"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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mercoledì 23 settembre 2026

"IL RAGAZZO CON LA STRANA KEFIAH" di Salvo Gi



Con molto piacere ricevo e pubblico una nuova perla di Salvo Gi. Uno scritto che racconta di un passato pieno di ideali che, come lui stesso dice, scorrono costanti in un fiume carsico intergenerazionale. In questa ottica riaffiorano ricordi di momenti vissuti che in ognuno di noi costituiscono le fondamenta di ciò che si diventa, contemplando anche eventuali possibili lievi ripensamenti e significative revisioni.
Lo scritto, sempre scorrevole e coinvolgente, focalizza e rende attuali esperienze giovanili sedimentate oggi rivissute, pure piene d’ideali che si rinnovano con naturali variazioni, dalle nuove generazioni e che, secondo i cicli di vite, troveranno alloggio anche in quelle del futuro.
Fabio Sgroi iniziò il suo percorso di fotografo documentando le stesse realtà che Salvo Gi racconta e le sue immagini sulla Pantera palermitana, a mio parere, riescono a rendere visibile e comprensibili le caratteristiche del tempo: gli umori, le estetiche e la moda di allora.
A livello politico il Sud dell’Italia e in particolare la Sicilia hanno spesso anticipato sperimentazioni sociali, poi successivamente assunte o emulate a livello nazionale: il milazzismo, ad esempio, ne è stato testimone, ovvero l’omicidio di Piersanti Mattarella che ha chiuso precocemente un processo di rinnovamento istituzionale che avrebbe evitato derive neoliberiste e tante stragi.
In ogni caso l’articolo proposto da Salvo Gi descrive con realismo lo scenario insistente in un periodo della sua giovinezza senza nulla di nostalgico ma, anzi, ricollegando con lucidità punti e spunti di quei tempi con il nostro contemporaneo. Non ultimo mette in luce l’importanza dei giovani che, con movimenti e contestazioni, hanno sempre evidenzia come critiche e voglie di cambiamento sono indispensabili per potere immaginare e sperare in un avvenire migliore.

Buona luce a tutti!

© Essec

...

IL RAGAZZO CON LA STRANA KEFIAH

Ricordo benissimo quando l'ho vista. Era il 4 ottobre del 2025, c'erano tantissime persone, confluite a Roma per un'oceanica manifestazione in solidarietà con il popolo Palestinese, vittima di genocidio da parte di Israele.
Per l'occasione avevo rispolverato la vecchia kefiah dei tempi dell'università. Al tempo ne possedevo due (che custodisco ancora, manco fossero sacre reliquie). Una rossa e bianca, giordana; l'altra bianca e nera, tipica Palestinese, che avevamo visto indossare ai nostri coetanei durante la prima Intifada, la rivolta contro l'occupazione israeliana esplosa nei Territori Occupati della Cisgiordania alla fine degli anni '80.
Me la ero messa al collo per l'occasione: avevamo sperato in un movimento di massa di solidarietà con il popolo Palestinese e all'improvviso eccolo materializzarsi sotto i nostri occhi increduli.
Mentre mi aggiravo tra migliaia di persone, ecco che all'improvviso la coda del mio occhio destro andò a posarsi su un piccolo, quasi insignificante, simbolo apposto sulla maglietta bianca di un ragazzo che sfilava nel lunghissimo corteo.
Il simbolo stilizzava una pantera sopra una scritta inequivocabile: Movimento Pantera '90. Che ci faceva quel richiamo sulla maglietta di un ventenne, che nulla poteva aver vissuto di quel tempo? Lungo il corteo i pensieri si aggrovigliavano: sarà stato un regalo del padre? Bello immaginarlo - "Buon sangue non mente!" - pensai. Ma poi vai a sapere.
Certo è che vedere che qualcuno coltivava ancora la memoria di quella stagione, breve ma intensa, mi fece un enorme piacere. Non succedeva spesso e, soprattutto, il Movimento della Pantera non aveva prodotto "reduci", come nel 1968 o nel 1977 ma, al limite, solo tante professionalità.
Eppure qualcosa, forse aldilà di ogni aspettativa, si era comunque sedimentato nella società. Era cominciato tutto a Palermo, nel mese di dicembre del 1989: il Muro di Berlino era caduto un mese prima e tutto stava cambiando.
Il prof. Antonio Ruberti, socialista, già rettore a Roma nel 1977 (ai tempi della cacciata di Lama dall'Università) assurto ai ranghi di maitre a penser del governo del famigerato CAF (Craxi-Andreotti-Forlani) aveva elaborato una riforma del sistema universitario che contemplava la cosiddetta "autonomia" degli istituti universitari, spalancando ai privati la possibilità di finanziare la ricerca. Non l'avesse mai fatto! Apriti cielo! Ecco le occhialute matricole di Lettere, insieme ai più scafati studenti di Scienze Politiche, Giurisprudenza e Architettura, montare una canea che la metà basta! Tutti lì a indignarsi per la svendita della cultura al dio mercato, a paventare la trasformazione dei luoghi sacri del sapere critico a dispensatori di servizi al miglior offerente, insomma un immolarsi diacronico alle esigenze del Capitale. E allora fuori i mercanti dal Tempio!
Da qui la facondia delle studentesse (le più cazzute, come sempre) e dei maschietti, sempre pronti a sproloquiare sulle magnifiche sorti e progressive del Movimento, con la segreta speranza di (scoprire di) avere la capacità ammaliatrice degli incantatori di serpenti e riuscire ad irretire le colleghe meno smaliziate nelle notti brave da trascorrere nelle facoltà occupate, ormai prossime a venire. E infatti, manco a dirlo, la decisione unanime arrivò a stretto giro, al termine di un'infuocata assemblea: "Occupazione!" gridarono gli alletterati giacobini palermitani, ignari di suscitare un contagio che da lì a poco sarebbe dilagato dentro tutti gli atenei della Penisola.
Succede sempre così: che i giovani devono gridare per aiutare i vecchi a comprendere lo spirito del tempo, sempre diverso da quello immaginato dagli adulti del momento. E' la Weltanshauung di chi si affaccia alla vita vera, magari intravedendola dalle finestre di una facoltà universitaria, che si scontra come un treno in corsa contro i cascami di un tempo che sta per finire ma non vuole ancora sparire.
Accadde così anche a noi; il Movimento crebbe velocemente e si diffuse a macchia d'olio in tutta Italia, tra assemblee, cortei, infinite discussioni, scazzi e contraddizioni, come sempre accade in queste situazioni.
La cosa curiosa, che sparigliò i giochi, fu la singolar tenzone con i fautori del libero mercato, gli antesignani liberisti che sarebbero diventati egemoni (anche a sinistra, ahimè) nel giro di pochissimo tempo. Dopo un decennio di riflusso, di deregulation, di Thatcher e Reagan, di "privato è bello", ecco all'improvviso una sollevazione CONTRO IL MERCATO condotta da quattro imberbi sprovveduti (anche un pò ignoranti, a dire il vero) che nulla comprendono di economia e nulla sanno di come si fa la ricerca nei rinomati campus americani.
Ed è vero che solo qualche anno prima c'era stato il movimento studentesco del 1985, e i protagonisti in buona misura erano gli stessi, ma, come detto, i giovani spesso devono urlare per farsi ascoltare. Questi saputelli sfigati parlano di diritto allo studio, di sapere critico, di partecipazione decisionale, di contropotere studentesco e limitazione allo strapotere dei Baroni. Sognano un'università casa di vetro, ove la fanno da padroni la trasparenza e il controllo democratico, e dove il sapere è libero, non mercificato, affrancato da logiche mercantili e capace di espandersi in tutte le direzioni che favoriscono la crescita e lo sviluppo umano, indipendentemente dalla possibilità di ricavare profitto.
Da dove escono questi agguerriti radicali di estrema sinistra, che osano intitolare l'aula Magna "Intifada - Tienanmen", in un ideale gemellaggio con i loro coetanei che in altri angoli del Pianeta hanno osato alzare la testa contro un potere violento, ottuso e arrogante?
Ecco, anche la pantera che venne avvistata nelle campagne romane alla fine del 1989, proprio mentre le facoltà iniziavano a ribollire, è probabile che tentasse di fuggire di fronte a un potere violento, oppressivo e disposto a tutto pur di stringerle i ceppi al collo per ricondurla a più miti consigli, in vista di una carriera, chissà, magari circense, comunque addomesticata.
Ma, com'è noto, non tutti i felini, come non tutti gli umani, sono addomesticabili.
E il Movimento, che passò alla storia come la Pantera, in onore del felino fuggiasco, fu ess
enzialmente questo: in primo luogo rivolta contro un potere violento, incancrenito, corrotto, com'era l'Italia del 1990 (ricordiamo tutti cosa accadde nel 1992 con Mani Pulite) in mano a poteri mafiosi e con pezzi dello Stato che solo pochi anni prima non avevano esitato a commettere, impuniti, crimini gravissimi, in quella stagione che sarà ricordata come quella della "strategia della tensione".
Quella generazione (la mia) come quelle che l'avevano preceduta, voleva il cambiamento che era stato negato: lo desiderava a partire dall'università, certo, democratizzandola e cancellando logiche nepotistiche e favoritismi di ogni risma da quel mondo così avvezzo all'intrallazzo e alla cupa ostinazione a voler continuare a considerarsi "zona franca".
E, soprattutto, osò dire forte e chiaro al mondo che non credeva affatto alla favoletta del libero mercato come panacea di tutti i mali; e in questo senso fu il primo movimento di resistenza al neoliberismo in nome di una conoscenza libera e non mercificata.
Lo scontro sulla comunicazione divenne centrale: ricordo un noto giornalista che si beccò del "fascista" nel corso di una diretta televisiva. La sua "colpa"? Avere scritto un articolo impietoso e francamente urticante sul Movimento, con il solito sguardo dall'alto in basso degli "adulti". Un altro giornalista - già noto, ma da lì a poco famoso - organizzò una diretta televisiva dall'Università occupata per raccontare il Movimento e sudò sette camicie per impedire agli ormoni rivoluzionari di prendersi la scena.
La verifica di quanto i media raccontavano del Movimento divenne quasi maniacale, dando vita alle prime esperienze di mediattivismo, nel tentativo di costruire una narrazione diversa dalla falsa rappresentazione di comodo fatta dal Mainstream. Era la plastica dimostrazione di una platea impossibile da addomesticare, la prendevi (o credevi di prenderla) per la testa e ti scappava per la coda.
Capitò anche a un notissimo intellettuale marxista siciliano nel corso di un'assemblea: la sua cantilena critica mi fece venire l'orticaria e lo attaccai con estrema durezza: l'anziano professore si scusò e abbandonò l'aula, seguito dal codazzo di qualche giovane militante socialista (c'erano ancora, prima di scomparire insieme al loro partito, travolto dagli scandali per corruzione e finanziamento illecito) che provò a difenderlo disperatamente, tra l'indifferenza e il malcelato compiacimento degli astanti.
Ma accaddero anche cose piacevoli, la bellezza del teatro, la musica, con tanti improbabili gruppi che scorrazzavano da un capo all'altro dello Stivale per raggiungere le varie facoltà occupate e suonare liberamente. Ne ricordo uno in particolare, napoletano, una sorta di gruppo post punk che sembrava uscito da un bombardamento nucleare, tanto erano brutti, sporchi e cattivi.
E le serate ad Architettura, a bere, suonare e cantare faziose canzoni di lotta; o a Scienze Politiche, compiaciuti della finaccia di Ceausescu e della sua Securitate. O il corteo di fine anno a Palermo, che toccò il culmine con il Capodanno del 1990 nella facoltà di Giurisprudenza occupata, mentre qualcuno (coppie etero, coppie omo) si appartava nelle infinite aule, preferibilmente in fondo ai corridoi, e qualcun'altro, a Scienze Politiche, abbozzava un gigantesco murales del Che, in fondo al quale, qualche giorno dopo, comparve il motto agostiniano (che feci immediatamente mio e che mi accompagna ancora): "lasciati illuminare dai tuoi dubbi".
Ma chi sembrava non avere dubbi erano proprio i ventenni della Pantera (compreso chi scrive).
A quel tempo non c'era l'Intelligenza Artificiale, né i social, né Internet. Erano comparsi i primi cellulari, è vero, ma li avevano in pochi. Eppure il Movimento intuì subito la posta in gioco: la centralità del sapere e della comunicazione che diventavano motori dell'accumulazione capitalistica.
Furono i fax e le prime reti telematiche gli strumenti in dotazione dei militanti e l'intuizione del Movimento trovò presto conferma: i saperi e la comunicazione assurgevano a forze produttive immateriali che il capitale avrebbe sempre più messo a valore nei decenni a venire, in quel gigantesco processo di trasformazione del lavoro e della vita stessa che avrebbe visto sempre più il General Intellect e la cooperazione affermarsi come potenze ingabbiate dai processi capitalistici, quasi una sorta di (contro) poteri costituenti dentro e fuori i luoghi della produzione e del sapere.
In tal senso la Pantera fu anticipazione di temi e tempi attualissimi: si pensi al recente dibattito aperto negli USA da Bernie Sanders sulla necessità di "compensare" la grande espropriazione che pochi oligarchi stanno perpetrando ai danni di tutti noi, moltitudini cooperanti, attraverso quella gigantesca privatizzazione del sapere collettivo chiamata "Intelligenza Artificiale" (tremendamente in linea con la grande intuizione del famoso "Frammento sulle macchine" dei Grundrisse).
Cooperazione e comunità versus competizione; orizzontalità del sapere collettivo versus verticalità del sapere individuale; uguaglianza versus gerarchia: anche questo fu la Pantera.
Ma fu anche la contestazione feroce a un sistema di comunicazione (ancora!) percepito come complice della mafia e dei peggiori comitati d'affari che avevano saccheggiato Palermo e tutto il Sud. Così una mattina, durante un corteo, un giornale locale, parecchio chiacchierato, fu arrotolato a mo’ di palla, e fatto scivolare ripetutamente su uno striscione mentre i cori di Giurisprudenza occupata ne accompagnavano ogni sortita apostrofandolo come "servo della mafia". Qualcuno provò ad opporsi, dicendo che erano i fascisti a bruciare libri e giornali ma fu invitato caldamente a lasciare il corteo, poco incline ad accettare censori improvvisati. Ancora comunicazione, ancora contestazione, ancora polizia, pure nei giorni di Carnevale, con le studentesse mascherate e truccate da gatte.
E la contestazione toccò il suo apice in occasione della visita di Giulio Andreotti a Palermo. Gli studenti distesi a terra provarono a non fare passare l'auto blu, per poi, con grande soddisfazione, farsi sollevare di peso dalla polizia prima di procedere con il sequestro dei documenti e l'identificazione di rito.
Ma il Movimento lo aveva detto sin dall'inizio cosa voleva essere: Democratico, Non violento, Antifascista. E tale rimase fino alla fine.
Persino quando la pressione dei benpensanti, scocciati per gli inevitabili ritardi degli esami dei rampolli, suscitò la scomposta reazione di chi chiedeva la fine delle occupazioni, il Movimento ebbe un rigurgito di radicalità. A Giurisprudenza si aprirono le porte e si dibatté a lungo, non senza qualche provocazione delle destre, molto ma molto meno attrezzate di oggi; le provocazioni dei fascisti e dei ciellini (militanti di Comunione e Liberazione) contro il Movimento ci furono ma meno del 1985, anche se, come allora, in qualche occasione si arrivò pure allo scontro fisico.
Infine si votò, con una singolare modalità: a destra del porticato passarono quelli che volevano mollare l'occupazione, per fare contare il proprio voto. Sotto i portici a sinistra passò invece chi voleva continuare a lottare.
Feci il mio intervento in assemblea in favore dell'occupazione avvolto nella consueta kefiah, che mia madre si era premurata di lavare dopo le prime settimane di occupazione. Purtroppo, o per fortuna, il detersivo aveva fatto scolorire il bianco e la trama si era trasformata in un giallastro opaco misto al nero. Imperterrito, continuai a indossarla senza esitazioni e da lì in avanti, visto che tutti si avvicinavano per chiedermi stupiti dove l'avessi comprata (sic!) diventai "il ragazzo con la strana kefiah, quello di giurisprudenza".
Ad ogni modo quel giorno, la conta finale vide prevalere il porticato di sinistra dello splendido atrio di Giurisprudenza, in un'incontenibile elegia della vittoria, difficile da dimenticare dopo una giornata epica.
Così la lotta continuò, almeno fino a marzo inoltrato. E ci fu grande scandalo quando il Movimento, a Roma, osò invitare a un dibattito un ex terrorista degli anni di piombo: eccoli, i falsi non violenti! Ma non ci fu nulla da fare: la Pantera voleva capire, voleva sapere ed esercitare il pensiero critico, pur non avendo alcuna voglia di cadere nella trappola della violenza che aveva bruciato una generazione.
Poi la Pantera ripiegò e si tornò a studiare, a lavorare, a vivere. Negli anni successivi molti compagni si sono ritrovati nelle lotte sociali, nell'antimafia, nell'impegno civile, nelle lotte sindacali, altri nei partiti oppure nel lavoro quotidiano, nella comunicazione, nel giornalismo, nell'editoria, nelle aziende, nel terzo settore, nella pubblica amministrazione, nelle professioni; insomma, sono diventati parte di quella "classe creativa" che, a torto o a ragione, secondo alcuni, è l'ossatura progressista della classe lavoratrice del nostro Paese.
E così anche il ragazzo con la strana kefiah è rimasto avviluppato, come tutti, in quella difficilissima congiuntura storica che alla fine ha visto, da una parte, il trionfo del neoliberismo e, dall'altra, l'infinita crisi della Sinistra, fino ad oggi, ai terribili anni Venti, con il riarmo, la guerra e il fascismo incipiente che tornano a bussare alle porte dell'Europa.
Una congiuntura storica che ha visto i ragazzi di allora, gli adulti di oggi, affrontare nel corso degli anni tante battaglie per la Democrazia reale e la Giustizia in questo Paese, a volte con successo, altre volte subendo arretramenti e sconfitte rovinose.
Per questo mi piace pensare che la pantera (l'animale) mai trovata, sia ancora libera e che ogni tanto riaffiori dalla campagna come una visione, un'immagine eterea che appare e scompare, per abbacinarci offrendoci illusioni e certezze, nell'altalenare frenetico della vita.
Dopo tanti anni la sua effige è ricomparsa sulla maglietta bianca di un ventenne, in un tempo diverso ma sempre dalla stessa parte, mai indifferente.
E come un fiume carsico anche le donne e gli uomini della Pantera ogni tanto riaffiorano: li abbiamo visti a Genova 2001 dire ancora no al neoliberismo e che un altro mondo è possibile, o a difesa dell'acqua pubblica nel 2011, o ancora nei referendum con i quali è stata difesa la Costituzione, nel 2006, nel 2016 e ancora quest'anno, o quando abbiamo incrociato i loro sguardi negli sterminati cortei in solidarietà del popolo Palestinese.
E' possibile che le donne e gli uomini della Pantera siano la spina dorsale del nostro sistema democratico, ciò che lo tiene ancora in vita?
La Pantera ci ha insegnato che i movimenti sociali sono fiumi carsici, che affiorano e si inabissano, ma il flusso vitale della loro esperienza non si esaurisce perché insegue i tempi lunghi della Storia, non le contingenze o le mode del momento.
E come un fiume carsico continua ad affiorare e scomparire come uno spettro, come l'immagine apparsa all'improvviso sulla maglietta bianca di un ragazzo.
Uno spettro difficile da ignorare, che si aggira ancora per ricordare a tutti che, presto o tardi, torneremo ancora.
O che, forse, non ce ne siamo mai andati.

F.to Salvo Gi.

lunedì 14 settembre 2026

Un racconto del tipo ....... c'era una volta ......



Nel giorno d'estate di un anno del tardo Novecento, l'aula del Palazzo non era fatta di marmo e velluto, ma di pergamena sottile che scricchiolava a ogni alito di vento. I delegati sedevano su banchi galleggianti e dalle loro bocche, anziché parole, uscivano piccoli nastri di carta punzonata con i numeri di vecchi conti bancari dell'isola.
Un parlamentare si alzò al centro della sala. La sua voce non vibrava nell'aria, ma veniva battuta a macchina direttamente sul soffitto affrescato, dove le lettere nere cadevano come pioggia di ceralacca.

Il Labirinto nella Capitale

- Signor Presidente del Consiglio, Signor Ministro - esordì il parlante, estraendo dal taschino della giacca una bilancia di precisione fatta interamente di cartamoneta svalutata. — Risponde al vero che nella Capitale, nel cuore di un quartiere elegante, sorge un attico di centinaia di metri quadrati coperti da nubi di seta e ampie terrazze che affacciano sul vuoto?
Dai banchi dell'esecutivo nessuno rispose, ma i radiatori dell'aula iniziarono a mormorare una vecchia nenia contabile.
Il parlamentare continuò a srotolare il suo nastro di pergamena:
La trasformazione delle risorse: Il Fondo Pensioni dei lavoratori, anziché custodire il riposo dei dipendenti in casseforti di bronzo, decise di distillare una montagna di monete d'oro per forgiare una dimora sospesa fra le pareti della città metropolitana.
L'alchimia della locazione: A questa astronave di stucco e marmo, destinata a rendere confortevoli le trasferte dell'alto dirigente giunto dal massimo istituto di controllo, fu applicato un incantesimo numerico. A fronte di un investimento faraonico di svariati miliardi, il canone pattuito fu poco più di un'elemosina mensile.
La resa dei decimali: Un rendimento annuo inferiore all'uno per cento, così impercettibile da essere mangiato ogni mattina dalle formiche che popolavano i pavimenti in parquet dell'immobile.

Le Metamorfosi del Contratto

La stanza dell'attico non era un semplice appartamento: era un organismo vivo. Con centinaia di milioni spesi in ristrutturazioni, le pareti vennero modellate secondo la geometria dei gusti e delle esigenze della famiglia del dirigente.
Quando il funzionario scomparve prematuramente, il tempo nel palazzo non si fermò. Il Fondo Pensioni, anziché svegliarsi dal sonno ipnotico, rinnovò il contratto ai familiari per un altro quadriennio, limitandosi a un ritocco impercettibile del canone: un soffio di vento se paragonato al peso di quella monumentale architettura immobiliare.
Il parlante lasciò cadere sulla cattedra un pugno di monete che, toccando il legno, si trasformarono in fogli di ricevuta sbiaditi:
"Non ritiene il Governo che questo comportamento sia un episodio di inammissibile privilegio e sperpero del denaro proveniente dai contributi previdenziali di tutti i lavoratori, prima ancora di lesinare ai dipendenti gli equi adeguamenti salariali richiesti?"
Il nastro si interruppe. L'aula si riempì di una pioggia lenta di cifre decimali fluttuanti vicino allo zero, mentre i guardiani in livrea raccoglievano a grandi palate le cambiali rimaste sospese a mezz'aria.

L'interpellanza ebbe fine ..... col trascorrere del tempo, l'oblio avvolse la spinosa vicenda ..... e tutti continuarono a vivere felici e contenti. "Tintu a cu muori" recita un vecchio proverbio siciliano.

Buona luce a tutti!

© Essec

sabato 29 agosto 2026

"Spett.le Sindaco della città di Palermo, ......" - "I 37 METRI DEL PINO DI COOK" di Salvo Gi



Si parla frequentemente della fuga di cervelli, che sostanzialmente allontanano i nostri “nativi” dal territorio nazionale e che costituiscono un indubbio impoverimento, oltre che economico, anche culturale.
L’emigrazione interna, diversamente, si è fin da subito rivelata e continua a manifestarsi come una occasione socio-politica di crescita, utile a facilitare osmosi, analisi, confronti e integrazioni tra gli infiniti localismi riconducibili all’Unità d’Italia.
Una ulteriore peculiarità meridionale - che fortunatamente resiste - è quella che, specie per i siciliani, difficilmente si vanno a recidere le radici dal luogo di nascita, che rimangono dentro, con valori, ricordi, personaggi, odori, sapori e tanto altro ancora.
È il caso di Salvo Gi, palermitano da tempo trasmigrato a Roma, che ho conosciuto da poco, con il quale ho avuto l’opportunità di sviluppare vari argomenti, improntati comunque in un largo confronto, durante il quale si è manifestata la sua intenzione latente d’indirizzare al Sindaco di Palermo una sua lettera propositiva; per manifestare l’idea di un’iniziativa sociale, focalizzata a valorizzare i vantaggi offerti dal monumentale Orto Botanico per i cittadini e non solo.
Una proposta, a costi assolutamente ridotti e, volendo, facilmente realizzabile.
Di seguito il testo, scritto da Salvo Gi, che ingloba la “lettera” ..... così, di fatto e in qualche modo ..... virtualmente inviata.

Buona luce a tutti!

© Essec

..

I 37 METRI DEL PINO DI COOK

Cos'è un attimo di fronte all'eternità? E cos'è un formicaio di fronte allo spazio percorribile del pianeta Terra?
Diciamo che è un pò come mettere in relazione i dieci ettari dell'Orto Botanico di Palermo con l'estensione della città (circa 16 mila ettari): niente, appunto.
Eppure quell'oasi ha davvero qualcosa di surreale, di onirico; ci si arriva quasi di soppiatto quando, provenendo dalle viscere bollenti della città, si scende verso il mare da quell'arteria ormai orientalizzata che è via Lincoln. Mentre camminiamo a passo svelto per sfuggire all'implacabile canicola la coda dell'occhio si imbatte in un cartello colorato con una strana effige; ricorda le vecchie sedi di partito ma in realtà si tratta dell'Associazione dei cinesi che risiedono (e vivono e commerciano) a Palermo.
Sì, perchè via Lincoln è ormai un brulicare di negozi gestiti da asiatici; le insegne recano segni misteriosi probabilmente ad indicare la merce in vendita, le scarpe, i vestiti, gli oggetti di tutti i tipi che siamo ormai abituati ad acquistare all'interno di quei micro empori sparsi nelle nostre città.
E' domenica mattina e la città sembra assonnata più del solito. Passata la biglietteria andiamo verso il Gimnasium ma fa troppo caldo e il nostro obiettivo è un altro: goderci un luogo fresco e magari sorseggiare un caffè. Due passi al sole e ci sorprende lo slargo con il chioschetto e le panchine con i comodi cuscini sotto i grandi tendoni che coprono la vista al sole incipiente.
Ci sono turisti che girano e imboccano veloci la stradella sterrata che porta dritti alla finestrella del piccolo bar: ad un accento francese segue un vociare confuso di una coppia polacca. Si ode il commento distinto della ragazza, è l'entusiasmo di chi ha appena scoperto che, forse sì, in quel posto quasi certamente potrà sorseggiare una Coca Cola fresca!
Due ragazze inglesi chiacchierano e sfumazzano di fronte a noi: hanno visi dolcissimi da bambine e corpi da donne. Mentre il mio sguardo indugia curioso vengo subito richiamato all'ordine da Magda, così ci alziamo e riprendiamo a girovagare verso le piante di arabica.
Evito di entrare nella serra ove la temperatura è insopportabile e mentre aspetto Magda scopro che più di un secolo fa vari tentativi di piantumare quella "piantagione" di caffè si erano rivelati vani a causa delle bassissime temperature invernali di Palermo (anche -2,9°!). Tra il serio e il faceto commento che ciò mi pare davvero improbabile e per tutta risposta mi becco un'occhiataccia di un tizio due metri più in là (che sia un meteorologo scocciato dalla mia arrogante presunzione?).
Ad ogni modo, la mia amata ha le idee molto chiare e punta dritta all'Aquarium, nella speranza di godersi le ninfee e magari il fresco dell'acqua: macchè! il sole insiste e illumina imperituro il volo misterioso di una libellula che improvvisa una danza intorno alla circonferenza della fontana mentre un nugolo di zanzare assalta le mie caviglie lasciate improvvidamente sguarnite e fa letteralmente "minnitta" lasciandomi in preda a un prurito insopportabile.
Stoicamente resisto e con nonchalance svolto a grandi falcate verso il vialetto ombrato, piegato in avanti con una posa spastica e la mano destra intenta a massaggiare un malleolo devastato dalle punture delle culex mentre Magda rimane a contemplare da vicino il bambuseto (tanto a lei non la pizzicano!).
Adesso è il turno della Monstera deliciosa, con le sue foglie larghe un pò seghettate, un pò bucherellate. Ne troviamo alcune enormi davanti a un caseggiato che, secondo Magda, contiene le aule universitarie frequentate dagli studenti di botanica. Tutto intorno è silenzio e fruscìo delle fronde degli alberi che oscillano sotto i pochi aliti di vento del primo meriggio.
Mentre tutto quel verde ci predispone a un'improbabile serenità d'animo, una raffica di Ficus Macrophylla si staglia di fronte a noi. Hanno radici enormi e radici aeree ancora in parte incomplete ma poichè la natura decide da sola quelle straordinarie creature viventi fagocitano le povere colonnine di marmo bianco un tempo padrone incontrastate di quegli spazi ancestrali.
L'ombra del monumentale Ficus ci rinfresca egregiamente; è un essere vivente di circa 180 anni, con una chioma che avvolge circa 3000 metri quadrati. Il gigante resta lì sornione e sicuramente ci sente. Avverte la presenza dei curiosi che vengono ad ammirarlo con lo stesso rispetto che si deve al Taj Mahal o al Machu Picchu e tuttavia non si scompone.
E' fin troppo sicuro di sè per lasciarsi turbare da "ominicchi" insignificanti. Ha visto l'Unità d'Italia, due guerre mondiali, terremoti, stragi, pandemie ed è sempre lì, imperturbabile, quasi come se volesse rimanere fermo a godersi lo "spettacolo d'arte varia" di un'umanità sempre nuova e sempre uguale a sè stessa, per nulla interessato alle nostre piccole beghe e invece prodigo di farci respirare, togliendo con quel cappellaccio tutta la CO2 possibile, che, manco a dirlo, a pochi metri da lì, altri esseri viventi (questa volta bipedi) continuano a immettere nell'atmosfera bruciando senza sosta combustibili fossili.
Immersi nel polmone verde a due passi dal mare le idee cominciano a essere più chiare; camminiamo ancora un pò per scoprire un angolo irripetibile. In verità cercavamo solo i servizi igienici per rinfrescarci (soprattutto le mie caviglie arroventate dal caldo e dai morsi delle culex) ma proprio lì, in quel punto preciso, i tre vialetti si risolvono in una sorta di piazzetta aperta, con un semicerchio di panchine, una invero molto ribassata, le altre due ad altezza più adeguata. Mai decisione si rivelò più appropriata! A quella latitudine le correnti disegnano ghirigori sulle nostre epidermidi accaldate, quasi a volerci accarezzare e non volerci lasciare andare. L'acqua fresca di una fontanella fa il resto. Bivacchiamo lungamente stravaccati sulle panchine, sciogliendo la tensione accumulata dalla lunga passeggiata.
Poi, prima di uscire, lo vediamo. Passiamo accanto a lui e ci fermiamo per ammirarlo. E' altissimo, slanciato più che mai, maestoso, direi per certi aspetti più del Ficus. E' il più alto di tutti, in tutta la Sicilia non ce n'è uno più alto, ed anche se volessimo prendere in esame tutto il territorio della Repubblica lo ritroveremmo comunque nelle prime posizioni di un'ideale classifica dello slancio, dall'alto dei suoi più di 37 metri.
E' una splendida Araucaria columnaris, detta anche Pino di Cook, dal nome dell'esploratore che la portò a Palermo dalla Nuova Caledonia poco meno di duecento anni fa.
Se ne sta lì, austero, il nostro Pino di Cook, a guardarci dall'alto in basso, per ricordarci quanto siamo infimi al suo cospetto regale. Ma sembra anche volerci invitare tutti a una riflessione: anche se guardando dall'alto della sua chioma vede tante cose che non gli piacciono, vede una città irredimibile, vede i suoi abitanti immobili, paralizzati dalla paura di cambiare, tanto da sembrare privi di quel desiderio di bellezza che ogni essere umano porta dentro di sè prima che venga spento dalla brutalità dell'esistenza, lui resta lì, sforzandosi sempre di indicare nuove vette, nuovi traguardi.
Serve sicuramente il tuo esempio, caro Pino di Cook! Sembriamo così tanto disabituati alla bellezza in questa Palermo incandescente che vederti proteso come un asintoto a toccare il cielo, ci rende finalmente giustizia, noi che siamo nati e cresciuti nella città dei record negativi, grazie a te ci pregiamo di un primato che difficilmente potrà essere scalzato!
Ed è proprio guardandoti, caro il mio Pino di Cook, che matura la decisione folle: - "sì" - accenno timido - "vorrei ma non posso, però lo farei" - "...cosa? cosa?" chiede Magda, atterrita dal mio sguardo spiritato e dall'oscillazione delle braccia, quasi a voler simulare un rito sciamanico.
- "Io scriverei al Sindaco, mia cara" - le dico con un filo di voce prima di proseguire - "come si fa? come si fa a non capire di essere ricchi?"

Spett.le Sindaco della città di Palermo,
io e mia moglie non viviamo più in questa città da tanti anni ormai, ma ogni tanto torniamo a visitare questa vera Perla del Mediterraneo, con la sua Storia che trasuda dai monumenti, dalle sue Chiese, dalle sue Strade, dai suoi Teatri.
E torniamo sempre a rivedere quell'Oasi incontaminata che è l'Orto Botanico. Un posto unico, dove la biodiversità regna incontrastata e ci ricorda quanto è importante proteggerla.
Mentre impazza il cambiamento climatico e si scatena il dibattito pubblico su ciò che la politica dovrebbe fare (o non fare) per favorire l'adattamento delle persone a scenari che, drammaticamente, si preannunciano sempre più foschi, uno dei temi più gettonati è sicuramente quello dei cosiddetti "rifugi climatici".
Ebbene caro Sindaco, a Palermo ne avete uno completamente realizzato, pienamente efficiente e che potrebbe fare da esempio: è proprio l'Orto Botanico!
Sappiamo che la popolazione invecchia e tante persone anziane con questo caldo sono sole e chiuse in casa, a resistere strenuamente a una canicola che non dà tregua per mesi interi. Il rischio di rimanere isolati, di non potere uscire, di non potere scambiare due chiacchiere con un coetaneo è fortissimo. Ancora peggio se oltre a essere anziano sei povero e non ti puoi nemmeno permettere un condizionatore.
E allora egregio Sindaco, perchè non offrire agli anziani di questa città la possibilità di godere di un servizio navetta che li porti all'Orto Botanico almeno una volta alla settimana, applicando un prezzo calmierato per chi non ha grandi disponibilità economiche, perchè magari percepisce una pensione minima, e lasciando invece il prezzo d'ingresso intero per chi si può permettere di pagarlo?
Sarebbe un gesto di attenzione verso la popolazione più avanti negli anni di questa città, di cui tutti non potremmo che esserLe grati. Rivelerebbe, da parte dell'Istituzione che Lei presiede, un senso di appartenenza e di giustizia utili a rafforzare la coesione sociale e la struttura democratica della nostra città (la chiamo ancora "nostra", anche se non ci vivo più da 25 anni!).
Certo della Sua attenzione La ringraziamo e Le porgiamo i nostri migliori saluti.

Chissà se questa lettera partirà mai...
Quello che so è che al centro del Mediterraneo c'è un'oasi naturale che ha resistito al tempo, all'usura, alle bruttezze del mondo, all'insipienza scriteriata dell'uomo. Porta le ferite nelle cortecce scheggiate degli alberi bottiglia, sfregiate dai bombardamenti degli Alleati durante il secondo conflitto mondiale.
Ha tenuto botta mentre la mafia saccheggiava Palermo, devastava la sua storia e la sua costa cementificando tutto il cementificabile, anche a costo di abbattere le sue splendide villette Liberty, senza che nessuno riuscisse a porre fine allo scempio, anzi moltiplicando la deturpazione, giacchè ad ogni costruzione corrispondeva una demolizione e ad ogni demolizione quintali di metri cubi di sfabbricidi da riversare sul lungomare di quella che fu la costa della Palermo felicissima.
Qualcuno ha provato a fermarli ma è stato lasciato solo. E da solo non puoi vincere.
Così, oltre a uccidere i tanti che quello scempio volevano combattere, hanno distrutto il liberty e reso proibito il mare di Romagnolo, creando il "Promontorio antropico" (sic!).
E' stata la mafia e una politica compiacente? Sono stati i comitati d'affari che hanno spolpato la Cosa Pubblica? E' stata l'assenza dello Stato? Sì certo, anche, ma quanto immobilismo generato dalla paura, dal terrore di una violenza cieca che ha reso Palermo infelicissima per decenni e i cui guasti ancora oggi si vedono, nelle cicatrici dei suoi giovani che emigrano, e in quelle dei suoi figli nati nelle sterminate periferie dove si cristallizzano le peggiori diseguaglianze e ingiustizie.
Restano quei dieci ettari, incontaminati dall'abitudine alla bruttezza, rimasti lì a ricordarci che "la bellezza salverà il mondo" e che la resistenza è un dovere lì dove l'unica legge è quella dell'ingiustizia. E che solo da uno slancio collettivo ci si rimette in cammino, tutti insieme, magari con il sogno di vivere in un luogo più civile di cui non ci si deve più vergognare o da cui si deve scappare.
Uno slancio vero verso l'infinito.
Come i 37 metri del Pino di Cook.


Salvo Gi

domenica 26 luglio 2026

Statisti si nasce .... non si diventa



In questi giorni è venuto a mancare un caro amico, di quelli da scrivere con la A maiuscola, anche per aver più volte dimostrato vicinanza nei momenti brutti e dotato d'una intelligenza, anche qui da scrivere con la I maiuscola.
Era un Uomo che sapeva il fatto suo, deciso e coerente, che non si nascondeva dinanzi ad assunzioni di responsabilità. Sempre in prima linea, pienamente consciente di essere talvolta una prima donna, ma con un fiuto nel saper pesare le persone e gestire al meglio le risorse disponibili.
Ecco, è venuto a mancare un personaggio totalmente diverso rispetto alle mediocrità istituzionali che affollano il panorama sociale italiano d'oggi.

La ruota gira e induce a girare pagina per parlare d'altro. Un po' di cazzeggio politico torna utile per fotografare il momento.

Per riordinare le proprie idee politiche sarebbe opportuno che ognuno di noi si fermasse un attimo, isolandosi per riflettere maggiormente su questioni generali che ci interessano, ci coinvolgono e ci condizionano.
Tendere sempre più a delegare ad “amministratori di condomini” il ruolo politico, impegnati nel loro fare a tutelare spesso interessi estranei a quelli dei condomini italiani amministrati non va bene. Come noto a coloro che abitano in affollati immobili, interesse importante per un amministratore è accaparrarsi l’incarico anche a un basso compenso, in quanto i veri guadagni derivano da altro (percentuali su lavori ordinari e straordinari, revisione albi e documentazioni fiscali varie e tanto altre appendici, probende e maneggi).
Se ci pensiamo bene, la questione principale degli onorevoli oggi eletti in Italia è quella di mantenersi negli scranni delle camere per i quattro anni e mezzo almeno, quelli necessari alla maturazione del diritto alla pensione parlamentare, indipendentemente dalla casacca che all’origine ne ha consentito l’ingresso. Degli eletti in Europa, dopo nomine cooptate mascherate da elezioni, se ne perdono subito le tracce.

La lotta fra i partiti resta sempre più impantanata in paradossali conflitti d’interessi, con candidati prescelti per sudditanze, appartenenze (di vario tipo, trasparenti o opache), finalizzate al mantenimento di privilegi a variegate Lobbi, via via sterilizzate da potenziali rischi legali: attraverso scudi, finanziamenti pubblici, nomine a cariche di controllo e vigilanza istituzionale. A proposito, nessuno a notizie dello scandalo sui “Garanti” di Piazza Venezia? Sulla vigilanza RAI?

Nell’indifferenza dell’astensionismo elettorale, si tollera, quindi, che un impero finanziario possa reiterare un proprio partito di cartone inventato negli anni novanta e che la maggioranza dei relativi eletti (siano essi politici o nominati nei vari enti) pongano attenzione e cura a non ostacolare interessi strettamente privati a scapito del pubblico.

La storia purtroppo non insegna, la memoria è corta, convinti di vivere in uno stato di diritto solo per il poter scrollare immagini o leggere titoli di articoli veri ma anche di fuorvianti faziosi; spazzature prodotte e rilanciate con prompt IA nei social, per lo più confezionati ad hoc da giornalisti prezzolati, per lo più di giornali gestiti in conflitto d’interesse, che pure sosteniamo economicamente con finanziamenti pubblici (ad insaputa per “garantire” una presunta “libertà” di stampa).
Dal populismo nascono sempre anche voci vere che accusano e additano storture evidenti. Ma la storia ha visto passare tanti personaggi idealisti, ingenui, opportunisti, convertiti e che quasi sempre hanno fatto una brutta fine.

E poi ci sono i sondaggi, che monitorano le reazioni alle campagne varie (stampa, social e quant’altro) che la politica cura per mantenere perpetua la distrazione di massa dai problemi veri.
Il fenomeno prima essenzialmente concentrato sui talk e che va sempre più proliferando negli orientamenti dei media, oggi è assunto quasi a una “scienza” anche nei notiziari.
Un Mentana sempre più orientato a esprimere sue personali opinioni più che riferire e informare asetticamente su notizie vere, ne è un classico e preoccupante esempio. Ma in questo non è il solo, basta sintonizzarsi su un qualunque canale per assistere a performance di pseudo giornalisti che svolgono in realtà funzione di propaganda (al di là dell'appartenenza agli schieramenti, salvo poche eccezioni) Del resto è sempre più di moda baciare il culo, come, in questo caso dicendo una triste verità, dice nel suo straparlare D.T. "il biondo".
Ci sono anche professionosti "bolliti" allergici a personaggi o movimento a prescindire, ovvero per partito preso, che non ascoltano e attaccano come rotweiler feroci, prevenuti che non hanno padrone.

In occasione dell’ultimo Referendum, quello sulla giustizia, molti erano preoccupati di perdere dando pieno credito ai sondaggi. Ma l’incapacità dei politici oggi al potere e la loro paura ha fatto sì che con il loro straparlare senza criterio e con tesi prive di fondamento hanno fatto accendere un allarme costituzionale serio, che ha indotto i giovani e molti degli astensionisti a bloccare l’operazione sovversiva, invertendo le prime previsioni.
Non è che non occorre dare attenzione a questo strumento che consente di ponderare le inclinazioni della gente, ma occorre porre attenzione a una disamina attenta dei risultati proposti.
In argomento è opportuno ricordare che nel risultato del referendum ha influenzato “niente” l’inventore del Giglio magico, quel fenomeno sbiadito che ogni giorno compare in tutte le televisioni e viene intervistato sui giornali per pontificare con le sue ricette magiche come fosse un santone. In occasione del referendum sulla giustizia, infatti, fino all’ultimo non ha dato alcuna indicazione sul suo orientamento personale e, in verità, neanche dopo. I Tommaso che volevano vedere e toccare anche dinanzi al Cristo sono sempre stati pochi e oggi, peraltro, risultano quasi un po’ fuori moda, ma di “cazzari” il cui nome inizia per M in Italia ce ne sono tanti, supportati e sopportati troppo come si trattasse di cabarettisti talentuosi e non di patetiche macchiette.

Poi c’è il sempreverde sputafuoco, quello fu a capo del “Governo dei Migliori”, colui che ha ridicolizzato politicamente il “bibitaro” con la sua fallimentare scissione (ricompensandolo comunque indirettamente per fedeltà con un incarico internazionale), unitamente al povero istrione rimbambito del populismo uno vale uno, ma de "il simbolo è il mio". L'illuminato che, con il beneplacito di tutto l’arco costituzionale, ha incasinato il giusto provvedimento di rilancio economico keynesiano inventato dal Governo Giallorosso in tempo di Covid. Quello che consiglia indifferentemente tutti gli scappati di casa, sia la dx che la sx, rispondendo a tutti secondo lo squillo del telefono, per delucidare premier o aspiranti tali impreparati su questioni economiche a loro ostiche. Aspiranti ministro o capi di governo che pur applicandosi nello studiare appunti preconfezionati, non riescono a capire bene le questioni e (guardandosi allo specchio) discernere qual è la loro mano dx se riflessa. Ma tutti si fa per amor di patria e, nella necessità anche per la famiglia, magari anche con l'ideuzza di riuscire ad ascendere finalmente all’agognato Colle (che rassicurerebbe tanti non appartenenti a masse).

Il fenomeno che appassiona di più al momento è certamente “Futuro e libertà”. L’operazione Vannacci è un emblematico specchio a cui le allodole italiane prestano fede e molta attenzione.
Alimentato dai media e da ZTL pariolini ora il Generale sta bacando anche la dx che, spiazzata dalla evidenza incoerenza fra il dire e il fare palesata con la gestione politica reale, si ritrova a essere dileggiata.
L’evidente seguito all’esponente del “Mondo al contrario” non è poi tanto difforme dalle incoerenze confuse di pseudo statisti “dissociati” (ma solo una volta eletti) e ufficiosamente allocati non alle punte dell'asse ma al centro di un'altalena continua.

In tutto questo, tenuto conto della fossa autoscavata dallo stesso Governo in occasione dell’appuntamento referendario, non preoccupa – anzi consola – questa ossessione mediatica contro la sinistra guerrafondaia e responsabile di tutto quello che non va o che non corrisponde agli ideali nostalgici che intanto vedono sfuggire. Anzi qualcuno non potrebbe informare l’inquilina di Palazzo Chigi e i suoi accoliti che esistono anche gli ingovernabili anarchici che alimentano a loro modo i dissensi?

In ultimo, di certo occorrerebbe anche portare avanti un serio chiarimento nel "campo largo", depurando le acque dai tanti “politicanti inquinanti”; non bastano ancora solo i fuoriusciti che hanno capito di non avere conferme in poltrone future, dimostratisi inadatti a svolgere seriamente funzioni istituzionali; occorre forse incentivarne altre di uscite, facendo anche ritornare protesi infiltrate alle naturali origini: facilitando semplicemente il ritorno ai lori lidi.
E se queste strane scorribande della Elly Schlein in aree di Dx (Il Foglio) e i contatti con Draghi servissero ad essere votata da FdI & Co. in caso di primarie nel Campo Largo, per la scelta del Premier, qualcuno se l'è chiesto?
Occorrerebbe anche che, oltre Conte e Fratoianni, qualcuno remasse veramente per gli interessi del popolo di centrosinistra. Magari imitando la compattezza della vogata norvegese, no?

Buona luce a tutti!

© Essec

sabato 16 maggio 2026

Il cittadino comune, travolto da questa mareggiata inquinante, perde la bussola della verità, sfinito dall'impossibilità di distinguere la notizia dal fango artificiale.



Mi viene segnalato questo interessantissimo articolo "ODIO ORGANIZZATO E FLOTILLA", di Lavinia Marchetti, postato ieri su Facebook che, in qualche modo, potrebbe anche giustificare il persistente disinteresse della classe politica alla necessità di frenare l'anonimato sui social e, in generale, disciplinare l'utilizzo smodato di nick name (leoni di tastiere o pseudo ritenuti tali, vedi in propisito l'articolo di Raffaella Tava) che, ancor più in questi tempi di proliferazione della IA, consentono di sviluppare "campagne opinionistiche virtuali" volte ad orientare (o disorientare) sempre di più le masse.
Per la lunghezza dell'articolo - che comunque si riporta integralmente a margine - ed evitare l'abbandono anticipato della lettura del testo integrale, stante anche la premessa "politica" (Flottilia), si anticipano di seguito le interessanti conclusioni che dovrebbero indurre a riflettere ciascun utente del web e frequentatore dei social in particolare.


"E POI CI SONO I BOT E LE “TROLL FARM”
Il salto di qualità definitivo, che ha permesso di scatenare questo inferno digitale sui post degli attivisti della Flotilla, è scaturito dall'integrazione strutturale delle farm di troll con l'Intelligenza Artificiale generativa. I network di bot di prima generazione, operanti a cavallo del 2016 e del 2020, erano strumenti rozzi e facilmente smascherabili e si basavano sulla pedissequa diffusione automatizzata del medesimo testo mal tradotto, su profili farlocchi con sequenze numeriche nel nome e sulla riproduzione a valanga di link propagandistici. Tali strumenti oggi appaiono come relitti preistorici.
Dal 2024, le armate della disinformazione si sono dotate di quelli che gli esperti definiscono "Superbot" o agenti autonomi guidati dai Large Language Models (LLM, tecnologie similari all'architettura GPT). Questi applicativi software avanzati permettono di automatizzare l'azione psicologica a un livello di verosimiglianza inquietante. Un superbot non si limita a replicare un messaggio precompilato, ma simula con efficacia il ragionamento umano, replicando l'uso di dialetti locali, slang giovanili, sottili sfumature emotive, rabbia o finta moderazione ragionevole a seconda del contesto in cui si infiltra.
Enti indipendenti che studiano il traffico dei bot durante il conflitto a Gaza, come InflueAnswers, hanno tracciato il modus operandi preciso di questi sciami cibernetici:
1. Individuazione e Targetizzazione Chirurgica: L'infrastruttura automatizzata scansiona i social media ininterrottamente, intercettando profili ad alta visibilità (come quello di Antonella Bundu o delle organizzazioni internazionali) oppure analizzando parole chiave specifiche e hashtag sensibili.
2. Generazione Adattiva del Prompt e Intervento: Non appena il bersaglio umano pubblica un aggiornamento, il contenuto, la foto o il video vengono processati dai server dell'LLM in frazioni di secondo. I programmatori hanno istruito l'IA con prompt master del tipo: "Comportati come un comune cittadino conservatore o disilluso italiano. Analizza il post di questo attivista pro-Palestina e rispondi nel giro di dieci minuti, denigrando il suo attivismo come una ricerca di protagonismo borghese in vacanza e creando dubbio sulle sue vere motivazioni. Mantieni un tono aggressivo ma credibile".
3. La Strategia dello Sciame ("Swarming"): A questo punto si innesca la fase operativa. In una strettissima finestra temporale che va dai 5 ai 20 minuti dalla pubblicazione del post dell'attivista, il suo spazio digitale viene letteralmente assaltato da un volume incredibile di risposte generate da questi account sintetici. I profili bot, protetti da false foto generate a loro volta da IA, intervengono scaglionati nel tempo per conferire perfetta naturalezza e organicità al linciaggio.
4. Logoramento Inesauribile: Qualora l'attivista, per senso di giustizia, cerchi di rispondere o argomentare razionalmente, i superbot rilanciano la conversazione, cambiando argomento, rilanciando false accuse, esaurendo sistematicamente le energie fisiche e psicologiche della vittima. A differenza dell'essere umano, l'algoritmo non necessita di sonno né conosce usura emotiva.
Il vero orrore di questa strategia non sta nel tentativo di far innamorare gli utenti occidentali delle politiche governative israeliane, sanno bene che sarebbe impossibile. L'obiettivo macroscopico delle farm di bot è la cosiddetta CENSORSHIP BY NOISE (Censura attraverso il Rumore). Poiché gli Stati democratici non possono censurare apertamente con la forza l'opinione pubblica che sostiene la Flotilla, le armi algoritmiche provvedono a intossicare l'agorà pubblica. Inondando i canali di comunicazione di volumi irraggiungibili di commenti derisori, menzogne aggressive e confusione, i bot mirano a saturare lo spazio visivo, al fine esclusivo di distruggere lo spazio vitale delle voci umane legittime e impedire l'articolazione logica del dissenso. Il cittadino comune, travolto da questa mareggiata inquinante, perde la bussola della verità, sfinito dall'impossibilità di distinguere la notizia dal fango artificiale."

Buona luce a tutti!

© Essec



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Intero articolo postato su FB

"ODIO ORGANIZZATO E FLOTILLA di Lavinia Marchetti «SIETE LA PROVA CHE CON POCHI EURO SI PUÒ FARE UNA BELLISSIMA CROCIERA, PERÒ QUANDO VI FERMANO NON ROMPETE LE PALLE ALLO STATO ITALIANO». Il commento porta la firma di Sandro Saraceno e segue una serie di cinque emoji di vomito. Sotto, in azzurro, seicentocinquantadue cuori. La fotografia, datata 15 maggio 2026, mostra Antonella Bundu, attivista fiorentina già consigliera comunale, a bordo di uno scafo della Global Sumud Flotilla salpato da Marmaris per tentare di forzare il blocco navale israeliano su Gaza. Sorride, mentre alle spalle c’è un veliero con una donna avvolta da una vela di kefiah. Mare calmo. Quattromilasettecento «mi piace», tremilacento commenti, duecentoquarantotto condivisioni. Scorrendo verso il basso, si accumula un materiale che voglio leggere come un testo politico. (Qui l'articolo è corredato da tutti gli screen: https://laviniamarchetti.substack.com/.../odio... ) L’insulto si replica con poche varianti, mentre il consenso si misura nei pollici azzurri. «Voglia di lavorare saltami addosso», centotrentotto cuori. «Parassita», ottantasei. «Beati voi che non avete un cazzo da fare nella vita», quattrocentosettantadue. «Altra politicizzata… suona la trombetta», sei. «Mi potresti dire chi vi paga, avete barche che costano parecchio». E poi la minaccia sorridente, con tre emoji ridenti: «Brava, vedi di restarci per molto tempo, non sentiremo la mancanza. Attenta agli Israeliani». Un altro, asciutto: «Questa volta vi stermineranno». La somma dei consensi va letta come temperatura di un’opinione che vive a parte rispetto alle cronache giornalistiche, perché in questi stessi la cronaca ci parla dell’attacco israeliano in acque internazionali contro la Flotilla, l’arresto di Thiago Ávila e Saif Abukeshek, i maltrattamenti in cella, le condizioni delle prigioni israeliane . Il fatto, dunque, si rovescia. Civili disarmati salpano per portare farina e medicinali a una popolazione affamata, vengono assaltati in acque internazionali da una marina militare, e il commento popolare si schiera dalla parte di chi assalta. Da dove viene questa adesione spontanea? IL TROPO DELLA "CROCIERA", LA PROIEZIONE DEL PRIVILEGIO E IL RISENTIMENTO LAVORATIVO "Fatevi la vs crociera e non mettete in difficoltà la Maggior parte di italiani che si fa il culo ogni giorno al lavoro". Giacomo Domenico incalza sulla stessa frequenza: "Mi potresti dire chi vi paga... non lavorare eppure state così bene da fare invidia a chi lavora" . Oddone sintetizza il concetto con il secolare adagio: "Voglia di lavorare saltami addosso", mentre Mauro Sacchetto sospira con un livore mascherato da invidia: "Beati voi che non avete un cazzo da fare nella vita...". Sono le classiche frasi che troviamo sotto i post di qualsiasi persona sia andata ad una manifestazione, abbia sposato una causa civile, non concordi con lo status quo. Da una prospettiva psicologica, questo specifico filone discorsivo rappresenta un capolavoro di dissonanza cognitiva risolta attraverso la PROIEZIONE DEL PRIVILEGIO e il riposizionamento semantico dell'azione. Partecipare a una spedizione umanitaria verso una zona di genocidio attivo, sfidando un blocco militare navale (che ha già fatto vittime in passato, si pensi al caso Mavi Marmara del 2010 e agli intercetti violenti del 2026), subendo abbordaggi o addirittura un grave naufragio come quello occorso alla Trinidad, è in termini oggettivi un atto che richiede un coraggio, una disponibilità al sacrificio e una resistenza psicofisica di altissimo livello. Per l'osservatore medio, prigioniero di una vita alienante, schiacciato dalle logiche del precariato e dall'insoddisfazione ("chi si fa il culo ogni giorno al lavoro"), riconoscere il valore di un simile atto eroico costituirebbe un trauma egoico devastante. Significherebbe ammettere a se stessi che la propria obbedienza cieca al sistema e la propria rassegnazione non sono inevitabili, ma frutto di una paralisi interiore. Il cervello umano rigetta questa auto-valutazione negativa. Pertanto, entra in gioco la difesa: la RI-NARRATIVIZZAZIONE. La pericolosa spedizione umanitaria viene sminuita a una "bellissima crociera" o a una vacanza goliardica pagata da entità oscure ("chi vi paga?"). Questo meccanismo neutralizza istantaneamente il valore etico dell'attivista: se l'attivista è solo un borghese in vacanza o un disoccupato (o peggio un politico) parassita in cerca di visibilità esotica, il suo atto non costituisce più un rimprovero morale per il lavoratore frustrato che lo osserva. Il ricorso all'etica del sacrificio lavorativo ("non avete un cazzo da fare") non è dunque un'affermazione di moralità da parte degli haters, ma una disperato contrappeso psicologico impugnato per abbattere una levatura morale che li fa sentire piccoli, spaventati e insignificanti. L'utente Giovanni Campolmi cattura perfettamente questa proiezione nell'unica voce fuori dal coro dello specchio analizzato: "Lasciali sfogare, sono talmente incarogniti dalla loro non scelta e non coraggio che non hanno altro modo di sfogarsi". Questa frase è la diagnosi clinica esatta di quanto sta accadendo sulla bacheca di Bundu o sulle nostre bacheche. L'EPISTEMOLOGIA DEL NEGAZIONISMO E IL DISIMPEGNO LOGICO Accanto all'attacco personale basato sulla classe o sul reddito, emerge una seconda strategia difensiva, di carattere squisitamente cognitivo: l'innalzamento continuo degli standard di prova, finalizzato al mantenimento del dubbio sistemico. Il commento di Gino Borghini ne è l'emblema: "Non entro nel merito della motivazione dell'intervento, ma ho delle curiosità: di chi è la proprietà della barca dov'è imbarcata; cosa trasporta di aiuti e in quale quantità... credete veramente di approdare a Gaza?”. Analogamente, Piero Pignataro si trincera dietro il sospetto visivo: "non tutti siamo dei boccaloni... mai una foto di tutti i generi alimentari che state trasportando come aiuti. foto e video di balli, canti, capriole quelli si!". Questa tattica sociologica è nota come SEA-LIONING: il soggetto si finge sinceramente incuriosito o razionalmente scettico, avanzando richieste di prove tecniche minuziose (la proprietà giuridica della barca, il tonnellaggio esatto del carico, le fatture di acquisto) per sfinire l'interlocutore e seminare sfiducia in chi legge. Si tratta di una sofisticata operazione di disimpegno morale. Chiedere "dove sono le foto del riso" mentre una barca rischia l'affondamento e affronta fregate militari significa sviare deliberatamente l'attenzione dall'urgenza etica del genocidio palestinese per focalizzarla su minuzie amministrative, garantendosi un alibi per non provare alcun sentimento di empatia verso il popolo sotto assedio o verso chi tenta di aiutarlo. DEUMANIZZAZIONE, NORMALIZZAZIONE DELLA VIOLENZA E INVERSIONE DI RUOLO La fase terminale e più oscura dell'odio digitale registrato nei confronti della Flotilla si esprime attraverso la deumanizzazione totale del bersaglio e la celebrazione o l'augurio della violenza letale. L'utente Antonio GSiena condensa la sua aggressione in un'unica parola: "Parassita". Il parassita non è un nemico umano, è un organismo inferiore che si nutre delle risorse dell'ospite; storicamente, l'uso del termine parassita e scarafaggio costituisce il preambolo linguistico necessario a ogni progetto di sterminio o persecuzione, poiché scardina del tutto la barriera del riconoscimento biologico dell'altro. Questa soppressione dell'empatia sfocia nell'aperta e sgrammaticata minaccia da parte di Renato Maccagnani: "Questa volta vi steminerannp". L'errore di battitura non diminuisce la gravità dell'affermazione: vi è in questo commento la segreta (o palese) speranza che una forza esterna e punitiva sopprima fisicamente coloro che creano disturbo. L'ostilità raggiunge vette grottesche con Aristide Petruzzelli: "Brava, vedi di restarci per molto tempo... Attenta agli Israeliani" associato all'immagine sorridente e caricaturale del cast della celebre serie tv The Love Boat. In questo frangente, la prospettiva della violenza militare israeliana (che nel 2010 uccise dieci attivisti sulla Mavi Marmara) viene usata come un feticcio, una minaccia spaventosa da brandire contro la donna, mentre l'inserimento del meme anni '80 serve a disinnescare l'orrore, trasformando l'augurio di morte o arresto in un macabro scherzo da bar sport. L'umorismo diviene il velo sotto cui si nasconde l'odio più cieco e la sociopatia. In aggiunta a queste pulsioni, si osserva la manipolazione della vittimizzazione attraverso utenti come Eugenio Ruoso: "I LEONI da Tastiera siete anche Voi che pubblicate quindi in Democrazia aspettatevi anche opinioni DIVERSE..." e Fabrizio Frascaroli, che congeda l'attivista con sminuimento di genere infantile: "Altra politicizzata...suona la trombetta" . Il meccanismo del rovesciamento (DARVO: Deny, Attack, Reverse Victim and Offender) è qui palese. L'aggressore che vomita insulti rivendica il proprio operato come "esercizio democratico di opinione diversa", etichettando l'attivista in mare come il vero dittatore o leone da tastiera, manipolando il concetto stesso di tolleranza per esigere il diritto all'insulto incontrastato. LA DELEGITTIMAZIONE DELL'ALTRUISMO E LA SINDROME DEL "DO-GOODER DEROGATION" La totalità dei comportamenti aberranti appena dissezionati trova una magistrale e inquietante spiegazione in una teoria consolidata all'interno della psicologia morale e sociale, nota nella letteratura accademica internazionale come Do-Gooder Derogation (denigrazione di chi fa del bene o "deroga del buonista"). Le ricerche originariamente condotte dai professori Julia Minson e Benoît Monin (2012) spiegano nel dettaglio perché gli individui che compiono azioni morali superiori (gli attivisti umanitari, i volontari o chi compie scelte di vita eticamente rigorose) suscitino sistematicamente fastidio, sarcasmo, rabbia e reiezione da parte della massa, piuttosto che l'ammirazione che la logica dovrebbe imporre. Il fenomeno affonda le sue radici nella profonda necessità dell'essere umano di salvaguardare il proprio senso di autostima, intimamente legato all'identità morale. La maggior parte degli individui desidera considerarsi intrinsecamente "buona" e "giusta" all'interno della propria comunità. Quando una persona media si trova al cospetto di un do-gooder (in questo caso, un'attivista come Antonella Bundu che spende il proprio tempo, rischia la vita e le proprie economie per spezzare il blocco della fame a Gaza), l'osservatore subisce un brutale shock comparativo. Sebbene l'attivista possa non rivolgere alcuna accusa verbale verso il proprio pubblico, la sua mera esistenza, il suo atto di abnegazione agisce come un formidabile atto d'accusa implicito contro il conformismo, l'ignavia e la complice indifferenza dell'osservatore. Si scatena nel soggetto passivo il fenomeno Dell'ANTICIPATED MORAL REPROACH (Rimprovero Morale Anticipato). In altre parole, l'individuo fermo davanti allo schermo percepisce che, rispetto agli standard morali stabiliti dall'attivista, la sua inazione in difesa dei civili palestinesi massacrati rappresenta una colpa insopportabile. L'ego dell'individuo, messo alle strette, reagisce avvertendo la superiorità etica dell'altro non come un modello cui aspirare, ma come una intollerabile minaccia all'immagine di sé. Per sfuggire allo spiacevole compito di mettersi in discussione e cambiare i propri comportamenti sociali, la mente attua una scorciatoia tanto rapida quanto vigliacca: disinnesca l'esempio morale denigrando la figura che lo veicola. Il Do-Gooder Derogation spiega matematicamente le dinamiche emerse dagli screenshot. Le persone che si sentono in difetto reagiscono producendo un fuoco di sbarramento di associazioni negative o ciniche. L'attivista viene rapidamente etichettato con aggettivi delegittimanti quali esibizionista, ipocrita, moralizzatore, pazzo, arrogante o fanatico. E POI CI SONO I BOT E LE “TROLL FARM” Il salto di qualità definitivo, che ha permesso di scatenare questo inferno digitale sui post degli attivisti della Flotilla, è scaturito dall'integrazione strutturale delle farm di troll con l'Intelligenza Artificiale generativa. I network di bot di prima generazione, operanti a cavallo del 2016 e del 2020, erano strumenti rozzi e facilmente smascherabili e si basavano sulla pedissequa diffusione automatizzata del medesimo testo mal tradotto, su profili farlocchi con sequenze numeriche nel nome e sulla riproduzione a valanga di link propagandistici. Tali strumenti oggi appaiono come relitti preistorici. Dal 2024, le armate della disinformazione si sono dotate di quelli che gli esperti definiscono "Superbot" o agenti autonomi guidati dai Large Language Models (LLM, tecnologie similari all'architettura GPT). Questi applicativi software avanzati permettono di automatizzare l'azione psicologica a un livello di verosimiglianza inquietante. Un superbot non si limita a replicare un messaggio precompilato, ma simula con efficacia il ragionamento umano, replicando l'uso di dialetti locali, slang giovanili, sottili sfumature emotive, rabbia o finta moderazione ragionevole a seconda del contesto in cui si infiltra. Enti indipendenti che studiano il traffico dei bot durante il conflitto a Gaza, come InflueAnswers, hanno tracciato il modus operandi preciso di questi sciami cibernetici : 1. Individuazione e Targetizzazione Chirurgica: L'infrastruttura automatizzata scansiona i social media ininterrottamente, intercettando profili ad alta visibilità (come quello di Antonella Bundu o delle organizzazioni internazionali) oppure analizzando parole chiave specifiche e hashtag sensibili 2. Generazione Adattiva del Prompt e Intervento: Non appena il bersaglio umano pubblica un aggiornamento, il contenuto, la foto o il video vengono processati dai server dell'LLM in frazioni di secondo. I programmatori hanno istruito l'IA con prompt master del tipo: "Comportati come un comune cittadino conservatore o disilluso italiano. Analizza il post di questo attivista pro-Palestina e rispondi nel giro di dieci minuti, denigrando il suo attivismo come una ricerca di protagonismo borghese in vacanza e creando dubbio sulle sue vere motivazioni. Mantieni un tono aggressivo ma credibile". 3. La Strategia dello Sciame ("Swarming"): A questo punto si innesca la fase operativa. In una strettissima finestra temporale che va dai 5 ai 20 minuti dalla pubblicazione del post dell'attivista, il suo spazio digitale viene letteralmente assaltato da un volume incredibile di risposte generate da questi account sintetici. I profili bot, protetti da false foto generate a loro volta da IA, intervengono scaglionati nel tempo per conferire perfetta naturalezza e organicità al linciaggio. 4. Logoramento Inesauribile: Qualora l'attivista, per senso di giustizia, cerchi di rispondere o argomentare razionalmente, i superbot rilanciano la conversazione, cambiando argomento, rilanciando false accuse, esaurendo sistematicamente le energie fisiche e psicologiche della vittima. A differenza dell'essere umano, l'algoritmo non necessita di sonno né conosce usura emotiva. Il vero orrore di questa strategia non sta nel tentativo di far innamorare gli utenti occidentali delle politiche governative israeliane, sanno bene che sarebbe impossibile. L'obiettivo macroscopico delle farm di bot è la cosiddetta CENSORSHIP BY NOISE (Censura attraverso il Rumore). Poiché gli Stati democratici non possono censurare apertamente con la forza l'opinione pubblica che sostiene la Flotilla, le armi algoritmiche provvedono a intossicare l'agorà pubblica. Inondando i canali di comunicazione di volumi irraggiungibili di commenti derisori, menzogne aggressive e confusione, i bot mirano a saturare lo spazio visivo, al fine esclusivo di distruggere lo spazio vitale delle voci umane legittime e impedire l'articolazione logica del dissenso. Il cittadino comune, travolto da questa mareggiata inquinante, perde la bussola della verità, sfinito dall'impossibilità di distinguere la notizia dal fango artificiale."

https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=122275216340156950&id=61554708501839&post_id=61554708501839_122275216340156950&rdid=Dny4ZNWUy3jGnsMZ

giovedì 5 marzo 2026

“Il colpevole – Serafino Ferruzzi, Raul Gardini, la maxitangente. I poteri visti da vicino” di Sergio Cusani



Nel panorama editoriale ogni tanto vengono proposti dei saggi illuminanti. Opere che permettono di rivedere accadimenti che, spesso, ci sono semplicemente scivolati addosso senza avere sufficienti strumenti e conoscenze per capire i fenomeni.
Tutti noi, consciamente o meno, siamo portati a leggere il contemporaneo, attraverso delle lenti più o meno opache o con le diottrie inadatte a correggere i nostri difetti, rivestendolo di pregiudizi e magari accodandoci passivamente a mode ingannevoli: quasi sempre poco obiettive.
Si dice sempre che la verità esiste ma che non è a portata dell’umano; come anche che la storia non è mai una ma tante, scritte a secondo dell’epoca e della posizione sociale in cui si trova incasellati.
Questo preambolo è il minimo sindacale che può essere anteposto all’interessantissimo saggio di Sergio Cusani, edito recentemente da Rizzoli e intitolato “Il colpevole – Serafino Ferruzzi, Raul Gardini, la maxitangente. I poteri visti da vicino”.
Si tratta di un libro che riporta una serie di avvenimenti raccontati dall’interno, che rivela parti importanti della sua storia vissuta da protagonista e che fa conoscere il Cusani enigmatico, diverso da quello che media e altro hanno proposto e continuano a far intendere.
L’autore utilizza una narrazione coinvolgente e si racconta come persona. Mettendo in luce contraddizioni e coerenze non pienamente comprensibili ma che illuminano sull’etica individuale di ciascun individuo, rispetto al ruolo che la società – spesso casualmente - ci chiama a svolgere.
Nell’impostazione editoriale si intrecciano tanti Cusani sorprendenti con altrettanti Cusani inseriti negli ingranaggi della politica reale italiana del tempo, che a loro volta si intersecano con personaggi radiografati attraverso la sua etica sempre vigile e cosciente, lucida nel riconoscere lecito e illecito, ma propensa a una coerenza professionale che gli si è poi rivelata un boomerang.
Al lettore si lascia ogni giudizio, ma ritengo sia utile prima di esprimersi leggere il saggio, che si sviluppa come una ricca cronaca che miscela trasparenze e specchi, nebbie e panorami.
Col suo libro Cusani ha riacceso dei fari illuminanti. Non solo sulla sua estrema linearità, per molti aspetti incomprensibile in un mondo opportunista come il nostro, ma anche su tanti personaggi che ha avuto modo di incontrare nelle varie stagioni della vita.
Platone ebbe a dire che: “La polis, lo Stato, è da intendersi come una sorta di grande anima collettiva. Così come l'anima individuale deve mantenere un equilibrio tra le sue tre componenti – la ragione, l'emozione e il desiderio – allo stesso modo lo Stato deve trovare un equilibrio tra le diverse classi sociali e le loro funzioni.” Al riguardo “La politica per Platone è anche la scienza del bene comune, finalizzata a realizzare la giustizia e l'armonia in una comunità ideale, lo Stato. Basata sull'organicismo, la società è divisa in tre classi, ciascuna con una virtù specifica, governata dai sapienti che conoscono le idee di Bene e Giustizia.”
Nello scritto di Cusani traspaiono molti dei principi filosofici anzidetti e, certamente, una religione laica di base che induce a soffermarsi ogni tanto ... per riflettere.
Quello che fu messo in croce, per dirimere una questione complicata sembra ebbe a dire alla folla: "chi è senza peccato scagli la prima pietra." Un po' la stessa cosa che ebbe a dire Craxi ai parlamentari o, per essere attuali, che il compianto Papa Francesco ebbe a dire alle sue altrettante confuse pecorelle.
In questo caso si tratta, a mio parere, di un'opera introspettiva e divulgativa per la quale si consiglia vivamente di spendere i 19 euro del costo.
I contenuti, a prescindere da come la si pensi e, ancor di più, dall’orientamento politico che si professa o ogni aspetto fideistico, ateo o agnostico, certamente non deluderanno chi andrà a leggere.

Buona luce a tutti!

© Essec

giovedì 14 agosto 2025

“Qultura” dominante, quella con la “Q” maiuscola. Un mio amico usava aggettivare spesso taluni “Gnuranti con la GNU maiuscola"



“La morte di Berengo Gardin, tutti i commenti, le pagine a lui e al suo lavoro dedicate, condividendo le sue fotografie – quasi tutte, con poche eccezioni – raccontano l’Italia dagli anni ’50 agli inizi di questo secolo. Con lui, anche altri celebrati maestri ci hanno consegnato un racconto unico di quegli anni. E poi? Dopo di loro? Raf, in una canzone, si chiedeva: «...Cosa resterà di questi anni ’80!». Io mi chiedo: cosa resterà, nella memoria, di questi anni in cui la fotografia – quel genere di fotografia – è stata annientata da assurde leggi sulla privacy, e da un’assenza assoluta di committenza, sempre più orientata verso il “concettuale”, verso il prodotto da galleria che vende ma che spesso non racconta. Resterà poco, e frammentato. È impossibile autoprodurre una mole di lavoro di quella portata per quei pochi che ancora portano avanti quel tipo di fotografia. In futuro, mi chiedo quale sarà la memoria. ...Cosa resterà di questi anni?”

È il testo condiviso che è stato scritto e postato in questi giorni su FB dall’amico Fotografo (con la F maiuscola) Giuseppe Gerbasi.
Un post che dovrebbe indurre almeno molti di noi, che abbiamo visto più primavere, a fare delle riflessioni e delle attente considerazioni sull’oggi, oltre che sul futuro degli abitanti del mondo che temporalmente ospita.
La cultura latita.
La poca che si intravede - e che a stento sopravvive, a prescindere dalle ideologie variegate - riesce ad avere pochi spazi, mentre la pochezza e il banale riescono ad esprimersi tronfi.
Nemmeno quanto accade nel panorama politico promette bene.
Una spregiudicatezza etica e morale diffusa, associata a una disarmante mediocrità dei soggetti preposti a coprire i vari ruoli ne costituiscono esempio. In molti casi sempre costituiti da personaggi forgiati come ex portaborse ma che, diversamente dal passato, per tanti motivi risulttano oggi privi di talento.
Tutto questo, come detto, non fa ben sperare.
Anche perchè chi potrebbe ancora orientare per raddrizzare la barra verso un cambiamento di rotta viene vissuto come ostacolo (il Grillo di Pinocchio) e, se avanti negli anni poi, senza alcun esame di merito, viene pure deriso e oscurato dai media come fosse un "coglione".
Il tutto al sempice scopo di “non distrarre" l'occasionale preposto (senza avventurarsi sul genere) che periodicaente viene cooptato per far da guidatore nel governo degli interessi di parte del momento.
Per riprendere quanto già citato in una illuminante metafora sui piccioni, richiamata nel commento a un recente articolo, si può ben affermare che sono ormai tanti, troppi, i figuri impettiti che svolazzano nelle scacchiere del nostro quotidiano; costituenti ormai nugoli di piccioni appesantiti, che per opulenze lascive spesso non sanno neanche volare, ma che scacazzano ovunque, organizzati in lobby e partiti.
Sentendosi, da impuniti, i padroni incontrastati del territorio, "legalmente" occupato con destrezza; tacitando, con il controllo indiretto dei media, possibili vere opposizioni o altri controllori istituzionali costantemente marchiati come inadeguati, di parte e mai imparziali.
Il post dell’amico Giuseppe, che rappresenta un epitaffio perfetto per la fotografia d’un tempo, può essere assunto oggi per profetizzare un futuro prossimo. Applicabile a ogni risvolto di vita sociale.
In questo caso, come considerazione sulle prospettive dell’avvenire prossimo, più che il famoso brano della canzone i RAF occorrerà convincersi con un: “POVERI NOI e coloro che veranno le prossime albe".

Buona luce a tutti!

© Essec

mercoledì 13 agosto 2025

Sinonimi & negazionismo: vari spunti per scelte consapevoli



Wikipedia indica il negazionismo come “una corrente pseudostorica e pseudoscientifica del revisionismo che consiste in un atteggiamento storico-politico che, a fini ideologici e politici, nega contro ogni evidenza l'accadimento di fenomeni storici accertati, ad esempio guerre, genocidi, pulizie etniche o crimini contro l'umanità.”
Per quanto possa valere, voler ricercare ancora un contraddittorio con il “piccione” citato nell’aneddoto dell’amica Raffaella (commento), ispirato dall’articolo sui cretini.
In tempi di avanzamento dilagante dello sciatto “trampismo”, della profonda crisi del pensiero liberale, delle confusioni nelle ideologie socialiste e di opportunismi centristi, un invito a leggere la serie di sinonimi sotto elencati – e si avrà tempo - prima di andare a riconfermare la propria ultima scelta di voto o, peggio, perpetuare l’assurda opzione astensionista, convinti che sia il risultato di una cosciente analisi politica.

Ipocrita: falso, bugiardo, impostore, insincero, menzognero, dissimulatore, simulatore, infido, conformista, perbenista, convenzionalista, fariseo, filisteo.
Incivile: barbaro, selvaggio, arretrato, primitivo.
Cinico: indifferente, freddo, sprezzante, scettico, impassibile, impudente.
Scorretto: sbagliato, inesatto, impreciso, errato, improprio, sconveniente, maleducato, irrispettoso, indiscreto, scortese, sgarbato, indelicato, incivile, grossolano, cafone, villano, disdicevole, disonesto, falso, sleale, immorale, licenzioso.
Disonesto: criminale, malavitoso, ingiusto, scorretto, sleale, malvagio, perfido, iniquo, canaglia, delinquente, farabutto, furfante, imbroglione, malfattore, malvivente, mascalzone, truffaldino, truffatore, ladro, profittatore.
Imbroglione: disonesto, impostore, truffatore, frodatore, avventuriero, briccone, lestofante.
Falso: bugiardo, ingannatore, commediante, ipocrita, simulatore, fraudolento, inattendibile, infondato, illusorio, ingannevole, non vero, finto, fasullo, contraffatto, falsificato, copiato, imitato, adulterato, sbagliato, errato, inesatto, erroneo, ipocrita, simulato, falsità, falsificazione, bugia, finzione, inganno, imbroglio, menzogna, frode, simulazione, copia, imitazione, contraffazione.
Prepotente: arrogante, autoritario, forte, violento, aggressivo, tirannico, dispotico, incontenibile, irresistibile, urgente, impellente, imperioso, ossessionante, sopraffattore, tiranno, despota, oppressore, dittatore, bruto, autocrate.
Fanatico: settario, fazioso, partigiano, esaltato, invasato, fissato, maniaco, appassionato, entusiasta, sostenitore, tifoso, esagitato, esasperato, eccitato, accanito, delirante, ammiratore.
Eretico: eterodosso, ateo, miscredente, infedele, blasfemo, sacrilego, bestemmiatore, profanatore, contestatore, dissidente, critico, ereticale.
Oscurantista: passatista, reazionario, conservatore, retrivo.
Dittatore: tiranno, despota, autocrate, autoritario, prevaricatore, usurpatore, soverchiatore, prepotente Subdolo: falso, sleale, ipocrita, ingannatore, viscido, doppio, ambiguo, equivoco, infido.
Mafioso: malavitoso, criminale, prepotente, arrogante, prevaricatore, aderente alla mafia, membro di una cosca.
Pezzi di merda: frammenti, scheggie, ritagli, scampoli, resti, avanzi, brandelli, cocci, morso, bocconi, tozzi, esemplari, passi, passaggi, escrementi animali.
Politici: arte del governo, scienza del governo, pratica del governo, pratica dell'amministrazione statale, affari pubblici, ragion di stato, metodo, sistema, approccio, procedimento, abilità, furbizia, astuzia, prudenza, accortezza, avvedutezza, elezioni politiche.
Potere: essere capace, essere in grado, avere la forza, avere la capacità, disporre dei mezzi, disporre della facoltà, reggere, sopportare, avere l'autorizzazione, avere il permesso, essere possibile, essere probabile, essere permesso, essere consentito, essere legale, essere lecito.

Buona luce a tutti!

© Essec

sabato 9 agosto 2025

Destra e Sinistra ..... chi ne ha voglia rifletta su peculiarità e differenze



Un sagace articolo datato di Walter Donegà, pubblicato nell’ottobre 2016, intitolato “Dona 7, 9, 10 euro al mese. Una forma riprovevole di pubblicità”, affrontava la questione in modo pungente.
L’autore riportava: “Ultimamente in televisione c’è una e vera e propria corsa alle raccolte fondi. Dona 7 euro al mese rilanciato da 9 euro al mese fino ai 10 euro al mese. In soldoni si tratta di vere e proprie donazioni in abbonamento, si sa quando si inizia ma non quando si finisce. Le associazioni che pubblicizzano queste campagne in TV sono numerose: Save The Children, Telethon, Sightsavers, eccetera eccetera.”
Aggiungeva: “Il format dello spot è praticamente uguale per tutti, dalle immagini al testo. Viene mostrato un bambino in condizioni precarie e una voce gioca sull’emozionalità dello spettatore invitandolo a donare 9 euro al mese.” Continuando precisava: “Io credo (o meglio voglio credere) che la maggior parte di queste associazioni sia animato da un vero spirito umanitario ma sono molte le domande che mi pongo.”
Per completezza invito a leggere l’intero testo proposto dal trentino Donegà, stabilmente inserito nel suo sito web che tra l’altro dice anche: “Sono stanco di essere visto come un limone da spremere e sono stanco di dovermi sentire in colpa per non cadere nel tranello della colpevolizzazione emozionale mediatica.”

La verità, quella vera, è che viviamo senza alcun dubbio in una società malata.
La confusione regna sovrana e richieste e proposte di solidrietà sociali sono oggi canalizzate e accomunate alle tante formule pubblicitarie consumistiche.
Per non parlare del fatto che queste tipologie di spot anticipano o seguono notiziari o talk che parlano di guerre, di morti di fame, di terzo mondi e di tante ingiustizie che porterebbero a domandarsi (come fa Donegà): “Ma poi in Tv oltre allo spot del povero Keyembe, passa lo spot del bambino italiano povero che non ha soldi per permettersi i giochi come quelli di mio figlio. Allora sarebbe giusto aiutare anche loro…e via così in un tunnel senza fine. Se cominci con uno per coerenza devi continuare.”

Personalmente anche io ebbi a scrivere del fenomeno nel 2018, soffermandomi particolarmente sulle donazioni ad associazioni e fondazioni varie (Finanziamenti alla politica “ancora poco trasparenti”. Con donazioni anonime ai singoli candidati tramite fondazioni).

Premesso, a scanso di equivoci ed evitando ogni qualunquismo, che le campagne di raccolta nascono quasi certamente da intenti benefici nobili e non c’è dubbio che denuncino in modo palese questioni serie, ci sono aspetti generali, inerenti all’etica (per gli aspetti denunciati da Donegà), alla politica e alla gestione delle risorse pubbliche.
Non ultimo, per il fatto che ovunque le tasse e le imposte costituiscono obblighi necessari e fondamentali in uno stato di diritto, atti a garantire l’assetto sociale di ogni comunità nei suoi variegati aspetti. Tra cui anche quelli necessari per assicurare quelle garanzie assistenziali/sanitarie reclamizzate negli spot.

E qui il tema diventa una questione di pura politica, perché entrano in gioco tanti aspetti.
Subentrano, ad esempio, il principio delle tassazioni progressive e quello della sana amministrazione volta anche alla distribuzione equa e proporzionale della ricchezza (ovviamente in rapporto a ruoli e competenze) che dovrebbero costituire i cardini base per qual si voglia tipologia di politica attuata.
A questo punto, il paradosso reale che affiora è forse l’ipocrisia diffusa nelle pseudo democrazie improntate su assetti burocratici oligarchici sempre più complessi, gradualmente corrotti, che mantengono discriminazioni e privilegi sociali spesso senza specifici meriti, se non discendenze o appartemenze a ceti.
Ne viene che la creazione e il mantenimento di paradisi fiscali, multinazionali e trust legalizzati, regole tributarie non trasparenti e una giustizia inefficiente, generano discriminanti di casta che rendono impraticabili efficienze amministrative e garanzie sulle necessità primarie universali.
Un’architettura sociale di neo feudalesimo vede così aggiungere ogni giorno anche pletore di congreghe fideistiche che costituiscono blocchi parassitari, magari esenti o con bonus rispetto ai doveri sociali rispetto ai comuni assoggettamenti ad obbligi e imposte.

Ed in questo s'insinuano anche potentati occulti. Ad esempio? Chi paga gli stipendi ai preti in Italia? Ovvero, Quanto grava annualmente la Chiesa Cattolica sul bilancio della spesa pubblica? Secondo uno studio dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR), la cifra ammonterebbe addirittura a sette miliardi di euro l’anno. Inoltre, tornando al mondo laico, da una recente rilevazione del Corriere della Sera si apprende che più della metà dei connazionali non paga tasse e non contribuisce a sostenere i servizi di un Paese dove gli interessi sul debito superano le spese per la scuola. Mentre intanto la politica continua a dare bonus per cercare consensi.

Come si può ben intuire e, in verità, sono tantissime le patologie sociali non affrontate in questo scritto su cui si potrebbe ampiamente disquisire. Che si manifestano subdole con metastasi invasive o veleni insapori e inodori che determinano lente assuefazioni passive in tutti noi esseri intelligenti ormai "intronati".

Di certo in questa torre di Babele di furbetti e d'ingiustizie dove, ad esempio a Milano, basta una Scia per aggirare regole edilizie e trasformare un edificio di due piani in grattacielo, forse non sono gli spot che perseguono "beneficenze in abbonamento" e "lasciti" il nucleo principale delle questioni.

In pochi sembrano ricordarsi - o vogliono ricordare agli altri - che l'esercizio del voto potrebbe ancora rivelarsi un'arma attiva per rimettere nella giusta rotta una navigazione chiaramente sbagliata.
Del resto si può veleggiare di bolina, poppa, o traverso, seguendo le tre principali andature della vela. Sostengono i marinai esperti che un'imbarcazione non può andare contro vento ma adeguarsi allo stato delle cose e, quando vuole risalire il vento, deve procede per bordi, creando un angolo con la direzione dello stesso vento. L'astenzionismo è un lusso o anche segno di stupidità ..... ma non giustifica poi i lamenti.

Buona luce a tutti!

© Essec

giovedì 7 agosto 2025

La vignetta posta in testa all'articolo, l'ho appena ricevuta e la ripropongo, perchè mi sempbra abbastanza adatta al caso.



Sono una infinità le frasi celebri che, come i proverbi, oltre alla ilarità spesso inducono a ripensamenti sui significati sottesi. Tra le tante si trovano molti aforismi sui cretini, che hanno costituito trastulli per gli intellettuali e i letterati più sottili.
L’attualità pone di questi tempi tanti paradossi che si associano moltissimo a molte frasi dedicate.
Ognuno potrà immaginare così tanti parallelismi anche con molti soggetti “scappati di casa” e non che si ritrovano occasionalmente a ricoprire, ahinoi, incarichi sociali o cariche pubbliche anche di tipo politico.
Di seguito ne propongo alcune e indico il link da cui li ho attinti per sollecitare chi legge a continuare da sé il gioco, che tristemente poi tanto gioco non è nel panorama che ci circonda e che, indifferentemente da ideologie e modi di pensare piò o meno liberi, ci condiziona.  

“È ormai difficile incontrare un cretino che non sia intelligente e un intelligente che non sia un cretino. [...] e dunque una certa malinconia, un certo rimpianto, tutte le volte ci assalgono che ci imbattiamo in cretini adulterati, sofisticati. Oh i bei cretini di una volta! Genuini, integrali. Come il pane di casa. Come l'olio e il vino dei contadini.” (Leonardo Sciascia)  

“Non discutere mai con un idiota: la gente potrebbe non notare la differenza.” (Arthur Bloch)  

“Di fronte agli sciocchi e agli imbecilli esiste un modo solo per rivelare la propria intelligenza: quello di non parlare con loro.” (Arthur Schopenhauer)  

“Non c'è niente di più umiliante di vedersi parare un rigore da un portiere così cretino da non capire la finta.” (Giuseppe Meazza)  

“Se riesci a stare per più di due minuti in compagnia di un cretino, sei un cretino anche tu.” (Mino Maccari)  

"I cretini sono sempre più ingegnosi delle precauzioni che si prendono per impedirgli di nuocere.”  (Arthur Bloch)  

“Un autentico cretino, difficile a trovarsi in questi tempi in cui i cretini si camuffano da intelligenti.” (Andrea Camilleri)  

“L'attività del cretino è molto più dannosa dell'ozio dell'intelligente.” (Mino Maccari)  

“Purtroppo, anche i cretini hanno un'opinione.” (Silvia.Cervellati)  

Come accennato prima, si può continuare a leggerne per cercarne altre altrettanto ironiche o vicine ai propri gusti digitando il link https://www.frasicelebri.it/argomento/cretini/

In relazione al tema non può non trascurarsi quanto è rappresentato da tantissimi personaggi politici che, a prescindere dall’impegno profuso, vuoi per inadeguatezza o vuoi per incapacità intrinseca, si ergono a improvvisare ruoli inadatti per le occasionali cariche ricoperte. La parola chiave è: “Burnout”, termine al quale Angelo Canaletti ha dedicato un interessante scritto.
Citando dall’articolo pubblicato su Skilla, Burnout significa, letteralmente, bruciarsi.
Nel maggio 2019, il burnout è stato inserito nella lista della Classificazione internazionale delle sindromi di natura fisica o psichica elaborata dall’OMS, con queste parole: “il burnout è una sindrome concettualizzata come risultante dello stress cronico sul posto di lavoro che non è stato gestito con successo”.
Si legge pure che “Lo stress da lavoro, anche detto lavoro-correlato, è una condizione piuttosto comune oggigiorno. Riguarda lavoratori e lavoratrici che hanno a che fare con grandi carichi di lavoro, responsività, super efficienza. In altri termini, consiste nel dover fare tutto al meglio, sempre, in ogni condizione determinata dalle caratteristiche della mansione e dall’organizzazione di appartenenza.”
Inoltre, per la precisione: “è bene sapere che lo stress lavoro-correlato e il burnout non sono malattie professionali e non vengono quindi riconosciute dall’Inail come tali.”

Mi direte che sarò un po’ fissato. Non so per voi, ma associando gli aforismi citati in premessa alle situazioni legate a quando non si riesce a reggere la tensione ricoprendo e svolgendo incarichi superiori a proprie capacità, immagino l’attuale stato nevrotico della compagine di governo a tutto tondo, dal Primo Ministro agli esponenti dei vari dicasteri.
La vignetta posta in testa all'articolo, l'ho appena ricevuta e la ripropongo, perchè mi sempbra abbastanza adatta al caso.

Buona luce a tutti!

© Essec

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)