La Quarta Dimensione Scritti

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che raccoglie i testi completi dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (se disponibili).

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martedì 12 dicembre 2017

La caccia alle streghe



Tira una brutta aria, di maccartismo, di caccia alle streghe, in Italia, in Europa, negli Stati Uniti. Dopo il ‘caso Weinstein’ si è aperta la caccia al ‘molestatore sessuale’. Non c’è uomo, soprattutto pubblico, politico, produttore, regista, attore, ma anche privato, su cui non alleggi l’accusa di stregoneria. E come ai tempi della Santa Inquisizione basta il sospetto perché venga acceso il rogo. Non passerà molto tempo –sempre che la cosa non sia già in atto- perché un qualche politico ingaggi dei Santi Inquisitori per rovinarne un altro.
C’è poi l’ancor più temibile caccia alla strega ‘fascista’ e ‘nazista’ o presunta tale. Un giovane calciatore di una squadra che milita nella seconda categoria dilettanti ha passato l’anima dei guai insieme alla sua società per aver mostrato, dopo un gol, una maglietta con l’insegna della Repubblica sociale. Un carabiniere di 22 anni è sotto inchiesta per aver esposto nella sua camera una bandiera usata dalla marina prussiana nella prima guerra mondiale. Che c’entra una bandiera prussiana col nazismo? E’ un vessillo usato anche dai naziskin che peraltro, a quanto ci risulta, non sono fuorilegge. Sono due episodi fra i tanti degli ultimi tempi. Ma il culmine si è raggiunto con la decisione del Comune di Pontedera, approvata da tutti i partiti tranne Forza Italia, per la quale per manifestare in piazza bisognerà compilare un modulo con cui si dichiara “estraneità a fascismo, razzismo, xenofobia, antisemitismo e omofobia”. Non esiste alcun obbligo di essere antifascisti. E viene il ragionevole dubbio che i veri fascisti siano coloro che vogliono impedire agli altri di definirsi o di essere tali. Come diceva Longanesi: “I fascisti si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti”. Del resto le recenti norme liberticide, dalla legge Mancino a quella che punisce “l’apologia di fascismo”, sono, sia pur a segno invertito, da Codice Rocco. E’ così difficile da capire che l’antifascismo non è un fascismo di segno contrario, ma il contrario del fascismo? Evidentemente sì. Il pensiero autenticamente liberale, insieme al partito, il Pli, che lo ha rappresentato per alcuni anni, non ha mai avuto fortuna in Italia.
In Francia si tenta di impedire a tutti i costi, con condanne e ricorsi, gli spettacoli del comico camerunense Dieudonné Mbala Mbala per il loro contenuto antisemita e antifemminista.
Sui canali ufficiali dell’informazione si sostiene che questi rigurgiti fascisti o nazisti sono presi sottogamba. A me pare vero il contrario e questo accanimento non fa che rinfocolarli. Non c’è bisogno di essere Freud per sapere che la trasgressione, quale che sia, è, soprattutto per i giovani, eccitante.
Negli Stati Uniti la caccia oltre che alle streghe è soprattutto allo stregone: Donald Trump. Dal giorno in cui è diventato Presidente, e anche da prima, non c’è atto di ‘The Donald’, accusato anche, fra le tante altre cose, di ostentare “una volgare mascolinità”, che non venga messo sotto la lente di ingrandimento e sotto accusa per cercare di arrivare all’impeachment. Il caso ‘Russiagate’ è totalmente artificioso. Come scrive Sergio Romano (Corriere 4/12): “L’incontro riservato con l’ambasciatore di una grande potenza non può essere considerato, di per sé, una colpa”. Si dovrebbe anzi essere contenti che le due Superpotenze, che per decenni si sono guardate in cagnesco arrivando a sfiorare la guerra atomica, cerchino di trovare un ragionevole accordo fra di loro. E’ la prima volta che gli americani, ipernazionalisti e perciò in genere molto compatti, contestano fin da subito un loro Presidente regolarmente eletto. Non è un buon segno di tolleranza democratica.
In realtà è da tempo che le Democrazie, che si intromettono con una serie infinita di verboten, di inquisizioni, di censure (vedi i casi Schiele, Balthus, Botero) oltre che nella sfera pubblica anche nella nostra vita privata, svelano quel volto di intolleranza di cui da sempre accusano i totalitarismi.
Tira una brutta aria…



lunedì 11 dicembre 2017

Pillole di educazione finanziaria (D.Corsini G. Coppola)



L’attenzione generale è attirata dai lavori della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario. Ed è giusto che sia così perché si formi nell’opinione pubblica un giudizio il più ampio possibile sulle responsabilità degli attori coinvolti (dalla politica, ai prenditori di credito, dal malaffare, alla classe dirigente delle banche) nelle gravi crisi bancarie di questi anni.
Quanto alle nostre Autorità di settore, esce un’immagine di burocrazie impegnate a difendersi, discettando in termini di impotenti formalismi, che danno un sapore amaro all’intera vicenda. Nessuna di esse apre uno spiraglio al riconoscimento di proprie responsabilità e, fatto ancor più grave, nessuna ci aiuta a capire che cosa sia veramente successo in quello che fino a pochi anni fa quelle stesse autorità consideravano uno dei sistemi bancari più solidi, gratificando se stesse come istituzioni di controllo da portare ad esempio. Ciascuno di noi, seguendo sulla rete televisiva della Camera dei deputati le sedute della Commissione, sarà in grado di valutare la situazione. Ne suggeriamo la visione nelle iniziative di educazione finanziaria, che sotto l’egida del Comitato istituzionalmente addetto e da poco nominato in seno al Mef, affronteranno il tema dell’arricchimento delle conoscenze della popolazione in materia bancaria e finanziaria.
Volendo guardare al futuro, anche altre evoluzioni dovrebbero interessarci come risparmiatori.
La prima è se siano in vista nuove situazioni di crisi nell’ambito del martoriato settore della banca locale, che ha visto sparire gran parte dei suoi osannati campioni. Purtroppo c’è da attendersi che la tempesta non sia ancora passata. Ce ne accorgeremo anche questa volta a cose fatte?
Le difficoltà di alcune banche nel realizzare aumenti di capitale, non certo per acquisire mezzi da destinare a nuovi investimenti, ma solo per rimanere in linea di galleggiamento, cioè per assorbire le ingenti perdite su crediti ancora presenti nei loro bilanci, danno concretezza a questi dubbi.
È bene che il risparmiatore minuto si tenga lontano dalla sottoscrizione di titoli di queste banche. I poteri delle Autorità di fronte a titoli non adatti alla clientela minuta saranno, dall’anno prossimo, rafforzati, fino alla possibilità di impedirne il collocamento tra i soggetti finanziariamente meno provveduti. Finalmente, a buon intenditor poche e chiare parole! Non più prospetti di offerta al pubblico scoraggianti nel linguaggio e dal contenuto informativo di ardua e/o ambigua comprensione.
È andata al momento in sordina la questione della riforma del credito cooperativo, di cui si chiude in questi giorni la consultazione sulle nuove regole di vigilanza. Non è il caso di entrare in sottili questioni tecniche sulla competenza territoriale e sui limiti alla operatività di questi epigoni del banking territoriale, materie che, in questo contesto, sembrano quasi leziose.
È dato per certo che allo scadere del termine per la presentazione delle autorizzazioni ad operare come Gruppo Bancario Cooperativo, si presenteranno tre soggetti, di cui due a vocazione nazionale. La somma delle loro attività li porta a rappresentare il terzo raggruppamento bancario del paese.
Tra i due maggiori è in pieno svolgimento la contesa per strapparsi vicendevolmente aderenti e alcune rese dei conti toccheranno i vertici del movimento. Non vorremmo che anche in questo mondo si annidassero altre situazioni di crisi, onerose da sostenere in nome della fratellanza cooperativa, con risorse sempre più limitate. Anche i processi di fusione per accrescere la dimensione media di quelle banche e, di conseguenza, il grado di resistenza alle avversità del mercato, non stanno andando alla velocità desiderata.
Quali siano i progetti industriali del gruppo romano (Iccrea) e di quello trentino (Cassa Centrale Banca), non è dato tuttora di sapere. Funzionerà davvero questo complicato sistema di banking cooperativo, fondato su meccanismi di integrazione tra organismi distribuiti sul territorio (BCC) e organismi centrali (Banca Capogruppo, società prodotto, enti associativi, fondi di garanzia istituzionali e volontari)? Saranno davvero gestibili le ridondanze centrali e le smanie di autonomia di centinaia di consigli di amministrazione? Quello che è certo è che ormai nessuno si azzarda più a mettere in discussione il modello bicefalo.
Ci vogliamo augurare che nelle assemblee dei soci che dovranno sancire entro i primi mesi dell’anno prossimo l’adesione definitiva all’una o all’altra configurazione il dibattito avvenga sul tema del sostanziale rinnovamento di questo sfibrato banking, cioè mettendo a confronto le prospettive reali dell’una e dell’altra proposta, piuttosto che concentrarsi su diatribe campanilistiche e giochi di conservazione di potere tanto al centro quanto alla periferia del sistema.
Eppure il modello voluto dalla riforma, non sarà l’unico ad operare nel nostro paese, richiamandosi ai principi della cooperazione bancaria. Oramai, il sistema alla francese (una sola licenza bancaria e un forte accentramento strategico) sta speditamente accrescendo il proprio peso con la manovra del suo campione, ormai visibile a tutti. Si tratta dell’azione sviluppata dal Credit Agricole nei confronti di tutte le componenti del business bancario italiano. Dalla acquisizione un anno fa da Unicredit di Pioneer, tra le maggiori società italiane di gestione del risparmio, all’intervento di salvataggio di tre banche retail in crisi in Toscana e in Emilia Romagna (Casse di risparmio di San Miniato, di Cesena e di Rimini, con qualche centinaia di sportelli) da unire alla maggiore componente di banca commerciale di Cariparma, acquisita nei primi anni 2000, fino al recentissimo acquisto della merchant Banca Leonardo.
Non si può escludere che la campagna si fermi a questo punto, dato che altre piccole banche sono state messe sul mercato da gruppi bancari italiani bisognosi di realizzi e che qualche altra banca, rimasta con poca prudenza ad operare da sola, non veda l’opportunità di farsi assorbire da questo gruppo.
Insomma, il mercato del credito retail sta affrontando una nuova fase basata sul consolidamento che, per essere tale, conosce di solito il modo del governo centralizzato delle risorse piuttosto che quello in cui il frazionamento viene affrontato attraverso meccanismi, come il contratto di coesione, di cui non si hanno esperienze probanti in altri contesti bancari.
In termini di educazione finanziaria, la domanda da fare é se il grado di concorrenza che si innalzerà sui mercati del banking locale, anche per il maggior peso di grandi gruppi italiani, esporrà a rischi i depositanti del mondo delle BCC.
Ci sarebbe infine un’ultima pillola, ben nota a tutti. Che è quella dell’assorbimento degli npl, sul quale ancora ci si dibatte senza aver individuato soluzioni di sistema e al quale BCE ha aggiunto il carico da undici con la proposta di contenere la svalutazione integrale di sofferenze rappresentate da crediti non garantiti entro due anni e di quelli garantiti entro sette, cosa che, a detta di tutti, sarebbe per il nostro sistema il definitivo colpo di grazia. A questa prospettiva si è opposto il Parlamento europeo, sperando in qualche passo indietro delle autorità di vigilanza europee, con applicazione del nuovo metodo almeno ai crediti anomali che di formeranno a partire dal 2018. È bene tenere sempre presente un punto, per quanto ovvio, di cui spesso sembra che ci si dimentichi. Che cioè il valore dei titoli di debito e di capitale di una banca dipende da quello delle loro attività e che se esso presenta margini di incertezza, cioè di sottovalutazione delle perdite, anche le sue passività (azioni, obbligazioni, depositi oltre i centomila euro) non possono non essere a rischio. Guardare al rapporto chiamato Texas ratio tra crediti anomali e patrimonio serve ad avere un’idea dello stato di salute della propria banca, facile da ricostruire anche da chi non ha specifiche nozioni finanziarie. Se esso è sensibilmente superiore a 100, bisogna prendere qualche precauzione, cominciando con il redistribuire i risparmi presso banche più solide.
L’elenco delle questioni di interesse del risparmiatore potrebbe essere più lungo.
Ci auguriamo che la Commissione parlamentare di inchiesta, facendo luce su quanto sciaguratamente avvenuto nel recente passato bancario, lasci intendere le strade da seguire, senza peraltro invocare nuove norme. Questo è, dopo tutto, ciò che ci aspettiamo, se vogliamo il rilancio della nostra industria bancaria.
Gli è che in questo percorso che vede al centro la tutela del consumatore dovremmo anche evitare ogni demagogia. Il nodo diventerebbe infatti ancora più intricato, se accogliessimo le proposte avanzate in questi giorni da dotti accademici in favore dell’istituzione di un’altra autorità: appunto quella per la tutela del consumatore, forse pregustando la vanità di poterla presiedere. I fautori di questa soluzione pensano veramente che siffatta autorità potrebbe opporsi al bail-in per tutelare azionisti, obbligazionisti e risparmiatori, o servirebbe per sostenere, davanti alla prossima crisi, che essa lo aveva ben detto e scritto, e che le altre autorità non l’hanno ascoltata ed è purtroppo andata a finire allo stesso modo? O magari direbbe a quelle stesse autorità, di fronte alla prossima commissione parlamentare di inchiesta: È vero io non te l'ho detto, ma non mi competeva e poi, anche se te lo avessi detto, che te lo dicevo a fare! Il che farebbe venire alla mente lo spassoso monologo del grande Gigi Proietti nel film Febbre da cavallo. Ma non sarebbe davvero un bell’accostamento.
Da che mondo è mondo la tutela del risparmiatore dipende dalla stabilità finanziaria delle banche e non possiamo dire che questa sia stata la nostra stella polare.

Daniele Corsini e Gerardo Coppola

domenica 26 novembre 2017

Il giornalismo è rischioso ma mica è obbligatorio


In un articolo pubblicato dal Corriere Caterina Malavenda, uno dei migliori avvocati per i reati di diffamazione a mezzo stampa, ha dichiarato che quello del giornalista è un mestiere “pericoloso”. E certamente lo è. Chi fa inchieste ma anche chi si limita agli editoriali è perennemente esposto al rischio di querele penali o alle ancora più insidiose azioni civili per il risarcimento dei danni, materiali e morali, alla persona che si ritiene offesa. Poiché la responsabilità penale è personale a risponderne direttamente è il giornalista. Ma il penale è quello che ci preoccupa di meno. Per noi sono molto più infide le azioni civili di danno. Nel penale se si accerta che il giornalista ha detto la verità la questione finisce lì. Nel civile anche un ladro, riconosciuto come tale, può agire per danni se il giornalista si è espresso “in termini non continenti”.
Ma se il mestiere del giornalista è “pericoloso” per noi, noi giornalisti siamo pericolosi per gli altri. Da quando la carta stampata, dove esiste ancora un certo controllo e autocontrollo, si è integrata con i nuovi media, i social, facebook, i Dagospia, i blogger, gli influencer che, senz’arte né parte, hanno milioni di seguaci, noi possiamo distruggere in un amen la carriera, la reputazione e anche la vita di una persona. Il caso Weinstein e tutto ciò che ne è seguito dice questo. Una notizia, vera o falsa che sia, una volta che diventa ‘virale’ è inarrestabile ed è persino inutile confutarla, perché il circuito massmediatico ha già emesso la sua condanna, senza processo e senza appello. Il servizio che le Iene hanno fatto sul e al regista Fausto Brizzi è semplicemente vergognoso.
Anche noi giornalisti, e non mi tolgo certo dal mazzo perché adesso non faccio più cronaca, siamo dei molestatori. Totò Riina è morto. Sappiamo tutto di lui, ha ordinato o eseguito personalmente un centinaio di omicidi, è stato il capo di Cosa Nostra. Ma adesso è morto. E un morto è un morto. Che bisogno c’era che decine di giornalisti si appostassero davanti all’ospedale di Parma e importunassero la moglie e i figli cui, giustamente, umanamente, la magistratura aveva dato l’autorizzazione a vedere per l’ultima volta il morente? Che scoop si poteva trarre da una salma? Se non vogliamo metterci allo stesso livello dovremmo avere per Riina la pietas che lui non ha mai avuto per le sue vittime.
Ma il vero tarlo dell’informazione di oggi, almeno in Italia, è che non fa informazione ma disinformazione. Prendiamo i 5Stelle. Tutte le notizie negative sui 5Stelle trovano grande risalto sulla stampa del regime, quelle, poche, positive vengono degradate a taccuini quando non gli vengono addirittura ritorte contro come è avvenuto per la vittoria della Di Pillo a Ostia trasformata disinvoltamente in una sconfitta. Parliamo di una vicenda che credo di conoscere bene perché me ne occupo da quasi trent’anni: l’Afghanistan. Da quel Paese in guerra da sedici anni le notizie, poiché siamo noi gli occupanti, non arrivano o arrivano smozzicate o stravolte. Chi, tranne Il Fatto, ha pubblicato la ‘lettera aperta’ che il Mullah Omar inviò nel 2015 ad Al Baghdadi intimandogli di non mettere piede in Afghanistan? Chi, tranne Il Fatto, dà notizia che in Afghanistan ci sono scontri cruenti fra i talebani afgani (confusi, per ignoranza, disinteresse o volutamente con i talebani pachistani che sono tutt’altra cosa) e gli uomini dell’Isis? E’ solo per fare qualche esempio fra gli infiniti. Gli addetti ai lavori, che sono costretti quotidianamente a leggere i giornali, sanno benissimo che tutte le notizie politiche sono distorte, a favore o contro questa o quella parte. Perché quasi tutti i giornali non sono più dei giornali ma degli agitprop.
Il giornalismo è un mestiere da avvoltoi, si giustifica e si nobilita solo se fatto con una tensione etica, cioè nel tentativo di migliorare, socialmente, culturalmente, moralmente, il proprio Paese. Se guardo la storia d’Italia dal dopoguerra a oggi devo riconoscere che non solo non ci siamo riusciti ma che il nostro Paese è andato progressivamente degradando fino ai livelli quasi insostenibili di oggi. E di questo degrado i politici sono meno responsabili degli intellettuali. Perché per il politico le mezze verità, le promesse impossibili e la stessa menzogna sono, come dire, ‘strumenti del mestiere’ per ottenere, qui e ora, il famoso consenso. E questo dice qualcosa anche sull’essenza stessa della democrazia (si veda in proposito il preveggente libro, Diario intimo, di Henri-Frédéric Amiel, scritto in tempi non sospetti, nel 1871). L’intellettuale è invece libero da questi obblighi. Certo, paga la sua libertà a caro prezzo. Ma nessuno ci costringe a fare questo “pericoloso”, inteso nel suo doppio senso, mestiere. Se ne può sempre cercare, sia pur a magro salario, un altro.



venerdì 24 novembre 2017

Qual’è il senso del fotografare?



Nel lontano giugno 2009 ebbi il piacere di seguire un seminario di Gianni Berengo Gardin al festival internazionale del reportage di Atri. Eravamo già in completa rivoluzione digitale e ricordo che mentre lui ci raccontava della sua vita, esordì con una frase particolare, se volete realizzare un immagine usate pure le vostre reflex ma se volete scattare una fotografia dovete usare una Leica, alludendo al paragone tra le nuove reflex digitali e quelle a pellicola, nella fattispecie Leica di cui è sempre stato un estimatore incallito.
A queste parole quasi mezza sala si svuotò ma io restai, continuai a seguirlo nel suo dialogare non tanto per educazione ma per pura convenienza, un lupo con 80 e passa anni di vita sulle spalle non può essere scaricato così su due piedi, qualcosa da spremere da questa vecchia spugna così intrisa di sensibilità e gusto, tecnica ed etica professionale, esperienza e garbo, ci sarebbe pur stato. La storia del suo successo mi intrigava ancor più delle sue stesse foto, cosi come pure la storia della sua vita che ha attraversato quasi un secolo di storia.
Non vi nascondo che lì per lì anch’io provai una forte indignazione ascoltando quelle sue parole che tanto disgusto provocarono in tanti ma oggi credo di aver capito a cosa alludeva il Maestro.
Stiamo parlando di un uomo che iniziò a fotografare quando non c’erano in giro tanti fotografi e neanche tanta scelta in fatto di apparecchi da ripresa, erano gli anni in cui professionalmente si erano affermate solo le Rolleiflex e le Leica e fu proprio quest’ultimo brand che più si adattava alle sue esigenze di reporter. Acquistò quindi una Leica in società con un altro fotografo per via del prezzo proibitivo (erano care già allora) e la usavano a turno. Quando poi le cose cominciarono ad andargli bene ne acquistò una tutta sua e non si staccò più da questo marchio ma soprattutto non lasciò mai più la pellicola, quella stessa pellicola che sembra aver avuto lo stesso suo periodo di vita. Curioso infatti notare che il periodo di maggior splendore della fotografia analogica coincide con l’arco di vita di Berengo, dalla sua nascita ad oggi anche se lui iniziò a fotografare nel 1954.
Quello che accadde a quest’uomo a cavallo degli anni 70-80 credo sia stato qualcosa per lui traumatico che somiglia molto a quello che succede oggi a molti della mia età, a quei cinquantenni fotografi che si formarono a suon di pellicole prima di abbracciare il digitale.
Cosa successe a Berengo ? come dicevo già negli anni 70 la fotografia divenne un fenomeno di massa, il boom economico e il proliferare di reflex a basso costo di marchi pur sempre prestigiosi come nikon, canon e pentax, fecero si che schiere sempre più numerose di fotografi si affacciassero sul mercato. Questo fatto al povero Berengo che fino ad allora aveva fatto parte di una ristrettissima cerchia di “amici”, gli dovette apparire come un vero e proprio imbastardimento della nobilissima arte della fotografia, ne prese atto ma continuò per la sua strada. Erano diventati tanti i fotografi, in molti pure bravi, altri sempre più banali ma si trattava pur sempre di persone che usavano la stessa pellicola che usava lui seppur più “libertini”. Una persona come lui cosi abituata ad osservare per ore prima di pigiare il bottone della sua Leica non avrà visto di buon occhio tutta quella gente col “cheese” sempre pronto che produceva montagne di foto insignificanti, foto mute e senza anima.
Eccoci arrivati ai nostri giorni, uno come lui può apparirci di certo come un dinosauro del mesozoico, un fossile vivente che ha attraversato un secolo con poche ma inossidabili certezze, uno che fa paura quando ti dice che non sappiamo più se una foto è vera o taroccata, che oggi è il tempo del grande “dubbio”. Senza parlare della valenza di un reale scopo della fotografia attuale.
Cosa potevamo aspettarci in quella sala ad Atri da Berengo ? da uno che per la seconda volta ha vissuto un trauma di abbrutimento della fotografia e del suo processo lento ma inesorabile di metamorfosi verso una banalissima “immagine” ? Che i social e i selfie dei nostri giorni siano il siero che hanno trasformato il dottor Jekill in mister Hyde credo non ci siano più dubbi ma probabilmente nelle parole predittorie fredde e dirette del Maestro di quella piovosa mattina di giugno c’era anche la triste consapevolezza che l’antidoto non lo avremmo trovato MAI.
Da questa esperienza e non solo, mi è spesso ritornato in mente più impetuoso che mai il vero interrogativo che per molto tempo mi privò del sonno, qual’è il senso del fotografare? Lo spingersi e rincorrersi tra fotografi, riesce a far dimenticare loro lo scopo ultimo del loro lavoro, della “mission” sociale a cui sono chiamati di rispondere. A una fotografia esteriore ed estetizzante, fedele sacerdotessa della bellezza a tutti i costi, ad una banalizzazione progressiva scontata e melensa, al ritrovato gusto per l’orrido, è pensabile ai giorni nostri contrapporre delle ragioni nobili nel fotografare ? Sensibilità e intelligenza da sole non bastano a ritrovare noi stessi, serve una nuova consapevolezza del nostro vivere, una percezione differente dell’atto fotografico, che possa mutare e mutarsi in un attimo di reale utilità sociale. Chi credeva di essere arrivato può accorgersi oggi di essere appena partito.


 

mercoledì 22 novembre 2017

Frasi fatte, strafalcioni, insulti: così (male) parlano i politici per apparire ‘uno di voi’. “Di Maio, Renzi, Salvini? Figli di B” Frasi fatte, strafalcioni, insulti: così (male) parlano i politici per apparire ‘uno di voi’. “Di Maio, Renzi, Salvini? Figli di B”




Un vocabolario sempre più ristretto, discorsi fatti in parole davvero povere, con molte frasi fatte, motti alla moda, sfondoni, parolacce, formulette trite non da salotto ma da tinello tv. Un italiano grossolano, banale, elementare, quasi infantile che moltiplica parole vuote ma all’occorrenza anche gli strafalcioni. La crisi della politica sta dentro la crisi della sua lingua che cambia. Male. Di più: di male in peggio. Berlusconi, colui che come al solito tutto comprende, è stato solo l’inizio, ma in realtà alla fine è l’alfa e l’omega del nuovo idioma. Una noncuranza nei confronti delle regole delle scuole elementari, ma anche nei confronti dell’aderenza alla realtà e del senso delle proporzioni: è così che anche la grammatica è diventata populista, è così che dal politichese si è passati al politicoso. L’analisi è da disperarsi una volta di più e la mette nero su bianco il linguista Giuseppe Antonelli, in Volgare eloquenza (Collana Tempi nuovi di Laterza, 144 pagine, 14 euro). Un saggio essenziale, nel senso che toglie il superfluo: con una forma leggera, scorrevole, ironica, Antonelli dà un colpo secco al tavolo stile saloon dei western per scoprire le carte della lingua dei politici della Terza Repubblica. Carte che, nonostante i bluff, non sono esattamente quattro assi.
Il titolo del libro ribalta quello di un’opera (De vulgari eloquentia) con cui Dante certificava che ormai il volgare era “pronto” per sostituire il latino nell’uso corrente perché era “popolare”. Ora, spiega Antonelli, questo concetto è stato gualcito, fino ad uscirne accartocciato: “Oggi l’eloquenza di molti politici può essere definita volgare proprio a partire dall’uso distorto che fa della parola e del concetto di popolo”. Non più popolare, quindi. Semmai “nel momento stesso in cui si mitizza il popolo sovrano, lo si tratta in realtà come un popolo bue”. Ci si rivolge al popolo lisciandolo ma parlandogli come a un bambino abbassando sempre di più il livello. Con parole terra-terra, da poppante (vaffanculo, vergogna, basta, tutti a casa): “E’ uno schifo”, “è infame”, “siamo stufi” dice il leader della Lega Nord Matteo Salvini quasi ogni giorno quasi su ogni argomento, dalle pensioni alla difesa dell’olio pugliese. O viceversa con espressioni così universali da assomigliare alla pace nel mondo auspicata dalle concorrenti di Miss Italia (andiamo avanti!, verso il futuro, un futuro meraviglioso, pieno di sfide, sfide che vinceremo, ché siamo tantissimi). “Si può fare di più e meglio, facciamolo insieme – ha detto Matteo Renzi durante la direzione del Pd di dieci giorni fa – L’Italia ha bisogno di una comunità politica che abbia al centro il futuro dei figli”.
Dall’incomprensibile a quelli che parlano come (o mentre) mangiano - Così, il Paese si ritrova a pezzi anche davanti al vocabolario. I burocrati e i magistrati portano avanti la loro dittatura di chi scrive in modo incomprensibile, scambiandolo per aulico, convinti di farlo bene. Da legislatori i politici usano una lingua rigonfia e oscura, come fu per la riforma della Costituzione poi bocciata. Mentre da comunicatori, infine, gli stessi politici usano “un linguaggio elementare, fatto di battute e parole effimere“, parole che, “rimbalzate all’infinito, stanno paralizzando la politica”. Altro che mondo nuovo, dunque, altro che sol dell’avvenire, altro che piramide rovesciata, altro che post-politica: quella della classe politica è piuttosto una “veterolingua: rozza, semplicistica, aggressiva” che punta su emozioni, istinti, impulsi. L’obiettivo è uno: dare uno specchio all’elettore. Così “parlano come mangiano”, anche se a volte sembra che parlino e mangino nello stesso momento. “Dal ‘Votami perché parlo meglio (e dunque ne so di più) di te’ si è passati al ‘Votami perché parlo (male) come te’” chiude Antonelli.
Razzi, Salvini e Di Maio - Tutto è perdonato, su tutto si passa sopra, perché l’elettore si sente a casa. Mentre tutti si sentono intelligenti a canzonare il senatore Antonio Razzi – che vabbè, è Razzi – nessuno si scandalizza se il segretario della Lega Nord dice che “migrante” è un gerundio e “Nord” un avverbio. O se il vicepresidente della Camera dei Cinquestelle dice di avere alter ego in altri Paesi, quando nel frattempo ha un problema conclamato con il congiuntivo con il quale centrò il record con la triplice riscrittura di un tweet (per la cronaca erano sbagliati tutt’e tre). Il leader del Partito democratico fatica a finire un discorso senza un termine calcistico o una frase fatta (“Chi sbaglia, deve andare a casa” ha detto della Nazionale di calcio), quello del M5s senza una parolaccia o un insulto.
Una comoda verità - Ma il resto degli italiani non è meglio. Né peggio: secondo Tullio De Mauro – il teorico della lingua come democrazia – 8 su 10 hanno difficoltà a utilizzare quello che ricavano da un testo scritto, 7 su 10 hanno difficoltà abbastanza gravi nella comprensione, i 5 milioni di italiani hanno completa incapacità di lettura. Si chiamano analfabeti. Una volta a De Mauro hanno chiesto qual è la percentuale di italiani che capiscono discorsi politici o come funziona la politica. “Certamente inferiore al 30 per cento”, rispose lui. E chi “non possiede strumenti linguistici adeguati rimane un individuo a cittadinanza limitata” chiarisce Antonelli. De Mauro, d’altra parte, abbottonava l’analfabetismo di ritorno con i “molti spinti a votare più con la pancia che con la testa”. E tutto questo alla politica fa un gran comodo: “La valutazione di questi gruppi dirigenti – diceva sempre De Mauro – è che uno sviluppo adeguato dell’istruzione mette in crisi la loro stessa persistenza in posizioni di potere“. “Il falso in bilancio è tornato reato penale” scrivono i deputati del Pd orgogliosissimi in un tazebao digitale che fanno girare su Twitter e nessuno ha detto loro che un reato non penale non esiste.
I politici parlano come te (la “congiuntivite” vuol dire fiducia) - Così il circolo è viziosissimo. Da una parte tutto è perdonato perché non c’è capacità di sanzione per chi non ha strumenti. Dall’altra la deformazione della lingua della politica c’entra soprattutto con la psicologia, spiega Antonelli. Sbagliare un congiuntivo o parlare di un fatto storico scambiando il Venezuela per il Cile, usare metafore sciatte come derby, corner, catenaccio, zona Cesarini o parole da reality show o ancora buttare qua e là un po’ di turpiloquio “hanno la funzione di simulare schiettezza, sincerità, onestà“. Lo specchio: gli psicologi lo chiamano mirroring, rispecchiamento, cioè il ricalco. “L’imitazione – spiega Antonelli – crea empatia: copiare i gesti e gli atteggiamenti di una persona è un’ottima tecnica per guadagnare la sua fiducia. Per piacergli e dunque per convincerlo più facilmente“. L’analfabetismo, ha detto più volte De Mauro, è un instrumentum regni, cioè “un mezzo eccellente per attrarre e sedurre molte persone con corbellerie e mistificazioni. La conclusione è che questo fenomeno “nel migliore dei casi congela l’esistente; nel peggiore (quello che stiamo vivendo) innesca una corsa al ribasso” perché “alimenta il narcisismo dei destinatari, i quali – lusingati – preferiscono riflettersi che riflettere”. Non lo fanno solo Berlusconi, Salvini, Renzi o i grillini. Lo fa anche la sinistra, è successo per esempio con Nichi Vendola che – analizza Antonelli – mescolava paroloni e espressioni da comitato centrale (nella misura in cui) in modo da mettere in moto – con quello stile rococò – un “rispecchiamento di nicchia“, magari con il precariato intellettuale o il mondo della scuola.
Tutti i figli di Berlusconi - Ma dallo scivolamento verso lo sprofondo non si salva nessuno dei principali leader politici, nonostante tutti abbiamo promesso di incarnare il “nuovo” contro il “vecchio”. Renzi e i Cinquestelle, per come parlano, sono tutti figli dell’arcinemico, l’odiatissimo. E’ Berlusconi – il generalistissimo, lo chiama Antonelli – che in Italia ha completato prima di tutti l’adesione totale del linguaggio politico a quello televisivo e pubblicitario, lui che se ne intendeva, quando dall’altra parte c’era la noia della politica vestita come gli impiegati del catasto (Occhetto nel primo duello tv con Berlusconi, 1994). L’unica differenza, semmai, tra il linguaggio di allora e quello di oggi, secondo Antonelli, sta nell’insieme delle parole da scegliere: Berlusconi si riferiva al sogno di un futuro migliore, ma quel sogno non si è mai realizzato e la speranza si è trasformata in rabbia, se non in invidia sociale.
I social: condivisione dall’alto più che partecipazione dal basso - Un processo che ha messo l’acceleratore a paletta prima con i talk-show a ogni ora del giorno e di più con i social network che da sinonimo di partecipazione dal basso sono già ridotti a strumenti di condivisione di un messaggio dall’alto (la parola più frequente sulla bacheca di Beppe Grillo, secondo uno studio recente pubblicato da ilfatto.it, è “diffondete”). “Il linguaggio non-politico (anti-politico) dei Cinquestelle è figlio proprio di Berlusconi e della rivoluzione linguistica che ha segnato la cosiddetta seconda Repubblica” dice Antonelli. L’esito di un’involuzione, aggiunge il linguista, che ha trascinato la lingua dei politici “da una lingua artificialmente alta a una lingua altrettanto artificialmente bassa”. Sempre più giù. Fino alla continua ricerca della battuta fino alle barzellette di Berlusconi, fino all’estremo, fino all’insulto e alla volgarità gratuita. Prima lo sfottò era facoltà del giullare di corte, poi è finito scritto a penna sotto gli slogan dei manifesti (“La Dc ha vent’anni”, ed è già così puttana), ora tutto è ribaltato: il Vaffanculo day è l’anniversario della fondazione di un movimento.
Dai pensieri ai simboli (leggere o guardare le figure) - Così ci si ritrova ad ascoltare l’offerta politica “un linguaggio elementare, refrattario al ragionamento, che al logos preferisce i loghi. Un linguaggio infantile, che – rinunciando a interpretare la complessità del mondo – la semplifica in una serie di disegnini stilizzati”. Renzi dice di voler abbattere le ideologie, ma passa all’ideografia, cioè al pensiero dell’immagine. “Tutta la sua comunicazione è improntata a questa retorica ideografica, che procede accostando simboli diversi”. Nei suoi libri, ricorda Antonelli, cita Clint Eastwood, Josè Mourinho, Steve Jobs, Pierluigi Collina, usa termini calcistici, giochi di parole di grana grossa (il consunto “voti/veti” che dirà cento volte all’anno). “Renzi parla velocemente, correttamente, senza perdere mai il filo – scriveva Claudio Giunta in Essere #matteorenzi – Usa male le parole che tutti quanti oggi usano male”. L’altro giorno non ha risparmiato un commento dell’eliminazione dell’Italia dai Mondiali: “Il calcio in Italia è un’emozione fantastica“, “Non partecipare al Mondiale di Russia è una sberla enorme“, “Ripartiamo dai volontari dei settori giovanili e da chi crede nella magia di questo sport”. Il punto, sottolinea Antonelli, è “che parli o che scriva, Renzi non spiega: racconta”. Altro che partito della Nazione, “è il partito della narrazione”. La soluzione ci sarebbe, per tutti, secondo Antonelli: spostare il concetto di chiarezza dalla forma al contenuto: “Smettere di usare le parole senza le cose“. Prima il cosa e poi il come, prima l’analisi della realtà (tutta) e poi il modo giusto per dirla. “Significa abbandonare l’idea che la politica debba limitarsi a ripetere la vox populi“.
Specchio, servo delle mie brame - Dal politichese al politicoso, appunto. Visto che -oso indica abbondanza di qualcosa, ecco che politicoso è “un linguaggio elementare, fatto di battute e parole effimere“, “fatto di favole per adulti che affascinano chi si lascia affabulare”. E forse anche con il rischio dell’autoaffabulazione. Specchio, servo delle mie brame, chi è la più bella del reame? e quello le rispondeva che era lei, ma non era vero. La politica delle tifoserie – quella di questi anni – corre lo stesso pericolo: gli elettori di ciascuna area dicono al proprio leader che non c’è nessuno bello come lui, onesto come lui, convincente come lui, ganzo come lui. E così i leader – ma anche quelli un po’ meno leader – si sentono in diritto di parlare “a nome del popolo”: “Siamo noi il popolo sovrano e ne usciremo più forti che mai” gridava alla manifestazione anti-Rosatellum la deputata M5s Roberta Lombardi che tuttavia al momento è solo candidata alla presidenza della Regione Lazio. Piace così tanto intestarsi l’opinione del popolo che spesso – come fece Salvini nel 2015 insieme a CasaPound che ora aborre – i partiti organizzano le loro manifestazioni a piazza del Popolo. Che però, come si è spesso divertito a ricordare proprio De Mauro, è riferito alla chiesa vicina, è tradotto dal latino e soprattutto vuol dire pioppo. Da avere la maggioranza al Senato ad andare per boschi, insomma, per qualcuno può essere cosa di un attimo.


 

martedì 21 novembre 2017

Valencia 19 novembre 2017: in questa città ho concluso la mia quindicesima maratona.


Valencia 19 novembre 2017: in questa città ho concluso la mia quindicesima maratona. Dopo quattro anni di infortuni e problemi di ogni genere, domenica mattina ho nuovamente vissuto l'emozione della partenza in un fiume di gente che parte entusiasta verso una meta lontana. In una gelida mattina, riscaldata dagli abbracci di Franco, siamo partiti in un misto di tensione e gioia. Accecata da un fascio di luce ho visto Franco avviarsi più velocemente di me e scomparire tra la folla.
Si corre una maratona per tanti motivi diversi. Ognuno ha la sua personale motivazione, i propri obiettivi, il proprio risultato. Si corre per mettersi alla prova, per misurarsi con l'aria, la fatica, il tempo, il corpo. Si corre perché correre è vivere e, come durante la vita si affrontano prove difficili, così nella corsa si attraversano tante fasi: gioia ed entusiasmo, dolore fisico e mentale, sconforto e forza miracolosamente ritrovata.
Durante una maratona si fanno tanti incontri, proprio come nella vita. Ci si sostiene a vicenda, ci si chiama per nome. Volti che appaiono e scompaiono, gambe doloranti e affaticate davanti a te, piedi incerti sul terreno della nostra esistenza, idiomi e accenti diversi, sguardi e voci che ti aiutano ad andare avanti.
Città viva e accogliente Valencia, pronta a sostenerti durante la crisi per farti ritrovare una forza che pensavi di non avere più, perché senti solo dolore, fatica e nient'altro. Gente capace di inondarti d'affetto e calore così che i muscoli possano riprendere a funzionare, gli arti riscoprire il loro ruolo ed il tuo corpo rispondere ancora una volta.
Si corre per tanti motivi.... Nel 2009 a Praga ho corso per mio fratello Tony ed ancora adesso corro le maratone che lui non può più fare. Oggi corro per la mia Anastasia, per Marco, per Silvia e per Sara. Corro per questi giovani sperduti in un mondo che parla una lingua incomprensibile, corro perché riescano a trovare la propria strada.
Raggiungere un traguardo è importante, perché non bisogna mai arrendersi ed il coraggio e la forza d'animo devono sostenerci fino alla fine. Concludere una maratona è una conquista, comunque sia andata, perché durante la corsa della vita si è dato il massimo e questa certezza deve accompagnarci sempre.

Lucia Lo Bianco

 

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