"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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venerdì 14 ottobre 2016

Dario Fo compie 90 anni: “Sono anziano non vecchio. I vecchi ridono poco, sono nostalgici e di destra. E io a destra mai!”




Il premio Nobel per la letteratura si racconta: dall'incontro con la moglie Franca Rame alla nascita del figlio, dalla pittura al teatro. "Il giorno più bello della mia vita? Quando è finita la guerra: ricordo come se fosse ieri la festa dei paesi mentre si allontanava l'incubo della morte, delle bombe, di quella distruzione orrenda"




Lo cercano tutti per via delle novanta candeline. E giustamente lui obietta: ma io non ho fatto nulla di rilevante, compio soltanto gli anni. Il numero però è importante. Come lo è il padrone di casa, che ci riceve in un’assolata mattina milanese mentre la primavera albeggia al di là delle finestre. Siamo venuti tante volte in questo appartamento a parlare con Dario Fo dei suoi libri, dei suoi spettacoli, della politica. L’ultima, l’anno scorso, ci aveva lasciato con una frase indimenticabile: “Creare meraviglia vuol dire suscitare l’incanto in chi ti guarda. E attraverso il coinvolgimento passano al pubblico molte cose, per questo fare teatro è il mestiere più straordinario del mondo”. 

Di lui sappiamo quasi tutto, perché non ha mai smesso di lavorare, scrivere, recitare e nemmeno di far sentire la sua voce nel dibattito pubblico. Allora, in occasione di questo compleanno così rotondo e dunque così simbolico, abbiamo cercato di capire da dove arriva quel suo estro vulcanico che tanto ha dato all’Italia. 

Tutto comincia a Luino, il 24 marzo del 1926 quando mamma Pina dà alla luce Dario. Suo marito Felice, di nome e di fatto, è un capostazione con la passione per il teatro. Il più antico ricordo è “un fatto di sangue”, sullo sfondo c’è un binario: “Avevo circa tre anni. Vidi un ragazzo che attraversava in bicicletta la ferrovia. Cadde e si ferì profondamente una mano, in verticale. Gli andai vicino, la mano era tutta rossa di sangue. Era la prima volta che lo vedevo e ho scoperto che l’uomo è pieno di sangue. Poi è arrivato un signore che l’ha soccorso e gli ha stretto una sciarpa attorno alla ferita. E gli ha detto: ‘Andiamo in ospedale perché dovrai mettere dei punti’. Un’altra cosa che mi colpì moltissimo: non sapevo che le persone si potevano rammendare come faceva la mamma con i pantaloni sdruciti”. 

Un fatto traumatico. - E non è il solo. L’altro ricordo è di una notte in cui mi sono svegliato in casa e non c’era nessuno. Ho cominciato a strillare ed è arrivata una vicina. Mi ha consolato, con una perfetta recita a soggetto in cui ha inventato una scusa su due piedi e mi ha fatto riaddormentare. Ma appena i miei sono tornati mi sono svegliato: volevo sapere perché erano andati via senza dirmi nulla. Questi sono i due primi ricordi della mia vita. 

La sua scelta di arruolarsi giovanissimo nell’esercito della Rsi ha suscitato un mare di polemiche negli anni Settanta. - Ho scritto tutto in un libro: mi sono arruolato nell’esercito italiano, in quanto italiano e non in quanto fascista, per un brevissimo periodo. Mi sono arruolato per non essere deportato in Germania e alla fine sono andato nei parà perché per i paracadutisti c’era un periodo di addestramento obbligatorio e sapevo che la guerra era agli sgoccioli: in Germania non ci volevo andare, nessuno tornava. Alla fine sono scappato, perché avevano fucilato venti civili senza ragione. Non m’importava nulla che mi uccidessero: il mondo attorno a me ormai era solo brutalità, violenza, sopraffazione. Non m’interessava più nulla di come andava a finire. Sono andato a rifugiarmi in montagna durante le ultime settimane prima della Liberazione. Ma la gente del mio paese, quando sono tornato, non mi ha chiamato fascista. Ho soltanto cercato di salvarmi: ero un ragazzo. 

La sua prima vocazione artistica è stata la pittura. - Ho studiato all’Accademia di Brera, per otto anni. In quegli anni imparo a incidere, a dipingere, a scolpire. Però a un certo punto capisco che non siamo più nel periodo d’oro della pittura, con la guerra qualcosa si è rotto. Tanto è vero che anche i pittori già affermati cominciano a faticare. A un certo punto un importante mercante d’arte mi propone di entrare nella sua bottega. Cioè lui mi passava uno stipendio, ma in cambio voleva la gran parte della mia produzione. Mi lasciava una decina di quadri: all’epoca io producevo tantissimo, una tela al giorno. Lui si prendeva tutto, salvo che io fossi diventato molto famoso, allora avrei percepito delle percentuali sulle vendite. Capii che era una truffa e allora dissi basta, questo non è il mio mestiere.

E quindi? - Mi sono iscritto ad Architettura. Contemporaneamente lavoravo per aiutare mio padre a pagare le tasse e i libri: facevo il ragazzo di bottega in uno studio di architettura. Mi mandavano a fare dei rilievi, su cui producevo dei bozzetti. A un certo punto scopro che il terreno di cui mi occupo è vincolato, a uso agricolo. Allora vado dal titolare dello studio e gli dico: ma perché lavoriamo ai progetti su quel terreno che è vincolato? È inutile. E lui mi risponde: ‘Non preoccuparti, le vie del sorprendente in architettura sono infinite’. Un mese dopo, il Comune aveva cambiato la destinazione d’uso di quel terreno, da agricolo a edificabile. Per me fu una delusione grandissima. Disperatamente diedi le dimissioni. Non avevo un soldo, letteralmente, ed ero depresso. Continuavo a dimagrire perché appena mangiavo qualcosa, rimettevo. Un mio amico mi disse: ‘Ma io ti ho sentito recitare e tutti ti applaudivano. Sei bravissimo a recitare, è quello il tuo mestiere!’. 

Allora andò a bussare alla porta di Franco Parenti. - Esatto: andai lì con alcuni monologhi che avevo pronti e mi presero subito. Alle prove c’era Franca. Io la conoscevo già, attraverso una fotografia che avevo visto nel salotto di casa di sua madre a Varese, perché per caso avevo conosciuto il fratello. 

Ed è stato subito amore? - Dio… era meravigliosa: bellissima, affascinante, spiritosa. Bravissima sul lavoro. 

E corteggiatissima. - Lei mi piaceva moltissimo, ovviamente. A chi non piaceva Franca? Ma non era alla mia portata. Tutte le volte che la guardavo mi dicevo: ‘Non perdere tempo, non perdere la testa, non fare casini. Con tutti i pretendenti potenti e ricchi che ha…’. M’imponevo di non incrociare mai il suo sguardo, di non darle retta se mi rivolgeva la parola. Arrivavano fiori, regali, venivano a prenderla con l’automobile. Figurati un po’, io ero uno spiantato. Una sera però ci ritrovammo da soli. Io stavo uscendo dal teatro e lei mi disse: ‘Ma dove vai, Dario?’. Io, secco: ‘A casa’. E lei: ‘Non mangi?’. Le raccontai una bugia: ‘Ho già mangiato prima’. Ma lei aveva capito: ‘Stai dicendo una balla’. Non avevo una lira in tasca. Allora m’invitò lei: ‘Pago io. Ma ho soldi abbastanza per pane, salame e una birra. Ti va?’. Tutti i miei buoni propositi andarono a farsi benedire… Abbiamo attraversato Milano in lungo e in largo, quella notte. Io la accompagnavo a casa, poi lei insisteva per accompagnare me e io di nuovo lei. Abbiamo parlato per molte ore, una serata gioiosa e divertente. 

E quindi l’ha baciata? - Ma no! Anzi, non volevo mai uscire con lei. Inventavo delle balle, dicevo sempre che ero occupato, che non potevo. Una volta le ho detto addirittura che avevo un esame al Politecnico e che dovevo studiare e non era vero perché avevo già lasciato. Quella sera stessa, eravamo nelle quinte del palco, lei mi ha dato uno spintone. Sono finito con le spalle al muro e mi ha baciato. Questa è la storia. 

Siete stati insieme tutta la vita. Ma Franca a un certo punto l’ha lasciata. - Veramente mi ha lasciato un mucchio di volte. Quando è diventata soubrettona, in gergo si dice così, per una compagnia molto importante, la sorella le diceva: ‘Lascia perdere gli attori, sono dei perdigiorno. Che vita ti può dare Dario?’. Poi abbiamo fatto la pace, una volta che lei venne a vederci recitare. E tornò con noi per recitare ne Il dito nell’occhio. Poi ci siamo sposati in Sant’Ambrogio con il vescovo che aveva tenuto lì l’arredo di un altro matrimonio. Poi ci siamo lasciati almeno un paio di volte. Sempre lei. E aveva ragione, io ero sballato. Avevamo un successo incredibile, io ero circondato da ragazze bellissime che mi si offrivano… Allora lei disse basta. 

Tra queste distrazioni, non c’è mai stata nessuna che fosse importante? - Se fossi ipocrita, le direi che erano tutte storie senza importanza, occasionali. Avventure di nessun conto. Invece no: qualcuna tra queste ragazze si innamorava di me e io anche ero coinvolto. Ma Franca è sempre stata il centro del mio universo. Quando lei se ne andava e mi chiamava l’avvocato dicendomi ‘sua moglie si vuole dividere’, allora era un dramma. 

Franca l’ha mai tradita? - Credo l’abbia fatto per ripicca. Io ci soffrivo ma mi sentivo troppo colpevole, capivo che lei aveva tutte le ragioni. Però questi sono stati incidenti, inciampi. Non sono stati mai la chiave della nostra relazione. Ho avuto per Franca un amore assoluto, sconfinato, traboccante. Ricordo quando ebbe un incidente stradale, doveva dormire su una superficie rigida e si sdraiava sul pavimento perché sul letto non riusciva a stare. E io andavo a sistemarmi vicino a lei per terra. 

Le donne hanno con Franca Rame un debito di gratitudine per aver avuto il coraggio di raccontare la violenza subita nel ’73. Cos’ha provato lei quando sua moglie è stata presa? - Non ci sono le parole per dire la rabbia, il dolore, il senso d’impotenza. La cosa più terribile è stata quando sono venuti fuori i particolari, il coinvolgimento dello Stato e dei carabinieri, il brindisi alla notizia dello stupro. Il processo andato prescritto… (una lacrima minuscola scivola sulle guancia dietro gli occhiali da sole, ndr) 

Come ha fatto sua moglie a superarla? - Un professore nostro amico le disse: ‘Franca, denunciare non basta. La terapia devi fartela da sola, devi salvarti tu. Non basta che ne parli con i tuoi familiari o con qualche amico. Devi liberarti, devi raccontare. Fallo in teatro, è il tuo mestiere’. Lei, scuotendo la testa, rispose: ‘No, questo non posso farlo’. Un sera, mentre recitavamo uno spettacolo, lei aveva la scena dopo la mia, un monologo. Io ero dietro le quinte e improvvisamente capisco che non è il pezzo previsto, ma che Franca sta raccontando il suo dramma. La gente era sconvolta. Un coraggio da leonessa. E che esempio è stato per le donne! Quelli erano ancora tempi in cui le ragazze non potevano denunciare le violenze. 

Cosa le ha insegnato diventare padre? - Ho capito tardi l’importanza del mio ruolo di genitore, di quello che dovevo fare per mio figlio Jacopo. Lavoravo tanto, ero spesso fuori in tournée. Mi sono perso la sua infanzia: è mancata anche a me. Poi ci siamo avvicinati molto e sia io che Franca abbiamo capito che dovevamo vivere insieme la nostra condizione di genitori ed essere in pieno una famiglia. Oggi sono nonno e bisnonno, felice. Passo molto tempo con la mia famiglia: ora per questo compleanno arrivano tutti, mi manderanno a dormire in solaio! 

Parliamo di amici. - Sono sempre stato un ladro: di conoscenze, di sapere, di esperienza. Ho guardato i miei amici lavorare, li ho ascoltati e ho rubato, da tutti un po’. Quando ero ragazzino andavo in campagna a dipingere con i pittori adulti: li osservavo attentamente, copiavo. E pure all’Accademia. Io raccontavo storie, favole. Mi esibivo. Come giullare ero già famoso. E poi io chiedevo a mia volta di farmi vedere come si facevano le cose: ho sempre imparato rubando. Gaber, Jannacci mi chiamavano maestro: sono stati i primi. Ho insegnato loro alcune cose… Cadenzare senza esagerare, stare in scena naturalmente. Gli consigliavo di parlare con il pubblico, di creare un rapporto con chi li ascoltava. 

Qualche rimpianto? - Chissà perché me lo domandano tutti… Ho avuto una fortuna esagerata nella mia vita. Tutto quello che andava male, le crisi, i momenti distruttivi si sono sempre capovolti. Mi sono trovato spostato dal vento verso orizzonti diversi, cambiamenti, novità. Nessun rimpianto, davvero. 

Perché non ha mai voluto guidare l’auto? - Non m’interessava. Guidare è un’attività esclusiva, per cui non puoi mai distrarti. Ho provato una volta e ho capito che non ero adatto. Ma lo sospettavo: perfino in bicicletta cadevo perché pensavo a tutto fuorché alla strada. Poi c’era Franca, lei era così brava a guidare… 

I libri più importanti della sua vita? - Tantissimi. Le dico Memorie di un ottuagenario di Ippolito Nievo, che ho letto da ragazzo e amato moltissimo. Fino a un certo punto sono stato un vorace lettore di romanzi. Adoravo Dos Passos e Hemingway. Poi a un certo punto avevo delle curiosità che volevo togliermi, sulla Storia per esempio. Ho cominciato a leggere saggi e pubblicazioni scientifiche. 

Il giorno in cui le hanno assegnato il premio Nobel è stato il più bello della sua vita? - No! Il giorno più bello è stato quando è finita la guerra: ricordo come se fosse ieri la festa dei paesi, mentre si allontanava l’incubo della morte, delle bombe, di quella distruzione orrenda. Quando ho vinto il Nobel con Franca ci siamo detti: ‘Adesso non montiamoci la testa’. E abbiamo ricominciato a lavorare. 

Cos’è la vecchiaia? - Perché lo chiede a me? Io non mi sono accorto di nulla. Ogni tanto qualcuno mi diceva: ‘Guarda che tra un po’ compi novant’anni’, e io non ci davo peso. La vecchiaia ti viene addosso, all’improvviso. Io però mi sento anziano, non vecchio. E le spiego perché: i vecchi sono conservatori, sono nostalgici. Non fanno che ripetere ‘ai miei tempi’, hanno una mentalità chiusa, a volte ottusa. Non accettano le cose nuove, ridono poco. Sono ostili alla diversità. Io non mi trovo bene con quelli della mia età: peraltro i vecchi di solito votano a destra. E io a destra mai!






mercoledì 30 gennaio 2013

Lettera d’amore a Dario

CHI È DI SCENA…

Sono nata nel 1929.
Quando ero piccola, sette, otto anni, mi veniva in testa un pensiero che mi esaltava: morire.
Quando morirò?
Com’è quando si muore?
Come mi vestirò da morta?
Forse mamma mi metterà quel bel vestito che m’ha cucito lei di taffetà lilla pallido orlato da un bordino di pizzo d’oro.
“Sembri un angelo! Quanto è bella la mia bimba che compie gli anni!” mi diceva.
A volte mi stendevo sul lettone di mamma: vestito, calze, scarpe, velo bianco in testa, una corona del rosario tra le mani poste sul petto (tutta roba della Cresima), felice come una pasqua aspettavo che qualcuno mi venisse a cercare e si spaventasse…scoppiando in singhiozzi. “E’ mortaaa! Franchina è mortaaaaa?!” E tutti a corrermi intorno piangendo… arrivavano i vicini, il prete e tutti rosariavano in coro.
Arrivasse un cane di un cane. Nessuno spuntava.
Nell’attesa mi addormentavo.
Al risveglio ero incazzata nera.
“La prossima volta vi faccio vedere io!” bisbigliavo minacciosa.
Poi mi sgridavo: “Cattiva, sei cattiva!!! Dare un dolore così grande alla tua mamma. Vergognati! Con tutti il bene che ti vuole…”
“Ascoltami Franchina… – mi diceva mamma – ci sono delle regole nella vita che vanno rispettate, ogni giorno: non poltrire nel letto, la prima cosa che devi fare, come apri gli occhi è sorridere. Perché? Perché porta bene. La seconda correre in bagno, lavarti con l’acqua tiepida, orecchie comprese, velocemente, vestirti. Far colazione e via di corsa a scuola. Salutare con un sorriso le persone che conosci, se aggiungi al sorriso un ciao-ciao con la manina è ancora più gentile. Non dare confidenza ai maschi. Tenerli a rispettosa distanza. Non accettare dolci o regali da nessuno…specie se uomini. Non parlare mai con gli estranei. Mi raccomando bimba, non prendere freddo, d’inverno sempre la cuffietta di lana all’uncinetto con i pom-pom rosa che ti ha regalato la zia Ida…gli stivaletti rossi di Pia (mia sorella maggiore) che non le entrano più. Ti voglio bene-bene-bene.” Lo ripeteva tre volte con ardore perché mi si inculcasse bene nel cervello. “Fai attenzione a tutto… come attraversi la strada…guai se vai sotto a una macchina. Ti rompi tutta…ricordati che ci ho messo nove mesi a farti!”
Me ne andavo felice…Un po’ soprappensiero per quei nove mesi di lavoro per la mia mamma a farmi. E’ stata impegnata per un bel po’ di tempo…tutti quei mesi!
La vedevo intenta a mettere insieme i pezzi.
Ma dove li prendeva?
Forse c’eran dei negozi nascosti che li vendevano: “Vorrei due gambette con i piedini, due braccine con le manine, un corpicino, la testolina no…ho una bellissima bambola lenci di quando ero piccola…ci metto quella. “Chiederò a mamma, quando sarò più grande che mi spieghi come ha fatto a confezionarmi.
Ora siamo nel 2013. Da allora sono passati molti anni. Sono arrivata agli 84 il 18 luglio. Faremo una bella festa tutti insieme.
Quando Jacopo era piccolo, a Natale arrivavano regali da ogni parte…più i nostri.
Li posavamo tutti sul tavolone della sala da pranzo. Come il bimbo si svegliava lo si portava tenendolo in braccio davanti a tutto quello che aveva portato il Bambin Gesù. Ci si incantava a guardarlo.
Meraviglia, felicità, grida, risate. “Grazie Bambin Gesù…grazie!!!” gridava guardando verso il soffitto come fosse il cielo…poi seduto sul tappeto a scoprire e godersi i suoi giochi.
All’arrivo della torta con le candeline, non riuscivamo a convincerlo a soffiare per spegnerle.
“Lo devi fare! Soffia!!”
“Perché?”
“Perché cresci più in fretta! Soffia!”
Era un bimbo molto curioso e pensoso. Chiedeva sempre: e cosa vuol dire questo e perché no…Una volta sui 5 anni, stava appoggiato al davanzale del balcone su di una sedia con un filo in mano che agitava. “Che fai Jacopino?”
“Do da mangiare al vento…”
Ero un po’ preoccupata.
Mi diverto molto con le mie nipotine. Quando Mattea (la figlia di Jacopo) era piccola, sui sei anni e veniva a trovarci a Sala di Cesenatico a passare l’estate con noi, le preparavo una festa alla grande. Compravo al mercato di tutto…non che spendessi tanto. Nascondevo i regalini spargendoli nel giardino tra alberi e cespugli e via con il gioco del “freddo e caldo”: si girava di qua e di là…davo segnali dei nascondigli dicendo “fredddo… freddo… tiepidino caldino… caldo, caldissimo… oddio brucia!” Mattea infilava la manina nel cespuglio, trovava il pacchetto, si sedeva su prato e lo scartava mandando grida di gioia.
Una mia cara amica, Annamaria Annicelli aveva un grande negozio dove vendeva di tutto e mi regalò per Mattea un mare di Barbie con fidanzato Ken. Cartoncini con guardaroba completo: abiti per tutte le occasioni.
Come ogni estate per anni, arrivò la mia dolce bimba più bella che mai. Le sbatto un uovo con zucchero e cacao – la rusumàta si chiama a Milano – che le piace tanto. Se la mangia leccandosi i baffi.
“Vieni, andiamo a fare il gioco del caldo-freddo.”
Lancia un urlo di felicità.
Le avevo preparata una festa alla grande. E via che si parte: freddo… freddo… tiepidino… caldo… caldissimo! E dal cespuglio estrae una Barbie…poi un’altra…poi il fidanzato Ken, cartelle con abiti…ad un certo punto si lascia andare sull’erba sfinita: “E’ troppo nonna… è troppo!” Quando Jacopo, dopo tre mesi, veniva a prenderla era un momento triste per tutte e due. Ce ne stavamo abbracciate e silenziose in attesa della partenza. Saliva in macchina. La salutavo con la mano e mi scendevano le lacrime…pure lei piangeva. Cercavamo tutte e due di sorridere… ma si faceva fatica.
Una gran fatica.
Una volta, quando eravamo più giovani Dario ed io ci si faceva festa ai compleanni. Festa? Una festicciola…nulla di speciale. La torta, le candeline…dell’anno prima, qualche amica, amici…Ricordo invece un fantastico compleanno, il mio settantesimo a Sala di Cesenatico. Non mi aspettavo nulla di speciale. Invece…
Quella mattina mi svegliai un po’ tardi, Jacopo venne a prendermi in camera dicendomi che Dario aveva bisogno di me…Neanche la mattina del mio compleanno posso restare disoccupata…scendo le scale, esco in veranda, e lì mi trovo una folla con i musicisti che suonavano, clown e maschere e tanta gente, amici venuti da ogni parte, ci saranno state cento persone, tutti a cantare tanti auguri a te…Mi sono messa ad abbracciare tutti uno per uno…Erano veramente tanti, che a un certo punto mi sono dovuta sedere…Anche per l’emozione. Poi siamo andati a mangiare fuori, sul porto canale di Cesenatico, e anche lì c’erano parecchi amici che erano venuti a festeggiarmi. Ogni tanto mi stupisco di quanta gente mi voglia bene. È proprio una grande fortuna…
UNA STELLA SUL LETTO?!
Una volta mi piaceva guardare il cielo di notte. Specie in inverno. Sottozero il blu è più intenso. Le stelle spiccano come brillanti.
Preziose.
Ieri notte niente. Ce ne erano poche ma una ha attirato la mia attenzione era una stella senza luce, piatta come fosse di plastica opaca.
“Vieni qui” le ho detto… hai dei problemi? Ti vedo giù….” In un attimo eccola sul mio letto, senza nemmeno rompere i vetri della finestra.
La guardo incredula… non so come comportarmi…
UNA STELLA SUL LETTO?!
L’astro si rizza su una punta… prendendo colore lentamente.
Una luce iridescente illumina la mia stanza…ma non smargiassa di chi vuol strafare…appena appena per farsi notare.
“E’ così facile avere una stella vera in casa? Basta chiamarla?” penso. “E’ facile per forza… – mi risponde – sono te.”
“Sono una stella?” – dico senza meraviglia, anzi un po’seccata – mi stai prendendo per il sedere?” Avrei detto volentieri culo, ma non volevo darle confidenza.
“Dì pure culo cara, non mi scandalizzo…” e fa una risata a piena gola.
Una stella che dice culo e mi sghignazza dietro!
Ero scandalizzata! Non c’è più religione!
“Bigottona! Son qui per aiutarti… sono te, quindi la tua più grande amica. Sei giù di morale…hai pensieri fissi che ti fan dormire male. Perché vuoi ammazzarti?”
Mi manca il respiro. Un qualcosa mi sale lento dallo stomaco alla gola: un magone che mi soffoca.
“Lasciati andare… non trattenere le lacrime…ci sono io vicino a te…sono scesa apposta da lassù…tutta per te!”
Le lacrime non si fanno pregare, si rincorrono sulle mie guance una dopo l’altra. I singhiozzi escono strazianti anche se in realtà non si sentono.
Allunga una punta, quella di sinistra e mi fa una carezza.
Ma dai…sto sognando…la stella sul letto in punta di stella che mi accarezza con la sinistra…una stella mancina…Mio dio…ha pure 5 punte!
Una stella delle Brigate Rosse!
“Non stai sognando…conosco la ragione della tua voglia di morire ma solo se ne parli, se svisceriamo il problema insieme, lo risolviamo. Parola di Stella!”
Respiro profondamente. Sto per dire qualcosa che mi costa.
“Sono tanto triste perché sono disoccupata. Ho perso il mio lavoro.”
“Come hai perso il tuo lavoro? Sei dalla mattina alla sera al computer…scrivi, scrivi, scrivi senza alzare nemmeno gli occhi.”
“Sì lo so, ma questo non è il mio lavoro. Sono nata il teatro, a 8 giorni ero già in scena…ho sempre recitato. Da 8 giorni a 81 anni… avevamo in scena “L’anomalo bicefalo” una satira su Berlusconi. Ci divertivamo un sacco! Ma eravamo nell’’83… quanti anni son passati?”
“Ti stai dimenticando di Mistero buffo,….L’avete fatto tanto…”
“Sì hai ragione…ma ora non si fa più nemmeno quello.
Poi uno spettacolo ogni morte di vescovo, che ne muoiono pochissimi.
Sono felice di aiutare Dario che è il MIO TUTTO, curare i suoi testi, prepararli per la stampa, ma mi manca qualcosa… quel qualcosa che non mi fa amare più la vita.
È per questo che voglio morire.
Ma non so come fare.
Immersa nella vasca da bagno e tagliarmi le vene?
Poi penso allo spavento di chi mi trova in tutto quel rosso.
Buttarmi dalla finestra, ma sotto ci sono gli alberi e finisce che mi rompo tutta senza morire: ingessata dalla testa ai piedi.
Avvelenarmi con sonniferi…ci ho già provato una volta…tre, quattro pastiglie e acqua… avanti così per un po’ e mi sono addormentata con la testa sul tavolo…
Insomma, morire è difficilissimo!
A parte che mi ferma anche il dolore che darei a Dario a Jacopo alla mia famiglia, Nora, Mattea, Jaele (la più bella della famiglia) e tutto il parentado…alle amiche, amici.
Penso anche al mio funerale e qui, sorrido. Donne, tante donne, tutte quelle che ho aiutato, che mi sono state vicino, amiche e anche nemiche… vestite di rosso che cantano “bella ciao”.
Che tristezza essere disoccupata. “Hai messo in scena molti spettacoli che hanno avuto gran successo ed eri sola – prosegue la Stella…Tutta casa letto e chiesa, Parliamo di Donne, Sesso? Grazie tanto per gradire, Legami pure che tanto spacco tutto lo stesso, Il funerale del padrone, Il pupazzo giapponese, Michele ‘Lu Lanzone e altri ancora che non mi ricordo… dovrei andare su internet ma non ne ho voglia.
Perché non ne rimetti uno in scena?”
Ma…sono abituata con Dario…
L’ho conosciuto in palcoscenico nel ’51… abbiam fatto tourné, avuto successo… anche troppo. Dopo anni di fermo abbiam debuttato per due soli spettacoli in settembre del 2012 con “Picasso desnudo”.
E adesssssso? Ci metto sei S per sottolinearti bene il concetto. Adesso nulla! Nessun programma futuro. Deglutisco per mandar giù il magone
Dovresti aiutarmi tu Stella, dammi la forza… la voglia.
“Che piagnona! – mi urla, mi hai proprio rotto i…No, non lo posso dire perché lassù si incaz…Mamma mia solo parolacce mi vengono…è perché sono scesa in terra…qui ci si sporca!
Potresti mettere in scena un testo da recitarti tutto da sola…hai un mare di materiale a disposizione. Li conosco tutti i tuoi monologhi mai rappresentati.”
“Ma smettila, conosci i miei monologhi….”
“Certo, sono te!”
“Ah sì…Hai ragione…Sì, potrei farlo…ma poi penso a Dario la sera sperduto davanti alla tv… che se ne va a letto senza chiudere né tapparelle, né porta. Lo sento che si gira e rigira tra le lenzuola pensandomi…preoccupandosi e…quindi sto qui, accanto a lui. Lo amo tantissimo…ma sono proprio triste… infelice…ciao me ne vado…”
“Ma dove vai? Ti vuoi nascondere a piangere? Piangi qui piccola…tra le mie braccia…”All’improvviso si ingrandisce a vista d’occhio si trasforma in una coperta di lana morbida lucente e mi avvolge tutta. Un brivido di piacere attraversa il mio corpo… mi sento via via rilassata e sulla bocca mi spunta un sorriso…il più dolce della mia vita
Caro Dario tutto quanto ho scritto è per dirti che se non torno in teatro muoio di malinconia. Un bacio grande…


martedì 30 giugno 2009

Come diceva Orson Welles, per avere materiale sempre nuovo basta affidarsi alla cronaca.

Dato che esistono oratori balbuzienti, umoristi tristi, parruchieri calvi, potrebbero anche esistere politici onesti.

Gli autori negano che io sia un autore. Gli attori negano che io sia un attore. Gli autori dicono: tu sei un attore che fa l'autore. Gli attori dicono: tu sei un autore che fa l'attore. Nessuno mi vuole nella sua categoria. Mi tollerano solo gli scenografi.

La risata, il divertimento liberatorio sta proprio nello scoprire che il contrario sta in piedi meglio del luogo comune, anzi è più vero o, almeno, più credibile.

Sangiano, il mio paese natale. Paese di contrabbandieri e di pescatori, più o meno di frodo. Due mestieri per i quali, oltre a una buona dose di coraggio, occorre molta, moltissima fantasia. È risaputo che chi usa la fantasia per trasgredire la legge ne preserva sempre una certa quantità per il piacere proprio e degli amici più intimi.

Il Premio Nobel per la Letteratura viene assegnato quest'anno allo scrittore italiano Dario Fo, perchè, seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi.

Dite: «Com'è triste Venezia»? Si vede che non avete mai visto Monfalcone.

Come diceva Orson Welles, per avere materiale sempre nuovo basta affidarsi alla cronaca.

Dario Fo



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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)