La Quarta Dimensione Scritti

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che raccoglie i testi completi dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (se disponibili).

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mercoledì 27 maggio 2020

Martedì 26 maggio è stato il turno all'AFA di Enrico Genovesi


Una volta, sul finire degli anni ottanta, ebbi a realizzare una foto nelle campagne dei Nebrodi. In uno scenario avvolto dalla nebbia, una figura rossa indistinta sembrava essere cappuccetto rosso in giro per il bosco. Come spesso accade anche ai fotografi iniziati battezzai quella come una bella foto e, seguendo la goliardia del tempo, la presentai in un concorso, dove mi classificai al primo posto. Della giuria faceva parte anche un amico che, avvicinandomi durante la cerimonia di premiazione, mi fece intendere d’essere stato fautore del successo. Quella foto, in quel momento e il premio mi caddero dal cuore. In un incontro successivo, Melo Minnella, che aveva presieduto quella giuria, ricordandosi di quella foto mi fece i suoi complimenti, aggiungendo in più che m'invidiava quell’immagine che avrebbe tanto desiderato aver fatta lui. Successivamente, quella stessa fotografia mi fu richiesta per il SICOF di Milano, perché selezionata per essere esposta in quell’evento nientedimeno che da Lanfranco Colombo.
Tutto questo racconto serve a dire che millantare meriti o raccomandazioni non è mai una gran cosa, tantomeno un fatto positivo. Ancor peggio cercare di falsare i risultati per magari privilegiare qualcuno che conosci. L’accaduto è stato per me un grande insegnamento. Proprio per questo, se sono stato chiamato a giudicare, non mi attivo mai per conoscere in anteprima gli autori e qualora riconoscessi una fotografia di un amico, nel caso, non fa alcuna differenza.
Quanto fin qui esposto l’ho voluto rispolverare perché a parer mio in qualche modo si accosta a Enrico Genovesi. Ho colto infatti in lui l’onestà intellettuale che accompagna un vero professionista.
Incontrarlo in videoconferenza mi è sembrato quasi come accogliere uno della porta accanto. Pur giovane d'età, il suo bagaglio racchiude un arco di esperienza fotografica che abbraccia per intero il periodo del trapasso tecnologico che negli ultimi anni ha interessato la fotografia.
Nato fotograficamente nell'era dell'analogico, ha saputo mutare velocemente pelle, adattandosi con acume nell'attualità del mondo digitale. Nel fare ciò, ha comunque messo a frutto e mantenuto tutte le esperienze acquisite nell’era passata.
Modestia e umiltà sono state la costante nel lungo incontro che ci ha regalato, svoltosi nell’ambito degli incontri del martedì organizzati dall’Afa. Pur reduce fresco di un evento Fiaf importante, dove è stato uno dei dieci incaricati nelle lettura di più di un centinaio di portfoli, non ha mai lasciato trapelare alcuna enfasi sul ruolo assunto nel panorama fotografico nazionale.
Nell’incontro ha voluto anzi raccontare, con esempi tangibili, i lavori che hanno costituito il suo percorso formativo, senza mai omettere alcun dettaglio tecnico, ogni possibile autocritica o informazione di sorta riguardo alla galleria d’immagini proposte.
Una sintesi dei tanti progetti sviluppati ha accompagnato il suo brillante racconto, senza mai tralasciare i risvolti umani e intimi che hanno caratterizzato alcuni aspetti dei suoi lavori, le sensazioni provate e le specifiche regole d'ingaggio, laddove erano anche coinvolti personaggi.
Una linea ha sempre collegato tutte le sue fotografie, la ricerca di umanità nei tanti percorsi battuti per acquisire conoscenze e trarre esperienze da ogni "avventura" fotografica.
Delle serie viste, mai un lavoro ne duplicava un altro, tutt'al più taluni erano solo uniti da un'attività di completamento. 
I temi trattati durante l’incontro sono stati molteplici e in un crescendo, frutto di progettualità ma anche generati, come ha avuto più volte occasione di dire, da occasionali opportunità o incontri non programmati.
Come gli ho pure precisato in diretta, circa l’impressione che ne ho ricevuto come osservatore, l'entusiasmo dei racconti traspare tutto. In alcuni momenti le sue descrizioni erano come il ripetere il click di uno scatto, come se stesse realizzando di nuovo quella stessa foto in quel momento.
Rammaricato di non disporre di una fede canonica, cattolica o altra poco importa, una religiosità laica accompagnava, come ha lui stesso anche detto, tutti i progetti presentati. Una chiave mistica era presente, infatti, non solo nella pulizia fotografica che contraddistingueva le immagini, ma anche nella pudicità e nell'etica che si leggeva nettamente in ogni singola foto.
Molto spesso fotografie, che costituivano poesie più che racconti, erano i pezzi complessi di puzzle abilmente composti.
Non si notavano nei suoi lavori scatti che erano stati frutto di scoop forzati, perchè l'intento che ha costantemente inteso perseguire è sempre stato un altro. 
Il reportage e i suoi derivati hanno sempre costituito il faro nel suo percorso. A ciò si ricollega anche la ricerca empatica, che normalmente dice di raggiungere interagendo col contesto e che coinvolge nelle sue rappresentazioni.
La raccolta dedicata al carcere maschile della Gorgona e l’analogo progetto sulle carceri femminili, oppure l’operazione che racconta il tragitto e le esperienze della partorienti, sono un'emblematica testimonianza della sua ricca e variegata produzione.
Di moltissimi suoi lavori - e anche questi prima accennati - sono state realizzate delle pubblicazioni che hanno riscosso molto successo, costituendo anche documenti non finalizzati solamente al mondo della fotografia.
Per chiudere, ricollegandomi alla mia ampia premessa anedottica. Sono sempre convinto che scrivere di qualcosa o di qualcuno deve avere un significato propositivo. Deve esserci, per raccontare, un solo intento: quello di trovare argomenti, allo scopo di aggiungere qualcosa che risulti implementativo. Scrivere per raccontare il superfluo, come accade talvolta anche nello scattare fotografie, serve a ben poco. 
Nel caso, per quanto mi riguarda, meglio tacere.

Buona luce a tutti!

© Essec


P.S. L'immagina che segue è l'attuale copertina del sito di Enrico Genovesi e fa parte di un progetto in corso di realizzazione denominato "Nomadelfia". Accedendo al portale (cliccando anche sulla foto) si potranno avere imformazioni complete sull'autore e consultare una ricca raccolta di immagini, di scritti, dei book fotografici e dei suoi progetti.

https://www.enricogenovesi.it/



Lettera aperta indirizzata a destinatari allocati in punti diversi dello stivale



Come spesso capita, mi piace sperimentare e addentrarmi pure in cose che m’intrigano, anche se so bene che sono fuori dalla mia portata. 
Non mi pongo in questi casi tanti scrupoli nel rischiare di apparire non all'altezza, perché l'esperienza che in ogni modo rimane è sempre un valore aggiunto, anche se necessita il pagamento di un prezzo. 
Veniamo al dunque. Decido di partecipare a una lettura di portfolio Fiaf, in un evento nazionale che, causa Covid 19, quest'anno si sarebbe svolto in modo più accessibile, attraverso cioè tavoli di lettura virtuali realizzati con collegamenti on line. 
Non avendo molta dimestichezza con l'argomento e poco avvezzo alla specifica branca fotografica, dovendo scegliere due lettori, opto per soggetti che conosco di persona. 
Tralascio di raccontare l'esperienza diretta, ad ogni modo positiva, perché mi ha comunque permesso di arricchire le mie conoscenze, essendo stata anche occasione per allargare la cerchia dei personaggi che costituiscono pietre miliari nella cultura e nella didattica fotografica dei nostri tempi. 
Durante un colloquio con Pappalardo, gli ho raccontato qualche giorno prima dell'evento ormai prossimo, anche perché in materia Pippo è uno fra i più importanti esperti in ambito nazionale. Conoscendo lui il parterre dei dieci lettori in campo, mi chiese se avessi per caso scelto Bicocchi.
Onestamente sconoscevo la persona, anche se è il responsabile nazionale del Dipartimento Fiaf – Cultura e da lungo tempo. Dissi quindi che avevo optato per altri lettori ma di genere diverso, per avere versioni differenti nelle disamine del progetto fotografico che andavo a  presentare. Nella circostanza Pappalardo mi raccontò pure che Silvano Bicocchi era anche uno di quelli che, con Magni e Torresani, avevano proprio inventato la branca del portfolio fotografico in Italia, creandone insieme una vera e propria scuola. 
La curiosità in questi casi è sempre tanta, quindi feci in modo di conoscere, seppur a distanza il personaggio. Prima però andai a ricercare il soggetto nel web ed ebbi conferma delle informazioni datemi e nell'indagine appresi anche tante altre cose ancora. 
Le letture di portfolio che mi riguardavano si erano svolte il giorno prima, l’indomani, quindi, ebbi modo di scambiare due parole con Bicocchi, ad inizio della sessione domenicale nello specifico.
Chiesi alcune cose per avere delle delucidazioni su certi aspetti e scoprii da subito di aver a che fare con una persona preparata, appassionato della sua materia, dotata pure di una naturale gentilezza e una disponibilità non comune. 
Per farla breve in una semplice considerazione esplicito il pensiero che vorrei in fondo esprimere e al riguardo porto un esempio che penso faccia al caso. 
Nella musica d'autore un esperimento di un connubio felice, che ha prodotto delle perle musicali è stato senza alcun dubbio, l'incontro artistico generato dalla collaborazione fra Ivano Fossati e Fabrizio De Andrè, avvenuto in età matura per entrambi e che ha prodotto i brani raccolti nell’album “Anime salve”. 
Un’operazione avvenuta quando nessuno dei due aveva nulla da togliere all'altro, ma avevano ciascuno - a quel punto della loro vita artistica e a loro modo - solo da donare. Per completarsi a vicenda, per arricchire una composizione e regalare quelle canzoni che poi hanno poi saputo generare e che ancor ora trasudano la creatività geniale di entrambi. 
Tutto questo per dire che, in fotografia, nel panorama italiano, un possibile ritorno alla collaborazione fattiva del duo Bicocchi-Torresani potrebbe costituire un immenso regalo a tutti gli appassionati del settore e non solo a loro. 
Per fare ciò forse occorrerebbe però che qualcuno che ne ha titolo - e per entrambi - si presti a creare un pretesto, un’occasione.
Magari attraverso un progetto pratico che li intrighi e riaccomuni per riuscire a sviluppare, con un termine matematico di potenza (n), le personalità e le preparazioni non indifferenti insite nei due personaggi. 
L’amico Pappalardo, che in quanto citato in premessa mi ha letto in anteprima, mi evidenzia che l'ambizione “di vedere l’empireo fotoamatoriale italiano attraversato dai percorsi intellettuali degli amici Giancarlo e Silvano credo che sia espressione di un’aspettativa appassionata dove poter, alla luce e alla guida di due grosse personalità, depositare con fiducia il tuo desiderio di intelligere, con maggiore profondità, con l’esperienza fotografica.” Inoltre aggiunge: “quei due maestri sono diventati tali perchè hanno “seminato” ed ora attendono che quei discepoli che, come noi, li citano come esempio di spirito di servizio, cordialità e professionalità, diventino, se è nei loro desideri, a loro volta responsabili consapevoli e perspicaci di una “nouvelle vague” fotoamatoriale (nelle grandi come nelle piccole realtà del nostro paese).” 
Oggi però, con la pretesa di conoscerli un pò entrambi, osservo io che il presupposto minimo per un’operazione del genere c’è già, perchè presente in ognuno di loro e da sempre, in quanto tutti e due dotati di una generosità e una notevole cultura consolidata nel tempo, frutto di vera passione. 
Non credo che ci sia nulla da aggiungere. Ad altri titolati o accreditati e che pure amano la fotografia, spetta l’ulteriore passo, per una prossima possibile mossa che sia alla portata.

Buona luce a tutti!

© Essec


domenica 24 maggio 2020

Semplificare ad esempio con due soli termini: “non funziona”, senza soluzioni d'uscita, non può costituire un valore aggiunto.


Verrebbe da dire che gli esami non finiscono mai, come scrisse in una sua famosa commedia Eduardo De Filippo ed è vero.  Di certo però non voleva riferirsi alla figura fantozziana di chi, quasi a voler godere nel ruolo di succube insicuro, come autolesionista, si sottopone a esami frequenti, per subire l’ebrezza appunto dell’esame. In verità le prove di verifica sono in continuo divenire per tutti e ogni giorno, non ultimo anche per testare il collegamento col mondo. 
Supposti discenti e docenti vivono in un perenne stato di verifica. I primi per controllare oltre alla preparazione se un modo di mettere in pratica ed esporre le proprie tesi, talvolta anche irrituali, possa percorrere un filo logico, anche innovativo, i secondi per cercare di trasmettere dei principi che, in ogni caso, non saranno mai per nessuno dei veri e propri dogmi. 
Anche perché i docenti non devono mai perdere di vista i loro presupposti principali e che sono insiti in un maestro. Quell'umiltà del sapere sempre ascoltare e, con mente aperta, tutte le teorie proposte, fossero anche sbagliate. L'umiltà del resto deve viaggiare sempre in un binario a doppio senso fra esaminato e esaminante e in tutti i casi che prevedono un leale incontro.
Si nasconde sempre nelle piccole differenze il valore aggiunto che costituisce il risultato utile di ogni confronto. 
Del resto le regole d’ingaggio, in questo gioco tra allievo e professore, sono abbastanza semplici perché, in ogni contraddittorio o esame, l’uno - che definiamo discente - espone una sua versione, l’altro la accetta nell'ascolto e eventualmente la controbatte dopo una verifica, argomentando a sua volta con le sue impressioni.
In un incontro dialettico non ci sono mai, ne devono alla fine uscire dei vincitori e vinti. Nel triste caso sarebbe una reiterazione infinita dell’ormai saturo dramma del personaggio mitico di Villaggio. Inoltre, un rapporto squilibrato di questo tipo avrebbe delle caratteristiche che si accosterebbe solo al patologico. In ogni caso discenti e docenti si affollano in un panorama variegato. E si distinguono anche per le diverse personalità, peculiarità, sensibilità e indole caratteriali.
Senza voler esagerare nel voler stressare il discorso e conscio che il troppo in certi casi stroppia, può capitare che un apparente errore, la distonia, un’eventuale stecca, non rappresenti sempre un elemento dislettico, che veramente infici il senso di un discorso. 
Il grammelot di Dario Fo (gioco onomatopeico di un discorso, articolato arbitrariamente, ma che è in grado di trasmettere, con l'apporto di gesti, ritmi e sonorità particolari, un intero discorso compiuto) potrebbe al riguardo rappresentare un buon esempio. Nel caso, infatti, non avrebbe alcun senso giudicare i termini grammaticali di un testo che è inesistente, in un pronunciamento che vuole solo indurre a significati senza l’uso di vere parole.
Per rendere ancora più pratico con un altro esempio il concetto, questa volta anedottico, ricordo che un insegnante, quando notava che durante la spiegazione la nostra classe era distratta, come fosse un folle e senza alcun preavviso, alzava il tono della voce, con un urlo baritonale come fosse al Teatro della Scala. Era un metodo infallibile per richiamare tutti all’attenzione, come fosse uno schiaffo metaforico e univoco che arrivava immediato agli allievi distratti.
Tutti questi panegirici vorrebbero solo dire che le metodologie seriali che sanno di ripetitivo, a lungo andare, possono anche risultare dei rituali insipidi e monotoni. Scritture, musiche, modi di essere sempre ordinati e conformi sono state le routine predilette da una vita, ma è pure stato dimostrato che delle violazioni alla regola possono anche coesistere nei passaggi articolati e più complessi. 
Cacofonie che in genere apparentemente stridono, alle volte creano musicalità diverse o un qualche cosa che sa d'innovativo, che magari potrà risultare anche ilare, ma può immettere salubri ricambi nell'aria. Tutto in fondo dipende da qual’è l’intento che si vuol raggiungere. Nelle chiese la messa cantata si è accostata sempre a un rituale tipico e pomposo, poi con l’avvento del rock fu tutta un’altra storia.
Veniamo ora alla questione. 
La raccolta di foto indicata in copertina costituisce lo spunto della disquisizione accademica fin qui esposta ed è anche un portfolio recentemente da me presentato in una lettura in rete. 
Per quanto ovvio, ciò che si vuol dire non intende essere un argomentare inconcludente, mirato a voler esporre teorie inutili, come fanno quelli che molto spesso arzigogolano, nel disperato tentativo di avvitarsi per poter sempre cadere in piedi. A mio modo di vedere, invece, potrebbe anche alimentare possibili dibattiti costruttivi, per discutere sui diversi termini - complessi e spesso aleatori - che rendono particolare e difficile la pratica fotografica in questione (sia per l'aspetto compositivo riguardante il fotografo proponente che per la didattica valutativa del lettore di turno). Il tutto, per quanto ovvio, nell’ambito ampio e sempre personale delle opinioni che caratterizzano ogni lettura di portfolio fotografico che, come a tutti noto, rimangono sempre differenti in funzione delle specificità dei due protagonisti direttamente interessati.
Senza portarla troppo per le lunghe vado alla sostanza e indico ad esempio gli elementi critici rilevati in questo mio portfolio, per focalizzare aspetti frequenti che potrebbero indurre a meglio disciplinare e indirizzare, uniformandolo il più possibile, l'iter delle letture.
Nel quadro riassuntivo delle foto, quindi, la scelta della seconda immagine intendeva costituire volutamente una rottura rispetto al prosieguo di un racconto che si sviluppava in una facile lettura. 
Nell’introduzione del lavoro avevo avuto modo di spiegare che con la prima foto volevo anche significare lo stordimento del mattino, frutto della costrizione e di un sonno instabile, mentre la seconda foto rappresentava lo specchio della sola realtà accessibile. Tutte le restanti immagini andavano a documentare, poi, le inibizioni e le uniche panoramiche visive accessibili, fatte di luoghi tutti privi peraltro di altre presenze umane. 
Una sintesi di un vivere soli con se stessi e con la compagnia virtuale di una televisione accesa quasi h 24, come l'unica alternativa reale protrattasi per oltre due mesi. 
L'appunto che che in verità fu sollevato da entrambi i lettori scelti, riguardo alla seconda foto - che apertamente stonava nel flusso narrativo - avrebbe dovuto innescare la domanda, come in un caso è successo, quella cioè di chiedere semplicemente il perché. 
Al lettore andava poi il compito di ascoltare la risposta fornita, che sarebbe dovuta servire a valutare la tesi addotta per giustificare quel punto d'intoppo o il motivo dell'evidente distonia creata. Verificare, infine, la possibile coerenza col complesso dell'intero progetto, per poi magari anche bocciare l’operazione (e del resto ci sarebbe stato anche un rifiuto, perché queste cose fanno parte delle regole del gioco e in ogni caso l'errore/i eventualmente riscontrato/i, sono sempre da segnalare e da correggere nel corso di ogni incontro). 
Nell'utilità del processo di una lettura di portfolio la prassi anzidetta costituisce o dovrebbe essere l'unico approccio percorribile. Sempre nel rispetto dei ruoli e secondo l'intento ludico-culturale che il tutto alimenta.
Semplificare ad esempio con due soli termini: “non funziona”, senza soluzioni d'uscita, non può costituire un valore aggiunto in un'operazione del genere. Nel caso si passa avanti, eliminando dalla lettura l'elemento che stona. Ci sta anche che ciascuno, pur prendendo atto delle legittime osservazioni, possa rimanere nella propria idea, convinto della sua opinione, ma non crollerà mai il mondo, perchè il mondo è bello e rimane tale perché è vario, con annessi e connessi. 
In occasione delle recenti letture di portfolio, Silvano Bicocchi, responsabile del Dipartimento FIAF - Cultura, ha anche attenzionato sul fatto cheleggere il portfolio non è giudicare. Questa è la prima cosa che dico, perché nell’immaginario collettivo soprattutto nel nostro ambiente si teme sempre il giudizio". Inoltre, "noi quando parliamo di lettura parliamo di andare a comprendere qual'è il significato dell’opera che ogni autore ha voluto rappresentare.” Infine, "quando hai realizzato un’opera e che ti è piaciuta, devi porti il problema: è comprensibile, è efficace nella comunicazione, cosa posso fare per renderla più fruibile?”. Tutte queste considerazioni, riassumono in pochi punti quello che è in fondo il nocciolo di tutte le questioni.
Per chiudere, vengo a spiegare anche ciò che s'intendeva dire con la seconda fotografia, quella che interrompeva il flusso discorsivo, che racchiudeva in sè - e nelle intenzioni almeno - il senso di voler rappresentare il desiderio di fuggire dalla clausura indotta e che il fiore esagerato in primo piano voleva esprimere - magari in un modo forse troppo eclatante - quel forte desiderio di libertà che poi non avrebbe trovato sfogo. 
Come spesso succede in fotografia e non solo in quest'ambito, l'autore vuole dire un qualcosa con la sua scrittura e che chi osserva come lettore non vede o che va a leggere a modo proprio, con un suo lessico, in un modo differente. 
In tutte le letture di portfolio il rapporto è in ogni caso di uno a uno, ma per ogni specifico incontro però, perchè diversamente da chi genera un'opera - che rimane sempre lo stesso - sono tanti i lettori che si alternano nell'esprimere i giudizi personali
Finisce allora che, anche se la dottrina è unica, le verità narrate dai tanti saranno pure tante. Il che rievoca l'opera di Pirandello che, in "Così è se vi pare", sostanzialmente ci dice che la realtà viene percepita da ciascuno in modo diverso, generando così un relativismo delle forme, delle convenzioni e dell’esteriorità. Ogni persona ha un proprio modo di vedere la realtà, non esiste un’unica realtà oggettiva, ma tante realtà quante sono le persone che credono di possederla e dunque ognuno ha una propria “verità”. E questo è!

Buona luce a tutti!

 © Essec


sabato 23 maggio 2020

Viaggiare nell’onirico per fotografare i sogni


Lorella: “suscitano un grandissimo segno di pace, calma, lentezza …… bellissime”. Patrizia: “Cristian è pieno come un uovo, sensibilità, umanità, sguardo attento, i miei complimenti all'uomo e al fotografo” e anche "c'è un velo di pessimismo come in quasi tutti gli artisti, se non soffrono, non producono”. Daniela: “Una mente sensibile e complessa, ma che produce immagini semplici, capibili ed esteticamente valide! Le foto di Cristian sono introspezioni”. Renzo: “il tuo b/n rende drammaticità all’immagine, ma è anche pura poesia”. Giancarlo: “in questa foto anche le nuvole sembrano onde”. Questi sono solo alcuni dei commenti apparsi in chat durante la serata.

Scrivere fotograficamente di qualcuno che ti è vicino da tempo non è mia abitudine e per tanti motivi. Non ultimo perché, del soggetto a te noto, hai una conoscenza più ampia rispetto a ciò che nell’occasione potrà essere il tema di una presentazione limitata. Circostanza che potrebbe portare a non essere sufficientemente indipendenti e obiettivi in una critica. 
Nel caso di Cristian, voglio però fare un’eccezione e voglio correre i rischi nell'azzardo di ricercare più semplicemente un racconto, anche delle mie impressioni, che mi auguro non deragli troppo rispetto alle intenzioni vere dell’autore e alle sue attese.
Le immagini, oggetto di una sua recente mostra, sono state riproposte ai soci Afa, secondo una sequenza programmata e con commenti illustrativi di supporto, originali e coerenti ai racconti.
I quattro capitoli principali affrontati erano: astratte sensazioni, il paesaggio è uno stato d’animo, la natura evoca sensazioni, osservare l’essenza.
Occorre precisare fin da subito che le foto reggevano da se, in assoluta autonomia, ovvero in una visione priva di didascalie o commenti, isolatamente già riuscivano a trasmettere sensazioni e messaggi.
Probabilmente e quasi certamente, in questo caso, ci sarebbero forse state delle letture differenti e disallineate di parte degli osservatori, ma ciò non avrebbe inficiato in alcun modo i termini sostanziali dei racconti.
Cacciatore ha scelto di introdurre le foto accompagnando la visione con precisazioni e descrizioni atte a manifestare apertamente quelli che volevano essere le sue intenzioni, soffermandosi sulle figure, sulle allegorie, sui suoi minimalismi, sui tagli e sulla scelta della delicata scrittura in bianco e nero.
I toni più decisi nelle fotografie bicromatiche esposte hanno caratterizzato l’inizio e la fine della sua narrazione, nell’intermedio le altre immagini hanno mostrato mondi eterei, ricchi di simbolismi e di intricate soluzioni compositive che tendevano a esaltare i vari concetti, apparentemente accennati ma in verità profondi.
L’appropriato uso delle parole e l’affabulazione complessiva hanno costituito l’amalgama naturale voluto, che ha via via avvolto i singoli scatti, i sogni, le paure, le ossessioni, le nebbie, le metafore, nascoste o evidenti, sempre presentate in modi suggestivi e raffinati, con una pulizia presente in tutte quante le opere.
Un progetto che nel complesso e a mio modo di vedere ha, quindi, fornito non una ma ben due versioni di una stessa mostra. Una prima autonoma, come detto in premessa, che accostava immagini di un variegato portfolio lasciato all'immaginario dell'osservatore, una seconda che andava a completare una narrazione precedentemente scritta, con tessere di un mosaico che venivano posizionate a concretizzare, realizzando visivamente i concetti mano a mano esposti.
L’ottimo lavoro biunivoco ha calamitato l’attenzione di tutti e le ampie argomentazioni di supporto sufficienti, hanno reso pertanto minime le interruzioni o ulteriori domande degli astanti. Il finale è stato come il “the end” di un film gradevole che ti lascia però tanti pensieri dentro, in parte anche inconsci, che lentamente andrai a metabolizzare.
Cristian Cacciatore ha rivelato di saperci fare, sia come fotografo che come intrattenitore. Altre parole sulla bella serata sarebbero alquanto superflue e inopportune. Peccato per chi si è persa l’occasione. Magari potrà recuperare un’altra volta, chissà?
Come mio commento finale, mi piace riportare un brano di una famosa canzone di De Gregori che vuole anche essere un augurio .... “il ragazzo si farà anche se ha le spalle strette, questo altro anno giocherà con la maglia numero sette”.

Buona luce a tutti! 

 © Essec



mercoledì 20 maggio 2020

Se fosse ancora fra noi il mio mitico avrebbe aggiunto ......


In un mio precedente post, parlando del mio vecchio professore di ragioneria, concludevo con una sua citazione che mi riguardava: in una classe di orbi, il ragazzo ci vede con un occhio solo
Come capita in taluni casi, nel mio prosieguo ebbi modo di approdare a una struttura lavorativa che corrispondeva ai miei desiderata, vinsi un concorso in banca senza raccomandazioni.
L'assoluta occasionalità del successo nell'affollato concorso derivò esclusivamente dalla mia propensione per la matematica. Le tante carenze palesate nelle prove pratiche, nell'uso delle macchine, associate a una scarsa preparazione su quelle che sarebbero state le materie d'esame, fecero sì che fossi assegnato al comparto cassa dell'istituto che mi assunse.
Certo rispetto alle aspettative originarie l'allocazione lavorativa costituiva un traguardo occupazionale di buon reddito.
La qualità del lavoro, seppur utile, risultò fin da subito devastante. Un'attività ripetitiva che non richiedeva di particolari applicazioni creative e che scoraggiava improvvisazioni e fantasie risultò frustrante e l'annotazione dei primi ispettori interni: "elemento su cui non può farsi affidamento" costituì un timbro indelebile che rappresentava però lo specchio di una organizzazione che puntava al fidelismo gerarchico, più che ricercare meritocrazia e nuove idee.
Tralascio il lungo escursus ricco e complesso che, in forza a una determinazione e voglia costruttiva, realizzata attraverso studio, sempre rinnovate esperienze d’impieghi settoriali in quell'ambito denominata "Banca delle banche", spesso realizzati con passaggi interni pure sperimentali, fece sì che - alzando sempre più l'asticella, con cambi di ubicazioni, ma senza sconti o regali - approdassi, infine, agli uffici di punta dell'istituto: integrato nel corpo ispettivo della vigilanza centrale.
In quest'ultimo utilizzo apicale, ho avuto modo di vedere e toccare con mano quanto sia alle volte distante la corrispondenza fra teoria disegnata attraverso regole, la verifica cartolare, la realtà applicata e l'azione diretta di vigilanza.
Per il mio vissuto posso altresì affermare, senza alcuna possibile smentita, che le incongruenze e irregolarità hanno riguardato tutti gli ambienti, vigilati e vigilanti in ogni ambito e per quasi ogni questione.
Di regola ce n’è però una e cioè quella che la meritocrazia non costituisce sempre un valore e men che meno un assoluto riferimento. Spesso ignoranze, infatti, presunzioni e servilismi sono utili e a molti.
A coloro che ambiscono a ruoli di vertice senza dover interagire con inciampi, a coloro che non gradiscono ombre, a chi predilige dirigenti che non facciano domande, e se poi uno è per fortuna un po' meno dotato di suo o preposto a essere per la vita servile sempre in un tal contesto ne troverà un vantaggio. Ci sono premi per tutti, purchè se ne restino buoni e disciplinati al loro posto.
Per paradosso, dopo avere operato in tutti gli ambiti nell'Istituto di emissione, oggi mi ritrovo in contenzioso da ben dieci anni con lo stesso, per aver scoperto disapplicazioni della normativa che regola i termini del quantum della mia quota pensionistica.
Ieri ero chiamato a verificare il rispetto delle regole da parte dei componenti del sistema bancario, oggi scopro che lo stesso istituto di controllo per cui ho operato è anche quello che non le rispetta al suo interno con una fare autoreferenziale che risulta pure arrogante.
Il danno procurato, al di la delle cifre, è di per se e per principio inquietante (nel caso potrebbe pure prefigurare una appropriazione indebita e un indebito arricchimento).
In questi giorni, io una ultima ruota di quel carro, mi ritrovo a fare pure delle considerazioni abbastanza elementari su un articolo riguardante il bilancio della banca interna di cui sono socio da oltre quarant'anni e che in qualche modo gravita nel sistema economico di cui si è detto.
Un altro mio scritto di qualche tempo fa era intitolato: "chi controlla il controllore?". Per quanto mi riguarda è proprio questo - e tristemente rilevante - il vero problema di sempre.
Se fosse ancora fra noi il mio mitico Prof. Billeci, alla sua citazione esposta in premessa, avrebbe aggiunto  "il ragazzo è rimasto purtroppo fermo a dei vecchi principi etici e morali, che non sono mai stati nella vita reale - ancor meno oggi - dei veri valori aggiunti o dei fari. Perché siamo umani e nessuno è mai stato e sarà mai perfetto".

 © Essec

P.S. Questo pezzo è stato scritto di getto dopo aver riletto il primo articolo sul mitico Billeci. Ovviamente risente dell'intricato contenzioso che tuttora mi impegna contro la mia vecchia istituzione e l'Inps. Dei due scritti ne è derivata una versione che li accorpa entrambi, ridimensionandoli e revisionandoli, e che può costituire - per tanti che andranno a leggere - anche un'occasione per rivivere proprie esperienze e magari rievocare medesime emozioni. 


mercoledì 13 maggio 2020

Anche Michele Buonanni ha risposto presente



Ricevuta la domanda, anche Michele Buonanni ha aderito alla richiesta di offrire un pò della sua esperienza ai componenti del gruppo Afa.
Buonanni nell’editoria fotografica ha iniziato da professionista con la rivista Fotografare, di cui è stato direttore responsabile dal 1981, è poi stato direttore editoriale - e fino alla chiusura - del mensile Fotografia Reflex.
Nel solito appuntamento del martedì Afa, è stato il suo turno per assumere la collaudata funzione di docente, in un incontro dove sono state discusse cinquantaquattro fotografie presentate da diciotto soci.
Sin dall’inizio Giancarlo Torresani, pure presente nella videoconferenza, è stato chiamato dal Buonanni ad affiancarlo nelle veloci letture che, senza tanti fronzoli o smancerie, hanno puntato a focalizzare in modo diretto pregi e difetti delle immagini proposte.
Michele Buonanni non è tipo che le manda a dire, pertanto, senza giri di parole, si è dilungato laddove ha ritenuto necessario suggerire all'autore tagli compositivi, aggiuntivi o sottrattivi, o la scelta del colore piuttosto che il bianco e nero per enfatizzare o rendere più esplicito il messaggio.
Tutti hanno pure notato come, al cospetto di fotografie non proprio immediate, Buonanni ha richiesto al fotografo di descrivere in una presentazione le sue foto. In altri casi, quando cioè le immagini parlavano già da sole, i commenti - sia di Buonanni che di Torresani - sono stati dei veri e propri telegrammi.
Chi non era abituato ne è quasi rimasto deluso. Ma riflettendoci un po’ su, sappiamo che per un trenta – con più o meno lode – spesso non occorre un esame che si dilunghi per mezz'ora. Il professore esperto sa cogliere al volo il livello, anche mettendo assieme molti piccoli ma significativi dettagli che suscitano attenzione.
L'abbinata Buonanni/Torresani, sperimentata in altre occasioni, si è rivelata ancora una volta una combinazione vincente.
La sintesi di entrambi ha completato l’unione di differenti sfaccettature, ma di visioni nel complesso univoche, di critiche convergenti, con suggerimenti, consigli e approvazioni sempre collimanti.
Come in altre circostanze, quindi, tutti i partecipanti hanno tratto vantaggio dalle cinquantaquattro letture incrociate.
E si è ancora una volta accertato come, in questi casi che accomunano autori differenti, vengono maggiormente assorbite le osservazioni riferite alle produzioni altrui.
Tutti quanti hanno accettato indifferentemente complimenti e critiche. Il gruppo ha del resto compreso, con prove tangibili, la solita verità e cioè che non si finisce mai di conoscere cose nuove se ci si pone a vedere attraverso visioni differenti.
In tutto questo e per quanto ovvio, un ritorno arriva a tutte le parti coinvolte, anche al docente e per una serie di motivi.
Attraverso le letture d’immagini variegate, anche questi ultimi hanno modo di verificare le tendenze e si gratificano nell'individuare potenzialità abbozzate, o stimolando autori a migliorarsi.
Intravvedono talenti, scoprono idee sulle quali invitano a puntare.
Alla fine della fiera, pertanto a ogni partecipante resta qualcosa, sempre e a condizione che si rimanga nel solco umile e dinamico di chi vuol continuare ad apprendere.
Del resto tutti abbiamo sempre tante piccole cose da offrire e prendere, nell’interscambio libero che vuole principalmente accrescere una passione.

Buona luce a tutti!

 © Essec


domenica 10 maggio 2020

Orwell di 1984 alla rovescia



Fin quando prevale l’idea che cambiando ministri e sottosegretari poi cambia tutto vuol dire che ancora una volta noi italiani (quella parte di ingenui) non abbiamo capito niente.
Non abbiamo ancora capito che forse occorre mutare anche tante altre cose e, in qualche modo, perseguire dei metodi diversi. Creando vere opportunità nuove, per poi apportare significativi cambiamenti, anche nelle burocrazie sottostanti al potere politico mutevole e mutante.
E non è tanto importante è rivoltare come un calzino la compagine impiegatizia e l’apparato infrastrutturale presente in enti e ministeri, bensì automatizzare cambiamenti radicali e sistematici nei manager, responsabilizzandoli e chiamandoli a rispondere in ossequio anche agli input politici sovrastanti.
In una prima fase potrebbe costituire forse un rischio, non essendo mai stati avvezzi a veri cambiamenti, ma di certo solo così potrebbe emergere l’efficienza dell’operato e la  responsabilità degli addetti. E di ogni singolo ingranaggio della struttura burocratica interconnessa che, pur facendo riferimento ai partiti, andrebbe solo così sottoposta ai controlli di merito veri ed efficaci, sia di carattere giuridico che amministrativo.
Riorganizzazioni nella giustizia, con revisioni strutturali di leggi da accorpare in norme attuative semplificate e certe, e una rivisitazione degli apparati delle Corti dei Conti, ad esempio, potrebbero tornare utili per rinvigorire snellezze decisionali e correntezze operative.
Sarebbe un’organizzazione non da inventare di sana pianta e che si potrebbe avviare per blocchi e stati di avanzamento lavoro, da coordinare assolutamente attraverso sistemi informatici moderni, snellimenti burocratici, creazione di data base interfacciabili e quant’altro possa assicurare assoluta trasparenza nell’ordinaria gestione di tutto il vivere civile.
Nel nuovo appartato amministrativo, transazioni e atti di qualunque genere sarebbero così tutti collegati a codici fiscali e partite iva o altri connotati codificati, che assicurerebbero le tracce per ogni aspetto sociale: operativo, fiscale, etc…
Certo alla lunga un tale cambiamento porterebbe a risvegliarsi un giorno con una società civile e più efficiente ed proprio questo il rischio che una parte dell’attuale società teme e non vuole.
Che ne sarebbe delle lobbies, delle massonerie diverse, dei partiti politici, dello stesso clero e di tutti gli altri concittadini parassiti, in tutto o in parte, o non proprio produttivi nel nostro mondo del quotidiano. Taluni sono sempre all'erta e si organizano per scongiurare la possibilità di un rischio che a tutti i costi non vogliono assolutamente correre.
Quindi, l’appartato feudale, fatto di caste, categorie, principi, vassalli, vassalletti si organizzano per fare la guerra e mantenere, a gradati livelli, ciascuno i propri privilegi fatti a scala e con gradini più o meno alti che differenziano il ceto.
E per facilitare ciò individuano anche quei soggetti che, seppur inqualche modo si posizionano fra i servi, agitano il coro degli idealisti. Li lusingano, li circuiscono o li assoldano per corrompere o semplicemente ingolfare gli ingranaggi di quella che sarebbe una naturale protesta.
Portano, quindi, nel loro campo tutto quanto serve al loro scopo. Non basta la loro pletora di asserviti sciocchi e obbedienti, certi contestatari intelligenti rappresentano il valore aggiunto da acquisire, qualunque ne sia il costo (tanto, alla lunga, nessuno è duro e puro e ogni individuo ha un suo prezzo, più o meno alto).
Questa missione indispensabile per poter sospravvivere e l'obiettivo che accomuna i "forti castellani, principi, duchi o baroni" sarà quello di denigrare chi si illude e si espone nell'incaponirsi a voler cambiare le cose.
"Populisti e inadeguati",  abbaieranno all'unisono tutti i petulanti cani da guardia assoldati dai nuovi padroni.
"Occupiamo i media e frastorniamo la gente con fake credibili" sarà il dictat dei potenti. Bombardamento continuo coi media sarà la parola d’ordine, tanto il popolo bue che non capisce reagisce. "Applichiamo un metodo nuovo", si diranno pure taluni, "magari anche la tecnica di Orwell di 1984 rivista alla rovescia".
In qualche modo, se si vuole, questo scritto può anche essere una integrazione ad altro articolo, al quale, nel caso, si fa rimando; un pezzo in cui si disquisiva su una immaginaria "città ideale".

 © Essec


Presidente Conte, mi sembra una brava persona quindi le do un consiglio: si dimetta!


"Caro Presidente Conte,
mi duole accodarmi al coro latrante di chi vorrebbe la sua testa, ma sento di doverlo fare: si dimetta! Subito. E non sto scherzando. Dovrebbe prendere tutte le sue belle carte, rassettare le sue stanze a palazzo Chigi, congedarsi dai suoi collaboratori e salire al Colle. E tanti saluti a tutti. Da buona figlia della seconda Repubblica, capirà che non provo nessun tipo di empatia per l’attuale classe politica. Ma Lei, presidente Conte, mi sembra una brava persona. È per questo che glielo dico: si dimetta.
Le abbiamo consegnato un Paese scassato, rattoppato alla bell’e meglio, rabberciato, claudicante. Un Paese talmente martoriato da decenni di mala politica, lassismo e indifferenza che altre cinque legislature non basterebbero a rimetterlo in piedi e a ridargli una parvenza di dignità.
Abbiamo scoperto all’improvviso che in Italia la burocrazia non funziona. Che la sanità è stata falcidiata da anni di scelte scellerate. Che la sicurezza ha i suoi intoppi, che la giustizia consente scappatoie, che le imprese sono devastate da grattacapi, che la povertà esiste, che la macchina statale è lenta, che l’immigrazione non è il problema principale di questo Paese, che gli slogan sono idee vuote, che troppi amministratori sono incompetenti, che l’informazione non è incolore, che le conquiste tecnologiche sono lontane. Eccetera, eccetera, eccetera.
E pretendiamo che Lei faccia fluire tutto alla perfezione. Che semplicemente cancelli una pagina e ne scriva una nuova, subito. Che riaggiusti in due mesi un Paese che, per azzopparlo, ci hanno messo mezzo secolo. Non ho visto nessun suo predecessore essere bersagliato sistematicamente in questo modo.
La accusano di tutto e del contrario di tutto. Di essere troppo timoroso e troppo decisionista. Di parlare troppo e troppo poco, di essere poco chiaro e troppo specifico, di essere un dittatore e uno zimbello, di essere confuso e di avere le idee troppo chiare. La accusano di aver attentato alla Costituzione, di aver esautorato il Parlamento, messo agli arresti domiciliari 60 milioni di italiani – e di goderci pure – e di avere il ciuffo sempre a posto.
Si presenta in Parlamento e se ne sta seduto per ore, in rispettoso silenzio, ad incassare la mole straordinaria di insulti che piovono sia dai banchi dell’opposizione che di certa maggioranza. Ma perché lo fa? No, sul serio: chi glielo fa fare? Lavorare giorno e notte con una pistola puntata alla testa, consapevole che da ogni sua decisione dipende il futuro di 60 milioni di persone.
Chi glielo fa fare? Dover dribblare avversari che spuntano a caso, giorno dopo giorno. Evitare gli sgambetti di chi dovrebbe darle una mano e invece cerca di pugnalarla alle spalle.
Sopportare l’arroganza di chi non aspetta altro che un passo falso per affondare ancora di più il coltello. Perché non gliela dà vinta? Una firma e basta. Una firma e l’incombenza di trascinare il Paese fuori dalla crisi spetta a loro. A quelli che sanno tutto, che hanno già pronte tutte le soluzioni.
Lasci fare a loro. Riapra tutto. Tutto: cinema, ristoranti, parchi, piscine, palestre, bordelli. Lo faccia davvero il populista, ci liberi dalle nostre prigioni e consegni le chiavi del Paese a chi sa davvero come gestirlo. Si dimetta, presidente. Così potrà tornare a casa, rivedere suo figlio, spaparanzarsi sul divano e dormire 14 ore al giorno.
C’era chi diceva che saremmo usciti da questa crisi come persone migliori. Io penso invece che siamo stati capaci di dare il peggio di noi stessi senza nemmeno aspettare la fine dell’emergenza. Viviamo nell’era del tutto e subito, del click che asseconda in un istante tutti i desideri. Ma la vita reale non è questo e lo abbiamo capito a nostre spese.
Vorrei che Lei si dimettesse, con tutto il cuore. Perché mi sembra una brava persona e le brave persone, in questo Paese, non hanno un futuro roseo davanti.
Ma non credo che voglia farlo e per questo, a malincuore, la ringrazio."

Serena Verrecchia (sostenitrice de Il Fatto Quotidiano - 7 maggio 2020)


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