"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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domenica 12 marzo 2017

Demagogia e carisma, così Renzi andrà al voto nel 2018



 
Bisogna chiedersi soprattutto due cose dopo aver letto ciò che Matteo Renzi ha detto venerdì al Lingotto di Torino: la validità della linea politica da lui esposta e la sua capacità, e la sua volontà di attuarla. La mia terza domanda è la seguente: se sarà Renzi a vincere le primarie o uno dei suoi avversari: Emiliano e Orlando. La risposta a questa terza domanda dà la vittoria di Renzi a dir poco al 60 per cento. Quanto alle altre precedenti sono da affrontare con molta attenzione avendo ben chiara la personalità del protagonista, i suoi precedenti, la compattezza del gruppo dirigente del Pd. Accingiamoci dunque a questo lavoro.

***

L'esordio riguarda il luogo storico dove il Partito democratico è nato: dieci anni fa con la guida di Walter Veltroni che a distanza di pochi mesi affrontò le elezioni e ottenne quasi il 35 per cento dei voti, una cifra leggermente maggiore di quella avuta a suo tempo da Enrico Berlinguer dopo il suo distacco definitivo dal potere sovietico. Veltroni aveva fondato un partito che con il comunismo non aveva più niente a che vedere e lo definì un partito riformatore che è diverso dal termine riformista perché non riforma l'esistente ma fonda una realtà politica diversa e nuova, aggiungendo a quella definizione l'aggettivo di maggioritario come vocazione. Renzi ha ben presente la globalizzazione che ormai è in pieno sviluppo e condiziona quindi il mondo intero. 

Non solo quello occidentale che ci riguarda più da vicino. Il vero problema di questo mondo è il recente arrivo al potere negli Stati Uniti d'America di Donald Trump, un personaggio tutto anomalo nella politica Usa, conseguenza del crescente mutamento della società del maggior impero attualmente esistente che con Trump democraticamente eletto ha messo in luce l'odio di massa contro l'establishment, contro le crescenti diseguaglianze sociali ed economiche e perfino contro l'immigrazione che è stata da cinque secoli il fenomeno che ha creato le Americhe, sia quella del Nord sia quella del Sud. Un fenomeno del tutto diverso ma di analoga importanza è avvenuto in Europa, che è stata la culla della civiltà: l'Europa - che ha creato ed esportato la civiltà occidentale - ha vissuto in continue lotte e guerre da millecinquecento anni: interessi diversi e contrapposti tra le nazioni, diversi linguaggi, diverse etnie, diverse culture; un continente diviso al suo interno e tuttavia madre degli imperi occidentali: quello inglese, quello francese, quello germanico, quello spagnolo. Imperi militari, economici, culturali. Per quanto riguarda l'Italia, non è più stata, dopo la caduta di quello romano, un impero militare e coloniale, ma culturale sì, lo è stato sempre, e perfino nel costume. Questa è la nostra storia e quella del continente di cui facciamo parte ma che è l'unico che non abbia ancora realizzato la sua unità. La sua attuale imperfezione consente ad una sorta di contropotere di guadagnare terreno a vantaggio del populismo che anche da noi odia l'establishment (che peraltro se lo merita) ma che è un populismo retrogrado, antiliberale e antidemocratico, derivante tuttavia dal malanno reale dell'aumento delle diseguaglianze sociali ed economiche.

***

Ovviamente Renzi su questo antefatto storico non poteva diffondersi, sicché non è certo che ne sia consapevole, ma della realtà che esso ci ha lasciato sì, è consapevole ed è la materia prima che ha delineato. Sull'Europa si è intrattenuto fin dall'inizio, sostenendo che occorre assolutamente rafforzarla soprattutto nella politica economica che deve molto più puntare sulla crescita ed anche sulla struttura economica affinché sia contemporaneamente unitaria e flessibile, contando soprattutto sull'eurozona con l'introduzione di un ministro delle Finanze unico (auspicato ancor prima di lui da Mario Draghi) che peraltro non ha mai nominato nel suo discorso. Poi si è soffermato sull'immigrazione, chiedendo anche qui una politica europea unitaria sia per le quote di accoglienza sia per il contenimento dei flussi migratori nelle terre d'origine dove occorre riportarli o evitare che fuggano, trattando con i governi africani le condizioni sociali ed economiche dei fuggitivi che affrontano la morte pur di sottrarsi ad una vita impossibile da sostenere. Ha esposto il ruolo italiano di Paese fondatore che come tale va considerato principalmente nella sua situazione di Paese mediterraneo che fronteggia la costa africana e mediorientale, sconvolta dalle guerre in Siria e da una Turchia sempre meno europea e sempre più dittatoriale. Infine ha rimpianto Obama con grande affetto per la sua politica. Della politica di Trump non ha parlato ma il rimpianto per Obama è significativo in proposito. Fin qui la politica internazionale ma il nucleo del discorso è stato la situazione interna del nostro Paese. "Bisogna dare una linea al nostro partito" ha detto, "una linea e una strategia". 

La linea è quella di passare dall'io al noi. La strategia è quella di far crescere l'occupazione. "Non assistenza ma lavoro". Naturalmente l'assistenza dei poveri va ampiamente praticata, per i meno abbienti anche, ma per loro si entra nella politica fiscale contro le diseguaglianze. Sono necessari investimenti pubblici e privati, italiani ma anche europei, di adeguata intensità. Infine il partito. Aveva già detto di voler passare dal tu al noi. Li ha chiamati compagni, ma queste sono novità formali anche se non prive di un voluto significato. La struttura deve basarsi sull'aspetto territoriale, sui circoli, sulla base del partito e tenerne conto. Insomma un partito profondamente democratico come lo è nel nome, ma ancora poco nella realtà. Credo che su questo punto avrebbe dovuto ammettere che la responsabilità è pienamente sua, ma di questo suo errore non ha fatto alcuna ammissione.

Il nucleo del discorso è però un altro: il partito deve avere la natura di una forza politica di centrosinistra dove la parola sinistra abbia di gran lunga prevalenza. La sinistra nel suo complesso è variamente rappresentata anche da piccole formazioni, ma quella vera che ne è il cuore deve essere ed è il Partito democratico che deve rappresentare i bisogni, i diritti, le speranze del popolo. È il popolo che costruisce il partito e il Pd lo rappresenta, ma non è un partito di pochi che rappresentano i molti, al contrario è o deve essere un partito di molti che lo sostengono e lo votano perché ne sono la struttura portante. La formula dal tu al noi vale all'interno del partito ma anche, anzi soprattutto, all'esterno tra partito e popolo sovrano. Ci sono molte altre cose nel discorso di Renzi ma questi mi sembrano i punti fondamentali.

***

Ad alcuni osservatori e colleghi il discorso non è piaciuto o hanno avanzato molte riserve pensando soprattutto al passato di Renzi, a cominciare dallo "Stai sereno" il giorno stesso in cui pugnalò Enrico Letta suo predecessore. E poi ai tre anni durante i quali fece molti interventi politici ed economici alcuni dei quali profondamente sbagliati. Molte di queste critiche le ho condivise e in alcuni casi sono stato il primo a formularle. La principale si è poi vista allo scorso referendum, non tanto perché puntava sul sistema monocamerale che anzi era da condividere ma per la legge elettorale che configurava una Camera "nominata" più che eletta e quindi un trasferimento del potere effettivo nelle mani dell'Esecutivo cioè nelle mani di Renzi e del suo "Giglio" di berlusconiana memoria.

Questo è il passato e la natura di solito non cambia. Del resto in molti Paesi europei (quasi tutti) il monocamerale è in atto ed anche chi comanda è il Capo dell'esecutivo. In una società ormai pienamente globale i problemi sono estremamente complessi e debbono essere rapidamente risolti. La democrazia è dunque ormai relegata ma tutelata dalla separazione dei poteri. Queste riflessioni assolverebbero Renzi, pur restando ferme le riserve su alcuni aspetti della sua politica. Ma ci sono altre riserve da formulare. Le mie riguardano soprattutto la demagogia. La natura di Renzi contiene una dose notevole di demagogia, che si accompagna spesso al carisma. Quest'ultimo d'altra parte è pressoché indispensabile per far emergere una leadership, perfino nelle attività ed opere culturali di vario genere, ma in politica è pressoché indispensabile.

Questa comunque è la mia riserva, ma complessivamente il discorso lo considero positivo. Vedremo ora come si svilupperà, fermo restando una buona notizia: il governo Gentiloni resterà in carica fino alla scadenza della legislatura l'anno prossimo. Di voto a breve termine non si parla più e questo è un risultato molto positivo per il Paese.



domenica 5 giugno 2016

Se Berlino ritorna al marco, Renzi che farà?


 
Oggi 13 milioni di italiani vanno ai seggi elettorali per votare i sindaci e i consiglieri comunali di 1342 Comuni, alcuni dei quali molto importanti: Roma, Napoli, Torino, Milano, Bologna, Cagliari e molti altri.

Il voto avrà inevitabilmente un doppio significato: locale e nazionale. Avviene sempre così, ma questa volta il senso nazionale è reso più evidente per la sua connessione politica con il referendum costituzionale del prossimo 2 ottobre il quale a sua volta è strettissimamente collegato con la legge elettorale già esistente e pronta ad essere usata quando l’intero popolo “sovrano” sarà chiamato ad eleggere un Parlamento di cui fino al referendum non sappiamo se sarà ancora composto da due Camere o soltanto da una.

Situazioni così complicate si verificano raramente, ma questa che abbiamo qui tratteggiato guardabile da un punto di vista nazionale lo sarà molto di più se teniamo conto anche del quadro internazionale: quello europeo di cui facciamo parte e che ha raggiunto una situazione che dir drammatica è dir poco; quello americano che affronterà tra pochi mesi le elezioni del presidente; quello dei Paesi emergenti, Cina, India, Indonesia, Brasile, Sudafrica. Infine last but not least una situazione economica che sta coinvolgendo l’intera società globale e in particolare alcune Banche centrali: la Federal Reserve americana, la Banca centrale europea e quella cinese.

Non s’era mai visto un intero mondo di fronte a svolte così decisive e così interconnesse tra loro.

L'abbiamo più volte scritto su queste pagine: siamo di fronte alla crisi di un’epoca che stravolge l’intero pianeta. La stessa ci racconta analoghi eventi avvenuti nel corso di millenni, si comincia dal Tremila a. C. (prima era preistoria, più immaginata che documentata) ma non era mai avvenuta una crisi d’epoca che coinvolgesse l’intero pianeta, la sua politica, la sua economia e perfino il suo clima e non era mai avvenuto che una tecnologia estremamente sofisticata fosse diffusa e usata in tutto il mondo come strumento e talvolta addirittura come regista che impone le sue scelte alle comunità che la usano.

In un quadro di questo genere è chiaro che il voto italiano di oggi conta assai poco. È chiaro, sì, ma altrettanto chiaro è che la realtà si muove a piccoli passi, ciascuno dei quali è compiuto da singole comunità e da singole persone, alcune più significative di altre. Bisogna cercar di capire quali siano gli elementi determinanti. Le religioni ne sono uno, le filosofie un altro, l’interesse proprio un altro ancora; infine l’esperienza consapevole che forse è lo strumento fondamentale ma che pochi sono disposti ad usare. La lealtà e la storia di una specie come la nostra, sarebbero molto diverse se le persone consapevoli fossero numerose, ma non è così. Sono gli istinti a dominare e quello più forte di altri è l’Interesse. Come il proprio? Ecco la domanda centrale ed è questa cui siamo chiamati a rispondere.

***

Non vi aspetterete certo che sia quella risposta il tema di questo articolo domenicale, ma mi piaceva ricapitolare un quadro al quale personalmente ho dedicato gran parte della mia vita. Ora l’ho fatto e vengo ad alcune situazioni più vicine ad un commento giornalistico che scrivo con cadenza settimanale.

Comincerò con un intervento di venerdì scorso di papa Francesco mentre partecipava ad un convegno di giuristi. Francesco è una figura estremamente singolare. Essendo nemico giurato d’una Chiesa che per secoli è stata dominata dal potere temporale e lo è ancora da quanti non condividono le posizioni del Papa attuale, Lui ha la capacità di spiazzarli e la usa all’improvviso quando nessuno se lo aspetta; è il suo carattere che lo guida. All’improvviso ha preso la parola e ha detto che la Chiesa deve occuparsi di politica alta. I presenti sono rimasti sbalorditi: Francesco predica la politica? Alta, sia pure, ma politica?

Sì, ha proseguito Lui, la Chiesa deve schierarsi politicamente affinché la politica sostenga il bene comune, l’interesse generale e il valore della misericordia. Leggi, iniziative, mobilitazione di risorse materiali e loro impiego affinché il bene comune sia tutelato e la misericordia diventi non soltanto una verità religiosa ma una politica sociale verso i deboli, gli esclusi, i poveri. Questa è la politica alta di papa Francesco. A me sembra che dovrebbe essere la politica di tutti i responsabili consapevoli. Il bene comune è esattamente il contrario dell’interesse proprio. Accade spesso che chi è mosso dall’interesse proprio lo camuffi da bene comune. I demagoghi sono maestri di questa pratica e sono loro gli avversari da individuare. Non è facile. Ma accade spesso che la persona dominata dall’interesse proprio creda veramente di essere portatore del bene comune. Non lo dice soltanto, ma lo pensa. Qual è il rimedio? La libertà e la divisione dei poteri. Questa è la politica alta: tutelare la divisione dei poteri e dei contropoteri.

Papa Francesco due settimane fa ha addirittura esortato le nazioni europee a dar vita ad un potere federato, in mancanza del quale le singole nazioni rispettano soltanto l’interesse proprio e non quello comune d’una delle più alte civiltà del mondo. Venerdì scorso ha ricordato papa Montini che la politica alta l’aveva sempre praticata. E papa Giovanni che promosse il Concilio Vaticano II e una delle sue finalità che fu l’incontro della Chiesa con la modernità intellettuale e culturale.
Questa è la politica alta e questa caratterizza il Pontificato di Bergoglio.

Tra i vari punti di crisi ce n’è uno che sta sconvolgendo l’economia in genere e quella monetaria in particolare. Si sta profilando in Usa e in Germania. È inutile dire che le ripercussioni si diffondono sulla politica economica e monetaria di tutto l’Occidente.

In Usa c’è stata una netta caduta dei nuovi posti di lavoro. Può dipendere da molti fattori, ma il primo soggetto a dover affrontare questa svolta è la Federal Reserve e i tassi che attua sul dollaro. Qualche mese fa furono aumentati di un quarto di punto. Secondo il programma già allora stabilito dovrebbero aumentare ulteriormente di un altro quarto entro i prossimi due mesi e entro un anno arrivare addirittura ad un punto. Le ripercussioni sono un rafforzamento del dollaro, ma la Fed ha ora congelato il programma. Tutto è rinviato al 2017 in attesa e con la speranza che l’andamento dell’occupazione torni ad aumentare.

Nel frattempo la Germania attacca duramente la politica di Draghi che continua ad aumentare la liquidità nelle forme più varie. Ha abbassato i tassi di interesse per i depositi delle banche dell’Eurozona, si appresta ad acquistare direttamente titoli emessi da imprese private e forse addirittura a fornire liquidità direttamente ai cittadini con potere di acquisto medio-basso, disponibili ad aumentare la domanda dei consumi e la disponibilità ad investimenti privati. Infine suggerisce sgravi d’imposta che incoraggino investimenti pubblici. Per l’Italia la Commissione suggerisce una politica di forti tagli del cuneo fiscale da praticarsi immediatamente.

La Germania giudica malissimo questa politica. Schäuble vorrebbe addirittura un “german-Brexit”, appoggiato dall’olandese vicepresidente del Consiglio. La Merkel, che un tempo appoggiava Draghi, stavolta tace e lascia parlare Schäuble. Un “german- Brexit” che tornasse al marco o ad un euro con diverse velocità?

Personalmente avrò un incontro pubblico con Matteo Renzi al Festival delle Idee di Repubblica la sera del prossimo 11 giugno, nella sala di Santa Cecilia all’Auditorium. Lo dico qui per informare i nostri lettori ma anche per sottoporre una delle domande, anzi la prima, che rivolgerò al nostro presidente del Consiglio: non spetta all’Italia, cioè a lui, diffidare la Merkel da un “german-Brexit”?

E in quel caso non spetta all’Italia di creare un fronte unico di tutti i Paesi dell’Eurozona che fronteggi la Germania per la politica deplorevole che sta attuando?

Questa sarebbe una grande funzione politica ed economica, parallela o addirittura convergente con quella di Draghi.


Eugenio Scalfari (La Repubblica, 5 giugno 2016) 


domenica 1 maggio 2016

La corruzione in Italia e l'Europa spaccata e moritura



Ci sono molte magagne in Italia e in Europa ed una delle principali, specialmente nel nostro Paese, è l'affievolirsi della democrazia e l'accrescersi della corruzione. Sono due fenomeni diversi ma interconnessi. Per chiarire la natura del primo cito qui un passo del mio libro intitolato "L'allegria, il pianto, la vita", uscito un paio di anni fa. "La democrazia declina e declina anche la separazione dei poteri costituzionali che Montesquieu mise alla sua base.

Da noi quella preoccupante esperienza ebbe inizio nei primi anni Novanta e non si è più fermata. Quel declino ha colpito il potere giudiziario e quello legislativo, rafforzando il potere esecutivo che ormai accentra su di sé la forza del governare con il minor numero di controlli. Il processo è ancora in corso ma un primo obiettivo è già stato realizzato e consiste nel completo stravolgimento della democrazia parlamentare e dei partiti. I partiti sono ormai tutti "liquidi"; riflettono società ed economie altrettanto liquide: un Capo, un gruppo dirigente a lui devoto, un'attenzione particolare ai potenziali elettori, la scomparsa della democrazia politica all'interno dei partiti".

La corruzione diffusa purtroppo in tutte le classi sociali, dai più abbienti al ceto medio fino a quelli sulla soglia della povertà, ha come condizione preliminare il declino della democrazia partecipata. Di fatto è la scomparsa dello Stato come soggetto riconosciuto dai cittadini e quindi la scomparsa, nella coscienza delle persone, del concetto di interesse generale. L'effetto è il sovrastare degli interessi particolari, delle lobby economiche, delle clientele regionali, dei singoli e del loro circondario locale.

La corruzione dilaga, le mafie si affermano con le loro regole interne, i loro ricatti, il denaro illegale e gli illegali profitti che se ne ricavano, il mercato nero e il lavoro nero. Il popolo sovrano che dovrebbe essere la fonte dei diritti e dei doveri di tutti, ripone la sua affievolita sovranità nella corruzione. Corrisponde alla conquista d'un appalto, un posto di lavoro, un incarico importante nel mondo impiegatizio o imprenditoriale, si conquista insomma un potere.

Quel potere conquistato con la capacità di corrompere dà a sua volta la possibilità d'esser corrotti. I corruttori diventano corrompibili e viceversa: questa è la società nella quale viviamo. Non solo in Italia e non solo in Europa, ma in tutti i Paesi dell'Occidente. Negli Stati Uniti d'America si toccarono le punte massime nella Chicago del proibizionismo e del gangsterismo, ma c'era già prima ed è continuata dopo. È il vero e più profondo malanno della democrazia, fin dai tempi dell'antica Grecia che è all'origine della nostra civiltà.

L'impero ateniese fu la città della democrazia e contemporaneamente la culla della corruzione, molto più diffusa di quanto non lo fosse a Sparta e a Tebe. E così nella Roma antica, corrotta nelle midolla dai tempi della tarda Repubblica e a quelli dell'Impero. Accade talvolta che le dittature blocchino la corruzione. Quando il potere politico è interamente nelle mani di pochissimi o addirittura di uno soltanto, la corruzione scompare: il potere assoluto sopprime al tempo stesso la corruzione e la libertà.

Egualmente accade che la corruzione non c'è o è ridotta ai minimi termini quando il popolo è veramente sovrano. In quel caso - purtroppo poco frequente - il massimo della libertà, della separazione dei poteri, delle istituzioni che amministrano l'esercizio dei diritti e dei doveri, dello Stato di cui il popolo sovrano costituisce la base e che persegue l'interesse generale del presente in vista del futuro, della generazione dei padri che godono il presente e operano per le generazioni dei figli e dei nipoti; in quel caso l'onestà la vince. Onestà e libertà rappresentano un binomio che ha illuminato alcuni fasi della storia occidentale ed anche di quella italiana.

Fasi tuttavia assai transitorie, specialmente in Italia e la ragione non è certo di natura antropologica. Gli italiani non sono per natura un popolo di corrotti e di ladri, ma è la nostra storia che ha ridotto a plebe il popolo sovrano. Machiavelli lo teorizzò nei suoi scritti e nel suo "Principe" in modo particolare. Le Signorie erano un covo di intrighi e quindi di corruzione. Per di più lo Stato non esisteva, fummo per secoli servi di potenze straniere che facevano i propri interessi e non certo quelli d'un popolo schiavo.

Ma ci furono anche dei periodi di luce, di lotta per la libertà e per la costruzione dello Stato d'Italia, di assoluta onestà privata e pubblica. Pensate al trio di Mazzini, Cavour, Garibaldi, in dissenso tra loro ma uniti da diverse angolazioni per la libertà e l'indipendenza del nostro Paese. Ed anche alla guerra partigiana e alla Resistenza che coinvolse l'intera Italia centro-settentrionale, dai nuclei combattenti a gran parte del Paese che ad essi faceva da scudo. E così pure, ai tempi della ricostruzione materiale, morale e politica sulle rovine che la sciagurata guerra ci aveva lasciato in eredità.

Conclusione: la corruzione è figlia della scomparsa d'un popolo sovrano e d'una democrazia non partecipata di partiti "liquidi", dell'affievolimento dell'interesse generale e dello Stato che dovrebbe rappresentarlo e perseguirlo. Questa è la situazione in cui già da molti anni ci troviamo e che con lo scorrere del tempo peggiora. E questa è anche la situazione europea dove i fenomeni deleteri sono per certi aspetti ancor più gravi.

***

Domenica scorsa scrissi a lungo sull'Europa "a pezzi", sul patto di Schengen violato da un numero sempre più esteso di Paesi membri dell'Unione, sulla situazione greca, sulla anomalia sempre più evidente della Turchia di Erdogan con l'Europa democratica e infine sulla Libia, la Tunisia e l'Is che imperversa sempre di più sulla costiera mediterranea e in particolare sulla Cirenaica che ci fronteggia. Ma dopo appena sette giorni da allora la situazione è ancor più grave e più chiara nella sua gravità: esistono ormai tre diverse Europa che si fronteggiano, alle quali va aggiunto il terrorismo del Califfato, potenziale soprattutto, che aggrava sempre di più i malanni e il solco che divide le tre parti del nostro Continente.

Esistente anzitutto l'anti-Europa: movimento di estrema destra, xenofobo e antidemocratico, con tinte razziste e nazionaliste, sia politicamente sia economicamente. Molti di questi anti-europei vigoreggiano in Paesi dell'Unione che non fanno parte dell'Eurozona, ma alcuni sono nati e stanno costantemente rafforzandosi in Paesi che hanno la moneta comune. Così avviene in Austria, in Danimarca, nei Paesi baltici, nei Balcani. Alcuni di questi movimenti sono ancora di modeste dimensioni, ma altri, per esempio in Austria, hanno raggiunto dimensioni preoccupanti e alcuni sono addirittura arrivati a raggiungere il primo posto scavalcando i partiti che avevano finora governato. L'esempio più lampante è quello austriaco, ma anche in Francia il lepenismo è il movimento che i sondaggi collocano in prima posizione.

La seconda spaccatura dell'Europa è tra il Nord e il Sud e il suo aspetto più preoccupante è rappresentato dalla Germania. È il Paese egemone dell'Unione e soprattutto dell'Eurozona e finora si era mostrato in equilibrio su alcuni temi fondamentali, a cominciare da quelli dell'immigrazione, della flessibilità adottata dalla Commissione di Bruxelles, sia pure con modalità moderate, e nel rapporto tra la Cancelliera Angela Merkel - ufficialmente sostenitrice del rigore economico - e Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea e fautore d'una politica monetaria espansiva e anti-deflazionistica.

In questi ultimi giorni tuttavia la Merkel sembra aver abbandonato il suo equilibrio tra il rigore anche monetario della Bundesbank e la politica espansiva della Bce. Nei giorni scorsi Weidmann, governatore della Bundesbank, è venuto a Roma con un pretesto privato ma in realtà allo scopo di attaccare scopertamente la politica di Draghi, rendendo pubblico quell'attacco con un'intervista data proprio al nostro giornale.

Weidmann non è nuovo a quest'opposizione alla politica di Draghi, gli vota regolarmente contro in tutte le riunioni del Consiglio della Bce di cui la Bundesbank fa naturalmente parte; ma la novità di questa volta è che c'è stata l'approvazione piena delle dichiarazioni di Weidmann da parte del ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schäuble, e nessuna parola di riequilibrio da parte della Merkel. Sarà la necessità di posizionarsi adeguatamente in vista delle prossime elezioni politiche tedesche, con una Cdu minacciata dagli xenofobi antieuropei e anche dall'alleato attuale, la Csu bavarese; ma comunque è un fatto nuovo e fortemente preoccupante questo atteggiamento "separatista" della Germania. Infine la terza spaccatura europea riguarda la politica estera, la guerra contro l'Is in Siria, l'amicizia senza remore di sorta con la Turchia, l'assoluta "neutralità" nei confronti dell'eventuale intervento europeo sulla situazione libica.

Queste tre spaccature sono micidiali per l'Europa: allontanano il suo rafforzamento istituzionale e quindi rinforzano il nazionalismo dei singoli Paesi membri, anche di quelli che non condividono le posizioni tedesche in tema di rigore economico e proprio per questo svalutano le regole comunitarie contribuendo così da opposte sponde alla disgregazione politica ed anche ideale dell'Europa unita.

Sono gli effetti delle democrazie non partecipate, liquide e senza alcun controllo dai diversi poteri costituzionali; è sempre meno esistente la parvenza d'un rafforzamento europeo e le prospettive pessime di questa situazione in una società globale. Barack Obama ha cercato nel suo viaggio europeo dei giorni scorsi, di patrocinare un radicale mutamento di rotta, ma non sembra sia stato molto ascoltato. L'Europa è a pezzi ma non cerca affatto di ricostruirli. Se continuerà così andrà dritta al cimitero e noi tutti con lei, Germania in testa. "Ave, Caesar, morituri te salutant".

Eugenio Scalfari (La Repubblica - 1 maggio 2016) 

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)