"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."
Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).
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venerdì 24 maggio 2024
"Solo la verità. Lo giuro" di Antonio Padellaro
La scrittura di Antonio Padellaro contemporaneo corrisponde a un buon vino rosso che, invecchiando, tende a migliorare e a essere al contempo delicato e corposo.
In questa piccola recensione mi piace anche riportare un aneddoto dell’autore su quanto riferitogli da Eugenio Scalfari, che è anche abbastanza diffuso e assai comune.
Un aspetto che in qualche modo, ossessiona anche alcuni dei miei amici critici esperti di fotografia che, in quanto preparati e ottimi recensori, oltre a essere richiesti per confezionare prefazioni, vengono sollecitati ripetutamente a esprimere giudizi (possibilmente positivi) su libri omaggiati dai prolifici autori di turno.
Scrive al riguardo Padellaro: “Quando ero all'Espresso, Scalfari mi raccontava di essere continuamente infastidito dalla copiosa produzione di libri firmati da colleghi, amici o sottoposti. Sosteneva di avere gli scaffali ricolmi di volumi, perlopiù superflui. Peggio erano le molestie degli autori che dopo avere partorito pretendevano dal supremo direttore un giudizio, possibilmente benevolo. Lui, che le pagine di quei tomi lasciava inevitabilmente intonse, onde togliersi di dosso quei 'rompicoglioni' mi confidò di avere adottato una formula ineccepibile, composta da due magiche paroline: 'mi compiaccio'. Espressione, come ebbe a spiegarmi, sufficientemente cortese, perfino affettuosa ma che di per sé non esprime alcun giudizio di merito sugli scritti dei sedicenti Proust. Costoro, ricevuta l'augusta benedizione si allontanavano lusingati e confusi non avendo ben compreso se l'esame fosse stato superato oppure no."
Non è l'unico aneddoto riportato nel volume "Solo la verità. Lo giuro" edito nel corrente mese di maggio da Piemme, 182 pagine e dal costo di euro 18,90.
Le tante vicende e considerazioni illustrate avvalorano, peraltro, come corrisponda al vero il noto detto, il quale porta a dire che una volta arrivati a una certa età vengono a cadere quei freni inibitori, magari prima utilizzati nel ricorrere a ipocrisie strategiche. Quest’ultimo libro di Antonio Padellaro e i suoi venerandi anni, per l'appunto, ne sono l'aperta dimostrazione.
Retroscena del mondo della carta stampata si susseguono in aneddoti, frecciatine e non piccoli siluri, che vengono fuori dalla lettura di capitoli, rendendo complesso e diverso il panorama professionale apparentemente leggero del giornalismo nascosto ai comuni mortali. Quanto riportato nel libro costituisce, per noi lettori, uno specchio che consente di vedere l’altra parte della luna, quella costantemente nascosta e che permane in ombra.
Oltre alle sue origini siciliane, Padellaro mostra anche – e con quell’autoironia che lo contraddistingue – la genesi disincantata della sua fede politica, mostrando anche un certo parallelismo (per caratteristiche familiari/familistiche) con un altro cane sciolto del mondo giornalistico, a lui molto simile e a cui mi piace anche accostarlo: Alessandro Di Battista.
In un ambiente relativamente chiuso incline all’omertà, che spesso viene furbescamente utilizzata dai più per ricambiare con la stessa moneta chi si è manifestato scorretto, il cofondatore del "Fatto" sceglie nella sua narrazione un racconto sincero, con l'intento di offrire una verità senza fronzoli a chi lo ascolta e oggi lo viene a leggere.
Il libro recensito merita attenzione anche per la ricchezza d’informazioni che contempla, specialmente per l’ampio arco temporale sociale e politico nazionale cui si riferisce e che rappresenta in particolare l’ultimo trentennio italiano. In conclusione, per quanto possa valere un mio "giudizio", "Solo la verità. Lo giuro" comprova come l'onesta' intellettuale stia sempre per alcuni alla base (come per il navigato Padellaro) di ogni intelligente formula espositiva, qualunque sia lo schieramento in cui ci si collochi e ogni personale punto di vista politico.
Buona luce a tutti!
© ESSEC
venerdì 26 maggio 2023
E che mi chiamo Pasquale io?
Trovare oggi un giornalista che faccia dell'autoironia una potente arma per concettualizzare aspetti sociologici spigolosi è un regalo e una grande opportunità offerta per capire taluni aspetti e soffermarsi sulle peculiarità essenziali dell'antropologia moderna del popolo italiano.
Giocando sul racconto di una presunta psicanalisi a cui si sottopone, nel recente libro “Confessioni di un ex elettore” (sottotitolo: Pensare con la propria testa all’epoca del Governo Meloni”) Antonio Padellaro disquisisce ampiamente ed efficacemente sulla politica e sull’astensionismo, ponendo l’attenzione su diversi personaggi d’attualità appartenenti a tutti quanti gli schieramenti; disegnandone i profili caratteristici e collocando ciascuno nel rispettivo ambito di "coltura".
Ne viene fuori un’attenta disamina che, oltre a storicizzare singoli attori nei relativi coloriti contesti, fotografa la politica italiana ricorrendo all’utilizzo di ottiche macro, quelle cioè che consentono di catturare ogni cromatismo e specifico dettaglio.
Come accennato in premessa, il tutto è sovente sviluppato anche ricorrendo a un'ironia amara che però, più che portare a voler piangersi addosso, attenziona pregi e difetti presenti in tutti quanti i fronti italici schierati.
Nelle ultime pagine del saggio Padellaro fornisce poi un significativo spaccato schematico che, individuando le caratteristiche peculiari dell’elettorato d’oggi, consentono di focalizzare aspetti positivi e negativi abbastanza evidenti di noi cittadini. Emblematico risulta, al riguardo, il testo stralciato (che potremmo intitolare Hobbit, Hooligan e Vulcaniani) che si riporta integralmente di seguito:
“Gli Hobbit. Ne “Il Signore degli Anelli”, gli Hobbit non si curano molto di quello che accade nel mondo esterno. Vogliono soltanto fumare la pipa, curare l’orto e mangiare. Il loro omologo nella società è in Cittadino che non si interessa molto alla politica, ha scarse e confuse opinioni sulle questioni politiche, sa poco di politica e non partecipa. Circa metà dei cittadini statunitensi – in particolare quelli che non vanno a votare – sono Hobbit.
Gli Hooligan. Nel gioco del calcio questi conoscono perfettamente il loro sport, ma sono tribali e faziosi. Per loro, essere tifosi fa parte della loro identità. Gli Hooligan odiano i tifosi delle altre squadre. L’omologo nella società sarebbe un Cittadino che possiede solide convinzioni politiche, odia coloro che sostengono altre idee, ne sa parecchio di politica ma è fortemente prevenuto e legge soltanto le notizie che possono confermare le sue opinioni. L’elettore tipo negli USA è un Hooligan.
I Vulcaniani. In Star Trek i Vulcaniani sono pensatori, scientifici e iper-razionali. L’omologo nella società sarebbe un Cittadino che conosce molto la politica, non fedele per partito preso alle proprie idee ed è disposto a cambiare la propria opinione di fronte a nuovi elementi. Questo è un problema per la democrazia perché, molte teorie su come la democrazia dovrebbe funzionare, presuppongono che gli individui agiscano come Vulcaniani, mentre tutto ciò che abbiamo sono Hobbit e Hooligan.”
Il problema maggiormente focalizzato - e in parte sottinteso - appare anche il fatto che i partiti politici e le rispettive classi dirigenti appaiono concentrati a curarsi di Hobbit e Holigan, trascurando totalmente i Vulcaniani che, se uniti ai delusi e agli indecisi che infoltiscono il 45% circa dell’astensionismo elettorale, rappresentano la vera maggioranza del paese da attenzionare e - nel caso - recuperare al voto.
L'esito della strumentale psicanalisi simulata, è anch'esso un risultato maturato proposto senza veli. Come frutto di una presa di coscienza, suffragata anche dal ritrovarsi convintamente ad appartenere a quel gruppo mondiale aderente alla conferenza afroasiatica di Bandung nato nel 1959. Un gruppo intercontoinentale di contrari alla colonizzazione che, cosciente dei condizionamenti e dei limiti delle regole egemoniche fino ad allora perseguite, ebbe a voler puntare su prospettive diverse, con nuovi equilibri mondiali basati su denominatori differenti dagli imperialismi dominanti (o forse sarebbe meglio aggettivare come deliranti), che da troppo tempo condizionano gli esseri umani viventi sulla terra, che si illudono di governare come fossero i veri padroni del mondo.
Il libro recensito è un piccolo/ricco saggio scritto con sagacia che, pur disquisendo in modo apparentemente leggero sull'attualità politica che c'interessa, invoglia a una lettura che scorre velocemente nel voler subito andare scoprire quel che viene detto nel capitolo successivo ...... alla maniera quasi di quel Pasquale del Totò comico; quello che continuava a ridere pur continuando a prendere dei sonori ceffoni, semplicemente rassicurato dal fatto di non chiamarsi in realtà Pasquale.
Buona luce a tutti!
© ESSEC
venerdì 16 febbraio 2018
M5S, l’onestà non basta se non sai controllare
Faceva un po’ rabbia, l’altra sera a Otto e mezzo, vedere il gatto e la volpe, Matteo Renzi e Alessandro Sallusti, picconare di buona lena i Cinquestelle per la faccenda del buco (un milione di euro o forse di più) dei rimborsi non rimborsati
da un pugno di candidati alle prossime elezioni. Rabbia soprattutto
verso il M5S per avere consentito a due signori, che in quanto a
impresentabili nelle rispettive liste di Pd e Forza Italia
farebbero bene a tacere, di esultare all’unisono. Con la stessa
gaglioffa goduria, per capirci, degli alunni ripetenti quando il primo
della classe viene beccato a copiare.
C’interessa poco sapere se questa imbarazzante vicenda farà perdere voti al movimento di Grillo-Di Maio,
anche se crediamo di no considerati i pulpiti da cui viene la predica.
Colpisce tuttavia l’approssimazione, e forse anche la sciatteria, con
cui è stata gestita l’operazione restituzioni, novità senza precedenti
nella politica non solo italiana: 23 milioni tra stipendi e rimborsi che sono andati a circa settemila micro e piccole imprese.
Ebbene, proprio perché l’applicazione di questo principio rappresenta, oltre che una medaglia al valore,
un ceffone insopportabile per tutti gli altri partiti, sarebbe stato
necessario che neppure uno spillo fosse mancato all’appello. Soprattutto
in prossimità delle elezioni. Invece per dirne una, come apprendiamo dall’articolo sul Fatto di Luca De Carolis e Paola Zanca, del portale che dovrebbe verificare la congruità e la correttezza dei bonifici dei parlamentari grillini, si occupa un solo tecnico.
Vero è che il giochino di coloro che si sarebbero riappropriati di
somme che ufficialmente avevano restituito (ma dove li hanno pescati?)
non era semplicissimo da scoprire. Ma se, come ha ammesso sul nostro giornale Massimo Bugani dell’associazione Rousseau, “l’errore è stato trascurare i controlli”, peggio mi sento. Anche perché viviamo nel Paese in cui i ladri presi con la refurtiva in bocca possono farla franca mentre chi è onesto deve dimostrarlo fino all’ultimo centesimo.
Ecco allora che le “trascuratezze” sui soldi di cui parla Bugani,
sommate ai non piccoli inconvenienti tecnici palesati dalla piattaforma Rousseau durante le parlamentarie, più i criteri legittimi ma del tutto soggettivi (Di Maio)
alla base della scelta delle candidature, tutto questo complesso di
cose non fa altro che riproporre l’interrogativo politico di fondo. Che
non riguarda certo l’integrità personale del gruppo dirigente
Cinquestelle e neppure le sacrosante battaglie sulla legalità e meno che
mai la possibilità di formare un governo nel caso (oggi ancora
probabile) il 4 marzo il Movimento conquistasse la maggioranza relativa.
Ma invece: se non sono capaci di controllare i conti di qualche
centinaio di persone come possono tenere in ordine il bilancio di un’intera nazione?
Antonio Padellaro (Il Fatto Quotidiano - 14 febbraio 2018)
domenica 11 giugno 2017
Renzi, l’uomo solo punto e basta
Incontro un pezzo grosso renziano (di cui non
farò il nome e capirete perché), discorriamo (stancamente) della nuova legge elettorale
poi il discorso cade sui difetti caratteriali e politici di Matteo Renzi
che, concordiamo, “non cambia mai”. Parliamo di quanto sia complicata l’ipotesi
di un governo del Pd con la sinistra di Bersani e D’Alema, a causa delle
reciproche e incrollabili inimicizie personali finché, sulla porta, lui mormora
qualcosa del tipo: se fosse necessario potremmo chiedere a Matteo di fare un passo indietro
per senso di responsabilità. Ovvero: anche se spettasse al Pd proporre la nuova
maggioranza di governo non è detto che l’incarico di premier toccherebbe
al discusso segretario.
Al di là del detto e dei non detti, ogni giorno
che passa il
partito del “Renzi Meglio No” cresce per le ragioni più
diverse, dando vita a una conventio ad exludendum di natura del tutto
inedita. Insomma: dall’uomo solo al comando si sta passando all’uomo solo punto e basta.
In pochi giorni il segretario bis ha collezionato le aspre critiche di
quattro padri nobili del centrosinistra: accanto alla radicata ostilità di Enrico Letta stai sereno,
pungono l’ex premier i fiori di cactus di Walter Veltroni (ha tradito
il Pd a vocazione maggioritaria), di Romano Prodi (pronto a piantare la sua tenda lontano dal
Nazareno) e di Giorgio Napolitano che ha rabbiosamente infilato l’ex
pupillo nel medesimo mazzo, opportunista (e populista) dei Berlusconi, Salvini e
Grillo.
Convinto che, per un basso calcolo di pura
convenienza, si eludano gli impegni europei, fissando abusivamente la data del voto a settembre,
il presidente emerito sembra dare voce ai piani alti di Bruxelles
dove mal si comprende come una nazione perennemente con il cappello in mano nel
chiedere più
flessibilità stia fremendo per dilapidare tempo e denaro sulla
giostra elettorale.
Con Renzi nella parte di Lucignolo.
Altrettanto pesante l’attacco mosso ieri sulle colonne di Repubblica
dall’ex direttore Ezio Mauro che accusa il politico più amato da Eugenio
Scalfari di aver concorso alla costruzione di un mostruoso marchingegno
elettorale al solo scopo di stringere “un patto abusivo e
suicida” con il pregiudicato di Forza Italia. “Cancellando l’ipotesi e la nozione
stessa di centrosinistra, dopo che già era stato abbondantemente picconato il
concetto di sinistra”.
Agli autorevoli colleghi verrebbe da dire benvenuti tra noi
se non fosse che sono tre anni almeno che lo statista di Rignano procede sulla
strada verso
lo strapiombo accompagnato dall’orchestrina festante dell’informazione unica,
e dallo stucchevole ritornello: non è certo perfetto ma l’alternativa qual è?
Un alibi che adesso non regge più. Come dimostra il sondaggio commissionato dal Fatto
Quotidiano sulla potenzialità di una lista unica a sinistra del Pd.
Nel caso i vari pezzi “picconati” da Renzi
decidessero una buona volta di mettere da parte protagonismi e ruggini per restituire un’alternativa
a un vasto elettorato, destinato altrimenti a rafforzare i Cinquestelle
o a ingrossare il già stracolmo serbatoio dell’astensione. Una forza
elettorale calcolata tra il 12 e il 16 per cento che nel nuovo Parlamento
potrebbe allearsi
o con Grillo (come vorrebbe la maggior parte degli
intervistati) o con il Pd. Non certo con il Pd renziano
assai poco sensibile ai temi del lavoro, dell’onestà, della lotta ai privilegi,
della cura dell’ambiente e che sulla malagestione delle banche ha vissuto la
sua Caporetto. Ecco perché prima di porre le basi per un nuovo centrosinistra
di governo sarebbe necessario trovare un altro candidato premier.
Condiviso.
Avrebbe potuto esserlo Giuliano Pisapia,
apprezzato sindaco di Milano ma che si porta dietro il peso del Sì al
referendum costituzionale e un atteggiamento un po’ troppo
schizzinoso nei confronti di tutta la sinistra che Pisapia non è. Il Pd
potrebbe proporre Paolo Gentiloni o altro candidato di mediazione mentre
alla lista unica non mancherebbero i nomi: da Rodotà a Bersani a Landini
fino all’outsider Saviano. Insomma molti possono essere i chiamati, tranne
uno. Quello stesso che quattro anni or sono salpava col vento in poppa al
massimo della popolarità e che oggi si è trasformato in un serio motivo d’imbarazzo.
giovedì 27 agosto 2015
Berlusconismo e antiberlusconismo: scusi Renzi, ma lei da che parte stava?
Suscita qualche legittima curiosità ciò che ha detto Matteo Renzi
all’entusiasta platea di Cl sulle colpe storiche del “berlusconismo e
dell’antiberlusconismo che hanno fatto perdere all’Italia vent’anni”.
Una frase furba e anche abbastanza ignobile. Come nel carattere del
personaggio, perché mette tutto e tutti sullo stesso piano (con lui al
piano di sopra). Ma che lo espone ad alcune inevitabili domande sulle
sue personali scelte di campo, tenendo conto che, a differenza del
calcio, su certi argomenti non è possibile lo zero a zero e neppure
mandare la palla in tribuna.
Per esempio, nei giorni del G8 di Genova quando la polizia del governo Berlusconi mandava all’ospedale le persone che sfilavano pacificamente – per non parlare della macelleria messicana nella scuola Diaz –, il cuore del Matteo già grandicello, batteva per i manganelli o per quelli a cui spaccavano la testa?
E nei giorni dell’editto bulgaro quando lesse (se leggeva i giornali) che Biagi, Santoro e Luttazzi
erano stati cacciati dalla Rai perché invisi al presidente-padrone,
Renzi continuò a giocare con le macchinine o pensò tra sé e sé (perché
Verdini non sentisse): però, che schifo?
E se con gli amici del bar di Rignano il discorso cadeva sul
conflitto d’interessi del presidente del Consiglio, proprietario di tre
tv e controllore del servizio pubblico, la reazione di Renzi qual era?
Che palle, non se ne può più?
E delle numerose leggi vergogna, e dei vari lodi Schifani e Alfano
poi dichiarati incostituzionali, il giovanotto Renzi cosa pensava
esattamente? Che costituivano utili innovazioni di un sistema
giudiziario obsoleto? O che era un insopportabile uso del governo e del
Parlamento per consentire all’Imputato di farla franca dimostrando che
la legge non è affatto uguale per tutti?
Sappiamo invece da che parte stava quando il suo maestro Silvio cercò di smantellare a proprio uso la Costituzione. Il discepolo non è da meno.
E quando (andiamo a memoria) nella campagna elettorale del 2006, Berlusconi attaccò frontalmente Prodi
dicendo che non poteva credere che “ci fossero in giro così tanti
coglioni pronti a votare contro i loro interessi”, possibile che il
futuro premier stesse dalla parte dei coglioni antiberlusconiani?
E quando all’apice del bunga-bunga, Dario
Franceschini chiese agli italiani: “Fareste educare i vostri figli da
quest’uomo?”, Renzi cosa rispose: sì, no o forse? Oppure pensava che il
suo futuro ministro stesse parlando di Roman Polanski?
Infine (ma potremmo continuare a lungo), quando l’allora presidente
Napolitano rifiutò di firmare l’infame decreto del governo Berlusconi
che avrebbe vietato l’interruzione dell’alimentazione e idratazione
artificiale di Eluana Englaro, Renzi rinunciò a provare vergogna per non contribuire alla paralisi del Paese?
Verrebbe da pensare che un premier cresciuto nella cultura dei
Telegatti rappresenti la media di ignoranza (e di smemoratezza) vigente
nel resto del Paese. Invece, il suo è puro cinismo. Renzi conosce troppo bene i guasti prodotti dal ventennio berlusconiano
ma non gliene frega nulla. O meglio, ne fa un uso personale per
azzerare tutto ciò che viene prima di lui e per alimentare la
conveniente leggenda dell’“uomo nuovo”, senza scheletri nell’armadio e
ignaro delle nefandezze di chi l’ha preceduto. Tutto già visto. Ne sanno
qualcosa Furio Colombo e chi scrive che ai tempi dell’Unità “antiberlusconiana” subirono lo stalking della dirigenza Ds e successivamente Pd (da Fassino a Veltroni)
che con crescente irritazione ci andavano ripetendo: non si può dire
solo no (slogan che fornì anche il titolo a un libretto renziano ante
litteram che andrebbe ripescato). Fummo persino sottoposti a una sorta
di mini-processo dai senatori diessini guidati da Franco De Benedetti
che garbatamente minacciava di toglierci il finanziamento pubblico di
cui il giornale si giovava. Rispondemmo: fate pure. Andò a finire che
Colombo fu accompagnato alla porta e che un paio d’anni dopo toccò a me.
Felix culpa, visto che anche da quella “spinta” nacque il Fatto.
La differenza è che, allora, pur nella fregola di farsi benvolere dal
Sultano, quel gruppo dirigente agiva con un minimo di timore e di
rispetto verso un elettorato di sinistra che non poteva certo mandare
giù l’inciucio con un personaggio che aveva elogiato le
“tante buone cose fatte da Mussolini”, che aveva definito l’Italia “un
paese di merda” e che della sua affiliazione alla loggia di Gelli
diceva: “Essere stato piduista non è titolo di demerito”. Mettendo
sullo stesso piano Berlusconi e chi lo ha combattuto per anni in
Parlamento, sulle piazze e su alcuni giornali, quel rispetto Renzi lo ha
preso a calci. La storia, che lui fa finta di non conoscere, insegna
che presto o tardi sarà ricambiato della stessa moneta.
Antonio Padellaro (Il Fatto Quotidiano, 27 agosto 2015)
mercoledì 3 giugno 2015
Regionali 2015: Renzi, chi semina Paita e nervi raccoglie Toti, Zaia e vendette
“Sinistra
masochista”: lo sfogo del premier rimbalza sui giornali e si tinge di complotto
nelle smorfie televisive di quelli del Giglio Magico, che dicono e non
dicono, ma lasciano intendere che l’opposizione interna del Pd ha
lavorato per il re di Prussia. Soprattutto in Liguria, in Umbria ma anche in
Campania, dove “sono riusciti a resuscitare Grillo e Casaleggio”. Senza contare
l’effetto Rosy Bindi e delle sue liste di impresentabili “che rese note a
poche ore dal voto hanno sconcertato e confuso molti elettori” (Serracchiani). Tremenda
vendetta invoca il pretorio contro il partito antipartito, vecchia
conoscenza della tradizione rossa che, ai suoi tempi, Stalin aveva liquidato
con certi sistemi spicci e che nella versione tweet di Matteo Renzi
suona così: “Il leader non intende cacciare nessuno ma basta con la corrente
organizzata”. Tradotto: cari Cuperlo, Fassina, Bersani e anche tu Speranza,
che sembri sempre cascare dal pero, state in campana perché adesso mi sto
veramente incazzando.
Pubblicità
Una reazione tutta
di nervi e che proprio per questo rivela una certa debolezza. Che i nemici
interni vadano o blanditi o soppressi prima che nuocciano alla causa e non
dopo, è l’abc della politica e non bisogna certo scomodare Machiavelli.
Con il risultato che oggi la minoranza, molto più baldanzosa di ieri, ha buon
gioco a ribaltare su Renzi l’accusa di avere minato l’unità del partito:
e del resto, si sente mormorare, chi semina vento, con quel che ne segue. Lo
spiega bene Fassina quando dice: “Il nostro elettorato non gradisce la svolta
liberista e plebiscitaria del premier”. Ovvero: come da risultati, la sinistra
conserva un forte consenso sociale nella base Pd che non ha gradito né il Jobs
act né la “buona scuola”. Ragion per cui facendo la guerra a noi, Renzi l’ha
fatta a milioni di elettori. Ma per lo statista di Rignano sull’Arno il
conto piuttosto salato del 31 maggio non si ferma qui.
Candidature
sbagliate
Non solo Raffaella
Paita in Liguria ma anche Alessandra Moretti nel Veneto, più che
doppiata da Luca Zaia, rappresentano quei nomi calati dall’alto e discutibili
per svariate ragioni, che un elettorato sempre più mobile non ha voluto subire
preferendo alle cabine elettorali quelle marine. Renzi ci ha messo la faccia
soprattutto con la ladylike Moretti, nell’indimenticabile video del viaggio in
auto dove Matteo fa le stesse smorfie dell’omino della callifugo Ciccarelli,
quello del “poveretto come soffre”.
La grana De
Luca
Anche qui era
tutto scritto. L’ex sindaco di Salerno ha vinto in Campania ma non potrà
governare in forza della legge Severino, e in attesa che i giudici si
pronuncino sul merito dei suoi ricorsi. Perché Renzi sia andato a ficcarsi in
questo ginepraio resta un mistero.
La tassa del
Mezzogiorno
È quella che il
leader sta pagando nelle regioni conquistate dal Pd ma che si comportano come
repubbliche autonome dal Nazareno. Non è un caso che Michele Emiliano,
supervotato nelle Puglie, abbia voluto far sapere che Renzi di lì non è
passato. In Campania, pur con tutti i suoi guai, De Luca risponde a De Luca.
Calabria e Sicilia (Crocetta) da tempo viaggiano per conto loro, così come
Zingaretti nel Lazio che renziano proprio non si può definire.
Insomma,
soltanto un anno dopo il famoso 40 per cento delle Europee, Renzi
assomiglia più a Enrico Letta che a David Cameron. E con questi risultati
certamente non può stare sereno.
Antonio Padellaro
(Il Fatto Quotidiano, 2 giugno 2015)
lunedì 23 marzo 2015
"Questo suo libro avrebbe potuto intitolarlo “Confesso che ho vissuto”, se Pablo Neruda non l’avesse preceduto di una quarantina d’anni.
(Copertina dell'ultima opera letteraria di Massimo Fini edita da Marsilio nel febbraio 2015)
"Questo suo libro avrebbe potuto intitolarlo “Confesso che ho vissuto”,
se Pablo Neruda non l’avesse preceduto di una quarantina d’anni. C’è chi
rimprovera a Massimo di aver dissipato il suo enorme talento, come se
del talento si potesse fare un uso diverso che sperperarlo. Lui lo ha
fatto nel solo modo consentito a un vero giornalista: con le letture
giuste, con la scrittura, con l’integrità delle proprie idee. Ma
soprattutto contando sull’incommensurabile ignoranza dei suoi colleghi"
Mi ha sorpreso non trovare nell’ultimo libro di Massimo Fini, Una vita, il nome del centravanti Ruud van Nistelrooij,
“ il grande Ruuud”, come lui lo invocava nelle nostre innocenti
evasioni telefoniche, che originate da qualche intemperanza verbale
nella sua rubrica settimanale sul Fatto scivolavano felicemente verso
una privatissima fumeria d’oppio, il calcio. Ho sempre sospettato che a
lardellare di sanguinose ingiurie la coda dei suoi scritti Massimo lo
facesse apposta per poi attaccar briga e quindi addivenire a un onorevole compromesso
(onorevole più per lui che per me che ero il direttore). Esaurito il
negoziato si poteva finalmente dare fondo all’erudizione pallonara e al
duello a colpi di dotte citazioni. Su “Ruuud” gli
lasciavo volentieri campo libero: avendo il mio rivale scommesso intere
fortune sulle prodezze dell’attaccante di Manchester United e Real Madrid,
gli attribuivo una sorta di libera docenza in materia al cui cospetto
tacevo deferente. Non sempre era così. Poco tempo fa con Massimo demmo
vita a un ignobile scazzo in quel di San Pellegrino Terme invitati
entrambi a parlare dell’universo mondo.
Sul palco ci eravamo mandati a quel paese a proposito del profilo morale del Mullah Omar:
secondo lui un eroe di cristallina purezza nella lotta contro
l’imperialismo yankee; secondo me un furfante talebano datosi a
ignominiosa fuga inforcando una moto. Più tardi, a tavola, tutto
sembrava ricomposto quando mi venne la pessima idea di contraddirlo
sull’Olanda del calcio totale anno 1974. Come due vecchi rimbambiti ci
scannammo su chi fosse stato lo stopper degli Orange, forse per qualche
bicchiere di troppo, forse per fare colpo su alcune signore che per la
verità ci osservavano schifate. Mi sarebbe piaciuto essere amico di
Massimo Fini negli anni 70 e respirare l’ebbrezza di quel giornalismo
felice e sconosciuto che non è un lavoro ma un dono degli dei
accompagnato dallo stupore che alla fine del mese ti paghino pure.
Saremmo andati in giro nella Milano da bere a esibire la nostra giovinezza oltraggiosa, e sempre bastian contrari, a contestare Craxi
nei salotti craxiani e a parlare male dei comunisti quando parlarne
male era come bestemmiare in chiesa: èpater le bourgeois. Poi, la sera a
caccia di ragazze e con il bicchiere della staffa ci sarebbe scappata,
chissà, anche una bella scazzottata. Lo so, ho usato tutti i peggiori
stereotipi del genere, ma Fini quella vita fatta così se l’è bevuta fino
all’ultimo goccio e questo suo libro avrebbe potuto intitolarlo
“Confesso che ho vissuto”, se Pablo Neruda non l’avesse
preceduto di una quarantina d’anni. C’è chi rimprovera a Massimo di
aver dissipato il suo enorme talento, come se del talento si potesse
fare un uso diverso che sperperarlo. Lui lo ha fatto nel solo modo
consentito a un vero giornalista: con le letture giuste, con la
scrittura, con l’integrità delle proprie idee. Ma soprattutto contando
sull’incommensurabile ignoranza dei suoi colleghi.
Tutto il resto non è giornalismo ma carrierismo, rispettabile attività molto praticata nelle redazioni e ben inquadrata nell’aforisma di un perfido editore:
nei giornali i più dotati scrivono, i meno dotati fanno i direttori. A
leggere Una vita, Fini qualche direzione l’ha pure sfiorata, ma al
momento di pronunciare il fatale sì l’angelo del libertinaggio deve
avergli messo una protettiva mano sulla testa. Così si è risparmiato
un’esistenza grama, quella di chi dirige i giornalisti, un masochista
inseguito dalle lamentazioni dei propri sottoposti e dalle carte bollate
degli altrui avvocati. Più che un lavoro difficile, inutile.
Questo è il meglio che posso dire di Massimo Fini.
Tutto il peggio, invece, se lo è scritto da solo in 242 pagine che i
suoi nemici (ma soprattutto le donne con cui ha ingaggiato una
spettacolare guerra dei sessi) apprezzeranno. A cominciare dalla copertina dove spiccano non uno, ma ben cinque ritratti del super-narciso:
dall’infante con i boccoli biondi al tombeur de femmes, con Gauloises
tra le labbra e sguardo assassino. Comunque gli sono debitore di una
bellissima lettera e di una scommessa perduta. Nella missiva mi ha
spiegato ciò che non ero mai riuscito a spiegarmi così bene a proposito
della distinzione fra gli uomini che amano il calcio e gli altri.
Sentite qua: “Perché è una passione gratuita. Che cosa viene al tifoso
se la sua squadra vince o perde? Quante volte uscendo da San Siro col morale a terra perché il Toro le aveva regolarmente buscate dal Milan o dall’Inter
di allora mi sono chiesto il perché: a casa mi aspettava una sposa
innamorata e un figlio piccolo, adorato. Nel tifo c’è il ‘fanciullo che è
ancora in noi’ e che, disperatamente non vuole morire”. Perfetto. La
scommessa riguarda la formazione dell’Olanda 1974. Lo stopper non era
Krol ma Rijsbergen. Avevi ragione tu, vecchio mio.
Antonio Padellaro (Il Fatto Quotidiano - 27 febbraio 2015)
L'autore ha di recente pubblicato sulla sua pagina Facebook un messaggio di saluto
per i lettori: "Nella vita arriva sempre un momento in cui, per una
ragione o per l'altra, si deve uscire di scena". Classe 1943, di padre
toscano e madre russa, dopo aver lavorato come impiegato alla Pirelli,
copywriter, pubblicitario e bookmaker approda al giornalismo nel 1970 (https://www.facebook.com/pages/Massimo-Fini/23434257565?fref=ts).
“Sono diventato cieco. La mia storia di scrittore e giornalista
finisce qui”. Con queste parole, pubblicate domenica 8 marzo sulla sua
pagina Facebook, Massimo Fini ha salutato i suoi lettori. “Sono diventato cieco.
O, per essere più precisi, semicieco o ‘ipovedente’ per usare il
linguaggio da collitorti dei medici. In sostanza non posso più leggere e
quindi nemmeno scrivere. Per uno scrittore una fine, se si vuole, oltre
che emblematica, a suo modo romantica, ma che mi sarei volentieri risparmiato”.
Nel suo congedo il giornalista fa riferimento al suo ultimo lavoro autobiografico: “Una Vita è quindi il mio ultimo libro. E la mia storia, di scrittore e giornalista, finisce qui. Del resto nella vita arriva sempre un momento in cui, per una ragione o per l’altra, si deve uscire di scena. Il sito rimane aperto per chi voglia sottoscrivere il Manifesto,
per le mail (ho qualcuno che mi dà una mano), per inviti, conferenze,
interviste perché se ho perso l’uso della vista non ho perso quello
della parola e, spero, nemmeno il ben dell’intelletto. Un grazie a tutti
quelli che mi hanno seguito in questi ultimi, e per me molto faticosi,
anni.”
Classe 1943, di padre toscano e madre russa, dopo aver lavorato come
impiegato alla Pirelli, copywriter, pubblicitario e bookmaker Massimo Fini approda al giornalismo nel 1970, lavorando nell’arco di una vita come cronista ed editorialista per quasi 100 testate tra cui l’Avanti, l’Europeo, Il Giorno, L’Indipendente, fino a collaborare con il Fatto Quotidiano ed Il Gazzettino.
domenica 31 agosto 2014
Renzi, cono d’ombra
Con tutti i problemi che abbiamo non si sentiva proprio il bisogno di un replay di Berlusconi che fa il clown e passeggia per il cortile di Palazzo Chigi leccando un gelato. Anzi, duole dirlo, ma perfino l’ex Cavaliere avrebbe evitato di fare il pagliaccio con il governo nel bel mezzo di una crisi economica ogni giorno più devastante.
Ma, come il Pregiudicato (con il quale non a caso è culo e camicia e stringe patti segreti), Renzi
pensa di fare fessi gli italiani con queste piccole armi di distrazione
di massa. Non gira un euro, i negozi sono vuoti, le imprese chiudono,
le famiglie affrontano il peggiore autunno dagli anni 50, ma il premier
giovanotto viene immortalato mentre mangiucchia banane o si tira una secchiata d’acqua in testa.
Come dire: ragazzi va tutto benone, e se i gufi dell’Economist mi dipingono come un adolescente immaturo accanto a Hollande e alla Merkel
mentre la barchetta dell’euro affonda, io ci rido sopra e fo il ganzo.
Purtroppo, la bibbia della grande finanza voleva comunicargli che i
grandi investitori non sanno che farsene del governo degli annunci ai
quali quasi mai seguono i fatti. Dopo la figuraccia della riforma scolastica
(con i centomila precari assunti da un giorno all’altro, secondo i
giornali di corte) che aveva detto “vi stupirà” e che infatti molto ci
ha stupito per la sua assenza, Renzi invece di chiudersi in un
imbarazzato silenzio si è sparato la mirabolante riforma della giustizia
civile che, venghino signori venghino, durerà la metà e mi voglio
rovinare.
Se continua così, lo statista di Rignano non farà l’annunciato big bang, ma un grosso botto sì. Al gusto di limone.
Antonio Padellaro (Dal Fatto Quotidiano del 30 agosto 2014)
venerdì 22 agosto 2014
Renzi, la solitudine di Eugenio S.
Forse non sbagliamo se, nel leggere l’ultimo Eugenio Scalfari,
siamo portati a pensare che ogni tanto si sentirà un po’ solo. Non
parliamo, per carità, dei suoi fans che sono ancora legioni, pronti a
centellinare le omelie domenicali con religioso fervore. E neppure
alludiamo ai colleghi giornalisti che non cessano di
tributare al Fondatore il rispetto e la considerazione che merita. Del
resto, se non ci fosse stato Scalfari, non ci sarebbe stata Repubblica. Ogni tanto però sorge il dubbio che, se oggi ci fosse ancora la Repubblica di Scalfari, su un punto soprattutto somiglierebbe poco alla Repubblica di Ezio Mauro: il giudizio sul governo di Matteo Renzi. Scalfari ha sicuramente una qualità (sui difetti noi del Fatto abbiamo già dato): dall’alto della barba bianca e della storia personale, può permettersi di non essere ipocrita. Se disistima qualcuno (o se non lo ritiene degno della sua attenzione), prima o poi glielo farà capire.
Rivelatore di questo stile è una piccola confidenza che mi fece Eugenio (quando ci chiamavamo per nome) a proposito dei tanti libri,
spesso inutili, di autori altrettanto superflui, spesso giornalisti,
che intasavano e ritengo ancora intasino gli scaffali del Fondatore,
accompagnati da dediche anelanti benevolenza. Quando a Scalfari capitava
di incrociare lo sguardo supplichevole di uno di questi presunti Hemingway,
alla fatale domanda “direttore hai ricevuto il mio libro?”, al tapino
era riservata la seguente formula standard: “Certamente, caro, e mi
compiaccio con te”. Mi spiegò, se ben ricordo, che questo modo di
congratularsi aveva il pregio di evitare un qualunque pronunciamento sul
contenuto del tomo (che evidentemente neppure era stato sfogliato). Ma
tutto col dovuto garbo e lasciando il resto alla libera interpretazione
del romanziere o del saggista di turno, che infatti ringraziava
riconoscente immaginando il meglio. Qualche tempo dopo mi capitò incautamente
di far pervenire a Scalfari non ricordo più quale mio capolavoro
editoriale e infatti di lì a poco la sua voce inconfondibile al telefono
sentenziò: “Caro, mi è arrivato il tuo libro e mi compiaccio con te”.
Il motivo di questa digressione è presto detto. È immaginabile che, all’arrivo di Renzi a Palazzo Chigi,
E. S. abbia nutrito più di una riserva sulla cultura governativa dello
scout di Rignano, pur riconoscendogli, come tanti, quella vitalità
caotica ma salutare degli uomini nuovi che irrompono in una situazione
stagnante. La predilezione di Scalfari per Enrico Letta
non era un mistero, come non lo fu il suo disappunto per l’improvvisa
giubilazione del “nipote” preceduta da un mancato invito al Quirinale
dove al posto dell’allora premier, considerato non certo un fulmine di
guerra, ratto si presentò l’altro. Ecco, a noi piace pensare che per
dare una mano al suo grande amico Giorgio Napolitano evitando
sgradevoli finzioni, almeno all’inizio Scalfari abbia adottato nei
confronti del nuovo arrivato l’infallibile metodo del “mi compiaccio”. Ovvero: garbo istituzionale con cauta sospensione di giudizio. Quando però Renzi ha cominciato sul serio a fare Renzi, Scalfari non si è trattenuto.
Prima ha rispolverato la favola del Pifferaio di Hamelin che ammaliava
le turbe conducendole dove più gli conveniva. Poi ha smontato alcuni dei
capisaldi del renzismo, a cominciare dagli 80 euro e dal Senato.
Quindi,
domenica scorsa, ha impartito una lezione al giovane presidente del
Consiglio sulle differenze tra deflazione e depressione. Il tutto
condito da un attacco finale alle riforme renziane, ipotizzando che esse
mirino esclusivamente al rafforzamento del rottamatore attraverso forme
rischiose di “democrazia individuale e sovranità popolare fittizia”.
Definizione che ha lo stesso suono di quella “democrazia autoritaria” denunciata da questo giornale in una petizione che in un mese ha già raccolto più di 233 mila adesioni.
Non
pretendiamo certo che Scalfari unisca la sua firma a quella di quei
molti giuristi e personaggi della cultura che certamente stima o che gli
sono amici. Non siamo ipocriti neppure noi. Si parla tuttavia di una
crescente insofferenza del Fondatore per la sudditanza nei confronti di Renzi dimostrata dalla cosiddetta grande informazione,
con frequenti cadute di stile e di gusto. Si dice anche che all’inizio
di agosto, conversando amabilmente nella sede di Largo Fochetti sulla
decadenza degli imperi nella storia, egli abbia ricordato come pur di
assecondare le voglie dell’imperatore Tiberio, i cortigiani ricorressero
a bassezze di ogni genere e tipo, descritte queste con dovizia di
particolari. Chissà a quale giornale si riferiva. Ma, se avesse voluto
dire che la libera stampa, se ancora libera, piuttosto
che assecondare i governanti dovrebbe incalzarli con qualche salutare
sferzata, ebbene su questo non potremmo che dichiararci d’accordo.
Antonio Padellaro (Il Fatto Quotidiano, 22 agosto 2014)
sabato 28 giugno 2014
Renzi e Berlusconi, doppio peso all’italiana
Perché a Matteo Renzi viene perdonato tutto ciò che non è stato perdonato a Silvio Berlusconi?Breve promemoria. Nel famigerato ventennio, più volte gli scherani del sultano di Arcore provarono a liberarsi delle intercettazioni telefoniche e ambientali comprovanti i loro traffici. Con la scusa della privacy
da difendere, minacciarono la chiusura dei giornali che avessero
pubblicato quei verbali e altri sfracelli. Si coniò giustamente il
termine “bavaglio”, si organizzarono piazze ricolme di
sdegno e gli strilli fecero tremare le vetrate del Quirinale e di
Palazzo Chigi. Non se ne parlò più.
L’altroieri, dagli uffici del ministro Orlando è stata fatta filtrare una riforma della giustizia riguardante anche la (non) pubblicazione delle intercettazioni
per vedere l’effetto che faceva. L’obiettivo è il medesimo perseguito
dal crudele Caimano: evitare che finiscano sui giornali conversazioni
sconvenienti per i potenti. Ma quella che un tempo sembrava una
macelleria messicana oggi è una elegante sala da tè dove giornalisti ed
esperti trattano il non più bavaglio con grazia e soavità come
piluccassero pasticcini. E che dire della soppressione del Senato elettivo che il premier di Rignano sull’Arno ha proposto,
ponendo i parlamentari della Repubblica davanti alla cortese
alternativa: o la votate o ve ne andate a casa? Per aver vagheggiato
qualcosa di simile, il presidente-padrone fu paragonato a Mussolini,
mentre al vincitore della Ruota della fortuna ’94 basta enunciare la
supercazzola del bicameralismo perfetto e tutto tace (tranne i soliti
rompiscatole).
La spiegazione più banale del doppiopesismo
all’italiana è che Renzi non è Berlusconi, non ha i suoi trascorsi,
appare meno pericoloso e non si tinge i capelli. Senza contare che
quello stesso Pd che ieri tuonava dall’opposizione
contro la democrazia messa in pericolo dalla destra oggi concorda le
riforme con gli ex nemici in una confusione di ruoli dove non ci sono
più buoni e cattivi, ma solo una grande marmellata dolciastra. O forse,
l’immunità di Renzi nasce dallo spirito del tempo di un
Paese talmente stanco e sfibrato dalle nefandezze subìte e così
imbrogliato e rassegnato, che preferisce lasciar perdere, e il naufragar
gli è dolce in questo mare.
Antonio Padellaro (Il Fatto Quotidiano, 28 Giugno 2014)
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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari
Un'immagine, un racconto
La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)


