La Quarta Dimensione Scritti

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che raccoglie i testi completi dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (se disponibili).

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martedì 16 ottobre 2018

Se mantieniamo i segugi legati alla catena.



Forse qualcuno avrà notato come in tempi recenti si siano infittite delle operazioni di repressione pienamente avallate dalla magistratura. 
Sembrerebbe che qualcuno abbia momentaneamente tolto il guinzaglio ai cani da caccia e questi, forti della loro professionalità repressa, vadano a stanare facilmente la selvaggina alla quale erano solo costretti a latrare. 
Se ci rifletti, in un attimo ti accorgi che in realtà non sono mutate le leggi, le quantità/qualità delle forze dell'ordine e nemmeno quelle dei Gip o dei PM. Forse si sta più semplicemente meglio operando nell’organizzazione, forse mettendo ai posti giusti i singoli tasselli. 
Per esperienza diretta potrei dire di avere respirato anch’io l'aria del risveglio e confermare come ciclicamente accadono anche queste cose. 
Ci sono momenti politici che offrono opportunità di chiarezza e, chi è preposto a certi ruoli, riuscendo a fiutare l’aria che tira, intravede la possibilità di colpire l'illecito, osiamo dire "indisturbato", e svolgere compiti istituzionali che ai gangli della politica arrecavano prima tanti fastidi e interferenze, nei loro complessi e opaci equilibri e nei relativi ingranaggi. 
Rimangono però quelle garanzie operative, spesso fatte ad hoc, che in quasi tutti i casi preservano o mitigano ancora i rischi a chi delinque e che spesso vanificano i propositi illuminati di chi investiga e di chi è chiamato a giudicare. 
Per esperienza dico al riguardo che, al nuovo vento che spira non bastano i tempi dell’intervallo che la politica concede, ma questa è un’altra storia perché presuppone cambiamenti profondi e attenta vigilanza dei media e della gente, “votanti” in primis. 
In strutture preposte ai controlli, molto più spesso di quanto si possa credere, si annidano professionalità e intelligenze che se impiegate verso specifici obiettivi riescono a mettere a segno risultati eccellenti. 
E qui veniamo al nocciolo del problema, perché generalmente tutto dipende dai dirigenti, dai pochi (non sempre autonomi/insensibili alla politica) chiamati a capire a pieno le potenziali problematiche, all’organizzazione dei gruppi, all’individuazione degli obiettivi, in una sola frase a “saper scegliere gli uomini giusti per i posti giusti”. 
Molte volte, infatti, destinare degli incompetenti o ottusi alle verifiche di realtà complesse e discusse produce il risultato inverso e un “rinnovo della patente”. 
Con molte probabilità andrà a certificare, quasi sempre, la regolarità di realtà non capite e non solo per malafede ma per la pochezza dei mezzi cognitivi di cui dispone chi indaga. 
Quante volte, dopo accertamenti, verifiche successive hanno messo in luce focolai e anomalie anche incancrenite preesistenti da molto tempo. 
Capita pure che, nei momenti felici, abili capiservizio e preposti all’altezza del mandato riescano a individuare le giuste soluzioni per costituire gruppi investigativi adeguati, non già volti a certificare, come detto, ma a condurre accertamenti seri finalizzati esclusivamente a cogliere la vera realtà del soggetto sottoposto all’indagine. 
E allora può succedere di accertare anomalie di ogni genere e irregolarità, come già detto, non necessariamente recenti. 
E dire che, per il mondo bancario ad esempio, il sistema finanziario fiorentino nasceva con scopi ben precisi e trasparenti che, con elementari meccanismi di gestione, attuavano una efficace azione di controllo volta a preservare i capitali impiegati e a tutelare al massimo i depositi degli investitori. 
Per non parlare delle nobili origini e gli scopi primari sottostanti alla nascita della Casse Rurali, fondate da laici e cattolici su base cooperativistica che si erano prefissi di agevolare il credito fra la gente meno abbiente sì ma industriosa; vigilando con le conoscenze territoriali dirette sui possibili rischi d’insolvenza e ponendosi a tutela della giusta remunerazione di una moltitudine di piccoli depositanti. 
Come cambia velocemente il mondo. Quanto sono discutibili i valori e gli uomini del nostro tempo. Quanta corruzione e predatori d’intorno. Chissà cosa ci attende nel domani …… e dopodomani ……. per chi verrà dopo!

© Essec

lunedì 15 ottobre 2018

Barocco netino, glamour e sul perché non ho più partecipato a un workshop da allora.




Esperienza di workshop, che poi è rimasta unica, è stata per me quella fatta a Noto nel lontanissimo inizio degli anni ottanta.
L’evento venne organizzato da una associazione netina (Associazione Siciliana Arti Fotografiche) e tra i tanti partecipanti eravamo in molti gli iscritti alle sezioni regionali ANAF (associazione fotografica, “costola” di soliti scontenti in fuga dalla FIAF).
Le tematiche che venivano trattate nel WS erano il glamour e la fotografia ambientata nel contesto urbano. Come teatro degli scatti furono scelti Noto, scenari incantevoli della Riserva naturale di Vendicari e pantani di Pachino.
A raccordare un gruppo di oltre una dozzina di fotoamatori locali vi erano due notissimi maestri che a quel tempo andavano per la maggiore: Roberto Rocchi e Danilo Cedrone.
I lavori, articolati nell’arco della settimana, furono di altissima qualità didattica e del resto non poteva essere altrimenti, stante il livello dei docenti scelti.
Dopo brevi introduzioni teoriche, a turno venivamo tutti chiamati a mettere in atto gli insegnamenti ricevuti, ma io, da subito, ebbi a mostrare la mia indolenza nel seguire pedissequamente i programmi dei maestri.
Per quanto intuibile, dopo poco tempo fui lasciato al mio destino; anche se, per tutta onestà, devo anche dire che non mi fu mai preclusa la possibilità di seguire attivamente i due corsi e, nel caso di sperimentare direttamente quegli aspetti problematici di ripresa che al tempo ignoravo (riguardanti: tempi di esposizione in manuale, profondità di campo e scelta ottimale degli obiettivi).
A distanza, nonostante siano trascorsi tanti anni confesso che è stata una esperienza unica, di grande arricchimento e della quale conservo vivo un gran bel ricordo.
Nella settimana di lavori ebbi a divertirmi molto, sbizzarrendomi in scatti eccentrici e fuori dagli schemi rigidi suggeriti dai docenti, sperimentando tutte le idee bizzarre derivanti dall’irrazionalità del mio giovane spirito libero.
Già allora, nonostante i limiti costituiti dal numero di scatti imposti dal rullino analogico, mi divertii anche a fare scatti ai fotografi in azione e ai maestri in particolare.
Confesso che non ho la più pallida idea di dove possano essere oggi riposte quelle diapositive; ma questa è un’altra storia che attiene al mio eterno disordine d’archivio.
Nella circostanza ai maestri si accompagnarono due brave e bellissime modelle, una brasiliana di nome Adriana e un’altra olandese della quale non ricordo più il nome, che venivano addobbate, a secondo della tematica, con utilizzo di capi di moda particolari o soluzioni utili a creare scene sensuali, attendibili per delle scene di glamour.
Oggi, mettendomi alla ricerca su internet, scopro che i due sono dei conclamati maestri, oggetto di studio e di ammirazione.
Volevo ora raccontare del perché non ebbi a ripetere in seguito esperienze analoghe.
Di regola, dopo aver ultimato la giornata fotografica, consegnavamo in albergo i rullini per il loro sviluppo e l’indomani provvedevamo a selezionare fra le diapositive ritirate le migliori, ovviamente secondo i gusti di ciascuno.
I telaietti consegnati all’organizzazione venivano personalizzati con scritte utili a individuare l’autore, per poter poi procedere facilmente alla restituzione, alla fine dell’evento.
L’operazione di raccolta era sostanzialmente funzionale alla scelta delle migliori immagini da selezionare per l’approntamento del diaporama riassuntivo dell’intero programma che, durante serata finale, sarebbe stato proiettato a teatro.
Per farla breve, con l’avere operato in maniera disomogenea agli altri, avevo conferito produzioni particolari e differenti, non ultimo per inquadrature e tagli.
Il diaporama finale che venne proiettato, nonostante io costituissi una bassa percentuale fra i componenti del gruppo, ebbe a contenere un elevato numero delle mie foto.
La restituzione che avvenne dopo qualche tempo, non risultò però completa e – anche considerate le diapositive scelte e consegnate ai due maestri per una successiva pubblicazione nel mensile fotografico di riferimento – non ebbi più notizie di moltissime mie foto.
Quelle scelte per la stampa effettivamente furono poi pubblicate (una a piena pagina) nel mensile indicato, forse anche con il mio nome, ma pure queste andarono ad associarsi alle disperse (a quel tempo con c’erano nomi di files o formati nef o raw che garantissero tutela).
Ci rimasi male parecchio e mi convinsi poi che conferire immagini in queste circostanze costituisce un rischio che non vale la pena correre, anche perché, chi mastica di fotografia sa bene che è molto difficile riuscire a realizzare uno scatto di livello, specie in quei momenti e soprattutto se ben ambientato nei luoghi.
Qualcuno ebbe a dirmi che in occasione di questi eventi, l’appropriazione di immagini scattate dagli allievi per taluni (maestri o organizzatori che fossero) era una prassi diffusa.
Sono passati quarant’anni quasi ma me lo ricordo ancora; mi domandavo allora e continuo a interrogarmi ancor adesso sull’etica di chi ruba le foto e le spaccia per proprie. Non ho trovato ancora adesso una risposta adeguata, dico semplicemente: boh?

Buona luce a tutti!

© Essec


domenica 14 ottobre 2018

"L'abito non fa il monaco"



Il famoso proverbio "l'abito non fa il monaco" in genere invita a diffidare dalle apparenze, ma non sempre abiti confezionati da sarti che non conoscono le misure di coloro che devono vestire risultano adeguati ai propositi.
Tralasciamo ogni considerazione che potrà riguardare la moda, i costumi del luogo, le tendenze del momento e concentriamoci sull'esigenza primaria che induce gli uomini a indossare abiti ovvero alla protezione dal freddo, non ultimo alla identificazione delle specie nei diversi ruoli.
Indossare, quindi, un perizoma in un clima freddo potrebbe risultare ridicolo ed esporrà chi lo porta a malattia sicura; di contro, vestire un capo con pelliccia che dia calore in equatore, comporterà sudori inauditi con le debite maleodoranti conseguenze.
Se prendiamo in considerazione l'adozione di una unica lingua in una società accomunata ma complessa ci troveremo limitati nel nostro modo di esprimerci.
Pertanto, con le dovute prudenze del caso, forme dialettali non meriteranno mai di essere eliminate se sapranno efficacemente sintetizzare concetti e senza ombra di dubbi o equivoci.
Al riguardo, in questo campo, l'Italia è ricca di appropriati motti, proverbi, ingiurie, poesie.
In qualche modo mi viene anche in mente quella scenetta di Massimo Troisi dove, in quel famoso film, disquisiva sulla scelta del nome da attribuire al futuro nascituro: Massimiliano o Ugo. Famosa la esilarante e al contempo sapiente discettazione. Dove si sosteneva che l’assegnazione del primo nome sarebbe stato educativamente troppo permissiva (Ma ssi mi lia no) mentre, invece, la seconda (Ugo) costituiva soluzione efficace e tempestiva.
In effetti l’importanza della tempestività in certi casi equivale alla efficacia di una diagnosi e della relativa cura. Questa, però, rappresenta un’altra questione.
Tutta questa premessa vuole in qualche modo costituire preambolo a certe conclusioni che, se non adeguatamente ponderate, talvolta rischiano di non risultare appropriate ed efficacemente calzanti per monitorare e eventualmente eliminare i possibili rischi, come nel caso del mondo della finanza, specie in seno alla comunità europea.
L’accentramento alla BCE di determinati compiti volti a unificare e indirizzare in modo univoco strategie e controlli, al solo scopo di assicurare stabilità standardizzata al sistema bancario e al mondo della finanza alla stessa ascrivibile, è certamente buona cosa, diverso è riuscire a riassumere il tutto secondo regole che non offrono sufficienti garanzie rispetto alle specificità di realtà economiche variegate, come quelle macroscopicamente esistenti in seno alla Comunità europea allargata.
Senza voler perdermi nei vari aspetti d’indirizzo generale e gli obiettivi, come detto condivisibili, penso, per esempio, alla nuova rimodulazione della codifica adottata con la nuova “Matrice dei Conti”, soffermandomi esclusivamente sulla materia del rischio creditizio.
Stante l’assetto politico esistente e le forti interdipendenze nei panorami economici presenti all’interno dei singoli stati, forse, uniformare snellendo fattispecie contabili specifiche ed adattate ai problemi, da tempo collaudate, non agevola sicurezze al sistema bancario complessivo e per tanti aspetti.
In presenza di una crisi economica stagnante si osserva come, in analoghe situazioni patologiche, ad esempio in Italia la Banca Centrale, nella sua azione di vigilanza venne a istituire le così dette posizioni “ristrutturate” in qualche modo paragonabili (almeno nelle intenzioni) alle recenti iniziative fiscali di “pace sociale”.
Non erano altro che affidamenti quasi conclamati in “sofferenza” che, agevolati attraverso nuove condizioni da parte delle banche eroganti, avrebbero potuto recuperare e risolvere le loro criticità di efficienza produttiva.
Così è stato che in moltissima casi, con un rendimento economico inferiore per le banche, si è potuto procedere a un’affidabilità dei soggetti sovvenzionati avviati a default certo e al rientro progressivo del capitale investito.
Altro esempio eclatante può esser fatto citando le regole del “bail in”, che presuppone soluzioni rigide e traumatiche. Con fallimenti e recuperi economici che vanno a danneggiare in primis depositanti e investitori, lasciando paradossalmente ai singoli stati la possibilità di gestire in modi differenti gli aspetti penali connessi al fenomeno, anche riguardo a sanzioni (Banca Toscana e Popolare di Vicenza docet).
In passato in Italia problematiche del genere venivano affrontare e risolte avendo presente la tutela primaria e assoluta del risparmio amministrato e, sempre, attraverso una professionale moral suasion mirata.
Le realtà in crisi venivano indirizzate/accompagnate verso soluzioni quali fusioni con istituti idonei per poter assorbire i costi delle operazioni e le eventuali perdite, senza procurare eccessivi traumi all’economia del territorio.
Esempi se ne possono fare tanti altri, ma già questi potrebbero bastare per la seguente conclusione e cioè, per ritornare al titolo all’ampia premessa: “l’abito non fa il monaco”.
Gli abiti su misura si confezionano sempre in modo che siano perfettamente calzanti a chi li deve indossare.
In un supermercato magari potrai trovare l’indumento standard, utile, che ti potrà anche cadere a pennello, ma occorre sempre badare alla qualità della stoffa, alla leggerezza del capo, all’idoneità rispetto al clima in cui operi e, comunque, se hai difetti tuoi specifici li potrai eliminare/modellare solo con l’ausilio dei mezzi che hai in casa o in extremis ricorrendo al tuo abile sarto.
E non si considera il caso di chi ha una gobba patologica, costituita da un considerevole debito pubblico, accompagnato e incentivato da una allegra amministrazione politica della finanza statale, come nel caso dell’Italia.
In conclusione appaiono con estrema evidenza le lacune politiche che hanno spesso caratterizzato il governo del nostro paese.
Sono, infatti, in molti a indicare come il vero problema non sia stato tanto la standardizzazione delle regole a livello europeo (in cui si possono inserire, come avvenuto, anche le specificità nazionali), ma il fatto che forse ci siamo fatti trovare impreparati quando ci è stato chiesto di cambiare il vestito che eravamo abituati a indossare.
Allora ci siamo accorti che il “re era nudo”; il cd. “bail in” è emblematico in tal senso, viste le negative conseguenze, lo sconquasso e il clamore che ne è derivato dalla prima - e fortunatamente unica – sua applicazione. 

© Essec


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lunedì 8 ottobre 2018

Di Maio si sta comportando da padre di famiglia. Ma per il Pd è più facile gridare al fascismo


Di Maio al balcone per alcuni già faceva tanto Mussolini, figurarsi poi quando ha osato dire che col bancomat del reddito di cittadinanza sarebbero state vietate le spese goderecce. Apriti cielo! Per una certa opposizione che da tempo grida al fascismo incombente questo ha definitivamente consolidato la certezza di avere a che fare con un caudillo sudamericano che indica la retta via o un Ayatollah con intenti moraleggianti. Siamo davvero certi che quel terrazzino sia foriero di una nuova piazza Venezia? Non sarà che quel gridare al fascismo nasconda piuttosto un vuoto di idee proprio di chi non ha nulla da dire e dunque paventa la dittatura? 
Per primo fu Calenda a intuire che la sola salvezza per un partito in caduta libera poteva essere l’arruolamento in un grande fronte repubblicano di stampo antifascista. Questo progetto ha allettato diversi esponenti di spicco della sinistra, attratti dalla possibilità di presentarsi alle Europee sgravati dal fardello di un simbolo perdente. Un progetto nebuloso e raffazzonato, pensato da chi ha sofferto di un’amnesia selettiva che ha cancellato i vocaboli storici della gauche oggi usati da altri. Come ad esempio Di Maio, che questa lingua, a differenza loro, la mastica. 
Dove erano questi neo partigiani quando il suddetto sosteneva che le aziende che delocalizzano dopo aver preso denaro pubblico, devono pagare il loro redde rationem? O quando bandiva la pubblicità del gioco d’azzardo? Erano forse confusi nella folla che, come davanti a Pilato, ne gridava la crocifissione perché illetterato? Sì, erano lì. Nel posto sbagliato della storia. A sghignazzare, come adesso, sorpresi nel sentire pronunciare da altri quei termini popolari che essi hanno disimparato. È infatti assodato che buona parte del popolo perso nel bosco, oggi claudicante e disorientato, dà il suo sostegno a questo governo giallo verde. 
Da anni abituato alle vuote iperboli renziane, ha dovuto prendere atto che quei concetti cari al mondo del lavoro, gettati dal renzismo fuori dal finestrino in corsa come una lattina di birra accartocciata, sono stati raccattati da altri e rimessi in circolo. Una deriva fascista? Siamo seri, Di Maio con le sue esternazioni occupa semplicemente una posizione paterna, contrastando il soddisfacimento del libero godimento che, specie in tempi di crisi, trova nella sigaretta o nei dadi del tavolo verde la risposta a una condizione di povertà e marginalità asfissianti. 
Indimenticabile a tal proposito la scena finale del film Nosferatu di Werner Herzog, nella quale gli invitati banchettano e indugiano nei piaceri del palato perché c’è la peste e ogni giorno può essere l’ultimo. Il vicepremier incarna, in maniera castrante, il padre che dice “non devi cedere a piaceri fuorvianti. Non pagherò i tuoi eccessi di bacco e tabacco”. Nessun Duce dal balcone dunque, cerchiamo di essere rispettosi della storia. 
Eppure tra il popolo del Pd trovatosi in piazza, questa linea del “buon padre di famiglia” doveva fare breccia. Se ciò non è accaduto, è perché hanno già dimenticato la lezione dello psicoanalista di riferimento di Renzi che metteva in guardia dall’avvento di un godimento acefalo, dannoso in una “patria senza padri”.Certo, al diroccato quartiere generale della Leopolda non devono averla presa bene quando han visto che quel posto di pater ragionevole è stato occupato da quel Di Maio sul quale il fondatore della scuola politica Pasolini esprimeva “sgomento” perché espressione del “polo puramente adolescenziale del M5s“. 
È andata ben diversamente. Gli adolescenti che gridano in maniera scomposta ci sono, ma sono quelli che erano in gita a Piazza del Popolo il 30 settembre, bramosi di saltare sul carrozzone antifascista. E come tali, catapultati in una piazza caricata di pullman con merenda e cestino, non sono mai andati oltre gli slogan, dovendo ripescare il tritatissimo motto renzicalatista “Uniti contro l’odio”. 
Che fare se hai governato anni da sfaccendato, senza risultati da vantare? Che dire se non hai nulla da dire? Come sperare nel grande Fronte repubblicano antifascista che ti permetta di imbucarti alle Europee? Semplice, basta puerilmente buttare tutto in vacca. Fascismo! Fascismo! Ciò che essi non capiscono, ciò che non conoscono, chiamano fascismo. E fascisti tutti coloro i quali, da ex elettori di sinistra, ascoltano increduli il loro desueto lessico tornare in auge. La minaccia nera delocalizzata fuori le mura assolve al bisogno di edificare un nemico incombente, il solo che possa tenere incollate le fragili pareti del loro Cln privo di fondamenta, altrimenti destinato a collassare. 
Nulla come un nemico può tenere assieme un gruppo, è questa la lezione freudiana che hanno ben appreso. La loro miopia politica ascrive il consenso che questo governo incredibilmente miete ad agenti sovrannaturali o ai piovaschi, what else? Nella loro interpretazione i lividi fomentatori di rabbia, una volta al potere, avrebbero magicamente piegato le masse al loro volere come Saruman con le folle di Uruk ay. 
È ovvio! La verità è che non si tratta di un montante di destra improvvisamente divenuto maggioranza nel Paese, ma di qualcosa che preesisteva alle loro lenti opache e incapaci di leggere il quotidiano. Perché svegliare questi ragazzi “sdraiati” (per dirla con Serra), che per anni sullo scranno non hanno combinato nulla? Perché dirgli che sono causa della fuga del popolo verso le braccia di Conte? Se avessero dedicato tempo a leggere il rapporto Censis del 2017, si sarebbero resi conto che quel rancore sociale diffuso poteva sfociare in odio di massa se non governato, ascoltato. Ma ciò essi non lo hanno saputo fare. Era troppo faticoso. È stato più semplice dare per certe truppe di camerati col fez che puntano al cuore della democrazia. 
Questi novelli De Gaulle non si sono manco resi conto di quanto veloce è stato quell’attimo in cui popolare è diventato populista, in cui il bisogno è diventato una necessità. Intenti a biascicare le loro parole stantie si sono trovati costretti a vedere in faccia gli occhi, le mani, le urla di quella gente tanto declamata e mai davvero ascoltata. Questi leggono Veltroni e vanno di tweet, mica Steinbeck. Per questo nella loro ottica da spioncino la fame delle persone, la rabbia per i posti di lavoro persi, per i diritti negati, per una pensione divenuta chimera, si sono tramutate in un eja, eja, alalà che risuona in quelle città che non hanno quasi mai abitato, spesso paracadutati in aula forti di pluricandidatute in collegi multipli e blindati. La manifestazione a Roma era “L’Italia che non ha paura?“. I soli ad avere paura di scomparire, sono loro. 

Maurizio Montanari – Psicoanalista (Il Fatto Quotidiano – 8 ottobre 2018)

(NDR ...... «S'ils n'ont plus de pain, qu'ils mangent de la brioche.» tradotto: «Se non hanno più pane, che mangino brioche.») 


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"Marenostrum" - Mazara del Vallo - IV Festival Internazionale della Fotografia del Mediterraneo - Reportage (Slide show)


Io sono sempre stato leale, ma adesso basta


Nel 2003 il produttore e regista Eduardo Fiorillo mi propose di partecipare a un format che avrebbe chiamato Cyrano e che sarebbe dovuto andare in onda in terza serata su Rai Due diretta dal leghista Antonio Marano. Io non vi avevo nemmeno la parte del conduttore (per questo c’era la bella, brava e sperimentata Francesca Roveda) dovevo solo dare un filo coeso ai vari spezzoni dello spettacolo che trattavano di vecchiaia, di narcisismo, della morte cioè di argomenti politicamente neutri. Senza nemmeno aver visto la pilota che avevamo fatto negli studi Rai di corso Sempione a Milano e che peraltro non avevamo nemmeno montato, Fiorillo si sentì chiamare da Marano, che parlava da Roma: “Devi togliere di mezzo Massimo Fini. Tu naturalmente puoi fare la trasmissione”. Fiorillo si rifiutò. Ci fu un incontro con Marano il giorno precedente la trasmissione che era stata annunciata su tutti i giornali. Il Don Abbondio Marano a suo modo fu onesto. Disse: “A questo punto la puntata l’ho vista. Potrei dirle che lei non buca il video, che ci sono dei difetti e altre cose del genere. Ma non me la sento, perché non è così. E’ che su di lei c’è un veto politico aziendale da parte di persona cui non posso resistere”. La trasmissione andò in onda con altro nome (Borderline), senza di me. Non era quindi una censura sui contenuti, ma antropologica, sulla persona sulla cui spalla era stata appiccicata una stella gialla come per gli ebrei durante il nazismo. Per censure anche meno gravi sui media si è sempre scatenato il putiferio. Per me ci fu solo silenzio. Michele Santoro si degnò di dire che era una ben piccola cosa rispetto a quello che aveva dovuto subire lui. Peccato che dopo l’editto bulgaro di Berlusconi avesse trovato subito un posto come parlamentare europeo nella lista Uniti nell’Ulivo. Un giornalista indipendente, come si è sempre dichiarato a gran voce Santoro, non fa il parlamentare né europeo né italiano e nemmeno il consigliere comunale. 
Nel giugno del 2004 partecipai con il mio gruppo, Movimento Zero, alle manifestazioni anti-Bush a Roma. Un parlamentare dei Comunisti italiani avvicinò uno dei pulotti affermando che noi non potevamo stare in piazza perché eravamo “fascisti”. Fui portato su un cellulare, identificato, fermato per un’ora. Se una cosa del genere fosse successa a qualsiasi altro giornalista italiano si sarebbero sollevati tutti i giornali e il sindacato per “il gravissimo attentato alla libertà di stampa”. Per me ci fu solo silenzio. Peggio. Il Corriere della Sera scrisse che inalberavamo uno striscione-shock “Noi con i Talebani”. Vero. Peccato che sottacesse l’altra parte dello striscione che diceva “per l’autodeterminazione dei popoli”. Faccio da troppi anni questo mestiere per non conoscere le manipolazioni di cui sono capaci i media. Non dicono menzogne, dicono mezze verità che sono peggio di una menzogna. In una questione che conosco bene, l’Afghanistan, questa operazione l’ho vista fare mille volte da tutti i giornali, nessuno escluso. 
Il 29 giugno 1985 scrissi sulla Domenica del Corriere un pezzo molto critico su Sandro Pertini che, dopo il suo primo settennato, voleva ad ottantanove anni ricandidarsi alla Presidenza della Repubblica (“Il presidente ch’io vorrei”, 29/6/1985). Il Presidente “democratico”, quello “amato da tutti gli italiani”, “quello che si comporta come ognuno di noi”, chiese la testa mia e del direttore, Pierluigi Magnaschi, e le ottenne. A un Costanzo Show cercai di raccontare questa storia ma il conduttore mi bloccò. Più recentemente, in concomitanza di non mi ricordo quale celebrazione di Pertini, volevo riprendere sul Fatto quell’episodio che era solo emblematico delle prepotenze, ad esser lievi, di cui Pertini si era reso responsabile durante il suo settennato. Marco Travaglio mi bloccò: “Non si parla male dei morti”. Ora, per me, se delle persone hanno commesso delle mascalzonate quando erano vive, non è che diventino sante solo perché sono morte. A questo proposito c’è da notare una cosa curiosa. Tutte le volte che muore qualcuno in qualche circostanza drammatica è sempre “un padre affettuoso”, “un marito esemplare”, “una gran bella persona”. Lo sarà anche, ma allora mi chiedo come mai questo Paese sia pieno di furfanti. 
Ho sempre rispettato la legge,  il che dovrebbe essere ovvio ma in Italia ovvio non è, visto il numero dei lestofanti che sono in libertà, e non mi riferisco ai mafiosi o ai camorristi che perlomeno sono criminali dichiarati, ma ai colletti bianchi in circolazione, dai Formigoni agli Scajola ai Verdini in una lista che sarebbe infinita.
Ho sempre pagato le tasse, il che dovrebbe essere ovvio ma in Italia ovvio non è, visto l’enorme numero degli evasori fiscali e degli ancora più astuti “elusori”. 
Non mi sono mai imbandato in partiti, lobbies, conventicole, camarille di sorta, anche se adesso mi tocca subire l’onta delle accuse di quella faccia di bronzo di Vittorio Feltri, che ha passato metà della sua vita professionale all’ombra di Berlusconi, per aver cominciato la mia carriera all’Avanti! . 
Questa mancanza di protezione lobbistica ha finito per colpire anche mio figlio che in un concorso universitario decisivo per la sua carriera e la sua vita si è visto soffiare il posto dalla moglie del cattedratico. 
E quelle che ho fin qui raccontato non sono che il florilegio delle infinite vessazioni che ho dovuto subire durante tutta la mia vita e che mi hanno portato, professionalmente, socialmente, economicamente, esistenzialmente, ai margini della società nella frustrante posizione del “bombarolo” di De André. 
Per tutta la vita ho cercato di essere leale nei confronti del Paese in cui mi è toccato di nascere, non nascondendo mai le mie posizioni quando gli erano avverse. Ma adesso mi sono stufato di fare “il bravo ragazzo”. E questa è l’ultima dichiarazione leale che faccio. D’ora in poi, nemici o estimatori che siate, non potrete più fidarvi di me. E le forme della mia rivolta le sceglierò io.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 7 ottobre 2018)
 
 

Il coraggio di cambiare, per chi ha paura e sceglie di vivere di rendita, campando sugli allori, rimanendo fermo.



Cambiamenti nel lavoro e nella vita presuppongono la presenza di opportunità si ma anche il coraggio di saper decidere.
Di contro, spesso continuare secondo schemi omologati - che rappresentano talvolta routine stantie e insoddisfacenti - presuppone una certa stanchezza e rassegnazione che contempla orizzonti dove il sole tramonta e risorge dietro una coltre di nuvole grigie.
Capita talvolta di essere però obbligati e accadono traumi, ma nella maggior parte dei casi o quasi sempre, torna una quiete dopo la tempesta e, se non si è stati definitivamente travolti, può accadere di rinascere a nuova vita e di sorprendersi a vivere una realtà diversa.
Chi ha l’animo d’artista ha il moto dentro e vive la sua irrequietezza di continua ricerca come un respiro.
La sperimentazione è l’ossigeno della creatività, quindi rieseguire/ripetere i propri successi rappresenta di certo una gratificazione, ma pure un soddisfacimento che alla lunga può procurare anche noia.
Variegare la propria attività intellettuale peraltro alimenta ogni miscela che raffina gli stili.
Discipline diverse e differenti pratiche perseguite arricchiscono quelle cognizioni e quelle tecniche che consentono di elevare sempre più i contenuti, di generare prodotti complessi e sempre più completi.
Suscita rabbia, più che compassione, quindi, vedere coloro che volutamente restano immobili a guardare, non per ammirare altre opere meritevoli di interessanti nuovi autori ma a contemplare e rivedere il frutto da loro stessi prodotto; soggetti che si mettono a vivere di rendita fermando il tempo come un punto d’arrivo, senza più ricercare ed evolversi, imponendosi magari nuovi traguardi.
Al riguardo torna alla mente la storia di Narciso che, contemplando in una fonte la sua bellezza, restò incantato dalla sua immagine riflessa, innamorandosi perdutamente di se stesso. Solo dopo si accorse che l'immagine riflessa era la sua e, comprendendo che non avrebbe mai potuto ottenere quell'amore, si lasciò morire struggendosi inutilmente.
Nei primi anni di vita ciascuno di noi ha trovato difficoltoso iniziare a scrivere, poi con l’età, progredendo negli studi, il messaggio epistolare è diventato per tutti una forma centrale per esprimersi e continuando negli anni le nostre composizioni si sono sempre più evolute. In tutto questo di fondamentale aiuto sono state le letture.
E’ pure risaputo come riletture di una stessa opera - se sono effettuate in età diverse - mettono in luce aspetti differenti, fanno intravedere contenuti secondo tutto quello che il nostro bagaglio culturale personale ha intanto accumulato. Ciò vale anche per il messaggio che ha voluto dare nel suo tempo creativo l’autore.
Quindi, è certo che, fatta eccezione per i capolavori frutto di particolari momenti creativi felici, in ogni forma d’arte si manifestano costantemente le stesse caratteristiche.
L’autore crea con il suo bagaglio del tempo e fissa un’opera, qualunque essa sia. Il fruitore ha modo di leggerla, nell’immediato e nel tempo, con la sensibilità che vive e la cultura di cui al momento dispone. Seguendo questa regola osservo come, in genere, i maggiori capolavori letterari risultano scritti da autori più maturi e non solo per età.
In tutto quanto detto non sfugge di certo la fotografia.
Per concludere, voglio ora disquisire sul mio recente diletto che mi vede scattare fotografie non con la reflex ma con la penna; scrivendo a mio modo su diversi aspetti della fotografia, su come la vivo, sull’interesse che mi suscita, magari svolazzandoci un po’ sopra con mano leggera.
Chiudo citando quanto dettomi l’altro giorno da un amico: “trovo piacevoli i tuoi articoli e li leggo volentieri, perché tu scrivi come parli”. Non so in verità quale fosse effettivamente il suo reale messaggio. Io, ho subito condiviso quel suo parere che, effettivamente, corrispondeva al vero e ne sono rimasto contento. Aggiungo pure che l’ho preso come un complimento.
A stretto giro di posta mi ha precisato questo: “Era un complimento! Si chiama stile discorsivo e si contrappone al linguaggio accademico. Esprime opinioni interessanti in modo facilmente comprensibile. Ma bisogna sempre fare attenzione alle regole grammaticali...”. Sarà!

Buona luce a tutti!

© Essec



domenica 7 ottobre 2018

Abolition Man



Come volevasi dimostrare, il pregiudizio universale che accompagna il governo Conte da prim’ancora che nascesse sta diventando un gigantesco e comodissimo alibi per tutte le boiate che fanno e le fesserie che dicono i ministri giallo-verdi. I quali, non potendone dare la colpa alle opposizioni (per manifesta inesistenza delle medesime), hanno buon gioco ad addossarla ai poteri forti, veri o presunti, italiani e internazionali, e ai loro house organ.
Prendiamo il reddito di cittadinanza: abbiamo sempre scritto che è una misura sacrosanta per ridurre la povertà, contrastare e far emergere il lavoro nero (se mai i centri per l’impiego funzioneranno), regalare un pizzico di dignità a milioni di persone dimenticate dallo Stato e dagli uomini, forse – si spera – stimolare i consumi. Onore al merito dei 5Stelle che, riempiendo il vuoto lasciato da una sinistra per soli ricchi, l’hanno prima proposto e ora imposto contro tutto e contro tutti. Ma che bisogno c’era di dire – come ha fatto Luigi Di Maio a Porta a Porta il 25 settembre – “noi con questa manovra di bilancio, in maniera decisa, avremo abolito la povertà”? Già è imprudente vendersi una legge prima che sia approvata dalle Camere, firmata dal Colle e stampata sulla Gazzetta Ufficiale (e il reddito non entrerà in vigore neppure col Def, ma con una norma che nessuno ha letto né scritto). Ma promettere effetti iperbolici di una legge che ancora non c’è è proprio da incoscienti.
La povertà non si potrebbe dire abolita neppure se si avverasse l’utopia pentastellata di distribuire 780 euro al mese a tutti e 6 i milioni di poveri assoluti. E questo, al momento, rimane un sogno, a meno che con la povertà non sia stata abolita anche l’aritmetica: 780 per 6 milioni per 12 mesi fa 56 miliardi e rotti all’anno, e al momento ne sono previsti 10. Un bel progresso, rispetto ai 2 scarsi del reddito di inclusione del centrosinistra. Ma pur sempre insufficienti per coprire l’intera platea degli “incapienti”. Basta dirlo: ci stiamo provando, ma dobbiamo andare per gradi. La verità, alla lunga, paga sempre. Specie dopo 20 anni di overdose di balle, da B. a Renzi, che hanno vaccinato gli italiani contro la creduloneria di lunga durata. Invece Di Maio si affaccia al balconcino, poi annuncia l’abolizione della povertà (fra l’altro da Vespa, dove i cazzari giocano in casa dal Contratto con gl’Italiani in poi), infine corre dietro alla propaganda mainstream e si incasina ad annunciare antidoti inverosimili contro i truffatori che intascano il reddito senz’averne diritto (“sei anni di carcere!”: figuriamoci, in Italia non si danno manco per associazione mafiosa).
O lo butteranno in spese voluttuarie (“niente acquisti immorali!”: come se la Finanza, in un Paese con 10 milioni di evasori, potesse controllare se uno compra alla coop o da Unieuro, se beve brunello o tavernello). Il risultato è che una misura seria e giusta affoga nel ridicolo. E con lei chi l’ha voluta. Infatti il web, cioè il bar sport 2.0, già pullula di sberleffi come #dimaioabolisce. Fra annunci e realtà, al momento risulterebbero aboliti, oltre alla povertà (e dunque alla Caritas), nell’ordine: i congiuntivi e gli spot al gioco d’azzardo (per davvero), i vitalizi (per davvero, ma solo alla Camera), le auto blu (per finta), 400 leggi inutili, le Province e gli altri sprechi (a parole), il redditometro, lo spesometro e le accise (a chiacchiere, come Renzi col celebre “cucù” a Equitalia), la Fornero (vasto programma: per ora, forse, si va a quota 100), l’Ordine dei giornalisti (magari), il Jobs Act e il precariato (appena solleticati dal dl Dignità), la corruzione (almeno stando alla legge-slogan “spazza-corrotti”), la prescrizione (non pervenuta nello spazza-corrotti medesimo), i tecnici-pezzi di merda del Mef (almeno nei messaggi vocali di Casalino), il lavoro domenicale (vedremo) e addirittura i morti per incidenti stradali “entro il 2050” (per i feriti si vedrà).
Ma, siccome l’appetito vien mangiando, fioccano richieste per altre urgentissime abolizioni: le doppie punte, gli inestetismi della cellulite, “quella pippa di Di Francesco” (istanza di un romanista deluso), il fuorigioco (con incorporato reddito di cittadinanza ai guardalinee disoccupati), il ciclo mestruale (almeno) nei mesi caldi, i semi nel cocomero e nell’uva, le zanzare, i risvolti dei pantaloni, le mezze stagioni, la fame e le guerre nel mondo (a Miss Italia lo si chiede da anni, invano), le calorie, il colesterolo, il reflusso gastrico, le allergie e le intolleranze alimentari, i principi della termodinamica, la legge di gravità, i sandali coi calzini (soprattutto bianchi, i calzini), il tartaro e la placca, la pizza all’ananas, la cena coi parenti a Natale, i peli e la barba, il cerume, la forfora, gli aggiornamenti di Windows, le richieste di autorizzazione ai pop-up, gli ingorghi, la fila alle Poste, i vecchi che guidano col cappello, le promozioni di Poltrone e Sofà.
I divani invece sono aboliti d’ufficio per impedire ai fannulloni di sdraiarcisi e contemporaneamente percepire il reddito. Alla lista ci permettiamo di aggiungere: i semafori rossi, gli autovelox, i tutor autostradali, il jet lag e le cimici verdi puzzolenti. Altre richieste le ha già anticipate in tempi non sospetti Cetto La Qualunque: “Aboliremo le bollette di gas e luce, daremo mille euro a persona e cchiù pilu per tutti. Poi abrogheremo l’Ici!… Ah, è già stata abolita? E noi la aboliremo di nuovo: abolita due volte!”. Altre ancora riempiono una strofa de L’anno che verrà di Dalla: “Sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, ogni Cristo scenderà dalla croce e anche gli uccelli faranno ritorno”. E una de La cura di Battiato: “Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare…”. Manca qualcosa? Ah, sì: fra un’abolizione e l’altra, non guasterebbero quelle dei balconi e dei condoni.



mercoledì 3 ottobre 2018

Giancarlo Torresani



Nel panorama dei bravi divulgatori dell’arte fotografica si annovera certamente il prof. Giancarlo Torresani.
Già docente Fiaf, Direttore del DAC (Dipartimento Attività Culturali) prima, del DiD poi (Dipartimento Didattica) della stessa, con le sue performance intrattiene il suo pubblico leggendo fotografia e, “magheggiandoci” talvolta un po’ sopra, riesce a raccontare con efficacia e maestria i molteplici retroscena di tante opere note.
Oltre la lettura delle immagini, un altro campo, che costituisce un suo cavallo battaglia, è la progettazione-realizzazione di portfolio fotografico nonchè la sua lettura.
Intanto mi piace da subito riportare la sua definizione di “portfolio” in fotografia. 

”Si può intendere per PORTFOLIO un nucleo narrativo di immagini finalizzate ad esprimere un’idea centrale. I soggetti delle singole foto (il “cosa”) e il “modo” scelto dal fotografo per rappresentarli e ordinare le immagini in sequenza - utilizzando il valore espressivo degli accostamenti (il “come”) - devono essere in grado di comunicare con logica e chiarezza l’idea scelta dall’autore, e cioè il significato del portfolio (il “perché”). I “significati” possono spaziare in molte direzioni: documentaria - narrativa tematica o artistica - creativa - concettuale e altre ancora”. Cerco di spiegare le parole "nucleo narrativo". Le situazioni presentate in una importante mostra fotografica, in un romanzo o in un film, sono suddivise in capitoli, in singoli episodi aventi una struttura autonoma. Io intendo per "nucleo narrativo" proprio un episodio "singolarmente e contestualmente narrabile", e vedo il portfolio come un'opera essenzialmente costruita attorno a un solo nucleo narrativo. Il ragionamento - in realtà - è più complesso e si presta anche ad altre conclusioni; ma l'idea base è valida e può servire come riferimento. L'espressività, in un portfolio, nasce essenzialmente dall'accostamento delle foto. E' il sapiente "accostamento" che finalizza, riassume e amplia in un'unica idea-significato, la successione dei significati delle singole immagini.” 

Insomma stiamo parlando di una branca dell’arte visiva che, partendo da fotografie singole, scrive un racconto con le immagini, assemblate secondo una sequenza e una logica pensata dall’autore.
Se ci riflettiamo bene si tratta  della solita sfida che si ripete.
In questo caso non si sta parlando di una singola immagine che deve contenere tantissimi segnali e inviare chiari messaggi, ma una serie di foto che – anche se prese singolarmente non raggiungono tutte l’eccellenza – nell’insieme del racconto riempiono i tasselli di un puzzle che completano la narrazione. Come spesso ci ricorda “il portfolio può essere paragonato ad una frase fatta con le immagini”. 
Al riguardo mi piace raccontare l’appuntamento di Palermo nel corso del quale fummo tutti chiamati a raccontare qualcosa, secondo un tema, attraverso dieci immagini.
Fu un raduno di fotoamatori curiosi, accorsi in massa; la sua maestria fu quella di riuscire a manipolare le dieci immagini proposte e dimostrò in diretta come, coinvolgendo l’autore proponente e riducendo le immagini originarie a sei, potesse essere migliorata l’efficacia del racconto originario o, in taluni casi, reinventarne uno completamente nuovo.
Un’operazione del tipo “caramba che sorpresa” …….. che risultò a tutti molto utile per capire il senso di questa singolare pratica espositiva e le possibili diverse modalità percorribili per il raggiungimento del suo scopo.
Io Giancarlo avevo avuto modo di conoscerlo in altre occasioni, durante letture di fotografie singole, in lectio-magistralis programmate nei congressi, in altre letture di portfolio effettuate nell’ambito di associazioni e altro ancora.
Ho avuto anche la fortuna di partecipare ed essere accomunato a lui in passeggiate con altri amici e di vedere il suo entusiasmo nel fotografare all’opera, con la sua macchina fotografica, perché lui, con la sua macchinetta al collo, posso garantire che si diverte ancora e molto.

Buona luce a tutti! 

© Essec

Il Pd si preoccupa più del populismo che dei lavoratori. O partigiano, portalo via



Gli amabili servi del padronato cosmopolitico volevano la legge contro le fake news. Rimembrate? E ora, come se nulla fosse, spacciano per piena la loro piazza vuota, presidiata giusto da quattro “militonti” che ancora non hanno capito che il Pd sta a Marx come lo Ior sta a Cristo. Eccola compiuta, in forma tragicomica. È dinanzi a noi, almeno a quanti di noi abbiano il coraggio di “guardare in faccia il negativo” (Hegel) e di non compiere il noto gesto dello struzzo.
Alludo, naturalmente, alla parabola della sinistra metamorfico-kafkiana: dall’immenso ed eroico Gramsci ai servi odierni, che hanno svenduto la patria e tradito il popolo dei lavoratori. Il tutto in nome del turbomondialismo ideologicamente innalzato a chance per tutti: quando tale è sempre e solo, ça va sans dire, per i dominanti. I quali possono agevolmente, nell’open space del piano liscio del mercato spoliticizzato, condurre la loro lotta di classe. Come? Deregolamentando l’economia, sottraendo diritti come se fossero privilegi, imponendo l’imperativo categorico della competitività tra lavoratori su scala planetarizzata.
Et voilà, ecco servito il nuovo massacro di classe pudicamente appellato globalizzazione dalla neolingua dei dominanti e dei loro camerieri in camice fucsia e arcobaleno, le sinistre postmarxiste traditrici di Marx e di Gramsci. La sinistra – non mi stanco di rammemorarlo – ormai ha superato a destra financo Attila, re degli Unni. La piazza del Pd vuota e disadorna, mesta e abbandonata, ci segnala chiaramente, inter alia, una cosa: gli italiani hanno capito chi sono i veri nemici. I lavoratori hanno capito chi sono i loro veri traditori. Meglio tardi che mai.
Alla manifestazione in piazza del Pd, del resto, non sventola il tricolore, no. Non sventolano le bandiere dei lavoratori, no. Sventolano le bandiere dell’Unione europea, ossia dell’unione delle classi dominanti europee contro i popoli e i lavoratori europei. Utili servi dei potenti. Quod erat demonstrandum. Il Pd è il partito di rappresentanza della classe dominante cosmopolitica, quella del più Europa e del meno Stato, del più mercato e meno diritti sociali, più competitività e meno sovranità, più deregolamentazione e meno difesa del lavoro. Il Pd è complice del massacro di classe, a cui ha fornito appoggio politico svolgendo il ruolo di docile esecutore dei desiderata transazionali delle ciniche classi dominanti no border.
Del resto, il loro nemico, anche nella piazza di ieri, mica era il classismo del capitale. Mica era lo sfruttamento proprio del mondo a forma di merce. Mica era l’oppressione dei lavoratori cagionata dalla mondializzazione e dal competitivismo sans frontières. No. Il loro nemico era il populismo, ossia la possibile rinascenza dell’orgoglio nazionale-popolare delle classi dominate. Il loro nemico è il fascismo in assenza di fascismo, ossia, nella neolingua egemonica dei mercati, ogni tentativo di riconquistare la sovranità nazionale come baluardo di difesa della democrazia e dei diritti sociali contro la voracità del libero mercato globalizzato.



martedì 2 ottobre 2018

A me intrigano le letture di Pippo Pappalardo.



Una caratteristica costante nei fotografi è che quando incontrano critici che non garbano non perdono tanto tempo per definirli incapaci e incompetenti.
Essenzialmente la questione si innesta nell’abitudine sempre più diffusa di non saper o volere ascoltare.
Non dico che tutti i lettori di portfolio o i critici d’arte siano sufficientemente preparati, nè che necessariamente occorre assentire ai loro giudizi accettandoli ma da qui ad etichettare tout court incompetenti ce ne vuole.
Sono comunque tante le componenti di base necessarie per saper osservare un’opera ed i più bravi sanno sapientemente dosare cognizioni nozionistiche con altre discipline a loro comuni e sempre presenti nelle loro corde.
Pertanto, c’è chi si avventura spaziando su concetti filosofici, chi focalizza specifiche sociali, chi invece predilige composizione e colori o anche chi parte dall’osservazione di un’opera per perdersi e spaziare in altri mondi attigui.
Anche se un po’ affabulatori, personalmente adoro questi ultimi, per i quali una semplice foto o un loro insieme sono solo un punto di partenza; e questa mia preferenza è dettata da un semplice motivo che è quello che, per me, la fotografia o qualunque altra opera d’arte non può essere letta esclusivamente secondo criteri asettici intrisi di nozionismo, bensì vista e interpretata per le tante reazioni che suscita: tenerezza, denuncia sociale, romanticismo, musica, passione, attenzione.
Ecco, attenzione! Secondo me, ciascuno di noi vive il mondo in modo completamente differente, secondo gli occhi modulati dai propri sentimenti, secondo la moda del tempo, il bagaglio culturale che ci caratterizza e di cui - a prescindere spesso dal nostro volere - si dispone.
Anche un qualunque animale risponde però in modo differente davanti ad uno stimolo, quindi c’è anche la quota animale che è in noi che reagisce d’istinto, secondo il DNA che ciascuno integra in se, la realtà che vive, le esperienze vissute, i traumi assorbiti e tanto altro ancora.
Confesso che mi piacciono ad esempio le letture di portfolio che mi incantano, come, ad esempio, le lunghe letture di Pippo Pappalardo.
Assistere alle “sue visioni” è come andare a teatro, ma non per assistere a uno spettacolo leggero, di varietà, ma per ascoltare citazioni e aneddoti che lui propone, con naturale scioltezza, estraendoli dal sacco dei suoi notevoli studi e conoscenze, intrisi anche dei moltissimi concetti fotografici assorbiti, fatti propri ed elaborati.
Ascoltare e sentirsi trasportare in mondi e discipline diverse, che solo apparentemente sembrerebbero non avere nulla a che fare con le foto proposte in lettura, rappresenta, anche per chi semplicemente osserva, un arricchimento sicuro.
Ma occorre che in tutti noi sia sempre presente la precisazione iniziale, ovvero che a prescindere se si è d’accordo o meno, occorre “saper ascoltare” per capire, avere la pazienza di non interrompere mai e seguite il nocchiero che ti conduce.
Ascoltare con pazienza anche pareri che non corrispondono alle nostre aspettative non costituisce mai un danno. In ultimo serve a conoscere e sapere che ci possono essere angoli visuali e prospettive diverse, e capire come talvolta occorra - per saper meglio vedere - mettere gli occhiali.
L’eleganza nelle modalità di giudizio, che il critico in qualche modo esprime o solo lascia intuire all’autore, dipende poi dalla sagacia e dall’intelligenza delle parti chiamate in causa. Ma questa è un’altra storia perché spesso è collegata alla presunzione e all’approccio.

Buona luce a tutti!

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)

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