"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

Fotogazzeggiando

Fotogazzeggiando
Fotogazzeggiando: Immagini e Racconti

Cerca nel blog

Translate

Visualizzazione post con etichetta Colombo Gherardo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Colombo Gherardo. Mostra tutti i post

mercoledì 22 gennaio 2014

L’ex pm Gherardo Colombo, l’intervista: “Italiani? Più sudditi che cittadini

“La prima giustizia è la coscienza”, dice Jean Valjean, travestito da monsieur Madeleine, ne ”I miserabili’ di Victor Hugo. Si rivolge a Javert, l’ispettore che incarna la giustizia cieca, testarda e inesorabile. Una prospettiva che è stata spesso l’orizzonte prevalente del dibattito, nel Paese dove da vent’anni si farnetica di una supposta guerra tra politica e magistratura: il futuro della giustizia resta un perno centrale nella vita democratica. E dunque anche della salute dell’Italia: siamo venuti a parlarne con Gherardo Colombo, ex magistrato, scrittore, presidente di Garzanti e membro del consiglio di amministrazione della Rai. Sta lavorando – spiega mentre tenta di salvare una pantofola dalle fauci di Luce, Golden retriever di sette mesi – a uno spettacolo tratto da ‘Imparare la libertà, il potere dei genitori come leva di democrazia’, manuale per educare senza punire, scritto a quattro mani con Elena Passerini (ed. Feltrinelli). Il debutto è previsto per il 24 febbraio a Roma. Sul palco, con Colombo nei panni del professore, ci saranno anche Piotta, il bidello, e due studenti: Sara Colombo, figlia di Gherardo, e Cosimo Damiano D’Amati che è anche il regista.
Dottor Colombo, quando si parla di rapporti tra giustizia e politica, l’obiezione prevalente è che la magistratura si sostituisce alla politica. Nel caso della Consulta sul Porcellum è stato fatto di tutto per evitare la sostituzione, eppure il legislatore è rimasto a guardare nonostante i numerosi moniti e del Colle.
I giudici – di qualunque grado e tipo – hanno il compito di rispondere alle domande che vengono loro rivolte. È stata sollevata, non a torto, una questione di legittimità sulla normativa elettorale: la Corte ha risposto. A Torino la domanda di chiarimento al Tar sulla validità delle elezioni regionali è stata avanzata da uno degli attori politici. Se coloro che esercitano la funzione politica fossero capaci di risolvere le questioni all’interno della propria funzione, la magistratura non dovrebbe intervenire! Esiste, però, un problema di tempi: in queste materie in particolare, le questioni dovrebbero essere risolte in qualche mese, non in qualche anno. Anche se i motivi, molto frequentemente, non possono essere addebitati ai giudici.
L’etica è stata “ristretta” al diritto penale: d’accordo?Questo è il problema. Non esiste più la responsabilità politica, disciplinare o amministrativa. Tutto va a finire nel processo penale. L’idea che si ha è che tutto quello che non è vietato dalla norma penale va bene. Ma la verifica penale dovrebbe essere l’extrema ratio, arrivare per ultima. E forse, aggiungo, non è la più indicata a risolvere le questioni, perché come effetto ha una sanzione, non l’identificazione di un rimedio che valga in casi analoghi per il futuro.
Nella Prima Repubblica non era così. O era un po’ meno così: non sarà mica “colpa” di Mani Pulite?Durante la Prima Repubblica molte cose accadevano nell’ombra. Non farei un’apologia di quegli anni: non dimentichiamo la P2, la stagione delle stragi, da piazza Fontana a piazza della Loggia, da Peteano all’Italicus. E poi c’erano meccanismi di autoconservazione del potere estremamente collaudati ed efficienti. Io credo che l’emersione di Tangentopoli sia strettamente connessa alla caduta del Muro di Berlino. L’Italia era un Paese di confine, in cui si era arrivati a un equilibrio basato su “stanze di compensazione”: il potere si salvaguardava nel suo complesso. Cade il Muro di Berlino e finisce quella contrapposizione – da una parte il mondo occidentale, dall’altra l’Unione Sovietica – in cui entrambi i blocchi avevano un interesse forte sul nostro Paese: perciò la violazione delle norme sul finanziamento ai partiti era ampiamente praticata. L’equilibrio salta, e allora per una piccola finestra temporale, abbiamo potuto indagare in un modo impensabile fino a poco prima, perché in un modo o in un altro succedeva qualche cosa che bloccava le indagini. Torno alle inchieste sulle stragi: quale incredibile serie di trasferimenti ha dovuto subire il processo per piazza Fontana! L’ostacolo alle indagini era quasi la prassi, a volte anche con il coinvolgimento della magistratura: è stata la magistratura a fare in modo che il processo di piazza Fontana andasse in giro per l’Italia fino a morire. Anche senza voler pensare alla malafede, i fatti sono questi. Così è successo per la P2, per i fondi neri dell’Iri: se i processi fossero rimasti a Milano, gli esiti sarebbero stati senz’altro diversi.
Il Tribunale di Milano era diverso?Milano, negli anni delle stragi, della P2 e dei fondi neri Iri rappresentava una delle non frequenti eccezioni rispetto al pensiero corrente in magistratura secondo cui il potere era esonerato dalla verifica giurisdizionale. Se veniva alla luce qualcosa che riguardava persone che gestivano il potere e iniziavano le indagini, nel giro di poco tempo tutto si bloccava. La stragrande maggioranza dei giudici del Dopoguerra si era formata sotto il Fascismo. E quindi, l’atteggiamento era quello al quale si era stati abituati dal regime: in certi cassetti non si guarda. Con il tempo progressivamente le cose cambiano. Viene istituita la Corte costituzionale e questa estromette dall’ordinamento tante norme risalenti a prima della Costituzione; nasce il Csm e si compie un importante passo verso l’indipendenza della magistratura stessa dagli altri poteri dello Stato; c’è un progressivo ricambio generazionale, perché via via che il tempo passa i magistrati che si erano formati sotto il Fascismo vanno in pensione. Torniamo a Mani Pulite: io sono entrato nell’inchiesta – su richiesta reiterata dei dirigenti del mio ufficio, Francesco Saverio Borrelli e Gerardo D’Ambrosio – nell’aprile del ‘92, due mesi dopo che Di Pietro aveva cominciato le indagini.
A luglio di quell’anno lei rilasciò la famosa intervista a Leo Sisti su L’espresso, in cui proponeva di risolvere la questione evitando la prigione a chi confessava e restituiva il maltolto allontanandosi per un po’ dalla vita pubblica. Lo pensa ancora?Avevo intuito che quella giudiziaria era una strada senza sbocco. La corruzione era davvero un sistema e sarebbe stato – come in effetti è accaduto – impossibile scoprire e gestire tutto. Non ci sono stime certe, ma il circa il 40% dei processi si è risolto con la prescrizione. Anche oggi penso che la soluzione non poteva essere giudiziaria, che sarebbe stato necessario investire molto a livello educativo.
E la P2?Il 19 marzo 1980, Prima linea ammazza Guido Galli, di cui ero collega all’Ufficio istruzione. Lo racconto perché in qualche modo c’è un collegamento con l’assegnazione dei processi che riguardano Sindona a Giuliano Turone e a me. Uccidono Guido, dopo aver assassinato un altro collega a Salerno e uno a Roma, e l’Ufficio istruzione di Milano rischia di dissolversi: tanti chiedono e ottengono di essere trasferiti, come volessero scappare. Milano negli anni Ottanta, alle dieci di sera e nei weekend, era deserta: io andavo in giro in moto, quando mi fermavo al semaforo e qualcuno attraversava la strada dietro di me, mi aspettavo un colpo in testa. Avevo paura, avevamo tutti paura, ma in un po’ siamo rimasti. Essendo tra quelli che sono rimasti, i vari processi su Sindona furono assegnati a Giuliano, Gianni Galati e a me. Indagando su Sindona, scopriamo che Joseph Miceli Crimi, il medico che aveva organizzato il viaggio clandestino di Sindona a Palermo subito dopo l’omicidio di Giorgio Ambrosoli e lo nascondeva in quella città, aveva incontrato ad Arezzo Licio Gelli più volte nello stesso periodo. Poiché Gelli già compariva a più riprese nelle indagini, abbiamo deciso di perquisire i luoghi che frequentava, tra i quali la Lebol – a Castiglion Fibocchi – di cui era dirigente. Era il 17 marzo 1981, ero in ufficio con Giuliano, ed eravamo piuttosto scettici sull’esito dell’operazione. A metà mattina il telefono squilla: è il colonnello Bianchi, che avevamo mandato con i suoi uomini della Guardia di Finanza da Milano a eseguire le perquisizioni, imponendogli di non prendere contatto con i colleghi del luogo perché fosse mantenuta la massima segretezza. Ci racconta che sono stati trovati documenti di rilievo eccezionale aggiungendo, stupefatto, che il comandante generale della Guardia di Finanza lo aveva contattato, dicendogli che nelle liste avrebbe trovato anche il suo nome…
…e non era il solo nome eccellente…La mattina dopo arrivano le carte, una cosa strabiliante. Ministri, sottosegretari, parlamentari, generali dei Carabinieri, dell’Esercito, della Finanza, il capo del Sismi, il capo del Sisde; i nomi di quelli che avevano depistato le stragi. C’era il nome di Sindona, il nome del generale Massera, coinvolto nel colpo di Stato in Argentina di pochi anni prima. C’erano i nomi di magistrati, imprenditori, giornalisti e via dicendo. Ritenendo necessario che i vertici delle istituzioni venissero informati della gravità della situazione, dopo aver tentato invano di contattare il presidente della Repubblica Pertini che era in viaggio istituzionale in Sudamerica, fummo ricevuti dal presidente del Consiglio Forlani, il 25 marzo. Ad aprirci la porta di Palazzo Chigi fu il prefetto Semprini, che figurava nell’elenco degli iscritti alla P2. Forlani minimizzava, ma alla fine riconobbe la gravità della situazione.
Pressioni?Pressioni direi di no, ma il procuratore della Repubblica di Milano, Gresti, ci chiese di restituire le carte a Gelli! Intanto la Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Sindona, presieduta da Francesco De Martino, chiede copia delle carte. In Parlamento cominciano a piovere le interrogazioni: Forlani risponde in aula martedì 19 maggio. La nostra sensazione – ascoltavamo la seduta parlamentare da Radio Radicale – è che il capo del governo volesse scaricare su di noi la responsabilità della pubblicazione delle liste. Circolavano, messe in giro ad arte, un sacco di voci sugli iscritti alla P2. Con il consigliere istruttore Amati, che era il nostro dirigente, Turone e io scriviamo una lettera in cui diciamo che ritenevamo coperti da segreto istruttorio i verbali delle deposizioni rilasciate dai testimoni che stavano sfilando davanti a noi, ma non il restante materiale. De Martino annuncia che la Commissione Sindona avrebbe provveduto comunque a rendere pubbliche le liste e dunque Forlani decide di farlo lui stesso: una settimana dopo cade il governo.
E le famose buste sigillate?Erano circa 35, più o meno ognuna conteneva una notizia di reato. Le accenno al contenuto di due, giusto per capirci. Parlano di un conto, “Protezione”, presso la banca Ubs di Lugano, con riferimenti all’onorevole Claudio Martelli, e di versamenti per milioni di dollari a favore di Bettino Craxi. Oltre alle buste, in una Banca di Castiglion Fibocchi, trovammo le prove del pagamento delle quote d’iscrizione alla P2. Tutti erano disorientati. Allora l’idea era che i magistrati rispondessero a qualcuno in sede politica.
Quest’idea è rimasta: hanno annullato le elezioni in Piemonte e il segretario della Lega Salvini ha dato la colpa alla magistratura comunista. È un ritornello che abbiamo sentito in tutto il ventennio berlusconiano.Certo, in modo strumentale. Allora invece era spesso vero che i magistrati rispondessero a qualcuno riservatamente in sede politica! C’è chi dice che secondo il manuale Cencelli la poltrona di Procuratore della Repubblica di Roma valesse quanto un ministero. I politici impazzivano, perché non erano in grado di attribuirci un’appartenenza. Non sapendo per conto di chi lavoravamo non sapevano con chi lamentarsi, o a chi rivolgersi per fermarci o per trattare. Non pensavano che fossimo veramente indipendenti! Sta di fatto però che nel giro di meno di sei mesi la Procura di Roma ha sollevato conflitto di competenza, la Cassazione le ha dato ragione, le carte sono trasmigrate a Roma e le indagini di maggior rilievo sono state subito archiviate.
E per Mani Pulite, pressioni?Io posso parlare per me: mai nessuna. Se c’è stato qualche tentativo di avvicinamento, è stato subito bloccato. Borrelli è stato fondamentale per garantire la nostra piena autonomia.
In questo pregiudizio sulla scarsa indipendenza della magistratura dalla politica quanto hanno pesato le correnti del Csm?Sono stato iscritto a Md da quando sono entrato in magistratura fino a quando mi sono dimesso, ma – salvo un incarico giovanile locale – non ho mai ricoperto funzioni istituzionali.
Però lei è stato a lungo un simbolo di Magistratura democratica.Non intendevo affatto negare l’appartenenza, solo specificare che ho fatto poca vita associativa. Finché non c’è stato il Csm, le funzioni venivano svolte per un verso dal ministero e per l’altro dalla Cassazione: organi entrambi, allora, molto sensibili al potere. All’inizio degli anni Cinquanta, chi faceva il giudice in Cassazione si era formato in una società organizzata da regole che, per esempio, vietavano il voto alle donne, stabilivano discriminazioni all’interno della famiglia, consideravano reato l’adulterio femminile ma non quello maschile. C’era chi aveva sviluppato un pensiero alternativo, ma la massa era piuttosto allineata. La Costituzione, in conseguenza, veniva considerata più come un complesso di affermazioni programmatiche che non la legge fondamentale della Repubblica. Le correnti arrivano dopo: originariamente le posizioni erano perlopiù molto conservatrici, ed era quasi sovversivo allora essere in sintonia con la Costituzione. Magistratura democratica nasce nel 1964 e progressivamente nasce il paradosso dei magistrati politicizzati.
Si è sentito spesso dire che Md è stata ispiratrice di molte indagini delle toghe rosse.Una cosa che posso dirle per certo è che io non sono stato mai “ispirato” da nessuno. Le indagini sono “ispirate” dalle notizie di reato. Piuttosto credo che queste affermazioni siano spesso volte a distogliere l’interesse dal merito delle indagini e dei processi. Per sapere se un’indagine è giustificata occorre leggere le motivazioni delle sentenze, cosa che credo avvenga davvero molto raramente.
Altro però è la gestione del potere all’interno della magistratura, per esempio la questione della spartizione degli incarichi tra le correnti.Non c’è dubbio. Qui penso che ci siano problemi. È una questione culturale, che riguarda in generale il Paese. La competenza ha perso significato e valore, e a volte vale di più l’appartenenza rispetto alla capacità e alla preparazione. Temo che anche la magistratura si sia adeguata alla tendenza generale qualche volta, e che taluni incarichi siano stati assegnati attraverso accordi tra le correnti basati, appunto, sulle appartenenze.
I magistrati fanno carriera in base all’anzianità di servizio.Il problema è più generale, riguarda la gestione dell’autonomia della magistratura. Le sembra logico che i criteri di scelta del dirigente di un ufficio siano, appunto, l’anzianità o se va bene, la bravura nello scrivere sentenze o nel dirigere le indagini? Il capo di un ufficio deve essere in grado di organizzare. Per dire, la Procura di una grande città, come Milano o Roma, è costituita, tra magistrati, polizia giudiziaria, cancellieri, personale amministrativo da circa un migliaio di persone.
Si parla di riforma della giustizia da sempre: da più parti s’invoca come risolutiva la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante.Non credo che aver fatto lo stesso concorso di un pm pregiudichi la terzietà di un giudice. Tanto è vero che accade non di rado che le richieste della Procura siano rigettate dai giudici. Supponiamo che sia vero che l’appartenenza alla stessa categoria crea un rischio parzialità: non sarebbe allora assai più drammatica la comunanza tra giudici di primo grado, Appello e Cassazione? Il giudice dovrebbe sempre comportarsi in modo da comunicare, anche all’esterno, un’immagine di indipendenza. A volte non è così, ma la separazione delle carriere non c’entra nulla: esistono già norme, sul passaggio tra ruoli, a tutela dell’imparzialità. La partecipazione alla stessa carriera serviva soprattutto a trasmettere al pubblico ministero la cultura della giurisdizione. Invece succede che il pm, per come la funzione è rappresentata dai media, è sempre più spesso identificato come l’accusa. Cioè qualcuno che ha come interesse la condanna, e non invece la corretta ricostruzione dei fatti.
Come è possibile che sia così poco percepito il rischio di una magistratura inquirente dipendente dal potere esecutivo, soprattutto in un Paese come l’Italia?Questo è un passo ulteriore: una volta separate le carriere, allora sarebbe possibile sottoporre la funzione inquirente all’esecutivo. Sarebbe tragico. Anche se forse a tanti italiani, che mi pare abbiano ancora la mentalità del suddito piuttosto che quella del cittadino, forse non dispiacerebbe.
Per via di questa mentalità ha lasciato la magistratura per andare a insegnare la Costituzione nelle scuole?Sì, anche ai bimbi piccoli. Capiscono molto più di quanto gli adulti vogliono credere e hanno una gran voglia di coinvolgimento, spesso frustrata da una scuola che, pur con eccezioni significative, tende più all’omologazione dei ragazzi che alla promozione della loro libertà responsabile.
Le esperienze politiche di ex magistrati o magistrati in aspettativa hanno suscitato molte critiche. Lei che pensa al riguardo?La Costituzione prevede per tutti il diritto di elettorato attivo e passivo. Credo allo stesso tempo che il principio della divisione dei poteri sia fondamentale, da un punto di vista formale e sostanziale, per cui dal mio punto di vista non guasterebbe se chi volesse dedicarsi alla politica si desse la regola di dimettersi dalla magistratura e di lasciar passare del tempo, due-tre anni, tra un’esperienza e l’altra.
Nino Di Matteo è stato più che minacciato, è stato oggetto addirittura di un ordine di esecuzione da parte di Totò Riina, nel silenzio assoluto delle istituzioni.In Italia, come in nessun altro Paese democratico, sono stati uccisi tanti magistrati. Quando ad ammazzare è stata la criminalità organizzata, le vittime erano spesso persone rimaste isolate: Falcone per esempio ha subito un progressivo isolamento. Sarebbe più che opportuno, anzi direi necessario e doveroso, che le istituzioni facessero sentire la loro vicinanza a Di Matteo. Anche con gesti simbolici, come la presenza fisica (una visita a Palermo, un convegno organizzato lì), ma che mi pare siano molto rari. Le persone che sono oggetto di quelli che a volte sembrano atti preparatori a un omicidio, dovrebbero essere il più possibile protette e garantite. Deve essere chiaro da che parte sta lo Stato.
In questo caso c’è un cortocircuito: nel processo sulla Trattativa, lo Stato è dalla parte sbagliata, quella degli imputati.Per quel che ne so nessuno tra coloro che ora ricoprono cariche istituzionali è indagato in quel processo.
C’è stata però la questione della distruzione delle conversazioni tra il presidente della Repubblica e Nicola Mancino.Mi pare che quella fosse una questione processuale e non andrebbe confusa con le più generali vicende delle minacce a Nino De Matteo.
Lei è anche consigliere del Cda della Rai, ormai al giro di boa di metà mandato. Bilancio?Questa è un’altra, lunga, intervista: bisognerebbe parlare di leggi, procedure, competenze, delle difficoltà nell’esercitare le funzioni. E tanto altro…


venerdì 30 agosto 2013

Mani pulite è proseguita

Mani Pulite è proseguita nonostante l'abbandono di Antonio Di Pietro. Molti hanno pensato, altri sperato, che l'allontanamento del simbolo avrebbe comportato la fine del nostro lavoro. Non è stata cosa da poco continuare senza la capacità e la dedizione di Antonio, e non sono mancate difficoltà anche a livello organizzativo: abbiamo, cioè, dovuto redistribuire tra noi tutto il lavoro che stava seguendo. Per mesi infatti non è stato possibile rimpiazzare Di Pietro, a causa dei pressanti impegni dei colleghi occupati negli altri settori (criminalità organizzata, omicidi, droga, rapine, evasioni fiscali e quant'altro), circostanza che ha impedito di distogliere un altro sostituto dalle proprie indagini per destinarlo alle nostre. Siamo andati avanti così per poco meno di un anno, sopperendo alla carenza di persone con l'intensità dell'impegno, risucchiando Francesco Greco, Paolo Ielo ed Elio Ramondini, che avendo già dedicato gran parte del loro tempo alle indagini di Mani Pulite, si sono trovati a non poter fare quasi più altro. Nell'autunno 1995, finalmente, è stata aggregata alle indagini anche Ilda Boccassini, rientrata da un lungo distacco in Sicilia.
Impulsiva, di carattere forte e un po' spigoloso, determinata come forse nessuno, Ilda aveva lasciato Milano - non senza qualche incomprensione con alcuni colleghi, tra cui il sottoscritto - dopo la morte di Giovanni Falcone, cui era legata da rapporti professionali intensissimi. Aveva dato la propria disponibilità, subito accolta, a farsi applicare alla procura di Caltanissetta, competente territorialmente a indagare sulla strage di Capaci. Si era imposta di scoprire gli assassini di Giovanni, della moglie, degli uomini della scorta e aveva raggiunto lo scopo con una rapidità eccezionale, applicando la scientificità investigativa che lo stesso Falcone le aveva insegnato. Dopo una breve parentesi a Palermo, è ritornata a Milano, e le sue capacità professionali, ancor più affinate e profonde, sono state messe a disposizione di Mani Pulite.
Nel frattempo l'oggetto delle indagini si è ulteriormente allargato con l'emergere di nuovi e spesso recentissimi episodi di corruzione, specialmente nel filone delle verifiche fiscali, dei reati attribuibili ad appartenenti alla Guardia di finanza; ma soprattutto si è trasformato, per l'impulso di nuovi accertamenti che hanno portato la nostra attenzione investigativa verso gli aspetti patrimoniali del reato: vale a dire la creazione e la disponibilità dei fondi neri, dei capitali occulti da cui prelevare il prezzo della corruzione da una parte; e la conservazione e l'uso da parte di pubblici ufficiali e politici del denaro ricevuto per vendere le proprie funzioni dall'altra. Si tratta di accertamenti che richiedono tempi molto lunghi, non solo quando si è costretti a chiedere l'assistenza di magistrature straniere.
Infatti per scoprire da dove i soldi sono venuti, o sono andati, in ambito nazionale è necessario esaminare mastodontiche contabilità societarie, individuare rapporti bancari, analizzarli, trovare il sistema per scoprire depositi mascherati, o effettuati tramite prestanome, o celati attraverso operazioni commerciali inventate.
Per procedere nelle stesse ricerche all'estero è necessario innanzi tutto che esistano accordi internazionali con il paese interessato che prevedano l'assistenza giudiziaria (in caso contrario non si può che sperare nell'altrui cortesia), e poi bisogna in concreto trovare la collaborazione dei colleghi stranieri, non sempre disponibili a scegliere comportamenti che potrebbero crear loro difficoltà con gli altri poteri locali, se non addirittura con la stessa organizzazione istituzionale del loro paese, quando l'economia di quest'ultimo si basa o sulle capacità di attrarre denaro da parte di un sistema bancario rigorosamente muto alle ragioni della trasparenza, o sulla garanzia di poter utilizzare società di comodo per dissimulare operazioni commerciali inesistenti, senza potere, di regola, essere scoperti.
Ci è stata negata più volte assistenza con motivazioni bizzarre: per esempio che la corruzione è un reato "politico", e come tale non suscettibile di costituire oggetto di collaborazione internazionale; oppure che la magistratura locale è troppo impegnata nell'amministrare la giustizia interna per potersi interessare delle richieste provenienti dall'estero, e così via. Ma anche quando i trattati ci sono e la disponibilità dei colleghi è massima (come è avvenuto, soprattutto da parte del procuratore generale Carla Del Ponte, in Svizzera), mille intoppi procedurali rendono virtuale la tempestività dell'assistenza straniera, e le risposte arrivano anche dopo anni dalle richieste, quando chi vi ha interesse ha avuto tutto il tempo per spostare i suoi capitali in luoghi più sicuri o per costruire ad arte spiegazioni fasulle su proprietà e trasferimenti.
Anche in Italia le indagini finanziarie non hanno sempre vita facile, e ci è capitato più volte di scoprire i tradimenti di dirigenti e funzionari di istituti di credito che, allo scopo di prevenire le iniziative della magistratura, avevano letteralmente falsificato le carte per ostacolare la ricostruzione di movimentazioni ingenti, o per evitare l'attribuibilità a questo o quell'impiegato pubblico, dei milioni o dei miliardi che aveva ricevuto occultamente, ovvero per far perdere le tracce della destinazione di considerevoli importi usciti dai fondi neri di importanti società.
Forse perché manca il simbolo, Antonio Di Pietro; certamente per la natura delle nuove investigazioni che meno possono essere oggetto di spettacolarizzazioni attraverso la curiosità o lo scandalo creato attorno al nome dell'indagato, per qualche tempo le indagini diventano meno evidenti e suscitano minor interesse nella stampa e negli altri media. E progressivamente, giorno per giorno, si nota insinuarsi con costanza una disaffezione, quasi una insofferenza verso le nuove scoperte e il progredire delle investigazioni. Non è un fenomeno che riguarda tutti, perché per la strada, attraverso il telefono e il fax, o tramite gli inviti a partecipare a dibattiti su legalità e giustizia che provengono da tutta Italia e da molti paesi stranieri, l'interesse delle persone comuni della cosiddetta società civile e degli osservatori stranieri è sempre lo stesso. Ma per il "palazzo" è diverso.
Salvo alcune rilevanti ma sporadiche eccezioni, il mondo che conta matura, con spostamenti quasi impercettibili ma continui, una specie di avversione a Mani Pulite, quasi che il continuare a mettere a nudo l'illegalità diffusa infastidisca, disturbi, rappresenti un intralcio per la politica e per la gestione della cosa pubblica.
Non è tanto quel che viene fatto, ma quello che non si fa ad essere significativo, benché sia quanto meno avvilente per Borrelli, D'Ambrosio, Greco, Davigo, e per me, dopo decine d'anni di lavoro in cui abbiamo espresso senza tentennamenti il senso della nostra autonomia, e siamo pertanto stati fortemente esposti al rischio di attacchi, senza mai ricevere tuttavia nemmeno un appunto, vederci scaricare addosso a palate procedimenti disciplinari e denunce penali.
Tuttavia impressiona e delude la coscienza civile, prima ancora di mortificare l'impegno professionale, il fatto che in questi quattro anni non sia stata adottata una legge, un provvedimento che faciliti le indagini o che renda più difficile, per quanto è possibile, la corruzione.
Non una misura per modificare i controlli, per renderli effettivi; non un provvedimento che tenda ad allontanare dalla pubblica amministrazione coloro che per decenni hanno venduto la propria funzione, ma soltanto rare, approssimative iniziative per favorire il recupero del maltolto; nessuna, o poche e solo apparenti indagini amministrative, controlli interni alle istituzioni per verificare comportamenti dei funzionari, regolarità degli appalti, responsabilità; e ancora assenza totale di interventi politici per fare rientrare i capitali illecitamente trasferiti all'estero. Qualche volta nasce anche il sospetto che persone poco prima scoperte a svolgere attività di mediazione tra corruttori e corrotti, e condannate per questo, abbiano tranquillamente ripreso a compiere le stesse attività.
Quando segnali del genere sono più forti, viene da domandarsi se non sia stato raggiunto un tacito gentlemens agreement, che in modo inespresso preveda che Mani Pulite debba essere lasciata morire, dimenticata. Ma, soprattutto, che nulla vada fatto per cambiare le cose.
Tutto questo "niente" lascia disorientamento e sfiducia. Rende difficile superare la stanchezza di tanto prolungato sforzo investigativo e morale, considerati i sistematici e spesso ingiuriosi attacchi cui siamo stati sottoposti. Sconcerta perché è lampante, per chi ricopre incarichi istituzionali e dispone di incisivi strumenti di analisi e di valutazione, quanto il sistema che abbiamo scoperto sia devastante, e sia causa di incommensurabili danni per tutti.
Se, almeno apparentemente, a qualcuno può far gioco, per il proprio personale interesse, che nulla si muova, per tutti gli altri, che parrebbero essere i più, e a maggior ragione per chi è investito di compiti istituzionali di rappresentanza, la corruzione dovrebbe essere qualche cosa da cui liberarsi al più presto.
Gli stessi strumenti di informazione credo abbiano avuto interesse più a comunicare gli aspetti esteriori del sistema delle tangenti, piuttosto che il suo effettivo contenuto, e di conseguenza non si sono sforzati di analizzarne e diffonderne le implicazioni negative a livello economico, istituzionale e anche culturale. Questi argomenti sono rimasti oggetto di dibattiti di risonanza limitata, talvolta tenuti tra addetti ai lavori, frequentemente sollecitati dalla curiosità di gruppi di cittadini che, nelle più svariate sedi e occasioni, organizzavano incontri per capire e approfondire, con ciò dimostrando una sensibilità ben diversa da quella delle sedi istituzionali. Con il passare del tempo, la percezione della gravità delle conseguenze del continuo mercimonio della funzione pubblica è sfumata. Ed è parso quasi che i media, e per quanto ne potesse essere influenzata la cittadinanza, fossero più interessati a conoscere nomi piuttosto che fatti, titoli di reato piuttosto che comportamenti, sicché i resoconti delle nostre scoperte si sono trasformati in un terribile gioco di superficie, nel quale raramente ha trovato spazio un livello di analisi profondo.
Le conseguenze, i danni della corruzione, sono passati in secondo piano, e forse non è stato casuale. La disaffezione verso il nostro lavoro è stata forse momentanea, ma la superficialità della percezione degli effetti della corruzione continua tuttora. E siccome le regole non hanno giustificazione in sé, ma per quello cui tendono, sarà bene riportare alla mente quegli effetti, quei danni, che le regole, punendo la corruzione, cercano di evitare.
La prima puntualizzazione, necessaria per i frequenti fraintendimenti di una parte dell'opinione pubblica, riguarda il fatto che le tangenti, contrariamente a quanto sembra avvenire, non le paga l'impresa, bensì l'ente pubblico cui è preposto il funzionario infedele che le riceve. Ciò è lampante quando la tangente mira a eludere un controllo, a nascondere situazioni o disponibilità, come succede se un finanziere accetta cinquanta milioni per non accorgersi di un'evasione fiscale di cento. Ma lo spostamento del costo si verifica anche in caso di appalti, e cioè quando la tangente è pagata per la stipulazione di un contratto. Infatti il suo ammontare è recuperato di regola attraverso collaudati sistemi, come la revisione dei prezzi (durante l'esecuzione dell'opera il costruttore chiede, e naturalmente ottiene, che il corrispettivo sia elevato lamentando, per esempio, l'aumento del costo delle materie prime), le varianti in corso d'opera (improvvisamente ci si accorge che il contratto per la costruzione di un ospedale non prevedeva, per esempio, l'installazione di alcuni ascensori: si integra l'appalto originario e il costo degli ascensori viene determinato a parte, calcolandolo con larghezza) o l'impiego di materiali in quantità minore o meno pregiati e meno costosi (chi si è impegnato ad asfaltare una strada con un manto di tre centimetri ne posa soltanto due e mezzo) o l'uso di tecnologie meno raffinate. Il pagamento del prezzo della corruzione non costituisce quindi un onere per l'imprenditore, ma è una causa di incremento del costo dell'opera, e perciò della spesa pubblica, un danno per la collettività facilmente quantificabile.
Seconda puntualizzazione: se la tangente è pagata dall'imprenditore per acquistare i favori di politici e funzionari, è sempre l'ente pubblico, e quindi la collettività, che paga anche il prezzo di tale favore. Per esempio, la pubblica amministrazione dispone la costruzione di opere inutili, che spesso rimangono incompiute, solo perché queste rappresentano il veicolo attraverso cui far transitare la tangente; altre volte per ricambiare il favore rappresentato dal pagamento di una tangente, assegna un appalto a un'impresa meno idonea di altre, ottenendo un risultato di mediocre quando non addirittura di pessimo livello (se si costruisce un'autostrada con un manto d'asfalto meno spesso di quanto sarebbe necessario, questa si deteriorerà più rapidamente; si dovrà intervenire per ripararla prima di quanto si sarebbe potuto fare se l'autostrada fosse stata costruita a regola d'arte; mentre se viene decisa la costruzione di un'opera pubblica del tutto inutile, il suo costo rappresenta solo un onere per la collettività, dal momento che da quell'opera essa non ricava alcun vantaggio).
Fatti del genere non costituiscono casi isolati, anzi. L'Italia, soprattutto il sud, è disseminata, di opere pubbliche incompiute (scuole, piscine, strade, palestre), la cui costruzione è stata iniziata e mai condotta a termine, e di cui la collettività non ha mai potuto usufruire pur avendo sopportato i costi della loro parziale realizzazione. Opere spesso rovinose per l'ambiente e il paesaggio. E quanto della cementificazione, delle conseguenti continue alluvioni, dell'inquinamento dell'acqua e dei mari, di cervellotici piani di urbanizzazione è dovuto al sistema delle tangenti?
Spesso la contrattazione e il pagamento della tangente comportano il dilatarsi a dismisura dei tempi di realizzazione dell'opera. La stipulazione di un contratto pubblico, le complesse e a volte artificiose regole previste dalle leggi, richiedono già di per sé un tempo piuttosto lungo. Se, parallelamente alla procedura ufficiale, si instaura una trattativa occulta tra l'ente pubblico e le imprese interessate, destinata a far conseguire alle parti dell'illecito contratto il profitto più alto possibile, quella stessa stipulazione richiederà tempi molto più lunghi. Talvolta è proprio il meccanismo utilizzato per trasferire il costo della tangente sull'ente pubblico a imporre la dilatazione dei tempi di realizzazione dell'opera: se l'ultimazione di questa avviene con grande tempestività, come è possibile ricorrere credibilmente alla revisione del prezzo?
Il diffuso sistema della corruzione comporta il progressivo deteriorarsi del modo di agire della pubblica amministrazione che, popolata da funzionari interessati più a conseguire vantaggi personali che non il pubblico interesse, finisce per operare senza tenere più conto delle regole di efficienza e imparzialità che devono ispirarne l'intervento.
I risultati complessivi sono immaginabili, se si considera che, oltre alla corruzione che riguarda grandi opere e grandi appalti di competenza degli enti pubblici di maggiore rilievo, esiste una corruzione quasi bagattellare diffusa su tutto il territorio e praticata nel contesto dei più svariati rapporti tra pubblico e privato (nel campo delle corruzioni destinate a consentire l'abusivismo edilizio, per esempio, sembra conso-lidata la prassi secondo la quale il pagamento di tangenti di importo non elevato evita qualsiasi controllo e permette di costruire o modificare in modo del tutto abusivo, con danni per l'ambiente, la collettività e per lo stesso erogatore dell'illecito pagamento, quando quest'ultimo è rivolto a eludere disposizioni indirizzate alla sua salvaguardia, come quelle che lo tutelano dai rischi di terremoti, frane, alluvioni e così via).
Data la costante consuetudine ad accompagnare i contratti pubblici con i pagamenti illeciti, l'ammontare complessivo delle tangenti pagate in Italia, nel corso di un anno, potrebbe essere stimato, per difetto, in almeno l'uno per cento del complesso delle somme movimentate da stato, regioni, province, comuni, enti pubblici economici, di servizi e assistenziali in occasione di contratti di costruzione e fornitura di cui gli stessi siano stati parte. Una cifra enorme.
Il sistema danneggia anche le imprese. Il loro patrimonio non consiste soltanto nel possesso degli strumenti, dei materiali e della tecnologia, ma anche in una grande professionalità. Se le regole attraverso le quali i lavori vengono assegnati prescindono dalla professionalità, questa tende a diminuire progressivamente, superata da una sempre più collaudata e perfezionata capacità di corrompere. Conseguentemente, offrendo prodotti e servizi dequalificati, le imprese tendono a essere emarginate e le conseguenze, se non si manifestano nell'ambito del mercato protetto ove abitualmente operano, sicuramente si evidenziano nel mercato internazionale.
È successo di constatare più volte che i dirigenti di imprese di settore (per esempio, quelle che costruiscono ospedali) si sono riuniti per pervenire ad accordi perversi: si spartiscono preventivamente la vincita degli appalti (usando tutti i marchingegni necessari per raggiungere lo scopo, compresa la corruzione dei funzionari preposti alle gare perché consentano il gioco), e se qualcuna di esse resta esclusa dalla preventiva assegnazione, perché il numero degli appalti è insufficiente ad accontentare tutti, la si "indennizza" con la corresponsione di una somma in danaro: evviva la concorrenza, evviva il liberismo!
Il sistema produce, in sostanza, eccezionali danni per l'economia nazionale, nella quale non si può più ritenere vigente il regime del libero mercato: le regole della concorrenza vengono stravolte e le imprese corruttrici possono operare quanto meno in situazione di oligopolio.
Un aspetto fondamentale del fenomeno è rappresentato dalla costituzione da parte delle imprese corruttrici della provvista da cui attingere per effettuare i pagamenti illeciti. La provvista è alimentata da fondi neri, cioè capitali occulti non contabilizzati e quindi, a voler ricordare un ulteriore danno di questo sistema, sottratti al pagamento delle imposte.
Solo raramente, e in genere soltanto per le imprese di piccole e medie dimensioni, i fondi neri sono costituiti in Italia. Nella stragrande maggioranza dei casi essi sono invece formati all'estero, attraverso una tipica sequenza di rapporti che si snodano tra imprese, fiduciarie e banche aventi sede in stati dell'Europa occidentale o in stati off-shore. Un facile esempio può essere rappresentato dal caso di società estere, generalmente off-shore, che emettono fatture relative a consulenze prestate a imprese italiane che intendono costituire fondi neri. Le consulenze in realtà non vengono rese e il controvalore delle fatture, emesse per operazioni inesistenti, viene accreditato presso una banca sita in un paese dell'Europa occidentale e successivamente trasferito attraverso operazioni bancarie estero su estero o nella disponibilità dell'impresa italiana ovvero direttamente nella disponibilità del corrotto.
L'esistenza di fondi neri non provoca soltanto la sottrazione di risorse all'imposizione fiscale (e quindi l'aumento delle pretese dello stato verso gli altri cittadini), ma anche danni al mercato e all'organizzazione dell'impresa che li ha prodotti. La loro costituzione e il loro uso si scontrano con le disposizioni di legge dettate per tutelare libertà e trasparenza del mercato, disposizioni che rappresentano valori per tutti, anche per le imprese, perché possano operare nel mercato grazie alla propria capacità, professionalità e tecnologia.
Peraltro, è anche all'interno della società che l'uso di fondi neri crea rilevanti scompensi. Tutte le volte (e sono tante) in cui si utilizza parte del nero per pagare occultamente alcuni dipendenti, per esempio, si stravolge qualsiasi gerarchia tra costoro: l'amministratore che vuole utilizzare la società a fini propri senza render conto ai soci del proprio operato, compra i dipendenti situati nei posti chiave perché seguano le sue disposizioni, indipendentemente da qualsiasi rapporto gerarchico, fuori da qualsiasi lealtà nei confronti della società. E quando parte dei fondi è destinata al finanziamento illecito di partiti, colui che costituisce il collegamento con chi riceve il denaro, acquista all'interno dell'impresa eccezionali posizioni di potere sostanziale, perché il materiale datore instaura rapporti privilegiati, talvolta esclusivi, con il politico che riceve e che può, con il suo comportamento, influenzare le future possibilità di lavoro della società, le aliquote delle imposte cui sono assoggettati i suoi prodotti, l'ammontare dei canoni dei servizi che fornisce, il prezzo di ciò che vende, quando si è in regime di prezzi controllati.
Senza contare che spesso parte dei fondi neri va ad arricchire occultamente e illecitamente gli amministratori (che con ciò danneggiano i soci) o i soci di maggioranza (che con ciò danneggiano i piccoli azionisti), e parte va ad alimentare il sotterfugio, l'imbroglio, l'apparenza: si sovvenzionano testate e giornalisti perché parlino bene dei propri prodotti al di là della loro qualità, o perché favoriscano una scalata, una fusione, un investimento indipendentemente dalla loro convenienza; si restituiscono sottobanco soldi ai clienti, per sottrarli alla concorrenza, o ai partner di un affare, perché questo non sia mandato all'aria anche quando non è produttivo.
Qualche volta, poi, i fondi extra bilancio servono anche a mantenere rapporti di buon vicinato con organizzazioni criminali che controllano il territorio più incisivamente dello stato.
Anche la circolazione del profitto della corruzione è avvenuta frequentemente all'estero, e ha interessato società o istituti di credito residenti in paesi stranieri. Sono centinaia, forse migliaia i miliardi che stiamo cercando di recuperare su conti correnti stranieri, essendo andati a ingrossare i patrimoni personali di alcuni corrotti, che in tal modo hanno ottenuto arricchimenti illeciti notevolissimi.
Tante altre volte il denaro è finito nelle casse di partiti politici: quando i politici e i funzionari che hanno gestito l'affare non ne hanno approfittato, en passant, per incrementare la propria personale ricchezza, sono stati gratificati, dall'ambiente di provenienza, con la patente d'essere stati estremamente onesti.
Ma non sono solo le ruberie e i costi economici per la collettività a costituire lo sfacelo rappresentato da Tangentopoli. C'è dell'altro, che considero ancora peggio, è il tradimento continuo del proprio incarico, della propria funzione, del proprio mandato. È la sostituzione costante con l'occulto delle regole che dovrebbero valere per tutti. è la sovversione dello stato di diritto, perché viene tolta al cittadino qualsiasi affidabilità dei rapporti economici, politici e sociali, e i piani dell'esistenza si sdoppiano; un livello apparente in cui tutti si è uguali e un livello reale, dove si è diversi, estremamente diversi. Esistono le regole formali che dovrebbero valere per tutti e che si applicano invece soltanto a chi non si compromette con il palazzo, ed esistono altre regole, non scritte sostanziali ma occulte, le regole del sotterfugio e dell'intrallazzo, che vigono per chi fa parte del sistema sotterraneo della corruzione. In questo contesto proprio i politici e i funzionari che, non avendo "rubato per sé", hanno mantenuto intatta la loro rispettabilità, hanno contribuito a creare le conseguenze peggiori.
Infatti, la disponibilità di somme enormi da parte di alcuni partiti politici, senza che ciò fosse noto al complesso dei cittadini, ha reso non più imparziale lo scontro tra le forze politiche, in quanto alcune di esse hanno avuto più forza delle altre in virtù di un sistematico ricorso all'illecito, e ha indotto i propri rappresentanti a svolgere le loro funzioni tenendo conto della necessità del partito di appartenenza di aumentare la propria disponibilità finanziaria anche attraverso il loro comportamento scorretto, incurante delle regole di trasparenza, imparzialità ed efficienza che dovrebbero presiedere allo svolgimento delle funzioni del pubblico amministratore, e in contrasto con gli interessi del paese. Inoltre, all'interno del partito, si è verificato il rischio, che spesso si è trasformato in realtà, che il potere venisse acquisito non tanto per le capacità politiche quanto per le capacità di raccogliere denaro da versare nelle sue casse.
Così, le relazioni nel palazzo, più di una volta, sono state inquinate dal ricatto: da parte degli esponenti politici (e dei burocrati) al corrente delle malefatte degli altri, non ancora emerse dalle indagini; da parte degli imprenditori nei confronti di politici e burocrati, che hanno "tenuto in mano" tutti coloro di cui hanno comprato, senza che lo si sappia, dignità e funzioni.
Perché paia che qualcosa cominci a muoversi deve passare del tempo, e le prime iniziative, subito contrastate da molti, provengono guarda caso da Antonio Di Pietro, divenuto ministro.

Gherardo Colombo (Il Vizio della memoria - 1996 - Feltrinelli)


domenica 18 marzo 2012

In Italia l'ingresso in magistratura avviene attraverso una procedura assai semplice

In Italia l'ingresso in magistratura avviene attraverso una procedura assai semplice, in qualche misura singolare. È necessario, avendo i requisiti di base (laurea in giurisprudenza, età, assenza di precedenti penali significativi), vincere un concorso per esami ai posti che di volta in volta il Consiglio superiore della magistratura pone a disposizione, essendo venuta meno, per le più svariate ragioni, la relativa copertura. Il concorso si articola in tre prove scritte (diritto civile, penale e amministrativo, con riferimenti di diritto romano per il primo tema, e delle relative procedure per tutti) e in una lunghissima prova orale, che comprende una decina di materie, cui può accedere soltanto chi ha superato gli scritti.
La selezione è rigorosissima, perché a ogni concorso, tramite il quale sono banditi ogni volta circa duecento posti, partecipano migliaia di candidati. I giochi si decidono in massima parte nella prova scritta, assolutamente anonima, perché le commissioni, composte di magistrati e professori di diritto, di regola sono orientate ad ammettere agli orali un numero di candidati pari, o solo leggermente superiore a quello dei posti disponibili. Questo non esclude che varie persone siano dichiarate non idonee nel corso degli orali, ragion per cui può capitare che i vincitori del con-corso non coprano tutti i posti disponibili.
I magistrati sono circa ottomila e ormai - esauritisi, per raggiunti limiti di età, i cosiddetti togliattini, assunti poco dopo la fine della guerra per reclutamento straordinario e così chiamati dal nome del ministro della giustizia dell'epoca - tutti diventati tali a seguito di concorso.
La semplicità della procedura è evidente. La singolarità è duplice: da una parte sta proprio nella semplicità, perché basta il concorso per diventare magistrati (al contrario di quel che avviene in molte altre parti d'Europa e del mondo); dall'altra è nella assoluta indipendenza del metodo, che non consente selezioni basate su altro che non sia la capacità. L'anonimato che caratterizza le prove scritte costituisce una garanzia notevole, anche se non assoluta, di impermeabilità a condizionamenti esterni della commissione esaminatrice.
Il concorso è interminabile, dura in media intorno ai tre anni.
Ho iniziato l'iter per diventare magistrato nel 1971 e l'ho terminato nel 1974. Che il concorso richiedesse un impegno e una preparazione fuori dal comune l'avevo capito già prima di affrontarlo. Convinto di poter mettere a punto la mia preparazione contemporaneamente lavorando, ero riuscito a farmi assumere da una compagnia di assicurazioni, dove ero incaricato di controllare, insieme ad altri colleghi, il lavoro dei liquidatori, e cioè di coloro che constatano i danni e materialmente li risarciscono a chi li ha subiti.
Non essendo capace - credo per natura - di svolgere l'attività con distacco, uscivo dall'ufficio tutte le sere distrutto e disgustato. Distrutto perché i ritmi di lavoro erano frenetici, disgustato perché la bravura consisteva nel rinvenire sistemi che potessero consentire alla compagnia di non risarcire il danno: mi è sempre piaciuto essere bravo, ma mi metteva in conflitto esserlo, come accadeva, a discapito delle persone più deboli.
Insomma, l'intenzione di studiare la sera non era mai diventata concreta, e l'esperimento, che pure avevo tentato, di partecipare al concorso avvalendomi delle sole conoscenze universitarie, completamente fallito.
Quindi mi dimetto, e passo il mio tempo a studiare fino agli scritti del concorso successivo, sbarcando il lunario, la mia moglie di allora e io, con i lavori più strani e più saltuari (e con un non trascurabile aiuto dei rispettivi genitori). Fatti gli scritti (che li avevo superati lo saprò un anno dopo), inizio a frequentare il palazzo.
Erano gli anni delle bombe e degli scontri di piazza.
Dal dicembre 1969, da piazza Fontana, una continua escalation: il 31 maggio 1972 una bomba inserita nel cofano di una Cinquecento fa saltare per aria alcuni carabinieri a Peteano, vicino a Trieste, provocando la morte di tre persone; il 17 maggio 1973 sulla porta della Questura di Milano un altro eccidio, un'altra bomba, e i morti sono quattro; il 28 maggio 1974 a Brescia un ordigno, collocato in un cestino della carta straccia in piazza della Loggia, fa un'altra strage nel corso di una manifestazione sindacale, otto morti; il 4 agosto dello stesso anno un'ennesima bomba, piazzata su un treno, stronca la vita di dodici persone in una delle gallerie che uniscono Firenze a Bologna. Oltre agli attentati che falliscono, alle bombe che fortunatamente non esplodono, o non provocano danni, su altre tratte ferroviarie, sempre intorno Firenze.
Più o meno in quel lasso di tempo, nel corso delle manifestazioni di piazza organizzate dalle destre estreme, dagli eredi del fascismo, piuttosto che dalle sinistre anarchiche e pseudorivoluzionarie, muoiono a Milano il giovane Saverio Saltarelli, colpito dalle forze dell'ordine, Antonio Marino, agente di polizia dilaniato da una bomba a mano, Giannino Zibecchi, travolto da un camion dei carabinieri. Il giovane Sergio Ramelli, estremista di destra, viene sprangato a morte da rivali dell'opposta fazione.
Il 17 maggio 1972 è stato freddato a colpi di pistola Luigi Calabresi, commissario di polizia, quasi un'esecuzione per la pretesa responsabilità della morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, ingiustamente coinvolto nelle indagini per la strage di piazza Fontana. E tanti, tanti altri perdono la vita in scontri di piazza, attentati, agguati, a Milano, a Roma, a Pisa, un po' ovunque.
Prima ancora, nel dicembre 1968, la polizia aveva sparato sui braccianti ad Avola, in Sicilia, causando due morti, e un episodio analogo si era verificato poco dopo, nell'aprile 1969, a Battipaglia, in occasione di uno sciopero del tabacchificio locale. La violenza, "politica e non", non avrebbe più lasciato l'Italia e l'Italia cominciava (o continuava) allora a dividersi.
Forse più del Sessantotto, erede del maggio francese, influenzavano quegli anni l'atteggiamento e la forza dei sindacati, che avevano portato in piazza non soltanto gli operai e per rivendicazioni non soltanto economiche. Il progredire delle parti più de-boli della società era osteggiato pesantemente dall'estrema destra, protetta da consistenti parti deviate dei servizi di sicurezza, ed era reso difficile dagli sbandamenti della sinistra anarcoide sempre più violenta.
Sempre in quegli anni le piazze cominciavano a essere frequentate anche da cortei di borghesi, che si autodefinivano "maggioranza silenziosa", e avevano buone possibilità di inserirsi tra i vari estremismi e rivendicare, pur non avendone titolo, di rappresentare la maggioranza del paese. Questi borghesi si facevano credere, pur senza esserlo, "il centro politico" della nazione, la maggioranza dei cittadini, e lamentavano di non essere considerati perché meno "rumorosi" delle forze che fino ad allora erano scese in piazza.
Il fermento, le assurdità, qualche volta persino i fanatismi dell'epoca si riflettevano all'interno della magistratura.
Nella vita della repubblica la magistratura italiana ha avuto una storia a dir poco vivace. Monolitica e impregnata di una cultura formale dell'indipendenza ma, dal punto di vista sostanziale, spesso inconsapevolmente ossequiente nei confronti degli altri poteri, sottomessa economicamente (si dice non fosse raro, negli anni cinquanta, incontrare giudici con i buchi nelle scarpe), all'inizio, nella stragrande maggioranza dei suoi componenti, viveva isolata nella torre d'avorio che si era costruita e spesso si rifiutava di conoscere la realtà che la circondava.
Gli alti gradi mantenevano atteggiamenti ispirati al modello gerarchico, così forte in epoca fascista, facilitati dalla lentezza esasperante dell'adeguamento delle leggi esistenti alla Costituzione. La possibilità di progredire nella carriera soltanto attraverso esami e ulteriori concorsi uniformava i personali convincimenti giuridici a quelli della Cassazione, e cioè a quelli dei giudici più anziani che, pur non piegandosi, ave-vano consentito che la loro professione convivesse col fascismo.
La storia della magistratura italiana, di molti dei suoi componenti, si è sviluppata attraverso le modificazioni interiori di coloro che ne fanno e ne hanno fatto parte e attraverso il "rimpiazzo" delle idee e dei modi di essere di coloro che se ne sono allontanati per aver raggiunto la pensione, per morte, per aver cambiato lavoro, con le idee e i modi di coloro che via via sono subentrati. È la storia di una tensione crescente, benché contraddittoria, discontinua, non sempre univoca, verso la realizzazione dell'indipendenza sostanziale dagli altri poteri: istituzionali (come il legislativo e l'esecutivo) e non, come il consenso, il denaro, il potere. Un cammino che ancora oggi non è compiuto fino in fondo, perché molti, e da parte di molti, sono i passi da fare per giungere alla completa emancipazione; un cammino che nei primi anni settanta viveva contemporaneamente le maggiori accelerazioni e le maggiori difficoltà.
Superati gli scritti, tramite amici comuni ho conosciuto i primi futuri colleghi. Le mie idee sulla vita erano abbastanza chiare, e mi era abbastanza chiaro come avrei interpretato la mia professione: avevo, e mantengo, un paio di convinzioni profonde - uguaglianza e proporzione - che coincidevano esattamente con l'ispirazione di fondo della Costituzione della repubblica.
I magistrati, associati in una loro organizzazione nazionale contemporaneamente sindacale e culturale, erano allora divisi in quattro correnti, "scuole di pensiero" sul modo di intendere la professione e altro, e io ritenni di frequentare fin da subito Magistratura democratica, quella definita più a sinistra, perché immediatamente mi parve, dopo averla conosciuta dall'esterno attraverso gli scritti dell'epoca (articoli, riviste, pubblicazioni), esprimere i contenuti più vicini alle mie idee. Ciononostante, è stato quasi casuale che i primi futuri colleghi incontrati aderissero a Magistratura democratica. Conoscere qualcuno, e cominciare a frequentare le assemblee, e cioè le riunioni in cui gli iscritti e i simpatizzanti discutevano degli argomenti più vari, è stato tutt'uno. Ed è stato tutt'uno constatarne immediatamente la profondità e gli eccessi.
Anche la nascita delle correnti è il risultato della crescita della magistratura dal fascismo ai giorni nostri. All'inizio non ne esistevano, mentre esistevano due associazioni distinte e separate a livello nazionale, l'Unione magistrati italiani e l'Associazione nazionale magistrati italiani.
Della prima non ha neanche senso parlare perché, raccogliendo i magistrati più anziani, si è prima assottigliata ed è poi scomparsa con il venir meno dei suoi componenti originari, che non hanno avuto che occasionali e sporadicissimi ricambi. L'altra, l'associazione, raduna ormai tutti i magistrati che hanno ritenuto opportuno aderire a un organismo rappresentativo. Essa ha avuto e ha tuttora una vita interna travagliata, ma assai intensa, perché la continua evoluzione del costume e del modo di intendere la magistratura ha creato aggregazioni di magistrati (appunto le correnti) assai mutevoli, in quanto frutto di scissioni, unificazioni, ulteriori scissioni e altre unificazioni e così via, fenomeni legati al cambiare delle idee, degli interessi sindacali, qualche volta del modo di intendere il mondo, raramente (ma è successo anche quello) delle ambizioni dei relativi esponenti di maggior spicco.
Allora, nei primi anni settanta, la mappa delle correnti era la seguente. Magistratura indipendente, la più conservatrice, aggregava al proprio interno soprattutto gli eredi dell'UMI. Un suo leader sarebbe stato espulso dalla magistratura a seguito della scoperta della P2, mentre un altro avrebbe preferito dimettersi ed evitare così il giudizio (lo scandalo avrebbe coinvolto altri colleghi, anche uno appartenente a Magistratura democratica, ma a livello meno grave). Magistratura indipendente era allora maggioritaria e, dato il sistema elettorale esistente a quel tempo, i suoi componenti detenevano la maggioranza assoluta nel Consiglio superiore della magistratura. C'erano poi Terzo Potere, più caratterizzato per la natura sindacale che non per le idee; Impegno costituzionale, dalla natura molto ideale ma anche, per certi aspetti, assai tradizionale; e, ovviamente, Magistratura democratica. Ciascuna corrente aveva vita propria, scandita soprattutto dalle assemblee, nel caso delle più caratterizzate dal dibattito delle idee, piuttosto che da costosi convegni, nel caso delle più conservatrici o sindacalizzate.
Profondità ed eccessi, senso dello stato e interessi di casta, o solo di ceto sociale: com'erano diverse, allora, le correnti!
Esistono due modi distinti d'intendere le professioni e i mestieri, qualunque essi siano. C'è chi pensa che il proprio lavoro debba servire anche agli altri, e chi ritiene che debba servire soltanto a se stessi. In alcuni mestieri, per le loro stesse caratteristiche la differenza si esaspera: ciò si verifica soprattutto quando la professione consiste nell'esercizio di una funzione pubblica, perché la differenza in questo campo è tra il ritenere di svolgere un servizio, anche tecnicamente, e il pensare di esercitare un'attività a proprio favore. Non vorrei essere frainteso, e che si intendesse il "servizio"
come una specie di missione, lo si facesse coincidere con il sacrificio e la rinuncia: prestare un servizio non esclude, e non è conflittuale, con l'aspirazione a un'adeguata retribuzione, con l'assunzione di incarichi direttivi, con la dignità, anche estetica, del proprio posto di lavoro. Comporta, però, che il proprio personale interesse sia subordinato al servizio. Comporta, cioè, che il compenso e il prestigio che derivano dalla professione, la carriera, non siano in conflitto con il servizio che si rende tramite la professione stessa.
Non credo esista una coincidenza tra la partecipazione all'una piuttosto che all'altra corrente e la presenza, o meno, di spirito di servizio. Certo, in qualche corrente si sono ritrovati più facilmente coloro che hanno cercato nella magistratura la soluzione ai propri problemi di potere, economici, o altro, ma non mi è mai parso che sia la corrente di per sé a determinare tali situazioni.
Piuttosto, esistono diversità forti dipendenti dalle sensibilità: verso la Costituzione e la sua attuazione; verso la persona, anche quando autrice di reati; verso il sistema carcerario, in Italia da sempre, e anche ora, disastroso.
All'epoca gli aderenti a Magistratura democratica erano dai più considerati delle specie di sovversivi, nella stragrande maggioranza dei casi solo a causa della loro sensibilità nei confronti della società. Magistratura democratica era molto organizzata, e cercava di portare avanti una proposta di interpretazione della legge che consentisse la massima attuazione della Costituzione, specialmente nel campo dei diritti della persona e della vivibilità dell'ambiente. Gli eccessi nell'ambito professionale esistevano sia circa l'interpretazione della legge, sia circa l'elaborazione di un sistema che da interpretativo della legge poteva diventare ideologicamente orientato, sia circa le modalità di intervento, ma erano in genere marginali. Anche in Magistratura democratica poteva non esistere, nelle singole persone che vi aderivano, il senso delle istituzioni e dello stato. Chi non l'aveva tendeva a strafare, e poteva succedere che assumesse posizioni, che mantenesse comportamenti non coerenti, se non addirittura in contrasto, con la propria funzione di magistrati.
Soprattutto per questo Magistratura democratica era criticata, e i suoi aderenti erano accusati di essere "politicizzati", cioè di strumentalizzare la propria professione a fini politici. Si coniarono definizioni come "pretori d'assalto", con le quali si indicavano i giudici a volte più disinvolti nell'individuare illeciti in attività consentite anche se dannose per la collettività, ma di solito professionalmente assai preparati e attenti a curare l'applicazione di norme che, ponendo divieti per i ricchi e i potenti, sembravano sovente essere cadute in disuso.
Ed era "politicizzata", Magistratura democratica, perché molti al suo interno pensavano. Non è mai piaciuto, al potere, un magistrato che pensa. Non è mai piaciuto nemmeno a tanti magistrati, pensare. Perché, tante volte, pensare, mette in crisi il proprio operato, toglie l'alibi della norma, che va rispettata e basta, tutto il resto sono problemi che non riguardano né il magistrato né tanto meno la sua coscienza.
Che ironia quell'accusa di politicizzazione rivolta a Magistratura democratica! Consapevolmente o meno, tanti magistrati che le erano estranei avevano fatto politica, non tanto perché frequentassero gli studi, i gabinetti e i salotti di personaggi politici di spicco, le stanze di chi stava al potere, quanto perché le loro decisioni erano influenzate dalla forma mentale, dalle ricadute culturali che quelle frequentazioni causavano, o più spudoratamente uniformavano tout court tali decisioni ai desideri dei potenti.
Un altro termine, "collateralismo", coniato allora e usato a senso unico nei confronti di Magistratura democratica sempre per screditare e in qualche modo minare l'autonomia dei suoi aderenti agli occhi dell'opinione pubblica, sarebbe stato invece perfetto per descrivere quelle situazioni, quegli intrecci, quelle elargizioni di favori, quegli "aggiustamenti" che erano in realtà, all'atto pratico, la specialità di altri colleghi. Colleghi che, ovviamente coloro che traevano vantaggio dai loro comportamenti, chiamavano indipendenti.

Gherardo Colombo (Il Vizio della memoria - 1996 - Feltrinelli)

martedì 8 marzo 2011

Conseguenze

Ho esposto un percorso, cercherò di esporre alcune riflessioni che ne sono derivate, un po' "allo stato degli atti", e cioè tenendo conto che si è sempre in viaggio: si fanno dei passi avanti, si può tornare indietro, non si riesce sempre a comprendere tutto e forse non si arriva mai alla fine. Cerco quindi di comunicare lo stato dei miei pensieri, ponendo soprattutto una serie di interrogativi, per quanto possibile sistematizzati.
Volendo parlare di regole, credo che un punto di partenza sia quello di cercare di riflettere sull'uomo e quindi su ciascuno di noi, perché qualche volta succede di spersonalizzare a tal punto che i concetti diventano vuoti.
Per esempio, quando si parla di mafia, è importante riempire il termine: di persone, di coloro che della mafia fanno parte, di coloro che hanno una lunghezza d'onda cerebrale che consente di farvi parte o che, quantomeno, consente di essere indifferenti ai comportamenti mafiosi. Partire dall'uomo.
È opportuno chiedersi come mai i poteri criminali hanno tanta forza mentre il potere legittimo, quello che almeno sulla carta è scelto da tutti, insieme, è così debole, anche nei confronti dei poteri criminali. La risposta a questo interrogativo coinvolge l'esistenza di convinzioni. I poteri criminali sono forti perché alla fine, sotto sotto, godono di un consenso notevolmente maggiore di quanto potrebbe apparire. Coloro che partecipano, ma anche coloro che rimangono indifferenti, in qualche misura ammettono, giustificano, danno legittimazione.
Perché danno legittimazione ai poteri criminali piuttosto che al potere che deriva dall'accordo, dal cosiddetto patto sociale? Propongo una possibile chiave di lettura. Credo si tratti soprattutto di modelli culturali, e cioè di proposte di soluzione dei propri problemi contingenti, del proprio modo di essere e di esistere su questa terra, di essere uomo, in una parola di proposte di vita.
Se si cerca di valutare le differenze tra il sistema di regole che si è costruito legittimamente e il sistema delle regole che comunque esistono anche nelle società criminali, si scopre che spesso queste ultime sono più rigorose, più severe, più applicate. Nella mafia, per esempio, esiste la pena di morte, e la sentenza sarà comunque eseguita, anche a distanza di anni: è ineluttabile.
Personalmente, sono stato convinto per molto tempo che ciò che trascinava verso il potere criminale fosse rappresentato dall'insofferenza verso le regole, dalla voglia di trasgressione. Non credo più che sia così. Ciò che attrae è altro si identifica nella finalità per raggiungere la quale le regole vengono introdotte. è a causa del fine proposto che le regole delle società criminali vengono volontariamente e liberamente accettate, comunque non contrastate. La questione è lì. L'adesione alle regole dipende da quel che viene proposto come risultato della loro osservanza.
Quanto viene proposto in una società criminale è l'ottenimento di privilegi.
La differenza tra società basate sul patto secondo il quale tutti coloro che vi partecipano possono godere degli stessi diritti in cambio della sottomissione alle stesse limitazioni e società che operano attraverso sistemi criminali consiste in questo: le prime tendono all'uguaglianza, le seconde al privilegio, nei rapporti interni dei capi rispetto ai gregari, nei rapporti esterni degli aderenti rispetto agli estranei, a tutti coloro che di quella società non fanno parte. Le prime dunque tendono all'armonia, le seconde al conflitto.
Si può togliere consenso alle seconde e darlo alle prime? Credo si tratti soprattutto di proporre modelli culturali accettabili, più accettabili di quelli proposti dalle società criminali. Ciò non è facile in una società come la nostra, nella quale pare prevalere nettamente il principio dell'affermazione dell'individuo a tutti i costi, e quindi a discapito di chiunque e di qualunque altro principio confliggente.
Nella società attuale, infatti, il dogma dell'assoluta espansione individuale a discapito degli altri è talmente radicato che persino le parole hanno assunto significati equivoci, o pluralità di significati talora incompatibili tra loro, e quando si perde il significato delle parole è ovviamente più difficile comprendersi, e diventa quasi impossibile comunicare. Al termine libertà, per esempio, si attribuisce frequentemente il contenuto proprio del termine arbitrio.
Ciò nonostante, vale comunque la pena di approfondire il discorso.
Nell'ambito delle moderne democrazie (nei regimi totalitari o dittatoriali la questione è diversa) forse non esiste altro paese come l'Italia in cui lo stesso concetto di regola richiami quello di sofferenza così marcatamente. La regola quasi per tutti, rappresenta un limite e basta, qualche cosa che toglie qualcos'altro, soprattutto quando essa non tende a riconoscere privilegi a discapito degli altri. Le regole di un'associazione criminale, per quanto pesanti, obbligatorie spietate, sono accettate perché consentono di prevaricare e di porsi in una situazione di dominio sugli altri, su coloro che a tale associazione non partecipano. Consentono, quelle regole, di taglieggiare, di appropriarsi dei beni altrui, di vendicarsi di torti veri o pretesi, di ammazzare. Certo, anche quelle regole richiamano la sofferenza, ma si tratta di una sofferenza molto ben retribuita, e quindi assai più sopportabile rispetto alla "sofferenza e basta" che pare essere il contenuto della regola della società civile.
Ma è proprio così? Le regole dirette all'uguaglianza e non al privilegio non danno proprio nulla in cambio? Che sarebbe come dire: sono utili soltanto le regole che introducono privilegi? L'affetto o l'insofferenza nei confronti della legalità dipendono - a mio parere quasi esclusivamente - dalla risposta che si dà a questa domanda.
Pur limitandosi a discorsi schematici, bisogna partire da lontano, mettendo in conto per di più il rischio che alcuni passaggi possano risultare, per qualcuno, ovvi o addirittura banali.
Essendo gli uomini molto imperfetti, e quindi assai limitati, hanno molti bisogni.
Le principali necessità fisiche sono evidenti. L'uomo deve sfamarsi (e quindi ha bisogno di cibo), dissetarsi (ha bisogno di acqua), ritemprarsi (ha bisogno di sonno).
È esposto agli attacchi delle intemperie, deve coprirsi per vincere il freddo, difendersi dai raggi del sole, ripararsi dal vento e dalla pioggia. Può ammalarsi.
Non sa muoversi rapidamente né volare; la sua voce e il suo udito sono deboli, e può comunicare soltanto da vicino; ha bisogno di luce, e di una buona vista.
È molto difficile rendersi conto di tutti questi limiti, e del fatto che ci sono bisogni che non possono essere soddisfatti. Ma soltanto ammettendoli si entra nella propria dimensione umana. Se ci si paragona a qualcosa che uomo non è, per esempio un essere immortale, capace di volare, di leggere nel pensiero, di essere contemporaneamente in più posti, ci si identifica in qualche cosa che non si è. Non c'è nulla di più inutile e dannoso dell'identificarsi in qualche cosa che, come uomini, non si può essere. Anche il progresso, la realizzazione di ciò che soltanto poco tempo prima sa-rebbe stata considerata un'utopia, parte dall'esatta percezione di sé. Peraltro, è danno-so anche considerare intollerabile la stessa esistenza del limite.
Ciò vale anche per il fatto di dover morire. L'angoscia esistenziale deriva dall'essere estremamente precari e sicuramente a termine: non è negando di essere mortali che quell'angoscia può essere superata.
Oltre a questi bisogni fondamentali l'uomo ha, anche fisicamente, esigenze di affetto. Dipende dalla madre e dal padre nei primi mesi di vita, non soltanto perché lo accudiscano, ma anche perché gli comunichino appunto l'affetto, del quale si nutre quasi come del cibo. Crescendo, il bisogno d'affetto non scompare ma è un elemento decisivo nel determinare le scelte, e quindi i comportamenti, dell'uomo: affetto verso un partner, verso gli eventuali figli, verso gli amici e i conoscenti.
Il bisogno, peraltro, non si esaurisce nelle esigenze d'affetto, perché vanno soddisfatte anche le esigenze connesse alle nostre parti invisibili, all'anima o all'energia di cui siamo dotati, a seconda dei punti di vista.
Alcuni di questi bisogni possono essere soddisfatti esclusivamente vivendo con altri; alcuni si soddisfano meglio se si sta con gli altri; alcuni non possono essere completamente soddisfatti, ma insieme agli altri sono meno gravosi o meno intrinseci. L'uomo si è dato un linguaggio con il quale comunicare e attraverso la divisione del lavoro è riuscito a progredire come altrimenti non avrebbe potuto fare, dotandosi di mezzi e strumenti per muoversi più rapidamente, comunicare a distanza, curare molte malattie, e così via. Stare con gli altri, e cioè vivere insieme, è dunque per l'uomo, nella stragrande maggioranza dei casi, positivo: lo aiuta a vivere meglio. La società, quindi, è un valore per l'uomo.
O meglio, la società è un valore a certe condizioni Dovendo servire l'uomo, è un valore soltanto se raggiunge questo scopo; ed è un valore soltanto se rispetta l'essenza di ciascuno degli uomini in funzione del cui soddisfacimento è creata. Insomma, la società ha una valenza positiva in quanto è in grado di soddisfare le esigenze di coloro che ne fanno parte senza, per questo, umiliare qualcuno di loro.
Il concetto di società è indivisibile dal concetto di regola. Qualsiasi tipo di associazione presuppone delle convenzioni perché altrimenti non potrebbe esistere. Talora le convenzioni, le regole, sono talmente radicate, e talmente ovvie, che si è persa la percezione della loro esistenza. Per esempio, normalmente sfugge che quando due persone si danno appuntamento, il fatto di incontrarsi dipende dall'osservanza di almeno due regole: quella relativa alla misurazione del tempo in giorni e ore, e quella dell'affidabilità delle parole pronunciate.
Quanto si è detto per la società vale per le regole. Le regole in sé sono neutre, e la loro valenza dipende dal contenuto. Le regole che governano le società criminali hanno valenza negativa non per ragioni morali, etiche o di principio, ma perché non soddisfano le esigenze dell'uomo, ma le esigenze di alcuni uomini a scapito di tutti gli altri.
Le regole, dunque, hanno valenza positiva quando organizzano la società in modo che questa possa servire l'uomo e cioè il complesso degli uomini, ovvero ciascuno degli uomini che vi fanno parte, senza che alcuno sia sacrificato alle esigenze degli altri. Anche qui, non per motivi etici, morali o di principio, ma perché risponde alla funzione della società che le regole abbiano tali contenuti.
Credo che di ciò possano essere dati spunti di dimostrazione.
Se la società è un valore, è positivo quanto tende a conservarla e a consolidarla, ed è negativo quanto tende a disgregarla. L'impostazione del rapporto sociale sul privilegio è elemento di disgregazione, perché ha come presupposto e come risultato la creazione di conflitti. E i conflitti comportano emarginazione e spirito di rivincita. L'emarginazione ha come conseguenza l'inutilizzabilità delle capacità di coloro che vengono messi da parte; lo spirito di rivincita ha come conseguenza l'instabilità e la violenza.
Storicamente, credo si possa affermare che le aggregazioni sociali basate sul privilegio abbiano alimentato da sé la propria disgregazione. Certo, regimi dittatoriali, stati assoluti o organizzazioni di casta, ordinamenti che dividevano le persone tra liberi e schiavi hanno anche avuto vita lunga, ma paradossalmente il loro progredire, l'avvicinarsi allo scopo sociale è stato proprio il motivo della loro fine.
Dal punto di vista evolutivo, il cammino dell'uomo è coinciso - pur tra mille contraddizioni, ripensamenti, arretramenti - con un progressivo ampliamento di confini. Si è transitati, passo dopo passo, dal considerare nemico chiunque non facesse parte del proprio gruppo, della propria tribù, al riconoscere, almeno formalmente, un'appartenenza comune a tutti gli uomini, quella appunto al genere umano. Ciò è dipeso, a mio parere, anche dalla continua modificazione del rapporto tra le diverse parti che convivono dentro di noi: via via che la parte che caratterizza l'uomo rispetto a tutti gli altri viventi (essere razionale e ragionevole, avere memoria, avere capacità di progettazione) è andata rinsaldandosi e prevalendo, senza soffocarla, sulla parte che l'uomo ha in comune con gli altri (l'istinto, le paure ancestrali), si è contemporaneamente allargato il senso della comune appartenenza.
Nel quadro delineato è possibile interpretare rapporti sociali e rapporti interpersonali in modo dinamico. Mentre il principio di supremazia porta a una concezione statica (è possibile che cambi la supremazia, ma il rapporto è sempre quello, c'è chi sta sopra e può e comanda, c'è chi sta sotto e non può e ubbidisce), il riconoscimento di appartenenza allo stesso genere porta a una concezione dinamica, perché la supremazia, quando c'è, è occasionale e reversibile. Con macroscopiche conseguenze non solo concettuali. Solidarietà, per esempio, cessa di essere sinonimo di carità e riacquista il significato di collante del tessuto sociale, disponibilità nei confronti di chi si
trovi in momenti difficili non come sottolineatura della differenza esistente, ma come riconoscimento dell'appartenenza alla stessa comunità, e quindi della reciprocità del comportamento anche a parti invertite.
L'Assemblea costituente, nel ridisegnare il quadro di riferimento dell'ordinamento giuridico italiano appena usciti dal modello autoritario fascista, vi ha posto a base un principio, ovvero una constatazione, che coincide assolutamente con il concetto di società armonica. Se si analizza la Costituzione, ci si accorge che una sola regola è causa e giustificazione di tutte le altre, quella che sancisce l'uguaglianza tra tutti i cittadini. Riconoscere l'uguaglianza vuole dire optare per una società al servi-zio dell'uomo alla quale è vietato, per il perseguimento del fine di servire l'uomo, contraddire i diritti fondamentali di ogni singolo uomo che compone la società. Tutte le altre regole, che non si risolvano in una semplice affermazione di principio (tipo la norma sulla bandiera), sono strumento di realizzazione dell'uguaglianza, e quindi della società a valenza positiva. Così la tutela del lavoro, dello studio e della salute sono strumentali all'uguaglianza perché soltanto se sono garantiti lavoro, istruzione e salute si può essere uguali.
Lo stesso vale per le norme che appaiono limitative. Quando si afferma, per esempio, che l'iniziativa economica privata non può contrastare con l'utilità sociale e non può svolgersi in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, si applica il principio di uguaglianza (e quindi di rispetto del singolo) alle materie di cui la Costituzione si occupa concretamente in quel punto, perché si stabilisce che nessuna iniziativa può entrare in conflitto con la promozione, o la possibilità di vita, di ciascuno dei componenti la società. Apparentemente limitative, dicevo, perché il limite appare o scompare a seconda del punto di osservazione. Per intendersi: dato per scontato che l'uomo ha bisogno di preservare aria, acqua, la natura che lo circonda, perché dovendo respirare, bere, mangiare, ritemprarsi, l'aria, l'acqua e la natura sono per lui un bene, costituisce un limite impedire che tali beni siano compromessi, o non è invece una prevaricazione (e in questo caso sì un limite per tutti coloro che devono sopportarla) consentirne la compromissione?
Lo stesso vale anche per le norme procedurali, quelle che fissano la strada attraverso la quale formare le leggi, individuare chi le può formare, individuare chi governa, stabilire come deve essere amministrata la giustizia e così via. Perché se queste ultime norme consentissero fratture nella cittadinanza, e quindi riconoscessero maggiori o minori poteri ad alcuni rispetto agli altri, nella formazione e nella gestione delle regole, l'uguaglianza verrebbe irrimediabilmente infranta nella sua concretezza. Certo, non è detto che le regole di procedura inserite nella Costituzione siano le uniche possibili, che siano immodificabili. Qualunque modifica però, stravolgerebbe il senso della carta fondamentale dello stato se trascurasse di realizzare, anche in tale campo, l'uguaglianza.
Poiché il sistema costituzionale italiano è rigido e gerarchico, e le leggi ordinarie e tutti i provvedimenti normativi non possono entrare in conflitto con la Costituzione, pena la loro esclusione dall'ordinamento, ne consegue che qualsiasi legge,
qualsiasi norma deve essere indirizzata all'attuazione dell'uguaglianza: il complessivo sistema giuridico italiano coincide dunque con il concetto di società armonica al quale ho fatto riferimento. Almeno formalmente, perché spesso il legislatore non è stato capace, o non ha voluto tradurre nel prodotto della sua attività il principio fondamentale su cui si basa lo stare insieme degli italiani.
Qualcuno intende l'uguaglianza come sinonimo di piattezza, e la interpreta così radicalmente da escluderne la compatibilità con qualsiasi differenza. L'uguaglianza viene così a coincidere con l'oggettività, e in tale impostazione la soggettività assume una valenza negativa. Ora, se una certa dose di oggettività è indispensabile (è necessario per esempio, un linguaggio comune per potersi intendere), il riconoscimento dell'uguaglianza non consiste nel tendere a essere fotocopie uno dell'altro. Riconoscimento dell'uguaglianza e possibilità di essere diversi non contrastano, e anzi l'essere diversi è fondamentale per crescere ed emanciparsi. Tra le possibili diversità vi è anche l'essere "speciali": chi corre più di tutti è speciale rispetto a quelli che vanno più lenti di lui. La linea che divide specialità e privilegio è qualche volta molto evanescente, ed educare se stessi alla ricerca della misura nello stare con gli altri (e prima ancora con se stessi) passa soprattutto attraverso il confrontarsi con tale demarcazione, cercando di coniugare l'uguaglianza con il fatto obiettivo che siamo diversi e abbiamo capacità diverse. Insomma, non è utile radicalizzare il significato delle parole, tenendo conto che il rapporto uguaglianza-diversità costituisce uno dei problemi più rilevanti quanto alla pratica dei propri principi di riferimento. I quali pure possono non essere per tutti gli stessi, purché si convenga su alcuni canoni fondamentali, che in ultima analisi possono essere ricondotti a uno, quello di riconoscersi tutti come facenti parte della stessa specie.
Perché la società serva l'uomo, diversità e specialità non devono generare sperequazioni. Per intendersi, chi corre più veloce non dovrebbe per questo avere maggior diritto alla salute di chi corre più lento. Contemporaneamente, chi corre più veloce dovrebbe avere tante possibilità di farlo quante possibilità ha di dedicarsi alla sua specialità chi eccelle in altri settori (sempre dando per scontata l'intangibilità del rispetto e delle opportunità degli altri).
Se le regole di una società armonica servono all'uomo, danno una risposta positiva alle sue domande esistenziali gli consentono di emanciparsi e di vivere meglio, non si capisce il perché dell'insofferenza nei loro confronti, tanto più se si considera la loro relativa leggerezza rispetto a quelle assai più cogenti che caratterizzano una società criminale o il che fa lo stesso - dittatoriale. Ciò è tanto più incomprensibile quanto più si pone a confronto il trattamento riservato alle regole rispetto a quello rivolto a qualsiasi altro strumento destinato a soddisfare esigenze e bisogni dell'uomo. Il cibo, per esempio, soddisfa il bisogno di sfamarsi tanto quanto la regola soddisfa il bisogno di socialità: ebbene, salvo casi assolutamente eccezionali (che vengono spesso considerati devianti, e quindi riprovati), il cibo gode della massima considerazione tra gli uomini, prepararlo è sovente considerata un'arte, e ci si ingegna a scoprire tipi di cottura, condimenti e quant'altro possa esaltare il rapporto che ogni giorno si instaura con lui. In sintesi, il cibo è bene. Lo stesso vale anche per strumenti con i quali il rapporto è frequentemente doloroso, come la medicina. La medicina è bene.
Per la regola la valutazione è spesso opposta, la regola di una società armonica è male. Ed è male nonostante che, a ben pensarci, sia lo strumento più malleabile da parte dell'uomo, quello sul quale l'uomo può intervenire con maggiore libertà, perché fame, sete, salute e via dicendo sono da soddisfare attraverso modalità più rigide rispetto alla socialità.
È un'osservazione ovvia rilevare che il soddisfacimento delle esigenze del mangiare, del bere, del dormire e del curarsi non necessita generalmente sanzioni. Non è necessaria sanzione perché esiste una convinzione generalizzata secondo cui sfamarsi è bene, dissetarsi è bene, ritemprarsi è bene e così via. Ed è altrettanto ovvio che non necessiterebbero sanzioni per ottenere il rispetto delle regole se le stesse fossero ritenute un bene. Certo, non sarebbe esattamente la stessa cosa: i rapporti sociali sono più complessi dei rapporti con le gli altri strumenti che servono a soddisfare le esigenze fondamentali dell'uomo; le trasgressioni alle regole non hanno sempre conseguenze ineluttabili e immediatamente visibili; la modificabilità delle regole presuppone la loro valutazione, anche negativa, e tutto ciò favorisce la devianza. Una certa dose di costrizione sarebbe pertanto necessaria, contrariamente a quanto si verifica riguardo al cibo, alle bevande, al sonno e così via. Ma le differenze sarebbero marginali, perché la stragrande maggioranza delle persone seguirebbe le regole in quanto convinta che sia utile farlo, e la costrizione, l'imposizione, verrebbero esercitate soltanto nei confronti di minime frange di devianti.
Il problema è dunque quello di recuperare la convinzione dell'osservanza delle regole che disciplinano una società armonica. Recuperare il senso dell'utilità delle regole, al punto che il loro uso, così come avviene per qualsiasi altro strumento che soddisfa i bisogni dell'uomo, sia legato più alla gioiosità che alla sofferenza, più alla serenità che alla cupezza.
Come in tutte le cose, per capire come raggiungere io scopo occorre analizzare le cause della situazione attuale. Perché si è perso il senso di utilità delle regole?
Una chiave di interpretazione fa esclusivo riferimento al singolo. Poiché il singolo è assolutamente libero di crearsi le proprie convinzioni, le sue convinzioni personali dipendono esclusivamente da lui. Se le convinzioni sono erronee e contraddittorie, il singolo non può che lamentarsi con se stesso per la propria superficialità, per la scarsità dell'approfondimento, per la sua indisponibilità, insomma, a verificare la coerenza delle proprie convinzioni con il proprio interesse. Si dia pertanto da fare, si analizzi, veda quali sono le sue reali esigenze (ma quelle vere, non quelle apparenti) e si comporti di conseguenza, convinto che quello che fa serve a quello che vuole. Insomma, se l'uomo ha perso il senso di utilità delle regole è perché non ha svolto la sua funzione nei confronti di se stesso, e ha lasciato che altre convinzioni prevalessero. In questa chiave, la regola ha assunto valenza negativa per miopia.
L'interpretazione che ho ora esposto è alimentata dagli atteggiamenti di chi, nel corso di convegni, incontri e dibattiti, è propenso ad addossare completamente la colpa dell'attuale stato delle cose su coloro che gestiscono la cosa pubblica, sui potenti, su chi ha corrotto e si è lasciato corrompere. Costoro si sentono vittime della malvagità altrui, ma il loro atteggiamento è quello dello spettatore impotente, che non partecipa al gioco, che non ha strumenti per incidere, per far pesare il suo punto di vista, per comunicare ad altri (compresi i malvagi potenti) le proprie convinzioni e convincere a sua volta chi gli sta intorno. Un atteggiamento del genere il più delle volte è in contraddizione con la realtà ed è comunque soltanto distruttivo e assolutamente pessimista.
È in contraddizione con la realtà perché qui, in Italia, viviamo in uno stato di diritto, in cui il cittadino, non solo indirettamente, ha la possibilità di partecipare alla gestione della società; perché la cosa pubblica, le istituzioni non sono figure astratte e impersonali, ma sedi riempite da componenti della cittadinanza, che esprimono mediamente quel che la cittadinanza è nel suo complesso; perché non esiste, e non può esistere in nessun luogo che una società di osservanti delle regole esprima come propria dirigenza dei devianti, non avrebbe nemmeno un bacino entro il quale sceglierli, e comunque questi, anziché promossi, verrebbero emarginati e riprovati.
È distruttivo perché comporta un chiamarsi fuori: sono gli altri che possono fare, tutto passa sulla mia testa, io non ho responsabilità. La linea di demarcazione che divide la società dell'armonia e la società del privilegio, benché precisa, può essere facilmente scavalcata: basta non partecipare non assumersi le proprie responsabilità perché si passi, senza bisogno di prevaricazioni e violenze, dalla prima alla seconda.
È pessimista perché non concede alcuna fiducia alla persona.
Ma c'è anche dell'altro. I convincimenti si formano attraverso la sperimentazione e l'emulazione. Si prova a mantenere un comportamento e si constatano le conse-guenze; si osserva il comportamento degli altri e si vede cosa ne segue. Le parole, i discorsi, le affermazioni di principio hanno senso quando sono coerenti con quanto si desume dai fatti, altrimenti, per quanto logiche e consequenziali, rimangono vuote o sono addirittura mistificanti: a lungo andare sono inutili, quando non persino dannose. Ebbene, credo che coloro che si sono genuinamente affidati al ragionamento e alla logica e sono giunti a valutare positivamente la legalità sono stati frequentemente delusi e si sono trovati spesso spiazzati. Hanno constatato che il più delle volte l'osservanza della legge non ha prodotto utilità, e che talora è stata causa di danno.
Ci troviamo, infatti, in Italia, in una situazione singolare. Esistono due mondi e due ordinamenti. L'ordinamento disegnato dalla Costituzione appartiene talora al mondo dell'apparenza. Certo, sulla carta il principio di uguaglianza è il cardine, la pietra angolare del sistema, ma il più delle volte soltanto sulla carta. Perché per qualcuno le regole sono diverse. Non per tutti, solo per chi può e vuole, anche soltanto occasionalmente. Non palesemente, perché in linea di principio l'ordinamento è quello ufficiale, ma solo per chi non può, o non vuole, nemmeno occasionalmente. Faccio soltanto tre esempi, in tema di corruzione: se vuoi vincere un appalto la regola espressa è che devi essere il più competitivo, sia sotto il profilo della professionalità che sotto quello dei costi; la regola occulta è "paga il funzionario o il politico e avrai l'appalto"; se hai una controversia civile, la regola espressa per ottenere il miglior ri-sultato è quella di affidarsi a professionisti preparati, mettendo nel conto che la causa si può anche perdere, la regola occulta è "paga il giudice, paga i periti, paga i testimoni e la causa la vincerai anche se hai torto"; se vuoi evitare una contravvenzione stradale, la regola espressa è quella di non infrangere le disposizioni sulla circolazione, la regola occulta è "infilati qualche banconota nella patente, chi ti controllerà farà finta di niente". Certo, non è sempre così, esistono tanti funzionari onesti, tanti giudici onesti, tanti agenti della stradale onesti. Ma troppe volte è così, al punto che le infrazioni alla regola espressa sono diventate, soprattutto in certi ambienti, a loro volta "regola".
Non deve generare equivoci il fatto che ho tratto gli esempi dal fenomeno della corruzione. La doppiezza dell'ordinamento esiste in molti altri aspetti della vita sociale nei quali frequentemente l'occultamento delle regole reali è assai più marcato. Ne è stato un esempio la loggia P2, con la doppia obbedienza degli iscritti: da una parte al partito o all'istituzione di appartenenza, dall'altra al giuramento prestato a un'associazione segreta. Ci si deve chiedere perché nella stragrande maggioranza dei casi, o forse sempre, i funzionari dei servizi segreti che hanno depistato le indagini sulle stragi sono risultati iscritti alla loggia P2.
Se l'analisi è esatta, l'insofferenza verso le regole dipende molto, in Italia, dalla cultura. Nel senso che negli ultimi anni si è imposta una cultura del privilegio da ottenersi attraverso la violenza (come nel caso della mafia) o attraverso il sotterfugio e l'imbroglio. Una cultura che si autoalimenta perché è spesso pagante: dà risultati. Per la verità più apparenti che reali, perché il debito pubblico è impressionante, gli ospedali non funzionano, bisogna monitorare l'aria per vedere se la si può respirare, l'acqua è in molti luoghi imbevibile, le alluvioni sono diventate una costante, e molte opere pubbliche (strade, scuole, piscine, stadi, teatri e così via) rimangono perennemente incompiute. E non solo si rompe la fiducia nelle istituzioni, ma viene meno l'affidabilità tra cittadini, svanisce la solidarietà, il tessuto che tiene insieme una so-cietà. Aumenta impressionantemente la criminalità, perché rubare, ferire, ammazzare costituiscono una scorciatoia per il raggiungimento di quel fine, il privilegio, che è indicato dalle regole reali come il più importante scopo di chi fa parte della società.
Cambiare cultura richiede tempo, e non lo si può fare soltanto con le parole. è necessario che l'esperienza propria e l'emulazione degli altri portino a risultati diversi da quelli attuali. In altre parole che si ricomponga la duplicità delle regole e che quelle reali coincidano con quelle apparenti. è questa la cosa più difficile, perché non credo esista una grande disponibilità ad abbandonare la prassi dell'utilizzazione di sedi separate per la gestione del potere, e quindi per rapportarsi con le istituzioni. Esiste forse volontà di smetterla con la corruzione (non da parte di tutti), ma come rifiuto di uno strumento e non di un sistema.
Negli ultimissimi anni la cittadinanza ha puntato molto sulla magistratura perché venga composta la divaricazione di cui si parla. L'interesse, la solidarietà rivolti all'indagine Mani Pulite dimostrano come il sistema di regole basato sul privilegio sia da molti più sopportato che voluto (insomma ci si comporta così perché è indispensabile se si vuole ottenere un risultato, ma se si potesse fare altrimenti sarebbe meglio). Il consenso verso l'applicazione delle norme penali costituisce esso stesso un inizio di recupero della legalità, ma la strada principale per cambiare non è quella giudiziaria.
I magistrati danno istituzionalmente risposte violente. La repressione consiste esattamente nel collegare una sanzione, che rappresenta comunque una violenza, alle trasgressioni, alle violazioni della legge. Si tratta di risposte che intervengono tutte le volte in cui la convinzione non è stata sufficiente a determinare comportamenti conformi alle regole. L'apparato repressivo entra in gioco, cioè, quando una persona o un insieme di persone, un ambiente, uno strato sociale perdono la convinzione di seguire le regole e vi entrano in conflitto.
Con la violenza si impongono comportamenti, non si creano convinzioni. Anche la repressione è indispensabile ma svolge efficacemente il suo ruolo quando è diretta nei confronti di frange di irriducibili, o di incerti, in una società in cui la stragrande maggioranza dei suoi membri rispetta le regole perché è convinto della loro utilità. In tale situazione serve a reintegrare, a ricomporre le fratture al patto sociale, e contemporaneamente dimostra l'ineluttabilità dell'applicazione della regola e quindi della sanzione alla sua violazione, rendendo reale e credibile l'ordinamento. Ma il presupposto è che le regole siano generalmente condivise. In caso contrario le alternative possibili sono soltanto due: o si cambiano le regole, o si modificano le convinzioni.
Se la società deve servire l'uomo, le sue regole devono essere semplici, comprensibili e non vessatorie. Non credo che la complessità delle società moderne richieda un sistema di regole complicato, anzi. Un sistema legislativo complicato e farraginoso ha in sé la causa della impossibilità di essere compiutamente applicato. In più, la difficoltà di interpretazione delle norme espande a dismisura la discrezionalità dell'interprete ufficiale, con grande esposizione al rischio di indurre nella tentazione di vendere a chi la paga un'interpretazione di comodo.
Se la società deve servire l'uomo, ha rilievo centrale la sostanza, e la forma dev'essere funzionale alla sostanza. La complessità, e la contraddittorietà dell'ordinamento dipendono anche da una spiccata tendenza al bizantinismo, che porta a prevedere forme svincolate dalla sostanza che dovrebbero garantire.
Se la società deve servire l'uomo, gli uomini che impersonano le istituzioni non possono servire se stessi, o una parte soltanto della società. Chi l'ha fatto in passato si è reso incompatibile, non per ragioni morali, etiche o di principio, ma perché si è dimostrato dannoso, e continuerà a essere dannoso.
Soprattutto, se la società deve servire l'uomo, la constatazione d'uguaglianza, principio ispiratore della Costituzione, deve diventare per davvero il cardine dell'ordinamento, la base delle leggi e delle prassi.
Tutto questo va fatto da quegli uomini che occupano i posti di comando e di organizzazione della società.
Gli altri, i cittadini "privati", prendano fiducia in se stessi e nell'ambiente in cui vivono. E tengano a mente che nessun cambiamento può avvenire se non sono loro a volerlo e a praticarlo.
Si dirà che tutto ciò costituisce un costo, perché implica coerenza, partecipazione, iniziativa. E comporta un continuo confronto con se stessi, e la fatica del conoscere e dello scegliere. Più che un costo - secondo il mio punto di vista - si tratta di un impegno. Il raggiungimento di qualsiasi obiettivo comporta un impegno, sicché si torna al punto di partenza: si tratta di identificare i propri obiettivi, di vedere quello che si vuole. Se lo scopo è quello di essere utili a noi stessi, l'impegno non rappresenta un costo, ma diventa esso stesso ragione di vita.

Gherardo Colombo (Il vizio della memoria - 1996 - Feltrinelli)

Cerca nel blog

Archivio blog

Post più popolari ultimi 7 giorni

Questo BLOG non è una testata giornalistica: viene aggiornato con cadenza casuale e pertanto non è un prodotto editoriale (ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001) bensì un semplice archivio condiviso di idee e libere opinioni. Tutto ciò ai sensi dell'art.21 comma 1 della Costituzione Italiana che recita come: TUTTI HANNO DIRITTO DI MANIFESTARE LIBERAMENTE il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Albun di viaggio numero Uno

Albun di viaggio numero Uno
Fotografie della Cina nel 1991

Post più popolari dall'inizio

Lettori fissi

Dissertazioni su Street Art, ne vogliamo parlare? A cura di Toti Clemente

Dissertazioni su Street Art, ne vogliamo parlare? A cura di Toti Clemente
Dissertazioni su Street Art. Ne vogliamo parlare?

Visualizzazioni totali

Economia & Finanza Verde

Cagando todos somos iguales

Cagando todos somos iguales
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può, pertanto, considerarsi un prodotto editoriale, ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001

Laquartadimensionescritti

Laquartadimensionescritti
(in formato cartaceo)

Etichette

"Sbankor" (2) 10 storie del Cavaliere (10) Abbate Ciccio (1) Abbate Lirio (2) Accolla Dario (1) Accorinti Renato (1) Adinolfi Massimo (1) Aforismi (18) Ai Weiwei (1) Aiosa Lorella (2) Al Capone (1) Alberton Mariachiara (1) Alfano Angelino (2) alias C215 (1) Alice ed Ellen Kessler (1) Alinari Luca (1) Allende Isabel (1) Allievi Stefano (1) Almerighi Mario (1) Amato Fabio (2) Amato Giuliano (2) Ambrosi Elisabetta (1) Amurri Sandra (1) Andreoli Vittorino (4) Andreotti Giulio (4) Andrews Geoff (1) Aneddoti (21) Angela (1) Angelo Rivoluzionario (1) Annunziata Lucia (2) Anselmi Tina (2) Anzalone Morena (1) Articoli (2097) articolo (13) ARVIS (2) Ascione Marco (1) Assange Julian (1) Assante Ernesto (2) Attias Luca (1) Augias Corrado (2) Autieri Daniele (1) Avedon Richard (1) Avveduto Virginia (1) B1 (2) Bachis Roberto (1) Baglioni Angelo (1) Bagnasco Angelo (1) Baiamonte Carlo (1) Ballarò (1) Balocco Fabio (1) Banca d'Italia (31) Banche & Finanza (61) Baraggino Franz (1) Barbacetto Gianni (3) Barbareschi Luca (1) Barbera Davide (1) Barca Fabrizio (2) Barone Giacomo (1) Barra Francesca (1) Basile Gaetano (2) Bassi Franco (1) Basso Francesca (1) Battaglia Letizia (11) Battiato Franco (8) Battisti Lucio (1) BCE (1) Beccaria Antonella (1) Beha Oliviero (3) Bei Francesco (1) Belardelli Giovanni (1) Belardelli Giulia (3) Bellantoni Pietro (1) Beltramini Enrico (1) Bene Carmelo (1) Benedetti Carla (1) Benetazzo Eugenio (1) Benigni Roberto (1) Benincasa Giuseppe (1) Benni Stefano (35) Berengo Gardin Gianni (1) Bergoglio Jorge Mario (2) Bergonzoni Alessandro (10) Berlinguer Bianca (1) Berlinguer Enrico (4) Berlusconi Silvio (17) Bernabei Ettore (1) Bersani Pierluigi (4) Bertini Carlo (1) Bertinotti Fausto (1) Bertolini Gregorio (2) Bertolucci Lionello (1) Biagi Enzo (26) Bianca Nascimento Gonçalves (1) Bianchi Enzo (1) Bianchini Eleonora (3) Bianchini Gabriella (1) Bianconi Giovanni (1) Bicocchi Silvano (5) Bignardi Daria (1) Bilderberg (1) Billeci Antonio (2) Billi Debora (1) Billitteri Daniele (1) Bindi Rosy (1) Bini Flavio (2) Biondani Paolo (1) Biscotto Carlo Antonio (1) Bisio Caludio (1) Biussy Nick (1) Bizzarri Sura (7) Blair Cherie (1) Bobbio Norberto (3) Bocca Giorgio (7) Bocca Riccardo (1) Bocconi Sergio (1) Boggi Paolo (1) Boldrini Laura (1) Bolzoni Attilio (2) Bongiorno Carmelo (3) Bongiorno Giulia (1) Bongiorno Mike (1) Bonini Carlo (1) Bonino Carlo (1) Bonino Emma (1) Borghi di Sicilia (1) Borromeo Beatrice (3) Borsellino Paolo (4) Borsellino Rita (1) Borsellino Salvatore (2) Bossi Umberto (2) Botti Antonella (1) Bowie David (1) Bozonnet Jean-Jacques (1) Bracconi Marco (4) Brambrilla Michele (1) Branduardi Angelo (2) Breda Marzio (1) Brera Guido Maria (1) Brusini Chiara (1) Bucaro Giuseppe (1) Buffett Warren (1) Buinadonna Sergio (1) Bukowski Charles (1) Buonanni Michele (1) Burioni Roberto (1) Busi Maria Luisa (1) Buttafuoco Pietrangelo (1) Buzzati Dino (1) Cacciari Massimo (3) Cacciatore Cristian (1) Cacioppo Giovanni (1) Calabresi Mario (4) Calabrò Maria Antonietta (1) Calderoli Roberto (1) Callari Francesco (1) Calvenzi Giovanna (1) Calzona Piero (1) Camilleri Andrea (25) Cammara Nuccia (2) Cammarata Diego (1) Cammarata Jessica (1) Campanile Achille (13) Campi Alessandro (1) Campofiorito Matteo (1) Cancellieri Anna Maria (3) Canfora Luciano (1) Canini Silvio (1) Cannatà Angelo (1) Cannavò Salvatore (3) Cantone Raffaele (1) Canzoni (19) Caponnetto Antonino (1) Caporale Antonello (4) Caprarica Antonio (4) Carbone Chiara (1) Carchedi Bruno (1) Carli Enzo (1) Carlisi Franco (2) Carmi Lisetta (1) Carminati Massimo (1) Carofiglio Gianrico (3) Carpenzano Emanuele (1) Caruso Cenzi (1) Casaleggio Gianroberto (1) Caselli Gian Carlo (5) Caselli Stefano (2) Caserta Sergio (1) Cassese Sabino (1) Castellana Giovanni (1) Castigliani Martina (1) Cat Stevens (1) Catalano Carmela (3) Catalano Massino (2) Catilina Lucio Sergio (1) Cavallaro Felice (2) cazzegio ma non tanto (1) Cazzullo Aldo (1) Ceccarelli Filippo (2) Cedrone Giovanni (1) Cei Enzo (1) Celentano Adriano (3) Celestini Ascanio (12) Celi Lia (1) Centro Paolo Borsellino (1) Cerami Gabriella (1) Cernigliaro Totò (1) Cerno Tommaso (1) Cerrito Florinda (3) Cetto La Qualunque (1) Change.Org (1) Chessa Pasquale (1) Chi controlla il controllore? (1) Chiarucci Giancarlo (1) Ciancimino Massimo (3) Ciancimino Vito (2) Ciccarello Elena (1) Cicconi Massi Lorenzo (1) Cicozzetti Giuseppe (1) Cimato Claudia (1) Cimò Valeria (1) Ciotti Luigi (1) Cipiciani Carlo (1) Cirino Mariano (1) Citelli Zino (1) Cito Francesco (5) Civati Giuseppe (1) Claudel Paul (1) Clemente Toti (2) Cocuzza Luigi (2) Colletti Giampaolo (1) Collini Pietro (1) Colombo Furio (4) Colombo Gherardo (6) Coltorti Fulvio (1) Conte Giuseppe (11) Conti Paolo (1) Copasir (1) Coppola Gerardo (11) copyright (1) Cordà Eliane (1) Cordero Franco (1) Cornaglia Carlo (2) Corsi Cristina (3) Corsini Daniele (29) Cortese Renato (1) Cosimi Simone (1) Costamagna Luisella (9) Covatta Giobbe (1) Covid 19 (7) Craxi Bettino (3) Crispi Maurizio (1) Crocetta Rosario (1) Crozza Maurizio (2) Cuccia Antonino (1) Curcio Antonio (3) Cusani Sergio (1) Cuscunà Salvo (1) Custodero Alberto (1) Cusumano Antonino (1) Cuticchio Franco (1) Cuzzocrea Annalisa (1) d (1) D'alema Massimo (2) D'Alessandro Nicolò (2) D'Amato Daniele (1) D'Ambrosio Simone (2) D'Avanzo Giuseppe (11) D'Eramo Marco (1) D'Esposito Fabrizio (2) D'Orta Marcello (19) da altri blog (1488) Dacrema Pierangelo (1) Dalla Chiesa Carlo Alberto (1) Dalla Chiesa Nando (1) Dalla Lucio (1) Damilano Marco (6) Dandini Serena (1) Davigo Piercamillo (8) De Andrè Fabrizio (4) De Angelis Alessandro (1) De Angelis Attilio (1) De Bac Marcherita (1) De Bortoli Ferruccio (2) De Crescenzi Davide (8) De Crescenzo Luciano (25) De Crescenzo Paola (1) De Curtis Antonio (2) De Francesco Gian Maria (1) De Gasperi Alcide (1) De Gregori Francesco (2) De Gregorio Concita (3) De Luca Erri (2) De Luca Maria Novella (1) De Magistris Luigi (5) De Marchi Toni (1) De Masi Domenico (1) De Riccardis Sandro (1) De Scisciolo Cristiano (2) Deaglio Enrico (3) Dedalus (1) Del Bene Francesco (1) Del Corno Mauro (1) Dell'Utri Marcello (4) Della Valle Diego (1) Deneault Alain (1) Di Bartolo Marica (2) Di Battista Alessandro (1) Di Cori Modigliani Sergio (1) Di Domenico Marco (1) Di Donato Michele (1) Di Feo Gianluca (1) Di Giorgio Floriana (1) Di Maio Luigi (1) Di Matteo Antonino (6) Di Napoli Andrea (11) Di Nicola Primo (2) Di Nuoscio Enzo (3) Di Pietro Antonio (28) Di Romano Arianna (1) Di Stefano Jolanda Elettra (2) Di Stefano Paolo (1) Diamanti Ilvo (28) Didonna Donato (1) Discorsi (1) Documenti (117) Dominici Piero (1) Donadi Massimo (2) Donati Antonella (1) Dondero Mario (1) Dones Merid Elvira (1) Draghi Mario (11) Dusi Elena (1) Eco Umberto (2) Editoria e Tesi di Laurea (1) Editoriali (1) Eduardo De Filippo (1) Educazione Finanziaria (4) Einstein Albert (1) Elio e Le Storie Tese (1) Email (24) Emanuello Daniele (1) Enigmistica (1) Erika Tomasicchio (1) Ernesto Bazan (2) Erwitt Elliott (1) Esopo (7) Esposito Antonio (1) essec (690) essec.Raffaella (1) Etica e società (2) Eugenia Romanelli (1) Evangelista Valerio (1) Evita Cidni (3) Ezio Bosso (1) Fabozzi Andrea (1) Fabri Fibra (1) Facchini Martini Giulia (1) Facci Filippo (1) Facebook (28) Falcone Giovanni (5) Falcone Michele (1) Faletti Giorgio (1) Fallaci Oriana (1) Famiglie Arcobaleno (6) Famularo Massimo (1) Fantauzzi Paolo (1) Faraci Francesco (1) Faraone Davide (1) Farinella Paolo (7) Fatucchi Marzio (1) Fava Giuseppe (1) Favale Mauro (1) Favole (11) Fazio Antonio (1) Federica Radice Fossati Confalonieri (1) Federico Vender (2) Fedro (6) Feltri Stefano (6) Feltri Vittorio (1) Ferla Giuseppe (1) Ferrandelli Fabrizio (2) Ferrara Gianluca (1) Ferrara Roberta (1) Ferrarella Luigi (1) Ferro Ornella (2) FIAT (1) Ficocelli Sara (2) Fierro Enrico (2) Filastrocche (1) Finanza (2) Fini Gianfranco (5) Fini Massimo (348) Fiorio Giorgia (1) Fittipaldi Emiliano (2) Flaiano Ennio (1) Flores d'Arcais Paolo (7) Floris Giovanni (2) Flusser Vilem (1) Fo Dario (3) Foà Arnoldo (1) Fontanarosa Aldo (1) Fontcuberta Joan (2) Forleo Maria Clementina (1) Formigli Enrico (1) Fornaro Placido Antonino (1) Fotogazzeggiando (1) Fotografia (402) Franceschini Dario (2) Franceschini Enrico (3) Franceschini Renata (1) Franco Luigi (1) Frangini Sara (1) Fraschilla Antonio (1) Friedman Alan (1) Fruttero Carlo (1) Fruttero e Lucentini (1) Furnari Angelo (1) Fusaro Diego (3) Gaarder Jostein (2) Gab Loter (1) Gabanelli Milena (5) Gaber Giorgio (11) Gaglio Massimiliano (1) Gaita Luisiana (1) Galantino Nunzio (1) Galeazzi Lorenzo (1) Galici Marina (2) Galimberti Umberto (10) Galli della Loggia Ernesto (1) Galligani Mauro (1) Gallo Andrea (2) Gallo Domenico (1) Garbo Rosellina (1) Garcin Gilbert (1) Garibaldi Giuseppe (1) Gasparri Maurizio (1) Gattuso Marco (1) Gaudenzi Daniela (3) Gawronski PierGiorgio (2) Gebbia Totò (1) Gelmini Mariastella (2) Genovesi Enrico (3) Gentile Tony (1) georgiamada (1) Gerbasi Giuseppe (4) Gerino Claudio (1) Ghedini Niccolò (2) Giampà Domenico (1) Giamporcaro Concetta (1) Gianguzzi Rosalinda (1) Giannelli (1) Giannini Massimo (31) Giannone Eugenio (1) Giannuli Aldo (3) Giaramidaro Nino (11) Gilardi Ando (1) Gilioli Alessandro (5) Gino e Michele (2) Ginori Anais (1) Giordano Lucio (1) Giordano Paolo (1) Giuè Rosario (1) Giuffrida Roberta (1) Giulietti Beppe (1) Gomez Peter (24) Gonzalez Silvia (1) Google (1) Gotor Miguel (1) Graffiti (2) Gramellini Massimo (9) Granata Fabio (3) Grancagnolo Alessio (1) Grassadonia Marilena (2) Gratteri Nicola (1) Greco Francesco (3) Greco Valentina (1) Grillo Beppe (45) Grimoldi Mauro (1) Grossi Alberto (1) Gruber Lilli (1) Gualerzi Valerio (1) Guarneri ARVIS (1) Guémy Christian (1) Guerri Giordano Bruno (3) Gump Forrest (2) Gusatto Lara (1) Guzzanti Corrado (10) Guzzanti Paolo (4) Guzzanti Sabina (1) Hallen Woody (1) Harari Guido (1) Herranz Victoria (1) Hikmet Nazim (1) Hitler Adolf (1) Horvat Frank (1) Hutter Paolo (1) IA (4) Iacchetti Enzo (1) Iacona Riccardo (1) Iannaccone Sandro (1) Idem Josefa (1) IDV - Italia dei Valori (23) Il Ghigno (2) Il significato delle parole (5) Imperatore Vincenzo (4) Imprudente C. (1) Ingroia Antonio (3) Innocenti Simone (1) Intelligenza Artificiale (1) Invisi Guglielmo (1) Ioan Claudia (1) Iori Vanna (1) Iossa Mariolina (1) Iotti Nilde (1) Iovine Sandro (1) ITC Francesco Crispi (2) Iurillo Vincenzo (1) Jarrett Keith (1) Jodice Mimmo (1) Jop Toni (1) Joppolo Francesca (1) Julia Jiulio (1) Kashgar (1) Kipling Rudyard (1) Kleon Austin (1) L'Angolino (6) L'apprendista libraio (1) L'Ideota (1) La Delfa Giuseppina (1) La Grua Giuseppe (1) La Licata Francesco (2) La Rocca Margherita (1) La Rosa Dario (1) LAD (Laboratorio Arti Digitali) - Palermo (1) Lana Alessio (1) Lannino Franco (2) Lannutti Elio (1) Lannutti Wlio (1) Lanzetta Maria Carmela (1) Lanzi Gabriele (1) Laurenzi Laura (1) Lauria Attilio (2) Lavezzi Francesco (1) Le Formiche Elettriche (19) Le Gru (3) Leanza Enzo Gabriele (1) Lectio Magistralis (1) Lella's Space (1) Lenin (1) Lerner Gad (1) Letta Enrico (3) Letta Gianni (1) Levi Montalcini Rita (1) Lezioni (3) Li Castri Roberto (1) Li Vigni Monica (1) Licandro Orazio (1) Licciardello Silvana (1) Lido Fondachello (1) Lillo Marco (14) Limiti Stefania (1) Lingiardi Vittorio (1) Littizzetto Luciana (8) Liucci Raffaele (1) Liuzzi Emiliano (3) Livini Ettore (1) Lo Bianco Giuseppe (2) Lo Bianco Lucia (1) Lo Piccolo Filippo (1) Lodato Saverio (8) Lolli Claudio (1) Longo Alessandra (1) Lorenzini Antonio (9) Lorenzo dè Medici (2) Loy Guglielmo (1) Lucarelli Carlo (1) Lucci Enrico (1) Lungaretti Celso (1) Luongo Patrizia (1) Luporini Sandro (7) Lussana Carolina (1) Luttazi Daniele (3) M5S (3) Mackinson Thomas (3) Magris Claudio (1) Maier Vivian (1) Maiorana Marco Fato (1) Maltese Curzio (22) Manca Daniele (1) Manfredi Alessia (1) Manna Francesco (1) Mannheimer Renato (1) Mannoia Fiorella (1) Mantoan Diego (1) Manzi Alberto (1) Maraini Dacia (2) Maratona di Palermo (8) Maratona di Palermo 2023 (1) Marcelli Fabio (1) Marchetti Ugo (1) Marchionne Sergio (3) Marcoaldi Franco (1) Marconi Mario (1) Marcorè Neri (1) Marenostrum (1) Marino Ignazio (2) Marra Wanda (3) Marrazzo Piero (1) Marro Enrico (1) Martelli Claudio (4) Martini Carlo Maria (2) Martorana Gaetano (5) Marzano Michela (2) Mascali Antonella (2) Mascheroni Luigi (1) Masi Mauro (1) Massarenti Armando (4) Massimino Eletta (1) Mastella Clemente (1) Mastropaolo Alfio (1) Mattarella Sergio (2) Mauri Ilaria (1) Maurizi Stefania (1) Mauro Ezio (22) Mautino Beatrice (1) Max Serradifalco (1) Mazza Donatella (1) Mazzarella Roberto (1) Mazzella Luigi (1) Mazzola Barbara (2) Mazzucato Mariana (1) McCurry Steve (1) Meletti Giorgio (3) Meli Elena (1) Mello Federico (4) Melloni Mario (3) Meloni Giorgia (1) Menichini Stefano (1) Mentana Enrico (3) Merella Pasquale (1) Merico Chiara (1) Merkel Angela (1) Merlino Simona (1) Merlo Francesco (5) Messina Ignazio (1) Messina Sebastiano (3) Mesurati Marco (1) Milella Liana (2) Milla Cristiana (1) Mincuzzi Angelo (1) Mineo Corradino (2) Minnella Liana (1) Minnella Melo (1) Mogavero Domenico (2) Molteni Wainer (1) Monastra Antonella (1) Montanari Maurizio (1) Montanari Tomaso (2) Montanelli Indro (8) Montefiori Stefano (2) Monti Mario (7) Moore Michael (1) Mora Miguel (2) Morelli Giulia (1) Moretti Nanni (1) Moro Aldo (6) Mosca Giuditta (1) Munafò Mauro (1) Murgia Michela (1) Musolino Lucio (1) Mussolini Benito (4) Myanmar (1) Napoleoni Loretta (1) Napoli Angela (1) Napolitano Giorgio (10) Narratori e Umoristi (270) Nemo's (1) Nicoli Sara (6) Nicosia Oscar (1) Nietzsche Friedrich (2) Ninfa Pino (1) Norwood Robin (1) Notarianni Aurora (1) Nuzzi Gianluigi (4) Obama Barak (4) Oian Daniele (1) Oliva Alfredo (1) Onorevoli e .... (282) Oppes Alessandro (1) Orlando Leoluca (5) Ortolan Maurizio (1) Ottolina Paolo (1) P.T. (6) Pace Federico (2) Pace Vincenzo (1) Padellaro Antonio (32) Padre Georg Sporschill (1) Pagliai Giovanni (1) Pagliaro Beniamino (1) Pagnoncelli Nando (1) Palazzotto Gery (1) Palminteri Igor (1) Palombi Marco (2) Panebianco Angelo (1) Panizza Ghizzi Alberto (1) Pannella Marco (1) Pansa Giampaolo (3) Papa Bergoglio (2) Papa Francesco (1) Papa Roncalli (2) Pappalardo Pippo (35) Paragone Gianluigi (1) Parise Goffredo (1) Parisi Francesco (1) Parisi Giorgio (1) Parlagreco Salvatore (5) Pasolini Caterina (1) Pasolini Pierpaolo (1) Pasqualino Lia (1) Passaparola (84) Peccarisi Cesare (1) Pellegrini Edoardo (1) Pellegrino Gianluigi (1) Pellizzetti Pierfranco (9) Penelope Nunzia (1) Pericle (1) Personaggi (7) Pertini Sandro (1) Petizioni (1) Petraloro Vito (1) Petrella Louis (1) Petretto Francesca (1) Petrini Diego (1) Petrolini Ettore (4) Piana degli Albanesi (1) Picciuto Salvatore (1) Piccolo Francesco (5) Pignatone Giuseppe (1) Piketty Thomas (2) Pillitteri Nino (2) Pini Massimo (4) Pini Valeria (2) Pink Floyd (2) Pino Sunseri (1) Pinotti Ferruccio (1) Pipitone Giuseppe (5) Pisanu Giuseppe (1) Pitta Francesca (1) Pitti Luca (1) Pivano Fernanda (1) Poesia (39) Politi Marco (2) politica (53) Polito Antonio (1) Pomi Simone (4) Pomicino Paolo Cirino (1) Pompei (1) Popolo Viola (1) Porro Nicola (1) Porrovecchio Rino (2) Portanova Mario (1) Pretini Diego (1) Prezzolini Giuseppe (1) Prodi Romano (3) Puppato Laura (1) Purgatori Andrea (1) Quagliarello Gaetano (1) Querzè Rita (1) Quinto Celestino (1) Raiperunanotte (1) Rajastan (1) Rame Franca (1) Rampini Federico (13) Randazzo Alessia (1) Ranieri Daniela (1) Ranucci Sigfrido (1) Ravello (1) Recalcati Massimo (3) Recensioni (121) Referendum (2) Reguitti Elisabetta (2) Reina Davide (1) Remuzzi Giuseppe (1) Renzi Matteo (12) Report (2) reportage (5) Reportage siciliano (4) Reski Petra (2) Retico Alessandra (1) Reuscher Costance (1) Revelli Marco (1) Riboud Marc (1) Ricci Maurizio (1) Ricciardi Raffaele (1) Rijtano Rosita (1) Riondino David (4) Riva Gloria (1) Rizza Sandra (2) Rizzo Marzia (2) Rizzo Sergio (9) Rizzoli Angelo (1) Roberti Franco (2) Roccuzzo Antonio (1) Rodari Gianni (3) Rodotà Maria Laura (1) Rodotà Stefano (6) Roiter Fulvio (1) Romagnoli Gabriele (1) Rosalio (1) Rosselli Elena (1) Rossi Enrico (1) Rossi Guido (1) Rossi Paolo (1) Rosso Umberto (1) Ruccia Gisella (1) Rusconi Gianni (1) Russo Stefano (1) Rutigliano Gianvito (2) Ruvolo Mariastella (1) Sacconi Maurizio (2) Safina Arturo (1) Saggistica (138) Saglietti Ivo (1) Said Shukri (1) sallusti Alessandro (1) Salvati Michele (1) Salvio Francesco (1) Sander August (1) Sannino Conchita (1) Sansa Ferruccio (3) Sansonetti Stefano (1) Santamaria Marcello (1) Santarpia Valentina (1) Santoro Michele (6) Saramago Josè (1) Sardo Alessandro (1) Sargentini Monica Ricci (1) Sartori Giovanni (9) Sasso Cinzia (1) Sava Lia (1) Savagnone Fabio (1) Savagnone Giuseppe (1) Savarese Raffaele (1) Saviano Roberto (12) Savoca Tobia (7) Savona Paolo (1) Scacciavillani Fabio (1) Scafidi Nicola (1) Scaglia Enrico (1) Scalfari Eugenio (33) Scalzi Andrea (1) Scanzi Andrea (9) Scarafia Sara (1) Scarpinato Roberto (11) Schillaci Angelo (1) Scianna Ferdinando (12) Sciascia Carlo Roberto (1) Scorza Guido (2) Scuola (2) Scurati Antonio (1) Segre Liliana (1) Sellerio Enzo (3) Serra Michele (14) Serra Michele R. (1) Serradifalco Massimiliano (1) Severgnini Beppe (12) Sgroi Fabio (3) Shopenhauer Arthur (1) Shultz (1) Sicilcassa (2) SID (7) Sidari Daniela (3) Sideri Massimo (2) Siena (2) Signorelli Amalia (1) Siino Tony (1) Silena Lambertini (1) Simonelli Giorgio (2) Sisto Davide (1) Slide show (68) Smargiassi Michele (3) Snoopy (1) Socrate (1) Soffici Caterina (1) Sofri Adriano (1) Sollima Giovanni (1) Sommatino Francesca (2) Soth Alec (1) Sparacino Tiziana (1) Spencer Tunick (1) Spicola Mila (3) Spielberg Steven (1) Spinelli Barbara (6) Spinicci Paolo (1) Sport (2) Springsteen Bruce (4) Staino Sergio (1) Stasi Davide (1) Stella Gian Antonio (10) Stepchild adoption (1) Stille Alexander (2) Stone Oliver (1) Storie comuni (6) Strada Gino (1) Strano Roberto (1) street art (17) Studio Seffer (1) Superbonus (1) Svetlana Aleksievic (1) Sylos Labini Francesco (1) Szymborska Wislawa (1) T.S. (1) Tafanus (1) Tamburello Giusi (1) Taormina Carlo (1) Tarantino Giusy (1) Tarantino Nella (1) Tarquini Andrea (2) Tartaglia Roberto (1) Tava Raffaella (5) Taverna Paola (1) Tecce Carlo (4) Telese Luca (7) Temi (4) Terzani Tiziano (4) Tholozan Isabella (2) Tinti Bruno (16) Tito Claudio (2) Tocci Walter (1) Tomasi di Lampedusa Giuseppe (1) Tomasoni Diego (2) Tonacci Fabio (1) Toniolo Maria Gigliola (1) Toniutti Tiziano (2) Tornatore Giuseppe (1) Torresani Giancarlo (9) Torsello Emilio Fabio (2) Tortora Francesco (3) Totò (3) Trailer (1) Tramonte Pietro (1) Travaglio Marco (252) Tremonti Giulio (2) Tribuzio Pasquale (7) Trilussa (15) Troja Tony (1) Trump Donald (1) Truzzi Silvia (8) TT&P (1) Tundo Andrea (1) Turati Giuseppe (1) Turco Susanna (1) Turrini Davide (1) Twain Mark (1) U2 (1) UIF - Unione Italiana Fotoamatori (4) Usi ed Abusi (8) Valesini Simone (1) Valkenet Paulina (1) Vandenberghe Dirk (1) Vannucci Alberto (1) Varie (123) Vauro Senesi (3) Vazquez Luisa (3) Vecchi Davide (9) Vecchio Concetto (3) Veltroni Walter (3) Vendola Niki (3) Venturini Marco (1) Verderami Francesco (1) Verdini Denis (3) Vergassola Dario (4) Verrecchia Serena (1) Viale Guido (1) Video (103) Villaggio Paolo (6) Violante Luciano (2) Viroli Maurizio (3) Visetti Giampaolo (1) Vita Daniele (1) Vittorini Elio (1) Viviano Francesco (2) Vivirito Cettina (1) Volàno Giulio (1) Vulpi Daniele (1) Vultaggio Giuseppe (1) Walters Simon (1) Weinberger Matt (1) Wenders Wim (2) Wikipedia (20) Wilde Oscar (3) WWF (1) www.toticlemente.it (3) You Tube (97) Yourcenar Margherite (1) Zaccagnini Adriano (1) Zaccagnini Benigno (1) Zagrebelsky Gustavo (9) Zambardino Vittorio (1) Zanardo Lorella (1) Zanca Paola (1) Zecchin Franco (3) Zucconi Vittorio (3) Zucman Gabriel (1) Zunino Corrado (1)

COOKIES e PRIVACY Attenzione!

Si avvisano i visitatori che questo sito utilizza dei cookies per fornire servizi ed effettuare analisi statistiche anonime. E’ possibile trovare maggiori informazioni all’indirizzo della Privacy Policy di Automattic: http://automattic.com/privacy/ Continuando la navigazione in questo sito, si acconsente all’uso di tali cookies. In alternativa è possibile rifiutare tutti i cookies cambiando le impostazioni del proprio browser.

Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

Collaboratori

Un'immagine, un racconto

Un'immagine, un racconto
La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)