La Quarta Dimensione Scritti

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che raccoglie i testi completi dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (se disponibili).

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domenica 13 giugno 2021

“In memoria di un amico morto con un secchio in mano” di Gaetano Martorana.



Ieri, 12 giugno, costituiva uno strano anniversario, di un fatto di cronaca nera accaduto tanti anni fa. Gaetano ha tirato fuori quella storia dal sacco dove custodisce tanti ricordi di un'adolescenza comune, una triste storia questa volta. Mi ha, quindi, proposto di pubblicare questo pezzo che porta indietro le lancette del tempo e, che in qualche modo, rinverdisce la memoria di un amico comune che, per noi giovani, allora virgulti pischelli, era anche uno dei personaggi positivi a cui fare riferimento e che in una notte di cinquanta anni fa non ebbe fortuna.
© ESSEC

"DEDICATO AD UN AMICO CHE MI E’ RIMASTO NEL CUORE E CON IL QUALE PRENDEREI ANCORA IL CAFFÉ NEI MOMENTI LIBERI, COME AI VECCHI TEMPI"

“In memoria di un amico morto con un secchio in mano” di Gaetano Martorana.

Il 13 Giugno del 1971 si sarebbe votato per il rinnovo del Parlamento siciliano e alle forti tensioni e le contrapposizioni, che erano state feroci, tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano, si aggiungevano nuovi soggetti che cercavano spazi e proponevano novità.
Il panorama politico, che vedeva affacciarsi altri partiti all’orizzonte siciliano, faceva sì che gli attori contrapposti in queste elezioni non erano i soliti due, come era stato nei suffragi precedenti e fin dal 1947.
Per la borgata di Acqua dei Corsari la vigilia elettorale fu un giorno nefasto. Di fronte alla scuola elementare Ignazio Castrogiovanni di Acqua dei Corsari – nella notte del venerdì, tra le 24,00 e le 0,15 – venne a consumarsi una tragedia inaspettata.
Michele Guaresi trovò la morte in modo assurdo per mano di un poliziotto. Due colpi in sequenza misero fine alla vita di un padre di quattro figli piccoli e di un quinto ancora in grembo della moglie. Per l’imprevedibilità del destino, il nuovo nacque orfano e il rapporto con il padre fu tramite una sua fotografia e il racconto di amici suoi e della mamma.
La beretta che esplose i colpi, freddò oltre che un padre di famiglia, un attivista del PRI che, in quella calda estate di 50 anni fa, aveva finito di attaccare l’ultimo manifesto.
La guerra degli attivisti, in quegli anni, era spietata per conquistare l’ultimo spazio per attaccare l’ultimo manifesto. A chi faceva campagna elettorale questo gesto dava l’ingenua impressione che nelle tre sezioni della scuola di via Ammiraglio Cristodulo, si potessero vincere le elezioni così. E per questo la guerra tra gli attivi galoppini delle varie fazioni era senza esclusioni di colpi.
Per attaccare i loro manifesti si organizzavano con secchi, pennelli e colla, confezionata all’ultimo minuto con la farina e alle 23,30 si partiva, secchio in una mano e manifesti sottobraccio. In quel tempo ancora non esistevano regole articolate per attaccare i manifesti elettorali, se non la distanza di duecento metri dai seggi.
Spesso succedeva, specialmente l’ultima notte, che si attaccavano i manifesti sulla colla di chi li aveva appesi prima, attaccandoli con le mani e con un solo colpo di pennello ed era già bello e attaccato, cosi facendo si impiegava metà tempo e si risparmiava la colla. Poi a mezzanotte scadeva il tempo utile e tutti lì davanti al bar a commentare e sfottersi; e quando finiva lo sfottimento si scioglieva il gruppo e si andava a tutti dormire.
Allora i partiti erano un’altra cosa e gli schieramenti avevano confini ideologici più marcati, ma il venerdì sera era una gara d’abilità. Chi avrebbe attaccato l’ultimo manifesto era il vintore della sua parte del torneo, che avrebbe avuto l’epilogo il lunedì pomeriggio. Quelli che erano stati armati di colla e pennello, erano pure gli stessi che si riarmavano di carta e penna per prendere i risultati dello scrutinio, per comunicali dall’unico telefono a gettoni presente nell’ingresso della scuola, ai rispettivi comitati elettorali.
In quel periodo in quella periferia, feudo incontrastato della Democrazia Cristiana, lontana dal centro della città, senza servizi, dove l’unico lusso che avevano i “Corsaloti” era la scuola elementare e la chiesa, a quel tempo tutto era più difficile!
In questa piccola comunità agricola, alla fine degli anni sessanta si era però creato un nuovo fermento, gli operai avevano preso coscienza della durezza del loro lavoro e così desideravano che i loro figli, dopo la quinta elementare, continuassero ad andare a scuola. Si, perché la scuola media per i nati nel dopoguerra era stata una conquista, un riscatto un modo per evolversi, per cambiare vita uscendo dallo stato sociale in cui erano relegati la maggior parte di quelli di questa estrema periferia sud fastidiosa della città, piena di braccia da sfruttare, non aveva una scuola media.
Molti di quei ragazzi che, si erano portati in città per frequentare la scuola media, timidamente dopo, si sarebbero anche proiettati verso la scuola superiore sperando di diventare ragionieri o geometri. Queste frequenze di scuole superiori avevano anche fatto nascere nei giovani del luogo le prime convinzioni politiche autodeterminate, che si discostavano da quelle che i poveri galoppini, quasi con bonario consiglio segnalavano alle famiglie più povere di borgata. Senza spiegare ne perché o per come avrebbero dovuto votate il Tizio o il Caio che veniva amorevolmente “imposto” dicendo: “Io u canusciu è un bravu cristianu, e si avemu bisognu ri qualchi cosa nnu truvamu”.
Il mettere insieme il falso plurale nell’utilizzo del “noi” accendeva, nella fantasia dei buoni. In pochi erano mai usciti dalla borgata, e solo i maschi, magari solo per andare fuori per il servizio militare a servire la patria. Molti erano portati a pensare alla possibilità che “criscennu me figghiu macari ci po’ pinzari chistiu chi staiu vutannu”, allora per amore, speranza o timore applicano la regola del: “calati juncu ca passa la china”, tanto dobbiamo andare a votare lo stesso e per questo un candidato vale l’altro.
Al povero Michele questo non piaceva e come i giovani guardava ad un futuro per i suoi figli migliore di quello che aveva vissuto lui.
Michele era un grande lavoratore, sempre in giro a ricercare modi onesti di guadagno per fare il bene della sua famiglia. Non gli piaceva però la sudditanza politica e l’occasione gliela avevano procurata i suoi amici più giovani, quelli che incontrava spesso al bar, quelle volte che restava in zona non costretto dal lavoro in trasferta.
Era stato contaminato dal fermento che serpeggiava tra i ragazzi e assieme ai giovani studenti sperava nel cambiamento, ad un’equità sociale maggiore.
Per questo s’impegnava e sperava. Per lui, i suoi amici e pure i suoi figli, che pur erano ancora piccoli, sperava una vita migliore della sua, affinché tutti potessero avere quello che lui non aveva potuto avere.
La campagna elettorale del 1971 alle regionali, come aveva già fatto l’anno prima per le comunali, lo aveva visto impegnato fino allo sfinimento.
Quella maledetta notte, con grande generosità aveva faticato in modo instancabile e aveva mandato via tutti dicendo che gli ultimi manifesti li avrebbe affissi lui. Avevano già quasi finito e si stavano dirigendo tutti verso casa, quando il lampeggiante della gazzella lo mise in allarme, e d’istinto era scappato. Il giovane poliziotto, da poco non più allievo e sprovveduto, era intanto sceso dalla macchina con l’arma in pugno per inseguire lui ed altri fuggitivi diventate presto ombre in un buio pesto.
Il milite si aggirò d’intorno fino a cogliere il povero Michele rannicchiato in mezzo all’erba alta di una timpa di terra più alta della strada. La paura colse entrambi impreparati all’emozione e la tragedia diventò, si scatenò in un attimo.
Dopo quei due colpi di pistola che ruppero il silenzio della notte e in quel preciso momento la storia di cinque bambini e una donna cambiò radicalmente. Il futuro di un intero nucleo familiare fu decapitato, il capofamiglia reciso e una tempesta si abbatté su quelle piccole persone innocenti e ignare, figli di un padre che sognava un futuro migliore, bello, che si era fermato sul nascere. In un attimo la storia della sua famiglia fu malamente riscritta.
Oggi a cinquanta anni dall’evento luttuoso, sempre di più sembra che quella notte il suo sacrificio è stato assurdo, legato al caso e inutile.
Se quel giovane poliziotto avesse mantenuto l’emozione e lo avesse identificato, invece di sparargli per paura, gli avrebbe potuto appioppare una violazione amministrativa e forse una multa di cinquantamila lire, che magari non avrebbe neanche pagato il povero Michele ma qualcun altro per lui, il partito dei suoi manifesti probabilmente.
Oggi comunque potrebbe essere un piccolo riconoscimento a monito, mettere una lapide in ricordo del luttuoso e nefasto evento, che arrecò la morte a Michele e cambiò irreversibilmente anche la vita di tante persone.
Noi auspichiamo che ciò possa avvenire e un ricordo possa essere apposto in quel famigerato luogo di borgata, dimenticato nei ricordi.
Palermo 12 06 2021"
© Gaetano Martorana

mercoledì 9 giugno 2021

“Fotogazzeggiando” dopo un mese - Pretese, attese e indifferenze diffuse.



Sollecitato da qualcuno ad andare a riprendere toni più leggeri, improntati sul naturale cazzeggio, gioco forza affronto una questione frivola che mi tocca da vicino, ma che spesso coinvolge anche altri in fattispecie similari.
Quando si scrive troppo e su troppe cose si può anche rischiare di perdersi e magari prendersi troppo sul serio, mettendo così a rischio tutta una filosofia perseguita, improntata a un approccio semplice.
Stranamente pochissimi sono però fin qui risultati i riscontri, peraltro sollecitati a taluni, sulla congruità del volume intitolato provocatoriamente “Fotogazzeggiando”, titolo alla fine scelto come risultato di un compromesso mediato con l’editore.
Le uniche considerazioni ricevute in ogni caso hanno ancora una volta riguardato l’utilizzo della semplicità del linguaggio espositivo, che a detta di diversi avrebbe consentito un facile accesso ai contenuti; senza obbligare il lettore a dover imbattersi in citazioni e bibliografie varie, non necessarie per argomentare su singole questioni esposte in maniera piana.
In verità, forse è più veritiero il fatto che sono stati pochi coloro che si sono impegnati a leggere i capitoli dell’intero lavoro, anche perché, generalmente, a un libro non acquistato, non scelto e quasi occasionalmente ricevuto non si da particolarmente credito o attenzione. Nulla di nuovo sotto il sole, come si suole dire in questi casi.
Poi magari potrà pure accadere che in un prossimo futuro, in momento di stanca o magari in penuria di qualcosa sotto mano da poter leggere, capiterà di riprendere questo strano oggetto accantonato e – superando il naturale pregiudizio per una titolazione che sembrerebbe alludere a una goliardia – magari si troverà modo e tempo per porre attenzione all’operazione editoriale, scoprendo che forse non era un’idea bislacca, com’era apparso e, anzi, rivelatrice di una certa originalità metodologica.
Il silenzio che ha anche accomunato la maggior parte degli stessi omaggiati che hanno letto, escludendo chi ha riposto il volume in un angolo dopo aver dato una rapida occhiata alle sole figure (come si usava fare da piccoli nel guardare velocemente giornaletti e fumetti), lascerebbe intendere essenzialmente, comunque, due aspetti.
Un primo, di non condivisione dei contenuti, ritenendoli poco meritevoli per un qual si voglia commento e men che meno utili per un contraddittorio, stante anche l’assenza assoluta di “citazioni dotte”; un secondo di non volersi avventurare in disquisizioni che porterebbero allo scoperto quell’interlocutore che è restio a esporsi e che da sempre è votato alla prudenza.
In entrambi i casi o forse in tutti e tre i casi (includendo nel conteggio anche chi non ha neanche accennato a una minima lettura), l’autore resta sconsolato e destinatario di una magra considerazione.
Per intendersi, non è che aspirasse di ricevere plauso o approvazione in fiducia, ma si sarebbe accontentato anche di semplici opinioni, esprimendo, nel caso, un parere per esternare financo la mediocrità e la disapprovazione motivata anche sull’operazione intrapresa. L’assenza di reazioni mi ha fatto tornare in mente il titolo attribuito in un portfolio - con foto in bianco e nero - riguardante la “piscaria” di Catania: “Il silenzio dei pesci”.
Il silenzio, in ogni caso, certifica indifferenza; cosa che non può tornare utile né a chi scrivendo ambiva a sollecitare, né al lettore che con il suo non esprimersi continua a far persistere un equivoco tra le velleità ambite e i risultati dell’operazione oggettivamente raggiunti.
In conclusione occorre in ogni caso prendere atto del fatto che, se solo pochi sono stati coloro che si sono pronunciati, il silenzio e le indifferenze diffuse di tutti gli altri vorrà pur dire – e chiaramente - qualcosa.
Per chiudere questo breve scritto e focalizzare meglio il concetto sul silenzio (nel caso riferito alla musica, ma che nell’essenza può ben essere universale) utilizzo per intero un periodo tratto da appunto a suo tempo preso da Ezio Bosso per un’intervista e pubblicato nel libro “Faccio musica – Scritti e pensieri sparsi”, curato da Alessia Cappelletti - edito da PIEMME nel maggio 2021 - e che si sofferma in particolare sul suo concetto in questione in manera - a mio modo di vedere - abbastanza puntuale e calzante:
“Il silenzio di per sé non esiste, anche il sangue che ci scorre nelle vene fa un suono. E non esiste l’ultima nota. E’ vero, tra una nota e l’altra, tra una parola e l’altra c’è una pausa, ma non è un vuoto. E’ un pieno, un pieno di tensione. Il silenzio è questa tensione da cui nasce la musica. Il silenzio ultimamente è una forma di attesa. Tacciamo per ascoltare qualcosa d’altro. Io ho vissuto silenzi di tanti tipi, ne ho intere collezioni. E ho imparato a starci dentro. L’uomo di oggi invece ne è molto spaventato, ha paura dell’imbarazzo che avverte nel silenzio. E questo perché qualcuno gli ha messo in testa il mito della superiorità della forza. Ma è una menzogna: viviamo in un creato che ci dimostra quanto siamo piccoli. La nostra potenza non è nella forza, nel tentativo costante di affermare noi stessi. C’è una potenza che nasce dalla fragilità, nel non avere sempre le parole. Da quell’imbarazzo che avvertiamo davanti a noi stessi. Perché ci obbliga a trascendere, ad andare oltre. A stabilire nuove connessioni.”

Buona luce a tutti!

© ESSEC

martedì 8 giugno 2021

Piaceri e dolori nel porfolio fotografico



Basandosi sull’istinto, un attento osservatore sa riconoscere da sé la differenza fra mestiere e passione. Se poi alla passione si associa la generosità di voler condividerla con altri, si crea quell’atmosfera che rende partecipi a momenti che presentano sempre aspetti di novità.
Una disciplina fotografica come quella del portfolio, già complessa di suo, presuppone delle conoscenze tecniche di base sulla fotografia che risultano comunque indispensabili nel confezionamento di qualunque tipo di rappresentazione o racconto.
Il massimo raggiungibile, in questo campo, oserei dire, presuppone un connubio e un’intesa assoluta tra chi propone una storia e chi di contro (ma mai contrapponendosi) ne prospetta una sua lettura autonoma, basata sul titolo attribuito al lavoro e sull’osservazione attenta della sequenza preordinata delle immagini.
In alcuni casi può accadere che un portfolio non necessiti di particolari interventi e che risulti quindi autosufficiente; ma ciò però può non essere utile per una approvazione piena, poichè la coerenza compositiva e l’essenza stessa del racconto possono anche non essere profittevoli per suscitare le attenzioni attese.
Buono, onesto e ben strutturato può pertanto risultare un prodotto che espressivamente non comporta però più di una certa normalità, che non riesce, cioè, a coinvolgere più di quanto grammaticalmente è adeguatamente documentato.
In argomento è fatto sempre più cenno all’importanza dell’enfasi in fotografia; della proposizione, specie in portfolio, d’immagini che, specificatamente posizionate, riescono a dare maggiore respiro alle storie. Consentendo così all’osservatore di poter diversificare all'occorrenza i termini di lettura, aggiungendo anche margini per andare oltre le apparenze; riuscendo talvolta pure a irrobustirne gli elementi, rispetto a proposte poco prolisse che magari erano state approntate dall’autore.
Da tutto questo deriva, come spesso accade nel relativismo connesso a qualunque forma di scienza umana, che un prodotto culturale basato su moltitudini di regole e convenzioni - solo in teoria conciliabili - si possa scontrare con le difficoltà oggettive che si ritrovano, nell’avventurarsi a cercare di esprimere un pensiero presunto come assoluto.
L’esercizio e l’intrapresa in ogni caso rimangono validi, perché riescono a sempre intrigare e appassionare tutti i soggetti che ne restano coinvolti. Assistere a talune letture di portfolio, specie se non si è direttamente interessati, come si ebbe a dire in altra circostanza, è quasi paragonabile ad intrattenersi nell’assistere ad un evento culturale, di teatro, musica o altro, poco importa.
Le tante tessere del puzzle da ricomporre, sono sempre tante e innumerevoli, sia per dimensioni, colori e contenuti. Ma spesso certi incastri apparentemente riusciti (realizzati dal fotografo) al lettore risultano anche intercambiabili, senza precludere troppe variazioni nel disegno originario complessivo.
Qui intervengono la bravura dell’autore del prodotto di base e la capacità del lettore di turno che proverà a costruire, riordinando i pezzi o aggiungendo/eliminando altro per addivenire ad un racconto leggermente diverso. Mai volto a prevaricare o esprimere una verità assoluta, ma per aggiungere un proprio punto di vista che potrebbe anche non essere accolto dall’interlocutore del momento.
In ogni caso, la sintesi dell’incontro costruttivo tra fotografo e critico in queste circostanze dimostrerà l’eventuale validità del progetto approntato, qualunque ne sia poi stato il prodotto finale.
Come sempre, sperimentare e mettersi in discussione rimane l’unico modo per allargare le visioni, per evolvere conoscenze e cultura in ogni disciplina. Le critiche improduttive di chi si mantiene escluso e intransigente fanno anch’esse parte del gioco, ma alla fine, fortunatamente, non incidono più di tanto.
In conclusione, per chi volesse approfondire di più sull'argomento, potrebbe tornare utile un pezzo che riguarda questo stesso tema in discussione, pubblicato su questo stesso spazio web qualche giorno fà.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

giovedì 3 giugno 2021

Si susseguono tanti convegni e appuntamenti socio-politici



Si susseguono, specie in ogni primavera, tanti convegni e appuntamenti socio-politici dove non mancano relazioni e resoconti sugli andamenti nei vari campi. In queste occasioni sono anche tante le ricette che vengono esposte e proposte per risolvere facilmente anche problemi che si presentano complessi, atavici e quasi definitivamente irrisolvibili.
Per chi avesse difficoltà nel comprendere le essenze vere delle ricette, comprendenti i più profondi concetti, che ispirano la nostra classe politica contemporanea e il Gotha di buona parte dell’intellighenzia più illuminata, suggerisco caldamente una consultazione del sito https://letteralmente.net/frasi-celebri/massimo-catalano, dove sono raccolte la maggior parte delle tracce utilizzate dai tanti esperti specialisti - e oggi anche dai “Migliori” - che in ogni campo e per qualsiasi questione riescono a trovare soluzioni percorribili e sempre rassicuranti per un sicuro successo.
Le tracce “alla Catalano” affrontano ogni argomento e al referenziere (o a chi ne analizza i termini e prepara i discorsi) basta solo individuare quella che fa più al caso proprio, infarcendola all’occorrenza con qualche supercazzola conforme agli stili delle mode letterarie del momento. In tutto questo, magari facendo molta attenzione a quello che potrà essere il destinatario immediato o finale della relazione.
Una ricca cassata alla siciliana con tanti canditi, coperta di glassa e infarcita di ricotta abbondante, per i più esigenti intellettualoidi golosi, con meno ingredienti – che potrebbero solo risultare dispersivi - per coloro che si pongono o si ritrovano su livelli culturali più bassi e gradiscono prodotti più rustici e meno elaborati.
La parte più divertente in tutto questo rimane sempre negli editoriali e nei resoconti approntati dagli esperti delle tante testate giornalistiche (carta stampata, telegiornali o talk fa poca differenza), chiamati, a loro volta a confezionare scritti che spieghino e interpretino “verità soggettive”, quasi sempre però volte ad assecondare le pretese dei loro padroni (che solo in pochissimi casi corrispondono ai loro lettori, qualunque ne sia la fede politica).
Mi piace citare, per chiudere, una frase del nostro Massimo che recita così. “ Il mio editore mi costringe per contratto a pensare una volta al giorno. E’ un negriero”, ma nell’editoria di oggi c’è chi è ancora più filantropo e assegna anche dei ricchi premi fuori busta a chi smette di pensare in proprio. In qualche caso li mette pure un po’ più genuflessi a dirigere un giornale, quasi "a propria immagine e somiglianza", ma questa è un’altra storia.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

martedì 1 giugno 2021

Confrontarsi è sempre utile e costruttivo



Poter visionare i tanti lavori che partecipano a un appuntamento di lettura di portfolio fotografico non è possibile, sia che l’evento si svolga dal vivo o anche se, per ragioni di Covid, abbia uno svolgimento in streaming. Succede pertanto che, da osservatori, ci si trovi sempre a saltellare, alternandosi fra un tavolo e l’altro, sperando di poter cogliere delle letture interessanti. Una scelta utile potrebbe allora anche essere questa che si indica di seguito.
Confidando sulle peculiarità di lettori noti, specie nel caso in cui non si conoscono tutti gli autori in gara, si può puntare a soffermarsi sui tavoli di quei lettori che reputiamo più affini ai nostri gusti; anche perché – e in ogni caso – i loro escursus inducono a riflessioni, consentendo di apprendere informazioni e catturare sempre nuove sfaccettature che gli stessi riescono a mettere in campo, indipendentemente dalle caratteristiche dei lavori esaminati.
Alle Letture del 21° Spazio Portfolio Italia delle Fiaf di questo fine maggio 2021, seguendo la logica anzidetta, ritengo di essere stato abbastanza fortunato.
Fra i tanti lavori presentati e che sono riuscito a intravedere, infatti, un progetto che mi ha particolarmente coinvolto, è stato quello di Antonio Presta, intitolato “In fondo al colore”.
Le immagini che lo componevano venivano a raccontare di una realtà drammatica, fotograficamente documentata in modo fedele, con aspetti che potevano anche apparire incredibili.
Informazioni supplementari, fornite dall’autore durante la lettura, hanno anche aggiunto elementi per far comprendere agli osservatori presenti al tavolo la portata di quanto veniva rappresentato.
Ennesima prova delle situazioni difficili cui possono trovarsi a vivere soggetti imbrigliati in un’esistenza ormai del tutto sfuggita di mano.
La tragicità del racconto era ben comprensibile, nonostante gli scatti evidenziassero aspetti che in qualche caso accennassero solamente; evitando dettagli di scene che non erano necessarie all’essenza della narrazione.
L’osservazione attenta di tutti gli elementi del portfolio consentivano, infatti, di cogliere perfettamente oltre il visibile e lo sguardo del soggetto fotografato in primo piano, a chiusura del lavoro, mostrava l’assoluta eloquenza della sussistenza di un mondo lontano, diverso, distante, ma maledettamente aderente a una “umanità che era altra”.
Un altro lavoro, sempre a mio parere, molto ben strutturato e sviluppato era stato quello proposto da Giuliano Reggiani, intitolato “Una questione privata”. Un portfolio anch'esso intenso che mescolava i duplici aspetti di una famiglia di artisti di strada. Il lavoro veniva a proporre immagini che alternavano un’intimità familiare all’espressione artistica degli stessi soggetti, fotografati in azione con i loro costumi e strumenti di scena.
L’operazione veniva quindi a proporre un unicum che, attraverso sapienti momenti di ripresa e con la cattura di sguardi e di atmosfere, riusciva a entrare nel profondo d’intimità legate, che risultavano di per sé esplicite e non necessitavano dell'ausilio di parole.
Sono riuscito pure ad assistere a letture di altri portfolio di fotografi che per la prima volta presentavano un loro progetto in ambito Fiaf. Lavori tutti ben preparati anche se, come evidenziato dagli stessi lettori, in qualche caso, meritevoli di rivisitazioni per qualche piccola pecca, per ridondanze o necessitanti di qualche più generico ritocco.
Durante la proclamazione furono infine elencati - nella giornata di domenica - i diciotto portfolio finalisti, che si erano contesi l’ammissione in finale. Fra questi figuravano i lavori di Presta e Reggiani, ma nessuno dei due era, poi, risultato fra i vincitori.
I lavori che avevano primeggiato nell’appuntamento d’esordio del 21° Portfolio Italia di Fiaf non li avevo seguiti in lettura ma, ancora una volta avevo riprova e verificavo la mia difficoltà in questa complessa branca fotografica.
Infatti, mentre ero riuscito a leggere in modo fluido, restandone pure coinvolto, i due lavori prima descritti di Presta e Reggiani, tranne in un caso, non trovavo analoga fluidità e chiara comprensione nei lavori che, invece, avevano vinto nella manifestazione.
Da ciò ho quindi desunto che, così come è molto difficile e complicato riuscire a creare un portfolio fotografico, equilibrato e esaustivo, appare altrettanto difficile far coincidere la proposizione del creatore di un progetto con chi si propone a leggerlo e valutarlo.
Paradossalmente sarei portato anche a pensare che in ogni lettura, al di là della sensibilità e delle predisposizioni di ognuno, il lettore mette sempre in campo una preparazione molto ampia che porta a visioni e interpretazioni che oltrepassano l’apparente.
La logicità sequenziale, pertanto, non è sempre legata a delle successioni d’immagini pedissequamente “documentaristiche” ma necessita - di volta in volta - di fotografie enfatiche, utili ad allegorie, con presenza d’immagini quasi oniriche che consentono di creare collegamenti, per dare sufficiente spazio anche a interpretazioni altre. Vaghi semivuoti indefiniti o foto neutre sono utili a rafforzare intuizioni o ad alludere a qualcosa che viene fatto intendere, con più chiavi interpretative, rivolte magari furbescamente alle caratteristiche del lettore che ogni volta si è prescelto.
Questi elementi costituiscono spesso anche fattori importanti che comportano processi di letture differenti, che determinano approvazioni o bocciature, in funzione di chi è chiamato a interpretare e giudicare.
In ogni modo, quindi, non esistono bocciature o dieci e lode assoluti, ma sempre giudizi relativi, correlati a tempi, ai luoghi e, ovviamente, anche alle specificità delle singole parti in causa.
Comunque, a prescindere di come uno la pensi, le letture di portfolio costituiscono un ottimo esercizio per indurre a ragionare, per riflettere su tutto quanto è compendiato nell’arco creativo strettamente connesso al mondo della fotografia.
Confrontarsi è sempre utile e costruttivo, sia per chi propone che per chi si mette in gioco. Questa è una regola fondamentale che Silvano Bicocchi, Pippo Pappalardo e molti altri lettori come loro tendono sempre a ricordare in premessa, agli amanti della specifica disciplina, ogni qualvolta si accingono a iniziare le loro mai banali letture.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

mercoledì 19 maggio 2021

Franco Battiato: Il ricordo di Carmelo Bongiorno



In ricordo di una figura che ha rappresentato un suo punto di riferimento in campo artistico e non soltanto, Carmelo Bongiorno, affermato fotografo catanese, ha scritto un articolo per l’amico Franco Battiato che, con il suo vissuto, ha lasciato una testimonianza molto importante a tutti noi per contenuti, qualità, originalità, stile, versatilità, ricerca e impegno sociale.
Il link per accedere al testo pubblicato su Sudpress.it è: https://sudpress.it/destinazione-news/post/123330/franco-battiato:-il-ricordo-di-carmelo-bongiorno

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Serata streaming per raccontare "Enzo Sellerio"



Enzo Sellerio, scelto come tema della serata streaming organizzata da Arturo Safina, è riuscito a far riunire cinque dei principali Circoli fotografici siciliani aderenti alla Fiaf.
All’iniziativa de “I Colori della vita” e del “Gruppo Scatto” di Trapani si sono associate le catanesi ACAF e Le Gru unitamente all’ARVIS di Palermo.
A intrattenere sulla figura di Sellerio si sono soffermati l'avvocato Pippo Pappalardo, il giornalista Nino Giaramidaro e l'artista Nicolò D’Alessandro, che avevano avuto occasione – per vari motivi – di conoscerlo bene e, in qualche caso, lavorandoci pure a stretto contatto.
Enzo Sellerio nasce a Palermo nel febbraio 1924, da padre professore ordinario della facoltà di ingegneria e madre bielorussa insegnante di lingua russa, entrambi docenti all’università di Palermo.
Dopo il conseguimento da giovanissimo della laurea in giurisprudenza (1944), ha modo di assumere l'incarico di assistente alla facoltà di diritto privato, sempre nell’ateneo palermitano. l veri interessi per Sellerio sono però altri.
Dopo una breve esperienza giornalistica e a seguito della frequentazione con Bruno Caruso, viene attratto dalla passione per la fotografia.
Come ha detto Pippo Pappalardo nell’esporre l’escursus creativo, l’attività di Sellerio potrebbe ben collocarsi in una ricerca non solo estetica ma anche antropologica sulla società siciliana del tempo. Il suo raggio d’azione si estende oltre che a Palermo anche nell'ambito catanese, andando a realizzare un insieme di immagini che si collocanoo apertamente in parallelo con il movimento neorealista italiano del dopoguerra.
La cultura fotografica acquisita fin da giovane lo distingue rispetto ai tanti fotografi siciliani del suo tempo, che svolgono l’attività fotografica seguendo connotati sostanzialmente artigianali. A Palermo i vari Studi fotografici, quali Interguglielmi, Seffer e altri coprono l’esigenza documentale classica, legata principalmente a ricorrenze e esigenze fotografiche ritrattistiche. Parallelamente i vari Bronzetti, Cappellani, Scafidi e altri coprono principalmente quella che è l’attività amministrativa collegata a documentare le fasi di realizzazione di opere pubbliche.
Da tutto questo ne deriva che gli interessi e la produzione di Enzo Sellerio risultino completamente diversi da quelli degli altri fotografi locali, muovendosi egli - negli anni 50 e 60 in particolare - in un ambito “intellettuale” che trova forti ispirazione dai grandi pittori e dai fotografi più impegnati; quelli che rivolgono il loro sguardo verso una società in veloce trasformazione, catturando scene di vita che lentamente tendono a scomparire.
Con tante fotografie Pippo Pappalardo viene quindi ad evidenziare plasticamente quanto è stato fin qui esposto, costruendo - in taluni casi più significativi - anche accostamenti con immagini di opere pittoriche o con foto di altri autori, spesso esteri.
Il reportage che lo farà emergere sarà quello incentrato su “Borgo di Dio”, realizzato nel 1955. Il suo debutto come fotografo professionista è forse da associare all’attività svolta in connubio con il pittore Bruno Caruso, quasi coetaneo e pure palermitano, assolvendo all’incarico di documentare il Duomo di Monreale.
Da queste due tappe ebbe inizio il “Sellerio Freelance” che, ottenuti riscontri internazionali, comincia a spaziare con varie collaborazioni giornalistiche, partecipando a mostre e quant’altro. Per chi vuole approfondire, una consultazione sul web consente di avere un quadro completo della sua biografia.
L’avventura editoriale intrapresa con la moglie Elvira determina una svolta significativa sulla produzione fotografica di Enzo Sellerio (una considerazione di Ferdinando Scianna, che viene esposta dopo, fornisce altre motivazioni al riguardo). In ogni caso, il forte legame con Palermo e gli impegni industriali lasciano sempre meno spazi al freelance divenuto intanto anche aziendalista.
Per la città rappresenta però un punto di riferimento a cui si rivolgono tanti per verifiche e scambi culturali. Nel suo tempo si collocano personaggi siciliani come Guttuso, Sciascia, Leone, Bufalino, Quasimodo, Buttitta e tanti altri, che ha modo di frequentare anche come editore. Al Sellerio fotografo fanno anche capo giovani emergenti e fra questi figura Ferdinando Scianna.
Nel suo libro “Obiettivo ambiguo” Scianna dedica un capitolo al mentore dei suoi inizi e racconta anche dei rapporti divenuti poi un po' difficili. Una cosa era ed è tuttora certa, la stima che ciascuno aveva dell’altro, andava oltre le dicerie e gli aneddoti che si raccontano sui loro rapporti.
Ferdinando Scianna chiude il suo articolo datato 2012. "Pochi sono i fotografi che, limitando sostanzialmente il proprio raggio d'azione esclusivamante all'interno del proprio più autentico nucleo geografico, esistenziale ed estetico, hanno realizzato un'opera nella quale così numerosi sono i grandi risultati". Riprendendo la prefazione di Sellerio al suo libro "Fotografo in Sicilia" nell'articolo Scianna scrive pure: "il fotografo 'non cerca, trova', come disse un giorno qualcuno. La cosa mi riguarda particolarmente perchè sono un collezionista. Ho frequentato per anni le botteghe di rigattieri, specialmente a Palermo, e potrei dire che la fotografia è stata una estensione della mia ricerca".
Inoltre fra le tante Ferdinando Scianna esprime anche questa sua considerazione: "Quando il mondo, che per lui, come flaneur con una macchina fotografica, è stato quasi esclusivamente Palermo e la Sicilia, ha smesso, a sua opinione, di assomigliare al fascinoso universo dei rigattieri che lui ha frequentato quotidianamente per decenni, Sellerio ha orgogliosamente smesso di fotografare".
Una coerenza assoluta di Enzo Sellerio sembrerebbe essere stata anche la sua fede comunista mai tradita, pur essendo lui nato in una famiglia borghese, e avendone beneficiato da giovane tutti i vantaggi.
Tornando al webinar della serata, l’ampia esposizione di Pippo Pappalardo ha riassunto in modo efficace l’intera opera di Enzo Sellerio, calandolo con abile maestria nei vari tempi, contestualizzando ogni cosa ai momenti culturali e fotografici corrispondenti. L'abbondante esemplificazione fotografica ha pure supportato visivamente ogni capitolo della narrazione.
Gli interventi di Nicolò D’Alessandro e Nino Giaramidaro hanno completato il quadro, collegando ogni cosa anche al territorio. Le esperienze dirette avute per i diversi aspetti e ruoli (attività di grafico per la casa editrice l’uno, giornalista de L’Ora e poi del Giornale di Sicilia l’altro) hanno consentito di far conoscere l’Enzo Sellerio uomo, mettendo in luce aspetti caratteriali poco noti e la notevole ironia (a limite della cattiveria certe volte) che lo distinguevano; intimità accessibili solo a chi era accettato, gli stava simpatico e particolarmente vicino.
Con i loro racconti e le testimonianze hanno reso comprensibili certi aspetti caratteriali legati alla sensibilità e alla timidezza spesso nascosta e paradossalmente ostentata in eccesso di boria. Aneddoti rappresentavano anche una certa pigrizia che spesso induceva il Sellerio editore a mettere tempo. Più volte D'Alessandro ha raccontato del suo supporto nell'editing fotografico che, in qualche caso, eveva influenzato ancor più del suo contributo grafico. E tanto altro ancora.
La registrazione già disponibile su You Tube consente di ascoltare tutti questi aspetti che non possono essere raccontati in una sintesi.
Uno storico della fotografia, pure editore a Palermo come Sellerio, quale è Paolo Morello avrebbe oggi potuto aggiungere altro sul personaggio. Così come Melo Minnella, Giuseppe Leone o Giovanni Chiaramonte, ma in quel caso sicuramente la serata si sarebbe dilungata troppo, di certo molto più rispetto ai tempi programmati e ai quali si è poi ampiamente e inesorabilmente sforato.
Poichè su Enzo Sellerio, come dimostrato, c'è tanto da dire e molte cose possono essere ancora raccontate da chi ha avuto opportunità di frequentarlo, un proposito comune per tutte quante le associazioni potrebbe essere anche quello di programmare una tavola rotonda dedicata, che possa allargare il numero dei protagonisti da alternare sul palco.
Potrebbe anche essere un’idea da rendere concreta e su cui lavorare fin d'ora. Magari da realizzare in occasione del prossimo congresso FIAF programmato a Palermo per il 2022. Quale migliore occasione?
In conclusione annoto come risulti inspiegabilmente assente Sellerio nel volume (e nella connessa esposizione) "Fotografi siciliani", realizzati in occasione della omonima mostra tenuta presso la Focus Galleria di Palermo dal 20 dicembre 1986 al 14 gennaio 1987 a cura di Roberto Collovà. Una carenza questa, che riporta un pò a quanto ci ricorda Ferdinando Scianna su "Obiettivo Ambiguo", laddove scrive: "Me ne voleva persino per aver detto che lui è stato il più limpido ponte tra la cultura bressoniana e la fotografia italiana. Non voleva essere considerato ponte, pretendeva di essere isola, meglio, continente." Ma la carenza rientra fra le anomalie dell'ambiente culturale siciliano e non escluso quello palermitano. Anche questo potrebbe però costituire un bell'argomento di dibattito, in una ampia tavola rotonda .... allargata.

Buona luce a tutti!

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sabato 15 maggio 2021

Ando Gilardi: "Meglio ladro che fotografo"



“B1” è un personaggio da fumetto che a me piace molto, creato dal pennello dell’amico Antonio che, nel disegnarlo sulle sue piastrelle antiche, lo mostra mentre manifesta frasi e idee di saggezza rivolte ai cittadini; sono punti di vista che in realtà rappresentano i liberi pensieri che passano nella mente di Antonio.
Sono tante le mattonelle con la figura di "B1" da lui realizzate, pure raccontate in un libro, disseminate in molti angoli di vicoli e piazze interne del centro storico di Palermo.
Anche questo è un esempio dei tanti tipi di tasselli usati da molti artisti. Generati come necessità d’esprimersi e comunicare nelle varie forme a loro più consone. Le soluzioni dagli stessi adottate, disegno, pittura, scultura, fotografia, scrittura o altro ancora, sono i mezzi per veicolare dei punti di vista (visioni) che vanno alla ricerca d’incontri, riscontri o bocciature.
Se vai a letto dopo una certa ora, si diceva l’altro giorno col mio amico Pippo, diventa poi complicato prendere subito sonno; tante sono le idee che passano per la mente insonne, che invano si cerca di distrarre dai tanti input e dalle considerazioni innescate da avvenimenti che colpiscono di giorno.
Chi scrive e chi realizza un qualunque genere artistico in verità va sempre alla ricerca di un qualcuno con cui discutere. Chi si ritrova a leggere può raccogliere gli stimoli, ragionarci sopra, per cercare di comprendere il tipo di messaggio, analizzarlo, assimilarlo o elaborarlo con l'aggiunta di un pensiero proprio (personalizzandolo) e renderlo anche autonomo perchè intanto diventato un pò diverso.
Immagino tali azioni d'intellettuali come se fossero dei colpi in un torneo di swash infinito (anche con cambiamenti dei protagonisti), dove ciascun praticante ribatte contro uno stesso muro quell’unica palla che corrisponde al modo di segnalare culturalmente la sua esistenza.
C’è chi colpisce con forza delicata, chi spara bordate con irruenza, chi utilizza contatti liftati, chi cerca di rallentare il ritmo con continui pallonetti. Prestanza fisica ed età aiutano a capire i momenti agonistici, per operare scelte (argomenti) e rapportarsi in relazione a quello che è il proprio bagaglio disponibile.
Ma è regola convenzionale il fatto che la palla - che torna sempre indietro, dopo ogni rimbalzo - occorre rimandarla sempre verso il muro, per perpetuare il gioco; nella speranza di poter partecipare a lungo, di prorogare i tempi di gara e trovare anche nuove soluzioni inseribili fra un colpo e l’altro, nei brevi intervalli che alimentano occasioni.
In qualche modo lo swash è molto simile al tennis; si differenzia, principalmente, perchè chi gioca sta dalla stessa parte ....... del muro. Metaforicamente, quindi, quelli che sono i due contendenti o dialoganti, secondo se l’incontro vuole essere agonistico o solo un modo per tenersi allenati, potrebbero riconoscersi in un'appartenenza univoca (stesso ambito/fazione) ovvero non sarebbero contrapposti in uno schieramento dichiaratamente avverso, in quello che potrebbe essere un campo di gioco di terra rossa, erba, cemento (o alludendo ad altro .... ideologicamente, scegliete voi).
Anche nella mia scrittura spesso s’innescano divertenti giochi di dialogo con lettori/interlocutori amici, che generosamente segnalano refusi, colmano sconoscenze, correggono strafalcioni, mi allargano la visuale in un interscambio paritario e onesto di punti di vista differenti, che alla lunga arricchiscono e in ogni caso tutte le parti, a prescindere dalle potenzialità e dal livello.
Si determina così qualche volta anche un rapporto del tipo “non è mai troppo tardi”, dove il Maestro Manzi che impersona la parte corregge, precisa, insegna, aggiorna, stimola in un incontro che risulta divertente.
Così facendo, nei contonui scambi di notizie e informazioni, un giorno, fra i miei compagni praticanti questa tipologia di swash, due ebbero a segnalarmi, in materia di conoscenze sulla fotografia, la figura di un certo Ando Gilardi.
"Ma come, non conosci Ando Gilardi?" Mi dissero in separate sedi e circostanze entrambi, facendomi quasi apparire la cosa come se fosse per me una grave mancanza, oltre che una lacuna fotografica estrema.
Per avere un’idea e colmare il deficit, provvidi subito all’acquisto di un suo libro pubblicato nel 2007, intitolato “Meglio ladro che fotografo” edito da Bruno Mondadori, il cui sottotitolo è tutto un programma: “Tutto quello che dovreste sapere sulla fotografia ma che preferirete non aver mai saputo”. Ero molto curioso e il titolo intrigava molto.
Chi s’attende “verità vere” dalla lettura di un saggio del genere potrebbe rimanere assai deluso. L’approccio dello scrittore ai vari temi in questo libro è sempre possibilista, costantemente aperto, con un escursus imprevedibile e assai originale. Sostanzialmente, senza giudizi assoluti o preconcetti, induce a inquadrare tutta quanta l’arte - e non solo essa - in spazi molto ampi, mostrandone le tante luci e svelando anche le molte ombre nascoste.
Fondamentale, in argomento fotografia, Gilardi esalta l’avvento dirompente dell'era digitale (gatto) che, a suo dire, avrebbe liberato in fotografia l’analogico intrappolato (topo) da quella che era sempre stata la limitatezza assoluta, legata alla stessa fisicità connessa al tema.
Sostanzialmente per la la pratica che era sin dall'origine in uso, per la fissazione delle tracce in elementi fisici (quali i sali d’argento o altri preparati) indispensabili a fissare l’immagine impressionata. Analogamente a ciò Gilardi viene a rappresentare l'altra vera rivoluzione dei nostri tempi, ovvero l’avvento d’internet e di tutto quello che ad esso è collegato e annesso, che consente di arrivare con assoluta immediatezza a risolvere ogni necessità di conoscenza enciclopedica.
Snocciolando, figurativamente parlando, teorie e punti di vista, certamente molto più compositi e vari rispetto a quanto in genere propongono saggistiche similari, poggianti più di frequente su canoni dati per certi, le disquisizioni di Gilardi sono una raccolta di molteplici punti di vista, di veloce lettura e sempre diretti, deviati in continui cambi intercalati dal termine “cambiamo discorso”.
In ogni caso, anche per Gilardi, come viene affermato in fotografia da molti, le fotografie sono sempre parzialità o interpretazioni del reale e per molti aspetti.
Un libro come questo non può essere in ogni caso raccontato, ma deve essere solo letto per entrare anche nelle logiche e nei ritmi proposti dall’autore.
Lo sviluppo del testo, improntato su un dialogo a due, permette di spaziare con estrema elasticità (un po’ gli scambi nello swash su cui si è dissertato in premessa), per trovare sponde e colpi che consentono d’approfondire per quel che necessita ogni argomento; inquadrando in maniera genialoide le possibili intuizioni, ponendosi in maniera mai statica davanti al solido muro e liberando i colpi ritenuti opportuni in ogni possibile assetto utile al concetto.
Costante che caratterizza lo scrittore, che ha vissuto molte avventure, è anche l’atipicità del personaggio, velatamente nostalgico, dal passato ideologico di una convinta militanza di sinistra. Anche per questo appare diverso, disinibito e assai difforme dal solito parco d’intellettualoidi che spesso si adulano da soli e si mettono talvolta anche in posa.
Gilardi, con le sue domande, le sue risposte veloci e assai ficcanti, affronta moltissime delle tante questioni - e sempre a viso aperto - lasciando trasparire in modo chiaro quello che è il suo pensiero, confortato da tante esperienze e convinzioni.
Sulla religione afferma di accettare l'idea dell’esistenza di un Dio, che potrebbe solo così giustificare la perfidia che si nasconde nelle innumerevoli nefandezze dell'esistenza umana. Perché, come dice lui, solo un Dio potrebbe architettare tutto quello che accade nelle realtà d'ogni giorno.
Brevi accenni richiamano pure i pensieri di filosofi e molte delle loro opere lasciate a noi posteri dalle civiltà antiche. In questa chiave evidenzia pure che la fotografia, concettualmente, esiste da più di duemila anni, se si vanno a leggere gli scritti di Platone che narrano di uomini incatenati in una caverna che avevano modo di contemplare solo le loro ombre, generate dall’unica fonte di luce che proveniva dall’unico accesso all’antro e così via discorrendo ……
Dilungarsi ancora per cercare di rappresentare tutti i contenuti del libro è un'impresa che non potrà mai essere raggiunta. Troppe sono le cose che vengono dette, articolati sono gli spunti e ancor più elevato è il numero le teorie esposte.
Starà al lettore farsi, quindi, una propria idea, qualora si decidesse all’acquisto del volumetto. Mettendo in conto che ogni punto di vista che avrà modo di leggere sarà sempre opinabile e, se del caso, indurrà a tornare a rileggere nuovamente il testo con maggiore attenzione, nel tentativo di capire meglio.

Buona luce a tutti!

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Un'immagine, un racconto (libro fotografico on line)

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)

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