La Quarta Dimensione Scritti

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che raccoglie i testi completi dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (se disponibili).

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mercoledì 18 novembre 2020

Streaming di Alberto Ghizzi Panizza all'Associazione Le Gru di Valverde (CT)

 

L’ospitata di Panizza all’associazione Le Gru di Valverde dell’altro giorno si è conclusa con un quasi rammarico manifestato da qualcuno per l’abbandono della Sony delle sue App - che stava implementando sulle mirrorless – create per consentire di fotografare secondo scopi definiti; la macchina veniva programmata secondo combinazioni delle impostazioni necessarie per un’automazione che, di conseguenza, assicurasse certezza di un unico risultato predefinito.

Io, nei ricordi, sono tornato alle operazioni di partita doppia che, nell’ambito bancario, erano state in ultimo codificate per la realizzazione di scritture contabili bilanciate e contrapposte, che interessavano tanti conti e sottoconti per una quadratura certa; lasciando al passato il fascino e la filosofia ragioneristica pratica d’un tempo. All’operatore bastava inserire il codice per generare in un attimo una movimentazione multipla delle diverse singole scritture. Fortunatamente per la fotografia la Sony abbandonò i suoi programmi.

La serata offerta da Alberto Ghizzi Panizza non ha deluso gli astanti. Un’ampia carrellata d’immagini fantastiche, testimonianza della sua produzione nel tempo, ha dimostrato che oggi quasi tutto in fotografia è realizzabile.

Softweare e hardweare utilizzati nel mondo della fotografia consentono ormai a tutti di creare risultati di qualità eccellente, anche quello che ancora ieri appariva impossibile.

Unico elemento mancante sul mercato risulta oggi - e fortunatamente - la creatività e la fantasia del fotografo, anche se una buona dose di fortuna e casualità ancora permangono   come elementi fondamentali nella buona riuscita di un reportage.

L’interesse e la curiosità inesauribile di Panizza hanno consentito agli intervenuti allo streaming di vedere, come detto in siciliano, le sue "carrettate" di foto. Immagini belle che abbracciano tante tematiche, seguendo la sua logica che contempla - come ha più volte sottolineato anche il maestro Ferdinando Scianna -  che tutto quello che è fotografabile rientra nei suoi interessi.

Il suo campo d’azione ha, quindi, un ampio raggio e riguarda molti generi fotografici. Inoltre, la sua attività non si limita esclusivamente solo al versante fotografico vero e proprio.

Studio e approfondimenti sui vari temi trattati - che prevedono sempre la sperimentazione - e i relativi collaudi dei prototipi a lui affidati dalle varie case, fanno sì che Alberto costituisce oggi - a giusto merito - un punto di riferimento per molti Brand di produttori.

Testimonial di eventi internazionali in ogni parte del mondo, grazie anche alla competenza informatica accumulata nella sua prima vita, assicurano performances che garantiscono sempre il coinvolgimento di chi partecipa al raduno.

La proposizione delle innumerevoli fotografie che ogni volta esibisce comprovano, del resto e fattivamente, tutto quello che illustra a parole in ogni conferenza.

Al termine delle sue lectio risulta, quindi, difficile porre delle domande, perché nella efficace spiegazione, sempre collegata a tanti aneddoti e storie, Panizza ha già detto tutto: si è infatti da solo posto le possibili domande e anche dato esaustive risposte.

Docente da tempo nella scuola di didattica Nikon, avevo già avuto modo di vederlo all’opera, posso però assicurare che ascoltare le sue conferenze costituisce fonte per allargare sempre più le proprie conoscenze; per il semplice fatto che la sua scaletta è un canovaccio che abbraccia sempre un ampio spettro d’azione, lasciando financo l'occasione per dibattere su argomenti estemporanei che - seppur trattati da tanti e in precedenza anche da lui stesso - appaiono ogni volta freschi, perché innovati sempre da sfaccettature e angoli prospettici diversi.

Affermatosi e conosciuto come uno dei più dotati fotografi di macro, Panizza si ritrova ora impegnato a fotografare tutto quello che lo intriga e gli suscita interesse. Il suo sogno sarebbe forse, al riguardo, quello comune che affascina anche tanti di noi, ovvero che si arrivi a installare stabilmente una protesi ottica collegata al nostro cervello, per poter immortalare - attraverso il nostro occhio attento - tutto ciò che vediamo e filtriamo con la nostra fantasia creativa.

Fortunatamente l’Associazione Le Gru registra gli streaming di quel che organizza, quindi, per chi vuol verificare di persona quanto fin qui detto non rimane che andare alla pagina web e dedicare il tempo che vuole alla visione. Link per accedere: https://www.twitch.tv/videos/801775252

 

Buona luce a tutti!

 

© Essec

 


domenica 15 novembre 2020

Pinocchio – Portfolio fotografico di Antonio Lorenzini


Le favole vere le scrivono i bambini, con i loro temini a scuola, con i loro complessi disegni, con le letterine ai genitori. Conoscono il giusto linguaggio utile allo scopo. Quello che loro raccontano è sempre lineare, semplice, coerente. Fotografano con estrema precisione e in ogni dettaglio circostanze, fatti, persone, sensazioni. La loro è attenzione a ogni particolare. Quanto propongono coglie con estrema semplicità e naturalezza le distonie eventualmente presenti nella realtà che li circonda. Paragonano e accostano semplicemente, mettendo a confronto fatti e personaggi del loro piccolo ambiente che per essi rappresenta il loro universo.

Molti hanno già disquisito sulla questione e evidenziato che le fiabe dei grandi scritte per i piccoli manifestano in realtà esigenze di adulti. In molte storie si confondono i ricordi adolescenziali mitizzati, che spesso continuiamo a coltivare in un mondo ormai perduto e di cui si sente ancora il bisogno. Senza accorgersi che i ricordi brutti sono le scorie già assorbite col tempo, già diventate tessuto del nostro essere d’oggi, nel nostro corpo adulto indurito.

Antonio mi ha proposto l’ennesima versione della storia di Pinocchio, che è presente molto di frequente nei portfolio dei fotoamatori.

Onestamente non saprei cosa dire su un filone che ha ispirato i tanti e che più o meno fedelmente hanno raccontato del burattino.

Una cosa mi sembra costituisca una costante in ogni versione che ho visto, è la riproposizione di una morale impossibile all’uomo o il pretesto di voler giustificare le variegate esperienze negative vissute da ciascuno.

Pinocchio in fotografia è, di frequente, la trasposizione in terza persona di se stessi e ciascun autore sottolinea gli aspetti che più lo interessano; mettendo in risalto quello che crede di avere capito, ma ancor di più, forse, enfatizzando con amara poesia quelli che potrebbero essere tuttora i suoi bisogni.

La fata turchina è la figura che ci fa sempre sognare e che dà conforto, quella che taluni, crescendo, ritrovano in personaggi caritatevoli e rassicuranti nella propria religione.

Il Grillo parlante è la verità indiscussa e indiscutibile che si presenta sempre nei momenti in cui dobbiamo prendere decisioni importanti; ma ancora oggi chi osa farci la morale è destinato a ricevere una martellata micidiale, perché è dura accettare anche l’evidenza.

Quanti Lucignoli abbiamo conosciuto nella nostra vita e quante volte ne abbiamo noi impersonato la parte con altri a noi vicini? La spensieratezza del teatrino e la figura del Mangiafuoco di turno, spesso sono presentati come dei momenti negativi, ma non è vero. Quasi sempre, nel fare la sintesi del nostro vissuto, ci accorgiamo che hanno magari rappresentato pochi momenti belli, ricchi di leggera spensieratezza e talvolta di felicità assoluta.

Militari, prigioni e balena nel mare immenso degli oceani attraversati, sono le metafore che costellano ogni esistenza.

Antonio chiude il suo complesso lavoro con un Pinocchio che abbraccia l’albero: il legno che ambisce di tornare all’origine è, com’è ampiamente risaputo - e come lui stesso ben sa - solo una pia illusione.

Buona luce a tutti!

 

 © Essec

 

 

Per i più curiosi, il testo che accompagna il portfolio di Antonio è questo:

Un uomo di nome Pinocchio è diventato un uomo, ha raggiunto le soglie della vecchiaia. Mi prende per mano come fosse tornato bambino ed insieme attraversiamo la sottile linea di confine tra sogno e realtà per raggiungere tutti i suoi vecchi amici di un tempo. Rigurgitato dal ventre di un pesce cane Pinocchio si ritrova sulla spiaggia, si sveglia nudo. Rinascere per lui significa diventare uomo ed invecchiare come tutti gli uomini accanto alla propria memoria. Il viaggio ha inizio, ed accompagnato dalla Fata Turchina che mai lo ha abbandonato, ecco che entra nella sua casa di vetro, svuotata da ogni voce di un tempo. Dopo averla attraversata, abitata solo dai riflessi della luce del sole raggiunge il mare dove può finalmente specchiarsi ritrovando quel che resta di Geppetto, il suo babbo, morto e sepolto in un piccolo cimitero di campagna. Il grillo parlante non ha mai smesso di essere snervante e noioso, non cambia mai, gli soffia all'orecchio quel che deve essere e non essere, anche ora che è un uomo. Prosegue il suo viaggio nella memoria e nei luoghi da lui vissuti e dall’interno di un Paese dei balocchi fatiscente e dimenticato arriva all’amico di sempre Lucignolo “condannato” a vivere un po’ da ciuchino un po’ da uomo. I burattini lo aspettano da sempre, così pure Mangiafuoco e quel che resta di lui, un'ombra cupa, inquietante, stanca e piegata dal peso della luce. Nel campo dei miracoli prende corpo e forma il ricordo del Gatto e la Volpe, ora due teneri vecchietti stanchi di una vita di menzogne. All’orizzonte scorgono due figure. Un padre e una madre? O un amore che non è mai stato vissuto? Cammina verso di loro per riuscire a riconoscere quello che più gli manca, di cosa ha veramente nostalgia e così facendo, si ricongiunge con la materia di cui sono fatti i burattini diventati uomini: il legno, l'anima di un albero da cui tutto ha avuto origine, lo cinge a sé in un abbraccio infinito così come è e sempre sarà eterno Pinocchio.”
 
 

sabato 14 novembre 2020

Dentro l’eco dei nostri passi.

 


Dentro l’eco dei nostri passi, Edizioni Nèon 2020.

Con gran fatica questo libro fotografico autoprodotto, che raccoglie immagini di Eletta Massimino e Salvo Cuscunà, ricamate con raffinate e dosate parole di Pippo Pappalardo, è riuscito ad approdare al mio domicilio.

Le Poste Italiane, direbbe qualcuno, non sono più quelle di una volta. Nel caso, il pacchetto, ha ripetuto per ben due volte il tragitto Catania-Palermo a causa di un cavillo facilmente risolvibile.

Ora viene il bello.

L’azzardo è quello di voler scrivere una propria impressione su un libro confezionato anche da un critico fotografico di chiara fama, che ha scritto di tutto e su tutti con brillantezza e sagacia.

Ma nella vita la presunzione è spesso temeraria ed è pertanto grande il rischio che si corre, quello di andare fuori strada, rispetto alle intenzioni degli autori.

Nonostante conscio dei pericoli continuo, per dire quanto mi accingo a scrivere, dal mio piccolo punto di osservazione.

Vado, quindi.

L’operazione letteraria, perché le foto che compongono il volume sono ampie pagine di scrittura, appare ottimamente riuscita.

Sfogliando le pagine, Eletta cammina, spazia, si solleva, ricade, ricerca orizzonti, lasciando tracce evidenti del suo percorso.

Salvo, invece, si muove con rirerbo, si sofferma, incuriosito dalle forme che legge; coglie figure e particolari di materie modellate nel tempo, sviluppate dalle crescite e dalle decomposizioni.

Pippo esamina e con maestria, ricuce e incrocia i due mondi che si parlano e si completano specularmente. Anche le sue sono senza alcun dubbio fotografie, di parole però. I suoi chiaroscuri introducono ad altri argomenti, alludono ad aspetti che con tanti esempi evidenziano la continuità dei tanti pensieri accennati, allusi. Basta seguire le tracce e ogni scenario racconta di un qualcosa forse già detto da qualcun altro, prima. Ogni osservatore, instradato dal testo, leggerà poi un qualcosa che sarà ancora diverso rispetto al racconto combinato dei tre autori.

L’onirico, come per i cartoni animati, consente di mescolare le scene e di proporre anche l’inverosimile. La miscellanea delle parti è buona per amalgamare i tanti messaggi e permette pure che si realizzino cose irreali con l’aiuto della mente: in alcuni casi riusciamo a volare, in altri ci si avventura negli abissi, con apnee assurde, in altri ancora ci blocchiamo come ipnotizzati nel cogliere forme e figure catturate dall’occhio del nostro inconscio.

Nello stato soporifero tutto è possibile, non vigono certezze, delle regole gravitazionali, delle logiche fisiche, non esiste vincolo alcuno.

Vediamo, immaginiamo, crediamo di vedere e le fantasie si scatenano in un continuo crescendo.

Al termine del racconto, l’uomo rappresentato nelle due foto finali, si confonde nel suo camminare in un mosso sfocato e, in ultimo, lo si vede seduto a meditare.

Forse per rielaborare il sogno narratogli nelle pagine precedenti o sta già immaginando di iniziare una nuova ricerca in un percorso alternativo. Forse è solo seduto a pensare sul suo stato più intimo, sul suo tempo, sugli anni, sul luogo; lasciando che, chi lo vede da lontano, si faccia una propria opinione.

Nello scorrere delle pagine vedi rappresentate immagini reali che descrivono la natura, osservata in tante maniere e ripresa da tanti angoli visuali, e ti accorgi che i tre autori si ritrovano e si completano a vicenda, narrando un unico romanzo.

Panoramiche e dettagli sono illuminati con attenzione. Ciascun osservatore, soffermandosi a leggerli, filtrerà poi il tutto con gli spazi indefiniti della fantasia; per scoprire come in fondo sono tante le tracce dell'arte che ci circondano, senza che spesso ne abbiamo coscienza.

Dentro l’eco dei nostri passi è un'operazione culturale raffinata, completa e intensa che si propone felicemente nel panorama editoriale e che merita successo.

Buona luce a tutti!

 

© Essec

 

 

giovedì 12 novembre 2020

Gruppo Fotografico "Le Gru - Valverde" di Ferdinando Portuese, i Fratelli D'Agata & Co.

 

Assistere a eventi che mostrano fotografie curate in ogni dettaglio e video ricchi di fantasia creativa che riescano a coinvolgere emotivamente lo spettatore, è uno dei compiti più impegnativi in ogni campo artistico. 

I fratelli Antonio e Lorenzo D’Agata, soci portanti dell'Associazione Le Gru di Valverde, da tempo impegnati in un personale modo di raccontare e trasmettere le loro intuizioni, riescono pienamente nell'intento. 

I riconoscimenti che incassano in prima persona e unitamente al gruppo, sono una prova meritata ed è certo che, per loro, rappresentano anche motivo di stimolo nel cercare di migliorarsi sempre, per poter modellare meglio le produzioni.

Nel tempo l’asticella la pongono sempre più in alto e la generosità e l’impegno costituiscono quel connubio positivo che fa diventare ogni loro evento occasione di crescita e verifica. 

Gli archivi fotografici marchio "D'Agata"e quelli degli altri soci intanto si rimpinguano e alimentano la disponibilità di nuovo materiale che aiuta a completare il loro puzzle che non mostra confini.

Le Gru, con l’Acaf, costituiscono due associazioni fotografiche molto attive nel catanese. Due belle realtà che propongono attività culturali di livello nazionale e non solamente. La loro composizione sociale e l'entusiasmo che li contraddistinguono testimoniano anche il buon successo del travaso generazionale molto curato e da sempre perseguito nei rispettivi contesti, facendosi anche da sponda.

I fratelli D’Agata, in seno al loro gruppo di Valverde, costituiscono poi un vero e proprio motore che - senza far tanto rumore e scoppi - sforna produzioni di elevato livello, di certo riguardo a interesse e novità, senza mai rinunciare alla sperimentazione.

In passate occasioni, si è già avuto modo di apprezzare l’inappuntabile regia del duo, che attraverso una padronanza tecnologica avanzata riesce a rendere viva l’attività sociale e l’entusiasmo del folto gruppo di giovani che li accompagnano. L’occhio esperto dell’attuale presidente Ferdinando Portuese che li asseconda e li tiene caldi, riesce così a coinvolgere anche tanti appassionati di fotografia di altri territori. 

Il risultato fin qui conseguito e consolidato ripaga anche l’amorevole cura del loro mentore Pippo Fichera che, riconosciuto da subito il talento, ha curato e spronanto la crescita costante dei due fratelli e di altri meritevoli.

Compartecipazioni condivise fra diversi Circoli nazionali, specie ora in tempo di Covid, stanno costituendo appuntamenti culturali che registano un buon seguito. 

In un recente incontro con l’AFA di Palermo l’Associazione Le Gru ha dato l’opportunità di poter visionare una serie di prodotti video e fotografici aventi ad  oggetto l’Etna, confezionati da Antonio e Lorenzo attingendo, per quanto ovvio, anche a produzioni degli altri associati coinvolti nei progetti.

La fotografia proposta a corredo di in questo articolo, non facilmente attribuibile separatamente a specifici autori se non al gruppo, costituisce una prova inconfutabile della passione che tutti i soci hanno per l’Etna. 

Nell’occasione sono stati proposti una serie di video, più o meno recenti, che raccontano il respiro e le spettacolari colate del vulcano cui loro dedicano molta attenzione.  Il vulcano documentato da ogni angolo visuale, variando gli scatti nei tempi e nelle stagioni.

Per il resto penso ci sia ben poco da aggiungere. 

Nel sito web e nella pagina Facebook (anche in quelle personali di ciascun socio) sono disponibili prodotti che testimoniano l’attività del gruppo.

Buona luce a tutti!

 

© Essec

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In genere i commenti che ricevo hanno un loro spazio, ma quanto mi è appena pervenuto da Pippo costituisce una integrazione qualificata, anche perchè, come si dice in gergo, informato su fatti e persone. Riporto pertanto fedelmente il testo.

 

"Vecchie radici, giovani virgulti."

 

"La tua rubrica, caro Toti, è come un bosco dove crescono idee, immagini, confronti, dibattiti ed altro ancora. Ho detto un bosco e non un vivaio e, meno che mai, un campo, una monocoltura, un campo tracciato una volta e per tutte nei suoi confini e nelle sue ambizioni di crescita. Si, proprio un bosco, custodito dalla mano dell’uomo ma per sua natura portato a divenire altro come potrebbe essere un posto sacro, un posto per le fiabe, un posto per le fragole o per le cose che vogliamo leggere, per essere capite meglio, per essere apprezzate perché raffinate come i funghi di questa stagione.

La tua rubrica, il tuo bosco, ha ospitato due fotografi, due fratelli, due esperti cultori dei boschi etnei e di quelli limitrofi, due esperti di funghi: i fratelli d’Agata, da me confidenzialmente definiti i Dioscuri della fotografia etnea.

Nella nota della tua rubrica hai giustamente sottolineato la loro preparazione fotografica sotto il profilo tecnico e culturale, la conoscenza assoluta della materia da loro fotograficamente indagata, la passione per una pratica visiva che li spinge a trasformare ogni loro reportage in una impresa esemplare.

Non per nulla il loro circolo fotografico, le Gru, porta il nome di un uccello migratore forte e coraggioso, capace di attraversare circostanze ed esperienze diverse e importanti. I miei Dioscuri, a somiglianza delle Gru, trapassano con facilità dall’impegno accademico a quello musicale, dalla pratica fotografica alla pratica della socialità vissuta e condivisa oltre i limiti generazionali, logistici, culturali.

Io sono un loro amico ed estimatore ed ogni volta che mi trovo a collaborare con le loro iniziative devo abbandonare tutto quel che ho imparato ed arrendermi davanti alla genuina, sincera, spontanea simpatia della loro visione ed immaginazione peraltro esibita con spontaneità e naturalezza.

Tutto questo fa onore ad  un circolo dove Alessio Drago prima e Ferdinando Portuese adesso hanno sviluppato e difeso quella pianta che Pippo Fichera e C, avevano piantato tanti anni fa. E’ un piacere, ed una soddisfazione, vedere riconosciuto da altre realtà fotografiche, magari distanti da quella etnea, la bontà e la qualità fotografica espressa dall’impegno dei D’Agata.

Proprio quando i fotografi naturalisti di tutto l’Occidente si stanno spendendo nell’allarme per il nostro pianeta continuamente maltrattato, ci conforta che i nostri giovani rimangano attenti alle sorti della nostra natura e ci ricordano che abbiamo poco tempo a disposizione per tutelare gli “originali” dei nostri tramonti e delle nostre albe.

F.to Pippo Pappalardo"


 

sabato 7 novembre 2020

.... ammassamenti del tipo "le acciughe fanno il pallone" di Fabrizio De Andrè .....


L’amico Daniele oggi propone su “Economia & Finanza Verde” un piccolo gioiellino del compianto Luca Alinari (Da sotto le gambe di un cavallo) che induce a riflettere sul nostro modo di osservare le cose, allocandosi in posizioni differenti che possano aiutare a veder meglio le giuste prospettive.

A tale scopo Alinari prende spunto da una xilografia giapponese che, come si legge sul web, è una tecnica di incisione artistica usata per creare immagini consentendo di passare da colori tenui e quasi trasparenti a colori accesi e cupi. La corrente più importante della xilografia giapponese, più comunemente conosciuta con il nome di ukiyo-e, ha un significato, di provenienza buddhista,  e sottolinea il carattere effimero e doloroso della vita umana.

Altro elemento utilizzato nel breve documento filmato è quello delle “quinte” che, nelle composizioni artistiche, delimitano “lateralmente” lo spazio scenico.

Allo stesso modo, per “quinta fotografica” è da intendersi un elemento posto in primo piano, generalmente ai lati dell'inquadratura, che faccia da cornice al soggetto, così da andare a creare una profondità utile per una più agevole lettura del messaggio principale che si intende trasmettere a chi osserva.

Da entrambi gli input nasce la mia reminiscenza di oggi che, andando molto indietro nel tempo, rievoca immagini e personaggi tuttora vividi della mia giovinezza sperdutasi nella nebbia e che ogni tanto si dirada. 

Il titolo che ho dato al pezzo è “Ditta Restivo” e a molti dei miei coetanei borgatari susciterà certamente tanti altri ricordi. Forse questo è uno dei casi in cui si si potrebbe iniziare con la fatidica frase di “c’era una volta".

Al tempo della mia giovinezza, noi che abitavamo nelle periferie potevamo raggiungere il centro urbano con delle linee di bus affidate a ditte di autotrasporti dedicate. Per me, che abitavo nella borgata di Acqua dei Corsari, era la Ditta Restivo che, con autobus vetusti tutti diversi ma di colore verde, l’azienda copriva la tratta “Piazza Ignazio Florio (centro città) – Pomara” (ultima periferia lato est di Palermo, limitrofa al comune di Villabate).

La stessa piazza Florio faceva anche da capolinea agli autobus della stessa Ditta che collegavano con i paesi della provincia più limitrofi come: Bagheria, Santa Flavia o Casteldaccia. In questo caso il colore dei bus era però il blu e le fermate escludevano quelle interne urbane. Una linea diretta pertanto, come per i treni; la prima fermata prevista corrispondeva all’ultima di periferia (Acqua dei Corsari, nel caso da quindi la loro prima fermata).

Ad altre ditte analoghe erano assegnate le diverse tratte verso le altre zone extraurbane.

La municipalità assicurava direttamente con una propria azienda (Amat) i collegamenti urbani interni. A quel tempo le linee erano limitate e i relativi percorsi che collegavano gli ampi spazi cittadini erano lunghi. Non di rado, quindi, gli ingolfamenti di traffico che accadevano anche allora, determinavano soppressioni di corse che ingeneravano non pochi problemi agli utenti sprovvisti di possibili alternative di locomozione.

La numero uno in città era quella classica che partiva dalla Stazione Centrale e, lungo l’asse vie Roma-Libertà, faceva capolinea a Piazza Leoni, in prossimità di via del Fante (Sede dell’Amat).  Su questa linea, che come detto partiva dalla stazione centrale ferroviaria dei treni in arrivo, erano frequenti i borseggi. La bravura operativa dei delinquenti era una vera e propria università per il raggiungimento massimo della loro specializzazione in scippatori.

Tornando alla Ditta Restivo, tutti noi borgatari conoscevamo gli autisti e bigliettai che, di regola, erano impiegati nelle stesse tratte. Sostanzialmente erano gli stessi quelli utilizzati nelle stesse linee, per cui la familiarizzazione con loro era quasi naturale.

Due erano quelli che ricordo in particolare: Mimiddo che faceva l’autista, originario forse di Misilmeri o di qualche paese limitrofo, e Saverio, della borgata di “Conte Federico”, che gli faceva quasi stabilmente da coppia come bigliettaio.

Strategiche erano le frenate di Mimiddo sollecitate da Saverio per favorire un addensamento dei passeggeri in avanti, quando erano ormai vani gli appelli di quest’ultimo, che continuava a ripetere il classico: signori, avanti c’è posto, ma invano.

Il buon Saverio, richiamava pure con i dovuti modi e con tatto alcuni che preferivano stazionare ai bordi posteriori del bus quando lo stesso cominciava ad affollarsi.

Molti di noi eravamo studenti e le fermate di salita e discesa erano quindi le solite. Come non ricordare, Franco, Giuseppina, Enzo, Giovanna, Giacomino, Mariella, Umberto, e tantissimi altri.

Per gli studenti La Ditta Restivo prevedeva tariffe agevolate, formalizzate tramite abbonamenti che andavano richiesti alla sede ubicata in una strada parallela di Corso dei Mille e venivano rinnovati ogni mese con appositi bollini. Per quanto ovvio i bollini non venivano acquistati per i mesi estivi legati alle vacanze scolastiche.

Le tessere erano ovviamente personali e capeggiava sulle stesse una nostra fotografia di piccolo formato che era quasi sempre la stessa negli anni come immagine e spesso anche riciclata più volte. I controllori c’erano anche allora, ma operavano per disposizione interna. Le conoscenze e l’acuta attenzione del bigliettaio impedivano, di fatto, che qualcuno potesse viaggiare a sbafo. La cosa poteva accadere solo quando il bus stracolmo aveva difficoltà pure a chiudere le bussole e i malcapitati stipati dietro le porte, se non abbonati, erano fisicamente impediti di pagare il biglietto. Ma anche qui il vigile bigliettaio provvedeva con i passaggi di mano, tramite gli altri passeggeri, di biglietto e denaro. Era una poesia vederlo all’opera.

In tempo di Covid, ripensando all’ammassamento frequente di noi passeggeri come sardine nei momenti di punta, la pandemia avrebbe fatto oggi certamente strage.

Ad ogni accellerazione e rallentamento le spinte erano normalità, fin quando l’ammassamento – tipo il “pallone” delle acciughe cantato da De Andrè - era tale da realizzare un unico volume che si adeguava ad ogni sollecitazione: tutti avanti o tutti infietro o di lato, a seconda della direzione e delle variazioni di guida.

Il bigliettaio Saverio era molto empatico e d’indole gentile. Talvolta, quando non c’era più posto a sedere cedeva, ad anziani o donne incinta, perfino il suo angusto spazio del bigliettaio. Nella tratta “Palermo Centro-Pomara” nacque anche la conoscenza per il suo fidanzamento e il conseguente matrimonio.

Da bigliettaio, a ogni tratta era suo obbligo fare un rendiconto economico delle rese. Lo faceva ondeggiando e scrivendo, seguendo le evoluzioni della guida di un autobus semivuoto prossimo al capolinea. Su un grande foglio annotava i numeri del primo dei biglietti non staccati, che poi sarebbero stati i primi per la corsa di ritorno. Erano sostanzialmente questi gli unici aspetti che più attenzionavano i controllori ogni volta, concentrati sostanzialmente sulla fedeltà di cassa del detentore dei biglietti.

I biglietti erano costituiti da piccoli tagliandini diversamente colorati e si distinguevano anche per il prezzo dei percorsi.

Le attese al capolinea e alle fermate, per noi borgatari era anche una delle poche alternative concesse per socializzare. Gli scambi di vedute e le nuove eventuali conoscenze si articolavano secondo appartenenze generazionali, familiarità più o meno prossime, rapporti di vicinato o per dell’altro.

Questo breve racconto di momenti passati vuole essere per molti la quinta fotografica posta in primo piano, che induca ciascuno a guardare con attenzione il quadro rappresentato sulla tela pittorica che lo riguarda e che comunque l'inconscio ha già definitivamente dipinto.

Dalla cultura africana viene un proverbio che recita: “Quando muore un anziano è come se bruciasse una biblioteca”.

Qualcuno ha anche scritto che “è' vero e non è retorica quella che, ogni volta che si sprofonda negli emozionanti racconti degli amici vecchietti, è come si stesse rileggendo un libro.

 

Buona luce a tutti!

 

© Essec

 


martedì 3 novembre 2020

Antonio Lorenzini: "Romanì"

Sarò all’antica ma io accosto molti aspetti della fotografia, anche quella moderna, alla pittura di un tempo. Vengo a spiegarmi meglio.

Una sequenza d’immagini, costituiscano un portfolio fotografico, un album di viaggio, uno slide show, un filmato ovvero tutto quello cioè che assembla una serie di scene concatenate in un unico progetto, in verità costituiscono un prodotto che condiziona fortemente l’osservatore. Per quanto ovvio, la scelta delle rappresentazioni e il soffermarsi sui particolari selezionati, in qualche modo crea un racconto che indirizza verso un messaggio preciso.

L’autore che propone, di fatto induce e accompagna chi osserva a vedere e leggere una serie di simboli/messaggi che ha elaborato secondo una sua personale costruzione e un uso di linguaggio che gli è proprio. Un’operazione siffatta può ben andare a costituire un’opera anche da capolavoro, ma si tratterà di una scrittura - corroborata da tante pagine - che si soffermerà a raccontare una storia pressochè completa.

La difficoltà di concentrare il tutto in una fotografia, come un tempo fu per la pittura (comunque libera di non dover essere obbligata a rimaner fedele alle realtà rappresentate) è cosa risaputa, ma il fascino di leggere in un solo fotogramma un intero racconto seguendo la propria sensibilità, navigando con la fantasia e con il proprio bagaglio culturale, è certamente un’altra cosa.

In ogni caso, ben vengano novità e le sperimentazioni. Tutto è lecito e ben accetto, purchè si portino avanti innovazioni e valide alternative.

Non so quanto c’entri ora tutto questo ampio cappello con il lavoro che Antonio viene a proporre.  

A scanso di equivoci, poiché il suo prodotto è stato già sottoposto a letture di portfolio da parte di professionisti del settore, con quanto verrò a dire, non c’è nessuna intenzione e ancor meno velleità di invadere il loro campo.  Le mie restano delle semplici considerazioni che si limitano a dare un’impressione d’insieme e di parte sulle tante immagini confezionate nel progetto.

Il tema trattato è di per sé abbastanza complesso e da lungo tempo è anche assai dibattuto.

Da sempre la commistione fra l’indole dei rom, votata al nomadismo e la loro intrinseca natura di non rassegnarsi a definitive integrazioni - che potrebbero tornare utili anche alle seconde generazioni, oltre che alle comunità chiamate ad accoglierli - a mio modo di vedere rappresenta il punto nodale dell'argomento trattato.

Per non dilungarsi in questioni antropologiche, politiche o di convivenza sociale, che difficilmente potranno approdare ad un unico sentire, mi limito a leggere il racconto come fossi un osservatore di un film o come stessi leggendo le ventidue pagine fotografate. La costanza di scegliere il B/N aiuta allo scopo. Come ben sa Antonio, elimina ciò ogni distrazione dai colori, in un tema che vuole concentrarsi e far concentrare sulle specifiche tematiche delle comunità sinti.

Il quadro generale che ne esce potrebbe anche far trasparire – a prima vista - una marginalità esistenziale di un popolo da sempre bistrattato ma, riflettendoci meglio, potrà ben accettarsi l'idea che questa è in fondo la loro realtà. Le miserie ambientali evidenti sono, infatti, il loro vivere quotidiano che – senza alcuna offesa – per loro costituiscono una dignitosa normalità.

Per noi cittadini il nostro giudizio, com’è naturale che sia, è quindi fortemente influenzato dallo status sociale che ci caratterizza.

Se, infatti, si andasse indietro nel tempo, negli anni sessanta ad esempio (specie nelle zone sottosviluppate dell’entroterra e del sud in particolare), scene come quelle rappresentate oggi nelle tante foto di famiglie zingare, sarebbero abbastanza simili se non uguali.

Veniamo al lavoro proposto.

Grosso modo con le foto viene rappresentata una giornata tipo di una famiglia accampata in una qualunque zona periferica urbana. Lo sguardo è rivolto essenzialmente alla famiglia, alla dimora, alle abitudini domestiche, alla condizione di piccoli e grandi che coabitano in un contesto, senza alcun dubbio, fatiscente. Tutto è quindi concentrato sulla vita condotta in baracca e nei dintorni più prossimi. Le fotografie congelano momenti di vita vissuta, intimità e convivenze, apparentemente comuni, umili e semplici. Nulla si conosce del loro collegamento con l’esterno, con le realtà certamente più confortevoli che li circonda. 

Forse non faceva parte del progetto di Antonio, che voleva più soffermarsi sull’umanità che contraddistingue queste famiglie che, per i valori fondamentali almeno, appaiono poco dissimili dal modo di vivere che c'è dentro le nostre mura domestiche popolari.

Non so se questo era il vero unico obiettivo, è però quello che sono riuscito a intravedere nel ricco documento così ben articolato.

A qualcuno forse piacerà meno qualche immagine, magari qualche altro avrebbe a sua volta organizzato meglio o a modo suo i fotogrammi della storia, ma queste sono altre questioni che ci piace lasciare agli esperti. In questa sede ci premeva cercare di leggere solo il succo del racconto.

 

Buona luce a tutti!

 

  © Essec



Il testo che accompagna il portfolio di Antonio Lorenzini è:

 

Romanì.

La gente venuta negli anni 90 con la speranza di un futuro migliore. Hanno dato vita alla generazione che è presente ma senza che sia cambiata cosa alcuna.

Un limbo di emarginazione durato decenni come una condanna dantesca e come un girone sono i “campi” dove si avvicendano le nascite, le vite, le speranze.

Il mio “viaggio” all’interno del campo Rom il Poderaccio a Firenze racconta la quotidianità di un popolo: i Romanì. Una quotidianità fatta di piccoli gesti, di grandi bisogni e di uno in particolare: essere visti, essere guardati, respirati, nutriti, dissetati, in una sola parola essere "vivi" per tutti, per se stessi e per coloro che alla vita guardano indulgendo solo al lato in ombra, senza mai stupirsi di quanta luce si celi in quel buio da cui emergono voci, canti, grida, risate, lacrime, sospiri, "vita".

 

-- 


P.S. - Poichè il commento di Antonio "è leale il tuo testo" ha in qualche modo palesato il fatto che le sue attese erano diverse, sono tornato a riguardare le foto singolarmente per costruirmi, con parole, il mio racconto. Leggo e scrivo quindi in sequenza di portfolio:

"Una figura regale che si muove in un tappeto introduce alla foto due, dove delle figure sono impegnate in un dialogo, suggestionando l’attesa. Ma basta solo avvicinarsi dalla porta d’ingresso per accorgersi che ci si trova di fronte ad una baracca fatiscente, una dimora che costituisce con altre una baraccopoli sinti. L’ambiente, in ogni caso, pullula di vita: bambini e mamme convivono manifestando loro emozioni, come facciamo noi mammiferi tutti normalmente. Anche agli anziani spettano dei ruoli domestici attivi e uomini adulti contribuiscono ai bisogni del sostentamento e alle incombenze della tavola. Un fumo che avvolge l’ambiente, miscela le sagome delle persone con le case. Una nonna si accinge a riguardare una foto che le ricorda memorie di un tempo passato; forse si tratta di una baraccopoli che si trovava in territorio slavo, chissà. Come in ogni comunità i bimbi la fanno da padrone, sgattaiolano fra gli spazi angusti e circoscritti, saltellano e ballano per apprendere usanze che si tramandano da tante generazioni. C’è anche chi sta studiando in un angolo più nascosto. La sequenza si chiude mettendo in risalto aspetti dell’insediamento, dove una rete che delimita lascia intravedere una figura che si allontana, verso una via che però non lascia intravedere un orizzonte."

 

 

 

lunedì 2 novembre 2020

Antonio Lorenzini – Fotoamatore, impegnato anche nel racconto di verità nascoste

Per come la penso io, associazionismo e partecipazione a mostre, concorsi o eventi sono di fondamentale importanza per accedere a nuove conoscenze, allargare orizzonti, utili ad alimentare curiosità e confronti.

Altrettanto importante è al riguardo proporsi sempre basandosi su un’onestà intellettuale che rimane imprescindibile, in caso di eventuali frequentazioni costruttive.

Su tante cose si può anche non pensarla allo stesso modo e anzi, spesso, ciò è naturale e utile, certamente però una imposizione “tout court” del proprio modo di vedere non costituisce mai un buon metodo per allargare il proprio raggio culturale, a prescindere dal campo in cui si opera.

Sono normali le sfumature e possono pure essere ammesse delle opinioni differenti, ma le diversità devono restare sempre dei punti di vista, come normalità di qualunque dialettica.

Per quanto ovvio, è pur vero che se uno sottopone una propria opera a una lettura o, come avviene nelle letture di portfolio, a un sereno confronto, occorre essere sempre disponibili a subirne le conseguenze. In questi casi però i comportamenti saranno bilaterali, validi cioè per entrambi le parti in causa, anche quando emergano perplessità nell’interlocutore scelto o assegnato.

Al termine dell’esperienza, ciascuno continuerà ad andare per la propria strada, con buona pace di tutti. E magari l’occasione potrà tornare utile successivamente, per diversi aspetti. Anche per scegliere il lettore di una prossima volta, ad esempio.

Ogni esperienza potrà, comunque, tornare valida per riflettere sui limiti comunicativi di quanto prodotto, per correggerne gli errori che non si erano valutati, banalità, ripetizioni, disturbi e chi più ne ha più ne metta.

Il “Portfolio Italia” della Fiaf, in versione lockdown, mi ha consentito qualche mese fa di fare un'ennesima conoscenza virtuale che gradualmente si è ora trasformata in uno stimolante strumento di confronto.

Come accennato in premessa, conoscere gente nuova è sempre un'occasione per allargare i propri  confini e il senese Antonio, - che si “premunisce” annunciando di non avere un facile carattere - mi sta anche oggi offrendo l’occasione per scandagliare nuovi campi fotografici. Spazi di ricerca espressiva che, per un verso, mi hanno sempre intrigato e che, dall’altro, mi hanno procurato un certo timore per le tematiche crude in cui spesso egli si cimenta.

Del primo incontro con lui ho raccontato nell’articolo che spiritosamente ho intitolato “Alla fine va a culo ….. non so se rendo l’idea”, che è risultato poi essere stato letto da tanti e che sembra abbia pure suscitato qualche dibattito fra gli stessi "addetti ai lavori". In quel caso l'argomento trattato nel suo portfolio fotografico riguardava un soggetto interessato da alternanti disturbi di bipolarismo.

 


Le foto sopra proposte, pubblicate su autorizzazione di Antonio, direi proprio che parlano da sole e, tenuto conto anche del suo scritto, direi che appare superfluo dire ancora delle altre cose. 

Ciascun osservatore, del resto, saprà completare le eventuali parti mancanti o personalizzare meglio il tutto; anche in funzione delle eventuali esperienze vissute.

Potrei solo aggiungere, a conclusione, che saper accendere un cono di luce, per far conoscere realtà pesanti a chi ha la fortuna di saperne solo l’esistenza (per averne letto le storie o conoscerne perchè viste da lontano per patologie vissute da altri più o meno prossimi a noi), costituisce un impegno sociale non indifferente e in questo caso la fotografia è solo lo strumento usato.

Antonio, a mio parere, ha il coraggio e la capacità di raccontare con molto tatto e altrettanta efficacia, drammi che i più infelici vivono in prima persona, perché malati o per l’averne cura.

Quanto fino ad ora ho avuto modo di vedere dei suoi lavori - Timmy ora e dell’amico “bipolare” in precedenza - sono pagine che vanno al di là di quello che può chiaramente palesare visivamente la sola fotografia, perché i suoi chiaroscuri raccontano anche tutto quell’altro che c’è dentro, che rimane in ombra e che, ad una lettura veloce, talvolta non si vede. 

Pertanto mi piace concludere il pezzo con un semplice: “Chapeau!”

 

 © Essec

 

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)

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