"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."
Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).
E’ uno spettacolo sconcio quello che va in scena al Senato, dove, in
nome di una riforma che rappresenta l’ultimo dei problemi del Paese, di
certo c’è che i "100" che sopravviveranno, grazie alla nomina di
segreterie dei partiti oggi ridotte a ristretta ciurma di compari
usurpatori di democrazia, godranno di un’immunità blindata da sbattere
in faccia a quei pochi magistrati che ancora avessero intenzione di
indagare. Bene che andrà passeremo dal Senato di Grasso al Senato dei
Grassatori, che tali, chi più chi meno, diventeranno i "100" una volta
indossata la corazza dell’immunità, dell’ impunibilità,
dell’improcessabilità. Serve a poco cercare di districare la giungla dei
distinguo, delle tattiche d’aula, del chi entra e del chi esce, del chi
"non sono d’accordo", del chi "sono d’accordo a malincuore", del chi
"sono a favore per principio". E’ il risultato che conta. Ed è un
risultato sconcio.
Nell’Italia che in questi ultimi anni ha visto una marea montante di
scandali e latrocinii, ci si ritrova felicemente d’accordo nel costruire
l’Arca di Noè del privilegio e del parassitismo. Ogni aggiunta sarebbe
superflua. Il capo gruppo del Pd al Senato, Luigi Zanda, definì
"lurido", in un passaggio d’aula, il comportamento dei 5 stelle. Non ce
ne vorrà, dunque, se proprio al suo dizionario ci ispireremo definendo
"lurida", questa sì, la sua definizione dell’immunità: "E’ un istituto
voluto dai padri costituenti". E il caso vuole che, qualche giorno dopo,
gli uomini della Dia avrebbero scoperto, nell’abitazione di Claudio
Scajola, ex ministro dell’interno, ex presidente Copasir, un sistema di
nicchie dentro le pareti per occultare i dossier con i quali – per sua
stessa ammissione - "teneva tutti per le palle". E badate bene: alla
prima perquisizione, l’archivio a muro non era stato scoperto. Tanto che
i magistrati di Reggio Calabria, il P.M. Giuseppe Lombardo e l’aggiunto
Francesco Curcio, avevano disposto un supplemento di perquisizione. E
gli uomini della Dia questa volta hanno fatto bingo. Conclusione? Di
tal risma sono quelli che avranno tutto da guadagnare dalla Riforma del
Senato. Allora capirà da solo, lo Zanda, perché è "lurido" il suo
accostamento dei padri costituenti a un’immunità che ormai ha il solo
scopo di mettere al sicuro i ceffi patentati. Ma neanche le anime
pie, quelle che avrebbero voluto un esito diverso della votazione
sull’immunità, riescono a provocare in noi un sussulto di partecipazione
al loro "dolore". I cronisti raccontano che Felice Casson avrebbe
rilasciato commenti sull’accaduto "con voce sfumata di rassegnazione".
Ci sarebbe di che restare, anche noi, contriti. Ma Casson, che in altra
vita fu magistrato, credeva davvero che da questo parlamento sarebbe
venuto il via libera per i suoi colleghi di oggi ancora posseduti dal
"demone" della questione morale? E non aveva capito l’antifona del
premier, che appartiene al suo partito, il Renzi, che incontra il
pregiudicato Silvio Berlusconi una volta a settimana per ridisegnare
insieme a lui "la nuova Italia"? O che è amico personale e di vecchia
data di tal Verdini, né più né meno di come la Cancellieri lo era di tal
Ligresti? Credeva davvero, il Casson, di mandare a carte quarantotto i
piani del duo Zanda- Finocchiaro (anche lei, in altra vita, fu
magistrato), puntellato dal Calderoli, e tutti appassionatamente a
guardia di un Senato che andava simultaneamente resuscitato dopo averne
certificato la morte legale? E che fine hanno fatto gli Stefano
Fassina, i Gianni Cuperlo, i Maurizio Landini, i Niki Vendola, ai quali,
sin quando fu utile, fu concesso di usare la durlindana in prima serata
televisiva? Al cospetto dello spettacolo sconcio, nobili gli
appelli, nobili le firme, nobili le campagne del "Fatto", o i travagli,
anche questi contriti, di "Repubblica". Ma non servono a niente. Né gli
uni, né gli altri. Diciamocelo fra noi, almeno prendiamone atto. Il
gioco si è fatto duro. E duri e dure hanno da tempo cominciato a
giocare. Ma che impressione vedere ministri e ministre parlare ai
telefonini con le mani davanti alla bocca per non far leggere il
labiale. Sembra la rappresentazione visiva di un’Italia di gangster che
ha il timor panico dell’intercettazione. E i bookmakers inglesi a quanto
darebbero l’eventualità che Renzi, prima di lasciare la poltrona di
presidente del consiglio, pronunci, almeno una volta in vita sua, la
parola "mafia"? La Dia teme che le mafie tornino a sparare. E chi se ne
fotte? Si è fatta stucchevole persino la lettura dei giornali. I
pensatori continuano a pensare. Gli analisti continuano ad analizzare.
Gli inchiestisti continuano a inchiedere. Ma che c’è ancora da scoprire?
Se Francesco Schettino, il comandante della Costa Concordia, viene
invitato alla Sapienza a tener lezione agli studenti su come "tenere a
freno il panico", che c’è ancora da vedere? O magari saremo chiamati a
firmare appelli per rimuovere il rettore dell’ Università della
Capitale, Luigi Frati, e il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini,
che ovviamente si dicono "indignati"? Cascano le braccia. E se Ruby fu
davvero la nipote di Mubarak, come vorremmo cambiarla, almeno
"sessualmente", quest’Italia? Osservazione: se il ladro di Montecitorio
fosse stato un parlamentare, invece che un dipendente di Montecitorio,
avrebbe goduto di quell’immunità "voluta dai padri costituenti", per
dirla con quel mattacchione dello Zanda. Giusto? E per carità, non
soffermiamoci più di tanto su Giorgio Napolitano. Ora che l’Istat ha
certificato ufficialmente che l’Italia è in recessione, qualcuno ci
verrà a dire che i funzionari dell’Istat sono "gufi" e "nemici del
governo Renzi"? Napolitano dirà qualche parolina sulla recessione? O è
solo affaccendato in faccende di magistratura, qua tombando telefonate
che lo riguardano, là procrastinando nomine di Procuratori che non gli
scompinferano? Speriamo che ci salvino almeno i "cinesi" e gli "arabi", acquistando un pezzo d’Italia dietro l’altro.
Oggi, che si parla molto di riforme
istituzionali, ritorna d’attualità il libro “Il ritorno del Principe”, pubblicato
nel giugno 2008 dalla casa editrice Chiare Lettere.
L’acutezza ed al contempo la semplicità con le quali
vengono trattati i complessi argomenti, mostrano tuttora la validità di un
saggio che avrebbe meritato maggiore eco e di certo degno di poter figurare fra
i migliori prodotti socio-politici editi nell’ultimo decennio.
Utilizzando un classico schema di scrittura il
giornalista Saverio Lodato pone una serie di questioni al Procuratore generale
di Palermo Roberto Scarpinato che, con estrema chiarezza le disamina, leggendone le varie
sfaccettature.
Uno scritto a quattro mani, che si incentra su
una serie di aspetti riguardanti il potere: dal raggiungimento alla gestione,
dal suo mantenimento al consolidamento.
La sicilianità e la competenza specifica di
entrambi gli autori li porta ad addentrarsi nelle questioni di mafia, focalizzandone anche l’espansione finanziaria, ma non
solo.
Del resto è ormai storia il fatto che la domanda
di taluni di acquisire capitali per alimentare investimenti e sviluppo,
incontrandosi con quello di chi necessita di riciclare eccessi di disponibilità
liquide in un’economia reale, ha facilitato flussi osmotici opachi e fatto si
che, nel tempo, un modello in qualche modo poco trasparente venisse progressivamente
interiorizzato non soltanto nell’Italia del Nord; il tutto facilitato o reso percorribile
attraverso legislatori sempre più favorevoli.
Richiamandosi al Machiavelli, risultano
centrali dei passaggi che riguardano il governo di una comunità (“Dobbiamo tornare alla consacrazione nazionale del Principe del
Machiavelli. Lo spirito e la cultura del Principe - proprio perchè costitutive
della normalità italiana nel senso che ho precisato - non sono mai morte.
Trasmettendosi di generazione in generazione, hanno continuato ad attraversare
nei secoli la nostra storia nazionale, riciclandosi nelle varie forme di Stato
che si sono succedute nel tempo; dall'Italia preunitaria alla monarchia, al fascismo,
alla prima e seconda Repubblica, giungendo sino ai nostri giorni”).
Di assoluta attualità e freschezza risultano altresì
le osservazioni sul sistema elettorale vigente, parzialmente bocciato e corretto
recentemente dalla stessa Corte Costituzionale (“Il
Parlamento, come è noto, è eletto dal popolo solo formalmente. In realtà è
"nominato" da ristrettissimi gruppi, una trentina di persone in
tutto; componenti organiche del Palazzo, come lo definiva Pasolini, o del
"circolo dei grandi decisori", come gli analisti del potere
definiscono i luoghi nei quali un ristretto nucleo di detentori del potere
reale assume decisioni che poi vengono ratificate nei luoghi formali del potere
istituzionale.
Grazie alla nuova legge elettorale che ha abolito il voto di preferenza, gli
elettori non possono scegliere i rappresentanti da eleggere, ma solo ratificare
a scatola chiusa le scelte effettuate dall'alto, compresi personaggi
impresentabili e pregiudicati”).
Al di la dei due esempi estrapolati, l’analisi risulta
ampia, si sviluppa nell’esame dei diversi aspetti del potere, dell’amministrazione
della cosa pubblica, focalizzandone le variegate e spesso complesse interconnessioni
(più o meno visibili).
La lettura del volume risulta scorrevole, sollecita
interrogativi e illumina sulla genesi delle questioni. Quanto trattato e le
considerazioni ben esposte dagli autori non sono mai banali, né limitate ad
aspetti evidenti; esse palesano la piena coscienza e conoscenza dei fenomeni,
ma giammai una resa e, men che meno, una rassegnazione.
Appare superfluo raccomandarne una attenta lettura.
“Il ritorno del Principe” è uno di quei volumi che merita di non accumulare
polvere nello scaffale di una libreria, è un libro da tenere sempre sottomano,
insomma.
A
leggere le dichiarazioni di certi politici riportate enfaticamente da
giornali e televisioni, sembra che l’Italia sia eternamente sull’ orlo
del precipizio. Che abbia le ore, anzi, i minuti contati. Il fascismo è
alle porte. E’ in atto un disegno eversivo. Stanno scardinando le
fondamenta della democrazia. Vogliono paralizzare e sabotare il
Parlamento. C’è un complotto contro il capo dello Stato. C’è un
complotto contro il capo del governo. Il nuovo fascismo è alle porte. E’
tornato di moda lo squadrismo. E potremmo continuare all’infinito, con
questo diffusissimo "al lupo, al lupo" che sembra non risparmiare più
nessuno. Favoletta vuole che quando il lupo finalmente arrivò,
nessuno ci credeva più, e il lupo ebbe partita vinta. Allora, andiamoci
piano, per favore. Dovesse accadere che il lupo arriva per davvero e poi
nessuno se ne accorge… Magari commetteremo un grande errore di
superficialità, non saremo all’altezza di una lettura approfondita della
situazione politica e istituzionale, non vedremo tanto lontano come i
più accreditati osservatori politici, ma siamo sereni, fiduciosi,
tranquilli: il fascismo non è alle porte, le fondamenta della democrazia
non stanno per essere scardinate, complotto scaccia complotto (un po’
come chiodo scaccia chiodo), semmai, questo sì, c’è un bel manipolo di
mascalzoni - individuati e riconosciuti - che si è insediato in tutti i
piani della piramide istituzionale e da troppo tempo spadroneggia in
danno dell’intera collettività. Ma per non prenderla troppo
alla lontana, va detto che scriviamo queste note sull’onda mediatica
(enorme) dell’"affaire Boldrini". La presidente della Camera, infatti, è
stata volgarmente apostrofata da alcuni giudizi via Internet talmente
ripugnanti che si sono infatti ritorti come un boomerang contro gli
stessi autori firmatari. Laura Boldrini, presidente della Camera,
si è difesa e ha contrattaccato, con numerose interviste televisive e ai
giornali, ottenendo tutta la solidarietà che le era dovuta in un caso
come questo. Secondo noi, però, ha strafatto. Infatti – a
costo di apparire politicamente maleducati, maleducatissimi e
qualunquisti, qualunquistissimi - osiamo dire che, fra le tante cose
giustissime dette in tutela della sua onorabilità, della sua dignità, e
dell’incarico che ricopre - una, la Boldrini, ne ha detta di pessimo
gusto. E di repellente contenuto. Questa: "I commenti sul blog di
Grillo sono scritti da potenziali stupratori". Frase pacchiana. E non
poteva, e non doveva dirla, pur liberissima di pensarla così fra le mura
di casa sua, proprio per l'altissimo incarico ricoperto; alias, la
terza carica dello Stato. E la terza carica dello Stato non può scendere
di livello sino a questo punto. Un movimento per il quale hanno
votato otto milioni di italiani, può essere visto come un territorio in
cui possono mimetizzarsi, facendola franca, "potenziali stupratori"?
Certo che no. Quando qualche giorno fa un pacco contenente una testa
di maiale è stato recapitato alla Sinagoga di Roma, forse che gli
israeliani hanno detto che in Italia siamo alla "vigilia di un nuovo
Olocausto"? Certo che no. Quando qualche settimana fa, il ministro
Kyenge, è stata crocifissa dalla Lega, e dai suoi massimi
rappresentanti istituzionali - ripetutamente, ossessivamente - per il
colore della sua pelle, lei ha forse contrattaccato dicendo che in
Italia siamo alla vigilia dell’ Apartheid o che "i barbari sognanti",
che piacciono tanto a Maroni, sono le cellule di un nuovo Ku Klux Klan
in salsa italica? Certo che no. Corrado Augias, in risposta a
quell’imbecille che - orgogliosamente (e, parafrasando Dante, verrebbe
da dire: più che l’imbecillità poté l’orgoglio) - ha dichiarato di aver
bruciato un suo libro, ha forse annunciato di voler espatriare
dall’Italia, come il giovane filosofo ebreo Leo Lowenthal che lasciò la
Germania perché sconvolto dal "rogo dei libri" voluto da Hitler? Certo
che no. Speriamo che si sia capito quello che intendiamo dire. C’è
però qualcosa che resta sullo sfondo e, francamente, ci irrita. A
quando, ad esempio, una presa di distanza "forte e chiara" della
presidente della Camera da quel "Questore" che ha rifilato a freddo un
bel ceffone a un’onorevole grillina? Le donne vanno sfiorate solo con un
fiore, scrisse qualcuno. E qualcuno ha forse detto che i "picchiatori"
la fanno da padroni in Parlamento? Certo che no. Ma una parolina, la
Boldrini poteva dirla. Giusto? Poi, che sia stata Laura Boldrini,
presidente della Camera, non solo ad avvalersi della "ghigliottina"
parlamentare, ma a non aver mosso un dito per scorporare la telenovela
dell’Imu dall’horror delle regalie agli istituti di credito, sono fatti.
Fatti di solare evidenza. Finiamola qui. Notizia di oggi: "L’Unione europea: La corruzione in Italia vale 60 miliardi, metà del totale d’Europa".
Ci permettiamo di suggerire alla presidente della Camera di dire la sua
anche su questo argomento: appena il caso che l’ha investita si sarà
placato, rifaccia il giro delle sette chiese televisive e
giornalistiche, e usi la durlindana un’altra volta. Agli occhi degli
italiani, anche un simile tasso di corruzione è ripugnante.
Qualcuno a questo punto potrebbe chiedersi: non si corre il rischio di una lettura forzata della società italiana coniugando politica, economia e criminalità come fossero un unicum inscindibile?
Capisco l'obiezione. Questo è un punto cruciale. Come cercherò di spiegare - prima in generale in questa parte e poi con esemplificazioni concrete nelle parti dedicate ai temi specifici della corruzione, delle stragi e della mafia -la mia ipotesi è che la criminalità del potere in Italia non sia la mera sommatoria aritmetica di migliaia di condotte criminali di singoli potenti: un archivio di cadute individuali. E piuttosto il ritratto di Dorian Gray di una componente significativa della nostra classe dirigente. La cartina di tornasole della sua segreta identità e, quindi, del reale modo di essere della democrazia e dello Stato. Dietro il salotto buono dove vengono messi in bella mostra il decoro e le glorie di famiglia, la casa comune nasconde anche la stanza di Barbablù, piena di scheletri e imbrattata di sangue.
Per questo motivo, come ho già accennato, la storia della mafia - così come quella della corruzione e delle stragi - è una parte della storia del potere reale nel nostro Paese.
Si può dire che la vera storia della mafia è ancora da scoprire?
In parte sì. Mi rendo conto che il lettore medio, abituato a credere che la mafia sia una storia di bassa macelleria criminale di cui sono protagonisti ex contadini e vaccari semianalfabeti con la complicità di qualche pecora nera appartenente al mondo dei colletti bianchi, resterà un po' spaesato. Anch'io per anni ho subito un senso di grave spaesamento.
Cos'è che le faceva perdere l'orientamento?
Ho impiegato molto tempo prima che gli occhi della mia mente e del mio cuore si abituassero a distinguere confusamente e poi a vedere la faccia segreta del pianeta mafioso: quella oscurata dalla luce accecante dei fari mediatici, concentrata solo sulla faccia visibile.
È superfluo sottolineare che tutto quello che dico non ha alcuna pretesa di oggettività. Dico solo quel che mi è sembrato di capire in lunghi anni di riflessione e di esperienza sul campo.
A questo proposito poc'anzi ha elencato tra i campioni della normalità italiana il Principe che ha sempre utilizzato e coperto gli specialisti della violenza nel gioco grande del potere. Può chiarire questo punto?
Ho utilizzato l'espressione «Principe» alludendo al titolo del libro di Niccolò Machiavelli, da sempre considerato una sorta di bibbia dagli uomini di potere italiani: un manuale pratico-teorico sulla costruzione del potere. Per il suo libro Machiavelli si ispirò al duca Cesare Borgia, figlio di Rodrigo divenuto papa Alessandro VI, e fratello di Lucrezia. I Borgia erano privi di qualsiasi scrupolo e senso morale; nell'Italia del Cinquecento avevano fatto dell'omicidio, della strage e dell'inganno una pratica di vita per accrescere il proprio potere. Machiavelli, che aveva avuto modo di conoscere Cesare Borgia personalmente, ne aveva narrato e apprezzato le gesta nella Descrizione del modo tenuto dal duca Valentino nell'ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini, considerandola «impresa rara e mirabile». I Borgia - il cui potere era trasversale a quello temporale e a quello religioso - non costituivano un'eccezione nel panorama della classe dirigente del tempo. Il fatto che Machiavelli apprezzi le gesta di Cesare Borgia e lo assuma a modello di comportamento, sia pure al fine di costruire uno Stato italiano che si emancipi dalle dominazioni straniere, dimostra la «normalità» della pratica dell'omicidio e dell'astuzia sleale nella lotta politica, in dispregio di ogni regola e criterio di lealtà anche nello scontro militare.
Viene da tanto lontano la banalità italiana?
La mostruosità di questa normalità italiana, mai colta in Italia, proprio perché «normale» in un Paese che da secoli continua a tributare ammirazione ai furbi e ai violenti, è stata invece percepita in altri Paesi di antiche tradizioni democratiche e civili — come per esempio l'Inghilterra - nei quali si ritiene che la contesa politica deve rispettare, pur nello scontro violento e armato, regole di lealtà e di onore.
Adam Smith, per esempio, il famoso economista e filosofo scozzese vissuto nel XVIII secolo, rimase agghiacciato dall'ammirazione tributata da Machiavelli a Borgia per il massacro dei suoi rivali a tradimento, e nella Teoria dei sentimenti morali così commentò il cinismo del nostro:
Mostra molto disprezzo per l'ingenuità e la debolezza delle vittime, ma nessuna compassione per la loro triste e prematura morte, nessun genere di indignazione per la crudeltà e la falsità del loro assassinio.
In quelle culture, vincere slealmente e contro le regole è considerato oggi, a differenza che in Italia, disonorevole, e quindi meritevole di disprezzo sociale.
Anche in quei Paesi sono esistiti ed esistono personaggi come i Borgia. Il punto è che costoro sono stati superati dall'evoluzione storica e civile, sicché oggi non godono di alcun consenso e sono costretti a operare nell'ombra.
È dal tardo Cinquecento che l'Italia fatica a entrare nel circolo dell'Europa più civile. Al di là delle apparenze, esiste una straordinaria continuità sottotraccia dell'immaturità democratica di tanta parte del nostro popolo e della sordità delle sue classi dirigenti ai principi più elementari dello Stato moderno.
Resta attuale la diagnosi di Vitaliano Brancati: «L'Italia non si stanca mai di essere un Paese arretrato. Fa qualunque sacrificio, perfino delle rivoluzioni, pur di rimanere vecchio».
Il risultato è che oggi in Italia il Parlamento nazionale, i Consigli regionali e snodi importanti dell'intero circuito istituzionale sono affollati di pregiudicati, di inquisiti per i più svariati reati e di personaggi talora poco presentabili.
In occasione della formazione della Commissione parlamentare antimafia nella legislatura conclusasi nel 2008, venne respinta a larghissima maggioranza la proposta di escludere dalla Commissione soggetti inquisiti per mafia o per reati contro la pubblica amministrazione. Della Commissione entrarono così a far parte soggetti condannati per fatti di corruzione con sentenza definitiva.
A proposito di culture anglosassoni, vorrei però far notare che negli Stati Uniti esiste una lunga tradizione di violenza politica, sfociata anche nell'assassinio di alcuni presidenti.
È vero. Tuttavia gli Stati Uniti sono nati come nazione solo alla fine del XVIII secolo e nell'arco di appena due secoli -un soffio se misuriamo il tempo con il parametro della storia dei popoli — sono riusciti in un'impresa straordinaria: quella di passare dal Far West alla moderna democrazia americana, fondendo in un'unica identità nazionale milioni di immigrati di tutto il mondo provenienti dalle più diverse storie e culture, e fornendo loro un comune statuto della cittadinanza. L'omicidio di Robert Kennedy nel 1968 sembra avere chiuso la stagione dei delitti politici, ricomponendo le fratture interne alla classe dirigente americana.
Quell'omicidio, seguito a quello di John Kennedy e a quello di Martin Luther King, portò oltre il livello di guardia il tasso di violenza politica in quel Paese e segnò una svolta che è utile ricordare.
Il presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson si rese conto che ci si trovava dinanzi a un punto di non ritorno e, tra le altre iniziative, istituì un Comitato per lo studio e la prevenzione della violenza, per iniziare a riflettere seriamente, fuori dalle obbligate ipocrisie istituzionali, sui rapporti tra la società americana e la violenza politica.
A quel comitato venne chiamato a collaborare H.L. Nieburg, uno dei massimi teorici dei conflitti sociali del tempo, il quale condensò le sue conclusioni nella monografìa L'assassinio politico e il continuum del comportamento politico, proponendo un radicale riorientamento dell'approccio al tema della violenza.
In cosa consisteva il modello Nieburg? E perché torna utile al nostro ragionamento?
Perché a mio parere offre importanti chiavi di lettura per comprendere - come vedremo in seguito - le motivazioni profonde della continuità nel tempo della violenza politica e della predazione praticate da significativi settori delle classi dirigenti in Italia.
Secondo il modello dello studioso statunitense, il motore e la polpa della dinamica sociale è il bargaining, cioè un ininterrotto e universale processo di contrattazione nel quale i gruppi sociali competono per la conquista di risorse, status e influenza. La contrattazione, secondo lo studioso americano, si muove lungo un continuum i cui poli sono la violenza e la non violenza.
La violenza - e questo mi sembra un punto fondamentale sul quale fermarsi a riflettere - non è una interruzione o un'aberrazione disfunzionale della vita politica, ma piuttosto un suo continuum, una prosecuzione della contrattazione con tattiche che comportano un'elevazione dei rischi e dei costi, quando le altre forme di contrattazione sono precluse o inefficaci.
Infatti si suol dire che la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi e che, viceversa, la politica è una nobile arte che serve a evitare di scannarsi a vicenda. La politica come arte del compromesso.
Esatto. L'agire sociale solo apparentemente è mosso e motivato da valori; in realtà - secondo Nieburg - esso funziona indipendentemente da essi reagendo di continuo all'esperienza, laddove i valori non sono che razionalizzazioni ex post dell'equilibrio raggiunto in un determinato momento storico tra le forze in campo che stabilizzano e strutturano l'esito di quella contrattazione sociale. Appena il rapporto tra le forze in campo muta, inizia un nuovo processo di contrattazione che porta a una diversa tavola dei valori, specchio dei nuovi rapporti di forza.
Nell'America visceralmente anticomunista e appena uscita dal maccartismo, Nieburg, consulente del governo, perviene a conclusioni quasi blasfeme tanto sembrano riecheggiare Karl Marx:
La definizione di ordine riferita a ogni relazione tra i gruppi sociali tende a riflettere i valori, gli interessi e il comportamento di coloro che dominano la struttura gerarchica dei rapporti di contrattazione. La storia dei reati riflette la storia delle leggi, le quali a loro volta rispecchiano i sistemi normativi dei gruppi di potere dominanti, ossia le condizioni sociali ed economiche che ne hanno accompagnato la nascita grazie alle quali esse si perpetuano [...]. I valori dei gruppi dominanti vengono modificati dagli spostamenti del locus del potere provocati dall'emergere di nuovi gruppi [...]. La storia dimostra che non è infrequente il caso di gruppi criminali che finiscono poi col diventare essi stessi i quadri di un nuovo ordinamento giuridico-legale e di una nuova organizzazione statuale. Si dà il caso di malviventi americani che si organizzarono in bande, violentarono, rubarono, razziarono cavalli e bestiame, bruciarono villaggi messicani e diventarono poi la classe dirigente della nuova repubblica del Texas: generali, governanti, banchieri e grandi proprietari terrieri.
Ciò posto, la differenza dell'Italia rispetto agli Stati Uniti e altri Paesi europei, quali l'Inghilterra, la Francia, la Germania, sembra essere l'irredimibilità di significative componenti delle sue classi dirigenti, incapaci - a differenza delle classi dirigenti di quei Paesi - di transitare da una fase di accumulazione violenta e predatoria a una fase nella quale il potere sociale ed economico acquisito in passato si stabilizza e si legalizza dando vita a un ordine che rispecchia valori sociali consolidati.
E mia opinione che in Italia persista una rimozione culturale su un tema centrale e strategico che da sempre investe — proiettandosi sul futuro — la questione democratica e la questione Stato: il rapporto irrisolto tra classi dirigenti e violenza.
Saverio Lodato - Roberto Scarpinato ("Il ritorno del principe" - 2008 - Chiarelettere)
Nel giorno d'estate di un anno del tardo Novecento, l'aula del Palazzo non era fatta di marmo e velluto, ma di pergamena sottile...
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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari
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