"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che raccoglie i testi completi dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (se disponibili).

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giovedì 28 febbraio 2019

Verba volant, scripta manent



Nel saggio del 2014, pubblicato nella versione italiana da Bollati Boringhieri nel 2017, “Le menzogne del web”, Charles Seife scrive come “poi, cinque millenni fa, una nuova invenzione ci inondò con la sua luce radiosa, liberandoci dall’oscurità del tempo antico: la parola scritta”. In precedenza, infatti, “l’informazione doveva essere comunicata da una persona all’altra”. Inoltre, “il supporto su cui veniva registrata l’informazione era il cervello umano” con tutti i rischi e le imperfezioni connesse, legate alla trasmissione nel tempo.
In fondo la parola, per la specie umana, costituisce di fatto l’evoluzione di un guaito, di un barrito, di un cinquettio, di un urlo, di un grido, di un sussurro ……. e anche se il famoso detto latino “Scripta manent” non assicura assolutamente l’eterno.
Sappiamo bene che può garantire solo una lunga vita “al relativo” …… perché la scrittura è legata allo spazio, appunto al tempo, alla dimensione del nostro essere e della nostra avventura nell’esistere.
Comunque scrivere costituisce di per sé una progressiva evoluzione del nostro status, che tende a mantenere stabili e trasmettere fedelmente un insieme definito di parole, fissando ampi discorsi, disquisizioni, messaggi, articoli, poesie, poemi.
Seguendo questa logica, quindi, si potrà anche scrivere sotto dettatura, senza anima …… ma per l’homo sapiens scrivere è anche …….
manifestare un sentimento,
fissare i termini di un contratto,
consolidare regole per la pacifica coesistenza,
annotare semplicemente la spesa da fare,
imbrattare un muro,
dipingere un quadro,
descrivere ciò che riusciamo guardare con i nostri occhi,
riempire le pagine di un diario,
cercare di raccontare,
la bramosia di lasciare una traccia ai posteri,
una forma unica per fantasticare e, magari, utile a far sognare,
insomma, un testimoniare di esistere, di esserci stati.
Facendo seguito a questa disquisizione in premessa mi riallaccio anche al recente saggio di Massimo Recalcati (“A libro aperto. Una vita e i suoi libri”), con il quale l’autore viene a sostenere che non sono i libri a conquistare gli uomini ma, viceversa, che sono questi ultimi a catturarci e che le nostre letture giovanili sono ciò che andrà a costruire le fondamenta del nostro modo di essere.
Nello specifico, sostiene che “I libri sono tagli nel corso delle nostre vite. Ogni incontro d'amore ha la natura traumatica del taglio” e che “L'incontro con un libro è un incontro d'amore”. 
Nel corpo del volume elenca tutta una serie di opere, più o meno classiche e variegate, che lo stesso ha avuto modo di leggere e assorbire e le intreccia con racconti del suo vissuto e con gli studi filosofici e di psicanalisi.
Per quanto ovvio, in qualche modo la stessa cosa può con certezza dirsi per la fotografia.
Ciascuno di noi, al di là dell’indole intrinseca, determinata dalla sensibilità e dalle caratteristiche  del proprio DNA, studia e si rifà sempre a autori e artisti che hanno già tracciato solchi, prima di noi.
In genere, pertanto, nulla di nuovo si muove sotto il sole, se si escludono i pochi eretici pionieri che esistono e ci saranno in ogni tempo e che, se dotati, riescono ad aprire nuove strade.

Dopo aver letto il tutto, l'amico Nino Giaramidaro mi invia le sue considerazioni, che riporto: 

"Si aggirano nel cielo monadi chiare che albergano le sapienze abbandonate da coloro che ci hanno lasciato senza il tempo di consegnarcele. Vagano queste conoscenze faticosamente acquistate durante tutta la vita, rimangono sospese in un limbo sconosciuto del firmamento, in attesa di un incontro: inconscio non cercato, che si verifica per vie e volontà insospettate e misteriose. Così da permettere agli eredi putativi il rispecchiamento, la cui identità ciascuno può trafugare fra i mille nomi che riusciamo a dargli: dal genio al fattore C.
L’interpretazione del rispecchiamento - operazione a posteriori, travaglio doloroso, coscienza di una verità conquistata – è un combattimento fra la prismatica rivelazione e la capacità dell’anima – possiamo usare questa parola, logos, verbo che viene maneggiata con la stessa cautela riservata a un candelotto di Tnt.
Ecco, quando le parole che adottiamo per identificare la nostra verità hanno un “suono giusto” (Elias Canetti) possiamo pensare che la malferma verità della memoria, anche quella recentissima, possa avvicinarsi alla verità assoluta (sempre Canetti) della letteratura e, per estensione, di tutte le altre arti, fotografia inclusa.
Nei nostri scritti, nelle nostre opere dobbiamo sentirvi l’”Inno alla parola” di San Giovanni; bisogna frugare nel segno della parola, pure se nemmeno questo riesce ad evocare dalla sua immutabile forma una verità che valga per tutti i modi di ricevere il verbo, la narrazione, la disperata confessione. Rimane l’anelito sconfitto, l’incompiutezza, lasciandoci soli alla ricerca del bene, dell’uomo buono, dell’ostinarsi a credere che il bene c’è, basta continuare a cercarlo se si è diventati buoni."

L'amico Pippo Pappalardo, dopo aver letto anche lui il mio articolo, risponde:

"Una risposta come un calembour, come un divertissement, come una pappalardata (forma retorica letteraria non ancora ufficializzata dai Lincei). Vado:
Considerate le tue letture, imprescindibile si appalesa la ricognizione di Francesco Antinucci 'Parola e immagine: storia di due tecnologie' Laterza, anno 2011.
Attento, però, stiamo parlando di tecnologie!
Siccome ti sò di noùs e soma alquanto teneri ti confido (sulle orme di Bufalino) che quando la scrittura apparve all’uomo, ebbene, quel giorno, Sherazade morì. Ed io con lei.
Se sei tra coloro che piangono la dipartita, allora arrivederci."

Buona luce a tutti!

© Essec


domenica 24 febbraio 2019

Provate a spiegarle cos'è il fuorigioco...


Alla trasmissione Quelli che il calcio, condotto da due comici, Paolo e Luca, Fulvio Collovati, ex stopper dell’Inter e della Nazionale, ha affermato: “Quando sento una donna, anche la moglie di un calciatore, ma questa è una mia opinione, parlare di tattica...mancano gli ‘esterni’...mi si rivolta lo stomaco". Per questa affermazione l’A.D. della Rai Fabrizio Salini ha sospeso per due settimane l’ex calciatore non solo da Quelli che il calcio di cui era un ospite fisso, ma da qualsiasi trasmissione della Rete pubblica.
Sono assolutamente d’accordo con Collovati. Provate a spiegare a una donna il fuorigioco e poi mi direte. Per quel che mi riguarda le donne se proprio ci tengono ad andare allo stadio dovrebbero essere relegate in qualche settore a loro dedicato come avviene, saggiamente, in alcuni Paesi musulmani. Il calcio, anche se ormai sconciato dall’irrompere sul campo della tecnologia, la televisione e il Var su tutto (si veda il grottesco episodio di Spal-Fiorentina di domenica scorsa dove dopo un fallo in area della Spal, non rilevato dall’arbitro, gli spallini in contropiede vanno in rete, esultanza, stop, fermi tutti, interviene il Var, il gol della Spal viene annullato e accordato il rigore alla Fiorentina, quattro, cinque minuti di sospensione con tanti saluti alla magia del gioco) è rimasto l’ultimo luogo del sacro in un Occidente totalmente materialista. Come ogni rito vuole una concentrazione assoluta. Non sono mai andato allo stadio con una donna. Perché non si può guardare una partita e nello stesso tempo sbaciucchiarsi. O l’uno o l’altra. Inoltre il calcio è un rito omosessuale, maschile, nel senso che permette di esprimere, sublimandola, l’omosessualità che è in ciascuno di noi senza incorrere nel rimbrotto sociale.
Questa naturalmente è una mia personalissima opinione come lo era, e molto più autorevole in questo settore, quella di Collovati. Ma la questione è molto più ampia e trascende il mondo del calcio anche se nel calcio spesso ritorna perché il mondo del pallone è uno specchio della società. Rimanendo per il momento in questo settore si è fatta una gran polemica perché mercoledì in Atletico Madrid-Juventus, al secondo gol dell’Atletico il suo allenatore, Simeone, ha fatto un gesto che alludeva a quelli che ipocritamente si chiamano “attributi”, cioè le palle, volendo significare che i suoi ce le avevano. Nel dopopartita si è parlato molto di più di questo gesto che del fatto sostanziale, cioè che la Juventus aveva fornito una prova incolore, mentre Godìn, Koke, Giménez e gli altri ci avevano messo tutto il loro ardore agonistico.
Riprendendo gli episodi che riguardano Collovati e Simeone vorrei sottolineare come ormai in questa società molto democratica sia di fatto proibito esprimere, con parole o gesti, le proprie opinioni o le proprie emozioni senza incorrere non solo nella sanzione sociale ma anche, come nel caso di Collovati, in quella professionale. Collovati ha detto una sciocchezza? Può darsi. Ma ha il pieno diritto di dirla se vale ancora nel nostro Paese il principio della libertà di espressione garantito dall’art. 21 della Costituzione. Invece tutto ciò che esce dal luogo comune è proibito. Forse anche questo articolo. Particolarmente feroce è la repressione democratica nei confronti dei nostalgici del fascismo. Non si può fare il ‘saluto romano’ senza rischio di galera, non si può avere fra i propri simboli il fascio littorio e così via. Ancora peggio va per chi voglia fare ricerca sull’Olocausto. Mi sono sempre domandato: ma è giusto incarcerare per tre anni uno storico come l’inglese David Irving arrestato in Austria per aver scritto un poderoso tomo in cui ridimensionava le cifre dell’Olocausto? E’ sufficiente sostenere una tesi aberrante senza torcere un capello a nessuno per finire in gattabuia? Le tesi assurde di certi storici andrebbero contrastate con più cultura e più controinformazione, non con le manette. Eppure, se ricordiamo Galileo e la giusta difesa che ne facciamo da secoli, il diritto alla ricerca è uno dei cardini di una società democratica. Il ‘revisionismo storico’ è proibito. Eppure è stato il liberale Benedetto Croce, che non può essere certamente sospettato di simpatie per il fascismo, ad affermare che “la Storia è il passato visto con gli occhi del presente”. E quindi non è affatto obbligatorio che il presente veda le cose con gli stessi occhi del passato. Anche perché la Storia del passato, nell’immediatezza dei fatti, è sempre la Storia vista dai vincitori. Poi c’è la ‘legge Mancino’ che con l’ipocrita dicitura “istigazione al” vieta l’odio razziale e, più genericamente, ogni tipo di odio. Come ho già scritto è la prima volta che si certa di mettere le manette ai sentimenti. Anche i peggiori regimi totalitari, se hanno vietato azioni, idee, ideologie, non hanno vietato l’odio. Perché l’odio è un sentimento, come lo è l’amore, la gelosia o l’ira, e come tale non è né contenibile né punibile in quanto tale. Va da sé che se tocco anche solo un capello a una persona che odio devo finire in gattabuia. Questa dovrebbe essere la sola regola valida in un regime che si definisce democratico. Invece non possiamo più dire né fare nulla. Nemmeno toccarci i coglioni.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 22 febbraio 2019)

Odo Gelli far festa



È un vero peccato che Licio Gelli non sia più tra noi. Sarebbe davvero entusiasta, dopo quarant’anni di calunnie, di questa riabilitazione, purtroppo postuma, del suo mitico Piano di Rinascita Democratica. Aveva sperato in Craxi, Andreotti e Forlani, ma gli era andata male: il Caf aveva orizzonti più prosaici che la Grande Riforma della Giustizia. Si accontentava di rubacchiare e/o di mafiare sperando di farla franca, e alla fine nemmeno ci riuscì (a farla franca). Poi aveva puntato tutto su B., ma anche quello ben presto lo deluse: era troppo impegnato a non finire in galera depenalizzando i suoi reati, allungando i suoi processi e dimezzando la prescrizione, per perder tempo a diventare il Grande Architetto della Giustizia. Gli piaceva molto D’Alema, che con la Bicamerale e la bozza Boato ce la stava per fare: “Dovrebbero versarmi il copyright, sono tutte idee mie, solo che a me davano del golpista”, confidò gongolante nel 1997 al sottoscritto. Ma anche quella preziosa occasione sfumò, e sempre a causa del confratello Silvio, che la fece saltare sul più bello perché i “comunisti” non volevano dargli pure l’amnistia. Quando arrivò Renzi, che sarebbe stato perfetto col suo bel progettino costituzionale per dare tutto il potere a un uomo solo al comando e svilire il Parlamento a cameretta di nominati dalla Casta e con la sua riabilitazione di Tangentopoli (“Mani Pulite fu barbarie giustizialista”), il sor Licio se n’era già andato. Ma ne sarebbe rimasto deluso anche stavolta: a lui piacevano i vincenti, e Renzi era un perdente nato. Infatti perse tutto: referendum, governo, amministrative, politiche e faccia.

Ma proprio ora che l’eterno sogno autoritario piduista pareva definitivamente tramontato, ecco la svolta. Il Pd che doveva derenzizzarsi si rirenzizza in articulo mortis. Due dei tre candidati alla segreteria – Martina e Giachetti – erano in prima fila, l’altroieri al Lingotto di Torino, a spellarsi le mani per la sceneggiata del figlio di Tiziano e Lalla (momentaneamente agli arresti), mentre questo caso umano itinerante sparava sui pochi magistrati e i pochi giornalisti che osano ancora indagare su chi è e da quali lombi discende. Martina, nella sua mozione congressuale, vuole la separazione delle carriere fra giudici e pm, copiata paro paro dal Piano di Gelli e dai programmi di Craxi e B. Giachetti fa di più e dichiara che, da buon ex radicale, “sulla giustizia la penso come B. da vent’anni”: basta con “lo strapotere dei pm”, carriere separate fra chi indaga e chi giudica, anche se fanno lo stesso mestiere di cercare la verità. Che poi è da sempre il vero terrore della Casta.

Se si scoprisse mai tutta la verità, si salvi chi può: in manette non ci finirebbero solo Formigoni e la Sacra Famiglia di Rignano, ma una processione di politicanti, prenditori e magnager che rubano e/o mafiano da una vita. Non che in questi anni la Procure abbiano dato gran noia a lorsignori, anzi: la controriforma Castelli-Mastella che ha accentrato il potere in mano a un pugno di procuratori e il Csm napolitan-renzizzato che ha epurato i pm importuni hanno riesumato i vecchi cari porti delle nebbie e delle sabbie. Ma purtroppo qualche scheggia impazzita qua e là ha continuato a curiosare dove non doveva. E a scoprire il marciume, che tracima anche dove si tenta con tutte le forze di nasconderlo sotto i tappeti. Trattativa Stato-mafia, Expo, Mose, Etruria, i 49 milioni della Lega, Consip, grandi opere, i Renzis. Ora è bastato che in pochi giorni si chiudesse il processo Formigoni sul più grave scandalo di corruzione nella sanità degli ultimi 25 anni e finissero ai domiciliari Tiziano & Lalla perchè la Banda Larga rientrasse in fibrillazione, atterrita dall’incubo che l’attanaglia dal ‘94: una nuova Mani Pulite. Prospettiva fantasiosa, per chiunque sappia come son ridotte le Procure. Ma la parola “arresti” in prima pagina, per chi ha una coda di paglia lunga come il tunnel del Tav, ridesta brutti ricordi. Infatti, in automatico, l’on. avv. berlusconiano Sisto è corso a depositare un ddl per separare le carriere. E subito, come le api sul miele, gli sono corsi incontro i pidini renziani, che parevano estinti e invece erano solo nascosti in attesa di tempi migliori e ora adescano la Lega (quella che a giorni alterni chiamano fascista) per una bella Unione Sacrée con FI e contro il M5S, pro-affari e anti-giudici.

l fatto poi che un politico condannato a soli 5 anni e 10 mesi per appena 6,6 milioni di tangenti e 200 milioni di euro pubblici regalati alla sanità privata entri in galera senza la certezza di uscirne dopo un paio di giorni, alla Previti, incrementa il terrore. Infatti i giornaloni di regime, anziché raccontare perché è giusto che un supercorrotto sconti la pena come in qualunque paese civile, partecipano al lutto nazionale della Casta e maledicono la legge Anticorruzione del ministro Bonafede che rischia di scongiurare, almeno per lo scandalo formigoniano, il classico esito a tarallucci e vino. Anche quelli un tempo schierati dalla parte della legalità, come Repubblica, che lacrima come una vite tagliata perché un ladrone patentato “finisce in carcere a 72 anni” (orrore, disgusto, raccapriccio!); e sostiene addirittura l’incostituzionalità della Spazzacorrotti perché qualcuno vuole applicarla anche a chi è stato condannato per reati commessi prima e a chi ha compiuto 70 anni. E questa sarebbe “la peggiore giustizia, quella ‘esemplare’”. Scemenze che un tempo leggevamo sul Giornale (e ancora le leggiamo, a firma di Claudio Brachino, quello che sputtanò su Canale5 il giudice Mesiano del caso B.-Mondadori per i calzini turchesi) ora escono in stereofonia anche su Repubblica. Ditemi voi se non è un’ingiustizia che Licio Gelli, dopo tante amarezze e incomprensioni, non possa godersi la meritata rivincita.



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giovedì 21 febbraio 2019

Antologica di Ferdinando Scianna alla G.A.M. di Palermo



Come si fa a raccontare l’antologica di Ferdinando Scianna senza considerare la narrazione della lectio magistralis tenuta al Dipartimento Culture e Società dell’Università degli Studi di Palermo o l’intervista pubblica condotta da Denis Curti (curatore della mostra alla GAM di Palermo) svoltasi al Teatro di Santa Cecilia? Difficile ma in qualche modo si può tentare un piccolo riassunto.
Prima di iniziare mi piace sottolineare che in questa esperienza palermitana Ferdinando Scianna ha potuto toccare con mano l’ammirazione e la stima che gli intervenuti gli hanno manifestato. Presumo pure che la cosa, al di là delle affermazioni di cortesia esteriorizzate, gli ha procurato nell’intimo molto piacere e che, alla fine e ove ce ne fosse stato bisogno, lo abbia riconciliato definitivamente con il suo contesto natio.
La serenità nello sguardo e l’accondiscendenza benevola a ogni richiesta, hanno dimostrato l’assoluta normalità di approccio di un vero maestro.
In chiusura dell’intervento nell’aula magna del Dipartimento Culture e Società le belle parole espresse in ricordo di un suo vecchio professore (1), nonno di una spettatrice in prima fila, hanno costituito un limpido esempio di cosa sia l’insegnamento e il segno che lasciano i buoni docenti nel percorso di vita degli alunni talentuosi in primis.
Ascoltare Scianna è istruttivo e “accultura”, non solo chi è un appassionato della fotografia.
Le anedottiche che accompagnano la sua narrazione fotografica costituiscono, infatti, intercalari che suscitano ilarità sì ma che inducono a riflettere.
Molte sue apparenti dissacrazioni costituiscono efficaci lezioni di vita, in quanto, anche se ricondotte al suo pensiero, disossano le eccessive enfatizzazioni di molti miti.
Oserei dire che gli abbondanti eloqui di Scianna lo fanno apparire umile, come uno di noi. Ma la semplicità apparente dei suoi discorsi nascondono cultura, che include anche la fotografia e tutto il suo complesso e variegato mondo.
L’intervento all’Università ha visto esibire il personaggio “grande vecchio”, ricordando ai più anziani spettatori quel nonno che raccontava tante storie che affascinavano tutti noi piccoli nipotini.
L’intervista di Curti al Teatro Santa Cecilia ha, invece, sviluppato i temi su un taglio più giornalistico, allargando i contenuti anche verso altri colleghi affermati che ha avuto modo di frequentare alla Magnum e non solo. Primo fra tutti Henry Cartier Bresson, suo mentore/maestro e grande amico nella vita.
Riguardo alle foto dell’antologica, allestite in maniera magistrale in uno spazio forse troppo angusto per contenere le innumerevoli immagini, ho sentito qualcuno dire che l’esposizione era troppo affollata, troppo vicine l’una all’altra le fotografie, quasi si accavallassero.
Queste considerazioni non mi trovano per nulla d’accordo perché io ho immaginato e visto l’allestimento come un volere entrare nella mente di Ferdinando Scianna, piena di visioni, di ricordi, di racconti: le "sue sinapsi" insomma!
All’osservatore bastava concentrarsi su ogni singola foto per cogliere la narrazione, per valutare le estetiche, i periodi creativi, le mode del momento.
Ricordo al riguardo come nella visita dell’antologica di Cartier Bresson all’Ara Pacis di Roma di qualche anno fa, avevo incontrato un ritmo simile e la contaminazione da osservatore è stata tale che, nel vedere sue immagini a colori proiettate in un visore, io riuscivo a trasformarle nella mia mente direttamente in bianco e nero, leggendo i tratti, le linee, i tagli.
Direi che non si può pretendere che un autore soddisfi e assecondi i nostri gusti estetici di rappresentazione di una mostra, ma sarà opportuno che l’osservatore si adegui alla sintassi dell’artista e cerchi di cogliere a 360° il suo linguaggio.
Non mi dilungo sulle molte citazioni fatte nelle due conferenze, anzi, al riguardo, rimando alla visione ed all’ascolto dei filmati che ho avuto l’opportunità di approntare. Il primo è già il linea (https://youtu.be/LHytSbBrmMQ), per l’altro ..... “working in progress”.

© Essec

(1) Il nonno in questione era il Cav Preside Prof. Domenico Enrile. La foto era stata scattata da Pietro Piraino Papoff, compagno di classe ed amico di Scianna.

P.S. La foto di copertina è stata scattata all'Università di Palermo ........ ad un certo punto gli ho chiesto: "Maestro mi fa una foto" ....... prima mi ha guardato interdetto ....... poi ha capito ciò che volevo intendere e mi ha assecondato ........ persona splendida!





martedì 19 febbraio 2019

Movimento 5Stalle


Siccome qualcuno aveva evocato il primo referendum processuale della storia, quello indetto da Ponzio Pilato fra Gesù e Barabba, possiamo tranquillamente dire che qui mancava Gesù. Ma ha rivinto Barabba. E non perché Matteo Salvini sia un bandito, anche se è (anzi ormai era) indagato per sequestro di persona aggravato di 177 migranti appena salvati dal naufragio. Ma perché, quando si chiede al “popolo” di pronunciarsi non su questioni di principio, ma su casi penali dei quali non sa nulla, la risposta che arriva di solito è sbagliata. E quella data ieri dalla maggioranza degli iscritti 5Stelle non è solo sbagliatissima: è suicida. La stessa, peraltro, che auspicavano i vertici, terrorizzati dalla reazione di Salvini, cioè dalle ripercussioni sul governo e dunque sulle proprie poltrone. Chi aveva sperato che gli iscritti dessero una lezione agli eletti, anzi ai “dipendenti” come li chiamava un tempo Grillo, facendoli rinsavire e rammentando loro i valori fondativi della legalità, dell’uguaglianza, della lotta ai privilegi di Casta, è rimasto deluso. Per salvare Salvini, i 5Stelle dannano se stessi. Nemmeno le parole sagge e oneste dei tre sindaci di punta – Appendino, Nogarin e Raggi – raccolte ieri dal Fatto sono servite a restituire la memoria alla maggioranza della “base”.
 È bastato meno di un anno di governo perché il virus del berlusconismo infettasse un po’ tutto il mondo 5Stelle. E l’impietoso referto del contagio è facilmente rintracciabile nelle dichiarazioni dei senatori che già da giorni volevano a tutti i costi salvare Salvini e nei commenti sul Blog delle Stelle dei loro degni iscritti che li hanno seguiti anziché fermarli sulla strada dell’impunità. Dicono più o meno tutti la stessa cosa: siccome ora governiamo noi e la Lega, decidiamo noi chi va processato e chi no, alla faccia dei giudici politicizzati che vorrebbero giudicare le nostre scelte unanimi per rovesciare il governo. Questo, in fondo, era il messaggio in bottiglia mal nascosto nella decisione di affidare agli iscritti una scelta che avrebbero dovuto assumere, senza esitazione alcuna, il capo politico Di Maio e il suo staff. Una scelta naturale, quasi scontata, quella dell’autorizzazione a procedere, che era stata annunciata fin da subito, quando arrivò in Parlamento la richiesta del Tribunale dei ministri su Salvini: “Vuole il processo? Lo avrà”. Ma poi era stata prontamente ribaltata, peraltro senza mai essere ufficializzata, quando Salvini aveva cambiato idea intimando con un fischio ai partner di salvarlo dal processo. Riuscendo nell’impresa di spaccarli a metà.
Ergo, a decidere la linea del primo partito d’Italia, sono i capricci dell’alleato-rivale. Che ha imposto ai 5Stelle un voltafaccia pronunciato a mezza bocca, senza nessuno che se ne assumesse la paternità e la responsabilità. Un atto non dovuto, gratuito (il governo non sarebbe certo caduto sulla Diciotti) di sottomissione a Salvini: lo stesso che prende i 5Stelle a pesci in faccia sul Tav, le trivelle e prossimamente sull’acqua pubblica, straccia spudoratamente il Contratto di governo e poi pretende l’asservimento totale degli alleati senza restituire nemmeno un pizzico di lealtà. Così le storiche parole d’ordine di Beppe Grillo e la lezione di Gianroberto Casaleggio – “Ogni volta che deroghi a una regola, praticamente la cancelli” – sono finite nel dimenticatoio, con la scusa che “questa volta è diversa”, “non è come con gli altri governi”, “non ci sono di mezzo le tangenti”. Ma “solo” un sequestro di persona, che sarà mai. E tanti saluti a quei fresconi dei sindaci Raggi, Appendino e Nogarin, più volte indagati o imputati non certo per storie di vil denaro, ma per atti compiuti nell’esercizio delle funzioni di governo, che mai hanno detto una parola contro i magistrati e si sono sempre difesi nei, non dai processi.
Certo, qualcuno avrebbe votato diversamente se il caso Diciotti fosse stato presentato sul blog in maniera corretta e veritiera, e non nel modo menzognero e truffaldino studiato apposta per subornare gli iscritti (il No per il Sì al processo, e viceversa; il quesito cambiato in corsa ieri mattina per blindare ancora meglio il Sì all’impunità; il sequestro di persona spacciato per un banale “ritardo nello sbarco”; l’invocazione del salvacondotto per “l’interesse dello Stato”, del tutto sconosciuto alla norma costituzionale, che consente il no al processo solo in caso di “interesse pubblico preminente” o “costituzionalmente rilevante”). Ma la perfetta identità di vedute fra la maggioranza degli eletti e il quasi 60% degli iscritti votanti è un dato di fatto da prendere in considerazione per quello che è: i vertici hanno ormai la base che si meritano, e viceversa.
 Però, da ieri, il M5S non è più il movimento fondato dieci anni fa da Grillo, Casaleggio e decine di migliaia di militanti. È qualcosa di radicalmente diverso, che ancora non conosciamo appieno e di cui dunque non possiamo immaginare il destino. Ma che non promette nulla di buono, se la maggioranza emersa ieri dal blog resterà tale, scoraggiando e allontanando la pur cospicua minoranza di pentastellati rimasti coerenti e fedeli ai valori originari. Qui non è questione di presunte svolte a destra o a sinistra. E non è in ballo l’eterno giochino tra ortodossi e dissidenti, o fra dimaiani, fichiani e dibattistiani. Ma qualcosa di ben più profondo. Se il M5S perde la stella polare della legge uguale per tutti, gratta gratta gli resta ben poco, perché quello era il fondamento di tutte le altre battaglie, l’ubi consistam della sua diversità, anzi della sua alterità rispetto ai vecchi partiti. I quali non mancheranno di rinfacciarglielo a ogni occasione: “Visto? Ora siete come noi. Benvenuti nel club”. Dalle stelle alle stalle.

Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano, 19 febbraio 2019)


lunedì 18 febbraio 2019

Ferdinando Scianna: «Io c’ero»

Da Bagheria alle Ande boliviane, dalle feste religiose al mondo della moda. Poi i reportage, i paesaggi, le sue ossessioni e i suoi grandi amici come Henri Cartier-Bresson. L'intervista al maestro della fotografia in occasione della mostra alla GAM di Palermo 
 

Viaggio, racconto, memoria, tre parole che racchiudono oltre 50 anni di storia del fotografo Ferdinando Scianna. Un maestro di livello internazionale che la Galleria d’arte moderna di Palermo ha deciso di celebrare con la più grande mostra antologica mai organizzata prima. La rassegna Viaggio Racconto Memoria dal 21 febbraio al 28 luglio, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, e organizzata da Civita con quasi 200 fotografie in bianco e nero stampate in diversi formati, attraversa l’intera carriera di Scianna, e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo costruito su diversi capitoli e varie modalità di allestimento. Un percorso artistico iniziato nella sua Bagheria che si snoda attraverso varie tematiche come l’attualità, la guerra, il viaggio, la religiosità popolare, tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita. Dalla Sicilia alle Ande boliviane, dalle feste religiose – esordio della sua carriera – all’esperienza nel mondo della moda, iniziata con Dolce & Gabbana e Marpessa. Poi i reportage (fa parte dell’agenzia foto giornalistica Magnum), i paesaggi, le sue ossessioni tematiche come gli specchi, gli animali, le cose e infine i ritratti dei suoi amici come Leonardo Sciascia, Henri Cartier-Bresson, Jorge Louis Borges, solo per citarne alcuni. Questa mostra «è la storia di un fotografo in oltre mezzo secolo di fotografia».

Partiamo dal titolo della mostra Viaggio, Racconto, Memoria. Che importanza hanno avuto queste tre parole nella sua lunga carriera?
«Questa è la terza, o quarta, grande mostra antologica nella mia vita di fotografo. Probabilmente l’ultima, se penso alla mia età, ma anche alla felice fatica che mi è costata. I titoli delle precedenti furono Le forme del caos,  che allora, 1989, mi sembrò una perfetta definizione per la vita e per la fotografia. L’altra del 2006, la chiamai La geometria e la passione, un titolo che cercava di coniugare l’ossessione di raccontare il mondo e la necessaria forma per raccontarlo. Questa ultima, più serenamente e didascalicamente, si chiama Memoria, Viaggio, Racconto, che sono per me sostanzialmente tre sinonimi di come io concepisco e ho cercato di praticare la fotografia in oltre cinquanta anni di mestiere. Tutte le fotografie producono memoria, individuale e collettiva, sono racconto oppure, almeno io penso, non sono nulla. Ma le fotografie si trovano e per trovarle bisogna cercarle, ecco perché sempre sono viaggio. Viaggio in luoghi lontani o lontanissimi, ma anche sotto casa, e persino dentro casa, ovunque la tua passione di guardare ogni tanto ti fa vedere qualche istante significativo. Questa mostra, che contiene quasi 200 immagini, partita da Forlì e che dopo Palermo approderà a Venezia, è probabilmente la prima che riesco a realizzare come pensavo dovesse essere una mostra che rendesse conto del mio lavoro. Un percorso fisico, mentale e emozionale dentro i vari argomenti e ossessioni della mia fotografia e della mia vita. I tre assi del titolo si diramano in diciannove temi, ciascuno dei quali è diversamente presentato, cui fa da eco, guida e memoria della mostra il corposo catalogo pubblicato da Marsilio. Tutti e diciannove i temi implicitamente evocano i molti libri che sugli stessi argomenti ho avuto la fortuna di pubblicare nella mia vita».

Come si è trasformata la narrazione fotografica?
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Il poeta Borges diceva che le storie che da sempre hanno raccontato gli uomini non sono probabilmente più di una dozzina. Dal racconto orale, a Omero, agli innumerevoli pittori e scrittori, le storie che hanno raccontato, raccontando la vita, i pensieri, i sentimenti, i luoghi, sono più o meno sempre le stesse. Cambia, poco, la vita, cambia, a volte molto, il mondo e cambiano le maniere e gli stili con cui si racconta. La fotografia ha introdotto qualcosa di nuovo in questa lunghissima vicenda perché trascina con sé l’insopprimibile traccia di vita che questo linguaggio principe della modernità ha introdotto nella cultura umana. Figli della fotografia sono il cinema, linguaggio composito, e per certi versi anche la televisione e internet. Nella contemporaneità, finché sono stati vivi e influenti, i giornali e le riviste hanno sviluppato un ruolo importante e hanno determinato anche nuove forme di narrazione. Adesso che i giornali vanno drammaticamente scomparendo quella esigenza di racconto con immagini fotografiche si è trasferita nei libri, sempre più numerosi, anche inflattivamente, nelle mostre e nei supporti elettronici. Molti fotografi, in questo clima di sfiducia nel racconto visivo, si sono rifugiati, a mio parere a torto, nelle pratiche artistiche, spesso rinunciando alla specificità e alla forza del proprio linguaggio. Ma, con la fotografia o senza la fotografia, con i giornali o senza i giornali gli uomini non potranno mai fare a meno di raccontare, con le parole e con le immagini».

La macchina fotografica a cui è più legato?
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Forse la prima, una macchinetta amatoriale, un regalo di mio padre, che se ne è pentito tutta la vita, che mi fece scoprire ancora ragazzino lo strumento e il linguaggio che sarebbero diventati il mio mestiere e il modo per dare un senso alla mia vita. Ho poi usato e sperimentato ogni genere di macchina fotografica che i progressi della tecnologia offrivano. Ma non ho mai avuto il feticismo dello strumento. Lo stesso, per dire, vale per le automobili. Una macchina deve funzionare: questo è quanto. Impari a usarla e poi la dimentichi. Se va bene, come diceva Cartier Bresson, diventa il prolungamento del tuo occhio e della tua coscienza. Ogni tecnica è strumento di linguaggio o rimane fine a sé stessa».

Quale usa adesso?
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Da molti anni mi sono anche io, a malincuore, ma senza drammi, approfittando delle nuove opportunità, convertito alle macchine digitali. Ormai, purtroppo, faccio poche fotografie. Il mestiere di reporter ha una componente sportiva di cui il mio corpo non vuole più sapere. Oggi uso macchine piccole e leggere, compatibili con le limitazioni della mia artrite».

Nella fotografia di reportage qual è la differenza tra raccontare la vita e raccontare la storia?
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Raccontare la vita significa sempre raccontare la storia, specialmente per un fotografo. Tutta la fotografia è reportage, una scena di guerra come gli uomini che raccolgono le arance. E persino un paesaggio o una mela su un tavolo. La storia la fanno, la vivono e la soffrono gli uomini. Di questo si occupa, o dovrebbe occuparsi, la fotografia».

Lo scatto di cui va ancora fiero?
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È una domanda che non dovrebbe mai essere fatta a un fotografo, come non si chiederebbe a una madre quale dei suoi figli preferisce. Potrei rispondere ruffianamente che la fotografia cui sono più affezionato è quella di una mia figlia appena nata sul petto di sua madre. Ma in un certo senso considero tutte le mie fotografie momenti del mio album di famiglia. Io c’ero. E ogni volta ho cercato di raccontare un momento di emozione, un pensiero, un’indignazione, uno stupore davanti alla vita e al mondo per raccontarli e per raccontarmi. Se, raramente, credo di esserci riuscito le mostro e cerco di condividerle con gli altri. Diversamente non avrei potuto fare libri, né questa mostra con quasi 200 fotografie».

Oggi che scattare foto è diventato per molti un gesto quotidiano, distratto e quasi automatico, cosa è cambiato nella fruizione della fotografia?
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Niente è cambiato più vertiginosamente nei linguaggi visivi con cui gli uomini comunicano tra di loro come, negli ultimi venti anni, la fotografia. Ogni giorno, ha stabilito un’agenzia americana, già da qualche anno si fanno più fotografie di quante ne erano state fatte da quando l’invenzione ha fatto irruzione nel panorama della cultura contemporanea. Un autentico tsunami, frutto di nuove invenzioni tecnologiche di massa. E’ una rivoluzione che investe non solamente la fotografia ma la natura stessa delle nostre relazioni sociali. Una studiosa dell’universita di Palermo, Anna Fici,  ha di recente dedicato al fenomeno un interessante saggio dal titolo La giostra della social photography. Una giostra, appunto, sulla quale siamo saliti tutti e che sembra girare ad una velocità sempre più folle. Che cosa significa, che cosa è cambiato nel concetto stesso di fotografia? Non lo so. Magari con arroganza, temo che, al ritmo con cui si accavallano le trasformazioni tecnologiche e sociali, non lo sappia ancora nessuno. È difficile, se non impossibile, analizzare uno tsunami nel mezzo della tempesta. La sola cosa che posso dire, come di recente il mio amico Sebastiao Salgado, è che sono felice di avere vissuto un momento storico nel quale questo linguaggio ci ha permesso di usarlo e praticarlo con la convinzione che potesse raccontare il mondo e noi stessi. E non solo per noi, ma anche per gli altri».

Quanto il digitale e Instagram hanno cambiato la fotografia e il concetto di immagine?
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Il digitale non riguarda solo la fotografia, e non credo che abbia cambiato moltissimo, ma l’uso di massa dei telefonini e tutti i marchingegni dei social hanno invece cambiato tutto. All’inizio, come tutti gli anziani abituati a un certo paesaggio del mondo e degli strumenti di cui si sono serviti per una vita me ne sono spaventato e anche indignato. Poi mi sono reso conto che non si può nascondere il sole con una rete, come dice un proverbio siciliano. Il mondo cambia e non ci puoi fare proprio niente. I fenomeni di massa sono quello che sono. L’industria vende come aceto balsamico qualcosa che con l’aceto balsamico della tradizione non ha nulla a che fare. Forse, come l’aceto balsamico dei supermercati, continuiamo a chiamare fotografia qualcosa di diverso. Non si sono mai prodotte tante immagini private come oggi con i telefonini. Ma nessuno fa più l’album di famiglia. L’immagine come costruzione e traccia di memoria sembra non interessare più a nessuno. La sola cosa che mi preoccupa, se uno della mia età si può ancora seriamente preoccupare per qualcosa che non sia il suo tempo biologico, è che l’immagine abbia preso il posto della realtà. La fotografia non è più quello che abbiamo imparato a pensare per oltre 150 anni? Amen».

C’è qualche nuovo fotografo in cui rivede un giovane Scianna?
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Ci sono alcuni giovani fotografi bravi, interessanti e pieni di passione. Mi rallegro e angoscio per loro».

Se dovesse dare un consiglio a chi vuole cominciare questo mestiere oggi…
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Non do consigli a nessuno. Dico genericamente di essere sinceri, di raccontare quello che amano, quello che li indigna, quello che li stupisce. Ma questo vale per chiunque, uno scrittore, un fotografo, come per un padre di famiglia. Come camparci è un’altra faccenda».


Galleria d’arte moderna, via sant’Anna 21, Palermo - dal 21 febbraio al 28 luglio

Michele Falcone (Corriere della Sera, 14 febbraio 2019) - Gallery Corriere della Sera



venerdì 15 febbraio 2019

Matteo Renzi è fermo al 4 dicembre


Anche la presentazione del libro diventa uno spettacolo populista, che affoga la riflessione nei decibel di un comizio. L'Altra strada di Matteo Renzi è questo. Ciò che abbiamo visto finora: il Capo, un popolo sempre più stretto come una setta, nulla in mezzo. L'altra strada è l'opposizione come invettiva più che come alternativa, un progetto politico che non c'è, affogato in una acritica e parossistica riproposizione di sé, nel mito di un passato mitizzato e mai analizzato. Perché "l'autocritica" la fanno i comunisti. Ci mancava solo un bel vaffa: opposizione urlata, "cialtroni", "incompetenti", ancora "cialtroni", battutismo esasperato – massì, diciamolo – quasi grillina del metodo, compiaciuta che l'ululato sia sinonimo di forza. Che denuncia lo sfascio, e lì si ferma, nella saccente presunzione di avere il monopolio della competenza.
Sembra forza, in verità è una grande debolezza. Una debolezza grande quanto la rimozione di ciò che è stato. Non c'è niente da fare: l'orologio biologico e politico del renzismo è fermo al 4 dicembre, lutto mai elaborato che, come insegna Freud, alimenta reazioni sempre più rabbiose, perché la realtà, con i suoi complessi principi, è dolorosa da elaborare quanto l'entità di una sconfitta storica con cui Renzi non vuole fare i conti. Sconfitta che è una gigantesca rottura sentimentale tra Pd e paese, perdita di senso, smarrimento identitario. La rabbia, nel corso della presentazione del libro, esplode tra il pubblico, quando il direttore di questo giornale, pone la domanda sul punto dolente: "Ma se è andato tutto bene e questi sono incompetenti e cialtroni, come te lo spieghi che li ha votati la metà del paese?". La sala non gradisce, critica, qualcuno si alza, rumoreggia, contesta.
È l'istantanea di un legame settario col proprio popolo, perché il popolo, nel renzismo, non è una costruzione politica che si alimenta a pane e consapevolezza, ma è il pubblico di un talk, o se preferite una curva, una setta sempre più stretta che si nutre del culto del Capo e, per dirla col poeta, della favola bella che ieri ci illuse e che oggi ci illude. Per i pochi che restano, ovviamente. C'erano una volta i grandi partiti di massa che trasformarono le plebi in popolo, grandi protagonisti dell'alfabetizzazione democratica del paese. Ci sono oggi, nell'Italia del presentismo senza memoria, i partiti personali, che giocano a trasformare il popolo in plebi, grandi protagonisti di un analfabetismo di ritorno. È evidente, in un gioco di detti e non detti, smentite fatte apposta per alimentare l'attesa, che Renzi si appresta, dopo le Europee a farsi il suo, perché la separazione emotiva col Pd si è già consumata. Del tre, quattro, cinque per cento, quel che sarà. Perché, vuoi mettere, un ego così deve sentirsi padrone in casa sua. Ed è meglio comandare in una casa piccola che costruire, con gli altri, una casa più grande.
La domanda, in questa circostanza, l'ha posta Lucia Annunziata sul "perché" della sconfitta. L'avrebbe posta qualunque persona con i piedi piantati e per terra e la testa lucida, non alterata dal pregiudizio o dalla sbornia dell'adorazione fideistica. Resta, e resterà, senza riposta il perché cotanto pericolo al governo è stato vissuto dal paese come un vettore di cambiamento col Pd percepito come establishment e travolto. C'è un passaggio, del discorso di Renzi, che dice tutto, accompagnato dal boato di chi, nel mito di quegli anni, punta sul fallimento di questo Pd: "Mi si dice che noi non abbiamo fatto l'analisi della sconfitta. Noi non abbiamo fatto l'analisi della vittoria. Il 41 per cento che la sinistra ha perso alle europee, non l'ha mai visto nemmeno in cartolina. L'analisi di quel miracolo non è mai stata fatta. E noi il Pd lo abbiamo lasciato al 40 per cento col referendum". Sic!. Dunque è colpa di Mattarella che non ha concesso il voto anticipato, colpa di chi ha voluto e sostenuto il governo Gentiloni, di quegli "amici che hanno fatto carte false perché rimanessi in campo tranne poi fare di tutto per non mandarmi a votare", colpa sempre degli altri se, negli anni del renzismo, la sinistra ha perso il suo popolo, le periferie di Roma, Torino, o le tante periferie sociali che si sono rivoltate a un blairismo di maniera, negli anni della rivolta del ceto medio schiantato dalla grande crisi. E Renzi continua a riproporlo, in un discorso che, assieme alla sconfitta, rimuove la gigantesca domanda di protezione sociale che ha portato il Sud a votare per il reddito di cittadinanza, banalizzandolo come un aiuto ai fannulloni, a chi non vuole "studiare, faticare, perché tanto un modo si trova".
L'unica proposta concreta, nell'ambito di questo déjà vu, è – udite, udite – una commissione parlamentare d'inchiesta sulle fake news. Proposta che rivela l'essenza del ragionamento renziano e cioè che la sconfitta è dovuta non ad una incomprensione politica di ciò che è accaduto in questi anni, ma alla comunicazione, terreno sottovalutato e lasciato arare dalla macchina della propaganda leghista e pentastellata. Solito Renzi, ormai incapace di stupire, di cambiare passo, di crescere nell'elaborazione e nella consapevolezza, come un cantante che resta inchiodato alla canzone con cui vinse un Sanremo da giovane, di quelli che poi finiscono nei programmi sulle "meteore". L'aspettativa, che pure in alte epoche suscitò, è affogata nel reducismo. Non c'è, in due ore di comizio, un solo messaggio che non sia contro qualcuno, sia esso il governo, siano essi i "compagni" che "chiedono autocritica" e non c'è uno straccio di capacità di comprensione delle ragioni degli altri che poi, diceva quel comunista di Gramsci, è la chiave per costruire una egemonia. Altrimenti, la politica, racchiusa nella dimensione del potere, crolla con esso. Il film è stato già visto, il libro è stato già letto, tutto questo avvenire è già avvenuto e dimenticato dai più. Dalla sera del 4 dicembre.

Alessandro De Angelis (Huffingtonpost.it/2019/02/14)


giovedì 14 febbraio 2019

La Democrazia può morire pure di troppe elezioni



Mai come in questo periodo storico, in Italia ma non solo in Italia (si pensi a Donald Trump che sotto le elezioni di middle term è stato indotto a prendere decisioni che non riteneva le più efficaci ma le più popolari) la democrazia rappresentativa dimostra la propria debolezza e i propri limiti strutturali, come regime adatto a governare un Paese. 
Il politico, meglio l’uomo di Stato, dovrebbe pensare in grande stile, avere una visione che va al di là del proprio naso, lungimirante, che copra perlomeno i quattro o  i cinque anni del suo mandato. Ma anche se avesse queste doti non può esercitarle. Oggi oltre alle elezioni politiche ci sono quelle amministrative, comunali e regionali, quelle europee e, per non farci mancar nulla, i sondaggi più o meno a scadenza mensile. L’uomo politico, anche quello in teoria valido, in presenza di una qualsiasi di queste elezioni è quindi costretto a prendere decisioni  sull’“hic et nunc” che gli possano garantire maggior consenso anche nella prospettiva di quelle successive, ma che non è affatto detto che siano le più efficaci. 
C’è modo di limitare questa debolezza? In parte sì. Bisognerebbe accorpare le amministrative nello stesso giorno e non come ora per cui un mese si vota in Abruzzo, un mese dopo in Sardegna, un altro, poniamo, in Piemonte, un altro ancora in Lombardia, e farle svolgere negli stessi giorni in cui si tengono le elezioni politiche. Una cosa similare dovrebbe essere fatta per i singoli Stati dell’Unione europea, in cui almeno le elezioni politiche dovrebbero tenersi tutte nello stesso periodo. Perché un’elezione, poniamo in Polonia, può influenzare e condizionare le elezioni di altri Paesi, tanto più perché nel Parlamento europeo agiscono gruppi che non sono omogenei con quelli dello Stato di appartenenza. Infine bisognerebbe eliminare i sondaggi perché influenzano surrettiziamente l’elettorato e quindi anche l’uomo politico che all’elettorato deve rispondere. Inoltre i parlamentari che agiscono all’interno dei partiti, e questo in Italia lo vediamo benissimo, si spostano dall’uno all’altro gruppo non secondo una coerenza ideale o ideologica ma per la propria convenienza personale. Per cui per evitare che siano di fatto i segretari di partito o il loro entourage a imporre i candidati, con tanti saluti alla libertà dell’elettore, non era poi così strampalata la proposta di Beppe Grillo di ricorrere al sorteggio. 
La democrazia diretta eliminerebbe alcuni dei limiti e delle storture di quella rappresentativa? In teoria sì, nella pratica no. La democrazia diretta può essere esercitata solo in un ambito ristretto (non a caso Rousseau l’aveva immaginata a Ginevra che allora aveva circa 100.000 abitanti) dove l’elettore agisce sul suo, cioè sa su che cosa deve decidere. Ma in una democrazia diretta universale, globale, utilizzando gli strumenti della tecnologia digitale, come l’aveva immaginata Gianroberto Casaleggio, l’elettore sarebbe chiamato a decidere su cose di cui non sa nulla. 
Per la verità una democrazia diretta, ristretta a una comunità ben precisa, è esistita in epoca preindustriale. Nella società del villaggio l’assemblea dei capi famiglia, in genere uomini, ma anche donne se il marito era morto, decideva su tutto ciò che riguardava il villaggio. Scrive lo storico francese Soboul: “Le attribuzioni delle assemblee riguardavano tutti i punti che interessavano la comunità. Essa votava le spese e procedeva alle nomine; decideva della vendita, scambio e locazione dei boschi comuni, della riparazione della chiesa, del presbiterio, delle strade e dei ponti. Riscuoteva ‘au pied de la taille’ (cioè proporzionalmente) i canoni che alimentavano il bilancio comunale; poteva contrarre debiti ed iniziare processi; nominava, oltre ai sindaci, il maestro di scuola, il pastore comunale, i guardiani di messi, gli assessori e i riscossori di taglia”. Un’altra importante attribuzione dell’assemblea si aveva in materia di tasse reali, era infatti l’assemblea che ne fissava la ripartizione all’interno della comunità e la riscossione. Insomma la democrazia è esistita quando non sapeva di essere democrazia. 
Questo sistema, che aveva funzionato benissimo per secoli, s’incrinerà in Francia proprio alle soglie della Rivoluzione francese  quando sotto la spinta degli interessi e della smania di regolamentazione dell’avanzante borghesia un decreto reale del 1787 introdurrà il principio secondo il quale non era più l’assemblea del villaggio a decidere direttamente ma attraverso l’elezione di suoi rappresentanti. Era nata la democrazia rappresentativa. Quella che viviamo attualmente e che democrazia non è e non è mai stata ma è formata da oligarchie o poliarchie, come le chiama pudicamente Sartori, in cui delle minoranze dominano sulla maggioranza dei cittadini e che, in linea di massima, non sono legittimate da nulla se non dalla potenza del denaro.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 14 febbraio 2019)



mercoledì 13 febbraio 2019

Combinazione/coincidenza d’incontri, luoghi, fatti e persone.



A molti, quando mi chiedono che fai oggi nella vita rispondo con convinzione: “cazzeggio”.
A tanti la risposta suscita immediata ilarità, altri ritengono inadeguata l’espressione usata, ma quando vado a spiegare meglio cosa intendevo dire veramente, riscontro in loro un cambiamento e un certo interesse; spesso vedo anche nascere un po’ d’invidia.
“Cazzeggio”, nel caso, è poter scegliere liberamente e decidere ogni momento del tuo tempo; rendendo facoltativo il dover cogliere occasioni o rimanere tranquilli a osservare, aspettare e magari rinunciare a qualcosa che presuppone un eccessivo inutile impegno che, in fondo, non vale la pena.
Analoghe considerazioni emergono quando, nella mia passione per la fotografia, esalto il “Fattore C”. Un elemento che ci accompagna con costanza e condiziona, in ogni campo, le nostre brevi esistenze.
Non mi dilungo sulle mie dissertazioni ma certo è che per raggiungere ogni traguardo ci vuole una buona dose di fortuna; nelle opportunità, nella salute, nel lavoro, negli incontri e chi più ne ha più ne metta.
Paradossalmente, se ci pensiamo per un attimo, occorre già partire dal fatto che c’è già voluta tanta fortuna a quell’inconscio spermatozoo che, tra milioni, è riuscito a fecondare, a consentirci la trasmissione del “dna” familiare, a continuare la missione di perpetuare la specie.
Occorre pertanto avere sempre consapevolezza di tutto quanto c’è nel nostro bicchiere mezzo pieno; forse basterebbe a far comprendere e meglio valutare lo status di ciascuno; specie ai più fortunati.
Mi rendo conto di come in campo artistico la maggior parte della gente così detta “impegnata”, che ha o ha avuto riconosciuti dei meriti, non accetta di buon grado la cosa, ritendendo la fortuna un fattore alquanto riduttivo.
Di regola questi sostengono che la casualità non c’entra per nulla con i loro traguardi, che la creatività che li contraddistingue li porta sempre ai risultati “voluti” e “certi”. Ciò può valere magari per creatività programmabili, per assemblaggi meccanici, per realizzazioni ingegneristiche, fotografie di marketing, di still life, ma mai nei casi che vanno a catturare attimi fuggenti.
Comunque, imbarcarsi in discussioni con soggetti “convinti”, che non potrai mai intaccare in confronti aperti, costituisce solo tempo sprecato.
Meglio tornare al più rilassante “cazzeggio” e continuare a cercare divertimento nelle cose che intrigano e che io pratico con diletto.
Capita quindi di avere segnalato un evento e quando l'indicazione arriva da una persona come Pippo Pappalardo è difficile non tenerne conto.
Nel caso in ispecie, si trattava dell’inaugurazione della mostra intitolata "Strade senza ritorno", una personale fotografica di Roberto Strano, arricchita con contributi di Pippo e incentrata su un tema inusuale e alquanto difficile.
Chi segnalava la mostra e la particolarità della tematica che riguardava tragicità connesse all'infortunistica stradale intrigava di per sé e per soddisfare la curiosità occorreva quindi partecipare all'inaugurazione.
Nella circostanza ho avuto modo di conoscere l'affabile autore che, con disponibilità, ha pure dedicato tempo ai visitatori intervenuti, raccontando curiosità e aneddoti sull'origine della sua mostra; riferiva anche dell'inaspettato contributo spontaneo pervenutogli da Pippo Pappalardo che, con dei suoi originali e intensi scritti, suscitati dalla preventiva visione delle foto che sarebbero state esposte, sottolineava il messaggio di certe immagini.
Le fotografie esposte, richiamavano le vecchie regole di stampa di un tempo, e l’ottima fattura rafforzava i contenuti intensi, crudi, tragici, mai speculativi e, soprattutto, belli: le fotografie non costituivano solo documenti rappresentativi d’incidenti, ma andavano ben oltre.
Le tragedie dell’infortunistica stradale, era rappresentata con efficacia in ogni sua forma, con evidenze esplicite di morti e con scene allusive che mantenevano la morte nascosta, latente.
L’osservazione evidenziava un certo parallelismo con delle scene di guerra, in questo caso non dichiarate, ma che ci accompagnano quotidianamente.
La sintesi dell'articolato scritto di Roberto Strano, in brevi frasi riportate in quarta di copertina, concettualizza al meglio il significato della difficile operazione.
Riporto di seguito i testi citati: 
"Ho sempre creduto nella forza delle immagini". "Mi sono sempre chiesto se fosse etico raccontare il dolore". "Ho sempre cercato di non spettacolarizzarlo, di raccontarlo con rispetto, con la speranza di scuotere la coscienza dell'uomo". "Il giorno che non crederò più in tutto ciò smetterò di fotografare". 
L’intero progetto è un esempio di come la fotografia può essere vissuta e come l’arte visiva può efficacemente raccontare, molto più di tante parole.
Una curiosità finale: lo spazio espositivo della mostra era Il “Centro internazionale di fotografia”, fortemente voluto e curato da Letizia Battaglia, lo stesso ambiente che aveva appena finito di accogliere la notevole mostra di Josef Koudelka incentrata sulla fine della “primavera" di Praga: “Invasion Prague '68”. I tanti lenzuoli che coprivano i cadaveri degli incidentati rappresentati da Strano richiamavano molto i morti ammazzati di mafia immortalati nei suoi scatti da Letizia.
Senza voler, in alcun modo, inficiare la valenza e lo spessore del progetto realizzato da Roberto Strano, con immagini prive di spettacolarizzazione ma proposte con un taglio altamente artistico, la strana (per l’appunto) combinazione/coincidenza d’incontri, luoghi, fatti e persone ……. mi ha portato a riflettere e a ripensare, qualora ne avessi avuto ancora bisogno, alla onnipresenza del famoso “Fattore”.

Prima di procedere alla pubblicazione, in quanto citato più volte, ho sottoposto l’articolo all’esame preventivo dell’amico Pippo, il quale mi ha risposto con le seguenti parole.

Ti ringrazio per l’apprezzamento del lavoro fotografico che hai rivolto all’amico Roberto Strano e che hai espresso in occasione della sua mostra al Centro della Fotografia di Palermo, formulando una recensione capace di tracciare letture parallele di quanto rappresentato, collegandole, peraltro, all’Eminenza BATTAGLIERA che tutto benevolmente sopraintende.
A nome mio, che vi ho collaborato, e a nome di Roberto ti ringrazio dell’attenzione che ti ha distratto dall’amato cazzeggio.
Colgo l’occasione per ricordare che tale nobile e proficuo atteggiamento ha radici antichissime, nobilissime se non addirittura “classiche” (nel senso che vi si può rivolgere ancora oggi).
Ne troviamo traccia nei Dialoghi di Platone, nel Vangelo, nel Decamerone, nei Racconti di Canterbury, nelle Mille e una notte, in Aulo Gellio, in San Francesco, nei cantastorie e nei trovatori; e non finirei mai di rimembrarti i tuoi confratelli di avventura.
Personalmente mi ritrovo nel cazzeggio e lo chiamo ERRARE laddove il dinamismo del procedere (il flusso del divenire) incontra la possibilità o necessità dell’errore.
E ancora più chiaramente mi ritrovo in quella esperienza che chiamano “serendipità” (C.Colombo cazzeggiava per l’oceano cercando le Indie e trova le Americhe; cerco l’ago nel fieno e vi scopro la figlia del mugnaio; ed altre amenità similari).
C’erano sempre state? Le abbiamo riconosciute dopo? Il nostro occhio fotografico era particolarmente allenato? O eravamo un fascio di nervi – HCB -pronti a formulare le immagini?
Io non so penetrare la vicenda perché tra determinismo e indeterminismo non so come giustificare il caso o il fattore C.
Ma devo confessare che poco mi tange, essendo sempre stato consapevole che ciò che non conosco non posso fotografarlo (la macchina invece si, ma io continuo a non riconoscerlo).
Ovviamente caro amico ti rivelo che Gastone mi era antipatico ma finivo per invidiarlo; con Paperino, invece, tutta la mia solidarietà, ma solo quella.

Buona luce a tutti!

© Essec

martedì 12 febbraio 2019

Caracas, forza del diritto contro diritto della forza


Nella vicenda venezuelana dove i principali Paesi europei (ad eccezione del governo italiano nella sua versione 5Stelle – il muscolare Salvini, dopo tutte le sue smancerie con Putin, ha provveduto subito ad allinearsi ai voleri americani, ubi maior minor cessat) hanno preso partito per Guaidò, l’autoproclamatosi presidente del Venezuela, sia pure ad interim, è a dir poco curiosa la posizione della Spagna, fra i più accesi sostenitori di Guaidò. Non più di un anno e mezzo fa il governo spagnolo, appellandosi alla Costituzione, come in Venezuela fa Maduro, ha messo in galera tutti i più rappresentativi esponenti indipendentisti, da Junqueras a Turull a Rull, e costretto all’esilio il loro leader, Puigdemont, nonostante l’indipendentismo catalano fosse uscito vincitore da un regolare referendum. Adesso la Spagna sostiene la legittimità di Guaidò, contro Maduro, nonostante il “giovane e bell’ingegnere” non abbia ricevuto legittimità da alcun referendum, ma solo da un appoggio popolare, la cui quantità e qualità è tutta da verificare, e soprattutto da quello internazionale a guida americana. In un certo senso il governo spagnolo, avallando la legittimità di Guaidò, ha preso partito contro le logiche giuridiche che gli avevano permesso di mettere in galera gli indipendentisti catalani.
I governi europei che appoggiano Guaidò non si rendono conto di scavarsi la fossa da soli. Con la stessa logica un leader dei ‘gilets jaunes’ potrebbe autoproclamarsi presidente della Francia delegittimando Macron. Io ho molta simpatia per i ‘gilets’, un movimento popolare spontaneo e apartitico, ma qui non si tratta di simpatie per questo o per quello, per i ‘gilets’ piuttosto che per Macron, per Quaidò invece che per Maduro, qui sono in gioco princìpi di diritto internazionale indisponibili: 1.Il diritto all’’autodeterminazione dei popoli’ sancito nel 1975 a Helsinki da quasi tutti i Paesi del mondo. 2.Il principio della ‘non ingerenza’ negli affari interni di uno Stato sovrano.
Per la verità è da almeno vent’anni che questi diritti e questi princìpi, volti a garantire un minimo di convivenza fra i vari Stati del mondo, vengono sistematicamente  violati, soprattutto dagli americani, ma non solo. Si cominciò nel 1999 con l’aggressione americana alla Serbia in favore del Kosovo, terra serba da secoli, con l’appoggio e la complicità del governo D’Alema (gli aerei americani che andarono a bombardare per 72 giorni una grande capitale europea come Belgrado e che fecero 5.500 morti, partivano da Aviano). Si è proseguito nel 2003 con l’aggressione americana all’Iraq, contro la volontà dell’Onu, sotto l’ipocrito velo della Nato, un fantoccio nella piena disponibilità yankee. Nonostante contro quell’aggressione avesse tuonato Papa Wojtyla, vi parteciparono anche i cattolicissimi spagnoli sotto il governo del cattolicissimo Aznar. Ma con l’avvento al governo del socialista Zapatero, non lontanissimo per affinità elettive da quel chavismo di cui oggi Maduro è l’infelice erede, le truppe iberiche si ritirarono. Parteciparono invece gli italiani (governo Berlusconi) che non sapendo su cosa stavano mettendo i piedi subirono la tragedia di Nassiriya.  E’ accaduto nel 2011 con la Libia di Gheddafi per iniziativa franco-americana, ma con l’appoggio del pur recalcitrante Berlusconi, quindi doppiamente colpevole.
I risultati delle violazioni dei cardini del diritto internazionale sono sotto gli occhi di tutti. In Kosovo si è registrata la più grande ‘pulizia etnica’ dei Balcani, ed è tutto dire: dei 360 mila serbi che vi risiedevano ne sono rimasti solo 60 mila. Con la guerra a Saddam una metà dell’Iraq è stata gentilmente consegnata agli iraniani, senza che gli eredi di Khomeini abbiano dovuto sparare un solo colpo di kalashnikov. In Somalia gli Shabaab si sono alleati col Califfato, in Libia, dopo la defenestrazione di Gheddafi, la situazione è talmente caotica che persino i ‘mercanti di uomini’ debbono pagare una taglia all’Isis per poter fare il loro sporco mestiere. In Siria l’intervento americano contro Assad in favore dei rivoltosi ha incoraggiato la Russia a mettere le proprie mani armate nell’area e acceso gli appetiti delle potenze regionali della zona, dalla Turchia a Israele allo stesso Iran.
So per certo che la posizione a 5Stelle del governo italiano sta subendo fortissime pressioni, da Washington, da Bruxelles, dai Paesi sudamericani legati agli Usa, perché abbandoni la propria neutralità. Se credono nella validità delle proprie convinzioni i 5Stelle devono tener duro. Altrimenti daranno aggio ai loro avversari di ribadire quello che sempre, a torto o a ragione, dicono di loro: che promettono quello che non sono in grado di mantenere. Ma, in fondo, questa è una questione minore, tutta italiana. A Caracas si gioca qualcosa di un po’ più importante, il futuro del mondo moderno: se la forza del diritto deve cedere definitivamente al diritto della forza.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 8 febbraio 2019)

venerdì 8 febbraio 2019

Il ruolo da padrone



Fino a quando non avevo particolare interesse per la fotografia, i miei itinerari erano finalizzati al raggiungimento dei luoghi.
I miei percorsi, infatti, non prevedevano la contemplazione, seppur furtiva, di quanto potessi incontrare lungo il tragitto.
Con la nascita in me della passione per la fotografia, oggi forse anche corroborata dalla senilità che avanza, è cambiato tutto.
Come ho avuto modo di scrivere in altre circostanze, l’occhio del fotografo invidia quello delle mosche, perchè vorticosamente gira e ricerca con lo sguardo, magari sopperendo al limite fisico aiutandosi con l’esperienza e la propria fantasia.
Per muovermi in città prediligo sempre percorsi pedonali e lungo il tragitto lo sguardo si concentra a visionare con la mente tutto quello che incontro.
Nella limitata esperienza da sub, ad esempio, avevo appreso che certi resti di molluschi costituivano indizi per individuare la tana di un polipo, ovvero che in particolari anfratti si era certi di trovare murene, saraghi o cefali.
In fotografia è un pò la stessa cosa, perché ambientandosi nei luoghi si impara a capire cosa si potrebbe trovare dietro l’angolo, a leggere quello che ti sovrasta lungo il cammino, a ricercare dettagli e tracce che suscitino un qualche interesse, siano esse scritte, resti di cartelloni pubblicitari, personaggi ambientati in certi contesti; insomma tutto quanto può contribuire a sollecitare l’intima immaginazione creativa.
Certo, molto dipende anche dall’umore del momento, dallo stato d’animo con cui ti accingi ad approcciare a una battuta. Per questo, quando si è indisposti o di umore non buono, anche per il bene degli altri, è molto meglio restare a casa, magari dedicandosi alla “post produzione”.
Come è risaputo, la fotografia è un qualcosa di indefinito che coesiste con il nostro essere e che comprende tutto quanto incontriamo e ogni cosa o persona che ci circonda.
La sensibilità di ciascuno e l’esperienza di certo aiutano molto nel “mestiere” ………. ma resto fermamente convinto che il ruolo da padrone lo fa sempre il “Fattore C”.

Dopo che l'articolo è stato postato mi arriva il commento acuto del mio carissimo amico P. che mi piace condividere con chi sta leggendo: "L’articolo sulla fotografia si può commentare con delle citazioni: “Non è la meta quello che conta ma il viaggio “, “Il vero viaggio non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi “ oppure parafrasando “Ciò che fotografiamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo“, ferma restando naturalmente la famosa Fortuna con la C maiuscola!" 

Buona luce a tutti!

 © Essec


giovedì 7 febbraio 2019

Per farsi levare un numero Tim, è meglio chiamare Kafka


Storie di ordinaria follia. Burocratica. Della Tim. Vicenda che è capitata a me, ma pure a molti altri utenti anche se non nelle forme kafkiane della mia. 
Ho due linee di telefono fisso, una collegata al fax, una risalente a quando era ancora vivo mio padre prima sotto Stipel poi diventata Sip poi Telecom infine l’attuale Tim. Insomma un numero che sta in casa mia da oltre 70 anni. Naturalmente gli apparecchi sono cambiati e modernizzati. Anche se il vecchio modello, tipo ‘telefoni bianchi’, che io tengo in un’altra stanza, fa il suo porco dovere. Tant’è che quando lascio la cornetta del telefono principale attaccata male, quello invece squilla. 
Il secondo numero, collegato al fax, non mi serviva più. A settembre ho chiesto alla Tim, con una certa fatica perché non si riusciva mai ad arrivare ad un umano, di toglierlo di mezzo. Finalmente la Tim mi informò che il giorno 30 novembre sarebbe arrivato il tecnico, senza peraltro dirmi a che ora. Sono quindi rimasto in casa tutto il giorno. Ma quello non si è fatto vedere.
Allora con la solita difficoltà delle nuove tecniche (devi schiacciare un’infinità di numeri, come il lettore sa bene) sono riuscito a fissare un nuovo appuntamento. Il tecnico non è arrivato. Alla Tim avevo fatto ben presente che volevo togliere il numero suppletivo ma lasciando ovviamente l’altro, quello di sempre. Il 15 gennaio, circa cinque mesi dopo la mia prima richiesta, si è alla fine presentato un tecnico in carne e ossa. Un vecchio operaio che aveva cominciato con la Sip e la cosa mi ha rassicurato. Anni prima infatti avevo avuto un incrocchio per cui se funzionava la segreteria telefonica non funzionavano il fax e il fisso. E viceversa. Era venuto un giovane tecnico, di ultima generazione, che quando, un po’ preoccupato, gli spiegai il problema si mise a ridere: “E’ cosa da nulla”. Non riuscì a combinare un picchio. Ne chiamai un altro, sempre giovane, col quale si ripeté la stessa scena. Ne chiamai un terzo e nulla cambiò. Mi rivolsi allora a un vecchissimo tecnico che risaliva addirittura alla Stipel. Risolse tutto. 
L’ultimo tecnico, quello ex Sip, operò molto bene. Sembrava tutto risolto. Il telefono principale funzionava, il numero collegato al fax era stato tolto di mezzo. Chiesi al tecnico una certificazione che documentasse la nuova situazione. Mi disse che ormai tutto avveniva per vie interne alla Tim, che quindi non ce n’era bisogno. Qualche giorno dopo ricevetti una telefonata della Tim. Una donna mi disse: “Lei ha lasciato Tim. Vorremmo quindi…”. “Io non ho mai lasciato Tim. Ho solo chiesto di togliere un numero suppletivo”. “Mi lasci controllare”. Poi mi richiamò confermando che le cose stavano come le avevo detto. Ricevetti però una seconda telefonata Tim che mi poneva la stessa questione. Diedi la stessa risposta. Ce ne fu poi anche una terza dello stesso tenore, stessa domanda, stessa risposta. A questo punto pensai che questa logorante interlocuzione con la Tim fosse finalmente chiusa. 
Bene. Domenica mattina, verso le undici, alzo il telefono, faccio un numero e una voce registrata mi dice: “Per ragioni amministrative il suo telefono è disattivato”. Aggiunge poi, la voce, di chiamare il numero di emergenza. Per un colpo di sfiga avevo rotto il cellulare. Ero quindi completamente isolato. Il cellulare però non è obbligatorio. Uno può non avercelo per ragioni sue. Per smaltire il nervosismo sono andato in piscina. Sono ritornato alle quattro e il telefono continuava a non funzionare, c’era sempre la stessa voce registrata che cominciava: “Per ragioni amministrative…”. 
Ritengo che in una società come questa, basata tutta sulle telecomunicazioni, e in una città come Milano, modernizzatissima ma dove uno non conosce nemmeno il suo vicino di pianerottolo, lasciare una persona per quattro o più ore senza la possibilità di comunicare sia un tantino criminale. Un vecchio, un single, può sentirsi male e non può nemmeno chiamare il 118. In ogni caso, anche se era la Tim che aveva sbagliato tutto, aveva almeno il dovere di informarmi qualche giorno prima che mi avrebbe disattivato il telefono. 
Verso le quattro e mezza del pomeriggio il telefono ha ripreso, misteriosamente, a funzionare. Erano passati cinque mesi dalla mia prima richiesta. Tim mi ha spiegato che c’erano stati dei difetti e degli equivoci nelle loro comunicazioni interne (che non è affatto detto che non si possano ripetere, e infatti l’altro giorno il telefono è rimasto disattivato per mezzora). Insomma la più importante società di telecomunicazioni, che è la proprietaria delle linee telefoniche, non sa comunicare al proprio interno. E il dottor Gubitosi che ieri ha rilasciato un’intervista trionfalistica al Corriere, dove è prospettata una serie di agganci internazionali con altri operatori, farebbe bene, prima, a sistemare un po’ meglio la propria organizzazione interna.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 3 febbraio 2019)

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