La Quarta Dimensione Scritti

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che raccoglie i testi completi dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (se disponibili).

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giovedì 19 luglio 2018

Quando basta una sola immagine.



Per esporre un racconto si ricorre a una voce narrante ma per renderlo stabile e far sì che ognuno lo legga e lo immagini nel tempo e nello spazio a propria dimensione, genericamente si ricorre alla scrittura.
In verità esistono altre metodologie adatte allo scopo ed una di queste è certamente la filmografia.
La fotografia poi, in particolare, consente di comporre più facilmente con elementi che consentono formulazioni di messaggi completi.
Ci sono diverse tecniche al riguardo e fra queste si segnalano gli slide show e i portfolio.
Entrambe si compongono di una serie d’immagini, talvolta associate anche ad una colonna sonora, realizzate con softweare dedicati nel primo caso, con la semplice stampa di un numero limitato di fotografie da sottoporre a visione nel secondo.
In ogni modo, la sequenza presuppone un’introduzione al tema, uno svolgimento del racconto e una chiusura finale.
Costante è al riguardo cercare di mantenere l'attenzione dell'osservatore, magari inserendo immagini migliori nell'introduzione, per invogliare al prosieguo, e nel finale per fissare meglio l'efficacia del messaggio voluto.
Tutto quanto premesso costituisce di certo una evoluzione della fotografia e la filmografia diffusa è oggi una prova evidente della efficacia evocativa di sequenze più o meno elaborate.
Direttori di fotografia e tantissimi altri esperti, giocano su luci, tempi e con colonne sonore, per suscitare sensazioni, evocare ricordi, trasportare l'osservatore nell’orbita del racconto.
Ma potremo mai mettere in discussione la narrazione che si riesce a dare con una singola fotografia?
Quanti di noi continuano a perdersi e a fantasticare dinanzi a una foto di Henry Cartier Bresson o di altri importanti fotografi di livello similare?
E' certo molto più complicato comunicare messaggi attraverso una sintesi concettuale, una poesia, una frase, un solo fotogramma ma fortunatamente esistono ancora soggetti in grado di fare ciò.
A scopo esemplificativo voglio in qualche modo cercare di illustrare questo con l'immagine che ho messo in copertina.
Possiamo dire che di regola le finestre incorniciano panorami e più in generale vedute esterne, aprendo verso la luce, ma se ribaltiamo il punto di osservazione siamo sicuri di non potere raccontare anche così un mondo altrettanto ampio?
Come detto, le finestre presuppongono fonti luminose, allargano amplificando orizzonti, ma se dal di fuori volgiamo lo sguardo ad un interno che può succedere?
Nell'esempio scelto si ha una visione profonda della solitudine; si osserva un’anziana signora, seduta davanti a un tavolo, intenta forse a consumare un pasto, comunque sola o se vogliamo con la compagnia virtuale di un personaggio che appare nello schermo della sua tv accesa. Il tutto induce a soffermarsi e a riflettere.
Non è un racconto complesso, efficace e completo anche questo?
Con l’ossimoro nella poesia che recita “m’illumino d’immenso” Ungaretti riuscì a sintetizzare e fondere i due elementi contrapposti, l’umano e l’infinito, il singolo e l’immenso.
Buona luce a tutti.

 © Essec

lunedì 16 luglio 2018

“Star-Party” madonita



In tutte quelle cose con le quali ci rapportiamo in modo palesemente squilibrato l'approccio con un atteggiamento umile facilita l'osservazione, consente di maturare considerazioni e, in molti casi, di comprendere la reale portata dei fenomeni.
Questo fine settimana mi sono ritrovato fra appassionati di astronomia che, con entusiasmo e curiosità, imperterriti continuano a scrutare la volta celeste nei vari momenti e con la piena consapevolezza della nostra dimensione umana.
Armati di cannocchiali astronomici e sofisticati softweare dedicati, come ogni anno, hanno riempito un pianoro delle Madonie che, nel buio apparente della notte, pulsava di voglia di avventura dei tanti marinai d'infinito.
Tutti si approcciavano a sviluppare programmi studiati in privato o in seno alle loro associazioni, ma trovavano il tempo e gli spazi per l'istinto divulgativo che anima gli adepti di questa antica disciplina.
Antico e, più in generale, dimensione tempo e spazio in astronomia rappresentano concetti molto relativi, ma il nostro lessico impone certe terminologie per rendere comprensibili i fenomeni ed avvicinarli alla nostra dimensione.
I binocoli puntavano verso gli angoli più remoti dell'emisfero scientibile, non disdegnando però le rituali puntate ai pianeti ed alle costellazioni vicine, che costituivano anche occasioni di curiosità per noi non adepti interessati a vedere gli spettacolari "anellli" di Saturno, i suoi satelliti, il rossastro marziano, ovvero ad avere un approccio con galassie inimmaginabili ed a noi lontane centinaia, migliaia o milioni di anni luce.
Torce laser aiutavano a leggere in quella scura lavagna dove brillavano milioni di piccole luci, descrivendo punti e le linee che congiungevano idealmente i diversi segni dello zodiaco e non soltanto.
Dopo una certa ora, il ludico passava in secondo piano, nessuno sporcava più l'ambiente con luci estranee e i soli addetti ai lavori si apprestarono a trascorrere la notte per svolgere i compiti programmati.
Quasi tutti montavano sui loro cannocchiali macchine fotografiche che accompagnavano il migrare degli astri; molte delle loro foto sarebbero andate a incrementare le immagini dei tanti appassionati, rese a accessibili attraverso portali web dedicati.
Domani sarebbe stato per tutti un altro giorno, per ritornare alle nostre dimensioni, alle nostre quotidiane problematiche, ai nostri hobbies più terreni. Pur consapevoli che quello stesso universo della notte è lì che ci accompagna anche quando per noi tutto è in piena luce ....... Con la relatività intrinseca di ogni cosa.
Avere avuto poi spiegato all’indomani che quel bagliore che attorniava le montagne che circoscrivevano l’ampio pianoro di Pomieri in cui stavamo noi (cd "crepuscolo astronomico") non erano luci della città ma la sfilacciatura dei raggi solari provenienti dal lato illuminato della terra, che sfioravano l’orizzonte buio e circolare della nostra notte e che, quindi, avevi inconsciamente vissuto dal di dentro un eclissi solare di dimensione “umana” ti regalava la sensazione e percezione del “fantastico”. Il tutto, gratuitamente, al di là di ogni credenza o religione.
Buona luce a tutti.

© Essec


venerdì 13 luglio 2018

Noi e loro: la politica della paura


«La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio; l’odio conduce alla sofferenza» Maestro Yoda
Nel discorso politico di oggi, sempre più assimilabile al tifo da stadio o alla propaganda militare, difficilmente riusciamo a mettere a fuoco le dichiarazioni dei capi politici per comprendere gli obiettivi e le reazioni che tendono a suscitare. Questo campo è stato studiato dalla psicologia politica che ha scoperto perché la cosiddetta “politica della paura” riesce a guadagnare sempre più sostenitori, svelando quali siano gli interessi elettorali, e i valori in gioco posti dietro il conflitto politico attuale.
Per “politica della paura” si intende la politica che mira ad agitare volutamente dei fenomeni, narrati come problemi, che minerebbero la sicurezza e il benessere della popolazione su base nazionale. Che si tratti di sostituzione etnica, concorrenza di manodopera straniera, pericolo di infiltrazione terrorismo, migrazioni di continenti interi, la retorica contro il presunto “diverso” agita talvolta spettri infondati.
Vi starete chiedendo come mai siamo ancora capaci di mettere in secondo piano diritti umani e libertà, lasciando che l’egoismo e l’odio siano le direttrici della politica mondiale odierna. In un mondo in cui siamo sempre connessi agli altri, mai come oggi, paradossalmente sentiamo un crescente bisogno di innalzare barriere, come mostrato dalla cartina. In un mondo sempre più veloce che ci costringe a sradicarci dalla propria casa per spostarci alla ricerca di lavoro, la nostra identità viene messa in discussione, e nella babele di informazioni che ci colpiscono continuamente, diviene sempre più difficile essere empatici con il prossimo. Questi ultimi due elementi determinati dalla globalizzazione si rivelano fondamentali nel creare il terreno su cui può attecchire la politica della paura.
Vedremo quindi perché, da un punto di vista clinico-scientifico, la politica della paura vince sulla razionalità facendo leva sui nostri istinti, in seguito cercheremo di capire perché la politica della paura, legata alla crisi di identità, attecchisce in periodo di crisi facendo leva sul bisogno di appartenenza.
L’efficacia della politica della paura ha origini antropologiche: tocca le corde della nostra specie e della nostra evoluzione sfruttando meccanismi primordiali che trascendono luoghi e periodi storici.
La politica della paura fa infatti perno su un riflesso che non coinvolge la razionalità, bensì l’amigdala. “I nostri organi di senso (vista, udito, olfatto..) ricevono dall’ambiente informazioni che segnalano la presenza o la possibilità di un pericolo: ad esempio un serpente o qualcosa che gli assomiglia. Tali informazioni raggiungono l’amigdala attraverso percorsi diretti[…] (1) innescando così una risposta meramente emotiva. Questo percorso consente di rispondere a stimoli potenzialmente pericolosi, prima di sapere esattamente cosa siano”. “Meglio trattare un bastone come un serpente, che accorgersi troppo tardi che il bastone in realtà è un serpente” J. LeDoux.
La riflessione è successiva. La paura è un’emozione primitiva essenziale per la sopravvivenza, che per salvarci da un presunto pericolo ci spinge a reagire prima ancora di pensare.
Secondo l’articolo di Giovanni Sabato nella rivista Mind “c’è chi vede questi meccanismi inscritti nell’architettura stessa del cervello, il “centro della paura”, che invia una profusione di connessioni alla neocorteccia, sede dei pensieri più ponderati, mentre i collegamenti in senso inverso sono molti meno. Perciò la paura si impone così facilmente sulla ragione, mentre controllarla razionalmente è così faticoso e funziona solo in parte”.
Nonostante vi sia chi sostiene che in politica i meccanismi non siano legati alla paura ma all’ansia, che sfrutterebbe l’incertezza dettata da immigrazione, disoccupazione, terrorismo, crisi, il principio fondamentale di questa politica resterebbe immutato: scatenare un’emozione indotta proponendo immagini negative, per presentarsi come i risolutori.
Secondo gli studi portati avanti dalle ricerche di psicologia politica questa strategia funzionerebbe con maggior efficacia lì dove vi sono bassi livelli di istruzione.
Riuscire a smontare e de-costruire la paura indotta, è un’operazione che richiede investimenti in educazione e che richiede il tempo dell’educazione di nuove generazioni.
“No! Non diverso! Solo diverso in tua mente. Devi disimparare ciò che hai imparato!” disse il maestro Yoda a Luke. Intanto la psicosi collettiva infragilisce le menti e trasforma la società, le sue pulsioni e i suoi bisogni.
Per capire come si è arrivati a tutto questo, intanto occorre ricercare gli elementi che collegano globalizzazione e crisi d’identità.
La globalizzazione ha ridotto la percezione dello spazio, e nella velocità dei flussi si perdono riflessione e ponderazione.
Da un punto di vista umano essa ha aumentato la quantità e il ritmo dei flussi umani ed ha provocato una crisi di identità che Paul Mason (2), prendendo come esempio una piccola cittadina inglese, descrive così: “Il neoliberismo ha sostituito i vecchi principi di collaborazione e coesione con un racconto i cui protagonisti sono gli individui. Persone astratte con diritti astratti: il cartellino sull’uniforme era solo a beneficio del cliente o del capo, non serviva a esprimere un’identità. I lavoratori delle comunità sconfitte e abbandonate si sono aggrappati a ciò che rimaneva della loro identità collettiva. Ma dal momento che la loro utopia trainante, il socialismo, era stata dichiarata impossibile da chiunque tranne che dai partiti socialisti, essi hanno iniziato a fondare la propria identità su ciò che restava loro: l’accento, il luogo, la famiglia e l’etnia.”
E da siciliano, vale la pena ricordare quanto la “famiglia” abbia rappresentato l’àncora di salvataggio dei meridionali in cerca di giustizia e lavoro, in mancanza di uno stato. Ai siciliani avendo tolto tutto, non è rimasto altro che fondare la propria identità, la loro società, sulle uniche cose che si pretende che non possano essere tolte: onore e famiglia.
La politica della paura soffia costantemente su questo ardente bisogno di appartenenza, riproponendo i vecchi richiami mitologici del sangue, del territorio nazionale, del maschio bianco, avendo chiaro un progetto identitario e raccogliendo i delusi e gli emarginati dal benessere, che la sinistra non è riuscita a realizzare minimamente.
D’altro canto la sinistra liberale ha narrato il mito dell’universalismo che alimenta e non risolve questa crisi d’identità. Baumeister e Leary (1995) hanno studiato il bisogno di appartenenza come bisogno universale, dotato di aspetti affettivi da non disprezzare e capace di procurare sofferenza quando non soddisfatto.
Nell’idea di uniti nella diversità, l’universalismo della pseudo-sinistra ha raccontato agli individui che le proprie peculiarità, la propria identità sono uguali a quelle degli altri, senza spiegare sufficientemente che, per uguale, non si intende senza differenze, ma di ugual diritto. Questa ambiguità, mal raccontata cozza con l’atavico bisogno di appartenenza dell’individuo che si identifica nei valori, simboli e rituali di una comunità. Così adesso c’è chi, nel discorso fondativo di un nuovo corso, si presenta come il “padre” di una famiglia di figli disorientati in cerca di identità(3).
Ora, sicuramente la crisi economica è un fattore decisivo per l’efficacia della strategia della paura, come lo dimostrano gli studi sulla proporzionalità tra voti dati ai partiti di estrema sinistra e destra durante gli anni’30 in Germania, alternata a periodi di diminuzione degli stessi nel periodo di ripresa che precede il crollo del’29, pur se posteriore alle rivendicazioni internazionali dei Trattati di Versailles.
Ma, come mai, l’identità si sente minacciata in periodo di crisi, e non durante un periodo di benessere economico? Perché cerchiamo di ridefinire i criteri della nostra società soltanto allo scatenarsi della crisi economica, pur avendo un numero totale di immigrati più o meno costante nel periodo antecedente e posteriore alla stessa? I soldi e il benessere corrompono la nostra identità oppure scopriamo quanto essa sia importante soltanto quando ci stiamo impoverendo?
Intanto si potrebbe affermare che, come detto sopra, l’identità, l’onore e il bisogno di appartenenza siano tutto ciò che resta ad una persona a cui è stato tolto qualcosa. Ma non basta. Di fronte ad un’espropriazione, ad un fallimento, alla negazione di futuro possiamo reagire in due modi.
Il primo modo di reagire è infatti il più semplice. Possiamo mettere la testa sotto la sabbia e individuare in coloro che sono già ultimi, l’alibi dei nostri fallimenti, la causa dei nostri mali. La nostra identità diventa così l’elemento più rilevante, perché é l’unica cosa che ci rimane nel momento in cui rischiamo di perdere la nostra posizione sociale, o la libertà di vivere dignitosamente.
La politica della paura scatena quel bisogno di appartenenza frustrato dalla globalizzazione, evidenziando l’ importanza di ciò che ci distingue da coloro che consideriamo gli ultimi e che rischiamo di raggiungere in basso alla “piramide sociale”: l’identità di essere italiani, bianchi, non troppo poveri, quindi ricchi, educati, buoni e lavoratori.
Così ci definiamo, dando importanza a come ci vediamo idealmente rispetto alla realtà, non ci resta che sentirci più forti puntando il dito contro il debole, per issarci un attimo sopra qualcuno e sentirci un po’ meglio.
Questo meccanismo non è altro che la teoria del “capro espiatorio”, studiata ed elaborata da René Girard, secondo la quale, gli individui e le società scaricano la responsabilità e le colpe su degli outsider, dei capri espiatori, la cui eliminazione riconcilia gli antagonisti riportando l’unità. La redenzione dalle colpe di una cattiva gestione personale e collettiva della politica viene fatta attraverso il sacrificio redentore degli ultimi. Su scala diversa è un po’ quello che accade nel caso del bullismo. Proiettando nei difetti del più debole, le proprie debolezze il bullo rafforza la propria immagine all’interno del gruppo e l’immagine del gruppo stesso. Ognuno si sentirà più al sicuro di far parte di un gruppo che incarna le proprie caratteristiche ed elimina gli elementi di differenza.
Il terrore di ogni membro di subire la stessa fine dell’escluso, pur somigliandovi, lo porterà a “farsi amico” il bullo e a simularne imitandone i comportamenti. Egli ne diventa inconsapevolmente complice.
Lasciando stare in questa sede gli argomenti che spiegano che la nazione non è altro che un mito, una costruzione sociale e politica dell’Ottocento (4), a questo punto, se proprio non riuscissimo davvero ad uscire dall’idea che ci sia un gruppo, un “noi” e un “loro”, allora potremmo scegliere un criterio diverso che definisca il “noi”.
Potremmo definire “noi” come i belli, e “loro” i brutti, oppure noi gli intelligenti e loro gli stupidi. Prendercela con i brutti e con gli stupidi ci farà sentire meglio e sarebbe facile, ma alla lunga dubito che risolverebbe i nostri problemi.
Ma intanto è quello che stiamo facendo, giustificando il tutto con teorie darwiniste della legge del più forte, raccontando che la società umana sia retta dagli stessi principi del mondo animale. Peccato che queste teorie, oltre usate a sproposito in quanto strumentali, siano anche scientificamente false, dato che l’uomo, in quanto mammifero, è l’essere con il più alto tasso di inclusione del malato e del diverso attraverso le cosiddette cure parentali.
In effetti scegliere come criterio di “diverso” colui che è ricco, vigliacco, corrotto e che evade, potrebbe anche significare puntare il dito contro uno specchio; scegliamo quindi volutamente di mettere nel contenitore di “diverso” ciò che non vogliamo essere e ciò che temiamo di più essere: poveri, ultimi, senza nulla da perdere, emigrati, ma in fondo è tutto ciò che siamo e non abbiamo il coraggio di raccontarcelo.
Quale sarebbe quel gruppo che esalta come caratteristiche proprie, persino dell’italianità, la povertà, la disperazione che ti porta in molti casi ad andare via? La memoria delle nostre emigrazioni è fin troppo corta, e quando rievocata, viene fatta con toni agiografici di chi descrive i nostri avi come gente seria che si è dovuta sudare tutto, di fronte ai migranti di oggi, scansafatiche a cui tutto è dovuto.
Se scegliamo invece come criterio di definizione del “loro”, non quello del “povero”, del “non italiano” ma quello di scoprire chi siano i responsabili della crisi e del peggioramento della nostra situazione, il quadro si fa inquietante.
Il secondo modo di reagire infatti consiste nel cercare di riprenderci quel che ci è stato tolto da chi ne è il responsabile; ci vuole una buona dose di coraggio nel dire e dirsi la verità, nel guardarsi bene allo specchio e chiedersi cosa ho fatto per evitare questo, oppure cosa posso fare oggi per riprendermi quanto ci è stato tolto. E ci vuole ancora più coraggio nel riconoscere i veri responsabili della situazione. Mettere in discussione se stessi e quello che è stato il nostro modo di essere, persino le responsabilità di chi ci ha preceduto, della nostra famiglia, chiedendosi se i nostri hanno fatto il loro dovere, se hanno pagato le tasse, se si sono opposti quando dovevano farlo, se hanno scelto il proprio tornaconto quando questo cozzava con l’interessa generale.
Chi ha abbastanza coraggio nell’identificare i responsabili dell’attuale situazione nella politica di favore alle banche, nella corruzione e nell’illegalità diffusa a tutti i livelli, negli imprenditori che sfruttano il lavoratore precario o stagista?
Chi ha abbastanza lucidità da definire come responsabili coloro che hanno fatto sentire la nostra generazione come inadatti al mondo, di non essere all’altezza di lavorare, e quindi di dovere necessariamente vivere uno status di apprendista perpetuo fino ai 40 anni e oltre, fino a quando non si potranno ereditare i benefici di una fantomatica “gavetta”?
Chi si sente abbastanza onesto nell’individuare nei responsabili coloro che, compreso la generazione dei nostri genitori, ci ha raccontato che non eravamo all’altezza di avere una responsabilità, al punto che a loro abbiamo affidato quella politica, insieme alla nostra indipendenza economica?
E chi ha abbastanza senso della verità per affermare che responsabili di uno stato spendaccione, oltre alla politica, vi sono milioni di evasori che ci hanno, con il loro egoismo, tolto servizi, opportunità e investimenti?
Basterebbe un briciolo di quel facile coraggio usato quotidianamente dietro le nostre tastiere per affermare che il criterio che stabilisce il “noi” e il “loro” dovrebbe essere quello dello sfruttamento, sotto ogni sua forma: il rider di Foodora, l’impiegato controllato di Amazon, lo stagista in nero o pagato in voucher presso il libero professionista, l’operaio della fabbrica Whirpool che delocalizza per colpa di una fantomatica crisi che si racconta per coprire i miliardi di dividendi guadagnati dai consiglieri d’amministrazione della stessa azienda.
Il dito andrebbe quindi puntato contro il datore di lavoro che ti tiene in continuo ricatto, contro il politico corrotto che ha preferito qualcun altro a te, o a cui hai chiesto un favore per preferire te a qualcun altro, contro il padre tuo o del tuo amico che ha evaso il fisco, pretendendo dal politico che vota un comportamento più virtuoso del proprio.
Insomma significherebbe in molti casi mettersi contro i propri padri, i propri amici, o noi stessi che, oberati dal peso del dovere di riuscire a tutti i costi, e sfruttati da qualcuno, abbiamo invece scatenato volentieri le nostre frustrazioni contro chi sta sotto di noi, evadendo, corrompendo o umiliandolo.
Un’esame di coscienza è quindi l’ostacolo posto davanti ad un futuro migliore. Una presa d’atto sulle nostre responsabilità sarebbe la ruspa che sfonda le mura della complicità su cui abbiamo costruito la nostra pseudo-sicurezza minacciata dalla concorrenza migrante e più in generale dell’Altro.
Invece di procedere a questa analisi, intanto scegliamo la prima reazione, la via più comoda e facile, quella che consiste nel serrare i ranghi e attaccare colui che è stato definito diverso da chi ha paura di diventare povero, con criteri identitari, comunitari, di gruppo. Accettiamo la guerra tra poveri perché in quella contro i ricchi non ci crediamo. Ecco perché la politica della paura attecchisce in periodi di crisi: come una vera scorciatoia mentale collettiva, essa permette di auto-assolverci dalle nostre responsabilità, di evitare il confronto con noi stessi, rendendo impossibile il confronto con l’Altro.


Link utili e approfondimenti:
(1)http://www.stateofmind.it/2017/06/amigdala-percezione-paura
(2) https://www.linkiesta.it/it/article/2017/06/20/paul-mason-questa-globalizzazione-crollera-loccidente-sta-vivendo-la-s/34645/
(3) https://www.internazionale.it/bloc-notes/christian-raimo/2018/07/03/salvini-pontida
(4) https://www.internazionale.it/video/2018/03/07/identita-nazionale-invenzione

sabato 7 luglio 2018

Bcc, a tifare per la riforma sono soprattutto le banche a rischio. Un caso?



Segnali contrastanti sono lanciati dagli attori di quel grande palcoscenico che è il mondo del credito cooperativo.

Ci siamo già chiesti: ma chi vuole davvero la riforma del credito cooperativo stabilita con la legge n°49 del 8 aprile 2016? Ricordiamo che la riforma del credito cooperativo ha praticamente prodotto una balcanizzazione degli assetti riunendo le circa 300 Bcc del nostro Paese in tre galassie: due grandi gruppi facenti capo all’area romana di Iccrea (160 circa) e ai “trentini” della Cassa Centrale Banca di Trento (100) e uno più piccolo (50 circa) facente capo alle realtà della provincia di Bolzano che segue una strada propria.

Tante le voci che hanno chiesto di congelare l’entrata in vigore della legge per una revisione sostanziale. Le numerose istanze, soprattutto di presidenti e direttori generali delle Bcc, sono state addirittura prese in considerazione dal nuovo governo che ha annunciato che sarà necessario apportare modifiche alla riforma. Poi in settimana sfogliando i quotidiani (tra cui anche il Fatto), mi imbatto in una pagina pubblicitaria acquistata dal Gruppo Cooperativo della Cassa Centrale Banca in cui la maggior parte delle banche aderenti manifestano il sostegno alla riforma auspicando che l’avvio della operatività dei nuovi Gruppi Bancari Cooperativi sia assicurato in tempi brevi e senza alcun segno di indecisione, al più tardi per il 1° gennaio 2019.

Rimango perplesso di fronte a questo repentino cambio di umore dei rappresentanti delle banche di territorio. Da una analisi più approfondita rilevo che ben 86 banche del Gruppo hanno aderito alla iniziativa promozionale e solo 14 non si sono dichiarate d’accordo.

Ma quale è lo stato di salute di queste banche?

A tal proposito mi sono servito di una interessanteindagine, pubblicata circa un anno fa da L’Espresso edelaborata da R&S, la società di ricerche e studi di Mediobanca, suibilanci del 2015 di un campione di 377 piccole banche. Il campione è ordinato in base a un punteggio, a un ordine di gravità, cui corrisponde un colore. Sono indicate in rosso le banche a più alto rischio fallimento, in giallo quelle a medio rischio e in verde quelle a basso rischio. Alla formazione del punteggio concorrono quattro indicatori:

1. l’incidenza dei crediti deteriorati netti sul patrimonio netto tangibile della banca;

2. l’incidenza delle sofferenze sullo stesso patrimonio netto;

3. la svalutazione dei crediti deteriorati sui ricavi;

4. il cosiddetto cost/income, cioè il rapporto tra costi operativi e ricavi, il principale indicatore di efficienza.

Negli ultimi due anni qualcosa è cambiato, certo. Alcuni istituti hanno deliberato, proprio a causa dei cattivi risultati del 2015, “programmi autonomi di irrobustimento patrimoniale”; altri sono stati assorbiti da banche meno gracili con “percorsi di messa in sicurezza” che ne evitassero il fallimento. E quindi oggi quei dati sono parzialmente superati. E leggermente migliorati. Ma solo moderatamente, appunto.

Pertanto, pur volendo fare la tara, si scopre che delle 14 banche che non hanno voluto sottoscrivere l’annuncio pubblicitario solo una presenta un rischio elevato mentre tra le 86 banche “favorevoli” alla riforma – ben il 63% – è considerato a rischio: un quarto abbondante a rischio elevato e oltre un terzo mediamente rischioso. Non è che forse le banche virtuose non si lasciano facilmente tirare per la giacca e chiedono alla riforma di meglio chiarire il concetto di risk based e i vantaggi derivanti appunto per gli istituti più efficienti?

Con il contratto di coesione, la singola banca sottoscrive infatti le regole della propria integrazione modulate in ragione della propria meritevolezza: il grado di autonomia verrebbe modulato in funzione di un approccio basato sul rischio (risk based approach), sulla base di parametri oggettivamente individuati. Quali appunto?

E poi non è che forse alcuni esponenti delle Bcc virtuose hanno intravisto nella sostanziale unificazione del sistema delle Bcc un’opportunità di accrescimento del personale potere dei rappresentanti delle federazioni e vogliono essere coinvolti nei processi di scelta della nuova governance?

Piuttosto che spendere soldi in pubblicità per sostenere una iniziativa che ha i prodromi di un nuovo ed interessante “poltronificio”, non sarebbe il caso di impiegare quelle disponibilità per commissionare una indagine di custromer satisfaction per verificare se i soci delle Bcc, nate intorno ad un coerente insieme di principi etici e solidaristici, sono d’accordo alla riforma?

Vincenzo Imperatore (Il Fatto Quotidiano, 7 luglio 2018


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venerdì 6 luglio 2018

Non è il sonno ma il sogno della Ragione che ha partorito mostri


Il futuro non è davanti ma dietro di noi. 
L’economia nella forma del libero mercato, insieme a tutti i suoi infiniti addentellati, domina interamente la nostra società e la discussione pubblica (lo stesso tema cogente dell’immigrazione vi è strettamente legato).
Il libero mercato è basato sull’iniziativa privata e ha al suo centro la figura dell’imprenditore, tanto più apprezzato se particolarmente abile. A questo proposito va sottolineato un elemento cui si da, ci pare, pochissima attenzione: l’iniziativa privata non è la stessa cosa della proprietà privata. La proprietà privata sta all’iniziativa privata come la forza fisica sta alla possibilità di farne uso. In nessun tempo si è mai negato a qualcuno il diritto di possedere una forza fisica superiore che dovesse essere in qualche modo ridotta per uguagliarla a quella degli altri. La forza fisica è un dono di natura e chi ce l’ha se la tiene. Ma il problema di mettere dei limiti all’uso indiscriminato di questa forza si è posto fin dall’inizio, appena l’uomo ha cominciato a vivere in comunità sufficientemente organizzate. In origine il diritto nasce proprio per impedire che individui fisicamente superiori possano usare la loro forza per danneggiare gli altri o per sottometterli. Non si capisce perché lo stesso criterio non debba valere per un altro dono di natura qual è l’abilità economica. Nella società preindustriale, preliberale, predemocratica la proprietà privata non era messa in alcun modo in discussione, era invece messa in discussione la possibilità che l’individuo potesse usare illimitatamente della propria superiore abilità e capacità in campo economico per danneggiare il prossimo o per soggiogarlo. Tutto lo sforzo della Scolastica, con la lotta al profitto e all’interesse (il tempo è di Dio e quindi di tutti e non può essere perciò monetizzato, Duns Scoto), l’elaborazione dei concetti di “giustizia commutativa e distributiva” e dei princìpi cui dovevano essere sottoposti gli atti di scambio “perché fossero conformi a un criterio di giustizia” e non permettessero sopraffazioni illimitate, fu un tentativo, generoso e per molti secoli riuscito, di evitare che alla violenza della forza fisica si sostituisse quella dell’abilità economica, dell’iniziativa privata dispiegata senza limiti ai danni dei più sprovveduti, dei meno capaci o anche dei meno interessati.
La democrazia liberale e liberista, insieme a tutta una serie di altri fattori, precedenti, concomitanti e successivi, fra cui determinanti sono la rivoluzione scientifica, la Riforma e, soprattutto, la Rivoluzione industriale, abbatte questi limiti e contribuisce a porre le premesse dell’attuale modello di sviluppo occidentale, dove al centro c’è l’economia (insieme alla sua ancella, la Tecnologia) e l’uomo è semplicemente una variabile dipendente.
Se la liberaldemocrazia ha avuto molti e insidiosi nemici, l’attuale modello di sviluppo, inteso nella sua essenza, come Modernità, non ne ha nessuno, né a destra né a sinistra. Il presupposto, inamovibile e irrevocabile, comune ai liberali ma anche al marxismo (che all’origine si pone anch’esso come una forma di democrazia: la democrazia comunista), è infatti che il mondo moderno, pur con tutte le sue contraddizioni e lacerazioni, è infinitamente più vivibile di quello di ieri, descritto come un mondo di fame, di miseria, di prepotenze, di illiberalità, di sangue e di morte. La convergenza di destra e di sinistra, di liberali e marxisti, su questo punto fondante, che legittima l’intera Modernità, insieme alle sue dottrine politiche, è del tutto coerente e comprensibile. Figli entrambi della Rivoluzione industriale liberalismo e marxismo, nelle loro varie declinazioni, sono in realtà due facce della stessa medaglia. Sono entrambi modernisti, illuministi, progressisti, ottimisti, razionalisti, materialisti e, su tutto, economicisti, entrambi hanno il mito del lavoro, sono entrambi industrialismi che pensano che l’industria e la tecnica produrranno una tale cornucopia di beni da rendere liberi tutti gli uomini (Marx) o, più realisticamente per i liberal-liberisti, il maggior numero possibile. Questa utopia bifronte è fallita. Prima sul versante marxista che si è rivelato un industrialismo inefficiente e perciò perdente. L’unica faccia della medaglia della Modernità spendibile era quindi rimasta quella liberale, liberista, “democratica” che soprattutto attraverso i processi di globalizzazione che hanno esasperato tutti i vizi del capitalismo si è rivelata a sua volta fallimentare. Ma né i liberal-liberisti, né i marxisti fin che sono esistiti, possono mettere in discussione la Modernità perché significherebbe recidere le proprie radici dato che dalla modernità sono nate e nella modernità si sono affermate. E’ questo il “pensiero unico” di cui si sente tanto parlare senza peraltro sapere bene, spesso, di che cosa si tratti.
I pochi che osano mettersi di traverso a questo pensiero sono bollati come inguaribili e ridicoli passatisti. In un saggio di qualche tempo fa, una specie di epitome del pensiero e della sicumera modernista, lo storico francese Pierre Milza (ma lo prendiamo solo come esempio degli infiniti ‘laudatores’ della modernità) scriveva: “E’ nostro dovere spiegare che il pericolo di morte per le civiltà esiste solo quando queste si irrigidiscono nella sterile contemplazione del proprio passato”. E’ curioso come gli idolatri della Modernità, liberali o marxisti che siano, di destra o di sinistra, maniaci del cambiamento, perché da un cambiamento, anzi da una rivoluzione, sono nati, non si rendano conto che “irrigiditi nella contemplazione del passato” sono proprio loro, loro i veri passatisti perché sono seduti su categorie di pensiero ottocentesche, vecchie di due secoli, che han fatto il loro tempo e non sono più in grado di capire appieno la realtà e soprattutto le esigenze più profonde dell’uomo occidentale contemporaneo che al di là di ogni apparenza non sono economiche ma esistenziali. Non è il sonno ma il sogno della Ragione che ha partorito mostri.



giovedì 5 luglio 2018

Fotografare a Palermo



Andare per i vicoli di Palermo è sempre interessante e talvolta girovagando senza una precisa meta si riescono a cogliere particolarità specifiche che caratterizzano il contesto popolare che vi abita.
La presenza sempre più accentuata di turisti degli ultimi tempi poi, ha abituato la gente a vedere una massa di curiosi sempre intenti a ricercare e a soffermarsi su tipicità che per i locali sono divenute nel tempo delle ordinarie normalità e, quindi, per noi fotoamatori impegnati nella continua ricerca volta ad immortalare aspetti particolari, è diventato più facile muoversi nei luoghi più popolari senza suscitare particolari diffidenze.
Comunque, per evitare problemi, in talune situazioni è opportuno farsi riconoscere o attivare iniziative che facilitino l’accettazione, a tal fine è bene parlare spesso in dialetto per informare gli indigeni che anche noi siamo dei locali.
Ieri, mentre giravo per un vicolo del centro storico “rimesso a nuovo” con un amico, anche lui appassionato di fotografia, ad un certo punto si sentì una voce femminile dire: “c’è unu ca avi tri uri chi fa fotografie, ma chi ci fotografa?”, lo diceva al marito che era con lei in strada, intento in una operazione di trasbordo di pacchi.
Al terzo piano privo di ascensore della palazzina sovrastante, infatti, c’era un ragazzo intento a manovrare con un montacarichi cui erano state agganciate molteplici sporte e sacchetti …… presumibilmente contenenti vettovaglie della spesa domenicale per il pranzo di mezzogiorno o altro.
Qualcosa, per il signore di basso che procedeva agli agganci, evidentemente non stava andando per il verso giusto per cui, rivolgendosi al ragazzo del terzo piano, è nata in lui spontanea la classica esclamazione palermitana: “curnutu tu e cu un tu rici puru”. Prontamente la moglie, quella che aveva fatto le considerazioni sul fotografo che ero io, si associò anche lei all’invito esclamando: “curnuto” rivolgendosi al presumibile giovane congiunto che manovrava al montacarichi.
Atteso che il tutto avveniva mentre noi eravamo ormai prossimi al luogo dell’operazione di trasbordo, è nata spontanea la mia associazione alla consuetudine locale. Quindi prontamente dissi anch’io “curnutu”, precisando che a questo punto non potevo esimermi dal partecipare.
L’ilarità generale tra tutti gli astanti, compresi i congiunti affacciati al balcone e l’addetto al montacarichi, aprì tutti i varchi e mi qualificò come “palermitano doc”, il che fece abbattere le precedenti diffidenze e ogni possibile residua barriera.
Ovviamente, quindi, aggiunsi se potevo fotografare l’azione, ottenendo piena autorizzazione a documentare la scena.
Questo è il vero folklore palermitano, l’ironia positiva che ci contraddistingue e basta assai poco per inserirsi pienamente nella solarità della nostra bella gente.
Buona luce a tutti.
© Essec

 

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)

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