La Quarta Dimensione Scritti

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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sabato 16 maggio 2026

Il cittadino comune, travolto da questa mareggiata inquinante, perde la bussola della verità, sfinito dall'impossibilità di distinguere la notizia dal fango artificiale.



Mi viene segnalato questo interessantissimo articolo "ODIO ORGANIZZATO E FLOTILLA", di Lavinia Marchetti, postato ieri su Facebook che, in qualche modo, potrebbe anche giustificare il persistente disinteresse della classe politica alla necessità di frenare l'anonimato sui social e, in generale, disciplinare l'utilizzo smodato di nick name (leoni di tastiere o pseudo ritenuti tali, vedi in propisito l'articolo di Raffaella Tava) che, ancor più in questi tempi di proliferazione della IA, consentono di sviluppare "campagne opinionistiche virtuali" volte ad orientare (o disorientare) sempre di più le masse.
Per la lunghezza dell'articolo - che comunque si riporta integralmente a margine - ed evitare l'abbandono anticipato della lettura del testo integrale, stante anche la premessa "politica" (Flottilia), si anticipano di seguito le interessanti conclusioni che dovrebbero indurre a riflettere ciascun utente del web e frequentatore dei social in particolare.


"E POI CI SONO I BOT E LE “TROLL FARM”
Il salto di qualità definitivo, che ha permesso di scatenare questo inferno digitale sui post degli attivisti della Flotilla, è scaturito dall'integrazione strutturale delle farm di troll con l'Intelligenza Artificiale generativa. I network di bot di prima generazione, operanti a cavallo del 2016 e del 2020, erano strumenti rozzi e facilmente smascherabili e si basavano sulla pedissequa diffusione automatizzata del medesimo testo mal tradotto, su profili farlocchi con sequenze numeriche nel nome e sulla riproduzione a valanga di link propagandistici. Tali strumenti oggi appaiono come relitti preistorici.
Dal 2024, le armate della disinformazione si sono dotate di quelli che gli esperti definiscono "Superbot" o agenti autonomi guidati dai Large Language Models (LLM, tecnologie similari all'architettura GPT). Questi applicativi software avanzati permettono di automatizzare l'azione psicologica a un livello di verosimiglianza inquietante. Un superbot non si limita a replicare un messaggio precompilato, ma simula con efficacia il ragionamento umano, replicando l'uso di dialetti locali, slang giovanili, sottili sfumature emotive, rabbia o finta moderazione ragionevole a seconda del contesto in cui si infiltra.
Enti indipendenti che studiano il traffico dei bot durante il conflitto a Gaza, come InflueAnswers, hanno tracciato il modus operandi preciso di questi sciami cibernetici:
1. Individuazione e Targetizzazione Chirurgica: L'infrastruttura automatizzata scansiona i social media ininterrottamente, intercettando profili ad alta visibilità (come quello di Antonella Bundu o delle organizzazioni internazionali) oppure analizzando parole chiave specifiche e hashtag sensibili.
2. Generazione Adattiva del Prompt e Intervento: Non appena il bersaglio umano pubblica un aggiornamento, il contenuto, la foto o il video vengono processati dai server dell'LLM in frazioni di secondo. I programmatori hanno istruito l'IA con prompt master del tipo: "Comportati come un comune cittadino conservatore o disilluso italiano. Analizza il post di questo attivista pro-Palestina e rispondi nel giro di dieci minuti, denigrando il suo attivismo come una ricerca di protagonismo borghese in vacanza e creando dubbio sulle sue vere motivazioni. Mantieni un tono aggressivo ma credibile".
3. La Strategia dello Sciame ("Swarming"): A questo punto si innesca la fase operativa. In una strettissima finestra temporale che va dai 5 ai 20 minuti dalla pubblicazione del post dell'attivista, il suo spazio digitale viene letteralmente assaltato da un volume incredibile di risposte generate da questi account sintetici. I profili bot, protetti da false foto generate a loro volta da IA, intervengono scaglionati nel tempo per conferire perfetta naturalezza e organicità al linciaggio.
4. Logoramento Inesauribile: Qualora l'attivista, per senso di giustizia, cerchi di rispondere o argomentare razionalmente, i superbot rilanciano la conversazione, cambiando argomento, rilanciando false accuse, esaurendo sistematicamente le energie fisiche e psicologiche della vittima. A differenza dell'essere umano, l'algoritmo non necessita di sonno né conosce usura emotiva.
Il vero orrore di questa strategia non sta nel tentativo di far innamorare gli utenti occidentali delle politiche governative israeliane, sanno bene che sarebbe impossibile. L'obiettivo macroscopico delle farm di bot è la cosiddetta CENSORSHIP BY NOISE (Censura attraverso il Rumore). Poiché gli Stati democratici non possono censurare apertamente con la forza l'opinione pubblica che sostiene la Flotilla, le armi algoritmiche provvedono a intossicare l'agorà pubblica. Inondando i canali di comunicazione di volumi irraggiungibili di commenti derisori, menzogne aggressive e confusione, i bot mirano a saturare lo spazio visivo, al fine esclusivo di distruggere lo spazio vitale delle voci umane legittime e impedire l'articolazione logica del dissenso. Il cittadino comune, travolto da questa mareggiata inquinante, perde la bussola della verità, sfinito dall'impossibilità di distinguere la notizia dal fango artificiale."

Buona luce a tutti!

© Essec



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Intero articolo postato su FB

"ODIO ORGANIZZATO E FLOTILLA di Lavinia Marchetti «SIETE LA PROVA CHE CON POCHI EURO SI PUÒ FARE UNA BELLISSIMA CROCIERA, PERÒ QUANDO VI FERMANO NON ROMPETE LE PALLE ALLO STATO ITALIANO». Il commento porta la firma di Sandro Saraceno e segue una serie di cinque emoji di vomito. Sotto, in azzurro, seicentocinquantadue cuori. La fotografia, datata 15 maggio 2026, mostra Antonella Bundu, attivista fiorentina già consigliera comunale, a bordo di uno scafo della Global Sumud Flotilla salpato da Marmaris per tentare di forzare il blocco navale israeliano su Gaza. Sorride, mentre alle spalle c’è un veliero con una donna avvolta da una vela di kefiah. Mare calmo. Quattromilasettecento «mi piace», tremilacento commenti, duecentoquarantotto condivisioni. Scorrendo verso il basso, si accumula un materiale che voglio leggere come un testo politico. (Qui l'articolo è corredato da tutti gli screen: https://laviniamarchetti.substack.com/.../odio... ) L’insulto si replica con poche varianti, mentre il consenso si misura nei pollici azzurri. «Voglia di lavorare saltami addosso», centotrentotto cuori. «Parassita», ottantasei. «Beati voi che non avete un cazzo da fare nella vita», quattrocentosettantadue. «Altra politicizzata… suona la trombetta», sei. «Mi potresti dire chi vi paga, avete barche che costano parecchio». E poi la minaccia sorridente, con tre emoji ridenti: «Brava, vedi di restarci per molto tempo, non sentiremo la mancanza. Attenta agli Israeliani». Un altro, asciutto: «Questa volta vi stermineranno». La somma dei consensi va letta come temperatura di un’opinione che vive a parte rispetto alle cronache giornalistiche, perché in questi stessi la cronaca ci parla dell’attacco israeliano in acque internazionali contro la Flotilla, l’arresto di Thiago Ávila e Saif Abukeshek, i maltrattamenti in cella, le condizioni delle prigioni israeliane . Il fatto, dunque, si rovescia. Civili disarmati salpano per portare farina e medicinali a una popolazione affamata, vengono assaltati in acque internazionali da una marina militare, e il commento popolare si schiera dalla parte di chi assalta. Da dove viene questa adesione spontanea? IL TROPO DELLA "CROCIERA", LA PROIEZIONE DEL PRIVILEGIO E IL RISENTIMENTO LAVORATIVO "Fatevi la vs crociera e non mettete in difficoltà la Maggior parte di italiani che si fa il culo ogni giorno al lavoro". Giacomo Domenico incalza sulla stessa frequenza: "Mi potresti dire chi vi paga... non lavorare eppure state così bene da fare invidia a chi lavora" . Oddone sintetizza il concetto con il secolare adagio: "Voglia di lavorare saltami addosso", mentre Mauro Sacchetto sospira con un livore mascherato da invidia: "Beati voi che non avete un cazzo da fare nella vita...". Sono le classiche frasi che troviamo sotto i post di qualsiasi persona sia andata ad una manifestazione, abbia sposato una causa civile, non concordi con lo status quo. Da una prospettiva psicologica, questo specifico filone discorsivo rappresenta un capolavoro di dissonanza cognitiva risolta attraverso la PROIEZIONE DEL PRIVILEGIO e il riposizionamento semantico dell'azione. Partecipare a una spedizione umanitaria verso una zona di genocidio attivo, sfidando un blocco militare navale (che ha già fatto vittime in passato, si pensi al caso Mavi Marmara del 2010 e agli intercetti violenti del 2026), subendo abbordaggi o addirittura un grave naufragio come quello occorso alla Trinidad, è in termini oggettivi un atto che richiede un coraggio, una disponibilità al sacrificio e una resistenza psicofisica di altissimo livello. Per l'osservatore medio, prigioniero di una vita alienante, schiacciato dalle logiche del precariato e dall'insoddisfazione ("chi si fa il culo ogni giorno al lavoro"), riconoscere il valore di un simile atto eroico costituirebbe un trauma egoico devastante. Significherebbe ammettere a se stessi che la propria obbedienza cieca al sistema e la propria rassegnazione non sono inevitabili, ma frutto di una paralisi interiore. Il cervello umano rigetta questa auto-valutazione negativa. Pertanto, entra in gioco la difesa: la RI-NARRATIVIZZAZIONE. La pericolosa spedizione umanitaria viene sminuita a una "bellissima crociera" o a una vacanza goliardica pagata da entità oscure ("chi vi paga?"). Questo meccanismo neutralizza istantaneamente il valore etico dell'attivista: se l'attivista è solo un borghese in vacanza o un disoccupato (o peggio un politico) parassita in cerca di visibilità esotica, il suo atto non costituisce più un rimprovero morale per il lavoratore frustrato che lo osserva. Il ricorso all'etica del sacrificio lavorativo ("non avete un cazzo da fare") non è dunque un'affermazione di moralità da parte degli haters, ma una disperato contrappeso psicologico impugnato per abbattere una levatura morale che li fa sentire piccoli, spaventati e insignificanti. L'utente Giovanni Campolmi cattura perfettamente questa proiezione nell'unica voce fuori dal coro dello specchio analizzato: "Lasciali sfogare, sono talmente incarogniti dalla loro non scelta e non coraggio che non hanno altro modo di sfogarsi". Questa frase è la diagnosi clinica esatta di quanto sta accadendo sulla bacheca di Bundu o sulle nostre bacheche. L'EPISTEMOLOGIA DEL NEGAZIONISMO E IL DISIMPEGNO LOGICO Accanto all'attacco personale basato sulla classe o sul reddito, emerge una seconda strategia difensiva, di carattere squisitamente cognitivo: l'innalzamento continuo degli standard di prova, finalizzato al mantenimento del dubbio sistemico. Il commento di Gino Borghini ne è l'emblema: "Non entro nel merito della motivazione dell'intervento, ma ho delle curiosità: di chi è la proprietà della barca dov'è imbarcata; cosa trasporta di aiuti e in quale quantità... credete veramente di approdare a Gaza?”. Analogamente, Piero Pignataro si trincera dietro il sospetto visivo: "non tutti siamo dei boccaloni... mai una foto di tutti i generi alimentari che state trasportando come aiuti. foto e video di balli, canti, capriole quelli si!". Questa tattica sociologica è nota come SEA-LIONING: il soggetto si finge sinceramente incuriosito o razionalmente scettico, avanzando richieste di prove tecniche minuziose (la proprietà giuridica della barca, il tonnellaggio esatto del carico, le fatture di acquisto) per sfinire l'interlocutore e seminare sfiducia in chi legge. Si tratta di una sofisticata operazione di disimpegno morale. Chiedere "dove sono le foto del riso" mentre una barca rischia l'affondamento e affronta fregate militari significa sviare deliberatamente l'attenzione dall'urgenza etica del genocidio palestinese per focalizzarla su minuzie amministrative, garantendosi un alibi per non provare alcun sentimento di empatia verso il popolo sotto assedio o verso chi tenta di aiutarlo. DEUMANIZZAZIONE, NORMALIZZAZIONE DELLA VIOLENZA E INVERSIONE DI RUOLO La fase terminale e più oscura dell'odio digitale registrato nei confronti della Flotilla si esprime attraverso la deumanizzazione totale del bersaglio e la celebrazione o l'augurio della violenza letale. L'utente Antonio GSiena condensa la sua aggressione in un'unica parola: "Parassita". Il parassita non è un nemico umano, è un organismo inferiore che si nutre delle risorse dell'ospite; storicamente, l'uso del termine parassita e scarafaggio costituisce il preambolo linguistico necessario a ogni progetto di sterminio o persecuzione, poiché scardina del tutto la barriera del riconoscimento biologico dell'altro. Questa soppressione dell'empatia sfocia nell'aperta e sgrammaticata minaccia da parte di Renato Maccagnani: "Questa volta vi steminerannp". L'errore di battitura non diminuisce la gravità dell'affermazione: vi è in questo commento la segreta (o palese) speranza che una forza esterna e punitiva sopprima fisicamente coloro che creano disturbo. L'ostilità raggiunge vette grottesche con Aristide Petruzzelli: "Brava, vedi di restarci per molto tempo... Attenta agli Israeliani" associato all'immagine sorridente e caricaturale del cast della celebre serie tv The Love Boat. In questo frangente, la prospettiva della violenza militare israeliana (che nel 2010 uccise dieci attivisti sulla Mavi Marmara) viene usata come un feticcio, una minaccia spaventosa da brandire contro la donna, mentre l'inserimento del meme anni '80 serve a disinnescare l'orrore, trasformando l'augurio di morte o arresto in un macabro scherzo da bar sport. L'umorismo diviene il velo sotto cui si nasconde l'odio più cieco e la sociopatia. In aggiunta a queste pulsioni, si osserva la manipolazione della vittimizzazione attraverso utenti come Eugenio Ruoso: "I LEONI da Tastiera siete anche Voi che pubblicate quindi in Democrazia aspettatevi anche opinioni DIVERSE..." e Fabrizio Frascaroli, che congeda l'attivista con sminuimento di genere infantile: "Altra politicizzata...suona la trombetta" . Il meccanismo del rovesciamento (DARVO: Deny, Attack, Reverse Victim and Offender) è qui palese. L'aggressore che vomita insulti rivendica il proprio operato come "esercizio democratico di opinione diversa", etichettando l'attivista in mare come il vero dittatore o leone da tastiera, manipolando il concetto stesso di tolleranza per esigere il diritto all'insulto incontrastato. LA DELEGITTIMAZIONE DELL'ALTRUISMO E LA SINDROME DEL "DO-GOODER DEROGATION" La totalità dei comportamenti aberranti appena dissezionati trova una magistrale e inquietante spiegazione in una teoria consolidata all'interno della psicologia morale e sociale, nota nella letteratura accademica internazionale come Do-Gooder Derogation (denigrazione di chi fa del bene o "deroga del buonista"). Le ricerche originariamente condotte dai professori Julia Minson e Benoît Monin (2012) spiegano nel dettaglio perché gli individui che compiono azioni morali superiori (gli attivisti umanitari, i volontari o chi compie scelte di vita eticamente rigorose) suscitino sistematicamente fastidio, sarcasmo, rabbia e reiezione da parte della massa, piuttosto che l'ammirazione che la logica dovrebbe imporre. Il fenomeno affonda le sue radici nella profonda necessità dell'essere umano di salvaguardare il proprio senso di autostima, intimamente legato all'identità morale. La maggior parte degli individui desidera considerarsi intrinsecamente "buona" e "giusta" all'interno della propria comunità. Quando una persona media si trova al cospetto di un do-gooder (in questo caso, un'attivista come Antonella Bundu che spende il proprio tempo, rischia la vita e le proprie economie per spezzare il blocco della fame a Gaza), l'osservatore subisce un brutale shock comparativo. Sebbene l'attivista possa non rivolgere alcuna accusa verbale verso il proprio pubblico, la sua mera esistenza, il suo atto di abnegazione agisce come un formidabile atto d'accusa implicito contro il conformismo, l'ignavia e la complice indifferenza dell'osservatore. Si scatena nel soggetto passivo il fenomeno Dell'ANTICIPATED MORAL REPROACH (Rimprovero Morale Anticipato). In altre parole, l'individuo fermo davanti allo schermo percepisce che, rispetto agli standard morali stabiliti dall'attivista, la sua inazione in difesa dei civili palestinesi massacrati rappresenta una colpa insopportabile. L'ego dell'individuo, messo alle strette, reagisce avvertendo la superiorità etica dell'altro non come un modello cui aspirare, ma come una intollerabile minaccia all'immagine di sé. Per sfuggire allo spiacevole compito di mettersi in discussione e cambiare i propri comportamenti sociali, la mente attua una scorciatoia tanto rapida quanto vigliacca: disinnesca l'esempio morale denigrando la figura che lo veicola. Il Do-Gooder Derogation spiega matematicamente le dinamiche emerse dagli screenshot. Le persone che si sentono in difetto reagiscono producendo un fuoco di sbarramento di associazioni negative o ciniche. L'attivista viene rapidamente etichettato con aggettivi delegittimanti quali esibizionista, ipocrita, moralizzatore, pazzo, arrogante o fanatico. E POI CI SONO I BOT E LE “TROLL FARM” Il salto di qualità definitivo, che ha permesso di scatenare questo inferno digitale sui post degli attivisti della Flotilla, è scaturito dall'integrazione strutturale delle farm di troll con l'Intelligenza Artificiale generativa. I network di bot di prima generazione, operanti a cavallo del 2016 e del 2020, erano strumenti rozzi e facilmente smascherabili e si basavano sulla pedissequa diffusione automatizzata del medesimo testo mal tradotto, su profili farlocchi con sequenze numeriche nel nome e sulla riproduzione a valanga di link propagandistici. Tali strumenti oggi appaiono come relitti preistorici. Dal 2024, le armate della disinformazione si sono dotate di quelli che gli esperti definiscono "Superbot" o agenti autonomi guidati dai Large Language Models (LLM, tecnologie similari all'architettura GPT). Questi applicativi software avanzati permettono di automatizzare l'azione psicologica a un livello di verosimiglianza inquietante. Un superbot non si limita a replicare un messaggio precompilato, ma simula con efficacia il ragionamento umano, replicando l'uso di dialetti locali, slang giovanili, sottili sfumature emotive, rabbia o finta moderazione ragionevole a seconda del contesto in cui si infiltra. Enti indipendenti che studiano il traffico dei bot durante il conflitto a Gaza, come InflueAnswers, hanno tracciato il modus operandi preciso di questi sciami cibernetici : 1. Individuazione e Targetizzazione Chirurgica: L'infrastruttura automatizzata scansiona i social media ininterrottamente, intercettando profili ad alta visibilità (come quello di Antonella Bundu o delle organizzazioni internazionali) oppure analizzando parole chiave specifiche e hashtag sensibili 2. Generazione Adattiva del Prompt e Intervento: Non appena il bersaglio umano pubblica un aggiornamento, il contenuto, la foto o il video vengono processati dai server dell'LLM in frazioni di secondo. I programmatori hanno istruito l'IA con prompt master del tipo: "Comportati come un comune cittadino conservatore o disilluso italiano. Analizza il post di questo attivista pro-Palestina e rispondi nel giro di dieci minuti, denigrando il suo attivismo come una ricerca di protagonismo borghese in vacanza e creando dubbio sulle sue vere motivazioni. Mantieni un tono aggressivo ma credibile". 3. La Strategia dello Sciame ("Swarming"): A questo punto si innesca la fase operativa. In una strettissima finestra temporale che va dai 5 ai 20 minuti dalla pubblicazione del post dell'attivista, il suo spazio digitale viene letteralmente assaltato da un volume incredibile di risposte generate da questi account sintetici. I profili bot, protetti da false foto generate a loro volta da IA, intervengono scaglionati nel tempo per conferire perfetta naturalezza e organicità al linciaggio. 4. Logoramento Inesauribile: Qualora l'attivista, per senso di giustizia, cerchi di rispondere o argomentare razionalmente, i superbot rilanciano la conversazione, cambiando argomento, rilanciando false accuse, esaurendo sistematicamente le energie fisiche e psicologiche della vittima. A differenza dell'essere umano, l'algoritmo non necessita di sonno né conosce usura emotiva. Il vero orrore di questa strategia non sta nel tentativo di far innamorare gli utenti occidentali delle politiche governative israeliane, sanno bene che sarebbe impossibile. L'obiettivo macroscopico delle farm di bot è la cosiddetta CENSORSHIP BY NOISE (Censura attraverso il Rumore). Poiché gli Stati democratici non possono censurare apertamente con la forza l'opinione pubblica che sostiene la Flotilla, le armi algoritmiche provvedono a intossicare l'agorà pubblica. Inondando i canali di comunicazione di volumi irraggiungibili di commenti derisori, menzogne aggressive e confusione, i bot mirano a saturare lo spazio visivo, al fine esclusivo di distruggere lo spazio vitale delle voci umane legittime e impedire l'articolazione logica del dissenso. Il cittadino comune, travolto da questa mareggiata inquinante, perde la bussola della verità, sfinito dall'impossibilità di distinguere la notizia dal fango artificiale."

https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=122275216340156950&id=61554708501839&post_id=61554708501839_122275216340156950&rdid=Dny4ZNWUy3jGnsMZ

giovedì 7 maggio 2026

Raffaella Tava ..... non solo Photography



Per chi ha voglia di leggere e magari cogliere spunti per riflettere su questioni non banali, suggerisco di consultare i "pensieri" di Raffaella Tava presenti nel sito web che racconglie anche le sue produzioni fotografiche. Al riguardo, piuttosto che descrivere a parole mie il personaggio, riporto la biografia pubblicata che la riguarda.

"Sono nata a Mezzolombardo in provincia di Trento nel '66, anno in cui Trento come Firenze ed altre città italiane furono soggette ad alluvione.
Ho trascorso la mia infanzia lasciandomi incuriosire e stupire da tutto ciò che mi circondava cercando sempre di capire il "perchè" ed il "per come" delle cose. Questo mio interesse mi ha portata ad avere una predilezione per le materie tecnico matematiche ed ha determinato la scelta del mio percorso scolastico, terminato nel '85 con il conseguimento del diploma.
Fino ad allora la mia attenzione non è mai stata rapita in modo significativo dall'arte o dalle materie umanistiche; ma, qualche anno dopo, fortunamente, ho avuto modo di recuperare quanto mi ero persa e partendo dalla lettura, passando per l'architettura, la pittura e l'arte in genere sono arrivata a sviluppare una sensibilità umanistica che fino ad allora mi mancava. Firenze ha avuto un'influenza non indifferente, Firenze che nel '66 aveva avuto un destino analogo alla mia Trento mi ha offerto tantissimi spunti di studio e di crescita, ha stimolato le mie emozioni che giacevano latenti e mi ha aperto gli occhi facendomi percepire le vibrazioni della bellezza.
E' in questo periodo che la fotografia assume per me una dimensione diversa, inizialmente infatti avevo cominciato a fotografare solamente per documentare le escursioni in montagna, le vie in parete, ed occasionalmente catturare qualche scorcio paesaggistico, mentre poi mi sono accorta che la fotografia poteva essere molto di più. Ho capito che la macchina fotografica offre una grande potenzialità: è uno strumento che ti permette di catturare e trasmettere emozioni, che permette di essere artisti di creare le proprie opere.
Ho così cominciato a fotografare con un atteggiamento diverso, lasciandomi coinvolgere emotivamente da ciò che veniva filtrato dall'obiettivo; la macchina fotografica era divenuta lo strumento per mezzo del quale riuscivo ad entrare in conttato con le mie emozioni, con la famosa sfera artistico/umanistica ed staccarmi dalla quotidianità dominata dalla razionalitá e dai numeri.
Da vari anni ormai mi diletto a scattare e lo faccio utilizzando, inizialmente per caso poi per scelta e soddisfazione, apparecchiature Nikon. Con il digitale mi si è aperto un mondo fatto di amicizia e moltissime emozioni da vivere in solitudine dietro l'obiettivo o in compagnia durante un'escursione, oppure intorno ad un tavolo o sulle pagine di un forum. Il digitale mi ha permesso di conoscere molti amici con cui condividere questa passione, con cui crescere e confrontarmi.
Fotograficamente ho molto da imparare quindi fino al giorno in cui riuscirò ad emozionarmi continuerò a cercare il mio scatto migliore."

Per chi è curioso e vuol verificare di persona, non rimane che accedere al portale.

Buona luce a tutti!

© Essec

lunedì 4 maggio 2026

Così è se vi pare



"Di fronte allo schermo del computer, mentre le dita scivolano sui tasti e scrivo, ascolto i notiziari attraverso le voci che provengono dalla radio, e il bollettino quotidiano nel suo freddo esporre la cronaca giornaliera elenca il numero delle vittime del martoriato girone d’inferno che è la Striscia di Gaza, o del non meno martoriato Libano, in cui Israele ha esteso i suoi confini di guerra con l’alleato statunitense contro l’Iran nemico giurato di sempre."
Il periodo estrapolato dall’articolo di Francesco Cito, pubblicato sul numero di maggio del bimensile Dialoghi Mediterranei, accompagna un suo ricco reportage fotografico.

Per consentire ad altri di condividere spunti di riflessione, riporto di seguito le considerazioni espresse dall’amico Pippo Pappalardo che, per certi aspetti, richiamano il contenuto del brano pacifista "Blowin' in the Wind" di Bob Dylan.
“La prima vittima di ogni conflitto bellico è sempre la verità. La preghiamo, la pretendiamo, la cerchiamo con sincerità e buona fede, eppure ci sfugge appena oltrepassiamo un confine, un palmo di territorio, un credo. Ciò nonostante dobbiamo insistere, lottare, testimoniare: lo dobbiamo fare per cancellare le sciagure del passato, anche quello più prossimo, lo dobbiamo fare per le speranze dell'umanità tutta. E questo impegno non può essere disgiunto dalla pietà, sentimento umanissimo che deve farci cancellare le ideologie, i credi religiosi, le presunte identità. Si è fotografi quando si diventa poveri, svuotati da tutti gli ismi; e si accoglie quella voce che non è scomparsa nel vento ma aspetta "di passà a nuttata".

Nel numero del 1^ maggio della rivista web curata da Antonino Cusumano risultano pure pubblicati altri tre articoli che trattano di fotografia. Col sospetto che si sia voluto quasi volutamente replicare un esperimento ben riuscito sulla filmografia, che ebbe a coinvolgere soggetti eterogenei nello scrivere una recensione su uno stesso film, senza che ciascuno di loro sapesse dell’incarico contemporaneamente assegnato agli altri.
Come accaduto nell’esperimento filmografico, l’ultima pubblicazione di Dialoghi Mediterranei presenta, in questo caso, quattro articoli disomogenei concepiti da altrettanti fotografi, autori oltre che del testo anche delle immagini annesse e dagli stessi scelte.
Quattro articoli che possono ben costituire degli esempi emblematici per il diverso modo d’intendere la funzione e lo scopo del loro fare fotografia.
Al riguardo occorre andare a leggere i quattro articoli elencati di seguito, per avere modo di cogliere le evidenti potenziali differenze contenutistiche implicite nella fotografia, sia concettuali che estetiche. Per coerenza, quindi, il titolo di questo pezzo deve necessariamente richiamare quello di un'opera del mitico nostrano Pirandello.

Buona luce a tutti!

© Essec

Francesco Cito - http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/ricordi-e-rabbia-di-un-reporter-sul-fronte-di-guerra-in-palestina/
Lillo Miccichè - http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/fotografare-tra-passione-e-responsabilita/
Nella Tarantino - http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/mediterraneo/
Tano Siracusa - http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/agrigento-la-fotografia-e-il-tempo/

giovedì 23 aprile 2026

“Things Happen Underwater” di Antonino Cuccia



Ogni manifestazione artistica, più o meno consciamente, rispecchia in sintesi le caratteristiche dell’autore.
Rappresenta il “sentirsi dentro”, il modo di vedere il mondo esterno e gli altri, il come vorremmo fossero i colori del panorama che ci avvolge: in altre parole è la zattera virtuale che ossigena attraverso l’applicazione di fantasiose formule creative.
Antonino Cuccia, non fa eccezione alla regola. Anzi, forse, rientra proprio fra quegli artisti che riescono a palesare meglio - con un linguaggio a tratti surreale - mix di sensazioni e suggestioni congelabili con la fotografia.
La mostra inaugurata presso i Cantieri Culturali alla Zisa, al Centro Internazionale di Fotografia “Letizia Battaglia”, “Things Happen Underwater” curata da Salvatore Mercadante (17 aprile – 8 maggio), presenta un allestimento composito che esalta tanti elementi: visivi e sonori.


La ricerca d’isolamento, manifestato da corpi, quasi lievitanti, sono evidenziati in uno spot di luce e contemporaneamente fatti intendere come immersi nel buio di abissi sconosciuti.
I singoli riquadri risultano accompagnati da un sottofondo sonoro volto forse a creare la suggestione di trasformare il vociare quotidiano in musica.
Le apnee, esaltate dalle plasticità scultoree dei soggetti fluttuanti, sono così una sequenza di isolate “bolle illusorie”, finalizzate forse a manifestare per l’essere vivente la relatività temporale di ogni immersione.


Le figure, sempre accompagnate da bollicine d’aria ascendenti raccontano pertanto della dipendenza, dall’ossigeno, dalla luce e, quindi, dell’obbligo continuo e costante a riemergere per rifocillarsi per poter prolungare il tempo restante.
La narrazione della mostra suggerisce, in sostanza, che nonostante i continui tentativi di perpetuare utopie, le ebrezze esperibili alimenteranno illusioni che avranno sempre delle durate temporanee, ovvero che nessun essere umano vivente, nonostante le suggestioni praticabili, riuscirà mai a inabissarsi in quello che costituisce il suo mondo immaginifico ... e, ancor meno, per sempre.
La conferma di questa mia lettura o il poter eventualmente dissentirne, presuppone, per chi potrà farlo, di andare a visionare le opere e soffermarsi sull’unicità dell'intero allestimento.  

Buona luce a tutti!

© Essec

giovedì 16 aprile 2026

“SUD – Sguardi senza tempo” di Pino Ninfa



“Il Sud in queste fotografie non è semplicemente un luogo geografico ma uno spazio di incontri tra paesaggio, memoria e presenza umana.
Muovendosi attraverso città mediterranee, siti antichi e orizzonti costieri, le immagini esplorano momenti in cui la realtà rivela brevemente connessioni inaspettate: rami di alberi che si protendono verso un tempio lontano, persone che attraversano una piazza illuminata dal sole, musicisti che emergono dalla luce della sera o il mare che si apre oltre una ringhiera.
Invece di descrivere gli eventi, l'opera cerca momenti sospesi in cui il tempo sembra rallentare e il mondo ordinario si carica di significato.
In queste fotografie il Sud appare come un territorio stratificato, plasmato dalla storia, dai gesti e dalle presenze quotidiane. Luoghi e persone condividono lo stesso fragile equilibrio tra quiete e movimento, tra presenza e scomparsa.
La sequenza si sviluppa come una costellazione di incontri tra corpi, paesaggi e memoria, suggerendo che il Sud non è solo un luogo, ma anche un modo di vedere.”

Pino Ninfa, d’origini catanese e ormai milanese d’adozione, con questo testo ha accompagnato la email d’invio del suo libro “SUD – Sguardi senza tempo”. Intendendo così esplicitarmi una chiave per decifrare il linguaggio scelto per raccontare il suo Sud.
La terra abbandonata in età giovanile, che come molti di noi abbiamo sperimentato – anche se solo per brevi parentesi di allontanamento – evidentemente nascondeva radici e latitava con l’esigenza d’esprimersi.
Si può subito osservare che il suo lavoro testimonia fortemente delle contaminazioni frutto di un vissuto che risente delle tante esperienze e differenti elaborazioni culturali. Con un processo che finisce col proporre tanti Sud differenti, filtrati secondo varie formule che s’ispirano fortemente a fotografi che hanno fatto scuola nel ritrarre paesaggi dell’Italia di provincia e dove anche diversi fotografi siciliani hanno lasciato il segno.
In questa chiave i capitoli del suo libro, a mio parere, sviluppano tanti racconti, con sintassi e tagli tutti caratterizzati e definibili. Per citarne alcuni: alla Henry Cartier Bresson, alla Luigi Ghirri, alla Josef Kudelka, alla Giovanni Chiaramonte, alla Mimmo Jodice, alla Ferdinando Scianna, alla Giuseppe Leone, alla Enzo Sellerio.
In questa composita operazione i ricordi di Ninfa realizzano tanti quadri che fanno, quindi, da collante di un’unica trama. Composta da varie finestre, diversificate dai sapori e umori residui rimasti a covare sotto traccia, influenzati da riflessioni dell’età matura.
Alla fine ne deriva un’operazione particolare che assomma alla professionale oggettività visiva un’interpretazione propria; che si differenzia da quella attitudine mentale fatalistica e pessimistica d’isolamento e sofferenza, definita da Leonardo Sciascia con il termine “sicilitudine” e pure potenzialmente collegabile alle sue origini geografiche meridionali.

Buona luce a tutti!

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lunedì 13 aprile 2026

Non Tutto Ciò Che Brilla Fa Guadagnare: Come riconoscere i falsi miti della finanza e tenere al sicuro i tuoi soldi



Proprio per chi ha il piacere di leggere è opportuno cercare di scegliere autori che, oltre a soddisfare eventuali curiosità culturali, riescano a offrire testi piani, facilmente comprensibili e che contengano anche un certo ritmo narrativo che riesca a coinvolgere.
Un’opportunità al riguardo può essere offerta da Pasquale Tribuzio, che nella inusuale veste di “saggista-narratore”, mette a frutto le sue esperienze specialistiche maturate in ambito finanziario.
Sfruttando, altresì, una sua naturale capacità di rendere comprensibili anche argomenti ostici quali quelli economici, ha da qualche tempo iniziato a scrivere romanzi prossimi alla “educazione finanziaria”.
In genere la letteratura di economia è quasi sempre rivolta a specialisti esperti, che danno per scontato principi e regole accademiche. Nel caso in questione i libri di Tribuzio assolvono anche alla necessità di offrire al pubblico strumenti minimali e comprensibili sui complessi strumenti d’investimento. Con “narrazioni” che tornano utili a dare coscienza sulle potenziali scelte operabili per tutelare al meglio ogni forma di risparmio.
Allo scopo, per ottimizzare al meglio la metodologia didattica, l’autore si è inventato una sua formula originale che riesce a creare una miscela narrativa che include nei racconti i vari aspetti economici che caratterizzano le molteplici forme d'investimento. Trasformando e, quindi, facendo diventare i potenziali risparmiatori che si riconoscono, da deleganti verso istituzioni e sistemi opachi, a investitori attenti.
I pretesti romanzati per discernere e affrontare le tante formule d’investimento sono sempre sviluppati in contesti domestici; riuscendo a rispondere pienamente ai dubbi e alle perplessità di coloro che, rivolgendosi quasi fideisticamente a banche, assicurazioni o a consulenti finanziari più o meno attendibili, non si ritengono all’altezza di poter capire e gestirsi in autonomia consciamente.
L’ultimo suo libro, “Non Tutto Ciò Che Brilla Fa Guadagnare: Come Riconoscere I Falsi Miti Della Finanza E Tenere Al Sicuro I Tuoi Soldi”, acquistabile on line (Amazon), affronta a trecentosessanta gradi le principali forme d’investimento finanziario, rendendo assolutamente piani e comprensibili vantaggi e svantaggi per ogni tipologia di scelta; analizzando i costi di gestione e gli eventuali pericoli connessi alle diverse scelte.
L’ambientazione nell’ambito familiare dell’ultimo suo romanzo è allargato ad adolescenti che necessitano di capire le regole del convivere, rendendo così più credibili le storie rese molto vicine al nostro quotidiano vivere.
In ogni caso, la sola lettura risulterà piacevole anche per chi non fosse interessato ad alcuna forma d’investimento economico, per il semplice fatto che i contenuti che costituiscono trama del romanzo non compromettono in alcun modo la fluidità di un qualsiasi altro tipo di racconto.
Non ultimo, per chi ama leggere e sperimentare le varie forme possibili di scrittura, leggere “Non Tutto Ciò Che Brilla Fa Guadagnare: Come Riconoscere I Falsi Miti Della Finanza E Tenere Al Sicuro I Tuoi Soldi”, potrà anche costituire occasione per scoprire esempi di novità letterarie.  

Buona luce a tutti!

© Essec

giovedì 26 marzo 2026

"Oblio" di Gianni Nastasi - Mostra Fotografica



Il titolo e le parole di sottotitolo utilizzate per la nuova mostra da Gianni Nastasi aprono a tante soluzioni e interpretazioni.
Come usa dirsi, spesso le immagini parlano da sole e, in questo caso, aprono a tante chiavi di lettura: indefinite e indefinibili, volendo anche ambigue; avviando pure ad indirizzi "border line" per nulla univoci.
Ad una eccellente estetica compositiva si accompagnano molteplici simbolismi che alludono o aprono (a seconda di come si vuole approcciare) ampi campi interpretativi.
Come confessa lo stesso autore, l'assenza di una sua sinossi, crea un'operazione comunicativa indefinita, ampia e composita, lasciando ad ognuno la scelta di percorso in quello che è un vero e proprio labirinto visivo.
Muovendosi sostanzialmente secondo una logica dell'opera aperta, quindi, figure di stile pittorico, singole installazioni artistiche, voci afone, musiche insonore, poesie o brani letterari sono di fatto captabili in ogni singola fotografia.
In questo modo i diversi osservatori potranno anche decriptare il significato attribuibile alla tela simbolica, allo squarcio, a quanto rimane nascosto (tra luci, ombre e sfuocato). Al significato dello specchio (rotto/ricomposto) e dell'immagine riflessa in singole foto.
Con la dubbia ubicazione del visitatore della mostra, che può tranquillamente ritrovandosi a scoprire la sua stessa posizione nel leggersi (al di qua o al di là della simbolica barriera).
Geniale anche la soluzione adottata da Nastasi per poter cogliere i riflessi sfaccettati nell'immagine dell'anima della modella, attraverso un certosino composito di superfici rese artatamente poliedriche.
Tutte queste complessità, progettuali e di ripresa, unite alla post produzione e alla scelta delle immagini finali che corrispondono alle foto in mostra, innescano una serie di variabili tutte da interpretare e che, come accennato, avviano a considerazioni complesse, che, a questo punto, probabilmente, forse, oltrepassano gli stessi limiti o paletti immaginati dallo stesso autore.
Durante la visita della mostra sembrerebbero offrirsi, tra le tante, due possibilità.
La prima di osservare le singole immagini in modo indipendente, come in una pinacoteca, e dare ad ogni fotografia un significato compiuto.
Una seconda opzione sarà quella di leggerne l'insieme, collegando le sequenze per costruirsi un più ampio discorso, articolato e modellabile secondo le sensazioni provate.
Personalmente propendo per la seconda scelta che, a parer mio, risulta maggiormente intrigante e che potrebbe pure portare a sorprendere se stessi ..... andando oltre.
In conclusione può ben dirsi che la mostra fotografica "Oblio" di Gianni Nastasi, assemblando tante tematiche ha creato una matassa complessa, che offre però ad ognuno la libera scelta di prendere un "filo d'arianna" più consono e poter percorrere liberamente quello che corrisponde al suo vero labirinto.

Buona luce a tutti!

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Dissertazioni su Street Art, ne vogliamo parlare? A cura di Toti Clemente

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)

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