"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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giovedì 22 giugno 2023

La fotocamera … molto più di un apparecchio di registrazione. (di Giancarlo Torresani)



Occorre molta fortuna nel riuscire a coinvolgere, nel commentare una mostra fotografica, due autorevoli firme che, con autonomi interventi scritti, sono riusciti a impreziosire l'intento solo sperato dai due autori. Daniela Sidari con la sua presentazione a “Photographies” (sottotitolo “Viaggi ....”) ha fornito una descrizione che ha potuto poi verificare di persona (avendo visitato in questi giorni la mostra), Giancarlo Torresani viene oggi ad arricchire il quadro, con il testo appena pervenuto e che si riporta di seguito.

Per chi volesse visionare lo slide show della mostra combinata dei due viaggi il link è https://youtu.be/TvRDHDGqNEE Per chi volesse visitarla di persona, potrà scoprire l'allestimento un pò atipico immaginato dagli autori e che ha creato una certa interazione fra i due differenti generi fotografici in mostra.

Buona luce a tutti!


© ESSEC

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La fotocamera … molto più di un apparecchio di registrazione.

Uno dei tanti visitatori di “PHOTOGRAPHIES - Viaggi … di Gregorio Bertolini e Salvatore Clemente” si sarà chiesto: perché due fotografi (dalla diversa cifra) hanno deciso di allestire una mostra fotografica assieme? Una mostra, cosiddetta, dovrebbe rispecchiare le idee dell'autore … come possono allora due autori convivere (nella stessa galleria) con due idee diverse?
Premesso che arrivare a comporre una mostra fotografica (fare editing) non è un impegno facile, riuscire nell’impresa è una tappa importante che mette fine ad un “discorso” intrapreso (dagli autori) molto tempo prima, è un dono ai visitatori, oltre che un chiudere una porta fiduciosi di riuscire in futuro ad aprirne altre.
Quando pensiamo ad una mostra fotografica come l’esposizione di un “progetto” articolato e motivato (non un insieme di “belle” foto, ma un insieme che risponde a due domande: cosa hai fatto e perché lo hai fatto) non dimentichiamo che la fotografia è un linguaggio in grado di esprimere visivamente un punto di vista, il pensiero dell’autore; e che due linguaggi diversi possono confluire in un unico “progetto” dove la possibile evoluzione del tempo che scorre è fatto di accelerazioni, rallentamenti, pause, urla e silenzi, una melodia, un ritmo, un respiro che pulsa come il sangue che scorre nelle vene.
Se diverse potrebbero essere le risposte alle domande iniziali, ad esempio: per amicizia, per empatia, per un progetto condiviso, per una questione meramente economica … possiamo trovare la chiave di volta nella parola “viaggi” (vedi titolo della mostra).
Viaggi è un termine che può evocare (nella mente del curioso visitatore) una grande opera che ben riassume i vari significati concreti e simbolici: mi riferisco all’Odissea.
L’Odissea è un poema che, oltre all’avventuroso ritorno in patria del suo eroe Ulisse, rappresenta allo stesso tempo la volontà di portare a compimento una missione accompagnata dalla paura e dall’ansia di conoscere e tentare nuove imprese e nuovi episodi. Ulisse (come i due autori di questa mostra) rappresenta l’intelligenza e la curiosità, un personaggio assolutamente moderno e complesso.
Nel vedere (nell’osservare) PHOTOGRAPHIES, mostra già ben descritta nella presentazione di Daniela Sidari, quel “visitatore” non potrà non cogliere la presenza di un progetto ricco di significati metaforici e simbolici che si avvale di un linguaggio per immagini che arrivano direttamente, evocando sensazioni ed emozioni diverse nel lettore.
Il “viaggio intimo” di Gregorio Bertolini rappresenta il risultato di una ricerca decennale (work in progress) un lavoro composto tramite immagini dai vigorosi bianchi e neri (fermi, mossi e a volte solo suggeriti) che tracciano i contorni di una realtà ricca di emozioni legate ad un certo modo di sentire, al vissuto dell’autore, che si interroga sulla propria esistenza.
Noi pensiamo di scattare foto per catturare spicchi di realtà, ma non è così; la verità è che quando fotografiamo mettiamo a fuoco la nostra interiorità usando ciò che vediamo al nostro esterno.
Ciò che conta è il frammento di un’esperienza, parziale e permanente, che la fotografia può trovare, quell’unica verità che esiste solo nel punto in cui il senso del tempo del fotografo e la natura frammentaria del mondo si incontrano. Le foto concettuali di Bertolini esteriorizzano ed amplificano certe nostre emozioni; guardarle è come guardarsi dentro nel bene e nel male.
Farlo può strappare sensazioni, paure, fragilità nascoste e mai liberate.

Secondo John Berger il nostro modo di vedere è condizionato socialmente dal nostro habitus e dalle nostre esperienze. Il linguaggio fotografico è senza dubbio uno dei tanti aspetti della comunicazione contemporanea, non solo quando si viaggia, per passione o per lavoro, ma anche quando si fotografa ciò che non appartiene alla nostra cultura, per documentare, comparare, ricordare.
Ed è qui che troviamo lo sguardo di Salvatore (Toti) Clemente che, dai due viaggi in Cina (effettuati nel 1991 e nel 1995) recupera le sue vecchie dia-color (poi digitalizzate) per raccontarci la Cina di quegli anni. Un abile utilizzo (potremmo dire) del materiale fotografico per analizzare e studiare: altre culture, usi e costumi, tratti somatici di altri popoli, una vera e propria ricerca socio-antropologica.
Osservando questo caleidoscopico “album” di ricordi non possiamo non riconoscere che viaggiare, e fotografare, permette di incontrare e capire luoghi e mondi diversi, scoprire religioni diverse, cibi nuovi, modi di vestire e di parlare … altre culture nelle quali, nonostante le mille difficoltà, ci sono ancora persone pronte a regalarci un sorriso spontaneo.
Questa è la potenza del ritratto, che emerge predominante dall’indagine fotografica di Clemente; volti nei quali leggiamo le emozioni che il fotografo desiderava trasmetterci; non solo volti, non solo il colore della pelle e dei capelli, i lineamenti diversi … ma volti che rappresentano i “segni” del trascorrere del tempo. Ogni sguardo, ogni ruga, ogni espressione di quei visi racchiudono in sé i ricordi legati all’esperienza dei tanti incontri che il viaggio ha donato.
Una fotografia non può essere sempre perfetta, dal punto di vista tecnico, ma può trasmettere la sensibilità del suo autore. Sono le foto stesse che trasmettono il loro essere e lasciano immaginare quei luoghi e quelle persone. Le potenzialità espressive della fotografia sono davvero sorprendenti; se il fotografo riesce ad immortale in pochi centesimi di secondo ciò che vede e sente … sarà poi la percezione di chi guarda a dare un senso a quelle foto.
Scriveva Orson Welles : “la fotocamera è molto più di un apparecchio di registrazione, è un mezzo attraverso il quale i messaggi ci raggiungono da un altro mondo.”
Sperando d’aver risposto (e fugato gli ulteriori dubbi) a quel “curioso” visitatore, non mi resta che salutarlo e augurargli una “buona visione” di questa mostra.

(1) John Peter Berger (1926-2017) è stato un critico d’arte, scrittore e pittore britannico. (2) George Orson Welles (1915-1985) è stato un attore, regista, sceneggiatore, drammaturgo e produttore cinematografico statunitense.

giovedì 30 marzo 2023

Nel portfolio fotografico, in ogni caso, tutto è oggetto di dibattito e confronto



Non poteva esserci alcun dubbio. La dottrina associata al garbo, che costituiscono una costante nelle lezioni del Prof Torresani, hanno colpito ancora; lasciando l’ennesimo segno sul come una passione può essere goduta più proficuamente attraverso spensieratezza e allegria.
Un week end che, condensando in un unicum: teoria, pratica, dritte, supervisione e le necessarie modifiche apportate dall’esperto docente, ha in ultimo prodotto una serie di portfolio fotografici centrati e appaganti per tutti.
L’esordio per chi si accingeva a praticare questa branca fotografica, ha pure rivelato delle attitudini naturali prima sconosciute che, per quanto ideato e prodotto, ha costituito una positiva sorpresa.
In ogni caso, il “cum grano salis” che il Prof Giancarlo Torresani ha richiamato più volte, in special modo riguardo al giusto dosaggio delle immagini che sono necessarie a completare un messaggio, hanno sottolineato l’attenzione preminente del mantenere un equilibrio fra linguaggio visivo e idea progettuale sottostante. Dosaggio fondamentale che è stato oggetto di dimostrazione pratica nell'ottimizzare i risultati dei quattordici lavori presentati dai partecipanti, come prova pratica dell'aspetto più proficuo del work shop.
Chi era più addentro all’argomento conosceva bene quelli che sono i rischi più ricorrenti quando ci si avventura a preparare un portfolio. Un’attenzione particolare è stata, quindi, posta sull’editing delle foto che ogni partecipante aveva precedentemente scelto per il proprio lavoro, eliminando - con giustificati motivi condivisi - ripetizioni, ridondanze, o curando cromie, rimodulando la successione delle sequenze.
Il tutto fatto sempre con la partecipazione attiva e il pieno coinvolgimento non solo del proponente ma anche valutando i pareri che venivano espressi dagli altri autori, in qualità di spettatori.
Tutti i partecipanti, incrociandosi nei ruoli, hanno infatti assistito alla revisione di ogni singolo portfolio, potendo sempre interagire con il docente per concordare le soluzioni ritenute più opportune.
Per quanto ovvio, quindi, al temine del terzo giorno tutti sono rimasti ampiamente soddisfatti del lavoro svolto, in base ai percorsi comuni che avevano portato ai singoli risultati.
Per la cronaca, il tema prevalente dei portfolio preparati durante il corso è stato quello documentario, anche perché il più facile da poter realizzare in mezza giornata, ma non è mancata la narrativa tematica e anche, per taluni aspetti, la narrativa artistica.
C’è stato chi ha utilizzato fotografie d’archivio e chi, invece, ha realizzato il proprio portfolio con immagini estemporanee, seguendo l’idea di un progetto o utilizzando i risultati di escursioni fotografiche "aperte", senza avere aprioristicamente un’idea ben precisa.
Le diversificazioni che ne sono derivate hanno pertanto anche offerto moltissimi spunti su come è possibile ideare un portfolio fotografico, curando i molteplici aspetti necessari a rendere fluido un racconto.
Alla fine del work shop ciascuno è rimasto pienamente soddisfatto e contento per gli apprendimenti acquisiti, avendo potuto partecipare dal di dentro a tutte le fasi che identificano una prassi fotografica che oggi va per la maggiore ma che, per ovvi motivi, rimane complessa.
Scuole di pensiero si incrociano sull’argomento portfolio e le continue innovazioni via via introdotte vanno ad allargare sempre più i confini schematici sottostanti, che introducono, oltre a nuove regole, inclusioni di elementi visivi che non sempre si attengono ai canoni classici e specifici tipici di una fotografia.
Ma ci sta, poiché nel campo artistico tutti i paletti non sono mai fissati in modo rigido. Anzi, vengono spesso spostati in relazione alle temporalità e al pensiero culturale prevalente del momento.
Resta importante il poter riconoscere quella creatività che conferisce un senso a tutto ciò che chi realizza e che ci si accinge a proporre.
Nel portfolio fotografico, in ogni caso e in particolar modo, tutto è sempre oggetto di confronto e soggetto ad un eventuale dibattito, per cercare di addivenire a risultati comunque mai assoluti, che lasciano a ognuno la possibilità di un giudizio personale (condivisibile o meno, a questo punto, poco importa).

Buona luce a tutti!

© ESSEC

martedì 21 giugno 2022

E ricordati che il tempo vola. E noi no.



Mi capita spesso che, mentre cerco di esprimere un pensiero composito, arriva in aiuto la lettura di un qualcosa scritto da soggetti genialoidi che riescono a condensare concetti semplici e complessi in un tutt’uno.
Mi è accaduto anche oggi leggendo un post su Alessandro Bergonzoni pubblicato su Facebook e che ho pure condiviso.
“E la madre gli disse: Non essere ingenuo, non credere a tutto quello che ti dicono; sappi che il miglio non è l’unità di misura dei canarini, che i malati di mente vanno pazzi per certe caramelle, che Pino Daniele è il nome proprio di un albero e che fa diesis non è musica ma matematica, e cioè la somma di cinques più cinques! Abbi fiducia in te stesso! Applicati ma non inchiodarti.
E ricordati che il tempo vola. E noi no.
Ma il peggio sarebbe se noi volassimo e il tempo no.
Il cielo sarebbe pieno di uomini con gli orologi fermi”.
Senza voler risultare minimamente irriguardoso con le lezioni dell’amico Giancarlo, credo che le considerazioni ambigue e contemporaneamente esilaranti di Bergonzoni possono in qualche modo calzare con quanto mi accingo a scrivere.
La seconda parte del corso di formazione per aspiranti giudici di concorsi fotografici (Seminario si 2° livello Master sulla lettura e valutazione della foto singola) costituiva un approfondimento dei criteri sottostanti all’esame valutativo degli elementi che caratterizzano immagini in competizione.
La tornata formativa del primo corso (Lettura e valutazione dell’immagine singola), seguendo un tracciato sperimentato da Sergio Magni, si soffermava essenzialmente sulla valutazione interna ed esterna delle fotografie, con una particolare attenzione rivolta a criteri oggettivi, inerenti soprattutto agli aspetti tecnici insiti nelle immagini.
Questa seconda parte, invece, veniva a mettere in campo ulteriori criteri innovativi tendenti a valutare con maggiori elementi di analisi il significato delle immagini; soffermandosi sui vari aspetti, secondo una visione più moderna, che andava anche a recepire nuovi elementi emersi attraverso tanti criteri di lettura lungamente sperimentati, codificati e riconosciuti.
Entrambe le dispense distribuite ai corsisti nei due seminari, già costituivano una sintesi schematica dei percorsi logici da perseguire, raccogliendo e organizzando i metodi teorico-valutativi da applicare seguendo degli step sequenziali e progressivi.
Le piene coincidenze nelle prove pratiche con i criteri teorizzati, attuate a conclusione di entrambi i seminari, hanno, peraltro, portato a certificare la bontà dei metodi e la valenza di entrambi i corsi.
Nella sessione che mi ha visto coinvolto, alla chiusura del secondo corso, peraltro, una strana coincidenza portò pure a combinare le foto secondo i desiderata dei singoli corsisti. È accaduto, infatti, che le letture delle tre foto sorteggiate ad altrettante coppie casuali mettessero insieme punti di vista similari, mentre quelle delle restanti sette foto - assegnate ai rimanenti lettori - determinassero sostanzialmente risultati calzanti con la sostanziale concettualizzazione di quanto era stato appreso.
Per quanto ovvio nella fotografia, tutte quante le letture rispecchiavano, evidenziandole, le caratteristiche individuali dei singoli; in più, interventi degli altri presenti riuscivano pure ad ampliare il raggio, stimolando anche punti di vista difformi, sempre validamente argomentati attraverso analisi indotte dai contenuti del corso.
Il tutto si è svolto attraverso discussioni pacate e, nel caso, abilmente orientate e mediate dal docente.
Del resto lo schema finale proposto agli aspiranti giurati, articolato secondo un percorso logico settoriale, tendeva a mettere in luce “le abilità di lettura e comprensione delle immagini, passando attraverso un percorso basato su una serie di competenze relative alla decodificazione in ambito: tecnico, semantico, grammaticale, pragmatico”; costituiva, cioè, la sintesi pratica di tutti i concetti esplicitati nel Master.
Ho potuto osservare ancora una volta che la passione comune per la fotografia è certamente prevalsa, lasciando anche ampio spazio all’aspetto ludico sempre costruttivo che torna utile mantenere.
In nessun caso sono emersi pareri assolutistici e anche i tanti “secondo me” possibilisti hanno offerto spiragli per letture e giudizi contrapposti, ma sempre coerenti con le logiche apprese.
Il corso è quindi stato, ancora una volta, con l'attenta docenza Torresani, una palestra utile a praticare fattivamente il confronto e la tolleranza, consentendo anche la possibile coabitazione di opinioni diverse, senza che nessuno avanzasse alcuna pretesa di voler affermare l’assolutezza del proprio verbo, in una dialettica basata su competenze, elastica e scevra da preconcetti.
È auspicabile che questa ennesima operazione divulgativa “Torresani”, ulteriore tappa di un composito suo percorso didattico curato con passione, possa anche trovare sbocco in una operazione editoriale che tornerebbe utile a tutti gli appassionati di fotografia e, più in generale, agli amanti delle arti visive.
Condividendo sostanzialmente il contenuto di questo scritto, Giancarlo Torresani mi suggerisce anche di aggiungere delle sue considerazioni. Ovvero “l’urgenza culturale (spesso disattesa) della comunicazione visiva nell’ambito scolastico, a mio avviso orfano di quel rinnovamento che spesso viene conclamato e che alla fine non va oltre certe dichiarazione di buone intenzioni; nonostante il dilagare dell’importanza dei messaggi che quotidianamente e costantemente riceviamo, e trasmettiamo, tramite le immagini. Le conseguenze tutt’altro che marginali, di questa latitanza, andrebbero prese in debita considerazione a partire dalla scuola e non solo dal “volontariato” di chi crede in queste cose; se così accadesse (forse) si potrebbe ridurre quel divario che separa la comunicazione visiva tra l’interno e l'esterno del campo scolastico contribuendo alla crescita della necessaria esperienza formativa nell’ambito della comunicazione visiva la cui mancanza è spesso origine di incomprensioni e fraintendimenti.”
Come si può non essere d’accordo con chi la didattica l’ha lungamente praticata come professione e in modo pieno ed impegnato?

Buona luce a tutti!

© ESSEC

martedì 20 aprile 2021

Pippo Pappalardo interviene sull'articolo incentrato sulla serata di Giancarlo Torresani dedicata a Federico Vender



In risposta al mio racconto della serata su Federico Vender, promossa da Manuela Gennburg, Presidente del Gruppo Venetofotografia, e felicemente condotta con la solita professionalità e precisione da Giancarlo Torresani, un sollecito riscontro di Pippo Pappalardo, approfondisce e evidenzia aspetti che certamente io non sarei mai stato in grado di affrontare nello stesso livello contenutistico e espositivo. Riporto di seguito quanto ricevuto.

"Caro Toti,
il lodevole tentativo di riprendere in mano le vicende della fotografia italiana e analizzarne i percorsi estetici, storici, politici come pure quelli di costume e di tendenza, deve fare i conti con i dispositivi espositivi che intende adoperare.
In tal senso non può bastare l’eroico e competentissimo contributo del caro Giancarlo, costretto in un paio di ore a sviscerare la complessa vicenda dell’esperienza fotografica di Federico Vender e del suo contributo alla storia nazionale della fotografia.
Il pregevole, come sempre peraltro, intervento di Torresani intendeva riprendere in mano il personaggio e la personalità del fotografo scomparso; quindi metterne a fuoco, a memoria futura, i caratteri per noi fotoamatori più significativi, traendo dall’oblio la sua opera e ricollocarla, grazie ad una attenzione riconquistata, nel suo giusto posto.
Questo lavoro ieri sera è stato realizzato ma siamo ancora agli inizi. Per proseguirlo dobbiamo per una parte, tornare indietro e ricostruire le informazioni che ci mancano (ed i nostri amici ne sanno assai) un’altra parte, proiettarci in avanti corredati, però, dagli studi biografici e scientifici che esistono e che sono, in gran parte, assolutamente disponibili.
Fare insomma quello che è stato fatto attorno a Paolo Monti, la cui eredità artistica prima ancora che materiale, è stata travagliata, turbata e malridotta nonostante il valore assoluto della sua persona. Solo da qualche anno ci possiamo accostare alla sua fotografia con minore sufficienza e approssimazione, consapevoli della storia, fotografica e no, prima di lui e dopo di lui (peraltro i suoi compagni di lavoro per gran parte, sono ancora viventi e pronti a testimoniare). I libri attorno alla vicenda della Gondola sono tantissimi e, per di più, la Gondola è viva e vegeta.
Altra storia è quella di Cavalli, personaggio più complesso. Ma, bada bene, non trattasi di una storia difficile o dimenticata. Tutt’altro! La vicenda è ben documentata e tantissimo sappiamo delle opere della Bussola e dei suoi soci e molto sapremo quando gli eredi Cavalli svincoleranno l’accesso al patrimonio del fotografo.
Quindi, riprendendo le tue considerazioni, capisci bene che, alla luce di quanto sopra, esiste solo un problema di seria esegesi storica da effettuare anche per il nostro amico, mancando la quale dobbiamo supplire con l’efficiente strumento Torresani il quale armato di buona volontà toglie la polvere dalle pagine e ci tira, benevolmente, le orecchie perché magari non abbiamo studiato.
Solo quando avremo studiato, potremo verificare la qualità di quanto ci ha fatto vedere il nostro maestro Torresani. Per adesso dobbiamo fiduciosamente raccogliere il suo invito e andare avanti, senza distrarci e fidandoci del buono e tanto che sta dietro di noi; e magari cercando non lontano dalle tue parti.
Ti ricorderai certamente di Paolo Morello, palermitano ed eccellente storico della fotografia; ti ricorderai di Diego Mormorio, siciliano e trapanese, altro insigne storico, ed amico a me caro: ti rimando ai loro libri, che possono bastare per allargare l’orizzonte di cui ieri sera Giancarlo ci ha fatto intravedere i colori, ma possono, di riflesso, accendere nuovamente i riflettori su un dibattito culturale che pensavamo sopito ma che ieri sera l’acume di Giancarlo ha fatto risorgere.
F.to Pippo Pappalardo."

Buona luce a tutti!

© ESSEC

Giancarlo Torresani ci racconta Federico Vender



Molti cultori di fotografia certamente sono a conoscenza del fatto che soli pochi circoli fotografici, nati nel Nord dell’Italia nel primo dopoguerra, hanno fortemente influenzato l’intero mondo della fotografia nazionale; con l’intento di promuoverla come forma d’arte dal punto di vista professionale e rivalutarla rispetto al ruolo prettamente documentaristico cui comunemente veniva fino ad allora associata. Introducendo, ciò, veniva anche portata avanti l’idea e l’intenzione di sviluppare e innovarne i principi ispiratori, nonchè i potenziali specifici canoni espressivi e creativi del settore.
Si sta parlando de “La Bussola” (1947), nata a Milano, della “Gondola” (1948), della ”Associazione fotografica Misa” (1954) e del “Gruppo friulano per una nuova fotografia” (1955).
Com’è naturale che sia, vuoi per indirizzare e diversificare intenti personali nell’ambito associativo, vuoi per un sovraffollamento intervenuto in circoli preesistenti, alcuni dei fotografi fondatori delle prime realtà andranno poi a costituire o a confluire via via in aggregazioni nate successivamente, per sviluppare nuove idee e rinnovare scuole di pensiero.
Attraverso il web si può facilmente apprendere che i principali membri fondatori del primo gruppo storico furono Giuseppe Cavalli, Mario Finazzi, Ferruccio Leiss, Federico Vender e Luigi Veronesi, che firmarono il Manifesto del gruppo fotografico La Bussola, pubblicato, nel maggio del 1947, sulla rivista "Ferrania”.
Ci si sta soffermando a parlare de “la Bussola” perché Federico Vender è stato il fotografo su cui Giancarlo Torresani ha incentrato recentemente una sua serata streaming, organizzata dal gruppo “Venetofotografia” e rivolta a intrattenere un attento e trasversale (in età e non solo) pubblico di appassionati di fotografia.
Un fotografo, Vender, che mostra tante ombre. Anche per una scarna produzione di opere oggi rimaste che, a detta di chi lo ha raccontato, ad un certo punto sembra distaccarsi da tutto quello che è stato il suo modo di essere. Fin quasi ad arrivare anche al punto di quasi autocensurarsi, nel salvare solo una parte della sua maggiore produzione fotografica e senza che, apparentemente, nessuno sia stato forse in grado di interferire sulle sue decisioni.
Un evidente interprete e prosecutore d’idee e visioni d’avanguardia che nel postfascismo si dedica quasi interamente ad una forma espressiva nuova per quel momento (fotoromanzo) e che in brevissimo tempo andrà a riscuotere un grande successo popolare.
E' il fotoromanzo, infatti, che lo vede fra i suoi maggiori realizzatori. Come direttore della fotografia avrà modo di gestire le principali produzioni delle riviste del tempo, un'attività che lo assorbe e gli consente di dedicarsi a un genere che per un verso diventa strumento di cultura popolare e dall’altro alimenta incontri sempre nuovi con personaggi che si andranno in breve ad annoverare nei tanti attori in erba degli anni della rinascita economica italiana.
Figurano fra i protagonisti dei suoi fotoromanzi i vari Vittorio Gassman, Silvana Mangano, Giorgio Albertazzi, Ilaria Occhini, Alida Valli, e tantissimi altri, fra questi sono molte le bellissime donne.
Come è già accaduto a tanti intellettuali e artisti, sembra pure che a un certo momento della sua vita venga a scattare una coscienza che lo rende incerto del suo mondo, forse dubbioso del suo modo d’essere, fino a far cadere ogni convinzione su tutto quello che lo ha gratificato nel passato.
Testimonia ciò anche l’aneddoto, databile intorno agli anni novanta e che riguarda un casuale incontro di Vender con Paolo (amico di Torresani, che segue anche gli eventi di Giancarlo in “Venetofotografia”). Nel racconto di Paolo si evidenzia la circostanza che lo porta a scoprire quasi casualmente Vender, durante un'occasionale visita ad una mostra fotografica, dove un Vender anziano quasi si rivela con un certo imbarazzo, pur firmandosi in un biglietto lasciato alla fine.
Quella firma e quello strano approccio inducono a indagare e avviare una ricerca nel passato di questo strano uomo apparso riservato che però, quasi inconsciamente, genera i presupposti per rivelare la sua vera identità e a far scoprire il ruolo culturale che ha rappresentato in un periodo che ha cavalcato l’intero periodo fascista e il primo ventennio italiano successivo.
L’autocratica o autonoma epurazione, come meglio si vuol credere, di tutta quella che verosimilmente oggi rappresenta solo una piccolissima parte della sua produzione non è poi detto che corrisponda ai canoni estetici esclusivamente connessi alla fotografia.
Lo studio dei personaggi che hanno navigato nella storia dell’arte spesso è comprensibile anche attraverso quelle che vengono classificate, nel tempo, come delle opere minori e che, invece, magari costituiscono il frutto di sperimentazioni infelici ma che sono inconfutabilmente momenti di transito e di apprendimento per dei passaggi che introducono solo dopo a risultati definiti, ritenuti solo dall’autore validi o migliori.
Chissà cosa ci sarà stato nei lavori censurati e distrutti; che forse nell’impeto della selezione hanno semplicemente voluto cancellare tracce o testimonianze di un proprio e personalissimo vissuto. Delusioni da nascondere, anche ai propri occhi affinché la mente elimini ricordi: chissà. Un fatto sembra però certo sul cambiamento, in qualche modo concomitante con i postumi di un incidente stradale che lo porta a un quasi isolamento, quasi a un rifugio, a Malcesine prima per poi andare alla Casa di riposo della vicina Arco.
Un ampio mistero avvolge in ogni caso il personaggio Vender, quasi sconosciuto a molti, e che - anche attraverso le poche opere rimaste, per un suo volere e scelta - lascia intravedere una creatività e originalità che si pone, non tanto più avanti, ma assai diversa rispetto ai canoni dei suoi tempi; che avrà di certo anche condizionato, forse pure fortemente, i suoi stessi compagni di avventura, con i quali si era ritrovato a fondare “La Bussola”.
Certo la discrezione che lo contraddistingueva, così come viene raccontato negli aneddoti di chi lo ha conosciuto negli anni ottanta e novanta, consolidano dubbi e alimentano non pochi misteri.
Non ultimo l'impressione di voler quasi rinnegare la valenza di un passato che l’ha visto molto impegnato in una certa fotografia nascente e nella quale ha sperimentato - e con molta maestria – immagini che richiamano, nelle sue raffinate realizzazioni, il mondo statuale e un certo pensiero pittorico che quasi va a lambire il movimento futurista. Anche qui, chi lo sa quali fossero le sue frequentazioni artistiche, nella dinamica creativa dei primi anni del novecento.
A margine della serata, da un breve dibattito ampiamente condiviso, è anche emersa l’indubbia importanza della storia dell’arte nella formazione didattica di una nazione. Per l'spetto culturale che impone di procedere verso una rivisitazione storica permanente dei fenomeni socio-artistici intervenuti nel tempo. Rivisitando, al riguardo, anche aspetti architettonici o quant’altro di espressivo. In funzione degli apporti che risultano certamente corrisposti nella formazione della cultura moderna, che ne rimane contaminata, ancor chè occultata nella didattica del nostro tempo. Tutto quanto astenendosi dall’anteporre o frapporre alcun condizionamento socio-politico che possa diventare tout court pregiudizievole.
Di tutti questi eventi in streaming, i circoli e le associazioni organizzatrici, che stanno provvedendo a registrarle, di fatto contribuendo a costituire un valido archivio che, oltre a documentare le lectio dei vari relatori, consentirà di poter raccogliere tanti ricchi e validi dibattiti che, ogni volta, completano gli argomenti trattati, facendo nascere anche spunti meritevoli di ancora altri ulteriori incontri e nuovi approfondimenti.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

mercoledì 27 maggio 2020

Lettera aperta indirizzata a destinatari allocati in punti diversi dello stivale



Come spesso capita, mi piace sperimentare e addentrarmi pure in cose che m’intrigano, anche se so bene che sono fuori dalla mia portata. 
Non mi pongo in questi casi tanti scrupoli nel rischiare di apparire non all'altezza, perché l'esperienza che in ogni modo rimane è sempre un valore aggiunto, anche se necessita il pagamento di un prezzo. 
Veniamo al dunque. Decido di partecipare a una lettura di portfolio Fiaf, in un evento nazionale che, causa Covid 19, quest'anno si sarebbe svolto in modo più accessibile, attraverso cioè tavoli di lettura virtuali realizzati con collegamenti on line. 
Non avendo molta dimestichezza con l'argomento e poco avvezzo alla specifica branca fotografica, dovendo scegliere due lettori, opto per soggetti che conosco di persona. 
Tralascio di raccontare l'esperienza diretta, ad ogni modo positiva, perché mi ha comunque permesso di arricchire le mie conoscenze, essendo stata anche occasione per allargare la cerchia dei personaggi che costituiscono pietre miliari nella cultura e nella didattica fotografica dei nostri tempi. 
Durante un colloquio con Pappalardo, gli ho raccontato qualche giorno prima dell'evento ormai prossimo, anche perché in materia Pippo è uno fra i più importanti esperti in ambito nazionale. Conoscendo lui il parterre dei dieci lettori in campo, mi chiese se avessi per caso scelto Bicocchi.
Onestamente sconoscevo la persona, anche se è il responsabile nazionale del Dipartimento Fiaf – Cultura e da lungo tempo. Dissi quindi che avevo optato per altri lettori ma di genere diverso, per avere versioni differenti nelle disamine del progetto fotografico che andavo a  presentare. Nella circostanza Pappalardo mi raccontò pure che Silvano Bicocchi era anche uno di quelli che, con Magni e Torresani, aveva valorizzato la branca del portfolio fotografico in Italia e che, raccogliendone le tracce, erano riusciti a svilupparla insieme creando i presupposti organici per la diffusione in una vera e propria scuola. 
La curiosità in questi casi è sempre tanta, quindi feci in modo di conoscere, seppur a distanza il personaggio. Prima però andai a ricercare il soggetto nel web ed ebbi conferma delle informazioni datemi e nell'indagine appresi anche tante altre cose ancora. 
Le letture di portfolio che mi riguardavano si erano svolte il giorno prima, l’indomani, quindi, ebbi modo di scambiare due parole con Bicocchi, ad inizio della sessione domenicale nello specifico.
Chiesi alcune cose per avere delle delucidazioni su certi aspetti e scoprii da subito di aver a che fare con una persona preparata, appassionato della sua materia, dotata pure di una naturale gentilezza e una disponibilità non comune. 
Per farla breve in una semplice considerazione esplicito il pensiero che vorrei in fondo esprimere e al riguardo porto un esempio che penso faccia al caso. 
Nella musica d'autore un esperimento di un connubio felice, che ha prodotto delle perle musicali è stato senza alcun dubbio, l'incontro artistico generato dalla collaborazione fra Ivano Fossati e Fabrizio De Andrè, avvenuto in età matura per entrambi e che ha prodotto i brani raccolti nell’album “Anime salve”. 
Un’operazione avvenuta quando nessuno dei due aveva nulla da togliere all'altro, ma avevano ciascuno - a quel punto della loro vita artistica e a loro modo - solo da donare. Per completarsi a vicenda, per arricchire una composizione e regalare quelle canzoni che poi hanno poi saputo generare e che ancor ora trasudano la creatività geniale di entrambi. 
Tutto questo per dire che, in fotografia, nel panorama italiano, un possibile ritorno alla collaborazione fattiva del duo Bicocchi-Torresani potrebbe costituire un immenso regalo a tutti gli appassionati del settore e non solo a loro. 
Per fare ciò forse occorrerebbe però che qualcuno che ne ha titolo - e per entrambi - si presti a creare un pretesto, un’occasione.
Magari attraverso un progetto pratico che li intrighi e riaccomuni per riuscire a sviluppare, con un termine matematico di potenza (n), le personalità e le preparazioni non indifferenti insite nei due personaggi. 
L’amico Pappalardo, che in quanto citato in premessa mi ha letto in anteprima, mi evidenzia che l'ambizione “di vedere l’empireo fotoamatoriale italiano attraversato dai percorsi intellettuali degli amici Giancarlo e Silvano credo che sia espressione di un’aspettativa appassionata dove poter, alla luce e alla guida di due grosse personalità, depositare con fiducia il tuo desiderio di intelligere, con maggiore profondità, con l’esperienza fotografica.” Inoltre aggiunge: “quei due maestri sono diventati tali perchè hanno “seminato” ed ora attendono che quei discepoli che, come noi, li citano come esempio di spirito di servizio, cordialità e professionalità, diventino, se è nei loro desideri, a loro volta responsabili consapevoli e perspicaci di una “nouvelle vague” fotoamatoriale (nelle grandi come nelle piccole realtà del nostro paese).” 
Oggi però, con la pretesa di conoscerli un pò entrambi, osservo io che il presupposto minimo per un’operazione del genere c’è già, perchè presente in ognuno di loro e da sempre, in quanto tutti e due dotati di una generosità e una notevole cultura consolidata nel tempo, frutto di vera passione. 
Non credo che ci sia nulla da aggiungere. Ad altri titolati o accreditati e che pure amano la fotografia, spetta l’ulteriore passo, per una prossima possibile mossa che sia alla portata.

Buona luce a tutti!

© Essec


mercoledì 10 aprile 2019

Fotografia: Il “Metodo Torresani”


Il “Metodo Torresani”


Dopo dodici anni, alcuni di noi, come nel caso di certe vaccinazioni, hanno fatto il richiamo, necessario e consigliabile a chi vuole rendersi immune da incurabili patologie di “onniscienza fotografica”.
Dal 22 al 24 marzo il Prof. Giancarlo Torresani, ha proposto a una platea circoscritta il seminario che è stato uno dei servizi del “Dipartimento Didattica” - già DAC “Dipartimento Attività Culturali” - rivolti ai fotografi che credono di poter ancora aggiungere qualcosa al proprio bagaglio di esperienze.
"La partecipazione al Corso ha inteso richiamare l'attenzione dei partecipanti sull'aspetto sia culturale che tecnico della lettura e valutazione dell’immagine singola. Scopo del Seminario è stato anche quello di approfondire e ampliare la visuale sulla materia, sia dal punto di vista etico, sia proponendo una ricerca sulla cultura dell'immagine, anche attraverso la conoscenza di autori e di alcune importanti tendenze fotografiche".

Gli undici capitoli che hanno costituito, il primo dei due moduli propedeutici al conseguimento di uno specifico attestato, hanno riguardato i seguenti aspetti:

-       Premessa,
-       Un problema da risolvere (etica & fotografia).
-       Il meccanismo espressivo del linguaggio fotografico.
-       Dall’idea al segno (le tre idee centrali).
-       Dal segno all’idea (i tre livelli di significato del segno fotografia).
-       Un possibile metodo pratico per leggere fotografie (lettura: dell’informazione materiale, del significato della fotografia, del significato personale).
-       La valutazione (la valutazione interna e la valutazione esterna).
-       Esercitazione pratica con esempi dimostrativi.
-       Conclusione dei lavori.

L’esercitazione pratica che ha visto assegnare immagini diverse e variegate ai partecipanti chiamati a compilare una scheda guida, tendente a concettualizzare i vari elementi necessari per il conseguimento di un livello di giudizio condivisibile e giustificato, ha concluso il suddetto seminario.
La chiarezza espositiva e la collaudata capacità di garbato coinvolgimento da parte del docente, hanno reso scorrevoli le fitte tappe dei lavori e fatto sì che si potesse più facilmente pervenire a letture/valutazioni/giudizi sostanzialmente condivisibili nelle visioni proposte nel corso delle esercitazioni pratiche finali.
La commistione continua di teorie e immagini esemplificative, associate al coinvolgimento diretto di tutti i partecipanti, hanno permesso di esporre eventuali possibili dubbi e meglio articolare quei concetti che potessero apparire soggettivi.

Interessanti e di facile applicazione, le linee guida contenute nella scheda conclusiva, proposta sulla lettura e valutazione, atte a riassumere e sintetizzare il percorso illustrato dal docente al fine di rendere più comprensibile il linguaggio in fotografia.

Una scheda che mi piace associare al metodo d’insegnamento del Professore definendola “Scheda valutativa secondo il Metodo Torresani”, anche se lo stesso docente ha più volte ribadito che i contenuti, esposti nel presente seminario, sono frutto di una esperienza (quasi trentennale) iniziata e proseguita sulle basi gettate dal suo illustre predecessore Sergio Magni; un metodo che (secondo Torresani) consente di sbagliare meno, che invita i possibili “giurati” a non emettere sentenze ma ad esprimere pareri motivati per loro natura opinabili, ma in grado di portarsi appresso una buona dose di autorevolezza e soprattutto di esprimere pareri sulle fotografie e non su coloro che le hanno fatte.

Il “Metodo Torresani”, applicato e collaudato per quasi cinque lustri nell’ambito FIAF, sta trovando proseliti tra i fotoamatori associati all’UIF, non solo come approfondimento culturale e personale ma anche con lo scopo di cercare di uniformare metodologie selettive e di giudizio nell’esame del materiale fotografico prodotto/proposto e che, per vari motivi, si è chiamati a giudicare.

Buona luce a tutti!

  © Essec


mercoledì 3 ottobre 2018

Giancarlo Torresani



Nel panorama dei bravi divulgatori dell’arte fotografica si annovera certamente il prof. Giancarlo Torresani.
Già docente Fiaf, Direttore del DAC (Dipartimento Attività Culturali) prima, del DiD poi (Dipartimento Didattica) della stessa, con le sue performance intrattiene il suo pubblico leggendo fotografia e, “magheggiandoci” talvolta un po’ sopra, riesce a raccontare con efficacia e maestria i molteplici retroscena di tante opere note.
Oltre la lettura delle immagini, un altro campo, che costituisce un suo cavallo battaglia, è la progettazione-realizzazione di portfolio fotografico nonchè la sua lettura.
Intanto mi piace da subito riportare la sua definizione di “portfolio” in fotografia. 

”Si può intendere per PORTFOLIO un nucleo narrativo di immagini finalizzate ad esprimere un’idea centrale. I soggetti delle singole foto (il “cosa”) e il “modo” scelto dal fotografo per rappresentarli e ordinare le immagini in sequenza - utilizzando il valore espressivo degli accostamenti (il “come”) - devono essere in grado di comunicare con logica e chiarezza l’idea scelta dall’autore, e cioè il significato del portfolio (il “perché”). I “significati” possono spaziare in molte direzioni: documentaria - narrativa tematica o artistica - creativa - concettuale e altre ancora”. Cerco di spiegare le parole "nucleo narrativo". Le situazioni presentate in una importante mostra fotografica, in un romanzo o in un film, sono suddivise in capitoli, in singoli episodi aventi una struttura autonoma. Io intendo per "nucleo narrativo" proprio un episodio "singolarmente e contestualmente narrabile", e vedo il portfolio come un'opera essenzialmente costruita attorno a un solo nucleo narrativo. Il ragionamento - in realtà - è più complesso e si presta anche ad altre conclusioni; ma l'idea base è valida e può servire come riferimento. L'espressività, in un portfolio, nasce essenzialmente dall'accostamento delle foto. E' il sapiente "accostamento" che finalizza, riassume e amplia in un'unica idea-significato, la successione dei significati delle singole immagini.” 

Insomma stiamo parlando di una branca dell’arte visiva che, partendo da fotografie singole, scrive un racconto con le immagini, assemblate secondo una sequenza e una logica pensata dall’autore.
Se ci riflettiamo bene si tratta  della solita sfida che si ripete.
In questo caso non si sta parlando di una singola immagine che deve contenere tantissimi segnali e inviare chiari messaggi, ma una serie di foto che – anche se prese singolarmente non raggiungono tutte l’eccellenza – nell’insieme del racconto riempiono i tasselli di un puzzle che completano la narrazione. Come spesso ci ricorda “il portfolio può essere paragonato ad una frase fatta con le immagini”. 
Al riguardo mi piace raccontare l’appuntamento di Palermo nel corso del quale fummo tutti chiamati a raccontare qualcosa, secondo un tema, attraverso dieci immagini.
Fu un raduno di fotoamatori curiosi, accorsi in massa; la sua maestria fu quella di riuscire a manipolare le dieci immagini proposte e dimostrò in diretta come, coinvolgendo l’autore proponente e riducendo le immagini originarie a sei, potesse essere migliorata l’efficacia del racconto originario o, in taluni casi, reinventarne uno completamente nuovo.
Un’operazione del tipo “caramba che sorpresa” …….. che risultò a tutti molto utile per capire il senso di questa singolare pratica espositiva e le possibili diverse modalità percorribili per il raggiungimento del suo scopo.
Io Giancarlo avevo avuto modo di conoscerlo in altre occasioni, durante letture di fotografie singole, in lectio-magistralis programmate nei congressi, in altre letture di portfolio effettuate nell’ambito di associazioni e altro ancora.
Ho avuto anche la fortuna di partecipare ed essere accomunato a lui in passeggiate con altri amici e di vedere il suo entusiasmo nel fotografare all’opera, con la sua macchina fotografica, perché lui, con la sua macchinetta al collo, posso garantire che si diverte ancora e molto.

Buona luce a tutti! 

© Essec

venerdì 30 gennaio 2015

Workshop con tema "Il reportage fotografico" condotto dal Prof. Giancarlo Torresani

Per chi fosse interessato alla fotografia, si riporta di seguito la videata del percorso web utile a potere accedere a ventotto lavori (reportage e portfolio) realizzati nei giorni scorsi (pagina allocata sotto la denominazione "WS Torresani"), con foto dei fotoamatori partecipanti al Workshop sul reportage promosso, con il patrocinio UIF, da Vincenzo Montalbano (Presidente dell'Associazione AFA) e condotto dal Prof. Giancarlo Torresani.

http://www.toticlemente.it/

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)