La Quarta Dimensione Scritti

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

Fotogazzeggiando

Fotogazzeggiando
Fotogazzeggiando: Immagini e Racconti

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venerdì 29 maggio 2026

L'utilizzo della IA su una recensione riferita all'esperimento editoriale operato nel mio blog "Laquartadimensionescritti", rendendolo cartaceo



In risposta alla richiesta di un parere su un recente esperimento letterario realizzato ricevo la seguente recensione sul book “Laquartadimensionescritti”.

Buona luce a tutti!

© Essec

Pensieri sciolti, riflessioni estemporanee su accadimenti, visioni, collegamenti tra circostanze e luoghi, frammenti di vita osservata e fotografata, pillole o briciole che non hanno la presunzione di ricomporsi in un quadro per spiegare la complessità del nostro vivere.
Il merito di questo piccolo libro di Salvatore Clemente è di presentare una realtà dispersa, spezzettata nella quale trovare un filo conduttore è operazione, prima che defatigante, inutile.
Un viaggio a prima vista senza capo né coda, che si riavvolge su stesso, o immagina di inseguire una meta qualsiasi, per poi risolversi nel dubbio davanti alle situazioni incontrate.
Mi verrebbe da pensare a una pirandelliana ricerca di sé, specchiandosi in tanti minimi episodi e circostanze, sapendo che il percorso non avrà termine.
Ci sono, è vero, nel libro delle prospettive ricorrenti: la “palermitaneità” dell’autore, con le sue essenze di saggezza popolare, e le sue proiezioni in una Roma minore, colta camminando per quartieri dimessi, distribuiti lungo una corona sgangherata, messa a contorno di un centro città ampolloso e ambiguo, dove si esercita il potere.
E, come elemento che ricorre, c’è anche la fotografia, espressione anch’essa di frammentarietà, in questo caso temporale: mentre fissi un’immagine, essa è già sparita per sempre.
Anche l’inseguimento di una immagine, il riconoscimento di un segno, sul quale costruire una metafora, una similitudine concettuale è ricerca che non si conclude.
Molti i brevi racconti che ci confortano in questa interpretazione, da scegliere dal lungo indice di questo moderno zibaldone.
In conclusione, e senza voler essere banalmente enfatico, leggendo LaQuartaDimensioneScritti il pensiero che mi è venuto alla mente è quello dei poeti frammentari greci di cui si sono trovate solo parti di versi rimasti incisi su cocci e lapidi.
Mi sembra che il messaggio di Salvatore sia guai agli uomini che pensano di saper ricomporre la realtà, assegnando a ogni sua singola parte una posizione definita, con i bordi perfettamente coincidenti con i pezzi più vicini, per un quadro che si mostri alla fine di senso compiuto.
Il mondo non è un puzzle che si lascia costruire, ma un insieme di pezzi, rovesciati su un piano, in maniera confusa e ammassata, e che tale rimane, facendoci illudere che qualcuno o qualcosa metta tutto in ordine.
L’importante è rimanere in contatto con questa realtà, accettandola un po’ come viene, senza inseguire un filo rosso, che probabilmente non esiste.

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Di regola non ricorro mai all'IA nei preparare i miei scritti, ma ogni tanto mi piace testare il livello raggiunto dal nuovo strumento web. Ho quindi usato questo testo ben scritto per provare le modifiche/correzioni che avrebbero apportato alcune delle più comuni piattaforme di Intelligenza Artificiale free.
Di seguito riporto per prime le considerazioni e i nuovi testi elaborati con l’utilizzo di Gemini di Google.

Gemini premette, quidi, che "il testo è già molto bello, profondo e ben strutturato: offre un'analisi critica eccellente, ricca di riferimenti culturali calzanti (Pirandello, lo Zibaldone, i poeti frammentari greci).
Ho lavorato su due diverse opzioni di ottimizzazione, a seconda di dove intendi pubblicarlo o utilizzarlo. Ho corretto solo qualche piccola ripetizione e fluidificato la sintassi, mantenendo intatto il tuo stile colto e riflessivo."

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Opzione 1: Flessibile e Levigata (Ideale per una prefazione, quarta di copertina o recensione classica) Questa versione mantiene tutto il tuo testo originale, ma ne migliora il ritmo e corregge il titolo del libro inserendo gli spazi corretti.

Pensieri sciolti, riflessioni estemporanee su accadimenti, visioni e collegamenti tra circostanze e luoghi.
Frammenti di vita osservata e fotografata; pillole o briciole che non hanno la presunzione di ricomporsi in un quadro per spiegare la complessità del nostro vivere.
Il merito di questo piccolo libro di Salvatore Clemente è proprio quello di presentare una realtà dispersa e spezzettata, nella quale trovare un filo conduttore è un'operazione, prima ancora che defatigante, del tutto inutile. Un viaggio a prima vista senza capo né coda, che si riavvolge su se stesso o immagina di inseguire una meta qualsiasi, per poi risolversi nel dubbio davanti alle situazioni incontrate. Viene da pensare a una pirandelliana ricerca di sé, un rispecchiarsi in tanti minimi episodi sapendo che il percorso non avrà mai termine.
Ci sono, nel libro, delle prospettive ricorrenti: la “palermitaneità” dell’autore, con le sue essenze di saggezza popolare, e le sue proiezioni in una Roma minore, colta camminando per quartieri dimessi, distribuiti lungo una corona sgangherata posta a contorno di un centro città ampolloso e ambiguo, dove si esercita il potere.
Altro elemento chiave è la fotografia, espressione anch’essa di una frammentarietà temporale: nel momento stesso in cui fissi un’immagine, essa è già sparita per sempre. Anche l’inseguimento di uno scatto, il riconoscimento di un segno sul quale costruire una metafora o una similitudine concettuale, diventa una ricerca che non si conclude. Sono molti i brevi racconti che confortano questa interpretazione, da attingere dal lungo indice di questo moderno Zibaldone.
In conclusione, e senza voler cadere in una banale enfasi, leggendo La Quarta Dimensione - Scritti, il pensiero corre ai poeti frammentari greci, di cui ci sono giunti solo versi incisi su cocci e lapidi. Il messaggio di Salvatore mi sembra chiaro: guai agli uomini che pensano di poter ricomporre la realtà, assegnando a ogni singola tessera una posizione definita, con i bordi perfettamente coincidenti a quelli vicini, per restituire un quadro dal senso compiuto.
Il mondo non è un puzzle che si lascia costruire, ma un insieme di pezzi rovesciati su un piano in modo confuso e ammassato; e tale rimane, pur illudendoci che qualcuno o qualcosa possa mettere tutto in ordine.
L’importante è rimanere in contatto con questa realtà, accettandola così come viene, senza inseguire un filo rosso che, probabilmente, non esiste.

Opzione 2: Più Snella e "Scannabile" (Ideale per il web, blog o social)
Se devi pubblicare questa recensione online, questa versione usa paragrafi più brevi e mette in risalto i concetti chiave per catturare l'attenzione di chi legge da uno schermo.

Pensieri sciolti, riflessioni estemporanee su accadimenti, visioni e frammenti di vita osservata e fotografata. Pillole che non hanno la presunzione di spiegare la complessità del nostro vivere.
Il grande merito del libro di Salvatore Clemente è presentare una realtà dispersa e spezzettata, in cui cercare un filo conduttore è un'operazione inutile. È un viaggio senza capo né coda che si risolve nel dubbio, una pirandelliana ricerca di sé specchiandosi in minimi episodi quotidiani.

Nel testo emergono due prospettive ricorrenti:
• I luoghi: La "palermitaneità" dell'autore si proietta in una Roma minore e periferica, sgangherato contorno di un centro cittadino ampolloso dove si esercita il potere.
• La fotografia: Metafora di una frammentarietà temporale. Mentre fissi un'immagine, essa è già sparita per sempre.

Leggendo La Quarta Dimensione - Scritti, il pensiero va spontaneamente ai poeti frammentari greci, di cui ci restano solo versi impressi su cocci e lapidi.
Il messaggio di Salvatore è un monito: guai a pensare di poter ricomporre la realtà come se fosse un puzzle perfetto. Il mondo è piuttosto un insieme di pezzi rovesciati alla rinfusa. L'importante è rimanere in contatto con questa complessità, accettandola così com'è, senza inseguire un filo rosso che probabilmente non esiste.

Principali interventi fatti:
1. Correzione Titolo: Ho trasformato LaQuartaDimensioneScritti in La Quarta Dimensione - Scritti (o tra virgolette) per renderlo leggibile.
2. Linguistica: Ho corretto "palermità" in "palermitaneità" (il termine più comune e corretto per indicare lo spirito palermitano) e rimosso qualche "che" di troppo per rendere la lettura più fluida.
3. Punteggiatura: Ottimizzati alcuni passaggi per evitare frasi troppo lunghe che rischiavano di far perdere il respiro al lettore.

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Delle altre elaborazioni realizzate con https://www.wrizzle.ai/it/rewrite-text

Claude 4.0 Sonnet

Pensieri che scorrono liberi come fiumi in piena, riflessioni nate all’improvviso tra accadimenti sfuggenti, visioni che si intrecciano a luoghi e circostanze come fili di un arazzo invisibile. Frammenti di vite catturate attraverso lo sguardo di un osservatore e fissate dall’obiettivo di una macchina fotografica, piccole scintille o briciole di esistenza che non pretendono mai di ricomporre un mosaico capace di spiegare l’infinita complessità del nostro cammino quotidiano.
In questo piccolo libro di Salvatore Clemente prende vita una realtà frammentata, uno specchio rotto nel quale cercare un senso si rivela, prima ancora che faticoso, completamente inutile.
Un viaggio senza principio né fine, che gira su sé stesso come un serpente che si morde la coda, o inseguendo un miraggio qualunque per poi smarrirsi nell’incertezza delle situazioni incontrate lungo il percorso.
Viene da pensare a una ricerca pirandelliana dell’identità, uno specchiarsi infinito in infime vicende ed episodi, consapevoli che questa ricerca non giungerà mai a una conclusione definitiva.
Nel cuore del libro, però, emergono alcune costanti: l’anima palermitana dell’autore, intrisa di saggezza popolare e autenticità, insieme alle sue intime escursioni in una Roma minore, scandagliata a piedi tra quartieri decadenti, adagiati lungo una corona disordinata che avvolge un centro cittadino pomposo e ambivalente, teatro oscuro del potere.
E come un filo invisibile che attraversa pagine, c’è la fotografia, anch’essa simbolo di frammentarietà: quell’istante fissato dall’obiettivo è già sfuggito, perduto nel tempo per sempre.
Anche la caccia a un’immagine, la scoperta di un segno su cui edificare una metafora o una similitudine concettuale, è una ricerca insaziabile e senza epilogo.
Molti brevi racconti accendono questa sensazione di precarietà, offrendoci una scelta ampia e variegata all’interno di un moderno zibaldone.
Alla fine, senza cadere in facili retoriche, leggendo *LaQuartaDimensioneScritti* mi si sono affacciate alla mente le immagini dei poeti frammentari greci, i cui versi sono stati ritrovati inscritti soltanto su cocci di ceramica o pietre scolpite.
Il messaggio di Salvatore sembra ammonire con forza: guai a chi pensa di poter rimettere insieme la realtà, dando a ogni suo frammento una posizione precisa, con contorni netti che si incastrano perfettamente agli altri, creando così un quadro finito e coerente.
Il mondo non è un puzzle ordinato, ma un cumulo confuso di pezzi sparsi su un piano, disposti senza logica apparente, destinati a rimanere tali e a illuderci che qualcuno o qualcosa riesca a mettere tutto in fila.
L’unica via è mantenere un contatto vero con questa realtà disarticolata, accettandola nella sua natura caotica, senza inseguire un improbabile filo rosso che forse non esiste affatto.
470 parole

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GPT-4o

Pensieri sparsi, riflessioni improvvise su eventi, visioni e intrecci tra situazioni e luoghi, frammenti di vita osservata e catturata attraverso immagini, piccoli spunti o dettagli che non aspirano a ricomporsi in un mosaico capace di spiegare la complessità della nostra esistenza.
Il pregio di questo libricino di Salvatore Clemente sta nell’offrire una realtà frammentata, divisa, in cui trovare un filo conduttore risulta essere un’operazione non solo estenuante, ma anche superflua.
Un percorso privo di un senso preciso, che si ripiega su sé stesso o finge di inseguire una meta qualunque, per poi dissolversi nel dubbio davanti alle circostanze incontrate.
Viene spontaneo pensare a una ricerca pirandelliana di sé stessi, riflettendosi in tanti piccoli episodi e situazioni, sapendo che tale cammino non avrà conclusione.
Tuttavia, non si può negare l’esistenza nel libro di alcune prospettive ricorrenti: la sicilianità dell’autore, permeata di saggezza popolare e proiettata in una Roma periferica, scoperta passeggiando tra quartieri umili, disseminati lungo una cintura disordinata che circonda un centro città pomposo e ambiguo, dove si esercita il potere.
Un altro elemento ricorrente è la fotografia, simbolo anch’essa di frammentazione, questa volta temporale: mentre immortali un’immagine, essa svanisce irrimediabilmente.
Persino l’inseguimento di un’immagine, la ricerca di un segno su cui costruire una metafora o una similitudine concettuale si rivela un desiderio destinato a rimanere incompiuto.
Numerosi sono i brevi racconti che avvalorano questa interpretazione e si possono selezionare dal vasto indice di questo moderno zibaldone.
Infine, senza voler cadere in facili eccessi retorici, leggendo *LaQuartaDimensioneScritti* mi è venuto in mente il ricordo dei poeti frammentari greci, di cui sono sopravvissute solo parti di versi incisi su cocci e lapidi.
Sembra quasi che il messaggio di Salvatore sia un monito: guai a coloro che credono di poter ricomporre la realtà, attribuendo a ogni sua parte una collocazione precisa, con bordi perfettamente combacianti con quelli adiacenti, come se il risultato finale fosse un quadro dotato di senso compiuto.
Il mondo non è un puzzle che si lascia assemblare, ma un insieme di pezzi sparsi confusamente su una superficie, ammucchiati e disordinati, che ci inducono in un’illusione di ordine che mai si realizza.
Ciò che conta davvero è mantenere un legame con questa realtà, accogliendola così com’è, senza rincorrere un filo conduttore che, forse, non esiste affatto.
434 parole

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GPT-4.1-mini

Pensieri liberi, riflessioni immediate su accadimenti, visioni, connessioni tra circostanze e luoghi, frammenti di vita colta e fotografata, pillole o briciole che non hanno la pretesa di ricomporsi in un quadro per spiegare la complessità del nostro vivere.
Il merito di questo piccolo libro di Salvatore Clemente è quello di presentare una realtà dispersa, spezzettata nella quale trovare un filo conduttore è operazione, prima che defatigante, infruttuosa.
Un viaggio senza capo né coda, che si riavvolge su sé stesso, o immagina di inseguire una meta qualsiasi, per poi risolversi nel dubbio davanti alle situazioni incontrate.
Mi verrebbe da pensare a una pirandelliana ricerca di sé, specchiandosi in tanti piccoli episodi e circostanze, sapendo che il percorso non avrà termine.
Ci sono, è vero, nel libro delle prospettive ricorrenti: la palermità dell’autore, con le sue essenze di saggezza popolare, e le sue proiezioni in una Roma minore, osservata camminando per quartieri dimessi, distribuiti lungo una corona sgangherata, messa a contorno di un centro città pomposo e ambiguo, dove si esercita il potere.
E, come elemento che ricorre, c’è anche la fotografia, espressione anch’essa di frammentarietà, in questo caso temporale: mentre fissi un’immagine, essa è già scomparsa per sempre.
Anche l’inseguimento di una determinata immagine, il riconoscimento di un segno, sul quale costruire una metafora, una similitudine concettuale è ricerca che non si conclude.
Molti i brevi racconti che ci confortano in questa interpretazione, da scegliere dal lungo indice di questo moderno zibaldone.
In conclusione, e senza voler essere banalmente enfatico, leggendo LaQuartaDimensioneScritti il pensiero che mi è venuto alla mente è quello dei poeti frammentari greci di cui si sono trovate solo parti di versi rimasti incisi su cocci e lapidi.
Mi sembra che il messaggio di Salvatore sia un avvertimento contro quegli uomini che pensano di saper ricomporre la realtà, assegnando a ogni sua singola parte una posizione definita, con i bordi perfettamente coincidenti con i pezzi più vicini, per un quadro che si mostri alla fine di senso compiuto.
Il mondo non è un puzzle che si lascia costruire, ma un insieme di pezzi, rovesciati su un piano, in maniera confusa e ammassata, e che tale rimane, facendoci illudere che qualcuno o qualcosa metta tutto in ordine.
L’importante è rimanere in contatto con questa realtà, accettandola così com’è, senza inseguire un filo rosso, che probabilmente non esiste.

giovedì 28 maggio 2026

"Ho individuato alcuni temi particolarmente cari a Nino"

Ricevo e riporto con piacere dei pensieri di oggi della moglie Enza per ricordare Nino.

Buona luce a tutti!

© Essec

“Due anni oggi Nino se n’è andato, silenziosamente, una mano a sorreggere una guancia, come un bambino che finalmente si è acquietato nel sonno. Silenziosamente, come quando doveva scattare una foto, noto o poco noto che fosse il posto in cui si trovava.
Si muoveva con passi felpati, per non turbare la normalità, il consueto vivere degli abitanti del posto, l’equilibrio della consuetudine. Perché anche nello svolgimento di un rito tribale o nella caciara di una festa popolare o nel vociare di una manifestazione c’è un equilibrio specifico.
Era silenzioso Nino, ma aveva tanto da dire. E lo faceva con le foto e con gli scritti, ma anche a viva voce: non le mandava certo a dire!
In questi due anni, conquistata una parvenza di pace, mi sono dedicata alla ricerca di Nino attraverso la rilettura di alcuni suoi lavori e l’osservazione attenta di alcune sue foto; operazione non facile, viste le migliaia di scatti e le centinaia di pagine scritte. Ho trovato racconti brevi e poesie e articoli ….. e centinaia di metri di pellicole già sviluppate, contenitori stracolmi di diapositive e schede schede schede con foto digitali.
Non è giusto che tanta vita – perché tale è – rimanga chiusa e taciuta. Cercherò di diffondere alcuni suoi lavori affinché Nino possa essere conosciuto e apprezzato come merita, senza i freni imposti dalla sua modestia e dalla sua onestà. Intanto, per quanto riguarda la 'comunicazione non verbale', ho individuato alcuni temi particolarmente cari a Nino e sto realizzando dei power point destinati o ad una mostra o a qualche pubblicazione. Per gli scritti, il lavoro è molto più complesso e richiede tanto tempo. Ma anche in questo campo, andrà a buon fine!” (f.to Enza Bertuglia)

Buona luce a tutti!

© Essec

“Obiettivo Kalsa – Viaggio fotografico nel quartiere attraverso gli occhi di Luigi Cocuzza”



Due anni oggi era venuto a mancare Nino Giaramidaro. Un giornalista acuto che amava muoversi nell’ombra ma che è riuscito a lasciare evidenti tracce anche nel mondo siciliano della fotografia.
Nel continuare a viaggiare nel tempo, mi accorgo – come capita a molti della mia età – di ritrovarmi oggi in compagnia di tanti passeggeri, seduto nello scomparto di una delle carrozze dello stesso convoglio, con assegnato un mio numero di posto e una data d’arrivo (o di fermata, per chi non resta allergico al termine “morte”) definita ma, fortunatamente, come per gli altri, anche a me sconosciuta.
Con l’avanzare di anni inevitabilmente non si può non accorgersi dei vuoti che aumentano nei vagoni, per i molti che intanto hanno evidentemente raggiunto la meta coerente al biglietto.
Come capita in tutti i viaggi, anche in quelli organizzati, sono sempre disparate le personalità presenti nei gruppi, ma accade pure che con alcuni si scoprono vicinanze di pensiero, che generano aperture e confronti che si sviluppano maggiormente attraverso eventuali naturali empatie.
Ripercorrendo a ritroso il proprio viaggio, ciascuno avrà modo di scoprire come sono tanti i personaggi incontrati, che hanno influenzato comunque la nostra crescita, come pure anche paradossalmente, talvolta, le negatività hanno aiutato nella decisiva scelta della strada ritenuta più coerente al nostro credo.
Ieri ho partecipato alla inaugurazione di una mostra, presso la nuovissima struttura “ORBITA - Casa della Partecipazione – Kalsa” di via Alloro, dal titolo “Obiettivo Kalsa – Viaggio fotografico nel quartiere attraverso gli occhi di Luigi Cocuzza” che consiglio ai palermitani di andare a visitare.
Un’operazione espositiva che, ancora una volta, conferma la valenza della testimonianza e della memoria.
L’esigenza di valorizzare le tracce sociali e urbanistiche del quartiere hanno indirizzato gli organizzatori a ricercare testimonianze, in breve sfociate nella valorizzazione della passione dell’architetto Cocuzza per la fotografia.
Una passione che è stata complementare alla sua naturale propensione all’insegnamento, che lo ha portato a far divenire anche la fotografia un oggetto di didattica rivolta ai giovani altri. Quelli che, a prescindere dall’età anagrafica, erano interessati a osservare e raccontare il loro tempo attraverso una particolare osservazione da congelare con la produzione d’immagini.
Nei suoi oltre ottanta anni di vita Luigi Cocuzza ha coltivato tante anime docili e ribelli, aiutandole nel loro sviluppo e facendone emergere i potenziali talenti.
Nell’orbita cittadina è stato una istituzione e i molti presenti all’inaugurazione, di cui molti con i capelli bianchi ma che comunque rappresentavano un ampio arco generazionale, ne sono stata palese dimostrazione.
Ognuno avrebbe potuto raccontare un proprio aneddoto, perché Luigi aveva molta attenzione al rispetto a alla cura dei suoi allievi.
Al di là della profonda confessione politica era un esempio di quella rara “onestà intellettuale” che si richiede a molti e che si sposava in modo coerente con le sue costanti aperture al dialogo, anche se in presenza di posizioni contrapposte.
La cosa più bella che ho sempre visto in Luigi era la freschezza e la spontaneità quasi ingenua del fanciullo che si portava dentro; che riusciva a far conoscere e trasmettere a chi gli stava vicino.

Buona luce a tutti!

© Essec

domenica 24 maggio 2026

"La Repubblica Popolare Cinese dell’inizio degli anni novanta" in un libro fotografico



La cultura e l’arte dovrebbero camminare all’unisono, anche perché ogni artista presume sempre di comunicare un pensiero, un proprio punto di vista, per suscitare una emozione e magari sollecitare a riflettere su messaggi compositi, non sempre semplici e frequentemente complessi.
Nella fotografia, intesa come arte, si pretende di sintetizzare con immagini un insieme di parole che rimangono sospese, allusive, non dette per permettere a ciascuno procedere verso personali letture.
In questi giorni ho presentato al pubblico il libro, denominato “Album di viaggio numero Uno” che, nelle intenzioni, intendeva corrispondere ad un vero e proprio “diario” fotografico datato.
Come sempre succede in questi casi, tutto è noto all’autore, ogni immagine proposta racchiude in sé un’esperienza, un aneddoto, una sensazione; con il fatto che, però, come detto, che raramente l’idea del fotografo potrà perfettamente corrispondere alla lettura dei singoli spettatori. Coinvolgendo nell’evento una docente universitaria si è, quindi, inteso agevolare un incontro tra il reporter e l’osservatore.
La scelta per un docente del linguaggio cinese diventava, nel caso, una opportunità speciale, avente quest'ultima una piena conoscenza degli usi e costumi cinesi, per molteplici punti idonea a dissertare sulle immagini estrapolate dal volume.
Nello specifico l’argomento trattato (la Repubblica Popolare Cinese dell’inizio degli anni novanta) era costituito da un reportage fotografico realizzato lungo un viaggio avvenuto nella primavera del 1991. Le immagini documentavano un particolare periodo temporale e, per i tanti anni intanto trascorsi, il dibattito proposto ne permetteva oggi ogni commento e critica, quasi come si stesse a trattare di una narrazione storica.
Nell’operazione, condotta come un talk, quindi, gli interventi della Prof.ssa Giusi Tamburello hanno permesso di andare oltre la visione estetica oggettiva delle immagini proiettate, consentendo di correlare il racconto fotografico a tanti aspetti nuovi, non esclusivamente di taglio didattico ma anche legati alle esperienze dirette da questa vissute nei periodici soggiorno cinesi (i più lontani risalenti agli anni ottanta).
I presenti all’evento hanno così avuto modo di assistere non esclusivamente alla solita vischiosa declamazione o autocelebrazione del fotografo ma di poter anche partecipare direttamente nell’evento dinamico. Non ultimo per molti aspetti collegabili alla contemporaneità rispetto al racconto fotografico del 1991 che ne attribuiva caratteristiche “storiche”.
Partendo dagli spunti che introducevano i capitoli del libro, erano così esposte le osservazioni che avevano indotto allo scatto delle foto per essere poi sviluppare con una consecutio logica dall’esperta docente.
In più venivano svelati molteplici delle scritte cinesi inglobate che andavano a svelare altre informazioni che, diversamente, sarebbero rimaste adombrate nella lettura di un osservatore non addottrinato in materia. In conclusione, i positivi riscontri manifestati dai molti presenti hanno consentito di valutare positivamente questa metodologia di approccio alla tipologia di fotografia. Seppur ricercate nei contenuti estetici (anche di dettaglio e taglio), le fotografie così presentate consentivano di riempire di molteplici contenuti la rappresentazione documentale e oggettiva delle immagini.

Buona luce a tutti!

© Essec

- Un P.S. come nota di colore –
Il libro, autoprodotto con Youcanprint, prezzato al pubblico per 29,90 euro, nella circostanza era proposto a 20 euro ai soci e ospiti (agevolando l’eventuale interessato anche dalle spese di spedizione). Alla fine erano cinque quelli rendicontati come acquistati. Quattordici erano però i volumi rimasti. Il book mancante nel trambusto finale era forse stato oggetto di prestidigiatore cleptomane? O dovuto ad involontaria dimenticanza da parte di un indefinito acquirente o, più semplicemente, frutto del folklore locale che tanto spesso si manifesta in queste circostanze.
Un caso per molti aspetti analogo a quanto occorso al noto onorevole piddino beccato sul fatto, che poi ebbe a dire: “non è vero, volevo pagare”; aggiungendo: “avendo il trolley in mano e il cellulare nell’altra, non avendo ancora tre mani, ho semplicemente appoggiato la confezione di profumo nella tasca del giaccone, in attesa di andare alle casse”. Ma nel caso della presentazione del libro non si era in un duty free d’aeroporto.

martedì 19 maggio 2026

Ospite silenzioso. Dallo Specchio alla Consapevolezza



Questo nuovo articolo pubblicato da Raffaella Tava, nella rubrica “pensieri” del proprio sito web, s’incentra principalmente sulle questioni e gli infiniti dubbi che pervadono il periodo dell’adolescenza e che ciascun essere umano attraversa. Non per tutti la durata è uguale.
L’argomento, di per sé composito, risulta esposto in maniera completa, toccando i tanti punti con una padronanza e una maturità che presuppone il traguardo di un equilibrio raggiunto.
Sono descritte tutte le temperature, l’intero arco dei colori dell’arcobaleno, le infinite varianti che si possono comporre con un seppur limitato numero di note.
Chi si accingerà a leggere potrà scovare il proprio specchio o intravedere possibilità altre che consentiranno di spiegarsi i comportamenti diversi di coetanei o di persone vicine, che non aveva avuto modo di cogliere durante il turbinio delle proprie tempeste.
Il percorso seguito consente di accendere le luci necessarie a poter illuminare ogni anfratto dell’intimo umano che, in ogni caso, col tempo avrà trovato o troverà una ragione.

Buona luce a tutti!

© Essec

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Link per accedere all'articolo "Ospite silenzioso dallo Specchio alla Consapevolezza": https://www.raffaellatava.com/ospite_silenzioso-g7757



sabato 16 maggio 2026

Il cittadino comune, travolto da questa mareggiata inquinante, perde la bussola della verità, sfinito dall'impossibilità di distinguere la notizia dal fango artificiale.



Mi viene segnalato questo interessantissimo articolo "ODIO ORGANIZZATO E FLOTILLA", di Lavinia Marchetti, postato ieri su Facebook che, in qualche modo, potrebbe anche giustificare il persistente disinteresse della classe politica alla necessità di frenare l'anonimato sui social e, in generale, disciplinare l'utilizzo smodato di nick name (leoni di tastiere o pseudo ritenuti tali, vedi in propisito l'articolo di Raffaella Tava) che, ancor più in questi tempi di proliferazione della IA, consentono di sviluppare "campagne opinionistiche virtuali" volte ad orientare (o disorientare) sempre di più le masse.
Per la lunghezza dell'articolo - che comunque si riporta integralmente a margine - ed evitare l'abbandono anticipato della lettura del testo integrale, stante anche la premessa "politica" (Flottilia), si anticipano di seguito le interessanti conclusioni che dovrebbero indurre a riflettere ciascun utente del web e frequentatore dei social in particolare.


"E POI CI SONO I BOT E LE “TROLL FARM”
Il salto di qualità definitivo, che ha permesso di scatenare questo inferno digitale sui post degli attivisti della Flotilla, è scaturito dall'integrazione strutturale delle farm di troll con l'Intelligenza Artificiale generativa. I network di bot di prima generazione, operanti a cavallo del 2016 e del 2020, erano strumenti rozzi e facilmente smascherabili e si basavano sulla pedissequa diffusione automatizzata del medesimo testo mal tradotto, su profili farlocchi con sequenze numeriche nel nome e sulla riproduzione a valanga di link propagandistici. Tali strumenti oggi appaiono come relitti preistorici.
Dal 2024, le armate della disinformazione si sono dotate di quelli che gli esperti definiscono "Superbot" o agenti autonomi guidati dai Large Language Models (LLM, tecnologie similari all'architettura GPT). Questi applicativi software avanzati permettono di automatizzare l'azione psicologica a un livello di verosimiglianza inquietante. Un superbot non si limita a replicare un messaggio precompilato, ma simula con efficacia il ragionamento umano, replicando l'uso di dialetti locali, slang giovanili, sottili sfumature emotive, rabbia o finta moderazione ragionevole a seconda del contesto in cui si infiltra.
Enti indipendenti che studiano il traffico dei bot durante il conflitto a Gaza, come InflueAnswers, hanno tracciato il modus operandi preciso di questi sciami cibernetici:
1. Individuazione e Targetizzazione Chirurgica: L'infrastruttura automatizzata scansiona i social media ininterrottamente, intercettando profili ad alta visibilità (come quello di Antonella Bundu o delle organizzazioni internazionali) oppure analizzando parole chiave specifiche e hashtag sensibili.
2. Generazione Adattiva del Prompt e Intervento: Non appena il bersaglio umano pubblica un aggiornamento, il contenuto, la foto o il video vengono processati dai server dell'LLM in frazioni di secondo. I programmatori hanno istruito l'IA con prompt master del tipo: "Comportati come un comune cittadino conservatore o disilluso italiano. Analizza il post di questo attivista pro-Palestina e rispondi nel giro di dieci minuti, denigrando il suo attivismo come una ricerca di protagonismo borghese in vacanza e creando dubbio sulle sue vere motivazioni. Mantieni un tono aggressivo ma credibile".
3. La Strategia dello Sciame ("Swarming"): A questo punto si innesca la fase operativa. In una strettissima finestra temporale che va dai 5 ai 20 minuti dalla pubblicazione del post dell'attivista, il suo spazio digitale viene letteralmente assaltato da un volume incredibile di risposte generate da questi account sintetici. I profili bot, protetti da false foto generate a loro volta da IA, intervengono scaglionati nel tempo per conferire perfetta naturalezza e organicità al linciaggio.
4. Logoramento Inesauribile: Qualora l'attivista, per senso di giustizia, cerchi di rispondere o argomentare razionalmente, i superbot rilanciano la conversazione, cambiando argomento, rilanciando false accuse, esaurendo sistematicamente le energie fisiche e psicologiche della vittima. A differenza dell'essere umano, l'algoritmo non necessita di sonno né conosce usura emotiva.
Il vero orrore di questa strategia non sta nel tentativo di far innamorare gli utenti occidentali delle politiche governative israeliane, sanno bene che sarebbe impossibile. L'obiettivo macroscopico delle farm di bot è la cosiddetta CENSORSHIP BY NOISE (Censura attraverso il Rumore). Poiché gli Stati democratici non possono censurare apertamente con la forza l'opinione pubblica che sostiene la Flotilla, le armi algoritmiche provvedono a intossicare l'agorà pubblica. Inondando i canali di comunicazione di volumi irraggiungibili di commenti derisori, menzogne aggressive e confusione, i bot mirano a saturare lo spazio visivo, al fine esclusivo di distruggere lo spazio vitale delle voci umane legittime e impedire l'articolazione logica del dissenso. Il cittadino comune, travolto da questa mareggiata inquinante, perde la bussola della verità, sfinito dall'impossibilità di distinguere la notizia dal fango artificiale."

Buona luce a tutti!

© Essec



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Intero articolo postato su FB

"ODIO ORGANIZZATO E FLOTILLA di Lavinia Marchetti «SIETE LA PROVA CHE CON POCHI EURO SI PUÒ FARE UNA BELLISSIMA CROCIERA, PERÒ QUANDO VI FERMANO NON ROMPETE LE PALLE ALLO STATO ITALIANO». Il commento porta la firma di Sandro Saraceno e segue una serie di cinque emoji di vomito. Sotto, in azzurro, seicentocinquantadue cuori. La fotografia, datata 15 maggio 2026, mostra Antonella Bundu, attivista fiorentina già consigliera comunale, a bordo di uno scafo della Global Sumud Flotilla salpato da Marmaris per tentare di forzare il blocco navale israeliano su Gaza. Sorride, mentre alle spalle c’è un veliero con una donna avvolta da una vela di kefiah. Mare calmo. Quattromilasettecento «mi piace», tremilacento commenti, duecentoquarantotto condivisioni. Scorrendo verso il basso, si accumula un materiale che voglio leggere come un testo politico. (Qui l'articolo è corredato da tutti gli screen: https://laviniamarchetti.substack.com/.../odio... ) L’insulto si replica con poche varianti, mentre il consenso si misura nei pollici azzurri. «Voglia di lavorare saltami addosso», centotrentotto cuori. «Parassita», ottantasei. «Beati voi che non avete un cazzo da fare nella vita», quattrocentosettantadue. «Altra politicizzata… suona la trombetta», sei. «Mi potresti dire chi vi paga, avete barche che costano parecchio». E poi la minaccia sorridente, con tre emoji ridenti: «Brava, vedi di restarci per molto tempo, non sentiremo la mancanza. Attenta agli Israeliani». Un altro, asciutto: «Questa volta vi stermineranno». La somma dei consensi va letta come temperatura di un’opinione che vive a parte rispetto alle cronache giornalistiche, perché in questi stessi la cronaca ci parla dell’attacco israeliano in acque internazionali contro la Flotilla, l’arresto di Thiago Ávila e Saif Abukeshek, i maltrattamenti in cella, le condizioni delle prigioni israeliane . Il fatto, dunque, si rovescia. Civili disarmati salpano per portare farina e medicinali a una popolazione affamata, vengono assaltati in acque internazionali da una marina militare, e il commento popolare si schiera dalla parte di chi assalta. Da dove viene questa adesione spontanea? IL TROPO DELLA "CROCIERA", LA PROIEZIONE DEL PRIVILEGIO E IL RISENTIMENTO LAVORATIVO "Fatevi la vs crociera e non mettete in difficoltà la Maggior parte di italiani che si fa il culo ogni giorno al lavoro". Giacomo Domenico incalza sulla stessa frequenza: "Mi potresti dire chi vi paga... non lavorare eppure state così bene da fare invidia a chi lavora" . Oddone sintetizza il concetto con il secolare adagio: "Voglia di lavorare saltami addosso", mentre Mauro Sacchetto sospira con un livore mascherato da invidia: "Beati voi che non avete un cazzo da fare nella vita...". Sono le classiche frasi che troviamo sotto i post di qualsiasi persona sia andata ad una manifestazione, abbia sposato una causa civile, non concordi con lo status quo. Da una prospettiva psicologica, questo specifico filone discorsivo rappresenta un capolavoro di dissonanza cognitiva risolta attraverso la PROIEZIONE DEL PRIVILEGIO e il riposizionamento semantico dell'azione. Partecipare a una spedizione umanitaria verso una zona di genocidio attivo, sfidando un blocco militare navale (che ha già fatto vittime in passato, si pensi al caso Mavi Marmara del 2010 e agli intercetti violenti del 2026), subendo abbordaggi o addirittura un grave naufragio come quello occorso alla Trinidad, è in termini oggettivi un atto che richiede un coraggio, una disponibilità al sacrificio e una resistenza psicofisica di altissimo livello. Per l'osservatore medio, prigioniero di una vita alienante, schiacciato dalle logiche del precariato e dall'insoddisfazione ("chi si fa il culo ogni giorno al lavoro"), riconoscere il valore di un simile atto eroico costituirebbe un trauma egoico devastante. Significherebbe ammettere a se stessi che la propria obbedienza cieca al sistema e la propria rassegnazione non sono inevitabili, ma frutto di una paralisi interiore. Il cervello umano rigetta questa auto-valutazione negativa. Pertanto, entra in gioco la difesa: la RI-NARRATIVIZZAZIONE. La pericolosa spedizione umanitaria viene sminuita a una "bellissima crociera" o a una vacanza goliardica pagata da entità oscure ("chi vi paga?"). Questo meccanismo neutralizza istantaneamente il valore etico dell'attivista: se l'attivista è solo un borghese in vacanza o un disoccupato (o peggio un politico) parassita in cerca di visibilità esotica, il suo atto non costituisce più un rimprovero morale per il lavoratore frustrato che lo osserva. Il ricorso all'etica del sacrificio lavorativo ("non avete un cazzo da fare") non è dunque un'affermazione di moralità da parte degli haters, ma una disperato contrappeso psicologico impugnato per abbattere una levatura morale che li fa sentire piccoli, spaventati e insignificanti. L'utente Giovanni Campolmi cattura perfettamente questa proiezione nell'unica voce fuori dal coro dello specchio analizzato: "Lasciali sfogare, sono talmente incarogniti dalla loro non scelta e non coraggio che non hanno altro modo di sfogarsi". Questa frase è la diagnosi clinica esatta di quanto sta accadendo sulla bacheca di Bundu o sulle nostre bacheche. L'EPISTEMOLOGIA DEL NEGAZIONISMO E IL DISIMPEGNO LOGICO Accanto all'attacco personale basato sulla classe o sul reddito, emerge una seconda strategia difensiva, di carattere squisitamente cognitivo: l'innalzamento continuo degli standard di prova, finalizzato al mantenimento del dubbio sistemico. Il commento di Gino Borghini ne è l'emblema: "Non entro nel merito della motivazione dell'intervento, ma ho delle curiosità: di chi è la proprietà della barca dov'è imbarcata; cosa trasporta di aiuti e in quale quantità... credete veramente di approdare a Gaza?”. Analogamente, Piero Pignataro si trincera dietro il sospetto visivo: "non tutti siamo dei boccaloni... mai una foto di tutti i generi alimentari che state trasportando come aiuti. foto e video di balli, canti, capriole quelli si!". Questa tattica sociologica è nota come SEA-LIONING: il soggetto si finge sinceramente incuriosito o razionalmente scettico, avanzando richieste di prove tecniche minuziose (la proprietà giuridica della barca, il tonnellaggio esatto del carico, le fatture di acquisto) per sfinire l'interlocutore e seminare sfiducia in chi legge. Si tratta di una sofisticata operazione di disimpegno morale. Chiedere "dove sono le foto del riso" mentre una barca rischia l'affondamento e affronta fregate militari significa sviare deliberatamente l'attenzione dall'urgenza etica del genocidio palestinese per focalizzarla su minuzie amministrative, garantendosi un alibi per non provare alcun sentimento di empatia verso il popolo sotto assedio o verso chi tenta di aiutarlo. DEUMANIZZAZIONE, NORMALIZZAZIONE DELLA VIOLENZA E INVERSIONE DI RUOLO La fase terminale e più oscura dell'odio digitale registrato nei confronti della Flotilla si esprime attraverso la deumanizzazione totale del bersaglio e la celebrazione o l'augurio della violenza letale. L'utente Antonio GSiena condensa la sua aggressione in un'unica parola: "Parassita". Il parassita non è un nemico umano, è un organismo inferiore che si nutre delle risorse dell'ospite; storicamente, l'uso del termine parassita e scarafaggio costituisce il preambolo linguistico necessario a ogni progetto di sterminio o persecuzione, poiché scardina del tutto la barriera del riconoscimento biologico dell'altro. Questa soppressione dell'empatia sfocia nell'aperta e sgrammaticata minaccia da parte di Renato Maccagnani: "Questa volta vi steminerannp". L'errore di battitura non diminuisce la gravità dell'affermazione: vi è in questo commento la segreta (o palese) speranza che una forza esterna e punitiva sopprima fisicamente coloro che creano disturbo. L'ostilità raggiunge vette grottesche con Aristide Petruzzelli: "Brava, vedi di restarci per molto tempo... Attenta agli Israeliani" associato all'immagine sorridente e caricaturale del cast della celebre serie tv The Love Boat. In questo frangente, la prospettiva della violenza militare israeliana (che nel 2010 uccise dieci attivisti sulla Mavi Marmara) viene usata come un feticcio, una minaccia spaventosa da brandire contro la donna, mentre l'inserimento del meme anni '80 serve a disinnescare l'orrore, trasformando l'augurio di morte o arresto in un macabro scherzo da bar sport. L'umorismo diviene il velo sotto cui si nasconde l'odio più cieco e la sociopatia. In aggiunta a queste pulsioni, si osserva la manipolazione della vittimizzazione attraverso utenti come Eugenio Ruoso: "I LEONI da Tastiera siete anche Voi che pubblicate quindi in Democrazia aspettatevi anche opinioni DIVERSE..." e Fabrizio Frascaroli, che congeda l'attivista con sminuimento di genere infantile: "Altra politicizzata...suona la trombetta" . Il meccanismo del rovesciamento (DARVO: Deny, Attack, Reverse Victim and Offender) è qui palese. L'aggressore che vomita insulti rivendica il proprio operato come "esercizio democratico di opinione diversa", etichettando l'attivista in mare come il vero dittatore o leone da tastiera, manipolando il concetto stesso di tolleranza per esigere il diritto all'insulto incontrastato. LA DELEGITTIMAZIONE DELL'ALTRUISMO E LA SINDROME DEL "DO-GOODER DEROGATION" La totalità dei comportamenti aberranti appena dissezionati trova una magistrale e inquietante spiegazione in una teoria consolidata all'interno della psicologia morale e sociale, nota nella letteratura accademica internazionale come Do-Gooder Derogation (denigrazione di chi fa del bene o "deroga del buonista"). Le ricerche originariamente condotte dai professori Julia Minson e Benoît Monin (2012) spiegano nel dettaglio perché gli individui che compiono azioni morali superiori (gli attivisti umanitari, i volontari o chi compie scelte di vita eticamente rigorose) suscitino sistematicamente fastidio, sarcasmo, rabbia e reiezione da parte della massa, piuttosto che l'ammirazione che la logica dovrebbe imporre. Il fenomeno affonda le sue radici nella profonda necessità dell'essere umano di salvaguardare il proprio senso di autostima, intimamente legato all'identità morale. La maggior parte degli individui desidera considerarsi intrinsecamente "buona" e "giusta" all'interno della propria comunità. Quando una persona media si trova al cospetto di un do-gooder (in questo caso, un'attivista come Antonella Bundu che spende il proprio tempo, rischia la vita e le proprie economie per spezzare il blocco della fame a Gaza), l'osservatore subisce un brutale shock comparativo. Sebbene l'attivista possa non rivolgere alcuna accusa verbale verso il proprio pubblico, la sua mera esistenza, il suo atto di abnegazione agisce come un formidabile atto d'accusa implicito contro il conformismo, l'ignavia e la complice indifferenza dell'osservatore. Si scatena nel soggetto passivo il fenomeno Dell'ANTICIPATED MORAL REPROACH (Rimprovero Morale Anticipato). In altre parole, l'individuo fermo davanti allo schermo percepisce che, rispetto agli standard morali stabiliti dall'attivista, la sua inazione in difesa dei civili palestinesi massacrati rappresenta una colpa insopportabile. L'ego dell'individuo, messo alle strette, reagisce avvertendo la superiorità etica dell'altro non come un modello cui aspirare, ma come una intollerabile minaccia all'immagine di sé. Per sfuggire allo spiacevole compito di mettersi in discussione e cambiare i propri comportamenti sociali, la mente attua una scorciatoia tanto rapida quanto vigliacca: disinnesca l'esempio morale denigrando la figura che lo veicola. Il Do-Gooder Derogation spiega matematicamente le dinamiche emerse dagli screenshot. Le persone che si sentono in difetto reagiscono producendo un fuoco di sbarramento di associazioni negative o ciniche. L'attivista viene rapidamente etichettato con aggettivi delegittimanti quali esibizionista, ipocrita, moralizzatore, pazzo, arrogante o fanatico. E POI CI SONO I BOT E LE “TROLL FARM” Il salto di qualità definitivo, che ha permesso di scatenare questo inferno digitale sui post degli attivisti della Flotilla, è scaturito dall'integrazione strutturale delle farm di troll con l'Intelligenza Artificiale generativa. I network di bot di prima generazione, operanti a cavallo del 2016 e del 2020, erano strumenti rozzi e facilmente smascherabili e si basavano sulla pedissequa diffusione automatizzata del medesimo testo mal tradotto, su profili farlocchi con sequenze numeriche nel nome e sulla riproduzione a valanga di link propagandistici. Tali strumenti oggi appaiono come relitti preistorici. Dal 2024, le armate della disinformazione si sono dotate di quelli che gli esperti definiscono "Superbot" o agenti autonomi guidati dai Large Language Models (LLM, tecnologie similari all'architettura GPT). Questi applicativi software avanzati permettono di automatizzare l'azione psicologica a un livello di verosimiglianza inquietante. Un superbot non si limita a replicare un messaggio precompilato, ma simula con efficacia il ragionamento umano, replicando l'uso di dialetti locali, slang giovanili, sottili sfumature emotive, rabbia o finta moderazione ragionevole a seconda del contesto in cui si infiltra. Enti indipendenti che studiano il traffico dei bot durante il conflitto a Gaza, come InflueAnswers, hanno tracciato il modus operandi preciso di questi sciami cibernetici : 1. Individuazione e Targetizzazione Chirurgica: L'infrastruttura automatizzata scansiona i social media ininterrottamente, intercettando profili ad alta visibilità (come quello di Antonella Bundu o delle organizzazioni internazionali) oppure analizzando parole chiave specifiche e hashtag sensibili 2. Generazione Adattiva del Prompt e Intervento: Non appena il bersaglio umano pubblica un aggiornamento, il contenuto, la foto o il video vengono processati dai server dell'LLM in frazioni di secondo. I programmatori hanno istruito l'IA con prompt master del tipo: "Comportati come un comune cittadino conservatore o disilluso italiano. Analizza il post di questo attivista pro-Palestina e rispondi nel giro di dieci minuti, denigrando il suo attivismo come una ricerca di protagonismo borghese in vacanza e creando dubbio sulle sue vere motivazioni. Mantieni un tono aggressivo ma credibile". 3. La Strategia dello Sciame ("Swarming"): A questo punto si innesca la fase operativa. In una strettissima finestra temporale che va dai 5 ai 20 minuti dalla pubblicazione del post dell'attivista, il suo spazio digitale viene letteralmente assaltato da un volume incredibile di risposte generate da questi account sintetici. I profili bot, protetti da false foto generate a loro volta da IA, intervengono scaglionati nel tempo per conferire perfetta naturalezza e organicità al linciaggio. 4. Logoramento Inesauribile: Qualora l'attivista, per senso di giustizia, cerchi di rispondere o argomentare razionalmente, i superbot rilanciano la conversazione, cambiando argomento, rilanciando false accuse, esaurendo sistematicamente le energie fisiche e psicologiche della vittima. A differenza dell'essere umano, l'algoritmo non necessita di sonno né conosce usura emotiva. Il vero orrore di questa strategia non sta nel tentativo di far innamorare gli utenti occidentali delle politiche governative israeliane, sanno bene che sarebbe impossibile. L'obiettivo macroscopico delle farm di bot è la cosiddetta CENSORSHIP BY NOISE (Censura attraverso il Rumore). Poiché gli Stati democratici non possono censurare apertamente con la forza l'opinione pubblica che sostiene la Flotilla, le armi algoritmiche provvedono a intossicare l'agorà pubblica. Inondando i canali di comunicazione di volumi irraggiungibili di commenti derisori, menzogne aggressive e confusione, i bot mirano a saturare lo spazio visivo, al fine esclusivo di distruggere lo spazio vitale delle voci umane legittime e impedire l'articolazione logica del dissenso. Il cittadino comune, travolto da questa mareggiata inquinante, perde la bussola della verità, sfinito dall'impossibilità di distinguere la notizia dal fango artificiale."

https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=122275216340156950&id=61554708501839&post_id=61554708501839_122275216340156950&rdid=Dny4ZNWUy3jGnsMZ

giovedì 7 maggio 2026

Raffaella Tava ..... non solo Photography



Per chi ha voglia di leggere e magari cogliere spunti per riflettere su questioni non banali, suggerisco di consultare i "pensieri" di Raffaella Tava presenti nel sito web che racconglie anche le sue produzioni fotografiche. Al riguardo, piuttosto che descrivere a parole mie il personaggio, riporto la biografia pubblicata che la riguarda.

"Sono nata a Mezzolombardo in provincia di Trento nel '66, anno in cui Trento come Firenze ed altre città italiane furono soggette ad alluvione.
Ho trascorso la mia infanzia lasciandomi incuriosire e stupire da tutto ciò che mi circondava cercando sempre di capire il "perchè" ed il "per come" delle cose. Questo mio interesse mi ha portata ad avere una predilezione per le materie tecnico matematiche ed ha determinato la scelta del mio percorso scolastico, terminato nel '85 con il conseguimento del diploma.
Fino ad allora la mia attenzione non è mai stata rapita in modo significativo dall'arte o dalle materie umanistiche; ma, qualche anno dopo, fortunamente, ho avuto modo di recuperare quanto mi ero persa e partendo dalla lettura, passando per l'architettura, la pittura e l'arte in genere sono arrivata a sviluppare una sensibilità umanistica che fino ad allora mi mancava. Firenze ha avuto un'influenza non indifferente, Firenze che nel '66 aveva avuto un destino analogo alla mia Trento mi ha offerto tantissimi spunti di studio e di crescita, ha stimolato le mie emozioni che giacevano latenti e mi ha aperto gli occhi facendomi percepire le vibrazioni della bellezza.
E' in questo periodo che la fotografia assume per me una dimensione diversa, inizialmente infatti avevo cominciato a fotografare solamente per documentare le escursioni in montagna, le vie in parete, ed occasionalmente catturare qualche scorcio paesaggistico, mentre poi mi sono accorta che la fotografia poteva essere molto di più. Ho capito che la macchina fotografica offre una grande potenzialità: è uno strumento che ti permette di catturare e trasmettere emozioni, che permette di essere artisti di creare le proprie opere.
Ho così cominciato a fotografare con un atteggiamento diverso, lasciandomi coinvolgere emotivamente da ciò che veniva filtrato dall'obiettivo; la macchina fotografica era divenuta lo strumento per mezzo del quale riuscivo ad entrare in conttato con le mie emozioni, con la famosa sfera artistico/umanistica ed staccarmi dalla quotidianità dominata dalla razionalitá e dai numeri.
Da vari anni ormai mi diletto a scattare e lo faccio utilizzando, inizialmente per caso poi per scelta e soddisfazione, apparecchiature Nikon. Con il digitale mi si è aperto un mondo fatto di amicizia e moltissime emozioni da vivere in solitudine dietro l'obiettivo o in compagnia durante un'escursione, oppure intorno ad un tavolo o sulle pagine di un forum. Il digitale mi ha permesso di conoscere molti amici con cui condividere questa passione, con cui crescere e confrontarmi.
Fotograficamente ho molto da imparare quindi fino al giorno in cui riuscirò ad emozionarmi continuerò a cercare il mio scatto migliore."

Per chi è curioso e vuol verificare di persona, non rimane che accedere al portale.

Buona luce a tutti!

© Essec

lunedì 4 maggio 2026

Così è se vi pare



"Di fronte allo schermo del computer, mentre le dita scivolano sui tasti e scrivo, ascolto i notiziari attraverso le voci che provengono dalla radio, e il bollettino quotidiano nel suo freddo esporre la cronaca giornaliera elenca il numero delle vittime del martoriato girone d’inferno che è la Striscia di Gaza, o del non meno martoriato Libano, in cui Israele ha esteso i suoi confini di guerra con l’alleato statunitense contro l’Iran nemico giurato di sempre."
Il periodo estrapolato dall’articolo di Francesco Cito, pubblicato sul numero di maggio del bimensile Dialoghi Mediterranei, accompagna un suo ricco reportage fotografico.

Per consentire ad altri di condividere spunti di riflessione, riporto di seguito le considerazioni espresse dall’amico Pippo Pappalardo che, per certi aspetti, richiamano il contenuto del brano pacifista "Blowin' in the Wind" di Bob Dylan.
“La prima vittima di ogni conflitto bellico è sempre la verità. La preghiamo, la pretendiamo, la cerchiamo con sincerità e buona fede, eppure ci sfugge appena oltrepassiamo un confine, un palmo di territorio, un credo. Ciò nonostante dobbiamo insistere, lottare, testimoniare: lo dobbiamo fare per cancellare le sciagure del passato, anche quello più prossimo, lo dobbiamo fare per le speranze dell'umanità tutta. E questo impegno non può essere disgiunto dalla pietà, sentimento umanissimo che deve farci cancellare le ideologie, i credi religiosi, le presunte identità. Si è fotografi quando si diventa poveri, svuotati da tutti gli ismi; e si accoglie quella voce che non è scomparsa nel vento ma aspetta "di passà a nuttata".

Nel numero del 1^ maggio della rivista web curata da Antonino Cusumano risultano pure pubblicati altri tre articoli che trattano di fotografia. Col sospetto che si sia voluto quasi volutamente replicare un esperimento ben riuscito sulla filmografia, che ebbe a coinvolgere soggetti eterogenei nello scrivere una recensione su uno stesso film, senza che ciascuno di loro sapesse dell’incarico contemporaneamente assegnato agli altri.
Come accaduto nell’esperimento filmografico, l’ultima pubblicazione di Dialoghi Mediterranei presenta, in questo caso, quattro articoli disomogenei concepiti da altrettanti fotografi, autori oltre che del testo anche delle immagini annesse e dagli stessi scelte.
Quattro articoli che possono ben costituire degli esempi emblematici per il diverso modo d’intendere la funzione e lo scopo del loro fare fotografia.
Al riguardo occorre andare a leggere i quattro articoli elencati di seguito, per avere modo di cogliere le evidenti potenziali differenze contenutistiche implicite nella fotografia, sia concettuali che estetiche. Per coerenza, quindi, il titolo di questo pezzo deve necessariamente richiamare quello di un'opera del mitico nostrano Pirandello.

Buona luce a tutti!

© Essec

Francesco Cito - http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/ricordi-e-rabbia-di-un-reporter-sul-fronte-di-guerra-in-palestina/
Lillo Miccichè - http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/fotografare-tra-passione-e-responsabilita/
Nella Tarantino - http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/mediterraneo/
Tano Siracusa - http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/agrigento-la-fotografia-e-il-tempo/

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)