosi di reali cambiamenti.

Le tecniche di sovrastare la voce degli avversari, specie se questi ultimi cercavano di avventurarsi in tesi più articolate che meritavano, quindi, di un minimo di attenzione, riuscivano ad annullare efficacemente ogni messaggio contrario e ad indisporre a tal punto il teleutente da indurlo a cambiare canale. Spegnere era come precludere ogni possibilità all’avversario: era l’estremo rimedio per impedire riflessioni alle masse più attente.

Fin qui abbiamo parlato di “propaganda” attuata con metodi aziendali. Ovvero del marketing politico di nuova generazione.

Esaurito il filone e registrato il minimo storico nella attendibilità dei politici da parte dei cittadini, un nuovo metodo che avanza è quello di indurre l’elettore a disertare le urne.

Oggi, infatti, anche per i più bravi operatori del “marketing politico” appare sempre più difficile cercare di convincere la gente a votare per il proprio partito, quindi, confidando nello zoccolo duro costituito da tifoserie e supporters di parte, affollato da “professionisti che campano con/di politica” o interessati al sostegno per indubbi vantaggi derivanti dall’indotto amministrato, torna più utile non far votare la gente più che vederla sostenitrice di chi vuole scoperchiare i loro “vasi di Pandora”.

E’ una semplice questione matematica, se si indirizzano gli indignati e i delusi verso il non voto si abbassa la percentuale di votanti ma, paradossalmente, risulterà più probabile (per ciascun partito e a secondo dello spessore del proprio “zoccolo duro”) poter mantenere e forse anche incrementare la percentuale di voti in sede elettorale (magari nonostante debacle in termini di voti assoluti).

Al riguardo eclatante esempio è stato recentemente rappresentato dalla “rossa” Emilia Romagna, dove nonostante l’elevato astensionismo fatto registrare nelle ultime regionali si è vista una riconferma di un partito che ha avuto un vero e proprio crollo numerico di consenso elettorale.

Come già accennato, perseguendo tale ultima ratio, per un verso si disinnesca la possibilità d’incremento alle realtà politiche di opposizione, dall’altro aumentano crescite percentuali di realtà partitiche apparentemente contrapposte ma più simili alla loro specie, quindi possibilmente disponibili ad una comune gestione, rendendo fin anche possibili alleanze strategiche estreme, spacciandole magari pubblicamente per necessità indispensabili per la “governabilità” del paese.

Machiavelli sosteneva che in politica il fine giustifica i mezzi e, quindi, è valida qualunque strategia che funzioni. Fondamentale resta per il “Principe” evitare che qualcuno possa disturbare il manovratore.

Così, seguendo apparenti alternanze saranno sempre gli stessi a ricoprire gli incarichi pubblici, ad occupare i vertici e governare le strutture di sottogoverno, secondo diffuse e collaudate logiche collusive e spartitorie che hanno sempre più visto crescere e consolidare molteplici caste.

Al cittadino deluso ed indignato resterà l’illusione di non aver voluto partecipare allo scempio: Assoluta menzogna, poiché il non voto rafforzerà come sempre le minoranze, evidenti e occulte; lasciando libere le mani dei manovratori che da troppo tempo gestiscono indisturbati il vero potere.

Allora, immergiamoci nella mischia in ogni modo, secondo ogni credo e come propagandava il mitico Totò: “VotAntonio, VotAntonio, VotAntonio …….”

Buon voto a tutti!!!

© Essec 


martedì 17 ottobre 2017

Regionali Siciliane – Candidati e campagne elettorali




Qualche giorno fa mi sono ritrovato ad una premiazione per un concorso fotografico riservato a studenti di scuole medie. L’evento, organizzato dalla Sede regionale di una nota sigla sindacale, intendeva promuovere l’interesse alla fotografia dei giovani e, con una più che accettabile partecipazione di qualità, il concorso aveva visto classificarsi ai primi posti dei promettenti fotoamatori in erba.

Ma in Sicilia siamo prossimi alle elezioni, quindi non poteva mancare il politico di turno candidato che, nel caso, aveva anche sponsorizzato (ovviamente con sovvenzione pubblica) l’intera operazione.

Non sto a dire il nome o l’appartenenza politica, né mi scandalizzano tali prassi diffuse, ma mi preme puntualizzare alcuni punti dell’intervento inevitabilmente tedioso e supponente del candidato.

Il suo discorso sostanzialmente percorreva il solco dei “politicanti” di oggi, i quali, più che impegnarsi nei loro comizi a raccontare successi  e illustrare programmi e obiettivi futuri, evidenziano colpe degli altri. Nello specifico, dopo una lunga dissertazione su “pesca e agricoltura” tendente a focalizzare realtà marginali in un contesto più complesso pieno di disoccupazione diffusa, l’esperto politico ebbe a concentrarsi sui giovani che vanno all’estero, sostenendo che solo chi vive in famiglie abbienti può permettersi il “lusso” di emigrare in cerca di lavoro. Passi per eventuali studenti che, grazie alle famiglie, possono concedersi di andare a studiare all’estero (anche se, nel caso, il concetto di estero di oggi equivale al figlio studente alla Bocconi di Milano o alla Normale di Pisa degli anni passati), ma che i ragazzi plurilaureati in cerca di lavoro che si avventurano all’estero siano figli di “papà”, adattandosi peraltro a qualunque occupazione, è proprio troppo.

Lo stesso “politicante”, nel più classico dei lapsus froidiani, ebbe anche a dire che veniva “pagato per il suo lavoro” …… non già che, più volte rieletto, ricopriva da lungo tempo ruoli istituzionali finalizzati a svolgere delle funzioni politiche pubbliche, nell’interesse della collettività di “cittadini” e non di “sudditi” elettori ……

Un’ultima cosa …… l’oratore, adattandosi alle migrazioni mutevoli del “secondo come va il vento”, dicono che oggi sia approdato nella falange renziana ……. Dico io: non c’è da stupirsi.

Come propagandava il mitico Totò: “VotAntonio, VotAntonio, VotAntonio …….”

Buon voto a tutti!!!

© Essec 


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