La Quarta Dimensione Scritti

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che raccoglie i testi completi dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (se disponibili).

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mercoledì 23 maggio 2018

Il saccheggio di Milano del Ligresti beatificato


E’ morto a 86 anni, quasi in sordina o, per chi di questa dipartita si è occupato, indicato come un benefattore (Corriere 16.5) Salvatore Ligresti uno dei grandi protagonisti del sacco edilizio di Milano.
Negli anni Ottanta, quelli della ‘Milano da bere’ socialista, avevo preso l’abitudine, quando il lavoro stressante di inviato e insieme editorialista dell’Europeo me lo permetteva, di inforcare la bici, che a quel tempo quasi nessuno usava, ed evitando il più possibile il pericoloso traffico di Milano (la bici allora non era considerata), me ne andavo nella zona degli ippodromi che era rimasta intatta anche per una battaglia dei comitati di zona cui avevo partecipato sul Giorno e che avevamo alla fine vinto perché si era ritenuto che se non gli uomini almeno i cavalli avevano il diritto di respirare. Un pomeriggio vidi che sui terreni dell’antica scuderia De Montel erano stati costruiti, quasi da un giorno all’altro, sei edifici cilindrici, rosa, di sei piani ciascuno, del tutto incongrui, assurdi, in quel contesto quasi di campagna. Il caso volle che poco tempo dopo mi trovassi a colloquio, per un’intervista, con Carlo Tognoli, il sindaco di Milano. Gli dissi di quegli orrori. ‘Tognolino’ abbassò gli occhi, poi rispose: “Vuol dire che il piano regolatore lo consente”. Sì, peccato che il piano fosse stato cambiato ad uso del costruttore siciliano Salvatore Ligresti, con un trucchetto semplice semplice che raccontai, insieme ad altre truffe dello stesso genere, nel 1987 in un’inchiesta sull’Europeo diretto, da poco più di un anno, dal giovane Lanfranco Vaccari. Il titolo dell’inchiesta era ‘I misteri di Ligresti’ e il sottotitolo chilometrico: “Da un paesino siciliano alla conquista della metropoli lombarda. Le scorribande edilizie e le varianti ai piani regolatori. I rapporti privilegiati con l’Amministrazione di Milano e le segreterie dei partiti. I legami con Ursini e Virgillito. L’ingresso nel mondo della finanza. Il rapimento della moglie. L’ombra della mafia. Ecco come una fortuna di cemento comincia a incrinarsi”.
Il ‘sistema Ligresti’ era una variante di Tangentopoli. Il ‘trio di viale Helvetia’ o ‘la banda di viale Helvetia’ come veniva chiamata nell’ambiente dal nome della via dove c’erano gli uffici, era composto da Achille Cutrera, avvocato amministrativista, parlamentare socialista, Salvatore Ligresti, ingegnere e costruttore e Andrea Brenta, un altro costruttore. Molti proprietari di terreni vincolati a verde o a edilizia popolare si rivolgevano a Cutrera perché li aiutasse a svincolarli. Cutrera diceva: “Lei è un privato, non può farcela. Qui ci vuole un costruttore. Le consiglierei due nomi, quelli di Ligresti e Brenta”. Intanto Ligresti, che era ammanicato con gli uffici amministrativi del Comune, i cui funzionari erano socialisti, otteneva l’assicurazione che al terreno sarebbe stato tolto il vincolo una volta che fosse stato suo. Poi andava dal proprietario e gli diceva: “Quanto vale il suo terreno? Uno? Bene, io glielo compro a tre”. Il proprietario, tutto contento, vendeva. Peccato che in quel momento il suo terreno valeva dieci volte tanto. L’inchiesta fece molto rumore. Cutrera mi querelò. E questo è nella norma. Ma Cutrera era anche un importante consulente della Fiat, proprietaria della Rizzoli proprietaria dell’Europeo e chiese all’amministratore delegato, Giorgio Fattori, il mio licenziamento immediato. Fattori lo chiese al mio direttore Lanfranco Vaccari. Vaccari era in una posizione molto fragile, era diventato da poco direttore del giornale portandomi con sé come editorialista, inviato e ‘consigliori’ (aveva sette anni meno di me e in un’altra stagione dell’Europeo, quella dei primi anni Settanta, quando il settimanale era diretto da Tomaso Giglio, lo avevo preso sotto la mia ala, gli avevo fatto, per dirla con Flaubert, un po’ di ‘educazione sentimentale’). Lanfranco mi chiese se avevo delle buone pezze d’appoggio. Risposi di sì ma lo premonii che non sarebbe stata una cosa semplice. Lanfranco ebbe il coraggio di resistere.
Il processo, che fu lungo, si presentava particolarmente difficile per me. Le mie ‘fonti’, gli architetti, gli urbanisti che mi avevano dato le ‘dritte’ sui metodi della ‘banda di viale Helvetia’, si rifiutavano di testimoniare. Anche i proprietari truffati erano reticenti. Un po’ perché qualche guadagno lo avevano pur ottenuto e molto perché temevano il potere socialista che allora a Milano era fortissimo. Mi salvò, insieme alla preziosa collaborazione di un consigliere comunale di Democrazia Proletaria, Basilio Rizzo, che mi diede accesso a documenti riservati, una vedova di Lugano. Era la moglie di un certo Brambilla che possedeva un enorme terreno, vincolato, in piazzale Maciachini e dintorni. Più volte aveva chiesto lo svincolo al Comune, offrendo in cambio la costruzione, a sue spese, di tutte le infrastrutture, scuole, giardini, strade. Ma la risposta era sempre stata la stessa: niet. Quando si era fatto vivo Ligresti gli aveva ceduto il terreno. Poi si era ritirato a vivere in Svizzera, a Lugano. Un pomeriggio passando in macchina per quello che una volta era stato il suo terreno, dove a lui non era stato concesso di mettere nemmeno un Bed and Breakfast, vide che stavano costruendo a manetta, senza vincolo alcuno. ‘IMPRESA LIGRESTI’ era scritto a caratteri cubitali. Gli venne un tale malestro che si ammalò di tumore e nel giro di due anni morì. La vedova, che aveva il dente avvelenato, mi fornì tutti gli elementi necessari per documentare la truffa. E quel caso, inequivocabile, fu il pilastro che avvalorava tutto ciò che avevo scritto sul ‘sistema Ligresti’. Fui assolto con formula piena nei primi anni Novanta quando il potere socialista si stava sgretolando sotto i colpi di maglio di Mani Pulite.
Ma denunciare negli anni Ottanta il malaffare del potere socialista, quando era al suo apice, era tutt’altro che facile, tant’è che quasi nessuno lo aveva fatto. Lo riconobbe qualche anno dopo il magistrato Livia Pomodoro, presidente del Tribunale dei minorenni di Milano, nell’intervento in un serissimo libro di documentazione scientifica sul ‘sistema degli appalti’: “Da segnalare, in particolare, le denunce di una illegalità diffusa nelle pubbliche amministrazioni di Milano e della Lombardia da parte del consigliere comunale Riccardo De Corato, e del giornalista Massimo Fini relativamente alla corruzione della classe politica… Solo successivamente quando sono andate affermandosi le istanze di cambiamento della politica italiana il sostegno dei partiti e dei media all’iniziativa della magistratura contro la corruzione politico-amministrativa è diventato rilevante”. Non erano poi tanti allora, prima di Mani Pulite, i giornalisti che denunciavano, documentandola, la corruzione politica, amministrativa e imprenditoriale. Solo dopo il ’92, come nota Livia Pomodoro, divennero legione e tutti antemarcia. Salvo innestare rapidamente la retromarcia quando, con l’avvento di Berlusconi, il clima cambiò di nuovo, i magistrati divennero i veri colpevoli, i ladri le vittime e spesso giudici dei loro giudici.
Quasi inutile aggiungere che Basilio, un ragazzo di un’onestà cristallina, non farà carriera in politica, mentre Salvatore Ligresti, condannato in via definitiva nel 1997, continuerà ad essere tranquillamente un ‘re del malaffare’ sino all’arresto nel 2013 per falso in bilancio, per finire poi, oggi, quasi beatificato. 



domenica 20 maggio 2018

Come stimolare le endorfine in modo naturale per stare meglio?




Bighellonando nel web, obbligato a restare in casa, talvolta si trovano scritti interessanti, delle originalità particolari, delle generiche stramberie e anche altre cose indefinibili, leggere e divertenti - ancorchè camuffate in vesti seriose - che in qualche modo suscitano rinfrancanti momenti di ilarità.
Al riguardo Marta Albè, nell'articolo indicato nel titolo pubblicato su Greenme.it ebbe a scrivere che “Sorridere è un toccasana per la salute e per l’umore. Aiuta il nostro corpo a rilasciare endorfine, non costa nulla e ci fa sentire subito meglio. I benefici di un sorriso sono davvero numerosi. Sorridere riduce lo stress e il rischio di ictus, aumenta la fiducia in se stessi e negli altri e ci permette di fare una pausa per poi ripartire ancora più concentrati con le nostre attività quotidiane".
Navigando senza una particolare meta o obiettivo nel web, quindi, può capitare di trovare portali/siti originali che propongono letture inusuali che in breve approccio catturano e inducono al sorriso.
Con questo spirito vi ripropongo quanto ho casualmente trovato riguardo ad un termine molto diffuso e da tanti di noi frequentemente utilizzato/pensato per stigmatizzare personaggi che ci ruotano intorno o che incontriamo occasionalmente per puro caso; termine vagiegabile nelle sue diverse accezioni, sia positive che non.
Riporto il testo in questione.
Il figlio di puttana propriamente detto è un essere umano nato da madre nota e da padre ignoto, o anche da un'unica madre e da innumerevoli padri. Ma questa è solo l'intepretazione in senso strettamente tecnico. Nella vita quotidiana, infatti, l'espressione trova un largo uso che si estende a diversi aspetti della vita, motivo per cui chiunque può essere un potenziale figlio di puttana. 
Nella lingua italiana si fa risalire la provenienza di questa espressione all'Antica Roma in cui quando si voleva offendere qualcuno lo si additava con l'appellativo di Filii meretricis.
Nella Letteratura antica compaiono figli di puttana anche nell'Iliade e nell'Odissea: il più figlio di puttana di tutti era sicuramente Achille, seguito da Ulisse.
Dante Alighieri, nella sua Commedia, poneva i figli di puttana nel'ottavo girone infernale, e per la legge del contrappasso erano contemporaneamente presi in giro da esattori delle tasse e sodomizzati da Minotauri.
Si stima che in una giornata nascano circa 7 figli di puttana ogni 10 nati, con una tendenza all'aumento. Tale crescita demografica dei figli di puttana si ritiene essere esponenziale, in quanto ogni 15 anni si crea una nuova generazione di figli dei figli di puttana.
Si prevede che in un futuro la popolazione terrestre sarà composta esclusivamente da figli di puttana.
Non esiste solo il figlio di puttana, ma anche la figlia di puttana, anche se in generale è più rara per motivi ancora ignoti.
Questa infatti assume spesso le caratteristiche della madre, occupandosi della proliferazione della specie.
Solitamente un solo figlio riceve dal padre tutti i geni da figlio di puttana. Gli altri figli riceveranno solo una parte di questo patrimonio genetico o addirittura i geni da coglione. Questo permette al figlio di puttana di primeggiare tra i fratelli e dunque di mantenere intatto ed anzi di rafforzare il suo corredo genetico. Durante la vita può comunque accadere che il figlio di puttana incontri un figlio di puttana più grande e più grosso ma quasi mai si arriva allo scontro, se non per motivi molto importanti. In questo caso vale semplicemente la legge del più figlio di puttana.
Il primo a usare questo termine fu un tale Abele che lo disse al fratello Caino dopo essere stato ferito mortalmente da quest'ultimo per una questione di 7 capre. Si noti come in questo primo caso il termine abbia avuto un'accezione piuttosto ristretta, in quanto la madre di entrambi aveva "tecnicamente" a disposizione soltanto 3 esemplari umani, un rettile e due divinità. 
Questo genere di insulto è considerato un complimento se fatto a un soggetto già stronzo per conto proprio.” (fonte: nonciclopedia.wikia.com)

 © Essec

sabato 19 maggio 2018

Io banca compro debito, tu Stato chiudi un occhio


Il trend è evidente: le banche italiane continuano a vendere titoli del nostro debito e la Bce continua a comprarli. Gli istituto di credito nostrani hanno infatti ceduto titoli di Stato domestici in quantità record nell’ultimo trimestre dello scorso anno, pari a 40 miliardi di euro. Perché si sta verificando questa migrazione? 
La settimana scorsa abbiamo affrontato il tema riguardante l’indice NSFR (Net Stable Funding Ratio) che dal 2018 dovrebbe rappresentare un “indicatore” della liquidità (e quindi solidità) del sistema delle banche e della intrinseca capacità di reagire a eventi traumatici, su un orizzonte di tempo limitato (un anno). Ma, come abbiamo dimostrato, si tratta di una spia “truccata” alla fonte. Ma perché Basilea ha voluto edulcorare questo indicatore? Perché consentire alle banche di “annacquare” – o se preferite “edulcorare” – l’indice con quella parte di somme che hanno una scadenza minore ai 12 mesi? Semplice: perché le banche private hanno nei loro portafogli decine di miliardi di titoli di Stato. Gli istituti di credito privati sono da sempre i primi che vanno in soccorso e incontro allo Stato per finanziare il debito pubblico. Se gli organi di vigilanza non “aggiustassero” in quel modo la normativa del Nsfr, le banche potrebbero, per esempio, per mettersi “in regola” con la questione delle scadenze, sbarazzarsi, come sta avvenendo, di tutti i titoli di Stato (soprattutto Btp a tre o cinque anni, che non rendono praticamente nulla), e sostituirli con altri titoli, più a breve termine. E questo, all’Autorità europea centrale, non conviene. Ecco perché poi “aggiustano” le normative a vantaggio delle banche. 
Il dramma dell’Europa è il finanziamento del debito pubblico, che oggi possono e devono fare soltanto le banche. Perché i risparmiatori il debito pubblico non se lo “comprano” più (solo il 6%). E tra poco più di un anno (quando l’indice NSFR sarà a pieno regime) anche la Bce smetterà di acquistare i nostri BTp. Cosa succederà a quel punto? Servirà trovare nuovi acquirenti e i sostituti saranno di nuovo le banche e le assicurazioni italiane. E allora la relazione incestuosa proseguirà, con le conseguenze che sappiamo. 
Quella tra le banche private e lo Stato è davvero una relazione pericolosa. Con il finanziamento del debito pubblico sappiamo infatti che le banche forniscono una “stampella” allo Stato. Così facendo, i governi finanziano il proprio debito – anche se non gratuitamente, certo – e le banche, acquistando titoli a “rischio zero”, raggiungono gli obiettivi di solidità patrimoniale richiesti dalla vigilanza. 
All’inizio della crisi, nel 2011, quando gli indicatori macro-economici si sono fatti tutti negativi, le banche italiane avevano nelle loro casse 240 miliardi di euro in Btp e in altri titoli di Stato, diventati 340 miliardi alla fine del 2017. Un mare di soldi, dunque. Come mai così tanta generosa “accoglienza” delle banche nei confronti dello Stato? Il mio dubbio è che, lungi dall’essere paladine di una causa sociale o morale, le banche siano più prosaicamente interessate, per convenienza e per opportunismo, a tenere una poltrona riservata nel salotto buono delle lobby. Patti chiari, amicizia lunga: la banca compra i titoli di Stato e in cambio lo Stato, cioè anche Bce, Banca d’Italia, Consob e commissioni parlamentari varie, non rompe le scatole sugli affari meno nobili, chiamiamoli così, dell’istituto. 
Ad ogni modo un’alternativa , come acquirente dei titoli di Stato, ci sarebbe: le banche d’affari straniere.

Vincenzo Imperatore (Il Fatto Quotidiano, 19 maggio 2018)


mercoledì 16 maggio 2018

Reddito di cittadinanza, un libro per parlarne sul serio


Lo confesso: sul reddito di cittadinanza ho cambiato idea. Sono sempre stato scettico sull’ipotesi di un sussidio universale per tutti i bisognosi, soprattutto in un Paese dove i furbi godono già di mille vantaggi, l’evasione è un fenomeno di massa, i controlli sono costosi e poco efficaci, le disuguaglianze lampanti e la burocrazia così poco efficiente da rendere irrealistica la prospettiva di pagare ogni mese una somma a milioni di italiani che rispettano alcuni requisiti da verificare periodicamente.
Non mi ha mai convinto anche perché da strumento che dovrebbe garantire protezione e sicurezza rischia con grande facilità di diventare una gabbia, nonostante la buona fede dei proponenti: chi si abitua a ricevere dallo Stato un reddito per il solo fatto di essere cittadino può perdere ogni incentivo a cercare un altro lavoro o a tornare a studiare per sviluppare nuove competenze. In Italia abbiamo sempre avuto dei sussidi nati con le migliori intenzioni – come le pensioni di invalidità e gli assegni di accompagnamento che costano 16 miliardi di euro ogni anno – che sono poi spesso degenerati in strumenti di mero assistenzialismo, soprattutto nel Mezzogiorno. 
Il Movimento 5 Stelle ha avuto il grande merito di imporre la questione nel dibattito pubblico, ma le sue proposte – che esamineremo nel dettaglio nel libro Reddito di cittadinanza che esce venerdì 18 per le edizioni Paper First del Fatto Quotidiano – sono sempre state così incerte nelle coperture finanziarie da sembrare non realizzabili, sempre circondate dal sospetto di essere soltanto la promessa di distribuire soldi a pioggia. Eppure ho cambiato idea sul reddito di cittadinanza. Per tre ragioni.
La prima: la crisi iniziata nel 2008, ormai un decennio fa, ha colpito in modo molto diseguale. Le persone più fragili, si è visto in questi anni, sono anche quelle meno protette da un sistema di welfare categoriale e diseguale, che continua a tutelare molto più i lavoratori dipendenti che gli autonomi, i pensionati rispetto ai pensionandi troppo vecchi per lavorare e troppo giovani per andare in pensione, gli anziani a scapito dei giovani, gli uomini molto più che le donne. Ci sono così tante nuove forme di povertà, improvvise e persistenti, che è impossibile immaginare ammortizzatori sociali e sussidi tali da coprire tutte le storie individuali, tutti i percorsi professionali o umani. Meglio uno strumento universale, generalizzato, semplice, prevedibile nelle modalità di accesso e nell’importo a cui si ha diritto. Almeno riduciamo l’incertezza sul futuro che rende ancora più insopportabile un presente già difficile. 
La seconda ragione che mi ha fatto cambiare idea: la velocità del cambiamento tecnologico. Tutti noi siamo circondati da persone che se perdessero il lavoro che svolgono da una vita o anche solo da pochi anni non ne troverebbero mai uno simile, per tutele o stipendio. Le guardiamo con compassione e timore ma fatichiamo spesso a riconoscere che anche i nostri lavori sono a rischio. Robot e algoritmi distruggeranno prima i lavori pesanti, poi quelli ripetitivi a basso valore aggiunto e infine quelli intellettuali. Non sparirà tutto, certo. I migliori ce la faranno sempre. Ma la qualità di una democrazia si misura dalle tutele e dalle possibilità che offre ai mediocri, ai senza talento, a chi è nato nella famiglia sbagliata, senza libri in casa, a chi sa che la “meritocrazia” premia sempre un altro, lasciando lui senza nulla. In questa crisi permanente che ci attende – che porterà tante opportunità ai pochi all’avanguardia, ma con alti prezzi sociali da pagare per i molti rimasti indietro – una rete di protezione quasi serve a tutti. O meglio, a tutti quelli che non hanno risparmi e competenze sufficienti per salvarsi da soli. 
La terza ragione che mi ha fatto rivalutare il reddito di cittadinanza è la decisione del governo Renzi di assegnare 80 euro mensili a lavoratori dipendenti che guadagnano più di 8.174 euro all’anno ma meno di 26.600. Si è molto discusso dell’efficacia di questa misura, se sia riuscita o meno a stimolare i consumi. Ma un dato è certo: è stata fatta. Un gigantesco intervento di redistribuzione della ricchezza che vale 10 miliardi all’anno, ogni anno dal 2014 in avanti (è una misura “strutturale”). Quindi si possono fare interventi ambiziosi, con cifre consistenti. Quella misura è andata alla parte bassa del ceto medio, ma non agli ultimi. Gli “incapienti”, quelli che non guadagnano abbastanza neanche da pagare le tasse, non hanno visto un euro. Idem gli autonomi, che con le loro fragili partite Iva avrebbero avuto bisogno di un aiuto assai più di chi ha contratti stabili. Ed è stata una misura iniqua, abbiamo sussidiato le mogli casalinghe di ricchi avvocati o banchieri ma non le madri single costrette a lavorare in nero. Gli 80 euro non considerano il reddito familiare ma quello del singolo individuo e neppure la sua situazione patrimoniale complessiva. Con la stessa cifra sarebbe stato – ed è tuttora – possibile sradicare la povertà assoluta in Italia, sottrarre all’indigenza chi è davvero in fondo alla scala sociale.
La lezione di quella scelta portata avanti con tanta determinazione dal governo Renzi è che aiutare chi è in difficoltà è possibile. È stato scelto, invece, di dare i soldi a chi era più incline a votare il partito responsabile dell’intervento. Quindi, quando qualcuno dice che è impossibile trovare i miliardi necessari per il reddito di cittadinanza, sta mentendo. È una scelta politica. In Italia, come vedremo, uno strumento molto simile al reddito di cittadinanza esiste già. Si chiama REI, Reddito di Inclusione, costruito durante il governo Renzi e reso operativo dal governo Gentiloni, a partire da gennaio 2018. Ora si tratta di farlo funzionare e di aumentarne la dotazione finanziaria. Non si può dare da un giorno all’altro un sussidio di 780 euro al mese a 10 milioni di italiani, come forse pensano alcuni di quelli che hanno votato Movimento 5 Stelle e come denunciano tutti i critici per sostenere che, quindi, nulla è possibile. Invece non solo è fattibile, ma anche auspicabile che la lotta alla povertà, ora finalmente in cima all’agenda politica, diventi la priorità nelle scelte di politica economica. Con un graduale ma deciso aumento delle risorse e un monitoraggio costante di come vengono spese, raggiungere l’obiettivo di cambiare la vita alle persone in povertà assoluta è realizzabile nel giro di qualche anno. 
Nel libro Reddito di cittadinanza, che trovate in edicola e in libreria o in-book, è organizzato così: partiamo con la storia di un’idea, quella che si possa distribuire un reddito a tutti cancellando la povertà, un’idea che ha avuto molti nobili avvocati e, di recente, viene presa molto sul serio in tutto il mondo. Poi vediamo chi ci ha provato, dall’Alaska alla Finlandia, per capire quali sono stati i risultati e quanto la realtà sia simile e quanto diversa dall’idea originale. Arriviamo così all’Italia. In due capitoli seguiamo la strana evoluzione delle politiche contro la povertà nel nostro Paese che hanno la peculiare caratteristica di escludere quasi la metà dei più poveri che ne avrebbero bisogno. Poi passiamo all’evoluzione più recente, durante il decennio della Grande Crisi, con il tentativo di arrivare anche nel nostro Paese a un sussidio universale. E infine esaminiamo la proposta del Movimento 5 Stelle, come funziona, quanto costa e se (e come) è realizzabile. 
Di reddito di cittadinanza si è parlato molto in questi anni. Lo scopo di questo libro non è fare propaganda a favore o contro, bensì offrire a tutti numeri e argomenti perché questo dibattito prosegua nel modo più informato possibile.

Stefano Feltri (Il Fatto Quotidiano, 15 maggio 2018)


venerdì 11 maggio 2018

Se la libertà è partecipazione, la partecipazione non è sempre segno di libertà.



Talvolta partecipare a qualcosa corrisponde a esigenze personali dettate da tante motivazioni, impegnative o ludiche che siano.
In funzione di ciò si fanno abbonamenti alle stagioni teatrali, ai concerti, ci s’iscrive a circoli ed associazioni, vuoi per necessità culturali o semplicemente per riconoscersi in un ruolo di appartenenza.
Di regola, in genere, le problematiche di convivenza si evidenziano attraverso la frequentazione poiché, per capire un contesto e cogliere appieno le caratteristiche della realtà che si frequenta e degli individui che, a vario titolo vi gravitano, occorre qualche tempo .
Costante particolare poi nelle associazioni è il senso di comunanza dei soci fondatori che, motivati in origine da intenti più o meno nobili, magari per distinguersi negli obiettivi o solo per renderli più facilmente accessibili, azzerando invalicabili ostacoli o eccellenze (tipica nella circostanza la favola de "La volpe e l'uva"), avviano con entusiasmo nuove iniziative.
Con il passare del tempo però le persone che si succedono - con variegate tipologie di uscite e ingressi – sollecitano variazioni negli equilibri e cambiamenti negli indirizzi degli scopi sociali originari; ciò inevitabilmente produce instabilità e induce a gelosie.
In fondo sono quelle eterne regole di vita che si manifestano e che cambiano continuamente le peculiarità degli esseri umani; un conto quindi è teorizzare, altra cosa è provare a mettere in discussione abitudini e usanze ormai consolidate.
In ogni realtà c’è chi non è mai favorevole a cambiamenti, chi ha un senso spiccato della proprietà, chi vuole affermarsi per nascondere problematiche intime, chi nasce prima donna e non può fare a meno di distinguersi, chi è egoista per natura, chi è generoso ed è disposto ad apprendere e donare, chi ricerca sempre qualcosa che rinnovi l’interesse e vuole migliorare, chi democraticamente sa riconoscere in altri i meriti e le competenze, chi continua a ostentare ossessivamente vecchie medaglie scolorite, chi non ha alcun interesse a riconoscimenti effimeri e osa ……….. insomma, c’è di tutto e di più.
Costante è quindi e permane il dubbio che in ciascuno di noi ad un certo momento affiora, non appena si constatano invalicabili rigidità e illogici rifiuti; la questione resta sempre la stessa …….. ed emerge l’eterna domanda …….. ma perché devo perdere tempo in fumose ed inutili chiacchere che neanche m’interessano; ovvero che ci azzecco io in questa “beata” compagnia? 
“La libertà è partecipazione”, cantava nel 1972 Giorgio Gaber………… Dopo oltre quarant’anni quel canto risuona ancora profetico e anticipatore, poiché se la libertà è partecipazione, la partecipazione non è sempre segno di libertà. (frase estrapolata da un articolo dell’arch. Eugenio Lombardi postato nel novembre 2015). 
Buona luce a tutti.

© Essec


Salvini & Berlusconi. Se Giuda è costretto a tradire per compiere le scritture



Un popolo che nella sua storia ha vissuto le stagioni delle convergenze parallele, dei governi balneari, della non sfiducia, non può certo essere colto di sprovvista da una coalizione – il centrodestra –  che sopravvive nonostante la sfiducia del partner partner. Eppure, abituarsi all’illogicità delle vicende politiche non è una impresa facile, e forse è meglio così. Ciò che è irrazionale, inconcepibile, contraddittorio ci tiene svegli giorno e notte, s’insedia nei nostri pensieri e ci induce a riflettere sulle cose del mondo.
Matteo Salvini dice di avere ricevuto un sostanziale lasciapassare da Silvio Berlusconi ed ha così potuto sedersi al tavolo della trattativa con Luigi Di Maio per formare il governo Lega-M5S. Salvini ha pure ringraziato il leader di Forza Italia per la sua generosità, il cosiddetto passo di lato a lungo invocato. Ha anche aggiunto che il centrodestra rimane unito e saldo, niente è cambiato.
Silvio Berlusconi prende atto della svolta e annuncia che Forza Italia non darà la fiducia al governo. Altro che generosità. L’equazione è nei fatti: non dando al nuovo governo la fiducia, non la dà alla Lega di Matteo Salvini, partner della sua coalizione.
Renato Brunetta, che è velenosissimo, interrogato dai giornalisti sulla materia, ha ricordato tutte le volte in cui la Lega (Nord) ha sfiduciato i governi sostenuti da Forza Italia, con l’intenzione di suscitare un’attenzione “attiva” sulla coalizione di centrodestra che, nei fatti, non esiste e non è mai esistita nei momenti clou.
La verità è che c’è un abisso generazionale, e su questo Grillo ha ragione, fra Salvini e il Cavaliere, ed una cosa è avere Umberto Bossi ad Arcore, magari a cena, ed un’altra Matteo Salvini a Palazzo Grazioli.
Proviamo ad immaginare che cosa accadrebbe nella vita normale ciò che si è verificato nelle ultime ore a proposito della formazione del governo. Immaginiamo di essere abbandonati al nostro destino da un socio in affari, risoluto e desideroso di far carriera. Immaginiamo che il nuovo partner del socio abbia imposto l’abbandono, ponendo un veto sulla nostra partecipazione. Immaginiamo che il carrierista ci ringrazi  per la nostra generosa tolleranza nonostante il nostro dissenso e il nostro “no” alla società che si sta per costituire, dalla quale siamo esclusi. Immaginiamo infine di raccontare agli amici comuni l’antico sodalizio sia rimasto in piedi. Chi ci crederebbe?
Non sarebbe solo illogico, la storia susciterebbe incredulità, un sorriso di compatimento e magari qualche riflessione, detta con le labbra stratte, del tipo: a chi volete prendere in giro?
Ma la politica queste regole di vita non le osserva. Se le convergenze possono correre su binari diversi all’infinito, perché mai l’amico, tradito, non può sentirsi legato, più e meglio di prima, al “traditore”?
Però Giuda, secondo una tesi, avrebbe ricevuto il compito più ingrato: tradire Cristo perché si compissero le scritture, il Signore fosse Crocifisso e risorgesse dopo tre giorni. Insomma, Salvini potrebbe stare sacrificandosi per preparare la resurrezione di Silvio Berlusconi.
Vi piace come idea?

Salvatore Parlagreco (Siciliainformazioni, 10 maggio 2018)


giovedì 10 maggio 2018

Le larghe fraintese


Una sola cosa, nel caos generale, è certa: oggi avremo i dettagli del governo targato 5Stelle-Lega, oppure di quello “neutro” e “di servizio” targato Mattarella. E dunque sapremo se le elezioni sono vicine o lontane. Intanto già sappiamo che, comunque vada, sarà un pastrocchio. Perché da che mondo e mondo, persino nel Paese più bizantino dell’Occidente, i governi devono avere una maggioranza (o una minoranza, se destinati alla sfiducia o alla non sfiducia) chiara. E tutto si può dire sia del governo Di Maio-Salvini, sia del governo Mattarella, fuorché nascano all’insegna chiarezza. Il governo “neutro” altro non è che un ministero tecnico alla Monti, benedetto dal Quirinale e chiamato a scelte squisitamente politiche (Iva, svuotacarceri, intercettazioni, nomine Rai e Cdp…). Con la differenza, rispetto a Monti, che questo partirebbe già morto perché l’unico partito disposto a votarlo è il Pd, quello che giurava opposizione a tutto e tutti. Il governo 5Stelle-Lega, salvo chiarimenti dell’ultima ora, rischia di essere ancor più oscuro, perché poggia le fondamenta su un equivoco grosso come una casa: il ruolo di Berlusconi, delinquente naturale, pregiudicato ineleggibile e interdetto.
Finora Di Maio aveva condizionato l’accordo con la Lega alla rottura del centrodestra, “coalizione finta”, cioè al divorzio tra Salvini e l’imbarazzante alleato. “Salvini scelga fra restaurazione e rivoluzione”, aveva detto, spiegando che “con Berlusconi non si potrà mai cambiare nulla”. Perfetto. Senonché ieri il Caimano, sfoggiando il suo ultimo travestimento, ha fatto sapere che Salvini può fare il governo con i 5Stelle – che lui considera peggio di Hitler e manderebbe tutti a lavare i cessi di Mediaset – senza rompere la coalizione di centrodestra. Deciderà poi lui, dopo aver visto il premier e i ministri, cosa farà FI: se darà l’appoggio esterno astenendosi (“astensione critica”, anzi “benevola”: ahahahah) o non partecipando al voto, o addirittura voterà contro il governo dell’alleato e passerà all’opposizione (finta, visto che la coalizione resterebbe intatta con Salvini leader). Una pagliacciata mai vista neppure in Italia. Tipo quei bei matrimoni dove il marito autorizza la moglie a mettergli le corna, e magari si diverte pure a guardare da dietro la porta. E questa sarebbe solo la parte visibile dell’accordo. Poi, come sempre quando c’è di mezzo B., c’è quella invisibile. Che è ancora peggio: oscena, nel vero senso della parola (fuori scena). Per scoprirla basta porsi una domanda: perché oggi B. autorizza Salvini a fare ciò che per oltre due mesi gli ha furiosamente proibito?
Delle due l’una. O solo perché ha paura del voto. O anche perché ha ottenuto quelle “garanzie” che ha sempre preteso dai governi non suoi per non scatenare la guerra termonucleare: favori a Mediaset e nessuna norma contro le quattro ragioni sociali della sua banda (corruzione, evasione fiscale, mafia e conflitto d’interessi). E chi può avergliele date? Ovviamente Salvini che, con Di Maio, tratta per conto di tutto il centrodestra. E qui casca l’asino con tutta la foglia di fico: trattare con Salvini-e-basta è un conto, trattare con Salvini che tratta anche per conto di B. è tutt’altro. Un governo M5S-Lega-e-basta, oltre alle tante controindicazioni (dalla xenofobia di Salvini&C. al passato ignobile di un partito appiattito da 18 anni sugli affari di B. alle proposte demenziali tipo flat tax), almeno un vantaggio ce l’avrebbe: l’estraneità del Carroccio salviniano (l’inciucione Giorgetti è già tutt’altra cosa) a molte delle mille lobby che bloccano l’Italia e che han sempre trovato protezione all’ombra di Pd&FI. Ma proprio qui sta il punto: Salvini ha le mani libere o no? L’ultima giravolta di B. fa sospettare di no. E un governo che nasce sul non detto è destinato a non fare. In ogni caso, se nascerà, lo capiremo subito. Dal nome del premier, e soprattutto da quelli dei ministri della Giustizia e delle Telecomunicazioni. E dal testo del “contratto” fra i due alleati: se recepirà le storiche battaglie del M5S contro i conflitti d’interessi, le concentrazioni televisive e pubblicitarie, la corruzione, la prescrizione e le mafie, e anche l’ottimo proposito annunciato da Salvini in campagna elettorale di “mandare in galera gli evasori”, sapremo che B. è davvero fuori gioco e ha subìto il governo M5S-Lega per il terrore del voto, senza contropartite.
Se invece avrà ministri forzisti travestiti da leghisti o da tecnici “di area”, più posti in prima fila nel nuovo Cda Rai e nel nuovo Csm, oltre alle commissioni di garanzia che gli spetterebbero come (finto) oppositore (Vigilanza Rai? Antimafia?), e se le leggi contro ogni malaffare che attendiamo invano da 25 anni sparissero dai radar, vorrà dire che B. non è affatto “esterno”: è più che mai interno, tipo cetriolo. Ma c’è anche una terza ipotesi: che Salvini e B. siano d’accordo a menare il can per l’aia, facendo partire il governo e poi rinviando alle calende greche le scelte scomode (per B.), contando sull’istinto di sopravvivenza dei parlamentari e rendendo vieppiù impopolare una rottura. La cui colpa ricadrebbe sul M5S gabbato. Per la gioia del Pd renziano, che infatti ieri sprizzava gaudio da tutti i pori per un governo che lo lascerebbe solo all’opposizione a lucrare sugli auspicati litigi e pasticci di un governo tanto eterogeneo. Al momento, con tutte queste ambiguità, il governo M5S-Lega conviene a Lega, B. e Pd, ma non al M5S e – quel che più conta – neppure agli italiani. Starà all’abilità di Di Maio rinunciare a ruoli ministeriali e guidare il gruppo parlamentare per stanare Salvini, incalzare il governo sul contratto e staccargli la spina al primo cenno di tradimento o di logoramento. Peggio delle larghe intese ci sono soltanto le larghe fraintese.



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