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venerdì 7 aprile 2017
Sartori: il maestro del tempo perduto
mercoledì 18 settembre 2013
IL REVIVAL DEL POPULISMO - Il fenomeno Grillo e il lessico della democrazia
Io non temo ritorni al fascismo né al comunismo (storico) perché entrambi questi regimi hanno perduto, in Occidente, il loro principio di legittimità. Oggi nemmeno Chávez, il più avanzato demagogo dell’America Latina, osa dire che «lo Stato sono io». Oggi la legittimazione del potere (a meno che non sia teocratica) deve essere democratica, deve essere «in nome del popolo». Però e invece temo «la democrazia che uccide la democrazia, la democrazia che si suicida».
Un timore che ci impone di rivisitare la trinità democrazia- populismo-demagogia. Si tratta di una trinità perché queste nozioni hanno la stessa testa: la parola demosin greco, populus in latino, e popolo in italiano. Ma questo fatto non le rende sinonimi.
Demagogia è l’arte di trascinare e incantare le masse che, secondo Aristotile, porta alla oligarchia o alla tirannide. In ogni caso, il termine indica un agire e un «mobilitare» dall’alto che non ha nulla da spartire con la democrazia come potere attivato dal basso.
Il termine populismo è molto più recente e ci arriva dalla Russia, dove fu coniato alla metà dell’Ottocento per indicare una rivoluzione dei contadini (fermo restando che la parola narod sta, in russo, per popolo). Un significato che poi riemerge all’inizio del secolo scorso negli Stati Uniti. Il primo movimento fu represso, e il secondo fallì. Il che fece anche sparire la parola.
Così la teoria della democrazia continuò a usare, per indicare una degenerazione o una minaccia alla democrazia, la parola demagogia. Poi, d’un tratto, da una ventina d’anni, diventa di moda «populismo». Perché?
Non sono ancora riuscito a capirlo. Intanto offro la mia interpretazione e relativa proposta.
Concettualmente è irrilevante che il populismo sia nato «agrario». Concettualmente è importante, invece, che denoti una genuina democrazia «immediata» che nasce dal basso e che, per questo rispetto, è l’esatto contrario di demagogia. Pertanto il populismo così definito (si sa che io sono un maniaco delle definizioni) ha la forza di essere una democrazia embrionale genuina, ma al contempo la terribile debolezza di incarnare un infantilismo politico (direbbe Lenin) incapace di costruire alcunché. Le sue proposte «al positivo» sono, appunto, puerili e inconsistenti.
Da quanto sopra si ricava che Grillo è, ad oggi, un populista, non un demagogo. La demagogia, in Italia, sta al governo.
Intendiamoci: nelle democrazie di massa e contestualmente di video-potere senza un modico di demagogia nessun leader farebbe oramai molta strada. Eppure se paragoniamo Prodi e Berlusconi a Schröder e alla Merkel, o alla Thatcher e Tony Blair, o a Zapatero e predecessori in Spagna, risulta in modo lampante che solo i «nostri» antepongono la conquista del potere o l’abbarbicamento al potere a qualsiasi interesse e necessità del Paese. Come sarò pronto a dimostrare a richiesta. Qui mi interessa soltanto di portare in evidenza la caratterizzazione fortemente demagogica dei nostri malanni. Alla classica domanda «cosa avete fatto per il vostro Paese?», Berlusconi potrebbe rispondere: niente, salvo che liberarlo da Prodi. E viceversa. Cioè Prodi potrà dire: niente, salvo che liberarlo da Berlusconi.
Tante grazie.
mercoledì 8 maggio 2013
Attenti al trappolone
In Italia non siamo alla prima prova. Si cominciò nel 1985 con la commissione Bozzi, che combinò poco o nulla. Venne poi, nel 1997, la Bicamerale presieduta da D'Alema che lavorò seriamente ma che alla fine Berlusconi fece affondare. Seguì poi la cosidetta Costituzione di Lorenzago, opera svelta di quattro gatti ma fortemente voluta e sostenuta da Bossi e Berlusconi. Per respingerla (come meritava) si dovette combattere un referendum che la bocciò nel giugno 2006. Quindi oggi siamo alla quarta prova di rilievo: e si pensa a una commissione di ben 75 membri (tanti quanti furono i costituenti del 1946-48) costituita da delegazioni di partito, più qualche esterno al Parlamento.
Giovanni Sartori (Corriere della Sera - 8 maggio 2013)
sabato 11 dicembre 2010
Giovanilismo e rottamazione
Se Berlusconi non ride (perlomeno sino al 15 dicembre) la sinistra di Bersani e dintorni può solo piangere. Quando il Pd era il Pc—da Togliatti a Berlinguer — il cursus honorum, la carriera, era rigidamente disciplinata: prima una esperienza nelle amministrazioni locali, poi, per i più bravi, il parlamento nazionale. Il tutto era deciso dalla segreteria del partito e, in ultima istanza, dal suo segretario. Allora nessuno osava dire, e nemmeno pensare, che i Pajetta e i Terracini di quel tempo fossero da «rottamare», da pensionare perché vecchi. E se Togliatti non fosse deceduto anzitempo, nessuno lo avrebbe contestato nemmeno a 90 anni. Eppure quel Pc, nel complesso «anzianotto», arrivò a conseguire un terzo del voto degli italiani e quasi a sorpassare la Dc.
Rispetto alla sua epoca d’oro la nostra sinistra post-comunista di oggi esibisce leader relativamente giovani, da D’Alema a Fassino a Veltroni e Bersani. Nessun vegliardo. Eppure il sindaco di Firenze Matteo Renzi (35 anni) e il governatore della Puglia Vendola (52 anni) li definiscono «roba vecchia», materiale da pensione. La loro parola d’ordine è avanti i giovani, e cioè sé stessi. Nella storia, da sempre e dappertutto, il giovanilismo è raro. Le irrequietezze giovanili cominciano con lo Sturm und Drang (tempesta e assalto) dei primi romantici e, in Italia, con il futurismo e il fascismo. Ma furono fuochi fatui. Le rivoluzioni sono spesso promosse dai giovani; giovani che però si attaccano al potere sino alla morte. Quando l’Urss si dissolse esibiva la più straordinaria gerontocrazia (governo dei vecchi) al mondo.
Dicevo che il giovanilismo non dura. È così per forza, perché i giovani diventano vecchi. Ma è anche bene che sia così. I giovani apportano un elemento — l’energia — che gli anziani non hanno più, mentre gli anziani apportano l’elemento che i giovani ancora non hanno, e cioè esperienza e conoscenze. Insomma, gioventù è energia senza sapere, anzianità è sapere senza energia. Le civiltà decadono per senescenza e quando diventano gerontocrazia. Però, nessuna civiltà è mai emersa da una paidocrazia, dal potere dei giovani. In questo momento la scuola è in subbuglio e i giovani si battono contro la riforma dell’Università. È una riforma senza soldi, e questo è il suo più grave limite. Ma, soldi a parte, la riforma Gelmini non è una cattiva riforma. Ed è una riforma necessaria perché affronta le insensatezze legislative e gli abusi «baronali » degli ultimi decenni.
Non so se la generazione in agitazione sia, come scrive Barbara Spinelli su Repubblica, una «generazione bruciata». Ma è certamente una generazione allevata dalla promessa insensata delle «aspettative crescenti». Sì, i giovani di oggi avranno una vita dura. Ma fu dura anche la vita dei giovani che si trovarono, dopo la fine dell’ultima guerra, con un Paese distrutto e un avvenire che sembrava senza avvenire. Noi, i giovani di allora, ce la siamo cavata. Ma i giovani di oggi che si battono contro la riforma universitaria Gelmini si battono a proprio danno e per il proprio male.
martedì 12 gennaio 2010
Norberto Bobbio: LA DEMOCRAZIA REALISTICA DI GIOVANNI SARTORI.
Giovanni Sartori è amico delle citazioni di brani classici da apporre come motti all'inizio di ogni capitolo. La raccolta di questi motti costituirebbe già di per se stessa una buona guida per entrare nel suo mondo d'idee. Non gli dispiaccia se per rappresentare nel modo più conciso l’opera da lui compiuta negli ultimi trent’anni per costruire e a poco a poco rifinire una teoria della democrazia sempre più ricca di dati e d'argomenti, sfociata nei due volumi teste pubblicati, The Theory of Democracy Revisited, mi valga anch'io di un motto celebre, il lucreziano «Crescit eundo». Nel 1957 apparve il capostipite, Democrazia e definizioni, che, esaurito in sei mesi, fu ristampato l'anno dopo con una lunga prefazione che conteneva una risposta ai critici. Nel 1962 apparve la traduzione inglese, compiuta dall'autore medesimo, con un titolo nuovo: Democratic Theory. Il mutato titolo stava a dimostrare che la nuova edizione non era soltanto una riproduzione dell'edizione italiana, ma conteneva qualche integrazione e qualche opportuno adattamento per il pubblico americano, e inoltre due capitoli nuovi di carattere essenzialmente metodologico. A problemi metodologici, specie alla distinzione tra filosofia e scienza politica, particolarmente opportuna negli anni in cui la scienza politica veniva introdotta in Italia come disciplina universitaria, Sartori aveva dedicate gran parte dei suoi studi sino al volume sulla democrazia. Nel 1969 apparve la terza edizione italiana che tornava, se pure con qualche esitazione, alle prime due, ma aggiungeva in appendice due saggi scritti per la International Encyclopedia of the Social Sciences, su Democrazia e Sistemi rappresentativi.
Sull'importanza che ebbe allora il libro ho gia avuto occasione di soffermarmi quando ho scritto tempo fa che con quest’opera il dibattito politico italiano sulla natura della democrazia era passato dalla mano degli ideologi a quella degli studiosi, che della democrazia analizzano i meccanismi e mettono in evidenza virtù e difetti: «opera - commentai - di solida cultura universitaria, anche se non faceva mistero del proprio orientamento ideologico nella direzione della democrazia liberale»1. L'importanza dell'opera stava anche nel fatto che una corrente di studi sulla democrazia, in Italia, a differenza di altri paesi, dove la democrazia aveva più profonde radici, come Inghilterra, Francia e Stati Uniti, non c'era mai stata, e ben pochi erano i precedenti di cui vale la pena di tramandare il ricordo. Se precedenti c'erano stati questi erano dovuti a giuristi. Lo studio dello stato e delle sue istituzioni era stato generalmente di competenza degli studiosi di diritto pubblico, anziché degli scienziati politici, anche perché prima dell'avvento della scuola tecnica del diritto pubblico, la scienza politica faceva parte, didatticamente, del diritto costituzionale. Nel 1946 l'Utet aveva fatto uscire in fretta e furia il manuale di Emilio Crosa, Lo stato democratico, destinato a sostituire precipitosamente il manuale di diritto costituzionale dello stesso autore che era un commento, «va sans dire», apologetico, del regime fascista. (Ma il giurista, se voleva essere uno scienziato, non doveva essere «wertfrei»?) Un confronto tra il manuale di un giurista e il libro di Sartori, che riprendeva una non vetusta tradizione di scienza politica presto interrotta (risalente agli Elementi del Mosca), sarebbe istruttivo. Ci si accorgerebbe che le materie trattate sono alquanto diverse: più le forme e le strutture, nel libro del giurista, dove la parte centrale e dedicata alle «guarantigie costituzionali », come si diceva allora, proprie dello stato democratico, o per essere più esatti, dello stato di diritto, più i contenuti e i valori, la libertà e l'eguaglianza, liberalismo e dirigismo, democrazia e autocrazia, nel secondo. Nel libro di Sartori i nomi di giuristi si contano sulle dita di una mano. Nel capitolo Libertà e legge, l'autore più citato è Rousseau. (Non diversamente accade nei rapporti fra diritto internazionale e relazioni internazionali: s'ignorano).
Un'opera di teoria della democrazia da collocarsi nel quadro d'insieme della teoria generale della politica, in Italia, non vorrei sbagliare, non c'era mai stata, degna di essere messa accanto a Modern Democracies del Bryce, nonostante le grandi e coraggiose battaglie democratiche date negli anni della crisi post-bellica da Salvemini, Amendola, Gobetti, da Guglielmo Ferrero. Negli Elementi di politica di Croce, un autore di cui Sartori si era occupato a lungo nei suoi più antichi studi prima di approdare alla scienza politica, il problema della democrazia non è neppure sfiorato. Con Croce e con il coetaneo Mosca, tutta la tradizione liberale dell'Ottocento vedeva ancora nella democrazia dei moderni, non il coerente sviluppo e quindi la continuazione, ma l'antitesi, del liberalismo, attraverso la «ribellione delle masse» che sarebbe seguita al suffragio universale, e la scomparsa delle libertà civili. Liberalismo e democrazia venivano contrapposti e considerati incompatibili, perchè s'ispiravano rispettivamente a due ideali diversi e contraddittori, la libertà e l'eguaglianza. Ancora nella seconda meta dell'Ottocento, Francesco De Sanctis contrapponeva, anche dal punto di vista letterario, la scuola liberale alla scuola democratica, di cui i rappresentanti principali erano i due grandi antagonisti del Risorgimento, Cavour e Mazzini. Anche per De Sanctis l'ideale della società democratica era «l’eguaglianza di diritto che, nei paesi più avanzati, è anche eguaglianza di fatto»2. La contrapposizione fra liberalismo e democrazia comincia ad attenuarsi nella Storia del liberalismo europeo di De Ruggiero (1925), in cui l'ampia esposizione storica sfocia in una precisa analisi concettuale. In un capitolo dedicato per l'appunto al raffronto tra liberalismo e democrazia, l'autore ammette che il riconoscimento della libertà politica era il naturale proseguimento del riconoscimento delle libertà civili, tanto da affermare che «una divisione tra liberalismo e democrazia non è dunque più possibile: il loro territorio è comune», e che «alcune differenze che sussistevano originariamente si sono andate appianando col tempo»3. Nonostante questo superamento dell'antitesi, De Ruggiero non nascondeva l'antica diffidenza verso la democrazia, derivante dalla identificazione di democrazia e giacobinismo, tanto da affermare che la democrazia era diventata accettabile, sì, ma solo con l'innesto del pensiero liberale. Che la democrazia fosse finalmente da accettare, con tutti i suoi pericoli, non tanto perché fosse la naturale progressiva continuazione dello stato liberale, quanto perché aveva finito per venire a patti con il suo antico avversario, De Ruggiero lasciava chiaramente trapelare con questa affermazione: «L'esigenza di una immissione di liberalismo nella compagine della società democratica differenzia la stagnante uniformità dei suoi elementi e li ravviva dall'interno»4. Non era dunque per De Ruggiero la democrazia lo storico e inevitabile completamento di quella rivoluzione che era nata dall'affermazione dei diritti civili e non poteva non proseguire con l'affermazione dei diritti politici, ma il paventato avvento di una società di massa, reso meno minaccioso dalla sopravvivenza, nonostante tutto, dello spirito di libertà. Resta da segnalare agli studiosi futuri la più grande opera italiana sulla democrazia e la sua storia, completamente dimenticata, anche dallo stesso Sartori che non la cita mai, La democracie di Francesco Saverio Nitti, scritta in francese durante l'esilio in Francia, pubblicata nel 1932, e ora compresa nell'edizione nazionale delle Opere dello studioso e uomo di stato, a cura di L. Firpo, nel 1976. Si tratta essenzialmente di un'opera di polemica politica, farraginosa ma appassionata e lucidissima, in difesa della democrazia contro il nazionalismo, da un lato, destinato sempre a trasformarsi in imperialismo (e per quel che riguarda il fascismo italiano la previsione non poteva essere più chiaroveggente), dall'altro, se pure in forma meno aggressiva, contro le minacce che provenivano dal marxismo, in particolare dalla dottrina della dittatura del proletariato. Ma era anche un'opera di ricostruzione storica e di elaborazione dottrinale che un giorno o l'altro dovrà essere anch'essa «rivisitata», anche se non è certo da considerare un'opera di teoria politica, come quella che sto esaminando. La nuova edizione è notevolmente accresciuta, all'incirca di un terzo. Anche nel titolo riprende l'edizione americana. Nella Introduzione l'autore avverte che, per quanto la nuova opera «incorpori» la precedente, contiene capitoli nuovi e ciò che è stato incorporato è quasi sempre interamente riformulato. Le novità, diremo così, formali riguardano anzitutto la ridefinizione delle parole-chiave della teoria politica che vengono continuamente usate, secondo Sartori, a capriccio; in secondo luogo, la necessità di tener conto di un ritorno, anche negli Stati Uniti, del dibattito intorno al marxismo; in terzo luogo, la crisi della scienza politica empirica, annunziata, predicata, teorizzata e provocata dai movimenti di contestazione degli anni sessanta. Dopo un decennio di negazione, osserva Sartori, è sopraggiunto un decennio di discussioni altamente tecniche di filosofia politica - e qui compaiono i fatidici nomi di Rawls e di Nozick -, che sembravano aver fatto tabula rasa di tutto il passato. Ne sarebbe nata una bella confusione dalla quale bisogna cercare di uscire rimettendo insieme con pazienza i pezzi e i frammenti sparsi di una teoria della democrazia. Se la democrazia è, com'e stato detto, il governo mediante discussione, sempre più s'impone l'esigenza di discutere la discussione sulla democrazia. Dalle riflessioni sui risultati del «decennio del tecnicismo» che è seguito al decennio della contestazione, è nato un capitolo nuovo, sulla teoria del «Decision making e la democrazia», che dà conto di un tema la cui sempre più vivace discussione è avvenuta negli ultimi vent'anni, e contiene spunti nuovi di riflessione per chiunque intenda allargare il campo della teoria della democrazia. Vi si distinguono vari tipi di decisioni, tra le quali interessano il politologo soprattutto quelle che vengono chiamate «collettivizzate», e sono le decisioni che valgono per tutto il gruppo benché siano prese da una parte o anche da uno solo. Segue una discussione sul tema dei costi interni delle decisioni e dei loro rischi esterni, sui metodi di formazione delle decisioni e sulle regole con cui le decisioni vengono prese, con particolare riguardo alla regola di maggioranza, sui tipo di risultato (a somma zero, a somma positiva ecc.) di esse, sui contesto decisionale (continuo o discontinuo), sull'intensità delle preferenze, che è ineguale da individuo a individuo in rapporto con il principio di maggioranza che agisce da livellatore delle diseguaglianze.
Un paragrafo di particolare interesse, e sul quale mi piace richiamare l'attenzione del lettore italiano, riguarda la natura e la funzione del «comitato», definito come gruppo caratterizzato come «small, interacting, face-to-face» (p. 226) e avente una certa durata, istituzionalizzato, chiamato a prendere decisioni in continuazione. Una delle ragioni per cui una teoria della democrazia deve fare i conti con i «comitati », la cui rilevanza è stata sinora troppo trascurata, sta nel fatto che «the commettee system is the most pervasive, crucial and misunderstood part of the real "stuff" of politics» (p. 228). Le decisioni del comitato a differenza di quelle di un'assemblea, vengono prese non a maggioranza ma prevalentemente in base al principio del « do ut des », che Sartori chiama del «deferred reciprocal compensation », e sono in conseguenza a somma positiva.
Una delle caratteristiche di una democrazia rispetto a un'autocrazia è la proliferazione dei comitati, da cui deriva un aumento di partecipazione, di cui il singolo comitato costituisce l'«unità ottimale». Anche se l'autore non fa questo esempio, ciò che egli scrive sulla natura e la funzione dei comitati si attaglia perfettamente alle commissioni parlamentari, e alla differenza fra il loro modo di decidere e quello delle assemblee, di cui una delle più rilevanti, e altamente positiva, secondo Sartori, è la minore visibilità. Nonostante queste ed altre innovazioni, l'impianto dell'opera è rimasto, attraverso tutte le metamorfosi, lo stesso. I due volumi della presente edizione corrispondono alle due parti in cui l'opera era divisa sin dalla prima edizione, una più teorica, l'altra più storica. Ora le due parti sono intitolate The Contemporary Debate e The Classic Issues, mentre là avevano per sottotitolo Un'analisi metodologica e Una verifica storica, nell'edizione inglese del 1962, incisivamente, The Argument e The Proof. Molto accresciuto è invece il numero delle note e delle informazioni bibliografiche. Per rendersi conto di questa crescita si confronti l'indice dei nomi delle edizioni precedenti con quello dell'ultima. Naturalmente anche l'ispirazione etica e ideologica è rimasta la stessa: non c'è democrazia, per Sartori, al di fuori della liberal-democrazia. La dottrina liberale è confluita, dopo un secolo di contrapposizione, nella stato democratico. Lo stato democratico, fondato sulla regola della maggioranza e sulla protezione della minoranza, è la prosecuzione storica dello stato liberale. Nella primitiva redazione italiana si legge: « Nella seconda metà del XIX secolo l'ideale liberale e quello democratico sono confluiti l'uno nell'altro, e fondendosi si sono confusi» (p. 226).
Nell'ultima redazione, che stiamo esaminando: «My perspective is a liberal-democratic one» (p.450). Continuo, coerente, senza pentimenti e ripensamenti, è l'atteggiamento critico nei confronti del «perfezionismo», ovvero delle teorie che dipingono una democrazia ideale, che non è mai stata e mai sarà in nessun luogo, e finiscono per alimentare il discredito della democrazia reale con tutti i suoi difetti ma anche con tutti i suoi meriti che le altre forme di governo non hanno.
L'unico modo per salvare la democrazia è quello di prenderla com'è, con spirito realistico, senza illudere e illudersi. Il che non vuol dire accettare la concezione realistica della politica, secondo cui la politica è pura politica, cioè puro esercizio del potere. Altro è osservare realisticamente le cose della politica, altro ritenere che vi sia incompatibilità tra fede democratica e visione realistica. Se Mosca e Pareto sono stati antidemocratici non è dipeso dal loro realismo. Sartori non ha dubbi sulla compatibilità tra essere realista ed essere democratico: democratico, perché normativamente esprime la propria preferenza per il governo fondato sul consenso, che contrappone alle forme di governo autocratiche; realista, perché ritiene che l'unica democrazia possibile sia quella rappresentativa. Seguendo la dottrina italiana delle élites e accogliendo la definizione di democrazia data da Schumpeter, ritiene che la democrazia sia non il governo senza élites, ma il governo di élites in concorrenza fra loro. Nella vecchia edizione italiana si legge che la democrazia è «un sistema etico-politico nel quale l'influenza della maggioranza è affidata al potere di minoranze con correnti che l'assicurano» (p. 105). Nell'ultima edizione definisce la democrazia «a selective poliarchy» (p. 169). Identica in tutte le edizioni sino all'ultima la passione per l'analisi concettuale attraverso l'analisi linguistica. Non a caso le prime edizioni italiane avevano quello strano titolo dove la parola «democrazia» non era coniugata con una parola appartenente alla stessa famiglia, come ad esempio, autocrazia, ma con «definizioni». Questo connubio lasciava chiaramente capire quale posto avesse nell'opera la «questione di parole». Non è che Sartori creda che basti ridefinire i principali concetti del linguaggio politico per fare della buona teoria, ma è certo che per lui l'eliminazione delle confusioni verbali è il presupposto necessario per mettere ordine in un universo di concetti resi ambigui dall'uso prammatico e disinvolto, non sempre innocente, che se ne fa nella lotta politica.
Poiché ho accennato all'inizio al gusto di Sartori per le citazioni, una fra tutte campeggia e offre la miglior chiave per capire il proposito principale dell’autore. Nell'edizione attuale viene premessa al cap. I. E’ un brano di Tocqueville che dice: «Ciò che getta il massimo di confusione nella spirito è l'uso che si fa delle parole: democrazia, governo democratico. Fino a che non si riuscirà a definirle chiaramente e a intendersi sulla definizione si vivrà in una confusione di idee inestricabile, con grande vantaggio dei demagoghi e dei despoti». Il primo paragrafo è intitolato The Age of Confused Democracy e comincia con queste parole: «Tra le condizioni della democrazia, una è quella che le idee sbagliate sulla democrazia fanno andare per un cattivo verso la democrazia». Subito dopo aggiunge: «Considero questa una ragione sufficiente per scrivere questo libro». Sembrerebbe addirittura, a giudicare dalle prime pagine, che la confusione sia aumentata, anche perché ogni tanto la discussione, per scarsa conoscenza dei precedenti o per il piacere di apparire dei novatori, ricomincia da capo, come se fossero arrivati i barbari a bruciare la biblioteca di Alessandria. A dir la verità le biblioteche in genere non bruciano più. Ma sono talmente ingrandite da assomigliare sempre più alla Biblioteca di Babele. Per quel che riguarda la confusione e la difficoltà di leggere i libri, il risultato è lo stesso. Fortunatamente Sartori non ha perduto l'abitudine di risalire indietro nel tempo e di rileggere i classici. Rispetto alla mancanza di senso della profondità storica, che è stata più volte rimproverata alla scienza politica empirica, non è da meno la filosofia politica sviluppatasi intorno a opere come quelle di Rawls e di Nozick. La lettura dei classici rende immuni da quel difetto che Sartori chiama «novitism» e che insieme con l'altro del «beyondism» considera una delle due forme caratteristiche di «ubris» degli intellettuali, e definisce come il bisogno imperioso di essere originali a tutti i costi.
Personalmente sottoscrivo a due mani questo giudizio. Anzi, più papista del papa, più sartoriano di Sartori, per quel che riguarda il rapporto fra la democrazia degli antichi e la democrazia dei moderni, sono più «continuista» di lui. Una delle tesi storiografiche sempre ribadite da Sartori è che bisogna togliersi di mente che le due democrazie si assomiglino. Esse, afferma, hanno fra loro soltanto «a very slight resemblance». Rileggiamo il celebre epitaffio di Pericle tramandato da Tucidide: vi si ritrovano tutti i tratti principali di quella forma di governo che oggi chiamiamo democrazia, addirittura democrazia liberale: il riconoscimento della libertà individuale, che è poi, a dispetto di Constant, la libertà dei moderni, l'elogio della partecipazione e la condanna di quella che oggi chiameremmo «apatia politica», la supremazia della legge, ovvero l'affermazione dello stato di diritto.
Alla base di questa idea della democrazia sta una concezione individualistica della società che implica il ripudio di ogni visione organicistica o olistica. Si vedano le considerazioni iniziali su «popolo» e «people », sulla inadeguatezza della nozione organica di popolo, che trova la sua espressione culminante nel Volk dei romantici, allo scopo di rappresentare la democrazia moderna, che è fatta da individui. Nella società di massa che sta alla base della democrazia moderna il popolo è diventato sempre più una Gesellschaft e sempre meno una Gemeinschaft. L'individuo singolo, però, in una democrazia rappresentativa, è da considerarsi più come un elettore che come un decisore. Di qua nasce un altro punto fermo della teoria democratica di Sartori: coloro che comandano sono sempre delle élites. La democrazia diretta è difficile e anche quando fosse possibile non è del tutto desiderabile perché la procedura referendaria non consente, almeno sino ad ora, la discussione, e il risultato è sempre a somma zero.
Da un punto di vista descrittivo la definizione di democrazia che Sartori fa sua è quella cosiddetta procedurale: « Democracy is a procedure and/or mechanism (a) that generates an open polyarchy whose competition on electoral market (b) attributes power to the people and (c) specifically enforces the responsiveness of the leaders to the led» (p. 156). Ma possiamo accontentarci di una definizione descrittiva? Prescrittivamente non basta, secondo Sartori, parlare di élites perché questa parola è stata sempre più usata con un significato neutrale (a cominciare da Pareto, e finire a Lasswell). Bisogna distinguere élites da élites. Il problema quindi non è soltanto di elezione ma anche di selezione, intendendo per selezione l'elezione del migliore. Ne discende una definizione assiologica di democrazia che suona: «La democrazia dovrebbe essere un sistema selettivo di minoranze elette in competizione fra loro» (p. 167). In sintesi, se descrittivamente la democrazia può essere definita come una poliarchia elettiva, assiologicamente verrà definita come una poliarchia selettiva. Si può obiettare che questa definizione contrasta con uno dei valori cui si è sempre ispirata la democrazia, l'eguaglianza. A questa obiezione la risposta di Sartori consiste nella distinzione fra eguaglianza verso il basso, che è propria di quella che egli chiama la democrazia orizzontale (che respinge) ed eguaglianza verso l'alto che caratterizza la democrazia verticale. Mentre le teorie antielitistiche incoraggiano l'eguaglianza in basso, vi è un'eguaglianza che qualifica l'eguaglianza verso l'alto ed è l'eguaglianza secondo il merito, che è aristotelicamente un'eguaglianza proporzionale. Questa ulteriore specificazione serve a precisare meglio la definizione assiologica: «La democrazia è una poliarchia fondata sul merito».
Rimane aperta la domanda quali siano i caratteri di una democrazia meritocratica e come ci si arrivi. Sembra che Sartori lamenti che la democrazia attuale sia ben lungi dal corrispondere alla definizione ideale. Ma quale sia il segreto per correggerla non risulta chiaro neppure nelle conclusioni finali. Vero è che questo segreto nessuno dei molti medici chini sui capezzale della grande malata, lo possiede. La democrazia si allontana sempre più dal suo modello ideale, posto che il suo modello sia, come propone Sartori, la meritocrazia. E l'ultimo argomento dei buoni democratici sembra diventato quello del minor male. Quando il lungo viaggio nel tempo e nello spazio alla ricerca dell'isola del tesoro è compiuto, e la mappa dell'isola è perfettamente delineata, ci si accorge che il tesoro non c'è o è molto meno luccicante di quel che pareva quando si vedeva da lontano e non si era ancora diradata la nebbia che impediva di vederlo anche quando si era già vicini. Che cosa è accaduto? E’ accaduto che non basta diradare la nebbia, ovvero, fuor di metafora, liberare il discorso sulla democrazia da tutte le confusioni verbali e mentali che lo hanno oscurato, compiere quell’opera di pulizia concettuale cui Sartori si è dedicato con ostinata coerenza e con successo per tanti anni, allo scopo di ridefinire la democrazia, anzi la liberaldemocrazia, una volta affermato che non esiste altra democrazia che la democrazia liberale. Non basta, se si vuol giungere alla conclusione che la liberaldemocrazia è una forma di governo migliore di tutte le altre. Occorre allora prendere posizione, che è cosa ben diversa dal definire.
Sartori è tanto convinto di questa distinzione che in tutte le versioni del libro è tornato sul tema in uno dei capitoli più tormentati, intitolato Dimostrare la democrazia, nelle edizioni italiane, poi The Search of Proof nella prima edizione inglese, e in fine What is Democracy? Definition, Proof and Preference, in quest'ultima e più completa redazione, dove il capitolo, che era nelle edizioni precedenti l'ultimo della prima parte è diventato il primo della seconda. Sin dall'inizio Sartori è convinto che la democrazia si può definire ma la sua «verità» non si può dimostrare. «To define is not the same as to give reasons for» (p. 267). Si può soltanto comparare la democrazia con le altre forme di governo, autocratiche, totalitarie, dispotiche, e addurre buone ragioni per difendere le nostre preferenze. Ma le nostre preferenze non debbono essere continuamente confrontate non solo con ciò che non preferiamo ma anche con ciò che preferiamo per provare che la realtà corrisponde ai nostri desideri? Mentre nella prima edizione, che risale a trent'anni addietro, come si è detto, questa corrispondenza sembrava maggiore, ora nell'ultimo capitolo, intitolato The Poverty of Ideology, completamente nuovo, sia rispetto al capitolo finale delle edizioni italiane, intitolato semplicemente, Conclusione, sia rispetto a quello della prima edizione inglese, intitolato Conclusions, il giudizio sulla democrazia reale sembra meno ottimistico. L'accento è posto sulla perdita degli ideali, che animarono i padri fondatori della democrazia, e quindi il problema di fondo torna ad essere il problema morale. Ma il problema morale non si risolve solo con definizioni. Sartori ne è tanto convinto che la sua fede nella democrazia (mi pare che la parola « fede» sia la sola giusta in questo contesto) non viene meno anche di fronte ai pericoli non solo esterni ma anche interni che minacciano le società democratiche, tanto da indursi a pronunciare alla fine la celebre frase dell'eroe di Corneille: «Fa il tuo dovere e lascia il resto a Dio». Ma qual è il maggior pericolo che minaccia oggi la democrazia? Non saprei rispondere meglio che citando il passo in cui, dopo aver affermato che la democrazia ha fondamenti morali, Sartori osserva che il senso del dovere e del disinteresse sono stati erosi da una visione puramente economicistica della politica.
Per concludere alla fine: «I do subscribe to the view that the present-day crisis of democracy is very much a crisis of ethical foundations» (p. 242). Sartori non sarà d'accordo, ed io stesso non sono così sicuro di quello che sto per sostenere, ma la ragione della crisi morale della democrazia potrebbe essere cercata nel fatto che sinora la democrazia politica è convissuta, o è stata costretta a convivere, con il sistema economico capitalistico. Un sistema che non conosce altra legge che quella del mercato, che è di per se stesso completamente amorale, fondato com'è sulla legge della domanda e dell'offerta, e sulla conseguente riduzione di ogni cosa a merce, purché questa cosa, sia pure la dignità, la coscienza, il proprio corpo, un organo del proprio corpo, e perché no?, giacché stiamo parlando di un sistema politico come la democrazia che si regge sul consenso espresso col voto, il voto medesimo, si trovi chi è disposto a venderla e chi è disposto a comprarla. Un sistema in cui non è dato poter distinguer fra quello che è indispensabile e quello che non lo è. Partendo dalla sovranità del mercato, come si può impedire la prostituzione e il commercio della droga? Con quale argomento si può impedire la vendita dei propri organi? E del resto i fautori del mercato non vanno sostenendo che l'unico modo per risolvere il problema della penuria di reni da trapianto è quello di metterli in vendita? A questo punto, che male c'è nella vendita dei voti? E come si può contrastare la conseguenza inevitabile che ne può comprare di più chi è più ricco? Nella compra-vendita dei voti non si tratta in fin dei conti se non di uno scambio tra il cittadino che con il suo voto consente all'uomo politico d'insediarsi in un posto da cui può trarre benefici economici, e il signor rappresentante del popolo che compensa il sostegno ricevuto con una parte delle risorse di cui, anche grazie a quel voto, può disporre. In confronto con la compera dell'organo sessuale della donna o della droga o addirittura dell'occhio di un bambino povero, come si è letto sui giornali, che cosa è la compera di un voto? In una intervista, Heinrich Böll ha detto: «Se non esiste una forza capace di opporsi al materialismo di mercato, non importa di che tipo, religioso, politico, ideologico, allora sui nostri mercati venderemo anche noi stessi, se non addirittura i nostri nipotini». Bisogna pur lealmente riconoscere che sinora non si è vista sulla scena della storia altra democrazia che non sia quella coniugata con la società di mercato. Ma cominciamo a renderci conto che l'abbraccio del sistema politico democratico col sistema economico capitalistico è insieme vitale e mortale, o meglio è anche mortale oltre che vitale. Non passerà molto tempo, forse, che occorrerà «rivisitare» i rivisitatori.
Norberto Bobbio
*Testo riveduto e corretto dell'introduzione all'incontro, organizzato dal Centro di scienza politica della Fondazione Feltrinelli, a Milano il 17 novembre 1987, sull'opera di Giovanni Sartori, Theory of Democracy Revisited, Chatam House, New York 1987.
Note
1. Profilo ideologico del Novecento, in Storia della letteratura italiana. Il Novecento, Garzanti,
Milano 1987, I, p. 168.
2. F. De Sanctis, Mazzini e la scuola democratica, Einaudi, Torino, p. 13.
3. G. De Ruggiero, Storia del liberalismo europeo, Laterza, Bari 1984, p. 393.
4. op. cit., p. 401.
venerdì 18 settembre 2009
LA CHIESA E LA LEGGE SUL FINE VITA - Il testamento senza volontà
Paradossalmente, quando la Dc era al potere la Chiesa non comandava. De Gasperi e altri leader democristiani agirono, rispetto alle richieste del Vaticano, secondo coscienza e seppero anche dire seccamente No. Oggi la Chiesa comanda (parecchio) e Prodi, pur cattolico fervente, la indispettì per aver osato dire che era «un cattolico adulto», e cioè capace di ragionare con la sua testa. E l’ulteriore paradosso è che oggi il più «aperto» ai voleri del Vaticano sia Berlusconi. Bossi tiene, e sulla immigrazione clandestina non si piega. Invece Berlusconi, che non è certo un cattolico esemplare, è pronto a cedere quasi su tutto (salvo che sulla sua persona). Il testamento biologico approvato tempo fa dal Senato e fortemente voluto dalla Chiesa, è stato approvato dalla sua maggioranza. Ed è arrivato ieri alla Commissione competente della Camera per l’approvazione definitiva. Si prevede che sarà ritoccato. Anche così resterà un testamento che viola la volontà del testatore. Perché questo è l’intento della Santa Sede. La Chiesa, e per essa il suo Pontefice, può sbagliare? Certo che può sbagliare. Tantovero che agli ultimi Pontefici è venuto addirittura il vezzo di chiedere scusa per errori e anche male azioni di loro predecessori. D’altronde la dottrina della infallibilità papale è recente, è del 1870, e si applica soltanto ai pronunciamenti solenni, ex cathedra, in materia di fede e di morale. Quando papa Ratzinger è andato in Africa a discettare di preservativi e di Aids, il suo discettare non era solenne ed era anche sicuramente sbagliato. Nemmeno è vero che in quella occasione il Papa non abbia detto niente di nuovo. Sì, il Vaticano si oppone da sempre agli anticoncezionali. Ma un Pontefice non ha mai asserito, che io ricordi, che «la distribuzione dei preservativi » non serva a combattere davvero l’Aids: una tesi (cito dalla importante rivista Lancet ) che «manipola la scienza ». Restiamo al testamento biologico, in merito al quale il Vaticano vuole ad ogni costo impedire ulteriori «omicidi», se non assassinii, alla Eluana. Perché, nell’autorevole dire del cardinale Bagnasco (presidente della Conferenza episcopale italiana, e cioè dei nostri vescovi), non è accettabile «un diritto di libertà tanto inedito quanto raccapricciante: il diritto di morire ». Ma «raccapricciante» è invece per me la tesi del cardinale. Come è ovvio, i miei diritti di libertà sono limitati e delimitati dai diritti di libertà degli altri. Cioè, io sono libero finché non invado e danneggio la libertà altrui. E viceversa. L’unica eccezione, l’unico diritto di libertà assoluto, che spetta soltanto a me perché è soltanto «solitario», è il mio diritto di morire (di morte naturale) come scelgo. Pertanto la novità, l’inedito, è che si vuole persino negare la libertà di morire senza inutili sofferenze e prolungate agonie. Sia chiaro: questa imposizione, questa illibertà, esisterebbe solo da noi. Dal che ricavo che il testamento biologico «alla Vaticana» dovrebbe essere rispedito al mittente. Libera Chiesa nel suo libero Stato. Aggiungi che la partita non è — come ha ben precisato Massimo Salvadori — tra cattolici e laici. È, piuttosto, tra un rinato sanfedismo, un fideismo che acceca la ragione e, dall’altro lato, tutte le persone, laiche o cattoliche che siano, che vogliono decidere da sé sulla propria sorte, o, se si vuole, malasorte.
lunedì 15 giugno 2009
Pluralismo, multiculturalismo e estranei. Saggio sulla società multietnica
Un noto artificio della letteratura polemica consiste nel costruirsi l’immagine del nemico, descriverne gli argomenti, distruggerli, e naturalmente uscire vincitore dal duello. Non è difficile: specie se, come di solito accade, il nemico è più immaginario che reale. Di trovarci all’interno di una trappola retorica di questo genere è la sensazione che abbiamo avuto leggendo l’ultimo volume di Giovanni Sartori: che, a dispetto del titolo “accademico”, è più un pamphlet di polemica politica e di (auto)collocazione ideologica che un saggio scientifico. È probabilmente a causa di questo taglio che si spiega il salto tra una prima parte, dedicata alle definizioni del pluralismo, di taglio fondativo, e una seconda parte volta a ridicolizzare posizioni altrui, superficialmente analizzate e discusse con acrimonia. Peraltro, è proprio la seconda parte che è stata quella più apprezzata e valorizzata nel superficialissimo dibattito politico–culturale che si è aperto intorno ad alcune tesi del libro. Per Sartori il pluralismo “si sviluppa lungo la traiettoria che va dall’intolleranza alla tolleranza, dalla tolleranza al rispetto del dissenso e poi, tramite quel rispetto, al credere nel valore della diversità” (p.25). Inoltre, il pluralismo postula una società di associazioni multiple, purché siano volontarie e aperte ad affiliazioni multiple (ma ci sono affiliazioni ad “associazioni” perfettamente volontarie che non prevedono una facile “molteplicità”, dall’iscrizione ai partiti politici all’ingresso in un ordine religioso); ma, aggiunge Sartori, “una società multi–gruppo è pluralistica se, e soltanto se, i gruppi in questione non sono tradizionali” (p. 35), dove per “tradizionali” pare intendere “religiosi”. Ora, poiché le società pluralistiche sono piene di associazioni “tradizionali” e tuttavia non sono per questo meno pluralistiche, ma semmai lo sono di più, come la mettiamo? Date le premesse definitorie, non si spiega il salto logico che lo porta, come vedremo, a rifiutare gli “estranei”: in questo senso il pluralismo di Sartori è tanto condivisibile sul piano teorico quanto discutibile sul piano delle conseguenze che se ne traggono. Ci limitiamo ad alcuni nodi fondamentali, desumibili dalla polemica di Sartori contro il multiculturalismo, nei confronti del quale anche chi scrive ha molte e serie riserve. L’esame che ne fa l’autore rasenta tuttavia la caricatura. Innanzitutto, si occupa essenzialmente della sua versione nordamericana. In Europa (e di questa, e dell’Italia, il libro ha l’ambizione di parlare) ben pochi propongono pedissequamente quel multiculturalismo, per come viene qui descritto, con la sua zavorra tipicamente americana di promozione delle culture native e importate, linguaggio politically correct e autocensura. Né da noi si alzano voci per proporre “un multiculturalismo che rivendica la secessione culturale, e che si risolve in una tribalizzazione della cultura” (p. 31). Semmai chi rivendica la secessione culturale, talvolta, sono degli autoctoni, magari padani, e notoriamente assai poco multiculturalisti. Il problema più serio, tuttavia, sta nella definizione degli “estranei”: “persone che non sono “come noi”“ (p. 10). Una prima osservazione è d’obbligo: “noi” chi? Europei, occidentali, bianchi, liberali, cristiani, ricchi o cos’altro? Non è un’astrazione, quel “noi”, come è un assunto quello di “estranei”? La seconda, sul perché della loro estraneità, apparentemente radicale e insuperabile, è ancora più seria e stridente con i principi del buon pluralismo che Sartori descrive. Sartori dice che gli stati europei “si stanno imbattendo in contro–nazionalità, in immigrazioni sempre più massicce che ne negano l’identità nazionale” (p. 47). Fino a prova contraria gli immigrati hanno una loro nazionalità, possono talvolta ma non sempre desiderare la nostra, qualche volta – e in alcuni paesi, nella maggioranza dei casi – la ottengono magari per nascita, per matrimonio o per altri motivi (e allora perché dovrebbero essere contro?), oppure può andare loro benissimo di mantenere la propria nazionalità d’origine e risiedere da noi, il che non significa essere “contro” di noi. Ma il discorso potrebbe essere affrontato su un piano più generale, facendo riferimento ai cambiamenti fattuali in corso: diffusione di doppie nazionalità; nascite al di fuori del paese d’origine dei genitori; processi di unificazione transnazionale come quello europeo, che cambiano il concetto di cittadinanza, se non quello di nazionalità; accresciuta mobilità anche da parte delle élite, di cui l’autore stesso è un esempio. Su questo tema si è sviluppato un ampio dibattito teorico – cui Sartori non fa alcun riferimento – intorno a concetti come “cittadinanza transnazionale” e altre forme di partecipazione multipla o differenziata: concetti certo discutibili, ma che sarebbe opportuno almeno analizzare. Ma Sartori specifica anche meglio cosa intende per “estranei”. Oggi in Europa la xenofobia si concentra “sugli africani e sugli arabi soprattutto se e quando sono islamici” (p.48). Un primo riferimento alla genericità delle definizioni si impone, come quella secondo cui la cultura asiatica sarebbe “laica” e “non è caratterizzata da nessun fanatismo o comunque militanza religiosa. Invece la cultura islamica lo è”. Che cosa è, se esiste, un universale chiamato “cultura asiatica”? E se anche esistesse, dove metterebbe Sartori, che so, il fondamentalismo indù? Peraltro, ricordiamo che la maggioranza dei musulmani del mondo vive in Asia, e che l’Indonesia da sola ne ha quanti tutti i paesi arabi messi insieme. È proprio sicuro, infine, che “la cultura islamica lo è”, come dire, in sé? Il fatto che ce lo raccontiamo e ripetiamo fa di questo assunto una verità? Sartori sostiene che “la visione del mondo islamica è teocratica e che non accoglie la separazione tra Stato e Chiesa, tra politica e religione” (p. 49). L’argomentazione sembra avvitarsi in un serio problema teorico: è inaccettabile infatti per un pluralista che ci sia qualcuno che, per rimanere all’esempio di Sartori, la separazione tra stato e chiesa non la ritiene auspicabile? Il pluralismo non può arrivare fino a lì? Di quanti cattolici italiani, od ortodossi slavi, o anglicani, o luterani scandinavi dovrebbe liberarsi l’Europa per rispondere ai canoni qui descritti? Ci pare una definizione concettualmente problematica del pluralismo: limitata, per l’appunto, a chi la pensa come noi (o come Sartori); poco democratica, anche; poco “aperta”, nonostante i rituali richiami a Karl Popper. “L’occidentale non vede l’islamico come un “infedele”. Ma per l’islamico l’occidentale lo è” (p.49). Pur avendo qualche dubbio anche sul primo postulato (molti occidentali vedono gli islamici precisamente come degli infedeli), limitiamoci al secondo. Come accettare questi “aperti e aggressivi “nemici culturali”“? In base a questa estraneità ontologica dell’islam, postulata anch’essa a priori, Sartori ritiene che “il contro–cittadino è inaccettabile” (p. 50). Ci limitiamo a porre un immediato problema giuridico, tutt’altro che teorico. E i cittadini europei che sono diventati musulmani? Gliela togliamo, a loro, la cittadinanza? Tra convertiti (pochi) e naturalizzati (molti, e alcuni anche da due o tre generazioni) sono stimabili tra i 4 e i 6 milioni i cittadini europei di fede musulmana: che facciamo, li rimandiamo a casa loro? Il problema è che sono a casa loro... E sarebbe interessante andare a vedere se hanno davvero creato qualche problema di incompatibilità con gli stati in cui risiedono, e se davvero si comportano come “aggressivi nemici culturali”: un conto è immaginarlo, un altro verificarlo. Così impostato il dibattito non fa buon gioco nemmeno ad altre critiche al multiculturalismo (nella sua versione anglosassone), pure invece fondate, che Sartori avanza e che ci sarebbe piaciuto vedere approfondite, sia nel distinguere diversità etnica e diversità culturale, sia nelle critiche all’enfasi che il multiculturalismo spesso propone sul valore della differenza in quanto tale. Molto del ragionare di Sartori sulle culture altre si fonda su una concezione essenzialista delle medesime, che parte da un’immagine astorica di individui che sono invece storicamente situati. Dire, per esempio, che i musulmani sono fatti a una certa maniera perché così sostiene una certa interpretazione (spesso occidentale; e l’autoreferenzialità dell’operazione passa solitamente inosservata) del Corano o della tradizione, e dedurne i musulmani di oggi, sarebbe come dedurre dalla lettura di San Tommaso o del catechismo universale i cattolici di oggi, ovunque si trovino (e a prescindere dal livello di istruzione, dalla classe sociale, dal sesso, dalle opinioni politiche... insomma da tutte quelle variabili che costituiscono l’abc dello strumentario sociologico e che purtroppo ci complicano la vita e non ci consentono, per onestà scientifica, troppo facili “deduzioni”). Nella parte finale del libro, dopo aver paventato le sciagure del diritto di voto agli immigrati, Sartori dice: “Quel voto servirà, con ogni probabilità, per renderli intoccabili sui marciapiedi, per imporre le loro feste religiose (il venerdì), e magari (sono i problemi in ebollizione in Francia) il chador alle donne, la poligamia e la clitoridectomia” (p. 103). Se così fosse, in Francia e Gran Bretagna, dove la maggior parte degli ex–immigrati è cittadina e vota, o in Olanda, dove gli immigrati, senza esser cittadini, votano a livello locale, tutto ciò sarebbe già successo o starebbe per succedere, cosa che qualsiasi analisi dei comportamenti di voto e dei risultati elettorali, o anche solo un giretto nei paesi suddetti, invece smentisce categoricamente. Ricordiamo che i problemi in ebollizione in Francia, a proposito dell’islam, sono tutt’altri: non di questo, e non con questo linguaggio, si occupa il tavolo di lavoro aperto dal ministro Chevènement, con l’obiettivo esplicito di arrivare a un qualche riconoscimento dell’islam nel paese europeo che ospita il maggior numero di musulmani. Né di questo, e a questo modo, si parla in Belgio, che ha riconosciuto l’islam nel 1974 e sta arrivando oggi alle sue conseguenze applicative. E non sono questi i problemi reali in Germania, che pure non vuole riconoscere nemmeno di avere degli immigrati. Queste, ovunque, sono le cose che si evocano in certo linguaggio giornalistico e politico, anche perché alcuni problemi veri non sono nemmeno particolarmente seri, o lo sono solo in alcune loro percezioni particolarmente “nervose”, ad esempio in Francia, come il chador, e altri non sono imputabili in specifico all’islam, ma ad alcune barbare tradizioni, giustamente inaccettabili in Europa, di alcune popolazioni, neanche tutte e solo musulmane, e giustamente stigmatizzate. Sartori sbaglia anche sul piano politico. In Gran Bretagna ci sono oltre 150 consiglieri comunali musulmani, alcuni sindaci, un parlamentare, nonché un tale che si chiama Lord Ahmed, che in quella camera legittimamente siede insieme ad altri due lord e una baronessa musulmani; e nessuno ha mai chiesto nulla che fosse incompatibile con la civiltà giuridica di quel paese. “Una popolazione allogena del dieci per cento può costituire una quantità accoglibile; del venti per cento probabilmente no; e se fosse del trenta per cento è pressoché sicuro che verrebbe fortemente resistita. Resisterle sarebbe “razzismo”? Ammesso (ma non concesso) che lo sia, allora la colpa di questo razzismo è di chi lo ha creato” (p. 106). Magari Sartori ha ragione, ma palesemente confonde gli Stati Uniti, dove vive, con l’Italia, su cui dice di riflettere. Qui infatti siamo al 2–3% (per due terzi non musulmani): non è un po’ presto per manifestare questo genere di preoccupazioni? Il capitolo si chiude con questa affermazione, che lasciamo alla riflessione dei lettori: “Il razzismo nasce in Italia con il fascismo, e muore con lui. Se rinascesse non sarebbe perché gli italiani sono razzisti, ma perché un razzismo altrui genera sempre, a un certo punto, reazioni di contro–razzismo. Stiamo attenti: il vero razzismo è di chi provoca il razzismo”. Ovvero, la colpa delle botte è di chi le prende.
STEFANO ALLIEVI Università di Padova
mercoledì 10 giugno 2009
Il fenomeno Grillo e il lessico della democrazia - IL REVIVAL DEL POPULISMO
Giovanni Sartori (Corriere della sera - 2 ottobre 2007)
venerdì 24 aprile 2009
Come mai nel 1994 la sinistra e Berlusconi erano quasi pari e oggi invece il distacco sembra incolmabile?
Perché? Una bella domanda sulla quale ognuno dirà la sua. La mia è che la sinistra ha commesso sbagli colossali, con D’Alema che avrebbe regalato a Berlusconi l’impero della tv (tutta quanta), e con Prodi che si è ossessivamente dedicato alla creazione di un partito «contro natura» tra cattolici di sinistra e sinistra «dura» e laica. La legge vigente sul conflitto di interessi che in sostanza consente a Berlusconi non solo di essere il monopolista di tutta la tv privata ma anche, quando vince le elezioni, di controllare a suo piacimento tutta la tv pubblica, è la legge Frattini (oggi ricompensato con il ministero degli Esteri). Ora, la sinistra poteva benissimo approvare, tra il 1995 e il 1998, una legge che invece bloccava Berlusconi. Non l’ha fatto. Il testo c’era (steso dal senatore Passigli), era ben disegnato e fu approvato dal Senato nel 1995. Decadde per lo scioglimento anticipato della legislatura, ma fu subito ripresentato dal centrosinistra nel 1996. Dopodiché niente. Niente anche se allora esisteva una sicura maggioranza (ci stava anche la Lega) per vararlo. Non avevo mai capito, confesso, questa stupefacente inazione.
http://segnaleorario.splinder.com/tag/legge+frattini
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Un'immagine, un racconto
La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)