la quarta dimensione scritti

Il presente blog costituisce un almanacco che raccoglie i testi completi dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (se disponibili).

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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venerdì 30 settembre 2016

"Marevigliosamente Tus'A" - Streetart a Castel di Tusa (Slide show)

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mercoledì 28 settembre 2016

Gli ulivi secolari fotografati da Ester Di Stefano



Con una interessante serie di mostre fotografiche, previste per la stagione autunno-inverno, riprendono puntualmente le esposizioni dei soci dell’Unione Italiana Fotoamatori che avranno luogo presso il Megastore della Mondadori.
Il nuovo ciclo è stato aperto dalla “personale” di Domenico Pecoraro, che ricopre la carica di Segretario U.I.F. per la Provincia di Palermo, il quale fino al 16 settembre espone 16 stampe a colori di grande formato realizzate in una incantevole caletta dell’estrema costa occidentale siciliana che Pecoraro ha ribattezzato “Baia degli Angeli” per la serenità “paradisiaca” che si può provare in quel luogo. Ai colori naturalmente presenti sul posto, si aggiungono quelli sgargianti degli equipaggiamenti sportivi dei kitesurfers che lo rendono variopinto ed ancora più “fotogenico”.
Successivamente, a partire dal pomeriggio del 17 settembre, la sala lettura ospiterà la mostra Ulivi, sculture vegetali”.
L’autrice, Ester Di Stefano, pur avendo iniziato a fotografare solo per hobby, ha raggiunto un’eccellente preparazione seguendo i corsi e frequentando i workshop di abili maestri in modo tale da perfezionare la tecnica e di accrescere la propria esperienza. Quella attuale costituisce la sua prima esposizione “personale”, anche se in passato ha, comunque, partecipato a numerose mostre collettive.
Nel continuo tentativo di creare le forme immaginate, gli scultori sono soliti usare regolarmente vari tipi di materiali, dalla pietra al ghiaccio, dal marmo al legno. Tuttavia l’ulivo risulta uno dei legni più ardui da lavorare usando energicamente le sgorbie e gli altri appositi attrezzi specifici per asportare il materiale da un tronco solitamente pieno di venature e bitorzoli.
Eppure le piante secolari, isolate o in ordinati filari, ci appaiono nodose, contorte e tortuose, già scolpite da due artisti infaticabili: il Tempo e la Natura.
Percorrendo casualmente la ripida stradina secondaria che dalla costa tirrenica raggiunge Tusa, la fotografa Ester Di Stefano ha notato la presenza di alcuni alberi probabilmente risalenti all’epoca della dominazione araba sulla Sicilia e, perciò, denominati in modo pittoresco ulivi saraceni.
I loro tronchi, robusti nonostante le mutilazioni e le piaghe patite, sono rimasti in posa, immobili, per l’obiettivo dell’artista che ne ha saputo cogliere gli aspetti più misteriosi, tormentati e affascinanti.
Attraverso la mostra “Ulivi, sculture vegetali”, Ester propone gli scatti più stimolanti affinché tutti i visitatori possano apprezzare quella straordinaria capacità, che è propria degli elementi naturali, di suscitare emozioni e meraviglia.
Le immagini a colori esposte trovano un adeguato completamento in alcune stampe fotografiche realizzate nel tradizionale “formato cartolina”, sulle quali sono stati riportati versi poetici e citazioni di autori celebri. E non si tratta di un dettaglio trascurabile, perché sono anche le sfumature a dimostrare la sensibilità di un artista.
La mostra fotografica di Ester Di Stefano “Ulivi, sculture vegetali”, allestita a Palermo, presso la sala lettura, al quarto piano del Mondadori Megastore, in via Ruggero Settimo n. 18, sarà visitabile dal 17 al 30 settembre 2016, tutti i giorni feriali dalle ore 09,30 alle ore 20,30 e domenica dalle ore 10,00 fino alle ore 20,00.
L’ingresso è libero.


 

Ponte sullo Stretto, “Renzi? O ha fatto una battuta o ci prende in giro. Qui le autostrade restano chiuse per frana”




Intervista al sindaco di Messina Renato Accorinti: "Ho visto il premier poco tempo fa in Calabria e diceva che non era totalmente contrario al Ponte ma che prima ci volevano le infrastrutture. In ogni caso posso assicurare che non si farà mai. E' bastato un semplice No di Virginia Raggi e le Olimpiadi di Roma sono evaporate. La teoria dei posti di lavoro? Ha rotto"

“Io spero che quella di Matteo Renzi sia una battuta, anzi lo sarà sicuramente”. Altrimenti? “Altrimenti è un atteggiamento ingiusto oltre che offensivo”. È furioso Renato Accorinti, il sindaco di Messina che si è visto piovere dal nulla la riapertura da parte del premier alla costruzione del Ponte sullo Stretto. “Renzi l’ho visto poco tempo fa in Calabria per l’inaugurazione dell’elettrodotto Terna: diceva che non era totalmente contrario al Ponte ma che prima ci volevano le infrastrutture. Quindi o quella di oggi è una battuta o ci prende in giro”, dice il primo cittadino peloritano, raggiunto al telefono da ilfattoquotidiano.it.
Eppure il senso delle parole del premier sembra chiaro: rilanciare il progetto del Ponte.
“Ma quale Ponte? Di che cosa sta parlando? Qui abbiamo un sistema ferroviario da seconda guerra mondiale, a binario unico, a gasolio. Sulla Messina – Catania è arrivata una frana e l’autostrada è ancora interrotta. Messina e Catania: due città metropolitane che non sono più collegate tra loro. Che cosa avrebbero fatto se invece una cosa simile si fosse verificata tra Torino e Milano?”
Cosa avrebbero fatto?
“Avrebbero subito ripristinato la rete autostradale: subito! Qua noi non riusciamo a parlare al telefono perché io sono in macchina e dato che non ci sono i ripetitori cade la linea (che infatti cade 4 volte in pochi minuti, ndr). Non ci sono le strade, i porti, i porti commerciali, le autostrade: non abbiamo le basi per poter vivere e ci parlano di Ponte”.
Eppure secondo il premier proprio il Ponte sarebbe un’infrastruttura utile per il Sud.
“Le strade sono utili, le scuole sono utili, le opere culturali sono utili. Io non sono contro il cemento: il cemento quando viene utilizzato bene è sinonimo di sviluppo. Ma il Ponte è utile a che cosa? Non diciamo stupidaggini”.
Utile a togliere la Calabria dall’isolamento e ad avvicinare la Sicilia, così almeno sostiene sempre il presidente del consiglio.
“Ma quale isolamento? Il Giappone è isolato solo perché è un’isola? Noi abbiamo bisogno di infrastrutture che ci portino dal medioevo alla modernità, da mezzo secolo siamo abbandonati a noi stessi. Abbiamo bisogno delle basi per avere sviluppo, per potere lanciare nel mondo le nostre bellezze naturali, artistiche e architettoniche”.
Però il premier sostiene che il Ponte potrebbe creare posti di lavoro: ha parlato di 100 mila nuovi occupati.
“Adesso basta, questa teoria dei posti di lavoro ha davvero rotto i coglioni. È fastidiosa e populista oltre che falsa. Anche fare i buchi a terra per poi assumere gente che li copre crea lavoro: è un’offesa alla nostra intelligenza. Non capiscono che se rilanciassero davvero il Sud sarebbe l’intero Paese a beneficiarne: il Mezzogiorno è il gioiello d’Italia dimenticato da tutti. È come avere una gamba che va in cancrena e fregarsene”.
Lei parla di Sud dimenticato dallo Stato, di medioevo, però forse qualche colpa la hanno anche i cittadini di quel Mezzogiorno così sottosviluppato: o è tra quelli che scarica tutte le responsabilità su Roma?
“Ovvio che abbiamo le nostre colpe. I politici, i nostri politici prima di tutto sono colpevoli: banditi che per decenni se ne sono fregati, svendendo il nostro futuro e la nostra sopravvivenza. È quello che ho intenzione di dire all’Anci”.
Cosa ha intenzione di dire all’Anci?
“Che l’Anci è – o meglio dovrebbe essere – unica da Trento a Trapani. É quindi è arrivato il momento di creare una sezione dei comuni italiani del Sud che abbia una sede al Sud. Dove non ci sono solo decenni di politici banditi ma anche gente che ha tantissima voglia di lavorare. Sono i cittadini del Sud Italia che hanno costruito il resto del Paese: quelli che emigravano a Nord, all’estero, in Belgio”.
Ecco adesso potrebbero lavorare costruendo il Ponte…
Le posso assicurare che non avverrà mai. Renzi dica quello che vuole ma è bastato un semplice No di Virginia Raggi e le Olimpiadi di Roma sono evaporate. Io sono il sindaco di Messina e per anni ho guidato gli attivisti che dicevano No al Ponte: abbiamo cominciato in 10, siamo arrivati ad essere 25mila per le strade della città pur avendo partiti e giornali contro. Ma poi cosa pensano di risolvere con un ponte di 3 chilometri se poi ad essere collegate sono due regioni dove non c’è assolutamente nulla?”.
Eppure da Bettino Craxi fino a Renzi, passando ovviamente da Silvio Berlusconi il Ponte sullo Stretto non è praticamente mai uscito dall’agenda politica italiana: secondo lei come mai?
“Perché è facile populismo Nell’immaginario collettivo un nuovo ponte è sempre un cosa positiva. Peccato che questa sia solo un’opera dai costi enormi, sorpassata dalla storia e anche dall’economia. Secondo lei come mai non è arrivato nessun privato a metterci i soldi? Parlano di project financing, ma gestirlo non converrebbe mai a nessuno: solo a chi lo costruisce con fondi pubblici. Senza considerare il rischio terremoto”.
Che è poi un’altra delle grandi questioni sollevata dai contrari alla grande opera.
“Matteo Renzi sa cosa dovrebbe fare? Dovrebbe chiamare il geologo Mario Tozzi e farsi spiegare che lì dove loro vogliono piazzare i pilastri c’è la faglia sismica più pericolosa del Mediterraneo: se lo faccia spiegare e poi costruisca pure il suo Ponte”.
Il premier aveva detto anche che prima del Ponte doveva arrivare l’acqua a Messina: è mai arrivata?
“Ecco appunto. Sa cosa è successo qua? Non hanno mai messo in sicurezza una montagna, che è caduta danneggiando l’acquedotto. Noi abbiamo trovato una soluzione per ripristinare tutto con un bypass ma la montagna non è ancora stata messa in sicurezza. Cosa fanno ai piani alti? Fanno capire che la colpa è del sindaco: ma in quale Paese le infrastrutture sono a carico dei comuni? Questo è un atteggiamento criminale: non possiamo andare avanti così. Altro che Ponte”.



martedì 27 settembre 2016

L'etica bancaria secondo i principi della geometria euclidea




Non vi spaventate per il titolo! Vedrete che, al termine della lettura, questo breve scritto non vi apparirà poi tanto astruso e forse aiuterà anche a capire il senso dialcune nostre recenti vicende bancarie.
A metà del '600, Baruch Spinoza, filosofo ebreo di Amsterdam, in un fontego dovemontava occhiali, compie un viaggio nella natura umana, scrivendo "De ethicamore geometrico demonstrata", dove spiega il comportamento dell'uomo attraversoil metodo deduttivo della geometria euclidea, secondo la quale tutti i teoremi sonoricavati da pochi postulati veri per definizione.
Il tutto in uno stile ostico, ai limiti del comprensibile, ma pieno di stelle (intuizioni) edi comete (riflessioni) che ancora oggi ci mandano luce. A che cosa può servire ainostri giorni questo eccentrico modo di pensare? A chiarire definitivamente il casodella Banca Popolare Vicentina (e non solo) e dell'assemblea che ne ha approvatola quotazione in borsa, l'aumento di capitale per oltre 1 miliardo e la trasformazionein Spa. Il "mercato" a giudizio degli opinionisti ha sancito la bontà di quelleoperazioni, determinando il balzo delle obbligazioni subordinate che sono staterinviate più volte per eccesso di rialzo, dopo che nei giorni antecedenti l'assemblea,convocata in articulo mortis, si erano fortemente ridotte di valore. Purtroppo pochigiorni dopo è successo il patatrac ed è dovuto intervenire il nostro più recentesalvatore della patria: il fondo Atlante.
Le forze di mercato sono davvero capaci di imprimere svolte inaspettate anche aglieventi più scontati o viceversa l'etica bancaria va valutata secondo i principi dellageometria euclidea, come Spinoza intendeva interpretare la morale umana?
Quale senso attribuire, esemplificativamente, ai risultati dell'assemblea che, agrande maggioranza, ha approvato tutto quello che i vertici BPVI hanno proposto?
Dove sono finiti i proclami bellicosi di tanti soci scuri in volto perché avevano persoquasi tutti i loro averi? Perché non hanno approfittato della assemblea per farsentire la loro voce e bocciare clamorosamente l'odg? In effetti i soci della popolaresono quasi 120 mila e pare strano che siano rimasti quasi tutti a casa avendovotato solo in 10 mila nel palatenda di Gambellara, che ha visto tra l'altro lamobilitazione di molti agenti delle forze dell'ordine. In verità, noi crediamo che sivada a votare solo se vi sono vere alternative, mentre nel caso della popolarevicentina le soluzioni proposte (Spa o commissariamento) costituivano quasi unadomanda retorica, che alimentava la convinzione che la sopravvivenza della bancafosse comunque piena di difficoltà. "Dobbiamo votare a favore e nel contemporassegnarci. Abbiamo già perso tutto" sembrano dire gli assenti e "nel gioco delleparti non abbiamo speranze partecipando alle dinamiche e alle contrapposizioniassembleari": una sorta di determinismo societario, in cui, date le premesse, non cisi può sottrarre alle conclusioni. In altre parole, una finta democrazia a' la carte.
Molto più appeal invece ha suscitato presso gli stessi soci la possibilità di attivareuna valanga di ricorsi e di denunce in diverse procure, contro tutto e contro tutti.
Qui non sono state risparmiate né foga né aggressività: tutti in galera! Ed eccospuntare un altro assioma euclideo, quello delle due rette parallele che non siincontrano mai: la vicenda societaria archiviata rapidamente con il passaggio allaSpa (e al fondo Atlante) e la vicenda penale che con i tempi lunghi che le sonopropri racconterà un'altra storia. Sembra dunque che la vicenda dia ragione alfilosofo olandese, quando sostiene che non c'e metodo per giungere alla veritàperché essa la si possiede già, fin dal momento che se ne fissano i presupposti. Equali sono nel caso delle crisi bancarie le assunzioni che portano alle inequivocabiliconclusioni? Sulle crisi bancarie in Veneto si suggerisce la lettura del rapporto dellaCommissione d'inchiesta sui gravi fatti riguardanti il sistema bancario in Veneto,appena resa pubblica dal Consiglio Regionale di quella Regione.
Si è anche in attesa di omologhe relazioni del Consiglio Regionale Toscano sulmaggiore dissesto bancario d'Italia, per una cartesiana dimostrazione dei rapportitra politica e banking.
Ecco alcuni postulati che rappresentano quasi delle idee innate, cioè delle veritàassiomatiche, che una volta praticate causano crisi bancarie e rendono vani gliinterventi correttivi e preventivi, attività troppe volte dimostratesi inefficaci. È difficilefermare un treno in corsa verso un muro. Altro punto è che si impara poco o nulladalle esperienze passate. Ogni volta che esplode una crisi ci si chiede perchénessuno si è ricordato di qualche deja' vu e si è opportunamente difeso; purtroppoè già tutto scritto e dobbiamo ex ante sapere che se non vengono rispettati alcuniparametri, molti soffriranno ancora in futuro.

Primo postulato: ogni crisi bancaria è preceduta da un cavaliere senzamacchia (almeno fino a quando non se ne scoprono le malefatte) e senzapaura (almeno fin quando il suo operato non solleva problemi financo diordine pubblico). Esso afferma che prima che la situazione degeneri e vada del tutto fuori controllo, ilcampione sbandiera, senza incontrare ostacoli, successi veri o presunti, di solito intermini di crescita delle attività, di estensione della organizzazione anche all'estero,del suo asserito vincente modo di fare banca. Il banchiere della provvidenza sipone come deus ex machina cui tutti, anche gli organismi di controllo, perdendoogni senso critico, riconoscono virtù taumaturgiche, fino a ricredersi al momento deltracollo finale.

Secondo postulato. Se del potere non si abusa, che potere è. L'irresistibile ascesa del banchiere del momento si accompagna a una crescenteserie di favori, elargiti a una cerchia di amici sempre più numerosi. E con qualchemai sopita propensione al familismo amorale. Il nostro solitamente si scorda da unlato che i soldi impiegati (male) a favore di costoro appartengono ai risparmiatori,mentre tiene bene a mente che i clienti sono un gregge da tosare. Unadissociazione mentale degna della migliore tradizione psicoanalitica. Le regolesono sistematicamente violate, in un crescente delirio di onnipotenza. Vienesoltanto il dubbio che il conflitto di interessi non sia un postulato, ma un corollario.
Chi ci può aiutare a dirimere questo dilemma squisitamente matematico?
Ps. Non vanno dimenticate le responsabilità sindacali, in specie se di natura consociativa.

Terzo postulato. Informazione fa rima con manipolazione. La verità viene progressivamente artefatta e nessuno, per un tempo che sembraillimitato, se ne accorge. Gli schemi Ponzi sono riadattati alle circostanze, mafunzionano sempre, grazie alla ingenuità di molti e alla astuzia di pochi.
Cominciano a circolare prodotti finanziari miracolosi, che ricordano i farmacimiracolosi degli imbonitori del Far West. Si fa leva sulle cosiddette asimmetrieinformative, creando improbabili aspettative. Si nascondono i veri rischi, sialimentano circuiti finanziari perversi, si propongono alla clientela operazionitruffaldine. Si impone all'intera organizzazione della banca di mettersi al serviziodella manipolazione del vero. Sull'economia del phishing si legga dei premi NobelAkerlof e Shiller il saggio "Ci prendono per fessi", edizioni Mondadori, € 19.

Quarto postulato. La prevenzione è una fallace illusione. Ai primi scricchiolii,cioè al manifestarsi dei primi seri problemi, il segreto del nostro banchiere è di nonrallentare la corsa, ma addirittura di accelerarla, secondo il principio che soloprendendo rischi maggiori si possano coprire gli effetti di quelli già assunti. I rischiproducono altri rischi e i controlli debbono essere messi a tacere. Per il nostrobanchiere questa è l'unica verità cui credere e la prudenza diventa un ossimoro.E intanto proliferano i cosiddetti 'debitori di riferimento', cioè i grandi prenditori dicredito, che viste le debolezze delle banche, non di fanno certo molti scrupoli a farcrescere le loro fragili esposizioni (si legga in questi giorni di Benetton e Feltrinelli).Dopo che la bolla è esplosa, la domanda se non si potesse fare qualcosa perevitarla risuona del tutto inutile. Anzi provoca sdegnate reazioni e il reato diostacolo all'azione di vigilanza diviene il cardine delle motivazioni autoassolutoriedelle Autorità.
La prevenzione è divinità sempre invocata ex post, mai adorata ex ante.

Quinto postulato. Quando vi è più bisogno di informazione, tanto meno se neTrova. Quando la banca va in crisi e subentrano i commissari straordinari l'informazione almercato, invece che aumentare, diminuisce. Il bilancio viene compilato solo altermine del periodo commissariale, che dura spesso non meno di diciotto mesi (e inqualche caso anche di più) e le comunicazioni sull'evoluzione e sulle prospettivedella banca si rarefanno. Nel caso delle quattro banche incappate nel bail in, i risparmiatori, del tutto all'oscuro del cambiamento in corso delle regole del gioco, non si sono potuti liberare degli strumenti nei quali erano imprigionati i loro risparmi.
Nessuno li ha informati dei pericoli che stavano correndo, nonostante le irreversibili situazioni di dissesto. Hanno dichiarato che si sentivano rassicurati vedendo la propria banca affidata alle cure di pubblici ufficiali e di procedure monitorate dai supremi organi di vigilanza.
P.S. Le good banks non sembrano tra l'altro tali e i loro prezzi di cessione sono comunque da fallimento (oltre 1 miliardo in meno da quello inizialmente ipotizzato). Quali teoremi si possono ricavare dai postulati enunciati?

Teorema della lezione (mai) appresa. Ogni crisi bancaria mette il risparmiatore nella condizione di saperne sempre di più per potersi difendere meglio dai rischi della finanza.
Alla luce delle seguenti esperienze che rappresentano la storia dell'ultimo trentennio, il teorema è falso e l'educazione finanziaria di cui tanto ora si parla rischia di diventare una chimera.
Crisi bancarie Banco Ambrosiano, Cassa di Risparmio di Prato, Bibop di Brescia, Banco di Napoli, Banco di Sicilia, Cassa di risparmio delle Province Siciliane, ISVEIMER, Caripuglia, Carical, Cassa di Risparmio Salernitana, Banca Popolare di Lodi, Banca Italease, Montedeipaschi, Carige, Banca delle Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara, Bancaetruria, Carichieti, Banca Tercas, Banca Popolare Spoleto, Banca popolare di Marostica, Banca Romagna Cooperativa, Banca Padovana, Credito Veneziano, Cassa di Risparmio di Cesena, salvo se altre Crisi finanziarie nell'industria: Montedison, Parmalat, Cirio, Alitalia, Ilva, salvo se altre
Prodotti tossici Titoli argentini, Myway e Fouryou, obbligazioni subordinate, salvo se altri.
Nessuno ha mai fatto il calcolo vero della distruzione di risparmio e soprattutto nessuno ha mai stimato gli impatti sullo sviluppo economico del paese delle decine di crisi bancarie e finanziarie intervenute. Di poca consolazione sono le affermazioni che il contribuente ha pagato meno che in altri paesi. Ha semplicemente pagato il Paese! E comunque ora è tornata, inesorabile, l'ora di Pantalone, per tenere a galla il maggiore dei nostri esausti campioni.

Teorema del limite (delle riforme bancarie). Ogni sistema bancario richiede di essere periodicamente rinnovato. La dimostrazione dovrebbe consistere nello spiegare che i cambiamenti di Governance delle banche, come nel caso delle riforme delle banche popolari e delle banche di credito cooperativo, sono condizioni necessarie e sufficienti per mutare la natura dell'intermediazione creditizia in Italia.
Le riforme cambiano parte dei presupposti e per questo sono un contributo essenziale, ma è altrettanto certo che questi mutamenti non sono bastevoli. Le banche italiane non hanno ancora risposto in modo credibile a due domande fondamentali per il loro futuro: come fare reddito e quindi patrimonio con l'attuale struttura di tassi e costi e come sviluppare servizi di qualità a famiglie e imprese, valgano per tutti quelli di pagamento.
I ritardi accumulati in materia di razionalizzazione delle reti di vendita, di tecnologia finanziaria e informatica le pongono in una condizione di obiettiva difficoltà e di svantaggio competitivo con altri sistemi, situazione da cui si può uscire soltanto con coerenti e massivi piani di investimento e di riposizionamento del business.
Saranno sufficienti le forze di mercato a imprimere la non più rinviabile riconfigurazione dell'industria bancaria nazionale?

Teorema della aporia giudiziaria. Gli unici correttivi alle numerose cattive gestioni bancarie sono i provvedimenti dell'Autorità Giudiziaria.
Questo teorema ci dice che non resta che affidarsi alla buona giustizia, perché le policy di stabilità d'ordine tecnico non poggiano su postulati altrettanto certi. Della qualcosa è convinto il PM di Milano Greco, che in un'intervista al Corriere della Sera di questi giorni, non ha parlato d'altro che della via giudiziaria al banking italiano, come strada per affermare che i colpevoli dei dissesti finanziari non abbiano almeno a farla franca.
Ma siamo nell'ex-post e non ci possiamo ritenere soddisfatti per questo tipo di non soluzione. È una via senza uscita e dunque un'aporia, filosoficamente parlando. In conclusione, le crisi bancarie non sono ineluttabili (o almeno non lo sono nella dimensione discussa prima), se vengono sistematicamente contrastati gli apriori che abbiamo elencato.
Come ci ricorda ancora Spinoza, bisogna sempre tenere presente ciò che capita ai due levrieri che, dopo anni di istruzioni e allenamenti, possono alla fine risultare perfettamente addestrati l'uno a cacciare lepri, l'altro a disinteressarsene.
Ed ecco perché, fuor di metafora, la questione bancaria è diventata essenziale per il rilancio del paese, dopo che la crisi economica ha avuto il ruolo di sollevare il velo sulle fin troppo fantasiose e rischiose idee di tanti italian bankers e sul bisogno di abbandonare definitivamente fuorvianti postulati. E' in gioco la fiducia dei risparmiatori verso il sistema. E sarebbe il teorema ultimo: quello della dimostrazione del fallimento!

Daniele Corsini (Consigliere di Amministrazione del F.G.D.C.C.)

lunedì 26 settembre 2016

L'undicesima domanda a Silvio Berlusconi




L'ex Cavaliere, ottanta anni il 29 settembre, adesso è fuori gioco. Nel 2009 le 10 domande al Cavaliere di Giuseppe D'Avanzo su Repubblica. E oggi è il tempo di porne un'altra.

L’Undicesima domanda arriva alla fine del tempo, quando si è chiuso il baldacchino della politica, oltre lo scontro tra destra e sinistra, fuori dai calcoli delle competizioni elettorali e dopo la grande partita per il potere. Quella partita durata vent’anni tra Berlusconi e la sinistra è finita: il Cavaliere è fuori gioco, la sinistra non sa a che gioco deve giocare.

Ci accorgiamo che quelle due anime perimetravano il campo, lo definivano e a noi assegnavano il posto sugli spalti per uno dei più grandi spettacoli politici del dopoguerra. Adesso il campo è vuoto, e come tutti gli spazi abbandonati è preda di incursioni casuali, episodiche, quasi aliene. Senza passione. Bisogna ammettere che l’ultima grande passione politica, per metà del Paese, è stato lui. E l’altra metà si è appassionata altrettanto all’idea di contrastargli il passo, cercando di fermare il piano di conquista di quello che era in quel momento l’uomo più potente d’Italia.

Era già tutto pronto anni prima che l’avventura incominciasse ufficialmente. Due anni prima, quando lavoravo a Torino alla "Stampa", l’avvocato Agnelli, editore del giornale, mi disse che avevamo un invito a pranzo ad Arcore con l’imprenditore televisivo Berlusconi e ci saremmo andati insieme, come capitava talvolta con uomini d’impresa ma anche con Luciano Lama. Poi ci fu un contrattempo, e mi presentai da solo.

Il pranzo che doveva essere a quattro diventò a tre, con il Cavaliere che non conoscevo e Fedele Confalonieri. Parlammo di tutto e di niente, in modo aperto e sciolto. Tanto che a un certo punto domandai: «Ho sentito dire che sta pensando di candidarsi a sindaco di Milano, è vero?». Mi rispose con un gesto infastidito della mano: «Una sciocchezza». Poi mi domandò quante lettere riceveva ogni giorno "Specchio dei tempi", la rubrica di dialogo coi lettori della "Stampa". Più di cento, risposi, pensando che avesse voluto cambiare discorso. Invece lo riprese: «Sa perché glielo chiedo? Perché io ricevo duecento lettere al giorno e sono delle massaie, felici perché ho regalato loro la libertà con le mie televisioni che guardano al mattino mentre fanno i mestieri, come si dice qui a Milano quando si rigoverna la casa. Bene, se pensassi di entrare in politica, io non farei il borgomastro di Milano ma fonderei un partito reaganiano, punterei proprio su quel mondo, prenderei la maggioranza dei voti e governerei il Paese».

Una sorta di "Bum!" silenzioso risuonò nella stanza, attorno al tavolo dov’eravamo seduti con le finestre aperte. A me quella frase entrò da un orecchio e uscì dall’altro, pensai a una boutade estemporanea, un paradosso gratuito, come se Renzi mi dicesse oggi che pensa di fare il centravanti nella Fiorentina. E infatti quando Agnelli chiamò in macchina per sapere se c’era qualche curiosità in quell’incontro gli raccontai la conversazione, saltando quel piccolo particolare. Glielo avrei ricordato due anni dopo, d’urgenza, quando sullo sfondo di una politica disastrata si avvertivano i primi scalpiccii berlusconiani misteriosi, le voci di vertici segreti a Publitalia, la rete di uomini di Dell’Utri, le simulazioni strategiche e coperte con i giornalisti del gruppo, i sussurri di qualche navigatore democristiano di lungo corso che cercava una scialuppa di salvataggio dopo il grande naufragio, una cena al Cambio con imprenditori torinesi a cui era stato raccontato tutto chiedendo il silenzio come nelle sette, nelle operazioni di marketing, nei blitz militari.

Io sapevo, anche se non avevo capito nulla. Non avevo considerato che il vuoto chiama il pieno. Che nella grande desertificazione della politica italiana dopo il suicidio di partiti centenari con le tangenti tutto era prosciugato, meno il deposito elementare ma identitario dell’anticomunismo, catalizzatore e collante istintivo: a patto che qualcuno fosse capace di riportare l’istinto in politica dopo l’uniformità scolastica degli anni democristiani e la rigidità monumentale della piramide comunista. Non avevo creduto possibile, soprattutto, che una creatura politica nuova potesse nascere dal nulla, dagli spettri del caos come direbbero i russi, senza il seme di una tradizione culturale, la selezione di un’élite allargata, la rappresentanza esplicita di una base sociale riconoscibile e riconosciuta.

Eppure, il Cavaliere senza accorgersene mi aveva consegnato il bandolo, la scintilla identitaria con quell’aggettivo buttato sul tavolo dopopranzo: reaganiano. Non democristiano, o moderato, o conservatore o liberale. No: reaganiano. Qualcosa di sconosciuto alla politica italiana, ma qualcosa che contiene il vero elemento fondante dell’intera operazione. L’outsider che in Italia come in America viene da un altro mondo, e guarda caso è il mondo dello spettacolo che dà la temperatura del rapporto con la folla, abitua ai riflettori, evoca intorno a sé un’avventura più che un progetto, in un paesaggio smart di successi, denaro e sorrisi.

La politica – per Reagan come per il Cavaliere – scoperta in età matura, come un’incursione estranea, senza l’imprinting originario dei professionisti. Proprio per questo, il tocco permanente del grande dilettante che non conosce il vocabolario istituzionale ma sa sfiorare perfettamente i tasti (basta leggere Lou Cannon, il biografo del presidente americano) dell’emozione popolare in ogni occasione, presentandosi come uomo nuovo, estraneo ai professionismi degli apparati. E infine, il nocciolo duro di quell’aggettivo: il profilo reaganiano disegnava fin dall’origine un progetto di destra, destra popolare ma destra vera, che dopo la mediazione democristiana puntava direttamente al comando, più che al governo.

Naturalmente i denti d’acciaio (con cui il vecchio Gromiko misurava la durezza dei candidati alla guida del Cremlino) erano ben nascosti dentro il sorriso televisivo del Cavaliere, la cui iniziazione è insieme una grande dissimulazione. Deve nascondere i debiti che pesano come una macina al collo dell’azienda («ci vogliono vedere sotto un ponte», diceva allora Confalonieri), il debito politico dell’impero televisivo al Psi per le leggi che hanno consentito alla tv privata il volo nell’etere di Stato, la filiazione diretta del personaggio pubblico Berlusconi dal Caf, l’alleanza d’agonia della Prima Repubblica tra Craxi, Andreotti e Forlani, la macchia imprenditoriale nascosta (i tribunali l’accerteranno più tardi) del grande furto della Mondadori, la tessera P2 numero 625 fin dal 1978, e soprattutto le obbligazioni sotterranee che ne derivano. Proprio queste fragilità e queste ambiguità celate dietro i mausolei berlusconiani auto-eretti consigliavano prudenza ai personaggi più vicini al Cavaliere, secondo un modello democristiano teorizzato da Confalonieri: non vale la pena di gettarsi in politica in prima persona correndo il rischio di rompersi l’osso del collo, anche perché con tre televisioni basta avere pazienza, verrà la politica a cercare il becchime nella tua mano.

E invece proprio qui c’è il rovesciamento delle aspettative, il ribaltamento delle convenienze. Il Cavaliere si dimostra uomo d’avventura, l’egolatria fino a quel momento tenuta a bada lo trascina ad un protagonismo diretto e gli fa puntare l’intera posta su una nuova partita, dopo quella immobiliare, quella editoriale, quella televisiva: la politica, o meglio il comando, soprattutto il potere. La politica vista come il cuore del potere, ben più che il cuore dello Stato, qualcosa da conquistare più che da governare. C’è in questo la "pazzia" di cui parla Giuliano Ferrara, che tradurrei con l’azzardo di pensare l’impensabile, crederci costringendo gli altri a credere nell’incredibile realizzandolo prima ancora di renderlo plausibile. Farlo senza adattare la propria natura estranea alle regole auree e comunemente accettate del sistema, ma anzi deformando quelle regole e quelle modalità secondo la propria natura. Siamo a un passo – magari senza saperlo – da Carl Schmitt, secondo cui il vero sovrano non è il garante dell’ordinamento esistente ma è colui che crea un nuovo ordinamento decidendo sullo stato d’eccezione.

Mi sono sempre chiesto, in tutti questi anni, quanto tutto ciò fosse puro istinto di destra – destra reale, realizzata, come c’era il socialismo reale – e quanto invece progetto teorico dissimulato nel rifiuto del "culturame", ma in realtà accumulato con cura. Certo, l’istinto di classe ha convinto fin dall’inizio il Cavaliere a puntare sul ceto medio emergente proponendogli di mettersi in proprio per diventare finalmente soggetto politico, autonomizzandosi sia dalla grande borghesia che dal proletariato. Il progetto lo ha spinto a evocare un vero e proprio sovvertimento della classe dirigente, quasi una ribellione dei garantiti, perché c’è sempre un’élite più o meno ristretta contro cui mostrarsi ribelle. Il calcolo gli ha suggerito di infilarsi nella breccia aperta da Mani Pulite, nel solco della prima seminazione di antipolitica della Lega, e di radunare queste incoerenze sotto il doppiopetto miliardario, paradossalmente credibile proprio perché rivestiva un outsider rispetto all’aristocrazia delle grandi famiglie industriali cresciute nel fordismo e nell’acciaio, che lo consideravano imprenditore dell’immateriale e lo tenevano in fondo al tavolo. Ancora l’istinto barbaro e redditizio lo ha spinto a consigliare al cittadino di disinteressarsi dello Stato cercando un demiurgo, nascondendogli che su questa strada lo Stato avrebbe finito per disinteressarsi di lui, perché quando la sua libertà non si combina con la vita degli altri e l’esercizio dei suoi diritti resta esclusivamente individuale, separato, lui diventa un’entità anonima da rilevare nei sondaggi, realizzando la vera solitudine dei numeri primi.

Ma questo paesaggio misto, abitato da solitudine e ribellione, era in realtà lo scenario perfetto di un esperimento del tutto nuovo per l’Italia e per le democrazie occidentali. Era nella mia stanza il direttore di un grande giornale europeo, a dicembre del 1994, mentre sul video subito dopo il telegiornale scorrevano riflessi negli addobbi rotondi e lucenti di un gigantesco albero di Natale le immagini di un Berlusconi sorridente, magnanimo, circondato dai bambini su un prato, mentre accarezzava i cani, o alzava le coppe vinte dal Milan. Mascherati da innocenti auguri di Natale erano i primi spot subliminali di un’avventura politica del tutto nuova. «Il solito italiano», disse il mio amico, «manca soltanto la chitarra o il mandolino». Naturalmente arrivarono, insieme all’iperrealismo di una bandana sulla fronte. Ma era tutt’altro che il volto di un arcitaliano, quello che stavamo vedendo: piuttosto l’inizio di un esperimento che l’Europa non aveva ancora conosciuto, e che in questi anni non ho saputo chiamare altrimenti che neo-populismo, qualcosa di modernissimo e primitivo insieme, con la sua neolingua e una dilatata dismisura.

Ottimismo ad ogni costo, poiché le mani del demiurgo sono sul timone, soluzioni semplici davanti a problemi complessi (l’efficacia del "puerilismo", come lo chiamava Huizinga), invulnerabilità assoluta, tanto che le sconfitte sono sempre colpa di una truffa o di un inganno sopraffattore, in modo che il leader esca comunque dalla prova innocente, magari ferito ma superstite, nel cerchio intatto del carisma perenne. È un investimento sull’indebolimento dello spirito critico, a vantaggio di una visione mitologica dell’avventura eroica. Il cittadino viene autorizzato a farsi i fatti suoi, elevati a cifra privata della nuova dimensione pubblica. In cambio il leader gli parlerà direttamente saltando ogni intermediazione partitica, istituzionale, politica, e mentre provvederà alla guida del Paese gli chiederà soltanto una vibrazione costante di consenso, e una delega elettorale periodica e fissa. Principio e fine di tutto questo, l’evocazione di una destra che il Paese nel dopoguerra non aveva conosciuto, perché il filtro democristiano drenava al centro gli istinti post-fascisti del Paese. Berlusconi ha fatto l’opposto, radicalizzando a destra una propensione politica sconosciuta a se stessa, camuffata e scusata dal doroteismo di potere, liberandola nella sua vera natura. Una destra sdoganata con un progetto puramente elettorale e non culturale, senza chiedere revisioni e abiure, con la complicità dell’intellettuale italiano strabico, che per vent’anni (fino al declino del nuovo potere col calcio dell’asino) non ha usato a destra la pedagogia liberale impiegata giustamente a sinistra con il Pci.

Il mix ha funzionato tre volte, perché il fuoco in pancia del Cavaliere lo ha trasformato in uno straordinario campaigner (salvo quando ha incontrato Romano Prodi), tanto quanto è risultato sempre un pessimo uomo di governo. A Palazzo Chigi quel fuoco si è ogni volta spento e tra le ceneri brillavano fisse le quattro anomalie del Cavaliere rispetto a qualsiasi moderna destra occidentale: le leggi ad personam, il conflitto d’interessi, lo strapotere economico che gli consentiva di comperare i deputati a grappoli, lo strapotere mediatico che alterava il mercato del consenso. A un certo punto l’uomo della grande avventura diventava un avventuriero, fino al punto di usare l’esecutivo per piegare il legislativo a fermare il giudiziario, con buona pace di Montesquieu. Le coalizioni assemblate senza il crogiuolo di una fusione culturale capace di dare al Paese una destra moderna, ogni volta si sfaldavano perdendo prima Bossi, poi Casini, quindi Fini, con gli intellettuali che se n’erano già andati. Infine la vicenda giudiziaria prese il sopravvento. Lui teorizzò la decapitazione per via processuale. In realtà aveva imposto una tale torsione al sistema che eravamo giunti al dubbio estremo: se la legge era ancora uguale per tutti, oppure no, nel suo unico caso.

Anche qui, la concezione carismatica del populismo era perfettamente coerente con il rifiuto di essere giudicato, anzi con la giustizia vista come sopruso. Il leader unto dal Signore col voto popolare infatti risponde solo al popolo, ed è per questa sua stessa speciale natura insofferente ad ogni controllo, costituzionale da parte delle autorità di garanza, politico da parte del parlamento, di legalità da parte della magistratura. La legittimità dell’investitura assorbe la legalità fino a soffocarla nell’irrilevanza, l’annulla subordinandola. Ma proprio la specialità di questa eccezione – ecco il punto – rende oggi impossibile sciogliere il nodo gordiano del dopo-Berlusconi. Politicamente, la sua creatura è ancora irrisolta così com’è nata per conquistare il potere e non per cambiare il Paese, ferma al bivio tra moderatismo e radicalità. Leaderisticamente, bisogna prendere atto che ogni successione nel senso democratico e moderno del termine è nei fatti impossibile perché Crono divora ogni possibile figlio tanto che si è davvero pensato al passaggio dinastico come unica soluzione, in quanto avrebbe trasmesso integrale il conflitto d’interessi insieme con il dna familiare, perpetuando l’anomalia berlusconiana nella contemplazione perpetua del peccato originale.

Siamo davanti alla metafisica di sé, con un’avventura straordinaria che consuma se stessa replicandosi ogni giorno in sedicesimo, come una condanna infernale, ormai fuori dal tempo. E guardando quel poco che resta, da qui nasce l’undicesima domanda: Cavaliere, ne valeva la pena?


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