la quarta dimensione scritti

Il presente blog costituisce un almanacco che raccoglie i testi completi dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (se disponibili).

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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sabato 13 agosto 2016

"Marevigliosamente Tus'A" - Streetart a Castel di Tusa (Slide show)

https://www.youtube.com/embed/heSRquObU5Q 

venerdì 12 agosto 2016

Graffiti, Street Art, Muralismo: e se smettessimo di fare confusione?



Lo scorso 6 novembre, lo street artist francese Christian Guémy, alias C215, ha pubblicato un articolo sul sito Rue89 per condividere una sua riflessione sulla fase che la street art attraversa in questi ultimi anni e per offrire la sua visione della storia di questo movimento artistico. L'articolo è stato ripreso e tradotto in inglese da RJ Rushmore su Vandalog. Da oggi, potete leggerlo anche in italiano.


"Negli ultimi tempi, in particolare dopo il successo planetario di Banksy, i grandi media parlano tutte le settimane di arti urbane: mostre di street art in galleria, aste di graffiti, “musei a cielo aperto” o repressione del vandalismo. Il riconoscimento delle arti urbane da parte del pubblico e dei media ha raggiunto un punto molto elevato. Nonostante ciò, mi stupisco per l’assenza di una distinzione tra le diverse anime che compongono questo movimento artistico. Il loro raggruppamento sotto il termine “street art” è molto comodo, ma confonde più che chiarisce.

Ho quarant’anni e seguo le arti urbane fin dal 1984, cioè da quando comparve in televisione la trasmissione televisiva “Hip Hop”, diretta da Sydney.

Ho provato a fare i miei primi graffiti nel 1989 e ho assistito all’evoluzione di questo tipo di arte urbana. Mi sembra che più “generazioni” si siano succedute da allora. Le ambizioni e le pratiche di ognuna di esse sono così diverse che meritano una distinzione.

I pionieri dei graffiti - I graffiti esistono da sempre. Si tratta di un fenomeno antropologico. Negli anni ’30 del ‘900, il fotografo Brassaï è stato il primo a interessarsi a questo tipo di iscrizioni che esistono fin dall’Antichità. Il Colosseo stesso è ricoperto di scritte lasciate da sconosciuti nel corso dei secoli. Negli anni ‘60, l’apparizione della bomboletta aerosol ha offerto alla gioventù disillusa degli anni ’70 e ’80 uno strumento particolarmente efficace per lasciare delle iscrizioni sui muri di città ordinarie, in strade considerate fino ad allora dei non-luoghi dell’arte. E’ stato lo spray, un’innovazione tecnologica, a dare slancio al movimento dei graffiti, dominato dalla cultura hip-hop in America e da quella punk-rock in Europa.

Lo spirito romantico dei graffiti - Questa prima “generazione” ha definito i codici di una nuova cultura urbana, il cui impatto sulla cultura visuale occidentale è paragonabile a quello del rock and roll sulla musica del secondo ‘900. I graffiti trovano origine in uno spirito romantico. Disinteressati e spesso anarchici, i primi adepti dei graffiti dipinti con delle gli spray definiscono una vera e propria cultura. Il coraggio è il principale elemento per giudicare la qualità di un intervento. La performance serve a trasgredire e a provocare nello spazio pubblico. La ricercatezza delle loro calligrafie è estrema e arriva fino al criptaggio. Il loro scopo principale è piacere al proprio gruppo di appartenenza, e non piacere alla società che intendono provocare. Una logica tribale li conduce a impossessarsi dello spazio pubblico. Le loro azioni possono essere interpretate come una reazione alla rapida cementificazione alla quale si assiste in una società che pensa solo a evolvere e che tende a escluderli.

“Se un giorno autorizzano le tag, smetto” - Il loro tratto distintivo è costituito dall’apposizione ripetuta di uno pseudonimo su qualsiasi superficie. Sono gli unici a poterlo decifrare e questo contribuisce ancora di più alla non-comprensione delle loro azioni da parte della società. Salvo qualche rara eccezione, queste prime generazioni non vogliono commercializzare la loro arte, che si fonda esclusivamente su una contestazione sociale e su una performance fisica. Si limitano a intervenire senza autorizzazioni, alla ricerca della “bellezza del gesto”. Non cercano il riconoscimento sociale, anzi… Si tratta di un vero e proprio stile di vita che mette radici in una generazione disillusa che vuole riconquistare lo spazio pubblico e che mette in discussione il concetto di proprietà privata. L’arte di questa prima generazione di writers è rapidamente etichettata dalla società e dalle autorità come “vandalismo”, perché degrada e diminuisce il valore di beni pubblici. Ovviamente, verso la fine degli anni ’90, questi interventi provocano una forte ondata di repressione e una disapprovazione generale da parte della società nei confronti di questa forma di espressione artistica. O’Clock (uno dei più importanti writer parigini, ndT) mi ha detto una volta “se un giorno autorizzano le tag, smetto”: una teoria del vandalismo impeccabile.

Internet e la generazione “street art” - Verso il 2000, alcune innovazioni tecnologiche mettono a disposizione degli artisti nuovi strumenti: i computer e l’“home office” prima e internet poi cambiano radicalmente gli equilibri mediatici. Internet confronta una nuova “generazione” di artisti all’“ipermediazione”, ovvero alla possibilità di cortocircuitare i canonici attori del sistema dell’arte: giornalisti, critici, curatori e galleristi. Questa nuova generazione fa suo internet, che diventa un nuovo “non-luogo” dell’arte. I giovani del 2000 sono cresciuti in mezzo ai graffiti e ne conoscono i codici alla perfezione. Molti sognano di diventare artisti e frequentano degli istituti di graphic design, dove studiano la cultura e l’estetica dei graffiti. Non c’è da stupirsi se un’intera generazione di graphic designer ha fondato il proprio lavoro sui codici dei graffiti. Rapidamente, il loro desiderio di diventare degli artisti professionisti li porta a deviare, se non addirittura a traviare, i codici dei graffiti con il solo fine di poterli commercializzare.

Dei maestri del marketing virale - Il marketing è una necessità per qualsiasi professionista, ma impone un’autocensura che favorisce la ricerca di consenso e che si adatta a scelte che facilitano l’emersione del movimento. La struttura e la forma stessa della street art sono condizionati dalle logiche di internet e dai suoi modelli di diffusione culturale. I nuovi artisti di strada prendono in prestito le forme dei graffiti, ma le modificano per poterli diffondere su internet, sui loro siti, su blog specializzati e per permettere al pubblico di condividerli sui social networks. Prendendo Banksy come modello, numerosi sono diventati dei maestri del marketing virale. Un nuovo Eldorado. Ai writers interessava solo il riconoscimento degli altri writers. La Street Art vuole invece sedurre quanti più spettatori possibili. Lusinga il gusto del pubblico, senza contrariarlo mai. Anzi, ne asseconda l’ego invitandolo a partecipare, come JR con il progetto “Inside Art”. Le opere di strada che chiunque può fotografare e condividere sulle proprie pagine personali intasano i social networks. Numerosi appassionati fotografano le opere e le condividono perché si illudono di prendere parte a un movimento dall’aspetto libertario.

Ognuno si sente un po’ artista - Gli appassionati si sentono persino artisti. Firmano le loro fotografie e aprono dei blog. Se facessimo un parallelo con la musica popolare, l’illusione che vive il pubblico della street art sembra quella del karaoke: ognuno si sente un po’ artista. Per conquistare il mercato e soddisfare il gusto del pubblico, questa generazione svia i principi cardine dei graffiti. Mentre i graffiti puntavano a non piacere, gli street artists in erba cercano di piacere e cercano di allargare quanto più possibile il proprio pubblico. Mentre i writers proteggevano la loro identità, gli street artists mostrano il loro volto, perché cercano popolarità e visibilità. I writers deturpano lo spazio pubblico, gli street artists lo abbelliscono e partecipano alla gentrificazione dei quartieri popolari nei quali operano.

Doc Gynéco sta ai Black Panthers come… - Mentre i writers non si sono posti il problema della commercializzazione, gli street artists hanno calcolato tutto in funzione di questa, dei musei e degli onori più diversi. Mi spiace incarnare un esempio perfetto di questa dinamica. Abbiamo mantenuto le apparenze e lo spirito romantico dei graffiti: i codici vestimentari, gli strumenti e la grafia, la voglia di provocare e la tendenza a mettere in scena i rischi corsi nel compiere delle azioni illegali. Abbiamo avuto la pretesa di iniettare un contenuto formale nei graffiti, ma ne abbiamo invece ridotto il portato rivendicativo, per spacciare dei messaggi finto-politici che sono solo un insieme di luoghi comuni che sfiorano la demagogia, come il progetto “Women Are Heroes” di JR. Questa generazione di artisti si è avvicinata così tanto al sistema che ne fa ormai parte. I writers non ci sono mai cascati e detestano la street art, perché giustamente la percepiscono come uno svilimento commerciale della loro pratica. Perché non bisogna sbagliarsi: la street art è un surrogato dei graffiti e ha tra i suoi obiettivi la loro commercializzazione e la ricerca di un’arte inseribile nello spazio pubblico che sia piacevole e facile da condividere su internet. La street art non è rivendicativa, ma edonista. Per dirlo in poche parole, la street art sta ai graffiti come Doc Gynéco sta ai Black Panthers.

L’avvento del “muralismo” - La street art ha raggiunto un duplice obiettivo verso il 2010: il movimento ha ottenuto un vasto riscontro da parte del pubblico e i suoi attori si sono professionalizzati. Più recentemente, la commercializzazione ha raggiunto un apice. Le istituzioni culturali iniziano a investire in questo nuovo filone, ma non provano né capirlo né a renderlo comprensibile al grande pubblico. La street art è ormai un prodotto come gli altri.
Non senza aberrazioni, si organizzano aste e mostre di street art, anche se si dovrebbe usare il termine street art solo per degli interventi eseguiti in strada e nonostante il fatto che i graffiti non siano mai stati un bene commercializzabile.


Il ritorno dei mediatori - Gli attori del mercato – galleristi, collezionisti, pubblicitari e i media – se la godono, perché si è ormai creata un’economia molto simile a quella dell’industria dell’entertainment. I writers e gli street artists hanno accettato le regole del gioco e producono opere per decorare i salotti borghesi. La provocazione è ormai solo simulata. I media parlano di street art con gli stessi toni con cui segnalavano un tempo i concerti dello “sfrontato” Michel Sardou. I graffiti e la street art sono diventati un mestiere qualunque e sono talmente apprezzati, da essere integrati nei corsi di alcune scuole d’arte. Molte istituzioni, municipalità, sponsor e gallerie, oltre ad una miriade di altre possibilità commerciali fanno oggi della street art un mestiere rispettabile. Il fiorire dei festival mette a disposizione di una nuova generazione di artisti quelle superfici legali che non hanno avuto ne i primi writers ne la prima generazione di street artists. E’ un sogno che si avvera.

Delle commissioni monumentali - Le commissioni di muri di dimensioni monumentali implicano una censura collettiva (progetto preliminare, toni politically correct che non turbino la cittadinanza, censure politiche locali) e hanno genrato un nuovo tipo di street art: il “muralismo”. Questi interventi sono realizzati in gran parte nell’ambito di festival sostenuti dalle municipalità. Sono affidati a un gruppo relativamente ristretto di pittori, a cui non viene offerta nessuna possibilità di trasgressione o di provocazione. Il finanziamento di operazione come queste è il terreno su cui stanno tornando in pompa magna i galleristi, i curatori e gli sponsor, ovvero tutti quegli attori che erano stati schivati dalle due prime generazioni. Con la nuova pratica semi-istituzionale del muralismo, non rischia di sparire solo la libertà di espressione, ma anche l’indipendenza stessa degli artisti. Bisogna quindi sperare che il muralismo non trasformi un po’ alla volta la street art in un’arte decorativa e priva di contenuti polemici… Per quel che mi riguarda, la valanga di insulti che ho ricevuto per il mio recente ritratto di Christiane Taubira (il ministro della Giustizia, nata nella Guyana francese, ndT) mi incoraggia a prendere sempre più posizione sui temi che mi stanno a cuore.

Le strade hanno una bella cera - Ecco in che direzione stiamo andando. Muri monumentali dipinti nello spazio pubblico si commissionano da sempre. E’ quindi lecito chiedersi in cosa il muralismo di oggi sia moderno, tenendo comunque a mente che non si può parlare di “normalizzazione”, perché le strade dei nostri quartieri hanno finalmente una bella cera e sono più vivibili di quelle grigie della mia infanzia. Sono invecchiato e mi capita piuttosto spesso di dipingere dei gattini. Avrete capito che questa presa di posizione con valore di autocritica è il tentativo di descrivere la storia di un movimento complesso, che i grandi musei di arte contemporanea continuano a ignorare. Se ne capisce anche il perché. Per quel che mi riguarda, dovrei probabilmente pubblicare questo testo sulla mia pagina Facebook e diffonderlo con il buon vecchio metodo della pubblicità, perché si tratta senza alcun dubbio del supporto più efficace. Vi ringrazio di avermi letto fino in fondo."
Christian Guémy, alias C215

(fonte:  http://legrandj.eu/article/graffiti_street_art_muralismo_e_se_smettessimo_di_fare_confusione)



sabato 23 luglio 2016

Gli Olgettini




Dunque i giudici che stanno processando Silvio Berlusconi e uno stuolo di Olgettine per corruzione in atti giudiziari non potranno utilizzare 11 intercettazioni indirette fra il Cavaliere e due delle sue girl, Iris Berardi e Barbara Guerra. O meglio: potranno usarle contro le due ragazze, presunte corrotte, ma non contro B., presunto corruttore. E utilizzatore finale dei loro silenzi prezzolati e delle loro bugie retribuite. L’ha deciso l’altroieri il Senato a maggioranza, dieci mesi dopo la richiesta del Tribunale, con comodo. E l’ha fatto sostenendo di fatto che B. è un perseguitato politico, perché solo in quel caso le Camere possono negare alla magistratura l’autorizzazione a usare indizi e prove raccolte su un imputato intercettandolo mentre parla con un parlamentare. Che, nella fattispecie, è pure l’imputato principale. Il trucchetto escogitato per il salvataggio del Caimano è presto spiegato. Secondo la maggioranza di Palazzo Madama, quando intercettavano le Olgettine, i pm di Milano sapevano benissimo che quelle parlavano con B. Dunque avrebbero dovuto smettere di intercettarle, sennò l’intercettazione indiretta dell’interlocutore non sarebbe più stata casuale e dunque lecita, ma intenzionale e dunque illegittima secondo l’art. 68 della Costituzione.

In pratica questi manigoldi che si fanno chiamare rappresentanti del popolo sostengono che, se un mafioso o un terrorista sospettato di organizzare una strage viene intercettato mentre parla ripetutamente con un onorevole, il giudice deve staccare immediatamente la registrazione e rinunciare così a scoprire dove, quando e contro chi avverrà la strage, per non violare le sacre prerogative del deputato amico dello stragista. È in base a questo assunto demenziale, anzi criminale e criminogeno, che la scorsa settimana i deputati del Pd e di Sel-SI hanno unito i propri voti a quelli del centro e della destra per negare ai giudici di Napoli l’uso delle intercettazioni che incastrano (anzi incastravano) il deputato forzista Luigi Cesaro, detto Giggino ‘a Purpetta, in un processo per presunte tangenti sulla raccolta rifiuti. La prova generale per la sceneggiata dell’altroieri al Senato, dove i franchi tiratori pidini, all’ombra del voto segreto, hanno salvato B. Le cronache riferiscono che Fedele Confalonieri, gran ciambellano dell’inciucione e vedovo inconsolabile del Nazareno (che – a vedere le reti Mediaset – pare tutt’oggi in corso), aveva telefonato a decine di senatori per raccomandare il salvataggio del Capo.

E,come sempre, dai tempi dei decreti Berlusconi e della legge Mammì di craxiana memoria, il Parlamento s’è messo al servizio del partito Fininvest-Mediaset. Siccome i manigoldi non hanno neppure il coraggio delle proprie azioni, hanno subito puntato il dito contro i 5Stelle, che non si capisce bene che cosa c’entrino (anche se vengono incolpati di tutto), visto che non hanno la maggioranza né alla Camera né tantomeno al Senato. Il pretesto è l’errore – subito corretto in tempo reale – del senatore M5S Airola, che ha votato pro anziché contro lo scrutinio segreto (peraltro doveroso, in casi “personali” come questo). Lo stesso errore, peraltro corretto diverse ore dopo, hanno commesso 4 senatori Pd, ma neppure questo significa nulla. Come non ha alcun senso ipotizzare uno scambio FI-5Stelle per dare l’insindacabilità al senatore pentastellato Giarrusso in un processo per diffamazione a Catania (infatti ieri gli è stata giustamente negata dall’aula, con i voti dei suoi stessi compagni di Movimento). Per capire chi ha regalato voti al centro e alla destra per salvare B., basta riepilogare l’iter della richiesta del Gup di Milano da quando, quasi un anno fa, approdò in Senato. Fin da principio, nella giunta per le immunità, il Pd e il presidente-relatore Dario Stefàno (Sel) proposero di negare l’autorizzazione per 8 telefonate su 11, ritenendo che solo 3 fossero casuali e le 8 successive intenzionali, dunque persecutorie, mentre i 5Stelle (più il Pd dissidente Casson) hanno sempre votato per autorizzarle tutte. Il senatore del Pd Enrico Buemi era addirittura per respingerle tutte.

Le stesse ambiguità si sono riprodotte in aula, in perfetta continuità col precedente di Giggino ‘a Purpetta. Ma a tagliare la testa al toro c’è un altro dato di fatto: siccome le intercettazioni risalgono al 2012, quando B. era deputato (divenne senatore nel febbraio 2013), a occuparsene non doveva essere il Senato, ma la Camera. La giunta di Palazzo Madama avrebbe dovuto rispedirle al mittente, facendo notare al Gup che aveva sbagliato indirizzo e doveva inoltrarle a Montecitorio. Invece, arrogandosi poteri non suoi e calpestando le prerogative dell’altro ramo del Parlamento, il Senato s’è tenuto il dossier. Il motivo è semplice: alla Camera il Pd ha la maggioranza da solo, dunque non avrebbe potuto salvare B. e scaricare la colpa sui 5Stelle. Al Senato invece i numeri sono ballerini e lo scaricabarile è più facile, grazie anche a una stampa indecente che finge di non sapere ciò che tutti sanno, specialmente dopo lo straziante appello di Napolitano per un “patto per l’Italia”, cioè per un nuovo inciucione Pd-FI. E cioè che il Pd le sta provando tutte per riacchiappare il Caimano, in cambio dei voti di FI per modificare l’Italicum, tenere buona la minoranza interna e sventare la terrificante prospettiva di una vittoria dei 5Stelle; e anche in cambio dell’appoggio delle reti Mediaset al Sì per il referendum. Per riuscire finalmente a scassinare la Costituzione, gli olgettini della maggioranza hanno cominciato allegramente a calpestarla. Questa sì che è coerenza.




sabato 9 luglio 2016

"I balati ra Vucciria un s'asciucanu mai" - Palermo 2016: "La Vucciria che resiste" (Video)



La Vucciria è un noto mercato storico di Palermo, insieme ad altri denominati Ballarò, Il Capo, Mercato delle Pulci e Lattarini.
Si estendeva tra via Roma, la Cala, il Cassaro, lungo le via Cassari, la piazza del Garraffello, la via Argenteria nuova, la piazza Caracciolo e la via Maccheronai, all'interno del mandamento Castellammare.
Il nome di questo mercato deriva dalla parola Bucceria, tratto dal francese boucherie, che significa macelleria. Il mercato era infatti inizialmente destinato al macello (e in epoca angioina ne sorgeva uno) ed alla vendita delle carni. Successivamente divenne un mercato per la vendita del pesce, della frutta e della verdura. Anticamente era chiamato "la Bucciria grande" per distinguerlo dai mercati minori. "Vuccirìa" in siciliano significa "Confusione". Oggi, è rimasto ben poco e manca la confusione delle voci che si accavallavano e le grida dei venditori (le abbanniate) era uno degli elementi che, maggiormente, caratterizzava questo mercato palermitano che tenta ancora di resistere. Ma, oltre la fama, è rimasto ben poco.
A Piazza Garraffello incontri Uwe Jäntsch, un artista austriaco che vive e opera a Palermo da 16 anni nel quartiere Vucciria e che ha creato un museo all'aperto nella piazza.

Fotografie di: Angelo Battaglia, Salvatore Clemente, Salvo Cristaudo, Benedetto Fontana e Pino Sunseri.
Riprese, selezione e montaggio: Salvatore Clemente.


mercoledì 6 luglio 2016

Largo ai giovani fotografi della U.I.F.





La produzione di sei fotoamatori esordienti proposta in una meritata mostra collettiva

Si succedono rapidamente le mostre fotografiche che l’Unione Italiana Fotoamatori allestisce, quasi senza soluzione di continuità, negli spazi cortesemente messi a disposizione dal Mondadori Megastore di Palermo. Recentemente l’Associazione ha ritenuto opportuno concedere visibilità ai più giovani dei fotoamatori aderenti che realizzano le proprie immagini tra il capoluogo siciliano e il territorio circostante.
Indubbiamente la Fotografia è una di quelle passioni che frequentemente si eredita dai parenti più prossimi, come accade per l’interesse verso le automobili, l’antiquariato o il vino. I padri, i nonni e, andando indietro nel tempo, perfino i cianotipisti ottocenteschi hanno trasmesso nel patrimonio genetico familiare una particolare sensibilità per le immagini fisse ottenute attraverso un attento controllo della luce. Infatti la metà degli autori dei lavori esposti è cresciuta vicino a dei fotografi, esperti, conosciuti e apprezzati. Nell’altra metà, invece, la predisposizione per la ripresa fotografica si è manifestata spontaneamente e, dopo una progressiva evoluzione, ha portato tranquillamente a conseguire dei validi risultati.
Il tema libero ha consentito ai giovani UIF di proporre gli scatti che meglio rappresentano il proprio modo di osservare il mondo che li circonda. Si distinguono, in tal modo, quelle che potremmo definire delle “mini-personali”:
  • Giuliana Calabrese ha realizzato un reportage perlustrando il quartiere cittadino di Borgo Vecchio.
  • Maria Rita Di Vincenzo ha espresso una personale creatività nelle suggestive vedute della spiaggia e del molo di Mondello.
  • Fabiana Di Vita in occasione di un evento “a tema” (il raduno austeniano nel giardino di Villa Trabia) ha concepito un progetto che ricorda i raffinati tableau vivant di una volta, impiegando disinvolti soggetti in costume e in pose ricercate.
  • Gabry Di Vita ha scattato le sue fotografie tra vicoli ed architetture caratteristiche.
  • Svetlana Chiara Roccapalumba ha “indagato” con curiosità e fantasia tra i prodotti, la gente e l’atmosfera del mercato di Ballarò.
  • Paolo Zannelli durante una visita ai Cantieri Navali ha saputo cogliere spazi interessanti e prospettive insolite utilizzando efficacemente il bianco e nero.
Nel corso della giornata inaugurale, il gruppo di giovani fotoamatori alla prima esperienza espositiva è stato presentato a visitatori dal Segretario Provinciale UIF, Domenico Pecoraro,  che ha sottolineato le capacità e le preferenze di ciascuno, elogiando ognuno di loro per i risultati ottenuti.
Come succede regolarmente anche tra i fotografi “avanti negli anni”, il clima cordiale ed amichevole ha favorito la socializzazione tra ragazzi appassionati della medesima forma di espressione artistica, ma anche tra loro e gli adulti che li hanno voluti incoraggiare e supportare.
In una occasione simile appare anacronistico formulare valutazioni e singoli giudizi di merito, dal momento che la mostra costituisce un successo corale di sei giovani fotografi pronti a partecipare a  tutte le iniziative sociali, uscendo a buon diritto dal cosiddetto “settore giovanile”.
Attraverso i lavori esposti i giovani hanno portato una ventata di aria nuova all’interno dell’Associazione, dimostrando di conoscere gli strumenti e di possedere la tecnica necessaria per procedere speditamente lungo un percorso artistico pieno di soddisfazioni, rispettando vecchie regole o sperimentandone di nuove ma, in ogni caso, consapevoli della tradizione dei soci U.I.F.
La mostra fotografica collettiva juniores della UIF, allestita a Palermo, presso la sala lettura,  al quarto piano del Mondadori Megastore, in via Ruggero Settimo n. 18, fino all’8 luglio 2016, è visitabile tutti i giorni feriali dalle ore 09,30 alle ore 20,30 e domenica dalle ore 10,00 alle ore 20,00
L’ingresso è libero.



Video dell'inaugurazione del 25 giugno 2016

martedì 5 luglio 2016

Direzione Pd, Matteo Renzi è davvero senza vergogna



 
Ieri c’è stata la direzione del Pd. La “Direzione Pd” serve, nell’ecosistema, a due sole cose. La prima è portare a eccitazione massima, sempre nei limiti del personaggio s’intende, il goffo figuro che scrive su L’Unità (quindi da nessuna parte). Ieri il goffo figuro ha cinguettato orgasmico, sempre nei limiti del personaggio s’intende: “Ma quant’è fico, potente, autentico @matteorenzi quando s’incazza“.
Si noti anche il fatto che il goffo figuro, per essere certo che la sua slappata non passasse anonima come quasi tutto nella sua vita, ha chiocciolato (sic) Renzi. Sperando, a fine giornata, in una carezza o magari un croccantino. Va detto che il goffo figuro, nei dorati anni della sua fulgida esistenza, ha usato gli stessi toni anche nei confronti di D’Alema e Santanché. Uccidendoli politicamente entrambi: daje Matte’.
La seconda funzione della “Direzione Pd” nell’ecosistema è quella di ricordare a tutti noi che Speranza vive e finge di lottare in mezzo a noi. E anche ieri ce ne siamo ricordati. Come sempre, all’interno della effimera “Direzione Pd”, Cuperlo ha detto cose perfette, solo che dopo questi suoi sfoghi impeccabili passano altri sei mesi e non succede nulla.
E come sempre Barca si è dimesso da se stesso, o dalla Commissione Statuto del Pd, o dal Pd direttamente. Salvo poi, il giorno dopo, ricominciare con la solfa del “cambiamento dall’interno, io ci credo”. Bravo Barca. Tu ci credi. Io invece credo nelle melanzane alla parmigiana, in Roger Waters e nel tacco 12 di Rosario Dawson in Sin City. E godo molto di più.
Tutto questo, in fondo, è però margine e dettaglio. Di ieri mi ha colpito solo una cosa: l’ulteriore passo di Matteo Renzi verso l’indecenza. Ieri, tra una citazione di Cantona e una di Stocazzo, Renzi ha citato Casaleggio. Per meglio dire, ha deliberatamente finto di farlo, tanto nel frattempo lui è morto e quindi mica può contraddirlo. Nello specifico, Renzi ha attribuito a Casaleggio questa frase: “Ciò che è virale è vero“. Ha poi proseguito così, sempre con quella sua teatralità da Panariello scartato al primo provino di Bagnomaria: “Io, quando la lessi, dissi: ‘Che follia è questa!’. Non compresi allora il valore terribile di quelle parole: se prendi una cosa e inizi a ripeterla tutti insieme, diventa vero per una parte delle persone che seguono magari in maniera superficiale la politica“.
Siamo, appunto, di fronte a un nuovo passo verso l’indecenza, i cui confini sono stati da tempo superati dal Mister Bean debole di Rignano. In primo luogo, la tecnica del “ripeti una cosa all’infinito, così poi i disattenti ci credono”, è esattamente ciò che – grazie a un’informazione spesso conciliante – era ieri alla base del berlusconismo e oggi del renzismo. Quindi Renzi, nell’attaccare gli altri, attacca se stesso (e lo sa benissimo). In secondo luogo, e questo è smisuratamente più grave, Gianroberto Casaleggio non ha mai detto una cosa simile. Per carità, a me Casaleggio spesso non convinceva e l’ho criticato spesso. Come lui ha più volte criticato me. Ricordo ancora quando scrisse sul blog “Scanzi scrive il falso“, e per colpa di quelle quattro paroline magiche ricevetti per giorni un flame sconfinato di insulti e minacce di morte. Lo ricordo bene: Casaleggio a volte ci prendeva e a volte no, come tutti. Non si tratta certo di santificarlo: si tratta quantomeno di non diffamarlo post-mortem (lo hanno già fatto oltremodo in vita).
Come racconta Travaglio sul Fatto di stamani, Renzi si riferisce a un’intervista (esiste anche la versione video: potete controllare) che Marco fece a Casaleggio. L’intervistato disse l’esatto opposto di ciò che ieri gli ha attribuito empiamente Renzi. Ovvero: “Se un messaggio in Rete perde la sua viralità nel tempo, è falso“. Casaleggio si riferiva ai “presunti scoop che i giornali hanno inventato su di me, senza verificare la veridicità della notizia. Esistono gruppi pagati dai partiti per diffondere messaggi virali contro me e Grillo”. Marco gli faceva notare che era la stessa accusa rivolta a Grillo e Casaleggio. E lui: “Ma noi non abbiamo bisogno di farlo, perché i nostri messaggi sono virali di per sé, dunque veri, e si diffondono da soli. Quelli degli altri, palesemente falsi, hanno bisogno di un supporto di truppe àscare, pagate magari 5 euro al giorno“. Casaleggio non disse che “ciò che è virale è vero”, ma sostenne (forse sbagliando e forse no) che in Rete le bugie non hanno vita lunga perché si sgamano subito. E a quel punto la viralità di ciò che è falso muore sul nascere.
Renzi ha inventato di sana pianta il virgolettato (delirante) di un avversario politico scomparso, per ridicolizzare lui come la forza politica da lui creata. Davvero un bel modo di fare politica, nuovo e garbato. Quando si arriva a denigrare un morto, di solito, vuol dire che non si sa più cosa inventare. Significa essere discretamente disperati. Di più: significa essere senza ritegno né vergogna. E questo, per Renzi, è una fortuna: se avesse un minimo di senso del pudore, non smetterebbe quasi mai di vergognarsi di quel che fa e dice.

Andrea Scanzi (IL Fatto Quotidiano, 5 luglio 2016)

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Un'immagine, un racconto (libro fotografico on line)

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