La Quarta Dimensione Scritti

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che raccoglie i testi completi dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (se disponibili).

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martedì 20 novembre 2018

Gregorio De Falco non deve stare a bordo


Credo che nella prossima legislatura i Cinque Stelle dovranno essere molto più attenti nel selezionare i propri candidati per la Camera e il Senato. Nelle prime due, essendo un movimento nuovo, hanno dovuto imbarcare ‘n’importe quoi’ purché avesse la fedina penale pulita. Così nelle elezioni del 2018 si sono fatti affascinare da Gregorio De Falco, famoso e popolarissimo per la frase diretta al comandante Schettino: “Torni a bordo, cazzo!”. Non c’era alcun bisogno di fare il fenomeno, umiliando un uomo già umiliato e che con tutta evidenza non era più in grado di agire. Quello che doveva fare De Falco, come capo sezione operativa della Capitaneria di porto di Livorno, era inviare un elicottero (da Livorno all’Argentario ci vogliono 15 minuti) con a bordo un paio di ufficiali di Marina che scendessero sulla nave e prendessero il controllo della situazione. Non lo fece, accontentandosi di quella inutile e maramaldesca esibizione. Un comandante di una di queste grandi navi, che nella sua lunga carriera non aveva avuto incidenti di rilievo, senza voler difendere l’indifendibile Schettino ma evidentemente rivolto a De Falco, disse: “C’è chi va per mare e chi sta a terra”. E De Falco è uno che nella sua carriera è sempre stato a terra. De Falco si aspettava chissà quale promozione. Invece il suo atteggiamento non piacque affatto, e a nostro avviso giustamente, al Comando generale della Marina mercantile che nel 2014 lo trasferì alla Direzione Marittima di Livorno con le mansioni di capo ufficio studi e relazioni esterne. Fu relegato a un ruolo meramente burocratico, una decisione punitiva tanto che De Falco fece ricorso, ma inutilmente.
De Falco è un uomo che va per terra, molto per terra. Tanto che colse subito l’occasione, approfittando dell’indebita popolarità acquisita, e si fece candidare al Senato dai Cinque Stelle e fu eletto.
Adesso Gregorio De Falco, che a me pare un uomo molto più attento a se stesso che ai valori dei Cinque Stelle, si è messo di traverso contro il Movimento in cui milita (o militava, nel momento in cui scriviamo non sappiamo se è stato espulso) in tre occasioni: sul decreto Sicurezza, sull’emendamento al dl Genova per il quale ha votato contro insieme a Forza Italia e al Pd, sull’articolo 41 che riguarda lo sversamento dei fanghi da depurazione.
E’ vero che la nostra Costituzione all’articolo 67 dichiara: “Ogni membro del Parlamento…esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Questa disposizione fu presa dai nostri Padri costituenti perché ogni parlamentare potesse votare in piena libertà di coscienza. Ma allora i partiti non avevano ancora occupato, del tutto arbitrariamente come abbiamo scritto più volte, buona parte del sistema democratico. Bisogna quindi prendere atto della realtà: la libertà di voto, in linea teorica sacrosanta, si è trasformata nel disinvolto passaggio di un parlamentare da un gruppo all’altro, come abbiamo visto tante, troppe volte, spesso in modo prezzolato (il caso De Gregorio, comprato da Berlusconi con 3 milioni di euro per sottrarlo al gruppo di Antonio Di Pietro, docet). Per evitare queste situazioni i Cinque Stelle si sono dati regole rigidissime sul comportamento dei loro parlamentari che devono seguire la linea politica e le direttive del Movimento, pena il richiamo, la sospensione e l’espulsione. Si può discutere molto su queste regole dei Cinque Stelle, ma quando De Falco è entrato a far parte del movimento fondato da Beppe Grillo le conosceva benissimo e non può ora darsela da martire. Adesso la questione è questa: se Gregorio De Falco, come crediamo, sarà espulso dal Movimento politico che lo ha portato in Parlamento, si dimetterà dal Parlamento, come coerenza vorrebbe, lasciando il posto a chi ha diritto a subentrare? Non crediamo proprio. De Falco è “un uomo di terra”.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 16 novembre 2018)

domenica 11 novembre 2018

I garantisti "pelosi" che danneggiano gli innocenti


Non si capisce se i berlusconiani e i loro adepti, palesi e occulti, siano più in malafede o ignorino la logica più elementare. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede sta preparando un disegno di legge per il quale la decorrenza dei tempi della prescrizione si arresta dopo il primo grado di giudizio. Apriti cielo. Il parlamentare di Forza Italia Enrico Costa ha parlato di “omicidio del processo penale”. Il suo collega dem Alfredo Bazoli ha dichiarato: “E’ un atto gravissimo che introduce un allungamento smisurato dei processi” e Giulia Bongiorno, ministro per la Pubblica Amministrazione in quota Lega, avvocato di grido, ha detto all’ottima Maria Latella: “Bloccare la prescrizione dopo il primo grado di giudizio significa mettere una bomba atomica nel processo penale, non ci sarebbero più Appello e Cassazione perché non sarebbero più fissate le udienze”. Ora, la legge Bonafede non accorcia e non allunga i tempi del processo. Non si capisce perché mai non dovrebbero essere più fissate udienze come afferma la Bongiorno, il processo proseguirebbe come sempre e con i lunghi tempi aberranti di sempre però alla fine a una sentenza si arriva e si accerta se un reato è stato effettivamente commesso.
Con l’attuale regime della prescrizione il processo non viene ucciso, nasce già morto. Perché sono infiniti i procedimenti che cadono sotto la mannaia della prescrizione (165 mila ogni anno). Col risultato di aver fatto lavorare a vuoto i magistrati e di aver sostenuto costi del tutto inutili a spese dello Stato, cioè di noi cittadini.
Evidentemente inconsapevole del ridicolo a cui si espone Mattia Feltri ha scritto sulla Stampa che Bonafede è un “bifolco” del diritto, “uno che quanto a cultura giuridica dev’essere rimasto al codice di Hammurabi e alla civiltà degli oranghi”. Bonafede è un avvocato che nel 2006 ha conseguito il dottorato di ricerca presso la facoltà di Giurisprudenza all’Università di Pisa e ha da anni un avviato studio a Firenze. Mattia Feltri non è laureato in Giurisprudenza e peraltro in nessuna altra facoltà. Chi è allora il “bifolco” e l’“orango”, almeno in tema di diritto?
In realtà il disegno di legge Bonafede andrebbe accompagnato da altre misure. La prima è far decorrere i tempi  della prescrizione dal momento in cui è stato commesso il reato e non da quello in cui viene scoperto. L’altra, fondamentale, è lo snellimento delle nostre procedure. L’abnorme durata dei processi italiani ha una causa recente e un’altra che ha origine nel passato e radici culturali.
Prima causa. Dopo Mani Pulite, quando per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana anche ‘lorsignori’ furono chiamati a rispondere a quelle leggi che tutti noi siamo tenuti a rispettare, la classe politica, berlusconiana ma non solo, temendo un replay, ha inzeppato il Codice penale e di Procedura penale di leggi fintamente ‘garantiste’ che hanno ulteriormente allungato la durata di processi già interminabili, danneggiando gli innocenti e favorendo i colpevoli. Qual è infatti l’interesse dell’innocente? Essere giudicato il più presto possibile. Quale quello del colpevole? Essere giudicato alle calende greche e, possibilmente, mai.
Causa remota. Sono stati i Latini a creare il diritto. Il loro era un diritto pragmatico, contadino, che privilegiava la velocità delle procedure, scontando la possibilità dell’errore. L’intero mondo anglosassone, compreso quello che ha subìto la colonizzazione inglese, ha preso dal diritto romano classico. Sciaguratamente noi abbiamo preso dal diritto bizantino –le pandette di Giustiniano- che è una stupenda cattedrale, fatta di pesi e contrappesi, di ricorsi e controricorsi, di appelli e controappelli, di verifiche e controverifiche, in modo da rendere impossibile l’errore. Che è pura illusione, anzi si risolve nel suo contrario perché, passati gli anni, i testimoni sono morti, le carte ingiallite e illeggibili oppure scomparse nel tempo.
Oltre a rendere di fatto nulli centinaia di migliaia di processi decapitati dalla prescrizione, la lunghezza dei procedimenti incide su tutta una serie di questioni rilevanti.
Uno. La certezza della pena. Si può tranquillamente delinquere contando di non scontarla mai, data l’altissima probabilità che i processi non arrivino a una sentenza definitiva.
Due. La custodia cautelare. A processi lunghi corrispondono carcerazioni preventive in proporzione. Per gli stracci naturalmente: Pietro Valpreda fece quattro anni di galera senza processo, Giuliano Naria, un presunto terrorista rosso, nove finendo poi assolto. Ma i ‘garantisti’ di oggi o i loro antenati ideologici di ieri non fecero una piega. Andava bene così. Mentre durante Mani Pulite per due settimane di custodia cautelare di uomini politici o imprenditori o altri ‘colletti bianchi’ si arrivò ad invocare Amnesty International sostenendo che venivano arrestati, e quindi in qualche modo torturati, perché confessassero. Francesco Saverio Borrelli, il Procuratore capo di Milano che guidava quelle inchieste, corresse: “Noi li arrestiamo e loro confessano”. Peraltro questa concezione di un doppio diritto permane: uno per ‘lorsignori’ che commettono, a detta dei ‘garantisti’, reati che non creano “allarme sociale”, e uno per i reati da strada, commessi in genere da gente del popolo per la quale, ad ascoltare madama Santanchè che appartiene all’esercito dei ‘garantisti’ pelosi, è superfluo anche il processo (“In galera subito e buttare via le chiavi”). Può accadere però che sotto la spinta di qualche ondata emotiva i termini della carcerazione preventiva vengano abbassati in eccesso e allora escono di galera anche dei sicuri delinquenti, pluripregiudicati. Insomma l’aberrante durata dei processi ha l’effetto di far andare su e giù, come la pelle dei coglioni, i termini della carcerazione preventiva, che risulta iniqua o pericolosa a seconda dei casi.
Tre. Certezza nei rapporti sociali. Il processo non serve solo per rendere giustizia, quando ci si riesce, serve anche per mettere dei punti fermi nei rapporti sociali. Non si può stare dieci o vent’anni senza sapere se Tizio è un delinquente o invece un innocente che ha vissuto, per lo stesso periodo, sulla graticola. E’ il caso di Berlusconi che, dopo aver usufruito di 9 prescrizioni, è stato condannato quando tutto il male che poteva fare lo aveva già fatto.
Sono cose che scrivo da quasi cinquant’anni, da quando nel 1971 entrai all’Avanti! come cronista giudiziario. E io, a differenza di Mattia Feltri, mi sono laureato in Giurisprudenza col massimo dei voti e la lode, con Gian Domenico Pisapia il padre dell’attuale Codice di Procedura penale che, nato con tante buone intenzioni ma già minato da un connubio incestuoso fra sistema accusatorio e inquisitorio, è diventato, a causa anche di successivi inserimenti che non hanno tenuto conto che il diritto è un ‘corpus iuris’ coeso dove ogni norma deve essere compatibile con tutte le altre, di fatto inservibile.
Ciò toglie senso alla fatica dello scrivere, che sarebbe il meno, ma anche dell’operare perché in Italia i problemi, si tratti della questione meridionale o di quella dell’ordinamento giudiziario, restano eternamente gli stessi (in proposito c’è una divertente filastrocca di Ennio Flaiano in Solitudine del satiro) e ogni tentativo di cambiamento, si tratti di Mani Pulite o del progetto di legge Bonafede, viene osteggiato e, se proprio non è possibile toglierlo brutalmente di mezzo, alla fine implacabilmente aggirato.

Massimo Fini
(Il Fatto Quotidiano, 9 novembre 2018)


mercoledì 7 novembre 2018

Sulle letture di portfolio fotografici e su altro.



Il mondo della fotografia, come tutte le forme artistiche, si presenta alquanto variegato e per molti aspetti alimenta spunti per argomentare, magari contrapponendo spesso proposte e tesi diverse.
L'utilità in ogni dibattito è comunque costituita dalla chiara illustrazione dei rispettivi punti di vista.
Ogni posizione e proposta ha una sua valenza che può essere accettata, parzialmente condivisa o rifiutata, importanti rimangono comunque le esposizioni delle proprie tesi a supporto.
Per quanto mi riguarda, correndo sempre più il rischio di apparire autoreferenziale, se è il caso mi piace sollevare contestazioni o critiche prendendo spunto da realizzazioni che mi riguardano direttamente.
Qualche tempo fa ho anche avuto modo di contestare apertamente sull'operato di giurie accomunate in un circuito di tre concorsi, argomentando specificatamente le mie perplessità in merito alla non ammissione di nessuna delle foto da me presentate (per chi avesse la curiosità di approfondire rimando all'articolo "Quando i risultati non corrispondono per nulla alle aspettative" e ai diversi commenti successivamente scaturiti).
Presunzione dirà qualcuno o forse tanti. No, obietto io, è semplicemente ricerca di chiarezza.
Per completezza devo ricordare che io stesso sono stato anche autore di un altro articolo "Fotografia: Concorsi a premi, onorificenze e corsie privilegiate" in cui accolgo e difendo l’insindacabilità dei giudizi delle giurie, collegandole sempre a casualità legate anche al contesto di concorrenti ed al coesistere con altre valide opere da giudicare.
Continuando sempre sulla scia di voler assicurare trasparenza alle tante sfaccettature e chiavi di lettura possibili in fotografia, ho di recente pensato di sottoporre all'attenzione di appassionati le possibili diverse letture/interpretazioni derivanti da differenti critici su un unico portfolio fotografico.
L’esperimento riesce a dimostrare come tutte le letture siano di per se legittime, specie se sviluppate secondo presupposti, con logiche comunemente condivise e supportate sempre da onestà intellettuale.
Nello specifico, quindi, ho approntato in un paio di giorni un mio racconto semplice, costituito da quindici foto (in copertina) riguardanti il "Cimitero dei Carusi", ubicato nei pressi di Caltanissetta, che custodisce i resti dei minatori bambini coinvolti nel drammatico incidente occorso nel lontano 1881, nella miniera di zolfo di Gessolungo.
I quattro video amatoriali, realizzati per lo scopo, durante la giornata dedicata ai "portfolio" in seno all'evento "TrapaninPhoto" dello scorso ottobre, sono pubblicati separatamente su You Tube e registrano le interessanti differenti letture effettuate da Sandro Iovine, Giammarco Maraviglia, Pippo Pappalardo e Fabio Savagnone.
Chi avesse curiosità al riguardo, attraverso una visione potrà formularsi una propria opinione in argomento e verificare come alcuni aspetti accomunino tutti in giudizi univoci, mentre altri aspetti si differenziano secondo le specificità e le caratteristiche dei singoli critici.

Buona luce a tutti!

© Essec


martedì 6 novembre 2018

Miracolo a Milano: senza luce per soldi


Storie di ordinaria follia. Abito in un palazzo anni Cinquanta, brutto come quasi tutti gli edifici costruiti in quell’epoca. Fu un’iniziativa di una cooperativa di giornalisti che, informati meglio degli altri (allora succedeva), sapevano che di lì a poco sarebbe sorta nei pressi la city e quindi che il palazzo, costruito su un terrain vague, regalo dei bombardamenti angloamericani, avrebbe moltiplicato il suo valore. E’ stato abitato da personaggi noti del mondo della cultura, Achille Campanile, Paolo Murialdi, Giovanni Mosca. Venne costruito male da un architetto, l’architetto Guagliumi. Per dire delle sue capacità per sé si fece un appartamento nel quale per andare dalla camera da letto al bagno bisognava passare, allo scoperto, dal balcone e quando a Milano ci fu un terremoto di infima portata era tanto sicuro di quello che aveva costruito che si precipitò in strada temendo che l’edificio fosse crollato. Con queste premesse il palazzo ha avuto sempre dei problemi strutturali. Ultimamente riguardavano il decimo e ultimo piano. Si trattava di fare dei lavori con delle normali gru. Ma all’attuale amministratore e ai coinquilini venne la bella idea, per rifarsi delle spese e guadagnarci qualcosa, di far costruire una gigantesca impalcatura che copre tutta la facciata fino al decimo piano per potervi installare una pubblicità. La prima fu di Sky, quella che fa tutta una campagna, molto meritoria, contro la plastica ma non disdegna di coprire di plastica un intero grattacielo. Business is business. Respirare plastica non è il massimo per la salute. Ma il vero problema è un altro. Il telone pubblicitario e l’impalcatura che lo sostiene tengono completamente al buio le nostre abitazioni. Viviamo peggio dei carcerati che almeno con la ‘bocca di lupo’ uno spicchio di cielo lo vedono. Ora, non è necessario essere un neurologo e nemmeno un medico ma semplicemente una persona che abbia conservato un po’ di senso comune per sapere che la privazione permanente della luce e dell’aria causa gravi problemi alla salute, in particolare depressione e nevrosi (insieme al waterboarding è uno dei sistemi di tortura per estorcere confessioni da terroristi o presunti tali in qualche carcere speciale). Qual è il compenso alle privazioni cui ci stiamo sottoponendo: 1.000 euro al mese a inquilino. Il nostro palazzo, quasi nel centro di Milano, venti minuti a piedi da piazza Duomo, è abitato da persone benestanti alle quali 1.000 euro in più per qualche mese non cambiano certamente la vita. Eppure per 1.000 euro al mese ci siamo venduti la luce, l’aria, pezzi di salute e, a mio modesto avviso, anche la dignità. Ho chiesto alla mia domestica rumena i cui genitori sono rimasti in Romania e non se la passano esattamente bene se suo padre avrebbe accettato di farsi privare della luce e dell’aria per mesi. “Mai nella vita” ha risposto.
Nella mia via, dalla parte opposta, c’è un grattacielo prestigioso, il cosiddetto ‘grattacielo rosso’. Ne conosco bene le abitazioni perché in gioventù vi andavo a pelare a poker i ragazzi della Milano-bene (la sola cosa meritoria che abbia fatto nella mia vita) a casa di Roberto Martone figlio di Vincenzo Martone padrone della Marvin a quei tempi un’importante azienda specializzata in prodotti farmaceutici e cosmetici. Vi abitavano anche i Vecchioni, i genitori del cantante. Sono appartamenti estremamente lussuosi e non per nulla Salvatore Ligresti, che aveva saccheggiato la Milano delle periferie costruendovi edifici dal gusto, diciamo così, imbarazzante, soprattutto sui terreni verdi delle scuderie intorno agli ippodromi di San Siro, per i suoi uffici aveva scelto il ‘grattacielo rosso’. Ebbene anche i locupletari proprietari o affittuari di queste lussuose e prestigiose abitazioni si son fatti coprire, per intero, entrambe le facciate dalle pubblicità e come noi vivono tutto il giorno senza luce e senz’aria. Che il denaro sia “lo sterco del Demonio” lo ha detto Martin Lutero ma davvero non pensavamo che la sua potenza arrivasse a travolgere, per degli spiccioli, perché a quei livelli tali sono, anche persone che non ne hanno alcun bisogno. Evidentemente oggi il denaro spazza via tutto, non solo i valori etici, la dignità, non solo i valori esistenziali, una ragionevole qualità della vita, ma anche quelli estetici. E a questo proposito c’è una domanda che vorremmo porre all’assessore all’urbanistica di Milano. Sarà anche tutto lecito ma una città è fatta dei suoi palazzi, delle sue abitazioni, dei suoi monumenti, delle sue chiese, se li ricopriamo e li nascondiamo con la pubblicità, cioè ancora e sempre per denaro, che ne resta? Quando Ridley Scott nel suo Blade Runner immaginò le pubblicità parlanti non era che un dilettante.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 1 novembre 2018)


lunedì 5 novembre 2018

Un breve racconto sulla nascita di una bella foto.



Chiamato a partecipare al meeting, programmato per celebrare l’ennesima giornata della fotografia, partecipo con poco entusiasmo; obiettivo principale è infatti quello di fotografare delle modelle, nelle solite pose e con il ricorrente stuolo di paparazzi che, in taluni casi, nei gruppi, rappresentano dei personaggi.
Girando negli ambienti, mi capita però di vedere anche un manufatto interessante, una scala a chiocciola particolare, che di per sé intriga, sia per la sua struttura che per l’artigianalità associata a un qualcosa di artistico.
Poi capita pure di intravedere un’idea, indotta dallo scatto di un amico che ho vicino, e così incomincio a elaborare una personale chiave di lettura, immaginando un mio film.
Come accade spesso in queste circostanze “da cosa nasce cosa”, allora comincio a intervenire con accorgimenti, in modo che il racconto vada sempre più a completarsi.
A un certo punto però la disponibilità del soggetto che fin qui si era prestato casualmente al gioco comune si ferma e ci abbandona.
La mente però non si rassegna, perchè io continuo intanto a immaginare qualcosa di più.
Nella mia fantasia si definisce ormai chiara un’immagine che necessita solamente di essere fissata con i pixel.
Allora attendo con pazienza che le modelle portino a compimento le loro azioni e poter sceglierne una che magari collabori e si presti a realizzare quella mia narrazione.
Fortunatamente riesco a indurre il soggetto ad accettare ma, nonostante si posizioni secondo specifiche indicazioni, mi accorgo che la cosa non funziona.
Allora rendo la modella complice dell’idea mostrandole gli scatti che ho realizzato fino a quel momento: Eureka!
Il progetto viene percepito, raccolto in pieno e l’entusiasmo ora si palesa con una piena collaborazione partecipativa.
Si ritorna alle posizioni di prima e adesso ad ogni input corrisponde puntuale una risposta.
Anzi di più, perché la modella ora assume iniziative autonome che generano una serie ininterrotta di scene.
La macchina fotografica va in crisi e io impazzisco con essa, perché non riesco a tenere più il ritmo creativo della complice che genera continue soluzioni, con entusiastica lena.
Alla fine sono ampiamente contento e penso anche lei.
Già soddisfatto dei risultati accennati dal visore, immagino che il computer mi saprà restituire delle immagini perfette o per lo meno vicine all’ideato.
Non mi ero sbagliato.
Anche questa volta sono riuscito a trovare una strada per il mio divertimento creativo.
Questo è l’aspetto ludico che dovremmo ricercare tutti e che dovrebbe sottostare al modo leggero di vivere il variegato mondo della fotografia.

Buona luce a tutti!

© Essec


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giovedì 1 novembre 2018

Galleria Studio: 31 ottobre 2018


Ne avevo già sentito parlare ma non pensavo potesse essere interessante più di tanto. 
Immaginavo che la Galleria fosse una delle tante iniziative autocelebrative che rivelano finalità scontate. Il ricevere per appuntamento poi. 
Invece l'esperienza è stata un turbinio di piacevoli sorprese. 
Intanto rivelava raggio di luce in una delle tante oasi che si nascondono nel panorama cittadino che custodisce con sapienza angoli di cultura, nello specifico fotografica, curata con professionalità e passione da un gallerista specializzato al passo col tempo. 
L'illustrazione della mostra che andavamo a visitare è stata, pertanto, un’immersione nella storia della fotografia. 
Ogni immagine proposta ha costituito spunto per agganci ad altri fotografi e non solo. 
Per noi, la scoperta dei “neri” di Gianni Berengo Gardin, accostato ad Henry Cartier Bresson per il suo lirismo della sua fotografia,  che andava a superare fra i primi il trauma del dopoguerra che ancora legava il nero alle nefandezze del regime fascista e della repentina distruzione e sostituzione delle stesse immagini in precedenza stampate in toni chiari, seguendo le mode del tempo; la lettura dell’ideologia politica sottostante agli scatti fotografici di Fulvio Roiter (più noto per i suoi scatti su Venezia); l'accostamento di Mario Giacomelli (quello dei pretini e delle donne di Scanno) alle produzioni fotografiche e le sue tecniche di stampa "sottrattiva"; la creatività e varietà' delle foto di Enzo Sellerio (anche coeditore, con la moglie Elvira Giorgianni, della nota casa editrice dei romanzi sul Commissario Montalbano di Andrea Camilleri), verista, impressionista, descrittivo; le immagini del paparazzo Tazio Secchiaroli, contrapposte ai suoi altrettanto splendidi ritratti realizzati negli anni sessanta; le tendenze emulative della fotografia pittorica/scultorica e i relativi utilizzi della luce; tante altre fotografie esposte e le relative anedottiche o complesse storie. 
Insomma, in un pomeriggio, un piccolo e intriso trattato di fotografia. 
Catturati dall’eleganza espositiva del padrone di casa, in compagnia poi di una fresca bottiglia di prosecco e accomodati in un accogliente salotto circondato da carte, volumi e una miriade di stampe fotografiche, si è continuato a dialogare su argomenti di fotografia. Racconti, storie, competizioni, contraddizioni, contapposizioni, connubi, positività, gelosie. 
Riferimenti non potevano mancare su Letizia Battaglia, assurta alla piena notorieta per le fotografie sugli omicidi di mafia, per parlare anche della casualità spesso connessa alla nascita di un fotografo professionista, della mancata opportunità in una prospettata e fattibile creazione di un organico museo della fotografia cittadino, dell’idea sottostante alla realizzazione del Centro Internazionale di Fotografia, delle sue prospettive future e della attuale gestione. 
Risvolti dell’origine del Mibact del Ministro Franceschini, delegato nella gestione fattuale alla Bravetta, dei relativi retroscena e dei possibili futuri sviluppi dell’intero progetto ad oggi. 
Più in generale, sono anche emersi pareri sulle visioni culturali delle amministrazioni pubbliche del territorio in merito alla gestione delle tante iniziative attuate e in corso, alle relative sponsorizzazioni e a tanto altro. 
In tutto questo discutere, non rendendosi conto che il tempo era intanto volato. 
Circa tre ore ad ascoltare e disquisire su argomenti di un notevole interesse che accomunavano coinvolgendo. 
In conclusione un pomeriggio ben investito, che dimostra ancora una volta come essere prevenuto non paga, con tutti quanti soddisfatti nell'aver visto tante opere esposte, assaporandone a pieno contenuti, storia e suggestione.

Buona luce a tutti!



© Essec


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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)

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