"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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giovedì 7 agosto 2014

Le dichiarazioni “luride” di Luigi Zanda

E’ uno spettacolo sconcio quello che va in scena al Senato, dove, in nome di una riforma che rappresenta l’ultimo dei problemi del Paese, di certo c’è che i "100" che sopravviveranno, grazie alla nomina di segreterie dei partiti oggi ridotte a ristretta ciurma di compari usurpatori di democrazia, godranno di un’immunità blindata da sbattere in faccia a quei pochi magistrati che ancora avessero intenzione di indagare. Bene che andrà passeremo dal Senato di Grasso al Senato dei Grassatori, che tali, chi più chi meno, diventeranno i "100" una volta indossata la corazza dell’immunità, dell’ impunibilità, dell’improcessabilità. Serve a poco cercare di districare la giungla dei distinguo, delle tattiche d’aula, del chi entra e del chi esce, del chi "non sono d’accordo", del chi "sono d’accordo a malincuore", del chi "sono a favore per principio". E’ il risultato che conta. Ed è un risultato sconcio. Nell’Italia che in questi ultimi anni ha visto una marea montante di scandali e latrocinii, ci si ritrova felicemente d’accordo nel costruire l’Arca di Noè del privilegio e del parassitismo. Ogni aggiunta sarebbe superflua.
Il capo gruppo del Pd al Senato, Luigi Zanda, definì "lurido", in un passaggio d’aula, il comportamento dei 5 stelle. Non ce ne vorrà, dunque, se proprio al suo dizionario ci ispireremo definendo "lurida", questa sì, la sua definizione dell’immunità: "E’ un istituto voluto dai padri costituenti". E il caso vuole che, qualche giorno dopo, gli uomini della Dia avrebbero scoperto, nell’abitazione di Claudio Scajola, ex ministro dell’interno, ex presidente Copasir, un sistema di nicchie dentro le pareti per occultare i dossier con i quali – per sua stessa ammissione -  "teneva tutti per le palle". E badate bene: alla prima perquisizione, l’archivio a muro non era stato scoperto. Tanto che i magistrati di Reggio Calabria, il P.M. Giuseppe Lombardo e l’aggiunto Francesco Curcio, avevano disposto un supplemento di perquisizione. E gli uomini della Dia questa volta hanno fatto bingo.
Conclusione? Di tal risma sono quelli che avranno tutto da guadagnare dalla Riforma del Senato. Allora capirà da solo, lo Zanda, perché è "lurido" il suo accostamento dei padri costituenti a un’immunità che ormai ha il solo scopo di mettere al sicuro i ceffi patentati.
Ma neanche le anime pie, quelle che avrebbero voluto un esito diverso della votazione sull’immunità, riescono a provocare in noi un sussulto di partecipazione al loro "dolore". I cronisti raccontano che Felice Casson avrebbe rilasciato commenti sull’accaduto "con voce sfumata di rassegnazione". Ci sarebbe di che restare, anche noi, contriti. Ma Casson, che in altra vita fu magistrato, credeva davvero che da questo parlamento sarebbe venuto il via libera per i suoi colleghi di oggi ancora posseduti dal "demone" della questione morale? E non aveva capito l’antifona del premier, che appartiene al suo partito, il Renzi, che incontra il pregiudicato Silvio Berlusconi una volta a settimana per ridisegnare insieme a lui "la nuova Italia"? O che è amico personale e di vecchia data di tal Verdini, né più né meno di come la Cancellieri lo era di tal Ligresti? Credeva davvero, il Casson, di mandare a carte quarantotto i piani del duo Zanda- Finocchiaro (anche lei, in altra vita, fu magistrato), puntellato dal Calderoli, e tutti appassionatamente a guardia di un Senato che andava simultaneamente resuscitato dopo averne certificato la morte legale?
E che fine hanno fatto gli Stefano Fassina, i Gianni Cuperlo, i Maurizio Landini, i Niki Vendola, ai quali, sin quando fu utile, fu concesso di usare la durlindana in prima serata televisiva?
Al cospetto dello spettacolo sconcio, nobili gli appelli, nobili le firme, nobili le campagne del "Fatto", o i travagli, anche questi contriti, di "Repubblica". Ma non servono a niente. Né gli uni, né gli altri. Diciamocelo fra noi, almeno prendiamone atto. Il gioco si è fatto duro. E duri e dure hanno da tempo cominciato a giocare. Ma che impressione vedere ministri e ministre parlare ai telefonini con le mani davanti alla bocca per non far leggere il labiale. Sembra la rappresentazione visiva di un’Italia di gangster che ha il timor panico dell’intercettazione. E i bookmakers inglesi a quanto darebbero l’eventualità che Renzi, prima di lasciare la poltrona di presidente del consiglio, pronunci, almeno una volta in vita sua, la parola "mafia"? La Dia teme che le mafie tornino a sparare. E chi se ne fotte?
Si è fatta stucchevole persino la lettura dei giornali. I pensatori continuano a pensare. Gli analisti continuano ad analizzare. Gli inchiestisti continuano a inchiedere. Ma che c’è ancora da scoprire? Se Francesco Schettino, il comandante della Costa Concordia, viene invitato alla Sapienza a tener lezione agli studenti su come "tenere a freno il panico", che c’è ancora da vedere? O magari saremo chiamati a firmare appelli per rimuovere il rettore dell’ Università della Capitale, Luigi Frati, e il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, che ovviamente si dicono "indignati"? Cascano le braccia. E se Ruby fu davvero la nipote di Mubarak, come vorremmo cambiarla, almeno "sessualmente", quest’Italia? Osservazione: se il ladro di Montecitorio fosse stato un parlamentare, invece che un dipendente di Montecitorio, avrebbe goduto di quell’immunità "voluta dai padri costituenti", per dirla con quel mattacchione dello Zanda. Giusto?
E per carità, non soffermiamoci più di tanto su Giorgio Napolitano. Ora che l’Istat ha certificato ufficialmente che l’Italia è in recessione, qualcuno ci verrà a dire che i funzionari dell’Istat sono "gufi" e "nemici del governo Renzi"? Napolitano dirà qualche parolina sulla recessione? O è solo affaccendato in faccende di magistratura, qua tombando telefonate che lo riguardano, là procrastinando nomine di Procuratori che non gli scompinferano?
Speriamo che ci salvino almeno i "cinesi" e gli "arabi", acquistando un pezzo d’Italia dietro l’altro.

Saverio Lodato (Antimafia.com - 6 agosto 2014
 

sabato 28 giugno 2014

“Il ritorno del Principe” è uno di quei volumi che non merita di accumulare polvere nello scaffale di una libreria


Oggi, che si parla molto di riforme istituzionali, ritorna d’attualità il libro “Il ritorno del Principe”, pubblicato nel giugno 2008 dalla casa editrice Chiare Lettere.
L’acutezza ed al contempo la semplicità con le quali vengono trattati i complessi argomenti, mostrano tuttora la validità di un saggio che avrebbe meritato maggiore eco e di certo degno di poter figurare fra i migliori prodotti socio-politici editi nell’ultimo decennio.
Utilizzando un classico schema di scrittura il giornalista Saverio Lodato pone una serie di questioni al Procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato che, con estrema chiarezza  le disamina, leggendone le varie sfaccettature.
Uno scritto a quattro mani, che si incentra su una serie di aspetti riguardanti il potere: dal raggiungimento alla gestione, dal suo mantenimento al consolidamento.
La sicilianità e la competenza specifica di entrambi gli autori li porta ad addentrarsi nelle questioni di mafia, focalizzandone anche l’espansione finanziaria, ma non solo.
Del resto è ormai storia il fatto che la domanda di taluni di acquisire capitali per alimentare investimenti e sviluppo, incontrandosi con quello di chi necessita di riciclare eccessi di disponibilità liquide in un’economia reale, ha facilitato flussi osmotici opachi e fatto si che, nel tempo, un modello in qualche modo poco trasparente venisse progressivamente interiorizzato non soltanto nell’Italia del Nord; il tutto facilitato o reso percorribile attraverso legislatori sempre più favorevoli.
Richiamandosi al Machiavelli, risultano centrali dei passaggi che riguardano il governo di una comunità (“Dobbiamo tornare alla consacrazione nazionale del Principe del Machiavelli. Lo spirito e la cultura del Principe - proprio perchè costitutive della normalità italiana nel senso che ho precisato - non sono mai morte. Trasmettendosi di generazione in generazione, hanno continuato ad attraversare nei secoli la nostra storia nazionale, riciclandosi nelle varie forme di Stato che si sono succedute nel tempo; dall'Italia preunitaria alla monarchia, al fascismo, alla prima e seconda Repubblica, giungendo sino ai nostri giorni”).
Di assoluta attualità e freschezza risultano altresì le osservazioni sul sistema elettorale vigente, parzialmente bocciato e corretto recentemente dalla stessa Corte Costituzionale (“Il Parlamento, come è noto, è eletto dal popolo solo formalmente. In realtà è "nominato" da ristrettissimi gruppi, una trentina di persone in tutto; componenti organiche del Palazzo, come lo definiva Pasolini, o del "circolo dei grandi decisori", come gli analisti del potere definiscono i luoghi nei quali un ristretto nucleo di detentori del potere reale assume decisioni che poi vengono ratificate nei luoghi formali del potere istituzionale.
Grazie alla nuova legge elettorale che ha abolito il voto di preferenza, gli elettori non possono scegliere i rappresentanti da eleggere, ma solo ratificare a scatola chiusa le scelte effettuate dall'alto, compresi personaggi impresentabili e pregiudicati”
).
Al di la dei due esempi estrapolati, l’analisi risulta ampia, si sviluppa nell’esame dei diversi aspetti del potere, dell’amministrazione della cosa pubblica, focalizzandone le variegate e spesso complesse interconnessioni (più o meno visibili).
La lettura del volume risulta scorrevole, sollecita interrogativi e illumina sulla genesi delle questioni. Quanto trattato e le considerazioni ben esposte dagli autori non sono mai banali, né limitate ad aspetti evidenti; esse palesano la piena coscienza e conoscenza dei fenomeni, ma giammai una resa e, men che meno, una rassegnazione.  
Appare superfluo raccomandarne una attenta lettura. “Il ritorno del Principe” è uno di quei volumi che merita di non accumulare polvere nello scaffale di una libreria, è un libro da tenere sempre sottomano, insomma. 

Essec


martedì 4 febbraio 2014

Laura Boldrini: al lupo al lupo arriva il fascismo | Saverio Lodato (antimafiaduemila.com). - 3 febbraio 2014.

A leggere le dichiarazioni di certi politici riportate enfaticamente da giornali e televisioni, sembra che l’Italia sia eternamente sull’ orlo del precipizio. Che abbia le ore, anzi, i minuti contati. Il fascismo è alle porte. E’ in atto un disegno eversivo. Stanno scardinando le fondamenta della democrazia. Vogliono paralizzare e sabotare il Parlamento. C’è un complotto contro il capo dello Stato. C’è un complotto contro il capo del governo. Il nuovo fascismo è alle porte. E’ tornato di moda lo squadrismo. E potremmo continuare all’infinito, con questo diffusissimo "al lupo, al lupo" che sembra non risparmiare più nessuno.
Favoletta vuole che quando il lupo finalmente arrivò, nessuno ci credeva più, e il lupo ebbe partita vinta. Allora, andiamoci piano, per favore. Dovesse accadere che il lupo arriva per davvero e poi nessuno se ne accorge…
Magari commetteremo un grande errore di superficialità, non saremo all’altezza di una lettura approfondita della situazione politica e istituzionale, non vedremo tanto lontano come i più accreditati osservatori politici, ma siamo sereni, fiduciosi, tranquilli: il fascismo non è alle porte, le fondamenta della democrazia non stanno per essere scardinate, complotto scaccia complotto (un po’ come chiodo scaccia chiodo), semmai, questo sì, c’è un bel manipolo di mascalzoni - individuati e riconosciuti - che si è insediato in tutti i piani della piramide istituzionale e da troppo tempo spadroneggia in danno dell’intera collettività.
Ma per non prenderla troppo alla lontana, va detto che scriviamo queste note sull’onda mediatica (enorme) dell’"affaire Boldrini". La presidente della Camera, infatti, è stata volgarmente apostrofata da alcuni giudizi via Internet talmente ripugnanti che si sono infatti ritorti come un boomerang contro gli stessi autori firmatari.
Laura Boldrini, presidente della Camera, si è difesa e ha contrattaccato, con numerose interviste televisive e ai giornali, ottenendo tutta la solidarietà che le era dovuta in un caso come questo.
Secondo noi, però, ha strafatto.
Infatti – a costo di apparire politicamente maleducati, maleducatissimi e qualunquisti, qualunquistissimi - osiamo dire che, fra le tante cose giustissime dette in tutela della sua onorabilità, della sua dignità, e dell’incarico che ricopre - una, la Boldrini, ne ha detta di pessimo gusto. E di repellente contenuto.
Questa: "I commenti sul blog di Grillo sono scritti da potenziali stupratori". Frase pacchiana. E non poteva, e non doveva dirla, pur liberissima di pensarla così fra le mura di casa sua, proprio per l'altissimo incarico ricoperto; alias, la terza carica dello Stato. E la terza carica dello Stato non può scendere di livello sino a questo punto.
Un movimento per il quale hanno votato otto milioni di italiani, può essere visto come un territorio in cui possono mimetizzarsi, facendola franca, "potenziali stupratori"? Certo che no.
Quando qualche giorno fa un pacco contenente una testa di maiale è stato recapitato alla Sinagoga di Roma, forse che gli israeliani hanno detto che in Italia siamo alla "vigilia di un nuovo Olocausto"? Certo che no.
Quando qualche settimana fa, il ministro Kyenge, è stata crocifissa dalla Lega, e dai suoi massimi rappresentanti istituzionali - ripetutamente, ossessivamente - per il colore della sua pelle, lei ha forse contrattaccato dicendo che in Italia siamo alla vigilia dell’ Apartheid o che "i barbari sognanti", che piacciono tanto a Maroni, sono le cellule di un nuovo Ku Klux Klan in salsa italica? Certo che no.
Corrado Augias, in risposta a quell’imbecille che - orgogliosamente (e, parafrasando Dante, verrebbe da dire: più che l’imbecillità poté l’orgoglio) - ha dichiarato di aver bruciato un suo libro, ha forse annunciato di voler espatriare dall’Italia, come il giovane filosofo ebreo Leo Lowenthal che lasciò la Germania perché sconvolto dal "rogo dei libri" voluto da Hitler? Certo che no.
Speriamo che si sia capito quello che intendiamo dire. C’è però qualcosa che resta sullo sfondo e, francamente, ci irrita. A quando, ad esempio, una presa di distanza "forte e chiara" della presidente della Camera da quel "Questore" che ha rifilato a freddo un bel ceffone a un’onorevole grillina? Le donne vanno sfiorate solo con un fiore, scrisse qualcuno. E qualcuno ha forse detto che i "picchiatori" la fanno da padroni in Parlamento? Certo che no. Ma una parolina, la Boldrini poteva dirla. Giusto?
Poi, che sia stata Laura Boldrini, presidente della Camera, non solo ad avvalersi della "ghigliottina" parlamentare, ma a non aver mosso un dito per scorporare la telenovela dell’Imu dall’horror delle regalie agli istituti di credito, sono fatti. Fatti di solare evidenza.
Finiamola qui.
Notizia di oggi: "L’Unione europea: La corruzione in Italia vale 60 miliardi, metà del totale d’Europa".
Ci permettiamo di suggerire alla presidente della Camera di dire la sua anche su questo argomento: appena il caso che l’ha investita si sarà placato, rifaccia il giro delle sette chiese televisive e giornalistiche, e usi la durlindana un’altra volta. Agli occhi degli italiani, anche un simile tasso di corruzione è ripugnante.
 Saverio Lodato (antimafiaduemila.com)

martedì 22 settembre 2009

CLASSI DIRIGENTI E CRIMINALITÀ: L'ANOMALIA ITALIANA

Qualcuno a questo punto potrebbe chiedersi: non si corre il rischio di una lettura forzata della società italiana coniugan­do politica, economia e criminalità come fossero un unicum inscindibile?

Capisco l'obiezione. Questo è un punto cruciale. Come cercherò di spiegare - prima in generale in questa parte e poi con esemplificazioni concrete nelle parti dedicate ai temi specifici della corruzione, delle stragi e della mafia -la mia ipotesi è che la criminalità del potere in Italia non sia la mera sommatoria aritmetica di migliaia di condotte criminali di singoli potenti: un archivio di cadute indivi­duali. E piuttosto il ritratto di Dorian Gray di una com­ponente significativa della nostra classe dirigente. La carti­na di tornasole della sua segreta identità e, quindi, del reale modo di essere della democrazia e dello Stato. Dietro il salotto buono dove vengono messi in bella mostra il decoro e le glorie di famiglia, la casa comune nasconde anche la stanza di Barbablù, piena di scheletri e imbratta­ta di sangue.

Per questo motivo, come ho già accennato, la storia della mafia - così come quella della corruzione e delle stra­gi - è una parte della storia del potere reale nel nostro Paese.

Si può dire che la vera storia della mafia è ancora da scoprire?

In parte sì. Mi rendo conto che il lettore medio, abituato a credere che la mafia sia una storia di bassa macelleria cri­minale di cui sono protagonisti ex contadini e vaccari se­mianalfabeti con la complicità di qualche pecora nera appartenente al mondo dei colletti bianchi, resterà un po' spaesato. Anch'io per anni ho subito un senso di grave spaesamento.

Cos'è che le faceva perdere l'orientamento?

Ho impiegato molto tempo prima che gli occhi della mia mente e del mio cuore si abituassero a distinguere confusa­mente e poi a vedere la faccia segreta del pianeta mafioso: quella oscurata dalla luce accecante dei fari mediatici, con­centrata solo sulla faccia visibile.

È superfluo sottolineare che tutto quello che dico non ha alcuna pretesa di oggettività. Dico solo quel che mi è sem­brato di capire in lunghi anni di riflessione e di esperienza sul campo.

A questo proposito poc'anzi ha elencato tra i campioni della normalità italiana il Principe che ha sempre utilizzato e coperto gli specialisti della violenza nel gioco grande del pote­re. Può chiarire questo punto?

Ho utilizzato l'espressione «Principe» alludendo al titolo del libro di Niccolò Machiavelli, da sempre considerato una sorta di bibbia dagli uomini di potere italiani: un manuale pratico-teorico sulla costruzione del potere. Per il suo libro Machiavelli si ispirò al duca Cesare Borgia, figlio di Rodrigo divenuto papa Alessandro VI, e fratello di Lucrezia. I Borgia erano privi di qualsiasi scrupolo e senso morale; nell'Italia del Cinquecento avevano fatto dell'omicidio, della strage e dell'inganno una pratica di vita per accrescere il proprio potere. Machiavelli, che aveva avuto modo di conoscere Cesare Borgia personalmente, ne aveva narrato e apprezza­to le gesta nella Descrizione del modo tenuto dal duca Va­lentino nell'ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fer­mo, il signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini, consideran­dola «impresa rara e mirabile». I Borgia - il cui potere era trasversale a quello temporale e a quello religioso - non costituivano un'eccezione nel panorama della classe dirigen­te del tempo. Il fatto che Machiavelli apprezzi le gesta di Cesare Borgia e lo assuma a modello di comportamento, sia pure al fine di costruire uno Stato italiano che si emancipi dalle dominazioni straniere, dimostra la «normalità» della pratica dell'omicidio e dell'astuzia sleale nella lotta politica, in dispregio di ogni regola e criterio di lealtà anche nello scontro militare.

Viene da tanto lontano la banalità italiana?

La mostruosità di questa normalità italiana, mai colta in Italia, proprio perché «normale» in un Paese che da secoli continua a tributare ammirazione ai furbi e ai violenti, è stata invece percepita in altri Paesi di antiche tradizioni democratiche e civili — come per esempio l'Inghilterra - nei quali si ritiene che la contesa politica deve rispettare, pur nello scontro violento e armato, regole di lealtà e di onore.

Adam Smith, per esempio, il famoso economista e filo­sofo scozzese vissuto nel XVIII secolo, rimase agghiaccia­to dall'ammirazione tributata da Machiavelli a Borgia per il massacro dei suoi rivali a tradimento, e nella Teoria dei sentimenti morali così commentò il cinismo del nostro:

Mostra molto disprezzo per l'ingenuità e la debolezza delle vittime, ma nessuna compassione per la loro triste e prema­tura morte, nessun genere di indignazione per la crudeltà e la falsità del loro assassinio.

In quelle culture, vincere slealmente e contro le regole è considerato oggi, a differenza che in Italia, disonorevole, e quindi meritevole di disprezzo sociale.

Anche in quei Paesi sono esistiti ed esistono personaggi come i Borgia. Il punto è che costoro sono stati superati dall'evoluzione storica e civile, sicché oggi non godono di alcun consenso e sono costretti a operare nell'ombra.

È dal tardo Cinquecento che l'Italia fatica a entrare nel circolo dell'Europa più civile. Al di là delle apparenze, esi­ste una straordinaria continuità sottotraccia dell'immatu­rità democratica di tanta parte del nostro popolo e della sordità delle sue classi dirigenti ai principi più elementari dello Stato moderno.

Resta attuale la diagnosi di Vitaliano Brancati: «L'Italia non si stanca mai di essere un Paese arretrato. Fa qualunque sacri­ficio, perfino delle rivoluzioni, pur di rimanere vecchio».

Il risultato è che oggi in Italia il Parlamento nazionale, i Consigli regionali e snodi importanti dell'intero circuito istituzionale sono affollati di pregiudicati, di inquisiti per i più svariati reati e di personaggi talora poco presentabili.

In occasione della formazione della Commissione parla­mentare antimafia nella legislatura conclusasi nel 2008, venne respinta a larghissima maggioranza la proposta di escludere dalla Commissione soggetti inquisiti per mafia o per reati contro la pubblica amministrazione. Della Com­missione entrarono così a far parte soggetti condannati per fatti di corruzione con sentenza definitiva.

A proposito di culture anglosassoni, vorrei però far notare che negli Stati Uniti esiste una lunga tradizione di violenza poli­tica, sfociata anche nell'assassinio di alcuni presidenti.

È vero. Tuttavia gli Stati Uniti sono nati come nazione solo alla fine del XVIII secolo e nell'arco di appena due secoli -un soffio se misuriamo il tempo con il parametro della sto­ria dei popoli — sono riusciti in un'impresa straordinaria: quella di passare dal Far West alla moderna democrazia americana, fondendo in un'unica identità nazionale milioni di immigrati di tutto il mondo provenienti dalle più diver­se storie e culture, e fornendo loro un comune statuto della cittadinanza. L'omicidio di Robert Kennedy nel 1968 sem­bra avere chiuso la stagione dei delitti politici, ricomponen­do le fratture interne alla classe dirigente americana.

Quell'omicidio, seguito a quello di John Kennedy e a quello di Martin Luther King, portò oltre il livello di guar­dia il tasso di violenza politica in quel Paese e segnò una svolta che è utile ricordare.

Il presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson si rese conto che ci si trovava dinanzi a un punto di non ritorno e, tra le altre iniziative, istituì un Comitato per lo studio e la prevenzione della violenza, per iniziare a riflettere seria­mente, fuori dalle obbligate ipocrisie istituzionali, sui rap­porti tra la società americana e la violenza politica.

A quel comitato venne chiamato a collaborare H.L. Nieburg, uno dei massimi teorici dei conflitti sociali del tempo, il quale condensò le sue conclusioni nella mono­grafìa L'assassinio politico e il continuum del comportamento politico, proponendo un radicale riorientamento dell'ap­proccio al tema della violenza.

In cosa consisteva il modello Nieburg? E perché torna utile al nostro ragionamento?

Perché a mio parere offre importanti chiavi di lettura per comprendere - come vedremo in seguito - le motivazioni profonde della continuità nel tempo della violenza politi­ca e della predazione praticate da significativi settori delle classi dirigenti in Italia.

Secondo il modello dello studioso statunitense, il moto­re e la polpa della dinamica sociale è il bargaining, cioè un ininterrotto e universale processo di contrattazione nel quale i gruppi sociali competono per la conquista di risor­se, status e influenza. La contrattazione, secondo lo stu­dioso americano, si muove lungo un continuum i cui poli sono la violenza e la non violenza.

La violenza - e questo mi sembra un punto fondamen­tale sul quale fermarsi a riflettere - non è una interruzio­ne o un'aberrazione disfunzionale della vita politica, ma piuttosto un suo continuum, una prosecuzione della con­trattazione con tattiche che comportano un'elevazione dei rischi e dei costi, quando le altre forme di contrattazione sono precluse o inefficaci.

Infatti si suol dire che la guerra è la prosecuzione della politi­ca con altri mezzi e che, viceversa, la politica è una nobile arte che serve a evitare di scannarsi a vicenda. La politica come arte del compromesso.

Esatto. L'agire sociale solo apparentemente è mosso e moti­vato da valori; in realtà - secondo Nieburg - esso funziona indipendentemente da essi reagendo di continuo all'espe­rienza, laddove i valori non sono che razionalizzazioni ex post dell'equilibrio raggiunto in un determinato momento storico tra le forze in campo che stabilizzano e strutturano l'esito di quella contrattazione sociale. Appena il rapporto tra le forze in campo muta, inizia un nuovo processo di con­trattazione che porta a una diversa tavola dei valori, spec­chio dei nuovi rapporti di forza.

Nell'America visceralmente anticomunista e appena usci­ta dal maccartismo, Nieburg, consulente del governo, per­viene a conclusioni quasi blasfeme tanto sembrano riecheg­giare Karl Marx:

La definizione di ordine riferita a ogni relazione tra i gruppi sociali tende a riflettere i valori, gli interessi e il comporta­mento di coloro che dominano la struttura gerarchica dei rapporti di contrattazione. La storia dei reati riflette la storia delle leggi, le quali a loro volta rispecchiano i sistemi norma­tivi dei gruppi di potere dominanti, ossia le condizioni socia­li ed economiche che ne hanno accompagnato la nascita gra­zie alle quali esse si perpetuano [...]. I valori dei gruppi dominanti vengono modificati dagli spostamenti del locus del potere provocati dall'emergere di nuovi gruppi [...]. La storia dimostra che non è infrequente il caso di gruppi crimi­nali che finiscono poi col diventare essi stessi i quadri di un nuovo ordinamento giuridico-legale e di una nuova organiz­zazione statuale. Si dà il caso di malviventi americani che si organizzarono in bande, violentarono, rubarono, razziarono cavalli e bestiame, bruciarono villaggi messicani e diventaro­no poi la classe dirigente della nuova repubblica del Texas: generali, governanti, banchieri e grandi proprietari terrieri.

Ciò posto, la differenza dell'Italia rispetto agli Stati Uniti e altri Paesi europei, quali l'Inghilterra, la Francia, la Ger­mania, sembra essere l'irredimibilità di significative compo­nenti delle sue classi dirigenti, incapaci - a differenza delle classi dirigenti di quei Paesi - di transitare da una fase di accumulazione violenta e predatoria a una fase nella quale il potere sociale ed economico acquisito in passato si stabi­lizza e si legalizza dando vita a un ordine che rispecchia valori sociali consolidati.

E mia opinione che in Italia persista una rimozione cul­turale su un tema centrale e strategico che da sempre inve­ste — proiettandosi sul futuro — la questione democratica e la questione Stato: il rapporto irrisolto tra classi dirigenti e violenza.


Saverio Lodato - Roberto Scarpinato ("Il ritorno del principe" - 2008 - Chiarelettere)


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)