Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).
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mercoledì 5 novembre 2025
"Reportage emozionale" di Cristina Corsi e Antonio Lorenzini
Cristina Corsi e Antonio Lorenzini, rispettivamente di Montevarchi e Siena, riescono a fare una fotografia, a quattro mani dicono loro, ma in verità con una sola mente.
Per chiarire, la loro mente costituisce l’assemblaggio naturale di due cervelli che ormai vedono con un ampio occhio panoramico, del tipo di quelle telecamere che riescono a racchiudere un raggio di 360 gradi, che possono vedere però anche gli angoli bui e gli interni nascosti.
Basta ascoltare i racconti dei loro portfolio, quando oltrepassano le sinossi sintetiche scritte per i lettori, per scoprire le complessità nei loro lavori.
Empatia, studio, sensibilità, partecipazione, sono elementi sempre presenti che costituiscono delle costanti, che accompagnano il loro modo di fotografare.
Il loro fare fotografia, seppur nato seguendo dei canoni classici, ben presto per entrambi si è trasformato in un metodo originale di scrittura visiva.
Dietro ogni immagine c’è la cattura dell’attimo fuggente del personaggio che loro vengono a raccontare; attuando un approccio delicato, sempre lieve, leggero, mai invadente, che rende immediatamente partecipe l’osservatore che si approccia a leggerne la narrazione.
Maggiormente efficace risulta la loro metodologia se applicata al mondo delle malattie invalidanti, rare, che loro prediligono trattare. Vissute come impegno sociale e desiderio costante di ricerche intimistiche.
Con Antonio ci siamo conosciuti attraverso la rete, seguendo una lettura di un suo portfolio in un concorso organizzato dalla Fiaf. Chi ne avrà voglia potrà anche leggere dei miei post che hanno riguardato alcuni lavori, realizzati da solo o con Cristina.
Lo scorso lunedì, Cristina e Antonio, ospiti del gruppo “We Love PH” di Lucca, hanno proposto "Reportage emozionale", illustrando quattro loro portfolio fotografici, accompagnandoli con i relativi racconti di backstage e rispondendo agli interventi del pubblico coinvolto.
Ho avuto modo di recuperare la visione attraverso la registrazione privata fatta dagli organizzatori dell’incontro e, senza alcuna retorica, devo dire che ne valeva la pena.
Per chiudere segnalo che Cristina e Antonio si rendono disponibili a ripetere l’iniziativa anche in altri ambienti. Basterà contattarli per concordare i termini per l’eventuale incontro.
Buona luce a tutti!
© Essec
domenica 23 gennaio 2022
"ANNA, EQUILIBRIO INSTABILE" di Cristina Corsi e Antonio Lorenzini
Chattando ieri con Antonio per parlare dei suoi futuri impegni, alla fine lui mi ha chiesto …. “a proposito, che ne pensi del lavoro su Anna? Ti andrebbe di scrivere qualcosa?”
Oggi ci provo.
Venire a parlare di un lavoro ampiamente illustrato da tanti altri commentatori e che ha già avuto importanti riconoscimenti da esperti chiamati a leggere questo portfolio non è facile.
Il rischio è sempre quello di risultare ridondante nel ripetere parole/considerazioni già dette e di non aggiungere, quindi, nulla di nuovo.
La recensione di Serena Marchionni e Daniele Cinciripini, riportata, a commento delle foto, nel numero di Fotoit “12-01” dice tutto e illustra in modo esaustivo il portfolio premiato.
Le esposizioni dei due fotografi nel corso della presentazione del lavoro durante la serata streaming Fiaf dello scorso 16 dicembre, gli ulteriori commenti dei predetti autori del cennato articolo di Fotoit e quello di Chiara Innocenti hanno poi aggiunto altre osservazioni e forse l’argomento potrebbe chiudersi qui. Ma qualcosa in più può essere detta? Forse per definire meglio i profili dei due autori.
In verità su Cristina e Antonio avevo avuto modo di scrivere per un altro loro lavoro realizzato, volto a raccontare quanto girava attorno a un mulino dell’aretino (“L’oro del mulino”).
Un portfolio assai diverso da questo proposto ora, che evidenziava però un’indubbia e consolidata intesa fra due bravi fotoamatori, impegnati anche allora a osservare con attenzione i contesti, per raccogliere indizi secondo punti differenti, necessari ad arricchire le scelte nell’editing narrativo.
Anche se sono entrambi impegnati da tempo nel parlare del patologico sociale e, quindi, avvezzi a leggere realtà spesso difficili da rappresentare attraverso singoli scatti, tutti e due amano avventurarsi anche in altre tematiche.
Le loro produzioni, editate sempre in bianco e nero, non disdegnano infatti la ricerca di argomenti sempre nuovi e fra i più diversificati, nonché sperimentare il loro editing visivo con nuove proposte.
Al riguardo, non secondario appare la considerazione di come la classificazione al secondo posto, fra i ventidue portfolio selezionati durante le varie letture del circuito Prix Italia Fujifilm 2021, dimostra con il loro lavoro che la fotografia di reportage, quando è ben realizzata, riesce a sviluppare felicemente tematiche complesse, come nel racconto rappresentato su Anna.
Nel loro caso, la fotografia documentale è però solo una parte del prodotto.
Le sensibilità, l’intesa e la complicità dei due amici fotografi costituisce, infatti, quel valore aggiunto che riesce sempre a cogliere oltre l’apparente l’assenza/presenza che c’è anche nel quotidiano della storia raccontata.
Le loro fotografie, in qualche modo, coi decisi primi piani e i particolari tagli, sembrano collegate a un unico filo che accomuna e riesce quasi a dare la parola alla protagonista.
Concentrandosi nell’osservare con attenzione le immagini, scorrendole, nel guardare e riguardarle, si potrebbe perfino avere la sensazione di coglierne la voce.
Ecco, per concludere, sembra quasi che con il loro reportage fotografico Cristina e Antonio siano proprio riusciti a dare un suono agli sguardi che, attraverso i singoli fotogrammi, consentono ad Anna di parlarci con gli occhi; a far cioè percepire a noi, con il livello di sensibilità di cui ognuno dispone, la flebile voce che è possibile ascoltare, anche solo immaginandola.
Buona luce a tutti!
© ESSEC
martedì 15 giugno 2021
"Nient'altro che il cuore" (galleggiando sul Lago Trasimeno) di Antonio Lorenzini
Dei lavori che mi ha a suo tempo trasmesso Antonio, al fine di conoscere un mio punto di vista, me ne era rimasto sospeso uno. Il titolo attribuito al portfolio era: “Nient'altro che il cuore" al quale ho aggiunto io (galleggiando sul Lago Trasimeno).
Rappresenta uno di quei lavori, che per la loro tipologia a me risultano complessi e nebulosi. Di quelle proposte che sono molto chiare ed evidenti all’autore, per quanto vorrebbe palesare, ma non lo stesso potrà spesso risultare in chi le osserva.
A mio parere, infatti, è uno di quei racconti accennati, tracciati per grandi linee, che lasciano intravvedere scorci di travagli interiori, complessi insiti in chi propone.
Le scelte estetiche, come spesso accade anche per altri autori del genere - e anche in questo caso - appaiono velate, accennate, allusive, grigie, oniriche in un dormiveglia confuso.
Leggerne il racconto è come assumere un ruolo in psicanalisi, per cercare di discernere le volontà esplicite e inconsce che si mescolano in una voglia di dire e non dire.
Come se l’autore, steso nel suo lettino, proiettasse delle immagini di se: costruendoci un suo portfolio fotografico.
Difficile e delicata risulta, quindi, ogni osservazione che volesse andare oltre il dovuto, perché si potrebbe anche rischiare di sfiorare fili elettrici non adeguatamente isolati, rimasti ancora scoperti.
Ciò, anche se il sospetto è che il fotografo volesse indurre qualcuno ad entrare nella sua costruzione, per aiutare a fare ordine, nel disordine introspettivo, a cui è peraltro – e da tempo – abituato.
Qualunque lettura improntata alla prudenza potrà in ogni caso tornare utile, in quanto risulterebbe di per sé gratificante, anche per la semplice attenzione prestata alla narrazione. Non occorre dilungarsi oltre sui significati della specifica operazione proposta che, senz’alcun dubbio, utilizza canoni comunicativi che per molti aspetti appaiono abbastanza simbolici ed eloquenti.
Di certo questo è un ambito che si muove nel campo della fotografia terapeutica e occorre saper valutare e soppesare l'uso dei giusti termini in questi casi. Del resto le forme terapeutiche sono molto più comuni di quanto si pensi in ogni manifestazione creativa dell'individuo, più o meno evidenti a seconda del mezzo espressivo usato.
Il lavoro di Antonio di per sé risulta, a mio modo di vedere, abbastanza armonioso nella successione delle immagini e nelle gradazioni di grigi, sfocati e mossi. La sua storia adombra eventi, personaggi, esperienze miscelate in nebbie senza tempo.
Ancora una volta, con la sua fotografia, Lorenzini è riuscito a esprimere molto bene le sue impressioni e sensazioni, che mantiene proprie come tracce nel vivere certi suoi momenti.
La forza comunicativa dell’arte, anche fotografica, sta anche in questo. Ciascuno potrà poi cogliere gli elementi secondo le proprie attitudini e, in ogni caso, leggerà come meglio sarà portato a credere.
Buona luce a tutti!
© ESSEC
domenica 28 febbraio 2021
“L'oro del mulino”- Un porfolio di Cristina Corsi e Antonio Lorenzini
Quando ti ritrovi un lavoro fotografico completo, corredato pure da una sinossi che descrive perfettamente i luoghi e la storia di un racconto, ti resterebbe solo di prendere atto del prodotto e fare, se del caso, i complimenti agli autori.
Si, perché in questo caso, nel portfolio realizzato, a Cristina si è affiancato Antonio nell'idea e il loro lavoro realizzato a quattro mani ha fuso due racconti in maniera sinergica.
L’intento si è però anche arricchito, col trascorrere del tempo, di un ulteriore contenuto rispetto a quando sono state realizzate le foto, perchè testimonia di una realtà che si è intanto trasformata.
Essendo venuto a mancare il vecchio titolare del mulino e per gli ovvi vari mutamenti intervenuti nella proprietà e gestione dell’impianto, le fotografie hanno assunto oggi quella che è la funzione principale dell’opera: quella documentale, che congela persone e cose per tramandare il tutto alla memoria.
La collaborazione collaudata fra i due autori, peraltro e nel caso, costituisce un elemento in più che arricchisce il prodotto.
Nel fornire un risultato che è frutto di scatti operati da angoli visivi differenti e, quindi, da diverse metodologie e differenti letture culturali, l’esito testimonia anche di quanto può tornare utile – specie in questi casi – il lavorare in coppia; purchè si sia già affiatati, ovviamente.
Chi pratica assiduamente la fotografia e con passione, ha già avuto modo di collaudare quanto sia più proficuo non lavorare soli molte volte.
L’importanza che ciascuno dei fotografi (due in questo caso) ha nel supportare e aiutare la naturalezza dell’azione, coinvolgendo anche gli attori nel racconto con lo svolgimento della loro piccola storia è fondamentale. Come in questo caso, per catturare, alternandosi, pose e scene che quelli creano istintivamente durante la loro azione.
In questo lavoro si ritrovano le immagini del padre con figlio e loro due nelle singole azioni, ma mai ritratti in atteggiamenti di posa bensì inseriti nel contesto che Cristina e Lorenzo hanno così ben narrato.
Se dovessi aggiungere una mia personale considerazione, aggiungerei che questa è una dimostrazione della formula ideale per rappresentare una realtà che si compone di tanti elementi, per poterla anche esporre in modo sfaccettato e completo.
Nel caso in esame ci sono, infatti: la struttura architettonica del mulino, il suo funzionamento, i suoi intriganti marchingegni meccanici, l’attività umana, la presentazione di quanto viene li prodotto. Insomma, potremmo dire, senza tema di smentite e per il genere fotografico in esame, che questo loro lavoro fotografico potrebbe rappresentare un’apoteosi di un certo modo di fare fotografia.
In un mondo vanesio come spesso appare quello della fotografia, in questo caso è evidente l’amalgama di due io, che hanno generato un prodotto accomunato. Ha poi poca importanza da chi è nata l’idea, quello che conta è solo il risultato che, equamente e secondo le sensibilità di ciascuno, si è infine andato a realizzare. Complimenti a entrambi.
Buona luce a tutti!
© ESSEC
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N.B. Per una migliore visione delle immagini che costituiscono il portfolio, basta cliccarci sopra.
La sinossi del Portfolio scritta dai due autori:
"L’oro del mulino"
C’è un luogo alle pendici del Pratomagno, in provincia di Arezzo, dove l’acqua del torrente Ciuffenna scava il suo cammino da secoli e si fa strada tra le turbine di un vecchio mulino a Loro Ciuffenna. Da secoli lì si consumano le giornate dei mugnai e le loro storie. Oggi vi si avvicendano due generazioni. Padre e figlio che portano avanti, fuori dal tempo, un mestiere di fatica, sacrificio e attenzione. Ad un passo da lì il tempo va aventi frenetico, ma basta scendere nel vecchio mulino per scordare in quale secolo siamo, inebriati dal profumo della farina e dal suono dello scorrere dell’acqua che con la forza che gli è propria danno sussistenza ad un paese che riconosce nel mulino la sua anima immortale.
Cenni storici
Il mulino di Loro Ciuffenna (Arezzo) è il più antico mulino ad acqua della Toscana tutt’ora funzionante. Costruito intorno all’anno mille ai margini di un orrido sul torrente Ciuffenna. E’ composto da 3 macine in pietra attivate da un albero centrale (ritrecine) su la cui estremità si trovano le pale che ne consentono il movimento sfruttando lo scorrere impetuoso dell’acqua. Le tre macine servono per il grano, per il granturco e per le castagne.
Autori
Cristina Corsi e Antonio Lorenzini sono uniti dalla passione per la fotografia. Prediligono il “linguaggio” del bianco e nero che utilizzano per raccontare scene di vita quotidiana attraverso le loro emozioni che si fondono nella caratteristica del loro essere e del porsi di fronte alla vita. Spesso i loro soggetti si trasformano in personaggi onirici che ci parlano del loro vivere con delicatezza e potenza espressiva. Sono attratti da luoghi che conducono indietro nel tempo nonostante la loro attualità. Nel reportage trovano la massima espressione della semplicità e della verità.
venerdì 25 dicembre 2020
“Un giorno normale, un giorno speciale” di Antonio Lorenzini
Quaranta anni fa la Legge Basaglia ha determinato la chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici in Italia, ma con ciò non è che sono come d'incanto scomparsi gli affetti di malattie mentali.
Di certo le condizioni precedenti di quei poco fortunati in moltissimi casi, senza esagerazione, erano prossime allo stato carcerario e le produzioni di vari fotografi hanno spesso documentato anche la scarsa salubrità delle strutture e lo stato igienico di molti dei manicomi italiani.
In occasione del quarantennale dall’introduzione della Legge Basaglia in Italia sono state
diverse le mostre celebrative realizzate. Fra queste, di quella allestita a Palermo, curata da Helga Marsala, si è raccontato nell’articolo
intitolato "Anche a Palermo si celebra Franco Basaglia".
Nei giorni scorsi Antonio Lorenzini, appassionato fotoamatore e da tempo impegnato nel sociale, mi ha trasmesso un suo ennesimo portfolio, anche questa volta complesso, che affronta un aspetto specifico riguardo all’articolato argomento in questione, fornendo anche imputs per capire la storia raccontata.
Occorre dire che oggigiorno i pazienti, se non mantenuti all’interno delle loro famiglie, vengono accolti in strutture sanitarie.
Le malattie mentali sono appunto situazioni molto complesse che, specialmente se collegate a contesti familiari per vari aspetti difficili, nella maggior parte dei casi determinano da subito un sostanziale abbandono dei malati nelle comunità che li ospitano.
Ma la realtà insegna che non tutte i disturbi mentali sono uguali, per intensità o patologie, e non sempre necessitano di soluzioni estreme. Anzi, talvolta – se saputi adeguatamente gestire, curare o assecondare – possono coabitare col normale quotidiano e magari sprigionare potenzialità creative che meriterebbero rispetto e valorizzazione. Tanti gli esempi nel passato e i più noti potrebbero essere diversi: da Van Gogh a Munch o Ligabue in pittura; Baudelaire, Virginia Woolf o Hemingway in letteratura; altri ancora nelle molteplici discipline e non necessariamente legate all’arte o alle sole lettere.
Francesco Petrarca, vissuto nel 1300, scriveva già al suo tempo in modo categorico che “non esiste alcun ingegno se non mescolato alla pazzia.”
Venendo alle ventidue fotografie proposte da Antonio, queste documentano un aspetto particolare della gestione di soggetti affetti da patologie neurologiche.
Nello specifico le immagini selezionate si riferiscono a un gruppo di sei malati ex psichiatrici (cinque uomini e una donna) ai quali è ciclicamente concessa, una volta al mese e per due giorni consecutivi, la possibilità di vivere una sorta di convivenza autogestita, come se fossero in gita; nel senso che viene concessa ai sei l’opportunità di sperimentare una vita di gruppo quasi autonoma (anche se nella intera durata, rimangono costantemente assistiti da personale specializzato del loro centro di cura). Durante il breve periodo, a detta dell'autore, i rapporti nel gruppo non determinano alcuna gerarchia, bensì creano e consolidano una collaborazione granitica fra i sei soggetti, con una pressochè automatica distribuzione dei compiti.
Dopo questa necessaria premessa veniamo a parlare specificatamente delle foto del portfolio intitolato “Un giorno normale, un giorno speciale”.
Il testo che lo accompagna racconta: “Un gruppo di ex psichiatrici si ritrova mensilmente all’interno di una casa che diventa ‘famiglia’ per due giorni e dove tutto diventa ‘straordinaria quotidianità’ fino a ritornare ‘controllo e solitudine’”. Dopo il breve periodo, infatti, i soggetti rientrano nella loro normalità che si svolge nel centro di cura che li accoglie.
Personalmente, quando ho impattato con le fotografie, non avendo mai avuto opportunità di assistere ad esperienze del genere, il mio pensiero è subito andato al film diretto da Milos Forman nel 1975 e tratto dall’omonimo romanzo intitolato “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Ken Kesey, dove un meraviglioso Jack Nicholson generava una temporanea evasione del gruppo col bus della clinica.
A differenza della temporanea fuga rappresentata nelle scene del film, le foto che compongono il lavoro di Antonio descrivono la storia di un accadimento reale e razionalmente programmato.
L’inizio della narrazione fotografica comincia con l’immagine che ritrae un componente del gruppo che s’intrattiene alla finestra nell'attesa che arrivi il mezzo che li trasporterà alla nuova residenza.
In verità la prima tappa sarà una sosta al bar del supermercato per far colazione e poi procedere ai necessari acquisti per il pranzo conviviale. Con la monetina si sgancia il carrello per la spesa e via.
Lungo le corsie l’unica donna fra i sei si sofferma davanti ai pupazzetti di pelouche con uno sguardo sognante, che lascia intendere tante cose. Al termine degli acquisti ognuno ha il suo sacchetto della spesa.
La tappa successiva è nell'interno chiuso della nuova casa, dove ciascuno tira fuori dal sacchetto ciò che ha probabilmente scelto e che condividerà col gruppo.
Ciascuno ha un compito nel preparare il pranzo collettivo e, dopo aver consumato, si provvederà infine a lavare i piatti con gli assistenti che daranno una mano.
Nel pomeriggio ognuno dei sei si dedica ai propri interessi, chi legge e chi discute magari degli accadimenti al supermercato o d’altro, chi si isola ripendando ai momenti, solo chi si trovasse lì potrebbe saperlo.
In vista della notte ciascuno prepara il proprio letto, per dormire il suo sonno e sognare nel suo mondo libero.
E' già domani e finisce la gita. Si valica la porta, c'è chi scende le scale a piedi e chi prende l'ascensore in compagnia e in breve ci si riprova sulla strada ad attendere il pulmino che riporterà tutti quanti alla residenza principale.
La sequenza delle fotografie costruita da Lorenzini costituisce un racconto completo di una giornata speciale che la naturalezza rappresentata sembrerebbe però negare, presentandola come semplice vivere quotidiano.
L'accurata scelta delle foto può essere letta come dei fotogrammi di un film che documentano in modo delicato i momenti di una normale e ordinaria gita fuori porta che può fare un gruppo di amici qualsiasi, anche se avanti nell’età.
Dal punto di vista sanitario il prodotto sapientemente confezionato testimonia un plauso sulla cura assicurata agli assistiti da quel centro, dove un gruppo - e forse non solamente quello - certamente ogni mese conta fiducioso sull’arrivo della giornata premio tanto attesa che li aiuta a vivere; il tutto con la stessa tenerezza e attenzione che si usa con i bambini.
Buona luce a tutti!
© Essec
giovedì 10 dicembre 2020
ASSENZA
Fra i lavori di portfolio fotografico ce ne sono alcuni che apparentemente appaiono semplici ma che, specie per gli argomenti che trattano, in verità necessitano d’essere un po’ lasciati a sedimentare, per cercare di scrivere sugli stessi qualcosa di diverso, attraverso una più attenta visione delle immagini, che sappia leggere un po’ fra le righe della storia.
Antonio Lorenzini, che di recente ha potuto incassare un assai prestigioso riconoscimento pubblico a Corigliano Calabro, con il suo lavoro dedicato a “Timmy”, eccelle nei suoi portfolio che trattano aspetti sociali.
Tempo addietro ha voluto inviarmi alcune sue raccolte, chiedendomi di scrivere dei pareri e, pur essendo io solo un appassionato che rimane intrigato da queste forme di racconto fotografico, ho aderito con i miei tempi.
La serie riassunta nella foto allegata rappresentava, a mio modo di vedere, uno dei lavori più complessi e complicati su cui andare a scrivere.
A monte, il tema affrontato da Antonio già non era facile da rappresentare con delle sole foto, ma molto si sarebbe potuto dire sull’argomento. Racconto quindi la mia.
Paola, una madre oggi trentasettenne, tre figlie.
E’ stata una ragazzina che non ha avuto l’opportunità di vivere l’adolescenza serena che le sarebbe spettata e che, come accade in tante realtà familiari degradate, ad un certo punto si ritrovò a divenire una genitrice super precoce, costretta a navigare, per quanto intuibile, una vita precaria e avventurosa.
A quell’età non poteva avere di certo la maturità necessaria e l’opportunità minimale per curare una figlia che, per il limitato divario d’età, poteva rappresentare verosimilmente per lei la sorella più piccola.
Questa figlia fu affidata da subito a una coppia, che ha provveduto nel tempo a crescerla come tale. Ormai è opinione consolidata quella che dice che i figli sono di chi li cresce e, forse, di questa situazione Paola oggi ne è pienamente cosciente.
Da esperienze successive, sono nate altre due figliole che, per il passato sbagliato le sono state recentemente tolte dal Tribunale, per essere affidate a un centro per i minori. Proprio nel momento in cui Paola si stava faticosamente liberando da una vita che l'ha ingannata e travolta fin da quando era poco più che bambina.
Ora le sue giornate sono scandite dal ricordo, dal vuoto, dall'attesa e dalla speranza di poter riabbracciare al più presto almeno le sue due figlie più piccole e riprendere con loro una vita insieme.
Una madre, due figlie ancora adolescenti, più una, che è figlia naturale e giovane donna che ha beneficiato di altri affetti. Un tribunale per i minori e Paola, una mamma alla quale, per un passato “sbagliato”, sono state oggi strappate due figlie (considerazione quest'ultima, che potrebbe essere smentita dalla cruda realtà dei fatti).
La vita talvolta si nutre d’illusioni e non muore mai il desiderio di poter tornare indietro per correggere un passato che, nel caso, più che vissuto, è stato semplicemente subito.
© Essec
domenica 15 novembre 2020
Pinocchio – Portfolio fotografico di Antonio Lorenzini
Le favole vere le scrivono i bambini, con i loro temini a scuola, con i loro complessi disegni, con le letterine ai genitori. Conoscono il giusto linguaggio utile allo scopo. Quello che loro raccontano è sempre lineare, semplice, coerente. Fotografano con estrema precisione e in ogni dettaglio circostanze, fatti, persone, sensazioni. La loro è attenzione a ogni particolare. Quanto propongono coglie con estrema semplicità e naturalezza le distonie eventualmente presenti nella realtà che li circonda. Paragonano e accostano semplicemente, mettendo a confronto fatti e personaggi del loro piccolo ambiente che per essi rappresenta il loro universo.
Molti hanno già disquisito sulla questione e evidenziato che le fiabe dei grandi scritte per i piccoli manifestano in realtà esigenze di adulti. In molte storie si confondono i ricordi adolescenziali mitizzati, che spesso continuiamo a coltivare in un mondo ormai perduto e di cui si sente ancora il bisogno. Senza accorgersi che i ricordi brutti sono le scorie già assorbite col tempo, già diventate tessuto del nostro essere d’oggi, nel nostro corpo adulto indurito.
Antonio mi ha proposto l’ennesima versione della storia di Pinocchio, che è presente molto di frequente nei portfolio dei fotoamatori.
Onestamente non saprei cosa dire su un filone che ha ispirato i tanti e che più o meno fedelmente hanno raccontato del burattino.
Una cosa mi sembra costituisca una costante in ogni versione che ho visto, è la riproposizione di una morale impossibile all’uomo o il pretesto di voler giustificare le variegate esperienze negative vissute da ciascuno.
Pinocchio in fotografia è, di frequente, la trasposizione in terza persona di se stessi e ciascun autore sottolinea gli aspetti che più lo interessano; mettendo in risalto quello che crede di avere capito, ma ancor di più, forse, enfatizzando con amara poesia quelli che potrebbero essere tuttora i suoi bisogni.
La fata turchina è la figura che ci fa sempre sognare e che dà conforto, quella che taluni, crescendo, ritrovano in personaggi caritatevoli e rassicuranti nella propria religione.
Il Grillo parlante è la verità indiscussa e indiscutibile che si presenta sempre nei momenti in cui dobbiamo prendere decisioni importanti; ma ancora oggi chi osa farci la morale è destinato a ricevere una martellata micidiale, perché è dura accettare anche l’evidenza.
Quanti Lucignoli abbiamo conosciuto nella nostra vita e quante volte ne abbiamo noi impersonato la parte con altri a noi vicini? La spensieratezza del teatrino e la figura del Mangiafuoco di turno, spesso sono presentati come dei momenti negativi, ma non è vero. Quasi sempre, nel fare la sintesi del nostro vissuto, ci accorgiamo che hanno magari rappresentato pochi momenti belli, ricchi di leggera spensieratezza e talvolta di felicità assoluta.
Militari, prigioni e balena nel mare immenso degli oceani attraversati, sono le metafore che costellano ogni esistenza.
Antonio chiude il suo complesso lavoro con un Pinocchio che abbraccia l’albero: il legno che ambisce di tornare all’origine è, com’è ampiamente risaputo - e come lui stesso ben sa - solo una pia illusione.
Buona luce a tutti!
© Essec
Per i più curiosi, il testo che accompagna il portfolio di Antonio è questo:
martedì 3 novembre 2020
Antonio Lorenzini: "Romanì"
Sarò all’antica ma io accosto molti aspetti della fotografia, anche quella moderna, alla pittura di un tempo. Vengo a spiegarmi meglio.
Una sequenza d’immagini, costituiscano un portfolio fotografico, un album di viaggio, uno slide show, un filmato ovvero tutto quello cioè che assembla una serie di scene concatenate in un unico progetto, in verità costituiscono un prodotto che condiziona fortemente l’osservatore. Per quanto ovvio, la scelta delle rappresentazioni e il soffermarsi sui particolari selezionati, in qualche modo crea un racconto che indirizza verso un messaggio preciso.
L’autore che propone, di fatto induce e accompagna chi osserva a vedere e leggere una serie di simboli/messaggi che ha elaborato secondo una sua personale costruzione e un uso di linguaggio che gli è proprio. Un’operazione siffatta può ben andare a costituire un’opera anche da capolavoro, ma si tratterà di una scrittura - corroborata da tante pagine - che si soffermerà a raccontare una storia pressochè completa.
La difficoltà di concentrare il tutto in una fotografia, come un tempo fu per la pittura (comunque libera di non dover essere obbligata a rimaner fedele alle realtà rappresentate) è cosa risaputa, ma il fascino di leggere in un solo fotogramma un intero racconto seguendo la propria sensibilità, navigando con la fantasia e con il proprio bagaglio culturale, è certamente un’altra cosa.
In ogni caso, ben vengano novità e le sperimentazioni. Tutto è lecito e ben accetto, purchè si portino avanti innovazioni e valide alternative.
Non so quanto c’entri ora tutto questo ampio cappello con il lavoro che Antonio viene a proporre.
A scanso di equivoci, poiché il suo prodotto è stato già sottoposto a letture di portfolio da parte di professionisti del settore, con quanto verrò a dire, non c’è nessuna intenzione e ancor meno velleità di invadere il loro campo. Le mie restano delle semplici considerazioni che si limitano a dare un’impressione d’insieme e di parte sulle tante immagini confezionate nel progetto.
Il tema trattato è di per sé abbastanza complesso e da lungo tempo è anche assai dibattuto.
Da sempre la commistione fra l’indole dei rom, votata al nomadismo e la loro intrinseca natura di non rassegnarsi a definitive integrazioni - che potrebbero tornare utili anche alle seconde generazioni, oltre che alle comunità chiamate ad accoglierli - a mio modo di vedere rappresenta il punto nodale dell'argomento trattato.
Per non dilungarsi in questioni antropologiche, politiche o di convivenza sociale, che difficilmente potranno approdare ad un unico sentire, mi limito a leggere il racconto come fossi un osservatore di un film o come stessi leggendo le ventidue pagine fotografate. La costanza di scegliere il B/N aiuta allo scopo. Come ben sa Antonio, elimina ciò ogni distrazione dai colori, in un tema che vuole fissarsi e far concentrare sulle specifiche tematiche delle comunità sinti.
Il quadro generale che ne esce potrebbe anche far trasparire – a prima vista - una marginalità esistenziale di un popolo da sempre bistrattato ma, riflettendoci meglio, si potrà ben accettare l'idea che questa è in fondo la loro realtà. Le miserie ambientali evidenti sono, infatti, il loro vivere quotidiano che – senza alcuna offesa – per loro costituiscono una dignitosa normalità.
Per noi cittadini il nostro giudizio, com’è naturale che sia, è quindi fortemente influenzato dallo status sociale che viviamo e ci caratterizza.
Se, infatti, si andasse indietro nel tempo, negli anni sessanta ad esempio (specie nelle zone sottosviluppate dell’entroterra e del sud in particolare), scene come quelle rappresentate oggi nelle tante foto di famiglie zingare, sarebbero abbastanza simili se non uguali.
Veniamo al lavoro proposto.
Grosso modo con le foto viene rappresentata una giornata tipo di una famiglia accampata in una qualunque zona periferica urbana. Lo sguardo è rivolto essenzialmente alla famiglia, alla dimora, alle abitudini domestiche, alla condizione di piccoli e grandi che coabitano in un contesto, senza alcun dubbio, fatiscente. Tutto è quindi concentrato sulla vita condotta in baracca e nei dintorni più prossimi. Le fotografie congelano momenti di vita vissuta. Intimità e convivenze, apparentemente comuni, umili e semplici. Nulla si conosce del loro collegamento con l’esterno, con le realtà certamente più confortevoli che li circonda.
Forse non faceva parte del progetto di Antonio, che voleva più soffermarsi sull’umanità che contraddistingue queste famiglie che, per i valori fondamentali almeno, appaiono poco dissimili dal modo di vivere che c'è dentro le nostre mura domestiche popolari.
Non so se questo era il vero unico obiettivo, è però quello che sono riuscito a intravedere nel ricco documento così ben articolato.
A qualcuno forse piacerà meno qualche immagine, magari qualche altro avrebbe a sua volta organizzato meglio o a modo suo i fotogrammi della storia, ma queste sono altre questioni che ci piace lasciare agli esperti. In questa sede ci premeva cercare di leggere solo il succo del racconto.
Buona luce a tutti!
© Essec
Il testo che accompagna il portfolio di Antonio Lorenzini è:
Romanì.
La gente venuta negli anni 90 con la speranza di un futuro migliore. Hanno dato vita alla generazione che è presente ma senza che sia cambiata cosa alcuna.
Un limbo di emarginazione durato decenni come una condanna dantesca e come un girone sono i “campi” dove si avvicendano le nascite, le vite, le speranze.
Il mio “viaggio” all’interno del campo Rom il Poderaccio a Firenze racconta la quotidianità di un popolo: i Romanì. Una quotidianità fatta di piccoli gesti, di grandi bisogni e di uno in particolare: essere visti, essere guardati, respirati, nutriti, dissetati, in una sola parola essere "vivi" per tutti, per se stessi e per coloro che alla vita guardano indulgendo solo al lato in ombra, senza mai stupirsi di quanta luce si celi in quel buio da cui emergono voci, canti, grida, risate, lacrime, sospiri, "vita".
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P.S. - Poichè il commento di Antonio "è leale il tuo testo" ha in qualche modo palesato il fatto che le sue attese erano diverse, sono tornato a riguardare le foto singolarmente per costruirmi, con parole, il mio racconto. Leggo e scrivo quindi in sequenza di portfolio:
"Una figura regale che si muove in un tappeto introduce alla foto due, dove delle figure sono impegnate in un dialogo, suggestionando l’attesa. Ma basta solo avvicinarsi dalla porta d’ingresso per accorgersi che ci si trova di fronte ad una baracca fatiscente, una dimora che costituisce con altre una baraccopoli sinti. L’ambiente, in ogni caso, pullula di vita: bambini e mamme convivono manifestando loro emozioni, come facciamo noi mammiferi tutti normalmente. Anche agli anziani spettano dei ruoli domestici attivi e uomini adulti contribuiscono ai bisogni del sostentamento e alle incombenze della tavola. Un fumo che avvolge l’ambiente, miscela le sagome delle persone con le case. Una nonna si accinge a riguardare una foto che le ricorda memorie di un tempo passato; forse si tratta di una baraccopoli che si trovava in territorio slavo, chissà. Come in ogni comunità i bimbi la fanno da padrone, sgattaiolano fra gli spazi angusti e circoscritti, saltellano e ballano per apprendere usanze che si tramandano da tante generazioni. C’è anche chi sta studiando in un angolo più nascosto. La sequenza si chiude mettendo in risalto aspetti dell’insediamento, dove una rete che delimita lascia intravedere una figura che si allontana, verso una via che però non fa intravedere un orizzonte."
lunedì 2 novembre 2020
Antonio Lorenzini – Fotoamatore, impegnato anche nel racconto di verità nascoste
Per come la penso io, associazionismo e partecipazione a mostre, concorsi o eventi sono di fondamentale importanza per accedere a nuove conoscenze, allargare orizzonti, utili ad alimentare curiosità e confronti.
Altrettanto importante è al riguardo proporsi sempre basandosi su un’onestà intellettuale che rimane imprescindibile, in caso di eventuali frequentazioni costruttive.
Su tante cose si può anche non pensarla allo stesso modo e anzi, spesso, ciò è naturale e utile, certamente però una imposizione “tout court” del proprio modo di vedere non costituisce mai un buon metodo per allargare il proprio raggio culturale, a prescindere dal campo in cui si opera.
Sono normali le sfumature e possono pure essere ammesse delle opinioni differenti, ma le diversità devono restare sempre dei punti di vista, come normalità di qualunque dialettica.
Per quanto ovvio, è pur vero che se uno sottopone una propria opera a una lettura o, come avviene nelle letture di portfolio, a un sereno confronto, occorre essere sempre disponibili a subirne le conseguenze. In questi casi però i comportamenti saranno bilaterali, validi cioè per entrambi le parti in causa, anche quando emergano perplessità nell’interlocutore scelto o assegnato.
Al termine dell’esperienza, ciascuno continuerà ad andare per la propria strada, con buona pace di tutti. E magari l’occasione potrà tornare utile successivamente, per diversi aspetti. Anche per scegliere il lettore di una prossima volta, ad esempio.
Ogni esperienza potrà, comunque, tornare valida per riflettere sui limiti comunicativi di quanto prodotto, per correggerne gli errori che non si erano valutati, banalità, ripetizioni, disturbi e chi più ne ha più ne metta.
Il “Portfolio Italia” della Fiaf, in versione lockdown, mi ha consentito qualche mese fa di fare un'ennesima conoscenza virtuale che gradualmente si è ora trasformata in uno stimolante strumento di confronto.
Come accennato in premessa, conoscere gente nuova è sempre un'occasione per allargare i propri confini e il senese Antonio, - che si “premunisce” annunciando di non avere un facile carattere - mi sta anche oggi offrendo l’occasione per scandagliare nuovi campi fotografici. Spazi di ricerca espressiva che, per un verso, mi hanno sempre intrigato e che, dall’altro, mi hanno procurato un certo timore per le tematiche crude in cui spesso egli si cimenta.
Del
primo incontro con lui ho raccontato nell’articolo che spiritosamente ho
intitolato “Alla fine va a culo ….. non so se rendo l’idea”,
che è risultato
poi essere stato letto da tanti e che sembra abbia pure suscitato qualche
dibattito fra gli stessi "addetti ai lavori". In quel caso l'argomento
trattato nel suo portfolio fotografico riguardava un
soggetto interessato da alternanti disturbi di bipolarismo.
Le foto sopra proposte, pubblicate su autorizzazione di Antonio, direi proprio che parlano da sole e, tenuto conto anche del suo scritto, direi che appare superfluo dire ancora delle altre cose.
Ciascun osservatore, del resto, saprà completare le eventuali parti mancanti o personalizzare meglio il tutto; anche in funzione delle eventuali esperienze vissute.
Potrei solo aggiungere, a conclusione, che saper accendere un cono di luce, per far conoscere realtà pesanti a chi ha la fortuna di saperne solo l’esistenza (per averne letto le storie o conoscerne perchè viste da lontano per patologie vissute da altri più o meno prossimi a noi), costituisce un impegno sociale non indifferente e in questo caso la fotografia è solo lo strumento usato.
Antonio, a mio parere, ha il coraggio e la capacità di raccontare con molto tatto e altrettanta efficacia, drammi che i più infelici vivono in prima persona, perché malati o per l’averne cura.
Quanto fino ad ora ho avuto modo di vedere dei suoi lavori - Timmy ora e dell’amico “bipolare” in precedenza - sono pagine che vanno al di là di quello che può chiaramente palesare visivamente la sola fotografia, perché i suoi chiaroscuri raccontano anche tutto quell’altro che c’è dentro, che rimane in ombra e che, ad una lettura veloce, talvolta non si vede.
Pertanto mi piace concludere il pezzo con un semplice: “Chapeau!”
© Essec
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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari
Un'immagine, un racconto
La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)








