"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."
Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).
“L’Italia è un paziente malato di mente. Malato grave. Dal punto di
vista psichiatrico, direi che è da ricovero. Però non ci sono più i
manicomi”. Il professor Vittorino Andreoli, uno dei massimi esponenti della psichiatria contemporanea, ex direttore del Dipartimento di psichiatria di Verona, membro della New York Academy of Sciences e presidente del Section Committee on Psychopathology of Expression della World Psychiatric Association
ha messo idealmente sul lettino questo Paese che si dibatte tra crisi
economica e caos politico e si è fatto un’idea precisa del malessere del
suo popolo. Un’idea drammatica. Con una premessa: “Che io vedo gli
italiani da italiano, in questo momento particolare. Quindi, sia chiaro
che questa è una visione degli altri e nello stesso tempo di me. Come in
uno specchio”.
Quali sono i sintomi della malattia mentale dell’Italia, professor Andreoli?
“Ne ho individuati quattro. Il primo lo definirei “masochismo nascosto”.
Il piacere di trattarsi male e quasi goderne. Però, dietro la maschera
dell’esibizionismo”.
Mi faccia capire questa storia della maschera.
“Beh, basta ascoltare gli italiani e i racconti meravigliosi delle loro
vacanze, della loro famiglia. Ho fatto questo, ho fatto quello. Sono
stato in quel ristorante, il più caro naturalmente. Mio figlio è
straordinario, quello piccolo poi…”.
Esibizionisti.
“Ma certo, è questa la maschera che nasconde il masochismo. E poi tenga
presente che generalmente l’esibizionismo è un disturbo della
sessualità. Mostrare il proprio organo, ma non perché sia potente. Per
compensare l’impotenza”.
Viene da pensare a certi politici. Anzi, a un politico in particolare.
“Pensi pure quello che vuole. Io faccio lo psichiatra e le parlo di
questo sintomo degli italiani, di noi italiani. Del masochismo
mascherato dall’esibizionismo. Tipo: non ho una lira ma mostro il
portafoglio, anche se dentro non c’è niente. Oppure: sono vecchio, però
metto un paio di jeans per sembrare più giovane e una conchiglia nel
punto dove lei sa, così sembra che lì ci sia qualcosa e invece non c’è
niente”.
Secondo sintomo.
“L’individualismo spietato. E badi che ci tengo a questo aggettivo.
Perché un certo individualismo è normale, uno deve avere la sua identità
a cui si attacca la stima. Ma quando diventa spietato…”.
Cattivo.
“Sì, ma spietato è ancora di più. Immagini dieci persone su una
scialuppa, col mare agitato e il rischio di andare sotto. Ecco, invece
di dire “cosa possiamo fare insieme noi dieci per salvarci?”, scatta
l’io. Io faccio così, io posso nuotare, io me la cavo in questo modo…
individualismo spietato, che al massimo si estende a un piccolissimo
clan. Magari alla ragazza che sta insieme a te sulla scialuppa.
All’amante più che alla moglie, forse a un amico. Quindi, quando
parliamo di gruppo, in realtà parliamo di individualismo allargato”.
Terzo sintomo della malattia mentale degli italiani?
“La recita”.
La recita?
“Aaaahhh, proprio così… noi non esistiamo se non parliamo. Noi esistiamo
per quello che diciamo, non per quello che abbiamo fatto. Ecco la
patologia della recita: l’italiano indossa la maschera e non sa più qual
è il suo volto. Guarda uno spettacolo a teatro o un film, ma non gli
basta. No, sta bene solo se recita, se diventa lui l’attore. Guarda il
film e parla. Ah, che meraviglia: sto parlando, tutti mi dovete
ascoltare. Ma li ha visti gli inglesi?”.
Che fanno gli inglesi?
“Non parlano mai. Invece noi parliamo anche quando ascoltiamo la musica,
quando leggiamo il giornale. Mi permetta di ricordare uno che aveva
capito benissimo gli italiani, che era Luigi Pirandello. Aveva capito la
follia perché aveva una moglie malata di mente. Uno nessuno e centomila
è una delle più grandi opere mai scritte ed è perfetta per comprendere
la nostra malattia mentale”.
Torniamo ai sintomi, professore.
“No, no. Rimaniamo alla maschera. Pensi a quelli che vanno in vacanza.
Dicono che sono stati fuori quindici giorni e invece è una settimana.
Oppure raccontano che hanno una terrazza stupenda e invece vivono in un
monolocale con un’unica finestra e un vaso di fiori secchi sul
davanzale. Non è magnifico? E a forza di raccontarlo, quando vanno a
casa si convincono di avere sul serio una terrazza piena di piante. E
poi c’è il quarto sintomo, importantissimo. Riguarda la fede…”.
Con la fede non si scherza.
“Mica quella in dio, lasciamo perdere. Io parlo del credere. Pensare che
domani, alle otto del mattino ci sarà il miracolo. Poi se li fa dio,
San Gennaro o chiunque altro poco importa. Insomma, per capirci, noi
viviamo in un disastro, in una cloaca ma crediamo che domattina alle
otto ci sarà il miracolo che ci cambia la vita. Aspettiamo Godot, che
non c’è. Ma vai a spiegarlo agli italiani. Che cazzo vuoi, ti
rispondono. Domattina alle otto arriva Godot. Quindi, non vale la pena
di fare niente. E’ una fede incredibile, anche se detta così sembra un
paradosso. Chi se ne importa se ci governa uno o l’altro, se viene il
padre eterno o Berlusconi, chi se ne importa dei conti e della Corte dei
conti, tanto domattina alle otto c’è il miracolo”.
Masochismo nascosto, individualismo spietato, recita, fede nel miracolo. Siamo messi malissimo, professor Andreoli.
“Proprio così. Nessuno psichiatra può salvare questo paziente che è
l’Italia. Non posso nemmeno toglierti questi sintomi, perché senza ti
sentiresti morto. Se ti togliessi la maschera ti vergogneresti, perché
abbiamo perso la faccia dappertutto. Se ti togliessi la fede, ti
vedresti meschino. Insomma, se trattassimo questo paziente secondo la
ragione, secondo la psichiatria, lo metteremmo in una condizione che lo
aggraverebbe. In conclusione, senza questi sintomi il popolo italiano
non potrebbe che andare verso un suicidio di massa”.
E allora?
“Allora ci vorrebbe il manicomio. Ma siccome siamo tanti, l’unica
considerazione è che il manicomio è l’Italia. E l’unico sano, che
potrebbe essere lo psichiatra, visto da tutti questi malati è
considerato matto”.
Scherza o dice sul serio?
“Ho cercato di usare un tono realistico facendo dell’ironia, un tono
italiano. Però adesso le dico che ogni criterio di buona economia o di
buona politica su di noi non funziona, perché in questo momento la
nostra malattia è vista come una salvezza. E’ come se dicessi a un
credente che dio non esiste e che invece di pregare dovrebbe andare in
piazza a fare la rivoluzione. Oppure, da psichiatra, dovrei dire a tutti
quelli che stanno facendo le vacanze, ma in realtà non le fanno perché
non hanno una lira, tornate a casa e andate in piazza, andate a votare,
togliete il potere a quello che dice che bisogna abbattere la
magistratura perché non fa quello che vuole lui. Ma non lo farebbero,
perché si mettono la maschera e dicono che gli va tutto benissimo”.
Guardi, professore, che non sono tutti malati. Ci sono anche molti sani in circolazione. Secondo lei che fanno?
“Piangono, si lamentano. Ma non sono sani, sono malati anche loro. Sono
vicini a una depressione che noi psichiatri chiamiamo anaclitica. Penso
agli uomini di cultura, quelli veri. Che ormai leggono solo Ungaretti e
magari quel verso stupendo che andrebbe benissimo per il paziente Italia
che abbiamo visitato adesso e dice più o meno: l’uomo… attaccato nel
vuoto al suo filo di ragno”.
E lei, perché non se ne va?
“Perché faccio lo psichiatra, e vedo persone molto più disperate di me”.
ANDREOLI: Oggi parleremo dell'odio, un sentimento che sia nell'individuo,sia nelle società modifica il comportamento e porta ad azioni estreme. Guardiamo la scheda. PRIMO LEVI: Non sono facile all'odio: lo ritengo un sentimento animalesco e rozzo e preferisco che le mie azioni e i miei pensieri, nel limite del possibile, nascano dalla ragione. Per questo motivo non ho mai coltivato l'odio come desiderio primitivo di rivalsa, di sofferenza inflitta al mio nemico vero o presunto, di vendetta privata. Devo aggiungere che, per quanto posso vedere, l'odio è un sentimento personale: è rivolto contro una persona, un nome o un viso. I nostri persecutori nazisti non avevano viso, né nome: erano lontani, invisibili, inaccessibili; prudentemente, il sistema nazista faceva sì che i contatti diretti fra gli schiavi e i signori fossero ridotti al minimo. Dopo la guerra, inoltre, il nazismo e il fascismo sembravano giustamente e meritatamente tornati nel nulla, svaniti come un sogno mostruoso, così come spariscono i fantasmi al canto del gallo. Come avrei potuto coltivare rancore o volere vendetta contro una schiera di fantasmi? Non molti anni dopo, l'Europa e l'Italia si sono accorte che questa era un'ingenua illusione: il fascismo era ben lontano dall'essere morto, era soltanto nascosto, stava facendo la sua muta per ricomparire in una veste nuova, un po' meno riconoscibile e un po' più rispettabile, più adatta al nuovo mondo che era uscito dalla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale, che esso stesso aveva provocata. Devo confessare che davanti a certi visi non nuovi, a certe vecchie bugie, a certe figure in cerca di rispettabilità, a certe indulgenze e connivenze, provo la tentazione dell'odio con una certa violenza. Ma io non sono un fascista: io credo nella ragione e nella discussione come supremi strumenti di progresso, e perciò all'odio antepongo la giustizia. STUDENTE: Buongiorno. Tutti abbiamo visto, direttamente o indirettamente, come l’odio possa intrecciarsi con rapporti personali ed essere quindi, in qualche modo, legato all'amore. Lei non pensa che, in questi casi, l'odio possa rappresentare l'incapacità di accettare un'altra persona? ANDREOLI: Innanzi tutto l'odio è un legame tra un individuo ed un altro. E’ quindi simile all'amore e, in quanto tale, altrettanto intenso. Se nell'amore una persona sente di aver bisogno dell’altra fino a pensare di non esistere senza di essa, quest’ultima diventa quasi un'ombra che lo segue. Così accade nell'odio: la persona odiata occupa lo spazio mentale, colui che odia non sa più considerare tutto ciò che rimane e si fissa sul suo oggetto di odio. Amore e odio sono quindi dei legami tra due persone che spesso risultano interscambiabili: sovente si finisce per odiare intensamente una persona che in passato abbiamo molto amato. Ma può succedere anche l'opposto: si può amare una persona che prima si odiava. Sicuramente avrete sentito parlare della sindrome di Stoccolma: a volte un individuo che viene sequestrato da un gruppo di rapitori può innamorarsi o del gruppo o di qualcuno del gruppo e, in tal modo, finire per amare il nemico. L’odio è in primo luogo un legame fortissimo paragonabile all'amore. E’ chiaro che gli effetti dell'odio sono ben diversi da quelli dell'amore, esiste tuttavia una figura intermedia tra i due: il geloso. La gelosia è data dall’odio verso qualcuno che si pensa possa espropriarci del nostro oggetto d'amore: anche l'odio, quindi, può avere a che fare con la difesa dell'amore. Esso ha certamente degli effetti sconvolgenti sul singolo o sulle società – ad esempio su di un popolo o su una razza - però mantiene un volto umano: è un qualcosa con cui tutti abbiamo a che fare e dobbiamo quindi imparare a conoscerlo bene per poterlo dominare. Non bisogna mai operare una distinzione tra un "cattivo" – ossia chi odia - ed un "buono" - chi ama - perché la storia dell'umanità è formata da individui che prima amano e poi odiano e viceversa. STUDENTESSA: Innanzitutto volevo dire che, secondo me, a volte l'odio è determinato da un amore troppo esclusivo e possessivo: come esempio si potrebbe citare la rivalità fra Caino e Abele, oppure l'odio-amore di Catullo per Lesbia. Le vorrei chiedere: in che misura, secondo Lei, le relazioni che intrecciamo durante la nostra infanzia con la gente che ci circonda - principalmente con i nostri genitori - determineranno il modo di relazionarci con gli altri? ANDREOLI: I sentimenti sono qualcosa di molto deciso. Se andiamo ad analizzare le persone che dicono: "Quella persona mi ha fatto del male, ma io cerco di capirla e di perdonarla" osserviamo che, nonostante esse abbiano la volontà di perdonare, dal punto di vista psicologico possiedono una carica negativa - di odio, appunto - nei confronti di chi ha procurato loro del dolore: si tratta di un sentimento molto deciso, che però viene attutito dalla ragione. Nella scheda Primo Levi diceva: "La ragione deve controllare l'odio". Io penso che la razionalità sia sicuramente uno strumento di controllo, ma non di eliminazione dell’odio, perché i sentimenti sono spesso diversi dal ragionamento: sono forti ed esclusivi. Quando affermiamo: "Io amo molto quella persona, ma se quella persona volesse anche amare un altro sarebbero problemi suoi" non stiamo dicendo la verità: se veramente siamo innamorati di qualcuno, tenderemo a considerarlo un oggetto essenziale per la nostra vita e difficilmente potremo condividerlo con altri. Allo stesso modo è difficile affermare: "Mi è odioso e mi ha fatto del male, però gli voglio anche un po' di bene". Ciò che chiamiamo "razionalizzazione" è solo una maniera per mascherare e per farci accettare di più un sentimento molto duro. Come nasce l'odio? Tu hai fatto riferimento alla vita infantile, ed in effetti il periodo che va dai zero ai tre anni si rivela straordinariamente importante per lo sviluppo del soggetto e per il comportamento che avrà negli anni successivi. In questo periodo, infatti, si sviluppa un importantissimo processo di individuazione e separazione: a tre anni deve essersi completata quell’evoluzione grazie alla quale il bambino finisce per sentirsi un individuo, ovvero un qualcosa di distinto dagli altri e sicuro di sé. Tanto più un individuo sarà sicuro di sé, tanto meno tenderà ad aver paura e a pensare che gli altri gli possano far del male. STUDENTE: Buongiorno professore. Primo Levi ha avuto un’esperienza altamente drammatica durante la prigionia nei campi di concentramento e ha sempre dovuto vivere con il ricordo di questa prova. Sappiamo, però, che si è suicidato proprio perché non ha potuto reggere il ricordo di un'esperienza così traumatica. Secondo Lei si è ucciso perché la ragione non è comunque riuscita a lasciar vivere l'uomo, oppure per paura di un ritorno del fascismo e del nazismo, magari sotto una forma diversa e più pericolosa? ANDREOLI: Non è facile trovare le motivazioni per un suicidio, credo però che l'esperienza vissuta da un uomo della sensibilità di Levi – un’esperienza condivisa da milioni di persone - abbia a che fare con la fine in maniera drammatica perché in essa l’odio si è fuso con la morte: ha dapprima segregato e poi distrutto. Ritengo che anche un razionalista come Levi, un uomo che continuava a dire: "La ragione riuscirà a dominare l'odio" abbia sentito questo limite: sicuramente egli non ha più avuto la sfortuna di rivedere i campi di concentramento, ma quanto odio ha potuto osservare nella nostra società, sebbene non così estremo? Guardiamola anche noi. In questa società l'odio, anche se mascherato, è molto forte: detestiamo la persona che ci vive vicino, detestiamo chi ci è antipatico o ciò che non conosciamo, non sopportiamo una pelle di colore diverso... In fondo credo che, dopo averne parlato per tanti anni, Levi si sia ritrovato di fronte ad una società non più così estrema, ma neanche così mutata. Certo, non ci sono più i forni crematori – ovvero l’eliminazione fisica – ma rimane la violenza psicologica, che uccide la nostra personalità anche se il nostro corpo resta vegeto. In questo momento storico ritengo che la solitudine sia proprio il racconto di soggetti ben vestiti e con un corpo funzionante, ma psicologicamente morti: la loro personalità non trova contatti, non dialoga. Credo che la morte di Primo Levi ci lasci il senso del dolore e la consapevolezza dell’esistenza di una società intrisa di odio; in questa società Levi ha passato molti anni della sua vita e ha potuto constatare che il dolore e l'odio, nonostante la shoah e i campi di concentramento, non erano scomparsi. STUDENTE: Tutti parlano dell'odio come di un sentimento che distrugge qualsiasi tipo di rapporto. Ma l'odio nei confronti delle ingiustizie non potrebbe dare un contributo al miglioramento della società? ANDREOLI: Esiste un imperativo che non è mai stato ampliamente applicato: la capacità di amare il proprio nemico. Credo che il messaggio più strabiliante - incluso nel discorso cristiano - non consista tanto ne "l’amare il prossimo tuo come se stesso" – quanto nel dire: "Ama il tuo nemico". Sarebbe una spinta verso l’amore invece che verso l’odio: "Se hai intravisto il tuo nemico da odiare, comincia ad amarlo". Se riuscissimo a perdonare e ad amare chi ci ha fatto del male, vivremmo in una società migliore: sarebbe forse l'espressione più ampia possibile dell'amore e andrebbe addirittura oltre la giustizia, perché per quest’ultima il colpevole va condannato. STUDENTE: Non crede che bisognerebbe operare delle differenze tra le varie forme ed intensità con cui l'odio si manifesta? Quest’ultimo potrebbe essere uno stato d'animo passeggero oppure un’ossessione da cui non ci possiamo liberare… ANDREOLI: Hai perfettamente ragione. Penso comunque che bisognerebbe sottolineare che, quando si odia, non è possibile dire: "Odio al 50% o al 20%": se si odia, si odia. Ovviamente si cercherà di attutire questo sentimento per renderlo più accettabile a noi stessi, anche se c’è un tipo di odio che potremmo definire "esistenziale" – ovvero che tutti possiamo provare in qualche momento della nostra vita - che consiste nella reazione immediata verso chi ci ha fatto del male. L’odio non più esistenziale è quello che sfocia nella patologia e che si trasforma in un'idea ossessiva: non si abbandona mai il tentativo di eliminare l’oggetto che si odia, quasi fosse una liberazione. In questo caso il sentimento negativo diventa sistematico e muta in delirio. Facciamo un esempio: il delirio di persecuzione è quella condizione mentale a causa della quale una persona crede che tutti vivano per fargli del male; si può arrivare persino a rifiutare un bicchiere d’acqua offerto dalla propria madre pensando che quest’ultima ci voglia avvelenare. Il delirio ci fa vedere tutto il mondo contro di noi e per questo non solo dobbiamo odiare il mondo, ma dobbiamo anche difendercene, perché altrimenti ci potrebbe eliminare. Non giudicate male nessuno di coloro che, dopo aver subito una forte ingiustizia, tiene un atteggiamento di odio verso chi gli ha provocato quella situazione. Il problema è che riesca ben presto a razionalizzare e a modificare questo forte sentimento per dargli una soluzione diversa da quella che porta ad uccidere. STUDENTE: Abbiamo parlato di odio anche in termini di violenza nei confronti di qualche altro individuo, ma qual è la causa che spinge una persona ad odiare se stesso? ANDREOLI: Se analizziamo ciascuno di noi, troviamo al nostro interno due dimensioni che la vecchia impostazione freudiana – "vecchia" non solo perché le opere di Freud hanno ormai cento anni, ma anche perché certe sue teorie sono state superate - distingueva in "io attuale" e "io ideale". In altre parole Freud affermava: "C'è un "Marco" di oggi e un "Marco" ideale". Ciò vuol dire che una persona potrebbe avere una percezione del proprio io che non corrisponde ai suoi desideri: "Non mi piaccio, mi sento timido, se mi confronto con un altro mi pare di non avere le sue stesse caratteristiche". Naturalmente l'io ideale non è utopico, non desidera essere un cavallo. L'io ideale è "l'io possibile", consiste nella possibilità di immaginarsi nel futuro diversi da come si è oggi. Da ciò può nascere un conflitto tra l'io attuale - la condizione in cui si è adesso - e l’io ideale. Se una persona trova che il suo io attuale sia così lontano da pensarlo irraggiungibile, può persino arrivare ad odiare se stessa e a scaricare contro di sé una forza distruttrice. Possiamo dire che ci si può odiare proprio perché non ci si piace oggi e si pensa che non sia possibile cambiare. Recentemente è stata portata avanti un'indagine in cui abbiamo cercato di scoprire quale fosse la paura più frequente nei ragazzi della vostra età. La ricerca è stata fatta nelle scuole della mia città, Udine, ed è risultato che la paura più forte della vostra età è quella di non piacersi e di non piacere. C’è timore di non essere accettati dal gruppo dei pari, ad esempio, e di esserne esclusi. Ciò costituisce un "piccolo odio" verso il proprio io attuale che può portare anche a condannarsi. STUDENTESSA: Buongiorno. Tutti sappiamo che l'odio può nascere dai pregiudizi: mi chiedo se sia però possibile che quest'odio, dovendo la gente di continuo interagire con persone diverse da essa, possa affievolirsi o anche scomparire. ANDREOLI: Io sono del parere che l'odio sia essenzialmente un sentimento attraverso il quale il soggetto si accorge di avvertire una repulsione per l'uno o per l'altro individuo. Sono convinto che quest'odio possa sempre essere mitigato attraverso la conoscenza e la ragione, o anche attraverso la mera considerazione delle pene che verranno inflitte a chi non rispetta le persone - anche quelle che risultano odiose. Oltre a questo sussiste un elemento di immediatezza come per la simpatia o l'antipatia. Pensiamo agli insegnanti – o anche a voi alunni – che, arrivati in classe, si dicono: "Quello mi è simpatico". In qualche modo essi avvertono che nei confronti dello studente al primo banco – ad esempio - nutrono una sorta di fiducia, mentre verso lo studente dell'ultimo sentono un po’ di sfiducia. Certo l’insegnante in questione dovrà cercare di mitigare le sue sensazioni per far sì che la simpatia non lo porti a commettere qualche ingiustizia, ma questo sentimento rimarrà. La stessa cosa può succedere allo studente nei confronti dell’insegnante. Oggi a questi fatti diamo delle spiegazioni. Gli esseri umani hanno una memoria visiva dei volti, benché parte della stessa memoria sia di tipo genetico come per tanti altri animali: se un’antilope non avesse nella memoria l'immagine del muso di un leone, non potrebbe imparare per esperienza che il leone è cattivo, perché verrebbe soppressa prima. Geneticamente abbiamo acquisito una serie di immagini di fronte alle quali, per difenderci, reagiamo con la fuga. Nell'uomo questa memoria viene arricchita attraverso l'esperienza: nei primi anni di vita, per esempio, si percepisce la figura della madre, ed il suo volto viene legato ad esperienze positive, mentre altri volti potrebbero essere connessi a sensazioni negative. Quando cerchiamo di capire perché quell'insegnante abbia in simpatia un certo ragazzo o viceversa, spesso scopriamo il sentimento positivo è dato dalla somiglianza dell’individuo in questione con il volto di una persona cara: anche la simpatia e l'antipatia vengono in qualche modo collegate ad esperienze di sicurezza o di paura. Possiamo quindi dire che alla base dell'odio c’è anche la paura di essere trattati male, o addirittura di essere uccisi. STUDENTE: Volevo chiederLe: è possibile e, soprattutto, è giusto non odiare? Il non odiare non potrebbe essere una mancanza nei nostri confronti? Non ci potrebbe rendere indifesi verso agli altri? ANDREOLI: Se tu mi chiedessi se è possibile non odiare, ti risponderei di no, perché il sentimento dell’odio non dipende da noi. Una volta che si prova l'odio lo si può dominare e razionalizzare, si può anche pensare che non sia giusto odiare. Il problema è di riuscire a far sì che l'odio – ovvero un sentimento - non si trasformi in azione, perché potrebbe sfociare nell’omicidio, nell’eliminazione. E’ una sensazione che tutti siamo destinati a provare: la diversità sta nell’intensità con cui la si percepisce e nella sua trasformazione dal sentire all’agire. Sicuramente l’odio ha anche un carattere difensivo: se l’antilope non provasse una sensazione di "odio" nei confronti del leone, ne diventerebbe la preda. Ma la nostra grandezza sta proprio nello scegliere di non provare odio; non si può dire: " C'è una generazione di uomini che ha odiato e c’è una generazione di uomini che non ha odiato", si può semmai affermare che c'è stata una generazione di uomini che ha odiato e che ha creato i campi di concentramento e c’è stata - e c’è tuttora - una generazione di uomini che ha odiato, sì, ma non solo non ha creato i campi di concentramento: ha anche cercato di stabilire amicizia, solidarietà e cooperazione. Noi siamo in grado di trasformare l’odio e di non applicarlo alla brutalità. STUDENTESSA: Ma allora Lei cosa intende per odio? Ha affermato che tutti amiamo e odiamo, però io non credo di odiare niente e nessuno… ANDREOLI: Innanzi tutto sono molto felice che tu non odi, ma cosa intendo dire quando affermo che tutti odiamo? Voglio dire che in qualche momento della nostra esistenza possiamo essere vittime di una tale situazione di ingiustizia o di frustrazione da provare ciò che viene chiamato "odio esistenziale". Pure se non ti conosco, penso che anche tu di fronte a certe condizioni - che non ti auguro di vivere – potresti provare dell’odio. Pensiamo ad una madre a cui abbiano violentato il figlio di tre anni: credo sia del tutto umano, da parte sua, avvertire un sentimento di odio, che, ripeto, non coincide con l’omicidio, bensì con un sentimento di forte antagonismo che possiamo anche controllare. STUDENTE: Lei ha detto che l'odio e l'amore sono due sentimenti estremi, ma se risulta in parte possibile controllare l’odio e se non sempre esso si manifesta al massimo della sua forza, allora non si può classificarlo come un sentimento estremo, assoluto. Io penso che, come diceva prima la mia compagna, si può amare senza ricercare un amore ossessivo. L'amore può anche non essere maniacale, così come l’odio può non portare all’omicidio. ANDREOLI: E' vero: c'è chi perdona immediatamente, chi ama coloro che gli hanno fatto del male. Le risposte possono essere molto differenti da individuo a individuo, ma io non sono così convinto che ci possano essere diversi "gradi dell’amore". Sicuramente ci può essere "affetto", "amicizia" o quant’altro, ma l'amore è quel legame che ti appare essenziale, senza il quale si ha la sensazione di non essere più in grado di vivere. L'amore ha a che fare con la morte: una delle interpretazioni del significato della parola "amore" – benché sia una versione discussa - è che quest’ultima derivi dall’alfa privativo di "morte": a-morte, l'amore come difesa, come privazione della morte. Ammettendo che questa sia una delle interpretazioni etimologiche della parola, mi sembra che esprima bene che quest’ultimo è un legame essenziale: se non si avverte questa "essenzialità", penso si stia provando un altro sentimento. Ed è per questo che prima ho detto: "Sul piano del sentimento siamo molto decisi: all'origine o sentiamo, o non sentiamo. Non c'è mediazione." La mediazione avviene dopo, quando agiamo su questo sentire: ci può persino essere una persona molto innamorata che non si dichiara e fa finta di non esserlo. STUDENTE: Ma io non mi riferivo ad un amore scolastico, ad un amore estivo o cose del genere. Penso che anche un amore essenziale vada oltre la necessità del possesso e contro il bisogno di possedere la persona che si ama, perché in esso si antepone la libertà dell’oggetto d’amore. Lei ha fatto una distinzione tra amore e amicizia: ritengo però che il mio discorso sia valido anche per l’amicizia. ANDREOLI: Ti auguro di prenderti una cotta folle, domani mattina, e poi ne riparliamo. Tramite essa vedresti che ciò che distingue l’amicizia dall’amore è proprio l’esclusività. Tu introduci nel discorso molti elementi di razionalità: la libertà, la giustizia e così via. Ritengo che tutto ciò sia giusto e ti prego di continuare a fare così. Ma io parlo di sentimenti: il sentire che una persona ti è indispensabile non ti lascia tanto spazio per altre considerazioni. L'amicizia è solidarietà, è un rapporto fondamentale che al giorno d’oggi sta tornando ad essere molto importante, ma manca dell’essenzialità, tant'è vero che si può avere un amico contemporaneamente ad un grande amore: sono due cose diverse. Le sfumature a cui ti riferivi appartengono più alla sfera della razionalità che a quella del sentimento, di un qualcosa che viene prima della razionalità. STUDENTE. Io Le auguro, invece, che domani riesca trovare un amico, perché non penso che Lei conosca l'amicizia. ANDREOLI: Spero, però, che non mi auguri di innamorarmi di un amico ....perché altrimenti non sarebbe un sentimento chiaro. Comunque io accetto la tua sfida: domani mattina spero di trovare un amico. STUDENTESSA: Le volevo chiedere: quali sono i motivi, oltre all'invidia o all'ignoranza, che possono far nascere l'odio? ANDREOLI: Bisogna operare una distinzione tra l’odio individuale – quello provato da una persona che detesta un'altra persona - e l'odio sociale – presente tra i gruppi di una società. Per quanto riguarda il primo tipo, ci sono molte ragioni che possono far insorgere questo sentimento e sono legate, essenzialmente, alla propria esperienza e ai propri pregiudizi: la radice dell'odio individuale va ricercata nella storia delle singole persone. Quando, invece, andiamo ad analizzare gli odi sociali, razziali o, genericamente, tra i gruppi, abbiamo bisogno di confrontarci con la storia, ossia con una cultura che è stata imposta storicamente e che ha lasciato delle grosse ferite portatrici di odio. Credo abbiano ragione quanti dicono che la lotta tra due popolazioni o tra due classi di una stessa popolazione, non potrà mai risolversi con la guerra, perché quest’ultima creerebbe ulteriori ferite e porterebbe altro odio. L'odio tra nazioni – che le generazioni non più giovani hanno sentito e che spero voi sentiate molto di meno - ha una motivazione storica: chi ha vissuto l'esperienza della guerra – ho passato la mia infanzia durante la guerra - non c'è dubbio che si porti dietro dei ricordi che fomentano i pregiudizi. Per questo si parla di "cultura" del nemico: se in una società domina l'idea che chiunque non faccia parte del nostro clan è un potenziale nemico, ciò porterà ad un atteggiamento non solo di sfiducia, ma addirittura di odio. L'odio sociale si vince cambiando la cultura di una società. STUDENTE: Dalla scheda filmata abbiamo notato che, secondo Levi, la ragione può prevalere rispetto all'odio. Secondo altri, invece, l'odio offusca la ragione. Se parliamo di odio, quindi, parliamo di uomo, mentre se parliamo di animali ci riferiamo all'istinto di sopravvivenza e alla spinta a prevalere rispetto agli altri animali. Ma a me non sembra così: penso che l'odio umano sia comunque e sempre la volontà di prevaricare gli altri. ANDREOLI: Tentiamo di fare una distinzione schematica tra ciò che avviene nelle specie non umane e ciò che avviene nell'uomo. Nel primo caso si tende a parlare di "aggressività" di una specie nei confronti dell'altra specie – negli animali non umani è raro trovare aggressività all'interno della propria specie. Parlando dell’uomo, invece, ci riferiamo alla "violenza", intendendo dire che l’uomo ha la possibilità di andare contro elementi della propria specie: la sua violenza è intra-specifica. Non c'è dubbio che l'uomo sia l'animale che ha maggiormente sviluppato l'odio nei confronti dei propri simili. Ma hai ragione tu, perché lo scopo è sempre lo stesso: l’eliminazione del soggetto che si odia. Pensiamo alle guerre che ci sono in questo momento, ad esempio ai Balcani: nei Balcani è possibile trovare della gente che odia il proprio fratello perché quest’ultimo è di una diversa confessione religiosa. La capacità di odiare il proprio simile è uno degli elementi che deve essere controllato, e Levi è nel giusto quando dice che la ragione può aiutarci a controllarlo, ma solo a controllarlo. Uno psichiatra, ovvero una persona che si occupa di sentimenti - direbbe: "Non pensiate di poter eliminare questo sentimento, perché esso fa parte della nostra espressività. " Credo che la grande delusione di Primo Levi sia stata proprio nell'aver constatato che la ragione ha fallito questo scopo. STUDENTESSA: Vorrei sapere che relazione c'è tra un odio di tipo "istituzionale" e l'odio privato delle singole persone, e se il primo possa in qualche modo sfruttare il secondo. ANDREOLI: L'odio dell'individuo e l'odio della società. Hai ragione: il singolo risente della cultura del gruppo. Pensa ad uno stadio di domenica ed agli ultrà che lo popolano. Se ci mettessimo a parlare col singolo individuo che fa parte della Curva Sud - non so se dappertutto ci sia una Curva Sud, nella mia città è così –, egli affermerebbe di non odiare nessuno, ma se lo stesso individuo si ritrovasse nel bel mezzo di un forte scontro che coinvolge il suo gruppo, per lui tutto diventerebbe accettabile o giustificabile. Il singolo, all'interno di un gruppo è in possesso di un odio che risente di quello degli altri, come se questo sentimento fosse endemico. Ecco perché è necessario che ciascuno di voi stia molto attento a far sì che il proprio modo di sentire non venga scambiato con quello che è il modo di sentire del gruppo. STUDENTESSA: Quindi si può anche rischiare di perdere la propria personalità all'interno di un gruppo? ANDREOLI: Certo. Addirittura si può arrivare a comportarsi con odio in quanto membri di un gruppo mentre, presi singolarmente, non trovare nessuna giustificazione personale per quell’odio. Ho portato un oggetto da mostrarvi: un pallone. Alcuni psicologi sostengono che il fascino del pallone sta nella sua somiglianza col seno materno, ovvero con un elemento di sicurezza e di identificazione vitale. Eppure quest’oggetto anima tutti i sentimenti negativi delle varie Curve Sud, oltre a quelli che sussistono tra i giocatori in campo. Il pallone, che dovrebbe semplicemente essere una modalità di gioco, diventa quindi una vera e propria arena in cui esprimere odi e fare guerra. STUDENTE: Le volevo chiedere il significato dei restanti oggetti che Lei ha portato oggi. ANDREOLI: Ho portato un cappio perché esso mi forniva l’occasione per sottolineare come l’odio possa persino essere legiferato: il potere si ritrova ad eliminare qualcuno pensando addirittura di agire secondo giustizia. Tramite esso vi volevo ricordare che non si può mai giungere a giustificare l'odio fino a provocare la morte di un individuo, neanche attraverso la giustizia, ovvero con la pena di morte. Nessun uomo ha diritto di uccidere un altro uomo: è semplicemente odio mascherato da giustizia. STUDENTE: Fino a che punto l'odio può impedire la formazione di una società non più competitiva bensì cooperativa? ANDREOLI: Io credo che le società possano svilupparsi e progredire seguendo, invece che la cultura del nemico, della competizione e dell'odio, una cultura della cooperazione. Attraverso la competizione si pensa che per affermarsi si debba eliminare l'altro. Nella cooperazione, invece, non si afferma mai il singolo, bensì il gruppo. Per la prima esiste solo l'individuo vincente, e manca totalmente la consapevolezza della sofferenza dei perdenti: l’essere perdenti crea delle frustrazioni a causa delle quali spesso si reagisce in maniera violenta. Nella cooperazione, invece, il singolo è un elemento dell’unità-gruppo. Facciamo l’esempio della classe: essa potrebbe essere vista come una unità con dei risultati di gruppo, o potrebbe venire considerata come una collezione di 20 io in lotta tra di loro, con esclusi e non esclusi, bravi e meno bravi. Il secondo modello porta necessariamente ad un eccessivo agonismo. STUDENTE: Stavo cercando su Internet dei siti inerenti alla nostra discussione. Non ne ho trovato nessuno sull'odio in particolare, ma ho scovato qualche pagina dedicata all’odio razziale: quasi tutti i comuni d'Italia, infatti, organizzano delle campagne di informazione contro il razzismo. A parte queste iniziative, ho trovato diverse raccolte di articoli, interviste e interventi di tutto il mondo, in cui il tema viene trattato anche da personaggi noti. C’è pure un sito italiano: un Osservatorio sul razzismo con l'obiettivo di informare e di organizzare per tutta l’Italia dei convegni e delle mostre sul tema. Penso sia molto interessante vedere come su Internet ci siano parecchi siti di questo tipo… ANDREOLI: Certo. Gli esempi che tu hai scovato costituiscono dei tentativi per mutare la cultura dominante - ossia una cultura dell'odio – in una cultura della cooperazione. Ben venga Internet, ma soprattutto ben vengano le discussioni tra di voi, i vostri tentativi di capire gli altri, invece che di odiarli o di eliminarli. Vi ringrazio molto. Vittorino Andreoli - Il Grillo (26/11/1998)
Lezione tenuta il 7 maggio 1999 alla Scuola di Specializzazione in Psichiatria Forense dell'Università del Sacro Cuore di Roma.
La capacità di intendere e di volere
" Dica il perito, valutato l'imputato e presa conoscenza degli atti e fatte tutte le acquisizioni e gli accertamenti che riterrà opportuni, se, al momento dei fatti per cui si procede, egli era capace di intendere e di volere, oppure se le capacità erano totalmente o grandemente scemate". È questa la formula che, con piccole variazioni, viene usata giudizialmente nel conferire l'incarico a uno psichiatra. Talvolta si legge: " Dica il perito qual è la capacità di intendere e di volere allo stato attuale e al momento dei fatti per cui si procede". Spesso può essere aggiunta un'ulteriore domanda: "Dica, inoltre, il perito se il soggetto sia socialmente pericoloso". A questa parte del quesito il perito dovrà dare risposta solo qualora si configuri, nel soggetto, una limitazione della capacità di intendere e di volere, mentre non può esprimersi sul punto, e anzi il suo comportamento sarebbe illecito, se dalla conclusione della sua indagine risultasse che l'imputato non è limitato grandemente o totalmente in queste capacità. Quello che oggi ci domandiamo è se il tenore del quesito, formulato secondo il contenuto delle norme che regolano il diritto penale, tenga effettivamente conto della scienza psichiatrica attuale, se cioè il sapere psichiatrico sia adeguato a dare una risposta a una domanda così proposta. Non si può mancare di sottolineare che il quesito, in questa esatta dicitura, risale agli anni Trenta, riferendosi pertanto a conoscenze psichiatriche ben lontane dagli sviluppi a cui siamo arrivati negli ultimi decenni. D'altra parte, nella riforma del codice di procedura penale di pochi anni fa, non si è intervenuti sulla norma che lo regola, lasciandola immutata. Tuttavia il problema se questa richiesta del magistrato trovi o meno una corrispondenza nelle discipline psichiatriche rimane fondamentale. Il primo punto che vorrei analizzare riguarda la capacità di intendere e di volere, l'unica a cui il quesito faccia espressa menzione. Precisamente, una volta stabilito o ipotizzato, attraverso prove e indagini, che un soggetto possa avere attinenza con un reato penale e possa esserne quindi il colpevole, perché il magistrato lo dichiari responsabile deve avere la certezza che quella persona, nel momento in cui ha commesso il fatto, fosse capace di intendere e di volere. Se, invece, queste due facoltà sono grandemente o totalmente scemate, nonostante la colpevolezza del soggetto, la legge impedisce che venga dichiarato responsabile. Ecco, dunque, perché la perizia psichiatrica diventa uno strumento fondamentale per il magistrato al fine di decidere una sanzione. Egli deve accertare non solo che il soggetto abbia compiuto il fatto, ma che abbia capito che cosa stava per fare. E, una volta valutati i significati delle azioni che hanno condotto alla consumazione del reato, se davvero abbia voluto commetterlo. La formulazione della legge ha dato adito a discussioni incessanti: innanzitutto perché non è facile chiarire il senso di questa capacità. Giudizialmente si è proceduto nel senso di ritenere non responsabile, sebbene colpevole, chi ha commesso un reato anche quando solo una delle due capacità sia grandemente scemata. Per esempio, non è ritenuto responsabile del reato chi, pur avendo inteso chiaramente che cosa stava facendo, lo abbia commesso pur non volendo, a causa di un difetto nella capacità di volere. Gli accertamenti sulla volontà vengono, attraverso la perizia, affidati agli psichiatri, che oggi, almeno a partire dal 1900, cioè dalla data di pubblicazione dell'Interpretazione dei sogni di Freud, si sono convinti, con sempre maggiore certezza, che il comportamento umano non può dipendere solo da questioni di intelligere e di volere, ma viene fortemente influenzato da una grande quantità di forze, che non hanno nulla a che fare né con l'intelligenza, né con la volontà. A partire dagli inizi del Novecento, da quando è nata l'idea che il comportamento dell'uomo è dominato anche dall'inconscio, cioè da qualche cosa di cui non può essere consapevole, e pertanto non riconducibile alla capacità di capire e volere, il quesito formulato dalla norma di legge è diventato inadeguato, o quanto meno amputato rispetto alle conoscenze e agli studi della psichiatria. Tar l'altro, per lungo tempo la magistratura ha applicato un'interpretazione assolutamente restrittiva del già inadeguato contenuto del quesito. Fino a qualche anno fa nelle corti non si accettava, infatti, che il perito presentasse le sue conclusioni riguardo alla personalità dell'imputato in esame. Non era possibile offrire elementi di carattere psicologico, dal momento che il riferimento teorico era ancora quello ottocentesco, secondo cui un'alterazione dell'intelletto o della volontà dipendeva da una lesione che riguardava l'organo cervello, una sua area specifica, e pertanto il magistrato chiedeva che venissero indicate, in maniera esatta, le lesioni che sottendevano a queste limitazioni. Ne discende che tutto quanto fosse attinente all'analisi psicologica, veniva considerato inidoneo alla chiarificazione dei fatti, e addirittura illecito parlarne, tanto che spesso la difesa o il pubblico ministero chiedevano che non si tenesse conto dei riferimenti formulati dal perito che si fondavano sulla cosiddetta analisi psicologica. Su questo punto, però, non solo i magistrati si erano divisi, ma una dura reazione era stata sollevata anche da parte dei cultori delle scienze psicologiche, tant'è che all'inizio degli anni Settanta, attorno al tribunale di Milano, si affermò un movimento di psicologia giuridica, che si proponeva di difendere l'accoglimento nelle aule di giustizia delle scoperte fondamentali delle scienze psicologiche. Oggi, naturalmente, è difficile trovare giudici o pubblici ministeri che si oppongano all'analisi della personalità dell'imputato. Spesso, anzi, sono proprio i magistrati a formulare, nel quesito, la richiesta che si proceda a una valutazione specifica della personalità. Tuttavia è evidente come quegli aspetti psicologici, che sono così essenziali nel lavoro psichiatrico e terapeutico, rimangano affidati alla discrezione delle singole corti, quando ritengano di volerne fare un'indagine specifica. Eppure la norma del codice di procedura penale continua a ignorarli.
Tra norma e psichiatria
Ancora qualche anno fa, in alcuni processi, si è discusso se ammettere o non ammettere una serie di prove e di valutazioni psicologiche riguardanti l'imputato. La distanza tra psichiatria e diritto è dunque, anche storicamente, molto evidente: per la psichiatria, infatti, il concetto di inconscio è entrato già all'inizio del secolo scorso con Freud, cambiando completamente il modo di interpretare il comportamento umano. Le aule giudiziarie sono state ‘sorde' molto a lungo. Per questo, gli psichiatri continuano a chiedere, ancora, che venga modificata, per legge, la formulazione della richiesta relativa alla perizia psichiatrica, domandando espressamente che il medico compia una valutazione globale della personalità del soggetto, comprese anche quelle componenti che non sono certamente riducibili alla capacità di intendere e di volere ma nondimeno si mostrano fondamentali nel comprendere i comportamenti. La scienza psichiatrica deve, infatti, potere applicare gli strumenti che le sono propri, in modo da dare una lettura quanto più veritiera e completa possibile della personalità, sulla cui condanna il tribunale andrà poi a decidere. Non c'è psichiatra al mondo che, davanti a un proprio paziente, possa distinguere da una parte l'intendere e, dall'altra parte, il volere. C'è una serie complessa di altre dimensioni che attengono ai meccanismi dell'inconscio, traumi, rimozioni, non consapevoli eppure capaci di condizionare, talvolta completamente, il comportamento. Ricordo a questo proposito un caso che mi fu sottoposto qualche anno fa, conosciuto, anche alla stampa, come il caso Rozzi. Rozzi era un ragazzo della periferia romana, che un giorno uccise entrambi i genitori, dichiarando, però, che il suo reale desiderio era di ammazzare soltanto il padre, a seguito di forti litigi riguardanti la destinazione di un immobile. In quell'occasione, si configurava in lui la volontà di commettere il reato, c'era stato anzi un progetto preciso. Eppure l'intera storia permise di vedere che, in realtà, quel comportamento non era altro che la realizzazione, seppure tardiva e esteriorizzata sul piano della cronaca, del complesso di Edipo teorizzato da Freud. La conflittualità con la figura paterna che, secondo Freud, si inscriveva in una precisa fase della crescita del bambino, se non risolta, può spingere un soggetto adulto a percepire incessantemente il padre come nemico, non tanto per ragioni concrete o specifiche richieste, ma per traumi passati mai elaborati. Freud rilevò, infatti, come il complesso edipico venisse risolto attraverso l'uccisione simbolica del padre. Se questo non accade, la crescita psicologica non è equilibrata, perché la non soluzione tiene in sospeso un'energia che tende a riproporre incessantemente il conflitto, fino a spingere, addirittura, il soggetto a mettere in atto, nel teatro della cronaca e della realtà, quanto non risolto simbolicamente. E dunque, a compiere un omicidio. Naturalmente si tratta di un caso limite, eppure l'ho riportato perché dimostra come eventi criminosi possano trovare la loro reale motivazione in fatti assolutamente slegati dalla capacità di intendere e di volere strettamente intesa, affondando le loro reali radici nella storia complessa del soggetto. Il quesito di legge con cui si incarica il perito psichiatra in corso di giudizio penale fa ancora riferimento soltanto a quei due parametri, riportando la psichiatria indietro di oltre un secolo, al tempo delle teorie lombrosiane. Lo psichiatra veronese Cesare Lombroso aveva sostenuto che il compimento di un delitto fosse in sé segno certo che il soggetto soffre di una malattia di mente, intesa, secondo le teorie dell'Ottocento, come una degenerazione. Precisamente, influenzato dagli studi di Morel, Lombroso intendeva il delitto come sintomo di una vera e propria alterazione anatomopatologica di aree cerebrali. E ne era a tal punto convinto da avere elaborato intensi studi di fisiognomica, atti a dimostrare come determinate caratteristiche del viso e del corpo risultassero utili per rilevare anomalie del cervello, che invece non era possibile guardare direttamente. Ecco, allora il concetto di degenerazione: in presenza di un atto criminoso, non poteva che esistere un'alterazione cerebrale che avrebbe tolto al soggetto la capacità, chiamata già da allora così, di intendere e di volere. Oggi nessuno più in psichiatria si sentirebbe di sostenere simili teorie, perché le scoperte degli ultimi decenni hanno davvero rivoluzionato il modo di pensare e studiare il cervello umano. Queste scoperte hanno reso più urgente la modificazione della normativa penale. Le richieste del giudice devono essere proporzionate, anche nel linguaggio, allo stato attuale delle conoscenze psichiatriche. Se il comportamento non è, dunque, riducibile alla sola volontà e intelligenza, vorremmo che il magistrato che chiede a noi il perché del comportamento criminoso, ci permettesse di valutarne tutte le componenti. Per questa ragione, quando vengo chiamato per una perizia, chiedo sempre la riformulazione del quesito, in modo che espressamente ampliata la premessa, "valutata la personalità del soggetto, tenuto conto delle condizioni ambientali in cui vive e in cui ha agito". Eppure il giudice non può omettere nel quesito la formulazione richiesta per legge sulla capacità di intendere e di volere, se sia ampiamente, grandemente o totalmente scemata. E' questo il punto che impone assolutamente una modifica. Nel richiedere, come io faccio, l'amplia premessa del giudice, mi assicuro una specie di legittimità per andare davanti alla Corte d'Assise cominciando a parlare della personalità del soggetto, svolgendo così pienamente la mia professione di psichiatra. Ma la difficoltà è quando, per concludere, devo ridurre la risposta finale al solo profilo delle capacità di intendere e di volere.
Sulla pericolosità sociale
A questo primo e fondamentale elemento di insoddisfazione ne aggiungo subito un altro, e cioè il modo in cui viene intesa, secondo il diritto penale, la cosiddetta pericolosità sociale. Il codice stabilisce, infatti, che, qualora un soggetto abbia commesso un reato ma, nel momento del fatto, fosse grandemente o totalmente incapace di intendere e di volere, egli non può essere condannato alla pena prevista per il reato, ma se si accerti che, comunque, costituisce un pericolo per la società, in quanto ci siano fondate ragioni di ritenere che commetterà nuovi fatti di reato, possono essergli applicate misure alternative. Quello che stupisce è che una simile facoltà sia ammessa solo se si sia concluso per la parziale o totale infermità di mente del soggetto. A questo proposito, infatti, nella formulazione del quesito al perito la richiesta di questo accertamento è subordinata alla risposta affermativa circa quel primo punto. Ne deriva l'impossibilità di parlare di pericolosità sociale in chi è capace di intendere e di volere. Anzi, se il perito, di fronte al giudice, concludesse che il soggetto è capace di intendere e di volere, ma anche pericoloso socialmente, sarebbe perseguibile per legge, in quanto avrebbe fatto un'osservazione non pertinente al caso, idonea a ledere i diritti dell'imputato stesso. Dunque, per il codice penale, la pericolosità sociale si lega soltanto alla malattia di mente. Questo è chiaramente inaccettabile dal punto di vista psichiatrico. Ritroviamo anche a questo proposito le influenze delle teorie ottocentesche: Cesare Lombroso, nel congresso di criminologia del 1905 in Belgio, era riuscito a far passare l'equazione delitto — malattia di mente. Se, sosteneva, il crimine è degenerazione mentale, dell'organo cervello, con tutta probabilità chi porta quell'anomalia riprodurrà in seguito il delitto. Pertanto, proseguiva Lombroso, la pena prevista per il singolo delitto, una volta scontata, lasciava libero il criminale di colpire ancora. Si auspicava così l'applicazione di ulteriori misure di sicurezza, esaurito il periodo fissato per la pena vera e propria. Questo retaggio antico ha tuttora lasciato i suoi riflessi in questo concetto di pericolosità sociale. Siamo passati dall'automatismo tra malattia e crimine, secondo Lombroso la circostanza era certa, a una presunzione da accertare di volta in volta. Credo non ci sia nessuno psichiatra che possa sostenere oggi una simile affermazione. Non solo da tutte le statistiche più recenti risulta falso che i malati di mente diano un grosso contributo a delitti gravi, per esempio all'omicidio, rispetto alla popolazione in generale. Inoltre, non è assolutamente dimostrabile che l'aggressività e la violenza siano un dato più specifico per i cosiddetti malati di mente, rispetto ai non malati di mente. Pertanto riteniamo che il giudice abbia ragione di domandare nella formulazione del quesito che si valuti la pericolosità sociale del soggetto, ma non ci sono motivi per cui la ricerchi nel solo caso di malattia di mente. Coordinando le due critiche mosse, de iure condendo, il conferimento della perizia dovrebbe articolarsi in questo modo: nel primo quesito chiedere che vengano analizzate tutte le componenti che hanno agito sulla personalità del soggetto, influenzandone il comportamento per cui si procede; nel secondo quesito che si sposta dal momento in cui fu commesso il fatto al presente, domandare che si accerti se il soggetto è pericoloso adesso. Solo in questo modo verrà garantita allo psichiatra la libertà necessaria a compiere pienamente il suo lavoro, valutando effettivamente il soggetto sotto la dimensione della pericolosità sociale, che rimane un quesito psichiatrico importante. Sempre gli psichiatri si chiedono, nel loro lavoro anche non giudiziario ma finalizzato alla terapia, se il paziente possa compiere gesti in qualche modo lesivi per la comunità o per se stesso. Però questo deve essere un quesito specifico e separato diverso dalla valutazione psicologica, in quanto impone di applicare una parte precisa del sapere psichiatrico, che riguarda il rapporto del soggetto con l'ambiente, ossia il campo privilegiato della psichiatria relazionale. Non si tratta più della valutazione del soggetto, ma ci chiediamo come quel soggetto interagisce con altri soggetti. Si può arrivare così ad affermare, per esempio, che esiste una pericolosità sociale del soggetto all'interno della famiglia, ma non verso l'esterno. Possiamo dunque formulare un giudizio di pericolosità nel non malato di mente, la pericolosità nel cosiddetto normale.
Giudici e psichiatria
La considerazione attuale da parte delle corti del lavoro psichiatrico è spesso inadeguata e talvolta persino disastrosa: in tribunale la psichiatria viene sovente strumentalizzata, e anzi accade che sia il magistrato a utilizzare lo psichiatra, non per uno specifico sapere, ma per una sorta di condivisione di un giudizio. Non è casuale, per esempio, che, in uno stesso processo, ci siano addirittura tre conclusioni psichiatriche, formulate rispettivamente dal medico chiamato dal Gip, da quello della difesa e da quello scelto dal pm. Così, anche a livello psichiatrico viene ripetuta quella sorta di conflittualità, tipica del diritto della difesa e dell'accusa, inscenando sul sapere psichiatrico una battaglia di teorie a seconda della posizione in cui si è stati chiamati. Al punto tale, che se gli psichiatri cambiassero ruolo, lo stesso psichiatra che prima aveva assunto una linea, per esempio difensiva, ne assume un'altra opposta. Certamente sto portando un caso estremo di un modo di agire che, di fatto, ha indotto la magistratura a un atteggiamento molto guardingo e di scarsissima fiducia negli psichiatri, nel risultato delle loro perizie. Tanto che spesso la richiesta di un consulente non viene fatta perché ritenuta utile al processo, ma perché, in qualche modo, rende meno gravosa la dura decisione del giudizio, che spetta, in ultima istanza, soltanto al magistrato. Ciò non toglie che sia assurdo che il giudice possa considerarsi peritus peritorum: in altre parole, se è certo che la sentenza spetti soltanto a lui, non per questo può interferire con la conclusione peritale. E precisamente, potrà scegliere se tenerne conto o meno, ma non disattendere la perizia nel suo contenuto finale. Altrimenti si arrogherebbe un sapere che non possiede, ragione esatta per cui chiama, nel processo, il perito a renderlo edotto sul punto. In pratica, questo significa che se, come è accaduto nel caso Maso, il soggetto deve essere considerato sano di mente, o comunque capace di intendere e di volere nel momento, del fatto, il magistrato non può fondare la propria decisione sul fatto che Maso sia seminfermo di mente. Può addurre qualsiasi altra motivazione alla sua sentenza, tranne questa. Altrimenti diventa un'offesa allo psichiatra e soprattutto alla psichiatria. Se la corte mi chiede: "come fa, professore, a concludere che è sano di mente, se ha ammazzato sua madre e suo padre per una eredità?", l'unica risposta che posso dare è chiedere al giudice: "se lei è già convinto di sapere, perché chiama me?". Non spetta al perito imporsi o proporsi, la legge espressamente dà questa facoltà al giudice per aiutarlo ad assumere gli elementi necessari a decidere. Ma, se questi decide di avere bisogno di una consulenza psichiatrica, deve, sul punto, attenersi alle conclusioni date dalla psichiatria. Alla fine potrà non tenerne conto, ma mai contraddirla. Perché, altrimenti, significa che chiama un esperto su ciò che lui, come giudice, non può sapere, essendo esperto di leggi, ma si arroga, infine, il diritto di discuterne, senza strumenti appropriati, la validità. Come ogni disciplina, la psichiatria ha conoscenze proprie che vanno rispettate, qualora la si chiami in causa. Al giudice rimane la libertà assoluta di scelta di lasciarla fuori. Mi preme sottolineare che non sto assolutamente sminuendo l'autorità dei giudici, tutt'altro. Ma lo psichiatra vuole essere una persona che, chiamata, abbia il diritto di usare la propria professionalità correttamente, applicando le tecniche e il sapere, propri della sua scienza, formulando una risposta, a cui il giudice potrà anche non dare attenzione, ma non può modificarla. Naturalmente, io faccio questo discorso dal punto di vista della psichiatria, ma credo che sia un assunto che si estenda a tutti gli aspetti peritali. Ma per la psichiatria la situazione è particolarmente delicata: si è infatti creata la convinzione che lo psichiatra entri nel processo senza contare nulla. Prova ne sono i compensi bassissimi — ragione per cui io ho lavorato gratuitamente —, le condizioni sfavorevoli, come la difficoltà di vedere il paziente, senza contare che il setting non è certo favorevole per poter fare un'analisi relazionale. Si tratta del carcere, non si può rinunciare alla presenza della guardia carceraria, a meno che uno non si assuma, per iscritto, la responsabilità di ciò che può succedergli. Ma il compito è, anche socialmente, molto importante. Per questo c'è da auspicare che la psichiatria acquisti lo spazio che le spetta rispetto al comportamento criminale, fino al punto da chiedersi se sia possibile che un giudice possa sancire una condanna senza avere raccolto dati tecnici sulla valutazione della personalità. Bisogna tuttavia che questo ruolo venga rivisto, cominciando a far sì che il quesito sia aderente al sapere psichiatrico, che lo psichiatra possa insomma agire secondo quella scienza e coscienza che non applica vedendo per due volte un carcerato assieme ai periti di parte, magari in condizioni dove non c'è neanche uno studio medico. Entrate in un carcere per una perizia psichiatrica e vi accorgete di qual è la considerazione dello psichiatra rispetto alle altre figure che hanno a che fare con il processo. Non chiedo certo che si provveda a fornire il lettino di Freud, ma lo psichiatra deve essere messo nelle condizioni di decidere come lavorare, seguendo i propri metodi per creare la relazione terapeutica o comunque di comprensione, altrettanto necessari al suo lavoro quanto un bisturi al chirurgo.
Domande e risposte
Può chiarire qual è il percorso più opportuno da seguire nell'analisi di una personalità?
Per capire un comportamento nella sua complessità, oggi la scienza psichiatrica dice che occorre analizzare tre componenti fondamentali: quella biologica, quella psicologica e quella ambientale. Sappiamo da tempo che la biologia influenza il comportamento, e per biologia noi intendiamo certamente la genetica, ovvero l'insieme dei messaggi trasmessi nei geni, che informano e condizionano il comportamento, ma anche il cervello. Uno psichiatra che voglia studiare il comportamento, di qualunque natura sia, deve dunque chiedersi: qual è la componente biologica in quel soggetto? Per esempio, si può procedere a rilevare l'assetto della mappa cromosomica: se, dall'esame, risulti che sono intervenute delle alterazioni, se ne approfondirà la natura. Riguardo alla funzionalità cerebrale, invece, si dispone di solito la risonanza magnetica nucleare, da preferire anche alla TAC. Se si riscontrassero sospetti di qualche alterazione si può procedere a una indagine più accurata, per singoli comparti. Esaurito l'aspetto biologico, si deve procedere all'analisi di quella che chiamiamo personalità di base. Si domanderà, a esempio, se si abbia di fronte un soggetto intro-verso o estroverso, se l'elaborazione delle esperienze sia di tipo depressiva, oppure tenda alla maniacalità. Tra le caratteristiche su cui soffermarsi un ruolo di grande rilevanza spetta al comportamento sessuale. Ci sono strumenti notevolissimi, oggi, per scandagliare non solo gli aspetti strutturali della personalità, ma anche queste componenti particolari. Compiuto anche l'accertamento sulla personalità, il perito dovrà studiare una terza componente rappresentata dall'ambiente in cui il soggetto agisce e quindi lo spazio, fisico ma soprattutto relazionale in cui è stato compiuto il fatto criminoso, considerando a esempio la famiglia, attraverso specifici test. Quindi oggi c'è una scienza psichiatrica che ha raggiunto una precisa convinzione su come portare l'analisi del comportamento e che ha stabilito molti strumenti utili. Per questo, dopo i primi colloqui orientativi con il soggetto, è bene che il perito o i periti possano decidere insieme quali esami è più opportuno fare nel caso specifico.
Quanto sono utili gli esami ematochimici al fine di valutare una personalità, e soprattutto, qual è il ruolo degli ormoni rispetto alla determinazione di un comportamento, per esempio violento o aggressivo?
Per la componente biologica ho fatto riferimento propriamente alle analisi del cervello, perché è la parte anatomica che più direttamente viene implicata nel comportamento. Tuttavia è certo che possiamo cogliere molti elementi utili per l'analisi attra-verso le valutazioni ematochimiche: la valutazione degli ormoni della sessualità. Su questo punto, infatti, vorrei sottolineare che la differenza tra l'apporto maschile e fem-minile nella criminalità è rilevantissimo: in Italia, la popolazione carceraria è media-mente formata dal 15% di sesso femminile, il resto sono maschi, anche se negli ultimi anni è assai cambiata la geografia dei reati. Io credo che questa proporzione sia destinata a cambiare molto, perché risente notevolmente della situazione culturale, e quindi di quelli che erano stati anche i ruoli che la donna e l'uomo avevano avuto in una so-cietà che adesso sta cambiando molto. Reati da cui le donne erano ritenute ‘immuni' sono ora in continuo aumento tra la popolazione femminile. Però non c'è dubbio che esami di laboratorio ematoclinici possano rivelarsi utili, quando mostrino alterazioni di qualche organo, spingendo pertanto il medico ad approfondirne cause e natura. Pertanto, quando c'è da valutare il perché di un comportamento che noi chia-miamo in questo caso malato, bisogna fare accertamenti biologici più accurati possi-bili, purché non ci si soffermi a questo solo, e uguale attenzione sia assicurata all'a-nalisi della personalità e a quella sull'ambiente.
Lei ha criticato il modo in cui la psichiatria è trattata nelle aule di giustizia. Però ha anche sottolineato che talvolta gli psichiatri si mettono a disposizione del gioco tra le parti. Come succede?
Ho certamente detto che talvolta il comportamento di singoli psichiatri è vergognoso, perché non usano professionalità verso il loro compito, esaurendo in due incontri la valutazione a cui sono chiamati. Tuttavia il lavoro, come già ho precisato, non viene agevolato. Al di là del luogo delle visite, il carcere, che ha regole rigidissime, è la considerazione finale del lavoro psichiatrico che viene troppo spesso disat-tesa dalla magistratura, vanificandone lo sforzo e la competenza. Se il giudice dispone una perizia psichiatrica, ritenendo questa scienza capace di fornire elementi utili sul soggetto che la corte non può ottenere da sé, deve necessariamente mostrare rispetto per il lavoro svolto. Porto a questo proposito un esempio molto semplice. Mi sono occupato del caso Carretta. In realtà eravamo in tre psichiatri, ciascuno lavorava per conto di un diverso soggetto, eppure siamo tutti arrivati a conclusioni comuni. Questo è un esempio chiarissimo di come tre psichiatri che decidano di svolgere seriamente il loro compito possono dal punto di vista clinico formulare una sola analisi. E questo perché si sono applicate le conoscenze della psichiatria e si è fatto di tutto perché le condizioni di lavoro fossero rispettate. Anche nel caso Maso, in cui lavoravo alla valutazione della personalità di tre ragazzi, ho dovuto battermi per questo. Li incontravo almeno tre volte la settimana. Quando, a un certo punto, il mio compito venne ostacolato dalla struttura carceraria, scrissi una lettera al magistrato, dicendo che o mi si metteva nelle condizioni di avere rispettato il mio setting, o rinunciavo al lavoro, per ragioni di etica professionale. Nel giro di quarantotto ore è stata messa a disposizione una stanza nel carcere, con uno spioncino che mettesse insieme la mia esigenza analitica con il dovere della guardia carceraria di essere presente. Queste pretese non sono capricci né manifestazioni di potere. Solo io, come psichiatra, so di che cosa c'è bisogno per studiare il comportamento. Pertanto, se un giudice mi chiama per fare questo, devo poterlo eseguire secondo professionalità. Bisogna arrivare a una condizione in cui gli psichiatri possano fare gli psichiatri. Allo stato attuale delle cose non è assolutamente facile. Ma, d'altra parte, non c'è nessuna soluzione diversa. Un altro tema molto dibattuto è se sia corretto affidare la valutazione di un soggetto a un singolo professionista, lo psichiatra, il cui parere condizionerà il giudice. In questa critica si propone di risolvere l'impasse, sostituendo al perito un centro o istituto autorizzato dallo Stato, in cui lavorino équipe. Questa è la strada seguita, per esempio, in America, dove funzionano centri per lo studio del comportamento altamente specializzati, in cui il magistrato manda l'imputato per un certo numero di giorni, trascorsi i quali si esprime una valutazione, di cui il giudice terrà conto.
Lei rileva un atteggiamento piuttosto diffidente da parte dei giudici nell'accettare che comportamenti criminosi, anche efferati, non siano in qualche modo legati alla follia?
E' necessario che la magistratura riesca a capire e accettare le scoperte delle scienze psicologiche riguardo al legame tra malattia e crimine, che non ha nulla a che fare con le teorie antiche di Lombroso. Purtroppo non sempre il giudice riesce a su-perare, culturalmente, quella specie di apparente buonsenso secondo cui certe azioni sono talmente terribili da non potere che sconfinare nella malattia. Lo studio dell'ambiente e della dimensione della personalità, come questa si vada sviluppando a confronto con determinate esperienze e traumi, hanno mostrato allo psichiatra come non si possa sempre ‘rifugiarsi' nel concetto di malattia di mente. Esiste il dramma anche dentro alla normalità. La capacità di intendere e di volere può essere integra, come nel caso Maso, eppure il soggetto compie ugualmente un omicidio. La categoria della follia non può essere utilizzata e questo disorienta. Vorrei fare un esempio attinto dalla storia. Quando ho cominciato a lavorare quarant'anni fa in manicomio, l'omosessualità era considerata una psicosi. Soltanto dal 1992 l'Organizzazione Mondiale della Sanità l'ha cancellata dall'elenco delle malat-tie, inserendola tra le caratteristiche della personalità. Anche la psichiatria è dunque in evoluzione. A questo la magistratura deve mostrarsi disponibile tutte le volte in cui, per chiarire un caso, chiede aiuto agli psichiatri.
"Cerchi d'afferrare quella luminosa utopia che ti sembra vicina, allunghi le mani ed è ancora lontana, ti alzi sul...
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Il poliedrico SID in B/N
Nella pittura, nella scultura, nella grafica e nella Street Art
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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari
La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)