La Quarta Dimensione Scritti

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che raccoglie i testi completi dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (se disponibili).

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sabato 14 aprile 2018

Voce del verbo delinquere



Tutto immaginavamo nella vita, fuorché di dover spiegare proprio a Niccolò Ghedini il nostro titolo di ieri: “Il Delinquente umilia Salvini, insulta i 5Stelle e spera nel Pd”. Nessuno meglio dell’onorevole avvocato di Silvio Berlusconi dovrebbe sapere che il suo cliente è un delinquente. Sia perché, se non lo fosse, non avrebbe così spesso bisogno di lui: come legale e come legislatore. Sia perché almeno Ghedini le sentenze sull’illustre assistito dovrebbe averle lette e capite. È dunque con sommo stupore che leggiamo il suo annuncio di querela perché “i toni e i contenuti della critica politica possono essere più aspri e severi che non nella normale dialettica, ma il titolo e l’articolo della prima pagina del Fatto Quotidiano travalicano qualsiasi limite giuridico e deontologico, sconfinando nella più evidente contumelia e appaiono davvero inaccettabili. Ovviamente saranno esperite immediatamente tutte le azioni giudiziarie del caso”. Mentre lui esperisce, io faccio ammenda: il titolo di ieri era gravemente lacunoso, per motivi di spazio. La giusta definizione di B. è infatti delinquente naturale, o meglio: dotato di una “naturale capacità a delinquere”. Non è una “critica politica”: è un passaggio della sentenza emessa il 26.10.2012 dal Tribunale di Milano nel processo sulle frodi fiscali per 368 milioni di dollari perpetrate per anni da B. facendo acquistare da Mediaset diritti cinematografici dalle major Usa a prezzi gonfiati tramite sue società offshore. 
Sentenza che condannò il Caimano a 4 anni di reclusione per le frodi (7,3 milioni di euro) sopravvissute alla prescrizione, da lui stesso dimezzata – a processo in corso – con la legge ex Cirielli. Sentenza confermata identica dalla Corte d’appello nel 2013 e dalla Cassazione nel 2014, con conseguente espulsione dal Senato in base alla legge Severino e affidamento ai servizi sociali per scontare la pena extra-indulto in una casa di riposo per (incolpevoli) anziani. I giudici di primo grado definiscono B. “dominus di un preciso progetto di evasione esplicato in un arco temporale ampio e con modalità sofisticate” e aggiungono che “non si può ignorare la produzione di un’immensa disponibilità economica all’estero ai danni dello Stato e di Mediaset che ha consentito la concorrenza sleale ai danni delle altre società del settore”. La Corte d’appello ribadisce “la prova, orale e documentale, che Berlusconi abbia direttamente gestito la fase iniziale per così dire del gruppo B (sistema di società offshore) e quindi dell’enorme evasione fiscale realizzata”.
E continuò a delinquere anche dopo l’ingresso in politica nel ’94 e dopo il generoso via libera della Consob (centrosinistra) nel ’96 alla quotazione in Borsa di una società infognata nei fondi neri e nei bilanci falsi: “Almeno fino al 1998 vi erano state le riunioni per decidere le strategie del gruppo, riunioni con il proprietario Silvio Berlusconi”, “nonostante i ruoli pubblici assunti” dal leader di Forza Italia. Dunque “era riferibile a Berlusconi l’ideazione, la creazione e lo sviluppo del sistema che consentiva la disponibilità di denaro separato da Fininvest ed occulto, al fine di mantenere ed alimentare illecitamente disponibilità patrimoniali estere presso conti correnti intestati a società che erano a loro volta amministrate da fiduciari di Berlusconi”. Il delinquente naturale aveva creato quella gigantesca truffa allo Stato e alla stessa Mediaset “per il duplice fine di realizzare un’imponente evasione fiscale e di consentire la fuoriuscita di denaro dal patrimonio di Fininvest e Mediaset a beneficio di Berlusconi”. La Cassazione spiega come Berlusconi, “ideatore e beneficiario del meccanismo del giro dei diritti… continuava a produrre effetti (illeciti) di riduzione fiscale per le aziende a lui facenti capo in vario modo”, “la perdurante lievitazione dei costi di Mediaset ai fini di evasione fiscale” e l’arricchimento illecito di B. che “continuava a godere della ricaduta economica del sistema praticato” con enormi “disponibilità patrimoniali estere”.
Tralasciamo, per carità di patria, le decine di altre sentenze che definiscono il Delinquente anche corruttore prescritto di senatori della Repubblica e di testimoni, finanziatore occulto e prescritto di leader politici, capo di aziende corruttrici della Guardia di Finanza, “privato corruttore” prescritto di magistrati romani, finanziatore per almeno 18 anni di Cosa Nostra con cui aveva stretto un patto d’acciaio fin dal 1974, falso testimone amnistiato e falsificatore di bilanci prescritto o impunito grazie a “riforme” fatte da lui stesso. Quelle sentenze almeno Ghedini dovrebbe conoscerle bene: un po’ perché molte sono frutto di leggi ad personam votate e/o volute anche da lui; un po’ perché l’onorevole avvocato le ha impugnate in appello e in Cassazione per ottenere assoluzioni nel merito, ed è stato quasi sempre respinto con perdite. Però almeno una parola della dichiarazione ghediniana di ieri coglie nel segno: là dove usa l’aggettivo “inaccettabili”. Per lui sono inaccettabili il titolo del Fatto e il mio articolo. Per noi, e per molti italiani (a giudicare dalle ultime elezioni, direi la stragrande maggioranza), è inaccettabile che un Delinquente Naturale conclamato venga ricevuto al Quirinale, rimanga leader di un partito, sia consultato da quasi tutti i partiti politici per il nuovo governo e si permetta (anche perché gli vengono permesse) sceneggiate come quella dell’altroieri nel luogo più solenne della democrazia italiana: la Presidenza della Repubblica. Nei Paesi che – per usare un’espressione a lui cara – “conoscono l’Abc della democrazia”, i delinquenti naturali non vanno al Quirinale. Vanno in galera.


giovedì 12 aprile 2018

Non ci provate: il caso Lula non c'entra niente con B.



Quello di Luiz Inacio Lula, il popolarissimo ex Presidente socialista del Brasile ora in carcere per un’accusa di corruzione tutta da provare e probabilmente, con ciò, impedito a partecipare alle prossime elezioni presidenziali brasiliane, non è un caso giudiziario, è un caso politico (come non è un caso giudiziario ma politico quello del Presidente indipendentista catalano Puigdemont costretto a riparare all’estero per cercare di sfuggire a un mandato di arresto del governo di Madrid). E’ l’ennesimo tentativo, di ispirazione americana, già riuscito con Dilma Rousseff, di spazzar via una volta per tutte la rivoluzione ‘chavista’ dal Sudamerica. Di quella rivoluzione sopravvivono Evo Morales in Bolivia e, per ora, Nicolàs Maduro in Venezuela. Diciamo per ora perché col Venezuela è in atto il consueto giochetto: prima si stringe il paese in una morsa economica, poi si fomentano rivolte popolari e si enfatizzano le repressioni del governo dando loro grande risalto sulla stampa internazionale anche se sono lontanissime da quelle del nostro alleato Nato, la Turchia, o da quelle di un nostro altro alleato, anche se non sta nella Nato, il generale tagliagole egiziano Abd al-Fattah al-Sisi. Con la Serbia di Slobodan Milosevic che era rimasto l’ultimo Paese socialista in Europa, il giochetto fu solo un poco diverso: prima si armò l’indipendentismo albanese-kosovaro e poi si decise che fra le ragioni di questo indipendentismo e quelle della Serbia a mantenere l’integrità del proprio territorio esistevano solo le prime. E ci furono i 72 giorni di bombardamenti su una grande e colta Capitale europea come Belgrado. Il socialismo non ha diritto di esistere nel mondo globalizzato. E non parliamo del comunismo, vedi Corea del Nord. Solo le Democrazie hanno diritto di esistere e se gli avversari sono di natura diversa da quella socialista si va ancor più per le spicce: li si elimina ‘manu militari’ come è avvenuto in Afghanistan (2001), in Somalia (2006/2007), in Libia (2011). Il prossimo sarà il Venezuela di Maduro.
Ma torniamo a Lula. La sinistra italiana, svegliatasi per un attimo dal suo decennale torpore, si è schierata a favore di Lula con un documento firmato da alcuni dei suoi più importanti esponenti, da Prodi a D’Alema alla Camusso a Bersani, a Epifani. Nello stesso senso si era espresso pochi giorni fa, proprio sul Fatto, un ritrovato Fausto Bertinotti. Fa piacere che la sinistra italiana, come chiedeva Nanni Moretti, ricominci a dire, se non a fare, cose di sinistra.
Naturalmente non poteva mancare, in Italia, il tentativo di equiparare il caso Lula con quello di Silvio Berlusconi: l’eliminazione dell’avversario politico per via giudiziaria. Ci ha pensato per primo Paolo Mieli con un lungo editoriale sul Corriere della Sera (10.4). A parer mio i due casi, quello di Lula e quello di Berlusconi, non sono paragonabili. Berlusconi non è un sospettato, è stato condannato in via definitiva da un tribunale della Repubblica e definito “delinquente naturale”. Si è salvato da accuse molto più gravi di una pur grave evasione fiscale (corruzione di magistrati, di testimoni, compravendita , con denaro, di parlamentari) grazie a nove prescrizioni e a leggi ad personam emanate quando era presidente del Consiglio. E’ stato degradato da quel Parlamento di cui tutti, a cominciare da Paolo Mieli, ci enfatizzano la centralità in una democrazia. Ma nell’articolo di Mieli c’è pure un sottotesto: quello di delegittimare definitivamente anche le inchieste di Mani Pulite che sono state l’ultimo tentativo di richiamare anche la classe dirigente del nostro Paese a rispondere a quelle leggi che noi tutti siamo tenuti a rispettare. Tentativo fallito. Ora ci riprovano i Cinque Stelle. Ma tutti noi abbiamo assistito e assistiamo al fuoco di portata contro questo Movimento che ha come suo valore fondante il ripristino della legalità.
Secondo Mieli i princìpi sono princìpi e non possono essere scalfiti. Anche per noi e lo abbiamo scritto mille volte. Peccato che questi princìpi non solo non sono stati semplicemente scalfiti ma sfondati, in Italia, per altrettali mille volte. Basta pensare a tutte le leggi liberticide, antidemocratiche, totalitarie di cui è zeppo il nostro Codice penale. E se guardiamo allo scenario internazionale vediamo che nel 1992 tutte le democrazie occidentali, compresa la nostra, hanno appoggiato il colpo di Stato contro il Fis che aveva vinto le prime elezioni libere in Algeria e più recentemente hanno appoggiato, anzi esaltato, l’ancor più grave colpo di Stato di Al Sisi contro i Fratelli Musulmani che avevano vinto le prime elezioni libere in Egitto. La democrazia vale quindi solo quando vinciamo noi o i nostri ‘amici’. E anche l’inviolabilità dei princìpi. E’ anche per questo che Paolo Mieli e tutti i Mieli che popolano il nostro Paese non hanno, ai nostri occhi, alcuna credibilità. Sia quando parlano di Lula, sia quando parlano dell’eterna vittima Silvio Berlusconi.



mercoledì 11 aprile 2018

Le fake news in un mondo visto alla rovescia e il ‘68



Alcune volte la politica innovativa si nutre di fantasie, altre volte appare soltanto bizzarra.
Per un momento, in un’azione coordinata, l’ex “Presidentessa” della Camera e l’allora “Ministra” della Pubblica Istruzione italiana ebbero l’idea di avviare una campagna contro le fake news incentrata principalmente sui giovani.
L’operazione si prefiggeva di educare genitori e nonni dal basso; ovvero attraverso “azioni verità” i ragazzi in età scolastica avrebbero dovuto inventare strumenti per svelare, a parenti conviventi più maturi, insidie e falsità artatamente promosse nell’informazione e in particolare nel web.
L’idea invertiva sostanzialmente la cultura da sempre consolidata, incentrata sulla saggezza degli anziani che, con le esperienze di vita vissuta hanno, da che è nato il mondo, cercato di trasmettere alle nuove generazioni gli insegnamenti di vita.
Nel caso nessuna delle due promotrici ebbe a riflettere però sul fatto che, allo scopo di limitare e ridurre l’efficacia delle notizie “fake”, magari sarebbe stato meglio o convenuto di più concentrarsi sui programmi educativi volto a preservare intanto i giovani, con una riforma dell’ordinamento scolastico vigente; se del caso recuperando anche aspetti dismessi della vecchia “Riforma Gentile”.
Più che fornire decaloghi a studenti “in formazione” sarebbe potuto tornare più utile magari stimolare e  incentivare intanto le classi docenti. Riformando anche programmi non più in linea con i tempi ovvero informatizzando al meglio possibili metodi d’insegnamento. Chissà?
In verità il progetto delle due “strateghe” non ebbe ad avere fortuna, non ultimo per i seri dubbi sul fatto che giovani potessero realmente riuscire ad “educare” genitori e nonni; vuoi per la poca duttilità dei vecchi e anche per il sempre più crescente  livello di incomunicabilità generazionale.
Magari era stato di certo buono l’intento originario volto alla “trasparenza” ma a ben pensarci chi di loro due aveva fino ad allora affrontato politicamente  le “fake vere” attuate da “fake women” e “fake man” che abbondavano nella società reale e che ci amministrano nell’ombra in una politica intrisa di tanti privilegi per loro, negati ai più?
L’operazione, in effetti, appariva più come una estrema resa nei confronti degli “utilizzatori finali” di un “web democratico” - divenuto ormai, senza regole, anarchico e incontrollabile - più che una efficace e lucida iniziativa volta a rimuovere a monte i molestatori e i tanti faccendieri.
Del resto il compito sarebbe stato pure improbo se si considera che anche l’acclamato Francesco oggi resta limitato nei viaggi "apostolici", a proclamare condivisibili sermoni di propaganda che non intaccano però minimamente nè la società contemporanea nè la sua casa, abbandonando ogni velleità di riforma di una “chiesa” traballante e corrotta.
La verità è sempre una, la stessa e sempre si ripete.
I giovani osservano e se a noi sembrano distratti è perché non curiamo un dialogo, è perché loro non si riconoscono nel mondo che noi ci siamo costruiti, è perché non vi trovano spazi, anche per la pochezza/carenza di quegli stessi ideali che la nostra generazione ha maldestramente pure tradito.

© Essec


Prendere a pugni un professore è meno faticoso che educare i propri figli



Palermo, Istituto Abba-Alighieri, un professore viene aggredito dal padre di un’alunna perché colpevole (secondo il racconto della ragazzina) di aver “alzato le mani” contro di lei. Il professore finisce al pronto soccorso e la ragazzina ritratta tutto, sostenendo di aver subito solo dei rimproveri.
Torino, Istituto Russel-Moro,un insegnante punisce un alunno per un ritardo mandandolo in biblioteca e il genitore organizza una “spedizione punitiva” e con altri due parenti si presenta a scuola e picchia il professore colpendolo con un pugno alla mandibola.
Avola, Istituto Comprensivo Elio Vittorini, stavolta gli aggressori dell’insegnante sono entrambi i genitori che decidono di “punire” il professore con calci e pugni davanti a una classe di dodicenni per aver rimproverato, a loro dire, in maniera troppo “aggressiva” il loro figlio.
Credetemi, potrei continuare per un bel pezzo con questo vergognoso elenco, perché i casi di aggressione da parte di genitori “contrariati” nei confronti degli insegnanti sono veramente tanti.
Puntualmente mi torna alla mente la mia adolescenza, i colloqui coi genitori e il terrore che avevo di mio padre quando tornava a casa dopo aver parlato coi professori. Mi bastava guardarlo un secondo per capire com’era andata la chiacchierata e per quanto pregassi tutti i santi del paradiso (allora pregavo, sì), mai una volta mio padre si schierava dalla mia parte. Mai.
Forse il suo era un modo un po’ estremo di trattare la questione Francesca-scuola, ma vi assicuro che nel 99% dei casi, la colpa era davvero mia. Ero abbastanza scaltra e mi bastava poco per apprendere, solo che studiavo poco e qualche volta (più di qualche) preferivo una bella gita al mare con le amiche piuttosto che cinque ore di lezione. Ma il punto è che per mio padre l’insegnante era depositario della verità assoluta, una figura di fondamentale importanza nella società e perciò degna del massimo rispetto.
Ora, va da sé che non sempre i professori sono depositari della verità assoluta e che quelli che fanno ancora con passione il loro lavoro sono pochi, ma per mio padre – come per tutti i genitori della sua generazione – la figura dell’insegnante (insieme a quella del prete e del medico) era sacra. Pensare che, dopo un colloquio col professore di matematica che raccontava a mio padre l’ennesima mia figuraccia alla lavagna, lui decidesse di difendere la mia totale incompetenza in fatto di numeri sferrandogli un bel destro sul naso, era qualcosa che non apparteneva nemmeno ai miei pensieri più reconditi. E se solo mi azzardavo a parlar male di un professore, a insultarlo davanti a lui, le botte le prendevo io! Esagerato? Forse, ma quando ci penso non posso fare a meno di chiedermi dove sia finito quel rispetto.
Poi mi viene in mente il parco giochi e il papà che sghignazza se il figlio fa il bulletto con gli altri bambini o la mamma che suggerisce alla bimba di occupare in fretta l’altalena prima che lo facciano altri bambini e di non scendere sennò “ti rubano il posto”. Mi viene in mente una bella tavolata di un ristorante in cui gli adulti ridono e scherzano tra loro, mentre i figli scorrazzano come invasati per il locale disturbando gli altri tavoli e se qualcuno prova a rimproverarli la mamma lascia la sua allegra compagnia per puntualizzare stizzita che i figli “sono bambini e che i bambini devono giocare”. Mi viene in mente un video assurdo trovato on line, in cui qualcuno filma un viaggio di otto ore dalla Germania a New York, durante il quale un bimbo di tre anni urla ininterrottamente, rendendo il volo insopportabile a tutti i passeggeri.
Ecco dov’è finito quel rispetto. Nel cesso. Nella folle convinzione che giustificare i figli significhi comprenderli, si è passati da un estremo all’altro. Oggi si preferisce parteggiare per i figli a prescindere da tutto, senza nemmeno tentare di chiarire le cose e di capire realmente ciò che è accaduto e perché. Questo dà al genitore l’illusione di essere vicino al proprio figlio, di comprenderne i reali bisogni, scagionandolo anche quando meriterebbe una bella ed esemplare punizione.
La famosa frase “se cadi e ti sporchi ti dó il resto!” è ormai obsoleta, perché oggi “se cadi e ti sporchi è colpa di quel cretino che ha asfaltato male la strada. Chissà a che pensava mentre lavorava!”. Eccesso di protezione? Affatto. Semmai il contrario. Sono vittime di un’epoca frenetica, individualistica e competitiva nella quale ai genitori costa meno fatica assecondarli, piuttosto che occuparsi attivamente di loro. Capita poi che qualcuno, magari un professore, cerchi di rimediare a questa mala educazione assumendosi la responsabilità di correggere e rieducare i ragazzi al rispetto delle regole, evidenziando così il fallimento della figura genitoriale. Fallimento che ovviamente il genitore non può ammettere, a se stesso ma soprattutto agli altri, perciò reagisce, nei casi più estremi, ricorrendo alla violenza.
Che tipo di insegnamento potranno trarre degli adolescenti che vedono il proprio genitore picchiare selvaggiamente il loro professore? Sicuramente che tutto è concesso, che il rispetto per gli altri è un’opzione che si può anche non prendere in considerazione, se questo danneggia i propri interessi, che se ti dicono che sei un asino in geometria e che sei maleducato è colpa del professore stronzo che ti odia e quindi una bella lezione la merita lui. Papà dice che è giusto così.

Francesca Petretto (Il Fatto Quotidiano, 11 aprile 2018

 

martedì 10 aprile 2018

“Ibis, redibis non morieris in bello”



Se si ricerca nel web: “frase celebre della sibilla cumana”, viene fuori in Wikipedia.org che la frase latina “ibis, redibis non morieris in bello” è il responso dato dalla Sibilla ad un soldato andato a consultarla e, come tutti i responsi oracolari, è volutamente ambigua ("sibillina", appunto), offrendo una duplice interpretazione, a seconda di come si vuole usare la punteggiatura.
Se, infatti, si pone una virgola prima di "non" (ibis, redibis, non morieris in bello), il significato del responso è "andrai, ritornerai e non morirai in guerra", e prefigura un esito positivo della missione. Se, invece, la virgola è spostata dopo la negazione (ibis, redibis non, morieris in bello), il senso è sovvertito nel suo contrario: "andrai, non ritornerai e morirai in guerra".
Nel caso si tratta di articolazioni interpretative correlate a forme raffinate di scrittura.
In argomento si osserva invece come scritti di taluni critici contemporanei – o presunti tali - sempre più spesso appaiono assolutamente incomprensibili nei costrutti e ambigui nei loro messaggi, che neanche ricordano lontanamente il metodo sibillino; e ciò a prescindere da ogni possibile forma di punteggiatura.
Sono, infatti, sempre più frequenti coloro che, magari chiamati ad esporre in un proprio editoriale periodico in specifiche rubriche, con i loro articoli non riescono a risultare immediati nel comunicare e di facile comprensione.
Tant’è che il più delle volte viene da chiedersi se, piuttosto che continuare a scrivere tante parole per non dire niente, non sarebbe più felice per loro riporre la penna e cedere il passo a chi è in grado di trasmettere veri messaggi o di proporre idee ai lettori.
Nel leggere la vuotezza contenutistica di certi articoli sembra che taluni “critici” abbiano come intento primario solo quello di autocelebrarsi e, magari ricorrendo a citazioni forzate, risultano intenti a parlare a se stessi, senza però comprendere di ritrovarsi soli.
Occorrerebbe che chi di dovere quantomeno si assumesse l’onere di dir loro che non basta apporre una firma per certificare contenuti. Destinando ad altri i pochi spazi editoriali disponibili aumenterebbero le possibilità di conoscere nuovi autori e, chissà, magari di favorire la nascita di altre scuole di pensiero.
Secondo voi, nel caso, sarebbe chiedere troppo?

© Essec


domenica 8 aprile 2018

Nino Di Matteo: “Patto Berlusconi-mafia per 18 anni”. Standing-ovation di Di Maio e Bonafede. Poi il piano giustizia



L’applauso quando Nino Di Matteo parla della “compenetrazione tra mafia e potere” in Italia, a Ivrea, davanti alla platea dei 5 stelle, fa più rumore del solito. “Cito le sentenze, è stato stipulato un patto con Cosa nostra, intermediato da Marcello dell’Utri, che è stato mantenuto dal 1974 fino al 1992 dall’allora imprenditore Silvio Berlusconi”. In prima fila batte le mani il Capo politico M5s Luigi Di Maio, al suo fianco Alfonso Bonafede, ministro designato alla Giustizia in un ipotetico governo a 5 stelle. Quando finisce di parlare c’è la standing-ovation del pubblico di Sum02#, l’evento organizzato dall’associazione Gianroberto Casaleggio. Non finisce più. La frase su Berlusconi, il sostituto procuratore nazionale antimafia, l’ha detta simile anche pochi giorni in Campidoglio, ma questa volta il segnale è importante: nel bel mezzo delle trattative per la formazione del governo, i 5 stelle riuniti per parlare di “futuro” ribadiscono la loro distanza dall’ex Cavaliere e leader di Forza Italia. E non solo. Perché il magistrato Nino Di Matteo va avanti e attacca con la sua proposta per riformare la giustizia in Italia. “Serve una riforma copernicana delle norme per la prescrizione”, dice. E qui Di Maio e Bonafede alzano le mani in alto e applaudono per farsi vedere da tutta la platea. “Li avete visti?”, dicono dalla folla rivolti ai giornalisti. Il magistrato va oltre e, mentre legge a braccio i suoi appunti, elenca gli interventi secondo lui necessari per ridare credibilità alla giustizia in Italia. Tra cui: “l’ampliamento dell’uso delle intercettazioni e la previsione dell’uso degli operatori sotto copertura anche per i reati di corruzione”. E alla politica si rivolge per “la garanzia dell’indispensabile autonomia della magistratura”. Chiude chiedendo “la verità sulle stragi” perché “non ci possiamo accontentare di verità parziali”. Ma soprattutto dice: “Nel nostro Paese è ancora forte il partito di chi ha interesse che il sistema giustizia non funzioni”.
Siamo alle Officine H a Ivrea, tempio dell’evento dedicato al fondatore Gianroberto Casaleggio, oggi arrivato alla seconda edizione. Per tutto il giorno, il figlio e padrone di casa Davide ha ribadito che “qui non si parla di politica”. Ma il momento è caldissimo e ogni frase pronunciata tra un intervento e l’altro sposta gli equilibri giù a Roma. Nino Di Matteo sale sul palco nel pomeriggio, ospite tra i più attesi anche perché già semi-annunciato l’anno scorso e poi cancellato per evitare un’eccessiva esposizione. Oggi è diverso. E a lui viene affidato il più politico degli interventi: parla della sua idea per riforma la giustizia e quelle parole entrano in una difficile fase di trattative in vista della formazione del governo. Parla sotto gli occhi vigili del Capo politico M5s, inchiodato in prima fila dall’inizio dei lavori, e dei suoi uomini più fidati, Bonafede in primis poi i membri della commissione Rousseau Max Bugani e Pietro Dettori e pure Giulia Sarti, già in commissione antimafia nella scorsa legislatura. Intorno una folla di parlamentari M5s, simpatizzanti, ma anche imprenditori e curiosi venuti qui solo per ascoltare gli interventi degli esperti.
Il sostituto procuratore antimafia, chiamato per parlare di giustizia, parte dalla situazione italiana. “Il sistema mafioso è il più grave fattore di inquinamento e compromissione nella nostra democrazia”, attacca. “La questione mafiosa riguarda tutto il Paese e riguarda la nostra classe dirigente. E’ ormai evidente la compenetrazione tra la mafia e il potere, anche istituzionale e politico”. In “un desolante silenzio dei partiti sulla mafia”. L’attacco è al sistema politica in generale: “Ancora oggi gran parte della politica non capisce o finge di non capire la gravità della questione perché accerta il sistema mafioso come parte necessaria, per certi perfino utile, del sistema Paese. Nell’ultima campagna elettorale c’è stato un desolante silenzio da parte dei partiti sul tema mafia e Giustizia a due velocità, forte e spietata con i deboli, timida e timorosa con i forti. Su oltre 50mila detenuti pochissimi stanno scontano una pena detentiva per corruzione”.
Quasi fosse lui a dover scrivere il programma, Di Matteo fa un elenco di interventi che ritiene prioritari per un intervento sulla giustizia in Italia: “Vi confesso che non ho alcuna certezza e non mi sento di prevedere nulla, ma a 70 anni dall’entrata in vigore della Costituzione ci troviamo di fronte  a un bivio”, dice. “Bisogna restituire al sistema giustizia la credibilità che sta perdendo. Sogno una giustizia che muova in questa direzione”. Ovvero: “Rafforzamento degli strumenti investigativi più efficaci e quindi ampliamento dei mezzi per consentire le intercettazioni; previsione dell’utilizzo degli operatori sotto copertura anche per i reati di corruzione; depenalizzazione di condotte che dovrebbero essere sanzionate con una pena amministrativa”. Poi un intervento sulla velocità dei procedimenti: “Serve impegno affinché i processi si possano celebrare in tempi ragionevoli, che si concludano con un intervento nel merito”. E sulla prescrizione appunto, dice: “Serve una riforma copernicana delle norme sulla prescrizione che prevede che il decorso del termine cessi nel momento in cui lo Stato azioni la sua pretesa”. E ancora: “Parallelamente penso alla necessità di un affievolimento del processo accusatorio. Innalzamento delle pene del sistema sanzionatorio dei reati di corruzione, del voto di scambio e di tutti i delitti tipici della criminalità dei colletti bianchi. E non si tratta di essere manettari o giustizialisti”. “Sogno una svolta per un rafforzamento delle tutele processuali delle vittime dei reati, per tutelare chi ha il coraggio di denunciare. Infine penso alla certezza della pena. Il nostro non può continuare a essere il Paese delle amnistie e degli indulti mascherati”. Il sostituto procurato non si è risparmiato un passaggio sull’autonomia della magistratura: “L’indispensabile difesa dell’autonomia della magistratura, non privilegio di casta deve partire dalla politica. Vado in controtendenza, non considero un buon segno pochi magistrati in parlamento. Abbiamo bisogno di politici che hanno a cuore l’indipendenza della magistratura”.
Di Matteo si rivolge infine direttamente alla politica, quella del primo partito politico italiano intanto e i cui esponenti lo ascoltano in prima fila: “In questa strada, questo sogno per recupero della credibilità della giustizia, c’è un elemento che non riguarda i cambi legislativi. Mi riferisco al recupero della primizia della politica nella lotta ai sistemi criminali. Nel solco di Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Tina Anselmi, persone che hanno anticipato la forza della magistratura. Non stando a rimorchio, ma anticipando l’azione dei giudici”. Questo perché, dice: “Ci sono condotte che dovrebbero costituire il presupposto per attivare quei meccanismi che invece nel nostro Paese restano perennemente disattesi”.
Il magistrato conclude chiedendo la “verità sulle stragi”: “Il governo”, dice, “deve fare tutto il possibile per completare il percorso di verità sulle stragi e su tanti delitti eccellenti. Non ci possiamo accontentare di verità parziali. Dobbiamo dare un nome a quelle entità che hanno condiviso con i mafiosi l’esecuzione delle stragi. Uno Stato autorevole, un governo libero, una commissione antimafia decisiva non possono fermarsi temendo che sia troppo scomoda e scabrosa. La sfida che ci attende va molto al di là. Non ne posso più di sentire parlare solo di produttività e statistiche”. Una partita che lui stesso sa quasi impossibile. “La strada è piena di insidie e tranelli. Nel nostro Paese è ancora forte il partito di chi ha interesse che il sistema giustizia non funzioni. A questi soggetti, che sono tanti e spregiudicati e trasversalmente presenti, dobbiamo, dovete saper contrapporre con tenacia il suono della giustizia”. E’ una standing-ovation. Il pubblico di Ivrea si alza in piedi e acclama quello che è il suo ministro mancato, ma resta uno dei personaggi simbolo più importanti per il Movimento. Per tutto il giorno la stampa e i partecipanti hanno cercato a fatica le risposte politiche nei corridoi e nei discorsi a margine del convegno. Ma la parole capaci di influenzare un’intesa per il prossimo governo, sono arrivate, persino un po’ a sorpresa, da Nino Di Matteo. A destra del palco Davide Casaleggio ha voluto mettere una scala contro un muro con un cartello dalla scritta “futuro”. Prima di salutare spiega che quella è la direzione, ma ora dipende tutto da chi accetterà di salire sulla scala insieme al M5s.

Martina Castigliani (Il Fatto Quotidiano, 7 aprile 2018


sabato 7 aprile 2018

Lo pseudo-Feltri insulta Di Maio


Invecchiamo tutti male, ma qualcuno invecchia peggio degli altri. E’ il caso, quasi drammatico per chi lo ha conosciuto bene, di Vittorio Feltri, il quasi mitico direttore dell’Indipendente che portò da 19.500 copie a 120 mila in un anno e mezzo (1992-1994), prima di trasferirsi alla corte di Berlusconi.
L’altra notte la giornalista che stava facendo la rassegna stampa di Sky Tg24 segnalava come primo giornale Libero e il suo titolo di testa “Da Galileo a Di Maio-come siamo scesi in basso”, definendolo “originale”. Purtroppo non è originale, è ridicolo, rasenta e supera il grottesco. Feltri ricorda alla rinfusa alcuni italiani illustri (Leonardo Da Vinci, Guglielmo Marconi, Enrico Fermi, Galileo Galilei, Meucci, Rubbia, Olivetti) e li paragona a “un ragazzotto senza arte né parte” come Luigi Di Maio. Deve essersi bevuto il cervello per non accorgersi che nessuno dei personaggi da lui citati è stato un uomo politico. Ma al di là di questo dettaglio quale dei nostri politici attuali può reggere il raffronto con Leonardo Da Vinci? Salvini? Renzi? Grasso? Verdini? Brunetta? Berlusconi? E’ curioso che Feltri si accorga del basso livello dei nostri uomini politici solo ora. E anche del basso livello culturale degli italiani cui lui stesso ha contribuito con articoli sempre più sgangherati, scevri di alcuna logica. E volgari. La volgarità è diventato un marchio dell’ultimo Feltri. L’avevo conosciuto come uno che si vestiva come si può vestire un bergamasco quale è. Cioè stava nei suoi panni e uno che sta nei suoi panni, si tratti di un aborigeno australiano o di un contadino padano, non è mai volgare. Adesso Feltri, rimpannucciato, per fare il figo si veste all’inglese. Non sa che nessun inglese si è mai vestito all’inglese. Naturalmente i più implicati in questo degrado sono gli undici milioni di italiani che hanno votato i Cinque Stelle e con loro Luigi Di Maio, “rimbambiti e completamente fuori di senno”. Forse rimbambito e fuori di senno, qui, è qualcun altro. Invece per quest’ultimo, svilito, immiserito, irriconoscibile Feltri, che ritrova anche il suo innato razzismo, rincoglionita è “la folla di terroni e vari fessi settentrionali ex comunisti dall’encefalogramma piatto”. Nella sua foga scarcassata Feltri parla anche di “nani inguardabili”, dimenticando che per lungo tempo è stato al servizio del “nano” per eccellenza. Feltri fa finta di dimenticare che in democrazia il voto popolare è sovrano. E’ vero che a Feltri della democrazia non è mai fregato nulla, come a me, solo che io ho sempre avuto il coraggio di dirlo e lui no. Se ne accorge solo adesso. Se il paragone non fosse insultante per Mussolini vede il Parlamento come “una bettola piena di mediocri, sciurette e nullafacenti”. Si dimentica dei delinquenti.
Dice ancora Feltri, ma preferirei chiamarlo, per l’affetto che conservo ancora per lui, lo pseudo Feltri, che “abbiamo bisogno non di volti nuovi bensì di vecchi saggi”. E qui sta il nocciolo di tutto il suo articolo. Gli italiani dovrebbero “togliersi dalle palle” Luigi Di Maio e tenersi “il vecchio saggio” Silvio Berlusconi, un uomo che, se vogliamo parlare di quella “dignità della Patria” che Feltri improvvisamente riscopre, ci ha fatto fare figuracce inenarrabili ogni volta che ha messo piede all’estero (il “kapò” affibbiato all’europarlamentare Martin Schulz, poi diventato presidente del Parlamento europeo, le corna fatte a un ministro spagnolo durante un importante consesso internazionale, il suo avvicinare, da scolaretto impertinente –ed era già intorno ai settant’anni – le teste di Putin e Obama, eccetera, eccetera) lasciando perdere, proprio per carità di patria, la sua attività delinquenziale.
Di questo “vecchio saggio” che è su piazza da più di un quarto di secolo siamo noi ad averne “le palle piene”. E anche di Vittorio Feltri.



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