La Quarta Dimensione Scritti

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che raccoglie i testi completi dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (se disponibili).

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martedì 21 agosto 2018

Confini o frontiere: perché innalziamo muri?


Impaurito dalla narrazione ansiogena dalla politica della paura, disorientato dalla velocità della globalizzazione, l’uomo che si è impoverito e si trova ai margini di questo processo reagisce.
In ragione di un meccanismo fisiologico irrazionale, sente il bisogno di ritrovare i propri punti di riferimento identitari e comunitari grazie all’esclusione del diverso e di chi si trova al di sotto della piramide sociale, credendolo “causa dei propri mali”. Per potere escluderlo, ha bisogno di porre un limite fisico e di tenerlo a distanza.
Nella logica della ridefinizione della propria identità vi è quindi un fattore coinvolto in questo processo, oggetto di studio di due discipline apparentemente distanti quali la psicologia e la geografia: lo spazio.
Sotto la spinta della globalizzazione, se si immagina quanto siano collegate le metropoli di oggi, quanto siano avvicinabili due persone da un lato all’altro del mondo, e quanto il tempo, necessario a raggiungere qualsiasi meta, si sia deformato, si può affermare che tutte le distanze si siano relativizzate se non annullate. Alcuni geografi si sono persino interrogati sull’apparente scomparsa della nozione di spazio, provocata dall’avvento della rete telematica come di un “non-luogo”, e quindi sulla “fine della geografia”.
Se a questo si aggiunge il fatto che il liberismo predica la libera circolazione di persone e merci questo effetto viene indubbiamente moltiplicato. Sempre meno padroni dello spazio abbiamo iniziato a preoccuparci di ridefinire quello sotto il nostro dominio, un po’ come accade quando da piccoli cerchiamo di stabilire delle linee immaginarie con i propri fratelli o sorelle o compagni di classe in macchina o nei banchi di scuola, promettendoci di non invaderle, per delimitare quali siano gli spazi di competenza.
Si è così scatenata una facile rivolta sovranista a tutti i livelli spaziali: nazionale e continentale con la chiusura delle frontiere e dei porti, ma anche personale con la volontà d’estensione della legittima difesa nella propria casa; un sovranismo persino digitale, che permette ad ognuno di essere padrone di un proprio spazio virtuale in cui realizzare i propri “bisogni sociali”, e nel quale si accenna uno sforzo di autodeterminazione della propria libertà attraverso il consenso prestato a termini della privacy, cookies e similari.
Per capire come questa rivolta si concretizzi nell’innalzamento di muri occorre ripercorrere in modo sintetico l’uso delle parole confine e frontiera.
“Finis” e “limes” sono i due termini latini che restituiscono una differenza: nel primo caso si tratta di una linea, il solco definito dal rex di epoca monarchica romana, in quanto autorità religiosa e morale; nel limes invece vi è l’idea di zona di contatto tra il mondo civilizzato e il mondo barbaro.
Col passare del tempo, in epoca moderna, confine e frontiera hanno finito per coincidere in lingua italiana perché, con l’affermazione degli Stati-Nazione, le divisioni territoriali si fondavano sulla definizione di con-fini, in cui si riconosceva l’”altro” insieme alle sue pretese territoriali.
Il termine frontiera è sopravvissuto nella sua veste americana o inglese nelle conquiste del west o nell’espansionismo mondiale inglese.
Contrariamente ai confini, il limes romano e le frontiere americane definiscono un’ interfaccia in cui si tendono a gestire dei flussi. La gestione dei flussi prevede che alcuni passino, ed altri no, sulla base di criteri sempre discriminanti. Quali siano le caratteristiche umane o economiche che definiscano il diritto di entrare o meno, è oggetto di dibattito politico, ma la volontà di chiudere le frontiere sembra una reazione non ponderata di “chiusura a riccio” di chi vuole difendersi da qualcosa. Il ritorno all’idea di frontiera come limite, come barriera, dopo anni di abbattimento di frontiere e muri per facilitare la circolazione delle merci e l’imperialismo commerciale delle multinazionali, rappresenta un ritorno all’idea che lo Stato possa ancora avere un ruolo.
Eppure prima si costruivano muri di con-fine nel quale si riconosceva il limite tra se stessi, la propria nazione e quella vicina, implicitamente riconoscendo quindi l’Altro, seppur in concorrenza o in conflitto con la propria nazione.
Prima si costruivano frontiere che servivano a conquistare, come la Frontiera del West o il Limes romano che rappresentavano, agli occhi dei conquistatori che così giustificavano l’espansione, l’avanzare della civiltà in un mondo “arretrato”, “incivile”.
Oggi le frontiere ed in particolare i suoi muri fisici, le sue barriere, assumono un ruolo completamente diverso alle funzioni precedentemente svolte.
Prima rappresentavano l’affermazione di un potere, quello dello Stato, ora la sua crisi.
Come afferma Dario Gentili (1), “la loro costruzione svolge una funzione diametralmente opposta rispetto al passato. Nel violare il sacro recinto murario tracciato da Romolo, trovò la morte il fratello gemello Remo, avversario di Romolo nella disputa per diventare il re di Roma: le mura di confine e la loro violazione comportano simbolicamente – in quanto reductio ad Unum dell’ambivalenza mitica della gemellarità – l’istituzione della regalità, che, ricorda Cicerone nel De re publica, può essere uno soltanto a impersonare. Il rito della fondazione intendeva affermare prima di tutto, prima della stessa costruzione della città, il fondamento sacro del potere. […]
Anche oggi, la costruzione di muri sembra essere dettata, più che dall’efficacia, dall’esigenza di affermazione simbolica del potere, di rinvigorirne la sacralità perduta. Eppure, ciò che si rappresenta è soltanto la crisi e la fragilità – se non proprio il fallimento – della sovranità dello Stato-nazione […]
I muri oggi non vengono eretti per definire confini bensì frontiere; ma non si tratta della tipologia della frontiera mobile americana – e di ogni colonialismo in generale. Questi muri di frontiera sono immobili. Pur non riconoscendo alcun ordine politico al di fuori, non sono frontiere di conquista, bensì di difesa; a differenza del con-fine, non definiscono entrambe le parti, ma soltanto la rettitudine di una parte, quella interna: sono i baluardi di difesa contro gli attacchi alla democrazia, all’ordine interno, (o ad una presunta identità), così se ne giustifica sovente la costruzione.”
Su altra scala, un’esempio è dato dai muri che dividono le bidonville dalle guard gated communities (o in america latina, condomìnio fechado), ovvero quartieri ricchi blindati da mura e sistema di sicurezza, essi ghettizzano i benestanti che non solo non vogliono mischiarsi con la gente comune, ma esigono un sistema di sicurezza privato che non condividono con il resto della popolazione.
La creazione di barriere, filo spinato, frontiere è dovuta alla necessità di definire lo spazio che si sente proprio e quindi una promanazione di sé stesso e alla necessità di dominarlo dato che tendenzialmente scompare sotto la spinta della globalizzazione. Dietro ogni muro c’è un processo politico di esclusione e inclusione di gruppi sociali, di perdenti e vincenti e quindi di ingiustizie.
Creare delle barriere, crea spesso delle ingiustizie e quindi conflitti.
Illudersi che queste possano fermare la mondializzazione è utopia pura e non offre niente più che la manifestazione clinica di un sintomo che serve solo a provocare divisione ed odio: il terrore di riconoscere nell’Altro, la proiezione del nostro futuro e l’ineludibile necessità di accettarlo, insieme alle nostre responsabilità.

(1) http://www.master-territorio-environment.it/wp-content/uploads/2015/12/Dario-Gentili-Confini-frontiere-muri.pdf

 Tobia Savoca (Pressenza - 21 agosto 2018)


lunedì 20 agosto 2018

Santo Stefano di Camastra ……. in FOTO.


Si parte di buon mattino per approntare l’ennesima mostra autofinanziata da entusiasti fotoamatori che approfittano di ogni opportunità offerta per proporsi con i frutti della loro passione.
La destinazione di questa volta è l’affascinante Palazzo Trabia di Santo Stefano di Camastra, sede di un bellissimo museo della ceramica che costituisce fiore all’occhiello della comunità locale.
Le foto pannellate sono pronte per l’essere esposte e il folto gruppo di autori intervenuto si muove alacremente per l’allocazione delle immagini.
Fra i partecipanti all’evento spiccano le foto di Melo Minnella e quelle di Nino Giaramidaro, che interverranno con altri fotoamatori dopo, gli altri siamo già tutti pronti in attesa che l’amico Filippo ci renda accessibili i luoghi destinati all’esposizione.
Si procede velocemente e senza intoppi, seguendo logiche estetiche che non apportino problematiche di visibilità ad alcuno.
Durante le operazioni si presenta l’imprevisto: uno dei presenti accusa l’infittirsi di dolori non meglio precisati all’addome; ma i lavori devono procedere e solo la visita occasionale di un medico amico induce il sofferente a recarsi urgentemente alla locale guardia medica per le verifiche del caso. La predisposizione della mostra viene intanto completata.
Gli accertamenti al malcapitato, che continua ad accusare il malessere, diagnosticano sospetti di vario genere che consigliano per maggiori approfondimenti al pronto soccorso più vicino: si va a Cefalù.
Una prima verifica classifica a codice verde la problematica da accertare. Il foglio rilasciato con il numero 49 ci classifica al quinto posto (quattro codici verdi prima di noi), ma si tratta di graduatorie fluttuanti che possono decrescere in funzione dei nuovi arrivati.
Un TSO subentrato con il numero 51 viene infatti codificato con il codice rosso; il che ci fa regredire al sesto posto, ma si tratta di un ricovero, quindi ben presto guadagniamo posizioni ma arriva un codice giallo e passano due ore prima di poter essere chiamati.
Dopo aver lungamente primeggiato la classifica al primo posto, con il timore che potesse arrivare un imprevisto codice rosso o giallo, l’accesso viene concesso al solo paziente. Non mi rimane quindi che armarmi di santa pazienza ed attendere fuori.
Intanto all’amico paziente sottoposto alle verifiche di pronto soccorso vengono fatti tutta una serie di esami che non portano fortunatamente a soluzioni negative; la dottoressa che accerta procede coscenziosamente ai vari controlli ed esami che implicano però del tempo. Elettrocardiogramma, esami di sangue vari, ecografia, radiografie, etc…
Dalle 13,30 alle ore 19,15 io passo il tempo tra una panchina e l’altra e quando cominciano ad arrivare le visite dei vari familiari dei pazienti dell’annesso ospedale gli ampi spazi si popolano. E’ un calvario di patologie e di pazienti con ognuno le annesse problematiche accomunate ad altri. Mi sposto per questione di privacy e in un'altra panchina appartata mi raggiuge il vocio di un barellista d’ambulanza “in standby” che al telefonino si intrattiene con un amico disquisendo su problematiche di coppia, sulle leggerezze e le complesse relazioni sentimentali di amici comuni ……. Lui parla a voce alta nel giardinetto antistante all’ospedale che consente il wifi e non puoi fare a meno di sentire ……. “cumpà, ti parru come un frati” …… etc. etc.
Provo a cambiare panchina rifugiandomi su quella che fronteggia una statua di Padre Pio a dimensione umana, ma anche qui non c’è scampo perchè ben preso arriva un devoto con la sua famiglia ed annessi generi e figlioli. Quindi, foto di rito con telefonino ed invii incrociati in Whats app fra i componenti, poi apposizione di una corona di legno fatta benedire qualche giorno addietro ma che si è rotta ed è ormai inutilizzabile per l'uso originario: quindi, un ideale oggetto da donare al Beato.
Nuvole di zanzare all’ora del tramonto ci assalgono e ci inducono tutti ad abbandonare il luogo: neanche il Santo ci può ad arrestarle.
Ritorno di nuovo ad aspettare nella sala d’attesa che rimane adesso il posto più protetto.
In tutto questo faccio da collegamento per rassicurare i tanti che telefonano per chiedere notizie.
Finalmente il paziente che accompagno viene dimesso e possiamo quindi raggiungere gli altri che ci attendono per l’inaugurazione della mostra.
“Pani cunzatu” e un buon vino aiutano ad allietare la giornata che alla fine si rivela positiva.
Le foto esposte sono state assemblate con sapienza estetica, i contenuti rappresentano pienamente le peculiarità del luogo, la dimora che ci ospita con i colori del tramonto ed alle luci di sera rafforza il suo fascino.
Ancora una volta il pensare positivo costituisce un aiuto. Tutto è bene quel che finisce bene e non è neanche piovuto!

Buona luce a tutti!

© Essec

sabato 18 agosto 2018

La tragedia di Genova

Le immagini di Genova hanno fatto il giro del mondo.
Un evento drammatico inimmaginabile nella storia contemporanea reso ancora più doloroso dalla visione in tempo reale della morte.
Si e’ inaspettamente, anche se non inesplicabilmente, aperto sul viadotto Morandi un baratro lungo 200 metri e profondo 50, che ha inghiottito tutto quello che transitava sulla superficie.
Il peggiore degli incubi è diventato realtà in una delle più importanti città europee, snodo essenziale di traffici terrestri, marittimi e aerei, reticolo fragile, complesso, strategico per l’intera penisola. Ne subiremo per molto tempo le ripercussioni sull’intera rete nazionale dei trasporti e nei rapporti con i paesi confinanti.
Si impone qualche considerazione su come media e social hanno rilanciato le tante dichiarazioni degli uomini politici, per lo più rappresentanti dell’attuale governo.
Sarà, è vero, un governo di nuovi personaggi, ma è andato in scena il solito balletto delle responsabilità con Autostrade spa che ci ha fatto sin da subito sapere che e’ stato un evento inaspettato, cui si sono contrapposte le voci circa la revoca della concessione pubblica, come se fosse un rapporto giuridico che si smonta in un batti baleno.
Eppure è un evento che lascia attoniti e dovrebbe far riflettere sul punto di non ritorno in cui si trova oggi il nostro Paese. Oggi con Genova finisce un pezzo importante della storia delle infrastrutture del nostro paese e nasce la fase dei sospetti sullo stato di vetusta’ di tanti ponti, strade e viadotti risalenti agli anni 60 o su opere dalla durata infinita come il MOSE a Venezia.
Ed e’ anche un colpo durissimo all’immagine nel mondo delle nostre principali societa’ di opere pubbliche, che sono pure un vanto assoluto della nostra ingegneria.
Sono state fatte in passato scelte discutibili come l’assegnazione di importanti società infrastrutturali ad Atlantia della famiglia Benetton senza chiedersi quali potevano essere le sinergie tra le abilità industriali di chi fa bene i maglioni e quelle di chi deve saper gestire uno dei più importanti asset nazionali.
Senza fare paragoni sconvenienti, stante il bilancio enorme di vite umane distrutte, viene da pensare a un moderno Ponte di San Luigi Rey di Thornton Wilder, anche se il destino e la provvidenza c’entrano ben poco con i nostri deficit. Anche nell’industria bancaria ci siamo chiesti se chi con successo produceva vino poteva essere altrettanto bravo a governare una banca. E le conseguenze economiche si sono viste. Ma qui c’è la morte a fare la differenza!
Ricordiamo che anni fa in un convegno a Venezia con accademici, autorita’ ecc. ponemmo la domanda sul perche’ i capitani di industria veneti facevano la corsa per entrare nel capitale e nella gestione di banche, assicurazioni, infrastrutture. Non solo non avemmo risposta, ma non fummo piu’ invitati ad eventi del genere.

Fonte BBC

Il grafico qui riportato è ripreso da un servizio della BBC di fonte OCSE e pone in evidenza come l’Italia, che investiva annualmente tanto quanto la Francia, con una rete di strade assai più lunga della nostra, ha ridotto di tre volte le spese (da 14 miliardi a poco più di quattro) rimanendo su quel livello in tutti gli anni successivi a quelli della drastica caduta degli investimenti (2007/2009).
Le differenze createsi con altri paesi non richiedono alcun commento esplicativo.
Forse è tempo che chi ci governa ci dia delle risposte su perchè questo sia accaduto e come intenda realisticamente invertire un trend che dura da anni. Intendiamo dire con quale strategia complessiva esso abbia intenzione di porre il problema della manutenzione, insieme alla più ampia questione della logistica, cioè dell’integrazione tra trasporto su rotaie, su strada, via aeroporti e porti.
Altrimenti, come sempre e salvo i meriti assoluti e commoventi della macchina dei soccorsi, saranno solo parole, parole e ancora parole. E anche noi cittadini dovremmo rifiutare slogan ed annunci amplificati dai social e imparare a porre domande e pretendere risposte. Questo è il nostro compito in democrazia.
Altrimenti saremo soltanto destinati a commemorare gli esiti di morti annunciate!
Nel giorno del dolore e del lutto vorremmo ricordare Genova con le immagini straordinarie e struggenti di Genova per noi di Paolo Conte. 
Con quella faccia un po’così Quell’espressione un po’così Che abbiamo noi prima d’andare a Genova.
E ogni volta ci chiediamo Se quel posto dove andiamo Non c’inghiotte, e non torniamo più.

Economia & Finanza Verde 

lunedì 6 agosto 2018

“Resignifications”



L’immagine proposta, realizzata durante la visita della mostra “Resignifications”, curata da Awam Amkpa, mi porta alla rilettura di una vecchia riflessione.
Quante vite in noi, con noi, quante storie vissute nel tempo. Chiudere gli occhi e solo immaginare i tanti esseri che ci hanno preceduto, che ci accompagnano verso un eterno orizzonte che comunque permane lontano. E vedi una folla che non ha confini e tanti anelli di catene umane che continuano a rendere immortali fugaci tracce.”
Se ci riflettiamo un attimo, un mare fatto di bottiglie vuote su cui poggia una barca può ben costituire una metafora dell’esistenza dell’Uomo. Quanti romanzi narrano di naufraghi in un’isola deserta che consegnano il loro messaggio all’oceano in una bottiglia, confidando in un futuro lettore.
Immaginando l’uomo come un essere che spesso naviga in solitario, le tante bottiglie su cui galleggia la sua barca (il suo modo di essere, il suo pensiero) sono la visualizzazione della sua avventura.
Le tante bottiglie vuote che sorreggono ogni barca testimoniano, fortunatamente, come tanti messaggi abbiano trovato approdo e siano stati letti.
La base di vetro però è anche la fragile consistenza delle culture su cui centriamo la nostra navigazione, che, se anche crediamo sedimentate e solide, rimangono permeabili e frangibili davanti a impreviste intemperie.
Buona luce a tutti!

 © Essec

domenica 5 agosto 2018

Bruce Springsteen – Tunnel of love

https://youtu.be/M4K7XZGeHTE


I can feel the soft silk of your blouse
and them soft thrills in our little fun house
then the lights go out and it’s just the three of us
you me and all that stuff we’re so scared of
gotta ride down baby into this tunnel of love
There’s a crazy mirror showing us both in 5-D
I’m laughing at you you’re laughing at me
there’s a room of shadows that gets so dark brother
it’s easy for two people to lose each other in this tunnel of love
It ought to be easy ought to be simple enough
man meets woman and they fall in love
but the house is haunted and the ride gets rough
and you’ve got to learn to live with what you can’t rise
above if you want to ride on
down in through this tunnel of love”.

Traduzione.
“L’uomo grasso seduto su un piccolo sgabello
prende i soldi dalla mia mano
mentre i suoi occhi ti squadrano da capo a piedi
mi porge due biglietti sorride e sussurra “buona fortuna”
tieniti forte angelo mio stringiti a me passerotto
ci faremo un giro in questo tunnel dell’amore, piccola
Posso sentire la soffice seta della tua camicetta
e i dolci brividi nella nostra piccola casa stregata
poi le luci si spengono e restiamo solamente in tre
tu, io e tutte le cose di cui abbiamo paura
dobbiamo farci un giro piccola in questo tunnel dell’amore
C’è uno specchio magico che ci riflette
entrambi in cinque dimensioni
io rido di te e tu di me
c’è una stanza degli spiriti che si fa così scura, ragazzi
è facile per due persone perdersi a vicenda
in questo tunnel dell’amore
Dovrebbe essere naturale
dovrebbe essere abbastanza semplice
un uomo incontra una donna e si innamorano
ma la casa è infestata dai fantasmi
e il percorso diventa difficile
e tu devi imparare a convivere con quello
che non puoi sollevare sopra di te
se vuoi percorrere la strada
che attraversa questo tunnel dell’amore”.

Bruce Springsteen, Tunnel of love (1987)





 

"Lasciate ogni speranza o voi ch'entrate".



Continuare a vedere in TV o fra gli scranni, parlamentari che recitano a soggetto ……. fantasiose tragedie greche o rinascimentali ....... ed ascoltare occupanti abusivi del panorama politico di sinistra che risultano poco credibili e …… che continuano ad indossare coerentemente la loro maschera un po’ clownesca ..... usando slogan desueti che, in qualche modo riflettono narcisisticamente il loro volto e il reale modo di essere ……. appare oggi abbastanza deprimente! 
In qualche modo è il segno della decadenza del nostro tempo!

Allora permane attuale il dubbio amletico di sempre: “è meglio interloquire con un monolitico ruspante di destra o con un militante maldestramente clonato di sinistra?” …….. Shakespeare ebbe a scrivere felicemente: “To be or not to be. This is the question”.
In verità Dante Alighieri fu abbastanza chiaro quando, all'inizio della discesa, riportò quanto era scritto sulla porta degli Inferi "lasciate ogni speranza o voi ch'entrate". 

 © Essec

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Rai: 'mission impossible' anche per i 5stelle



Anche se ci mettessero tutto il loro migliore impegno e la più buona e onesta volontà, il tentativo dei 5stelle di riformare la Rai in senso meritocratico e non partitocratico è una ‘mission impossible’. Parlo dei 5stelle perché sono nuovi, tutti gli altri hanno alle spalle una lunghissima pratica spartitoria e la Rai è una stratificazione geologica, a tutti i livelli, di berlusconiani, di leghisti, di dem, di renziani e, prima di loro, di democristiani, di socialisti, di comunisti o pdessini che dir si voglia. Il presidente della Rai è nominato dal Consiglio di amministrazione che è frutto di un accordo tra i partiti, come vediamo bene in questi giorni e abbiamo visto sempre da quando siamo entrati nell’età della ragione. E anche la nomina dell’Amministratore delegato, che formalmente spetterebbe al ministro dell’Economia, è frutto di un accordo fra i partiti sia attraverso i membri che siedono nel Consiglio di amministrazione sia fuori da quelle stanze. La Commissione di Vigilanza è formata da esponenti di partito che quindi dovrebbero vigilare su se stessi. Quis custodiet custodes? Se per caso capita in Rai un corpo estraneo, non legato a nessuno se non alla propria capacità e professionalità, ne viene estromesso al più presto com’è stato il caso di Carlo Verdelli. Sfido chiunque a trovare in Rai un direttore di rete o di testata ma anche un redattore semplice e persino un bidello che non sia in qualche modo legato a un partito. Del resto anche decidere del merito è difficilissimo. Ci sono in Rai ottimi giornalisti che non smettono di esser tali perché sono legati a questo o a quel partito, a questa o a quell’area politica. Cosa facciamo, eliminiamo anche costoro? Eppoi qual è il criterio decisionale? L’audience? Ci sono programmi di qualità che, spesso proprio per questo, hanno una bassa audience. Eliminiamo anche questi?
In realtà una soluzione ci sarebbe. Mantenere una sola rete pubblica sotto il controllo del governo –perché anche il governo, che ci rappresenta tutti, ha il diritto e il dovere di fare ‘lato sensu’ una sua politica soprattutto culturale- com’è il caso della Bbc inglese che pur è considerata una delle migliori, se non la migliore, del mondo. Le altre due Reti dovrebbero essere messe sul mercato e vendute a soggetti diversi. Ma questo comporterebbe che anche Mediaset vendesse due delle sue tre Reti. È quello che un tempo si chiamava “disarmo bilaterale”. Ma anche questo è pura utopia.
In realtà la Rai è solo l’emblema, il più evidente e conosciuto perché la vediamo tutti da quando siamo nati, della situazione di un Paese divorato dalla partitocrazia, cioè dall’occupazione ad opera dei partiti di tutto il settore pubblico e spesso anche di parti di quello privato. Di questa stortura, diciamo pure di questo cancro, ci si era accorti, anche ad alto livello, già più di mezzo secolo fa. Nel 1960 il Presidente del Senato Cesare Merzagora, eletto come indipendente, fece un vibrante discorso, proprio in quella Camera, cioè nella sede più autorevole (Twitter non esisteva ancora e dubito che se mai fosse esistito uomini come Merzagora o Fanfani o Nenni o Saragat o Togliatti o Almirante lo avrebbero usato) contro il dilagare dei partiti che previsti in un solo articolo della nostra Costituzione (art. 49: tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale) tendevano a mettere le mani anche sugli altri 138. Sempre nello stesso anno un grande giurista, Amedeo Giannini, che proprio di questioni costituzionali si era occupato e si occupava, diede lo stesso allarme. Associarsi a un partito è una libertà non un obbligo. Ma fu tutto inutile. I politici fecero orecchie da mercante. E così, passo dopo passo, siamo arrivati alla situazione attuale.
Per scardinare un simile sistema, questa mafia che non osa dirsi tale ma che tutti noi, qualsiasi sia il posto che occupiamo nella società, conosciamo sin troppo bene, ci vorrebbe un’autentica rivoluzione. Non credo proprio che il buon Di Maio, ma neanche il più focoso Alessandro Di Battista, che peraltro se ne è andato prudentemente in Sud America, possano riuscire in questa impresa ciclopica.

Massimo Fini (Il Fatto Quotiìdiano, 4 agosto 2018)

sabato 4 agosto 2018

Bollette, la fine della «tutela» slitta al 2020. Ecco come scegliere il gestore senza trappole.



La fine del regime di maggior tutela dei mercati energetici, condizione nella quale si trova ancora la maggioranza delle famiglie italiane che non hanno scelto piani tariffari sul mercato libero, slitta di un anno, da luglio 2019 al luglio 2020. La commissione Affari istituzionali del Senato ha approvato un emendamento del M5s al decreto Milleproroghe. L’intero provvedimento andrà in Aula e l’approvazione è prevista per lunedì, poi il testo passerà alla Camera. L’iter però è segnato e il più occasioni il governo giallo-verde aveva espresso dubbi sulla fine del regime di maggior tutela. Questo cosa vuol dire per i consumatori? Che c’è più tempo per scegliere. Alzi la mano chi non ha mai ricevuto una telefonata da un call center che a nome di un operatore elettrico o del gas vi ha fatto un’offerta per il passaggio al mercato libero o al nuovo fornitore nel caso aveste già detto addio al mercato di maggior tutela. Di recente sono diventati più aggressivi e talvolta un po’ sommari nelle informazioni per convincervi. Ecco alcune frasi che si sentono ripetere ma che sono imprecise. «Tra pochissimi mesi finisce il mercato tutelato e non può più perdere tempo»: in realtà si tratta di due anni, il termine ora è luglio 2020. Poi: «Se non decide lei il nuovo operatore le verrà imposto». In realtà non è stato ancora definito il destino dei 17,3 milioni di famiglie (il 59%) ancora nel mercato tutelato né il meccanismo che sarà applicato. O ancora: «Abbiamo saputo dall’Autorità dell’energia elettrica che lei ha alti consumi». L’Autorità per l’energia elettrica e il gas non fornisce questo tipo di informazioni. Dunque, come orientarsi? Ecco quali sono le cose da sapere prima di decidere.
La spesa per la fornitura elettrica e del gas di un utente in maggiore tutela riunisce diverse voci, di cui alcune sono fisse e dunque non soggette a eventuali sconti. Partiamo dal prezzo finale della luce: il 20,38% è rappresentato da trasporto e gestione contatore, il 22,44% da oneri di sistema (tra cui incentivi alle rinnovabili e dismissione del nucleare), 13,34% imposte. La materia energia, su cui il gestore vi può applicare uno sconto, è solo il 43,84% dell’intera spesa. Per il gas questa percentuale scende al 39,33% mentre le imposte salgono al 39,12%, gli oneri sono pari al 3,41%, trasporto e contatore il 18,14%. Dunque, se vi promettono uno sconto ad esempio del 10%, questo non è sull’intera bolletta ma solo sulla materia energia e dunque l’impatto dipende da quanto consumate. Il prezzo della maggior tutela viene stabilito ogni tre mesi dall’Authority sulla base delle quotazioni sul mercato internazionale.
Entro fine anno andrà a regime il portale web su cui dovranno essere pubblicate tutte le offerte di elettricità e gas, e che consentirà alle famiglie e alle piccole imprese di compararle. Dal primo luglio è online il portale www.prezzoenergia.it — realizzato e gestito da Acquirente unico, sulla base delle disposizioni dell’Autorità dell’energia — con le proposte Placet, le offerte introdotte dall’Authority, che tutti gli operatori dovranno poter proporre, con condizioni contrattuali prefissate e omogenee per tutti ma ai prezzi stabiliti dal venditore (sono esclusi per ora da queste offerte servizi aggiuntivi, bonus, abbinamenti con altre vendite). Nella seconda fase saranno inserite le offerte già presenti nel TrovaOfferte, il vecchio strumento di confronto online dell’Autorità. Dal primo dicembre il portale raccoglierà tutte le offerte di luce e gas rivolte a ogni tipologia di cliente (energia ma anche servizi) presenti sul mercato, pubblicizzate con una copertura territoriale pari almeno alla regione. Per scegliere è sempre necessario sapere quanto si consuma, in che fasce orarie e in che giorni della settimana. Informazioni che si trovano in bolletta.
La liberalizzazione del mercato dell’energia è cominciata 10 anni fa: dal primo luglio 2007 tutti i consumatori, famiglie e imprese, hanno potuto scegliere se restare nella Maggior tutela (prezzo stabilito ogni tre mesi dall’Authority) o passare al mercato libero. Una migrazione lenta ma costante. Nel 2012 le famiglie che avevano abbracciato la concorrenza erano il 21%, cinque anni dopo sono raddoppiate passando al 41% (pari a 11,8 milioni di utenze domestiche). È cresciuto anche il numero degli operatori: sono 542 le imprese che nel 2016 hanno dichiarato di svolgere l’attività di vendita nel mercato libero (48 inattive). Attualmente la quota di mercato domestico è per l’86,6% coperta dai primi cinque operatori: Enel (35,3%), Edison (4,7%), Eni (4,3%), A2A e Iren. Quanto ai clienti non domestici alimentati in bassa tensione, Enel è al primo posto con il 40,4% mentre il secondo operatore è Hera con il 3,9%.

Francesca Basso (Corriere della Sera)

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)

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