"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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venerdì 20 maggio 2022

"E ti vengo a cercare" di Andrea Scanzi



Leggendo il recentissimo libro di Andrea Scanzi sui “voli imprevedibili ed ascese velocissime” di Franco Battiato a me, che sono avanti negli anni, è tornato subito alla mente uno di quegli spot di Carosello di molti anni fa.
Si trattava di un seriale commerciale volto a reclamizzare i prodotti di una nota industria costruttrice di elettrodomestici, dove, l’attore Adolfo Celi nelle vesti di un particolare padre di famiglia, in quanto soggetto “incontentabile”, era capace di fare impazzire qualunque rivenditore impegnato a tentare di soddisfare le ossessive esigenze del particolare cliente (per averne una chiara idea si potrà vedere https://www.youtube.com/watch?v=_pISgKv3U34).
Per la sua produzione e per le sue continue voglie di ricerca e sperimentazioni Battiato sarebbe stato un ottimo spot per gli "incontentabili" nella musica e nel mondo artistico in genere.
Scanzi, pur non avendolo mai direttamente incontrato, scrive su Battiato con una narrazione fluida e entusiasmante che coinvolge pienamente il lettore. Fornendo tantissimi dettagli e considerazioni che, per chi ha amato l’artista Battiato, consentono di scoprire aspetti e particolarità della sua complessa vita e variegata produzione.
Battiato è stato un soggetto atipico, travagliato e sempre impegnato a ricercare qualcosa di nuovo e di diverso; un autore che non si è mai accontentato dei successi di volta in volta raggiunti. Che amava resettarsi spesso e azzerare tutto quanto, per avventurarsi in nuovi orizzonti musicali, con composizioni che talvolta potevano apparire strampalate ma che erano ricche, perchè nascondevano sottintesi, miscelando di frequente messaggi diretti e convenzionali con testi trascendentali, quasi subliminali.
Per chi ha amato l’autore, leggendo i capitoli proposti da Scanzi, si accendono e si accompagnano in sottofondo le melodie, i ritornelli, gli arrangiamenti inusuali e trascinanti che, in qualche modo forse hanno pure contaminato analoghe rinascite e trasformazioni musicali in altri artisti (nella musica mi viene in mente, tra gli altri e fra i genialoidi più noti, Lucio Dalla su tutti).
Certo per chi è abituato a classificare le cose, per poterle etichettare secondo rigide categorie tipologiche o stili, inserire Franco Battiato in un casellario codificato o enciclopedico appare impossibile.
Ritornando a “E ti vengo a Cercare”, ho trovato lo scritto di Andrea Scansi molto consono al personaggio raccontato, per la brillantezza espositiva dei testi e per il trasporto che riesce inevitabilmente a innescare nel lettore.
Per chi ha apprezzato Franco Battiato e la sua musica, il libro pubblicato da Paper First (euro 14), è un acquisto obbligato. Di certo un volume da leggere e rileggere ..... perchè sono tante le chiavi di lettura e i significati da scoprire fra le righe nei testi di Battiato scelti e fascinosamente riproposti. Un libro che non prenderà polvere e non avrà tanta pace se riposto negli scaffali della propria libreria e che sarà utile mantenere sempre alla portata.
Sfogliarne le pagine è come assistere a due spettacoli in uno, un concerto dal vivo di Franco Battiato e ascoltare lo spettacolo a teatro di Scanzi, pagando un solo biglietto d’ingresso.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

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A stretto giro di posta il mio amico Pasquale, sempre attento e molto paziente nel leggermi, regalandomi una perla anedottica mi commenta così: "Beh, il pezzo è molto efficace e scorrevole, Scanzi dovrebbe retrocederti delle commissioni per l’ottimo spot 😜 Per quanto riguarda Battiato, ho solo un piccolo aneddoto. Nel centro ospedaliero di radioterapia che conosco, nella sala dove i malati sono sottoposti ai trattamenti terapeutici si possono leggere a grandi caratteri alcuni versi di una nota canzone di Battiato (La Cura). Probabilmente gli operatori sanitari ritengono che la forza evocativa di quel brano possa rendere più efficace l’effetto delle terapie praticate. Almeno mi piace crederlo."
Fantastico. E che dire di più?

mercoledì 22 febbraio 2017

Scissione Pd: la sconfinata lista di disastri renziani, a beneficio di Richetti



https://youtu.be/WZ-AQXZJlEM


Ieri, a Otto e mezzo, c’era quel furbacchione di Matteo Richetti. Persona intelligente e scaltra, quando si trova a difendere per partito preso ciò su cui è il primo a non credere poi granché – ovvero Renzi e il renzismo – utilizza una tecnica dialettica vecchia come il codice di Hammurabi: fingere di dare ragione a chi ti sta criticando. Ieri lo ha fatto con Antonio Padellaro: “Padellaro qui ha ragione”, “Posso essere d’accordo”, “Non nego che in parte sia così”. Esaurito tale artificio, Richetti ha poi riassunto le motivazioni degli scissionisti con un semplicistico “Renzi gli sta antipatico”. Magari fosse quello. Renzi non è solo antipatico, ma privo pure di qualsivoglia talento. L’antipatia bisogna potersela permettere. E lui non può: si atteggia a Messi quando al massimo è Dertycia. 

Il punto non è personale, bensì politico. Lasciamo stare gli scissionisti veri o presunti. Pensiamo a quelle centinaia di migliaia di persone che, pur avendo dato credito a Renzi nel 2014, oggi non lo rivoterebbero neanche sotto tortura. Davvero, secondo il prima-renziano-poi-no-adesso-sì-domani-vediamo Richetti, è solo questione di “antipatia”? Se così fosse, gli riassumo (per sommi capi) la sconfinata lista di disastri commessi da Renzi. Disastri che, fino all’altro giorno, era il primo a notare. Infatti, prima di imbarcarlo in fretta e furia nel carrozzone dei “votiamo sì il 4 dicembre per sconfiggere l’Isis come dice la mia amica Boschi”, Renzi detestava Richetti ritenendolo una sorta di Civati 2 La Vendetta. Ecco la lista parziale, caro Matteo (Richetti). 

1. Una classe dirigente improponibile, fatta di “Ciaoni” Carboni e “Dolci Forno” Picierni, al cui confronto Fedriga è Churchill e Crimi “Bob” Kennedy.

2. La sconfinata mestizia, e magari fosse solo mestizia, del cosiddetto giglio magico.

3. “La buona scuola”, riforma quasi del tutto indecente grazie alla quale il Pd si è giocato l’appoggio degli insegnanti.

4. Il “Jobs Act”, che a Farinetti e Briatore è piaciuto parecchio, ma agli operai meno.

5. I giovani, così attratti dal giovine gattopardo-rottamatore da votare tutti tranne lui.

6. Gli intellettuali, che a parte Baricco sono scappati così lontano dal Pd che adesso Carofiglio, per recuperarli, dovrebbe essere come minimo uno sciamano navajo coi controcazzi.

7. Liguria, Veneto, Roma, Napoli, Torino, Arezzo, Sesto Fiorentino. Eccetera.

8. Quel gran genio di De Luca, forse esponente illustre di quella sinistra “a cui pensavamo noi emiliani quando volevamo un mondo unito dopo la caduta del Muro” (cito Richetti ieri sera, parola più parola meno).

9. Alfano, Verdini, Lorenzin e questo bel governo rimasto più o meno lo stesso nonostante la Waterloo meravigliosa del 4 dicembre.

10. Una riforma costituzionale da vergognarsi in eterno, scritta peraltro peggio delle bozze di Moccia.

11. Una legge elettorale “che tutti ci invidieranno”. E infatti si è visto.

12. La bocciatura della riforma Madia, le mancette per (non) vincere il referendum, il “salvabanche” per “quelle tre banchette toscane” (cit Renzi), i condoni pronunciati all’inglese (do you know volountary disclosure?), la mancata lotta all’evasione. E molti altri demoni.

13. L’occupazione della Rai, roba che in confronto la Legge Gasparri era quasi figa e Minzolini meritava il Pulitzer.

14. L’Unità attuale, che non è morta perché non la compra nessuno: si è suicidata leggendo andrearomano.

15. Il sistematico disprezzo per il dissenso, l’opposizione e tutto ciò che non era iper-renziano. “Gufi”, “professoroni”. E magari “specchio riflesso”, come si faceva all’asilo, che è poi lo stadio intellettuale a cui è rimasto il renzismo.

16. Una carrellata infinita di sconfitte, al punto tale che – in neanche tre anni – il renzismo è riuscito a dilapidare quasi tutto.

17. Le bugie come se piovesse, compresa quella mitologica secondo cui “se perdo mi ritiro a vita privata e faccio triathlon”. Né la prima e neanche la seconda, a giudicare dal girovita (e dal giromento).

18. La sistematica sopravvalutazione di un bischeruccio che al bar di Montione avremmo zimbellato senza pietà, ma a cui avete permesso di spolpare per anni il partito (e pazienza) e pure il paese (e questo resta imperdonabile) 

Potrei andare avanti a lungo, ma mi fermo qui. Caro Matteo (Richetti), sfottere gli scissionisti per il poco coraggio o per quella loro propensione al politichese prebellico è facile. E ci sta pure. Non pretendere però che tutti gli italiani siano così deficienti da credere che sia solo una questione di “antipatia”. Ed è pietosa pure la tua – e non solo tua – litania del Renzi che “ha imparato la lezione, d’ora in poi sarà diverso”: l’uomo è questo e questo sarà. Lo sai meglio di chiunque altro. Non conosce velocità diversa da questa goffa e sciagurata modalità “bulletto comicamente tronfio”. Non è strano che si parli di scissione: è strano che se ne parli solo adesso, dopo che Renzi e il suo Giglio-Barnum hanno raso al suolo un partito che, almeno in via teorica, doveva essere di centrosinistra. Non certo la versione quasi-giovanilista e iper-caricaturale del berlusconismo 2.0.

P.S. Sai qual è la cosa triste, Matteo (Richetti)? Che tra le alternative a Renzi ci siano ormai quasi tutti. Tranne te. Fa un po’ tristezza, constatare come la tua ambizione nascosta fosse quella di assurgere a “Nardella dotato”. Evidentemente non ti vuoi poi così bene come sembra. Peccato.



martedì 5 luglio 2016

Direzione Pd, Matteo Renzi è davvero senza vergogna



 
Ieri c’è stata la direzione del Pd. La “Direzione Pd” serve, nell’ecosistema, a due sole cose. La prima è portare a eccitazione massima, sempre nei limiti del personaggio s’intende, il goffo figuro che scrive su L’Unità (quindi da nessuna parte). Ieri il goffo figuro ha cinguettato orgasmico, sempre nei limiti del personaggio s’intende: “Ma quant’è fico, potente, autentico @matteorenzi quando s’incazza“.
Si noti anche il fatto che il goffo figuro, per essere certo che la sua slappata non passasse anonima come quasi tutto nella sua vita, ha chiocciolato (sic) Renzi. Sperando, a fine giornata, in una carezza o magari un croccantino. Va detto che il goffo figuro, nei dorati anni della sua fulgida esistenza, ha usato gli stessi toni anche nei confronti di D’Alema e Santanché. Uccidendoli politicamente entrambi: daje Matte’.
La seconda funzione della “Direzione Pd” nell’ecosistema è quella di ricordare a tutti noi che Speranza vive e finge di lottare in mezzo a noi. E anche ieri ce ne siamo ricordati. Come sempre, all’interno della effimera “Direzione Pd”, Cuperlo ha detto cose perfette, solo che dopo questi suoi sfoghi impeccabili passano altri sei mesi e non succede nulla.
E come sempre Barca si è dimesso da se stesso, o dalla Commissione Statuto del Pd, o dal Pd direttamente. Salvo poi, il giorno dopo, ricominciare con la solfa del “cambiamento dall’interno, io ci credo”. Bravo Barca. Tu ci credi. Io invece credo nelle melanzane alla parmigiana, in Roger Waters e nel tacco 12 di Rosario Dawson in Sin City. E godo molto di più.
Tutto questo, in fondo, è però margine e dettaglio. Di ieri mi ha colpito solo una cosa: l’ulteriore passo di Matteo Renzi verso l’indecenza. Ieri, tra una citazione di Cantona e una di Stocazzo, Renzi ha citato Casaleggio. Per meglio dire, ha deliberatamente finto di farlo, tanto nel frattempo lui è morto e quindi mica può contraddirlo. Nello specifico, Renzi ha attribuito a Casaleggio questa frase: “Ciò che è virale è vero“. Ha poi proseguito così, sempre con quella sua teatralità da Panariello scartato al primo provino di Bagnomaria: “Io, quando la lessi, dissi: ‘Che follia è questa!’. Non compresi allora il valore terribile di quelle parole: se prendi una cosa e inizi a ripeterla tutti insieme, diventa vero per una parte delle persone che seguono magari in maniera superficiale la politica“.
Siamo, appunto, di fronte a un nuovo passo verso l’indecenza, i cui confini sono stati da tempo superati dal Mister Bean debole di Rignano. In primo luogo, la tecnica del “ripeti una cosa all’infinito, così poi i disattenti ci credono”, è esattamente ciò che – grazie a un’informazione spesso conciliante – era ieri alla base del berlusconismo e oggi del renzismo. Quindi Renzi, nell’attaccare gli altri, attacca se stesso (e lo sa benissimo). In secondo luogo, e questo è smisuratamente più grave, Gianroberto Casaleggio non ha mai detto una cosa simile. Per carità, a me Casaleggio spesso non convinceva e l’ho criticato spesso. Come lui ha più volte criticato me. Ricordo ancora quando scrisse sul blog “Scanzi scrive il falso“, e per colpa di quelle quattro paroline magiche ricevetti per giorni un flame sconfinato di insulti e minacce di morte. Lo ricordo bene: Casaleggio a volte ci prendeva e a volte no, come tutti. Non si tratta certo di santificarlo: si tratta quantomeno di non diffamarlo post-mortem (lo hanno già fatto oltremodo in vita).
Come racconta Travaglio sul Fatto di stamani, Renzi si riferisce a un’intervista (esiste anche la versione video: potete controllare) che Marco fece a Casaleggio. L’intervistato disse l’esatto opposto di ciò che ieri gli ha attribuito empiamente Renzi. Ovvero: “Se un messaggio in Rete perde la sua viralità nel tempo, è falso“. Casaleggio si riferiva ai “presunti scoop che i giornali hanno inventato su di me, senza verificare la veridicità della notizia. Esistono gruppi pagati dai partiti per diffondere messaggi virali contro me e Grillo”. Marco gli faceva notare che era la stessa accusa rivolta a Grillo e Casaleggio. E lui: “Ma noi non abbiamo bisogno di farlo, perché i nostri messaggi sono virali di per sé, dunque veri, e si diffondono da soli. Quelli degli altri, palesemente falsi, hanno bisogno di un supporto di truppe àscare, pagate magari 5 euro al giorno“. Casaleggio non disse che “ciò che è virale è vero”, ma sostenne (forse sbagliando e forse no) che in Rete le bugie non hanno vita lunga perché si sgamano subito. E a quel punto la viralità di ciò che è falso muore sul nascere.
Renzi ha inventato di sana pianta il virgolettato (delirante) di un avversario politico scomparso, per ridicolizzare lui come la forza politica da lui creata. Davvero un bel modo di fare politica, nuovo e garbato. Quando si arriva a denigrare un morto, di solito, vuol dire che non si sa più cosa inventare. Significa essere discretamente disperati. Di più: significa essere senza ritegno né vergogna. E questo, per Renzi, è una fortuna: se avesse un minimo di senso del pudore, non smetterebbe quasi mai di vergognarsi di quel che fa e dice.

Andrea Scanzi (IL Fatto Quotidiano, 5 luglio 2016)

sabato 14 giugno 2014

Governo Renzi: il giornalismo italiano? Corre in soccorso del vincitore Matteo

Sono molto affascinato dalla correttezza del giornalismo italiano, soprattutto quello piddino (cioè quasi tutto). Secondo una strana regola tutta italiana, chi vota Pd è libero e illuminato mentre chi non vota Pd è “fazioso” e “servo”, ancor più se grillino. I berlusconiani, tutto sommato, vanno bene: in fondo sono i migliori alleati di Renzi. Per dire: Gad Lerner, che è iscritto al Pd, è libero e democratico. Addirittura e anzitutto imparziale (e ne ho citato volutamente uno bravo: citare il Menichini Madido sarebbe stato troppo facile). Il Fatto Quotidiano, che non vota nessuno e a nessuno appartiene, è invece “l’house organ dei 5 Stelle” (anche se da giorni sta massacrando i 5 Stelle per l’accordo con Farage e la consultazione online di due giorni fa). E a chiamarci “house organ di Grillo” sono proprio coloro che passano il tempo a venerare Renzi: ah, l’Italia, che strano e ameno paese.
Per anni ce l’hanno menata con la litania della democrazia interna nei 5 Stelle. Fior fiore di editorialisti e conduttori pensosi hanno tratteggiato figure caricaturali e frignoni di professione come novelli Solženicyn. Ora che il quasi-dittatore è Renzi, peraltro comico nella sua prosa sputicchiante e nella sua espressività da triglia ilare, tutto – di colpo – va bene. Anzi benissimo. Li vedo proprio orgasmici all’idea di fungere da megafono piddino. Se è questa la loro ambizione, prevedo per loro un futuro gramo: per una cosa indovinata (la Serracchiani che costringe Orsoni alle dimissioni: brava), tanti rospi dovranno ingoiare. Da nuovi patti segreti del Nazareno a svariate riforme orride (leggere Rodotà per credere). Il “vincolo di mandato”, che non esiste nella Costituzione Italiana e che Grillo vorrebbe (sbagliando) introdurre, d’un tratto è qualcosa che eccita oltremodo i renziani. Renziani ovviamente dell’ultima ora, perché tanti colleghi erano fino a ieri bersaniani e Renzi gli stava neanche troppo cordialmente sulle palle.
In un paese normale dovrebbero essere tutti solidali con Mineo, anzitutto i giornalisti. Vedo e leggo invece che, secondo non pochi tromboni para-democratici, Renzi ha forse esagerato nei toni ma “in fondo ha fatto bene”, perché Mineo è “in cerca di visibilità”. E’ vero che lo stesso Mineo ha una propensione da Don Abbondio: uno come lui, che a RaiNews non mancava certo di coraggio, si sta facendo trattare quasi come uno zerbino dai Nardella qualsiasi, che lo apostrofano con infantili e sprezzanti “Mineo chi?”. Invece di sfancularli, Mineo – per ora – se ne sta quieto quieto. Del resto i “dissidenti” del Pd sono così: alzano saltuariamente la voce, poi Renzi gli regala uno strapuntino inutile di potere (l’ex bersaniano mai stato giovane né turco Orfini Presidente Pd) e i “dissidenti” tornano nei ranghi. Cornuti e mazziati. Mettono un po’ malinconia, mai però quanto i “giornalisti liberi” che accettano tutto – ma proprio tutto – da Renzi e renziani. Decenni di carriere spese a scrivere, spesso bene, per reinventarsi servi sciocchi delle Karina Huff Boschi: che triste declino. Come ricorda oggi Travaglio sul Fatto, gli stessi che ieri gridavano al nazismo di Grillo e Casaleggio trovano oggi più che naturali le purghe renziane.
Dimenticano pure – ma in realtà lo sanno benissimo – che Mineo non ha infranto nessuna regola: se è vero che partiti e movimenti hanno regole da rispettare, è altrettanto vero che la riforma-schifezza del Senato non era nel programma sottoscritto da Mineo quando si è candidato nel febbraio 2013. Se poi Mineo e Chiti sono “traditori”, non si capisce cosa sia Giachetti, che giorni fa – contro il programma del Pd – ha votato la responsabilità civile dei magistrati con Fi, Lega e 70 franchi tiratori del Pd (però Giachetti è renziano e Mineo no: oops). Abbiamo una classe politica quasi sempre – non sempre – sconfortante. Ed è anche colpa di una classe giornalistica quasi sempre – non sempre – sconfortante. Così sconfortante che perfino il concetto di faziosità e fazioso: se voti Pd sei un “fazioso libero”, se non voti Pd sei un “fazioso servo”. Funziona così. E funziona male. Buona catastrofe.

 

martedì 4 febbraio 2014

Boldrini, l’arbitro fa il tifo in curva

Laura Boldrini non si può criticare. Mai. Se lo si fa, arriva puntuale la crivella già usata tanto dalla Fornero quanto dalla Madia: “Sessisti”, “maschilisti”. Questo femminismo caricaturale è peraltro a singhiozzo. Vale per la Boldrini, ma non per la Carfagna o per la 5 Stelle Lupo, che si è presa uno schiaffone da un uomo ma che – secondo gli ultrà boldriniani – in fondo se lo meritava. L’esaltazione della Boldrini non è sfumata neanche dopo la sua decisione di applicare, prima volta nella storia repubblicana, la tagliola o ghigliottina. Un istituto, oltretutto, previsto soltanto a Palazzo Madama. Stava per essere sdoganato nel 2009, durante la discussione sullo scudo fiscale, ma allora il Pd (che poi fece passare lo scudo fiscale grazie all’assenza decisiva di alcuni parlamentari) si oppose: come cambiano i tempi.
La sua elezione alla Presidenza della Camera aveva legittimamente alimentato speranze. Per quanto pressoché nuda di esperienza politica, il curriculum era nobile. Quattordici anni come portavoce dell’Alto commissariato delle Nazione Unite per i rifugiati. Più nominata che eletta, come è uso in Italia, la sua ascesa fu comunque letta come simbolo di cambiamento. Di miglioramento. Che non è arrivato. Dopo neanche un anno, la Boldrini è già una delle più grandi delusioni nella storia recente della politica italiana. Per quel gioco eterno della pagliuzza e della trave, l’informazione ama usare il napalm con l’errore grillino e suole abbondare in buffetti se a sbagliare è Laura. E gli errori 5 Stelle sono pure troppi, dal “boia chi molla” ai “pompini”, dai post su “cosa faresti in macchina con Laura” ai commenti orrendamente violenti e (quelli sì) sessisti comparsi in Rete e poi cancellati.
Facile sparare sui 5 Stelle, e in non rari casi giusto. Solo che, dall’altra parte, la Boldrini è nel frattempo diventata colei che ha ammazzato l’opposizione. Contrappasso spietato, per una donna eletta con Sel e teoricamente vicina alle forze minoritarie. Non appena eletta, forse per celare l’emozione o piuttosto l’inadeguatezza, è scattato in lei il virus doppio della Preside-Macchinista. “Preside”, per giunta con voce monocorde robotica da Super Vicky, perché l’approccio è esattamente lo stesso. E “macchinista”, perché la Boldrini suole limitarsi acriticamente ad applicare regole (talora inesistenti). Mai un po’ di elasticità, mai un briciolo di moral suasion, mai la capacità di comprendere il momento. Credeva, evidentemente, che per essere brave bastasse il consenso demagogico. Nulla a che vedere con Pertini, ma neanche – in quel ruolo – con Casini e Fini. Inconsapevolmente innamorata dello sbaglio, più ha errato e più si è trincerata dietro un’arroganza piccata. Con vette di umorismo raro, tipo quando bloccò i 5 Stelle (la sua kryptonite) per avere nominato il Presidente della Repubblica. Voleva essere la nuova Nilde Iotti, ma la Boldrini sta ormai a Napolitano come la Biancofiore a Berlusconi.
Domenica, per difendere l’indifendibile (se stessa), ha invaso i palinsesti Rai. Prima Rai 1 da Giletti, poi Rai 3, da Fazio. Parlando e straparlando, tra un balbettio e l’altro, ha esplicitato la sua incapacità di essere arbitro super partes: puoi essere partigiano come deputata, non come Presidente della Camera. Boldrini ha usato toni durissimi: “(Quello dei 5 Stelle) è un attacco eversivo contro le istituzioni che deve essere respinto da tutte le forze democratiche”; “M5S non sa utilizzare gli strumenti democratici, messi a disposizione dell’opposizione dalla Costituzione (…) Ho visto tanta rabbia e odio invece che la voglia di confrontarsi. Queste cose si sono viste solo in dittatura”. La Boldrini ha anche sostenuto che “chi segue il blog di Grillo è quasi un potenziale stupratore”.
Domenica è circolato anche un tweet della Boldrini in cui si riportava quel concetto. Il tweet si è poi rivelato falso, ma quelle parole restano vere. La Boldrini dovrebbe essere arbitro, ma non può esserlo chi reputa una forza – votata da quasi 9 milioni di italiani – eversiva. Chiedere alla Boldrini di essere baluardo della democrazia parlamentare è un po’ come chiedere a Lupin di fare la guardia alla Gioconda. Forse la Boldrini dovrebbe ammettere a se stessa che non ha requisiti, competenze e lucidità per ricoprire quel ruolo. E dunque dimettersi.


sabato 12 ottobre 2013

Un minuto di silenzio per chi, per anni, mi ha dato del "servo di Grillo" (di Andrea Scanzi)

Un minuto di silenzio per chi, per anni, mi ha dato del "servo di Grillo" (che non sento da maggio 2011) e ora deve prendere atto di come lui e Casaleggio mi abbiano simpaticamente sfanculato nel loro blog, con un post tanto prevedibile (ci avevo scommesso la casa) quanto meraviglioso.

E un minuto di silenzio anche per chi, per anni, ha sostenuto che il Fatto fosse house organ di Grillo, ora pure quello amenamente crivellato dai due. Non che nutrissi la perversione triste di prendere lezioni da Zucconi o Battista, professionisti della non-critica e fedeli della non-linea, ma Grillo e Casaleggio ci hanno fatto un bel regalo. Da oggi non ho più neanche i difetti inventati e il mio ego potrà finalmente esplodere. Vamos.

La speranza è che, un giorno, anche i santoni vicini al Pd facciano le pulci al Pd come noi abbiamo sempre fatto al M5S (e a tutti gli altri): ne guadagnerebbero il paese, il giornalismo italiano e magari pure la sinistra italiana.

Capisco comunque la rabbia di Grillo e Casaleggio: sanno che il sottoscritto, Travaglio e il Fatto hanno ragione. E sanno anche che la maggioranza di elettori e parlamentari la pensa probabilmente come noi. Il loro rosicamento, per quanto infantile e masochistico, è dunque giustificato. Ne ho quindi rispetto.

Mi permetto solo di rammentar loro un vecchio adagio: quando si sbaglia, si sbaglia. Quando si perde, si perde. Capita anche ai migliori. Non tutte le battaglie - e gli sfoghi - possono essere giusti. Quel post sul reato di clandestinità era e resta una cazzata titanica. E quello di stamani sul Fatto è persino peggiore. Meglio ammetterlo. Altrimenti viene il dubbio che per loro il giornalismo ideale non sia quello libero, ma quello che gli dà ragione.



(Il Cernobbico Casaleggio mi accusa di dire il falso sulla sua candidatura in Forza Italia. Uh oh. Vedo che anche lui, in mancanza di appigli migliori, gioca alla pagliuzza e alla trave. Come un D'Alema qualsiasi. Vero: tecnicamente non si candidò in Forza Italia. Chiedo scusa per la gravissima semplificazione: mi autopunirò guardando in loop un video qualsiasi su Gaia. Casaleggio si candidò però in una lista civica, nel 2004, a Settimo Vittone nel Canavese. Quella lista, "Per Settimo", era capeggiata da Vito Groccia, "politico calabrese vicino a Forza Italia". Ops. Casaleggio partecipò alla stesura del programma, si impegnò in prima persona e ottenne un risultato rutilante: sei voti e niente elezione. Sarò felice di parlarne con lui. Chissà, magari in una intervista. Quella stessa intervista che, da mesi, Casaleggio rifiuta al Fatto. Oppure accetta, ma dettando condizioni capestro che ovviamente mai accetteremo. L'invito è ovviamente esteso anche a Grillo, nella speranza che prima o poi scenda stabilmente dall'eremo di Sant'Ilario, aiuti da vicino i suoi parlamentari soli contro tutti e - già che c'è - cominci a fare quelle conferenze stampa promesse da tempo.

Fiducioso e divertito, nonché assai grato, attendo).

Andrea Scanzi (Facebook)




giovedì 10 ottobre 2013

M5S, l’indulto e la clandestinità: luci e ombre

Con un simpatico tono di voce da Wanna Marchi quasi-trotzkista, Livia Turco ha definito ieri “cretini” tutti quelli che (per loro fortuna) non la pensano come lei. Un numero peraltro consistente, considerando che Livia Turco è sempre stata una delle più instancabili nel demolire quel che resta della sinistra in Italia. Qual era il tema? L’intoccabilità di Re Giorgio. Il quale, non contento di essere da (almeno) due anni il vero e assolutista Presidente del Consiglio, ha pure ordinato (con la solita formula del monito finto-garbato) amnistia e indulto.
L’infinita ipocrisia dell’indulto. Il tema delle carceri sovraffollate esiste ed è gravoso. Proprio per questo è indecente l’ipocrisia con cui Pd e Pdl lo usano cinicamente contro chi osa mostrarsi dubbioso, relegandogli la parte dell’insensibile che “pensa solo a Berlusconi”. Il problema è che a Pd e Pdl non interessa minimamente migliorare la condizione delle vittime autentiche. Se gli interessasse, si adopererebbero non con amnistia e indulto indiscriminati ma con un’opera legislativa mirata: depenalizzare il testo unico sulle droghe, abolire il reato di clandestinità ed ex Cirielli, rivedere l’istituto della custodia cautelare. E magari, già che ci sono, ampliare la vigilanza dinamica. E’ cancellando gli obbrobri legislativi dei Giovanardi e dei Bossi-Fini che si migliora la condizione nelle carceri, non reiterando l’ennesimo “liberi tutti, anzitutto i potenti”. Napolitano ha già esautorato abbastanza il Parlamento: non spetta a lui indicare la via da seguire, anche se dalla mattina alla sera non pare pensare ad altro. La violenza con cui ha attaccato i 5 Stelle non l’ha mai usata nella sua vita. Nemmeno quando c’era da condannare le invasioni cingolate dell’Unione Sovietica in Ungheria (ops, lui era d’accordo coi cingolati).
Al governo delle larghe intese non preme minimamente migliorare la condizione nelle carceri. Infatti sta lavorando a un testo che ricalca quello del 2006, che comprendeva i reati di frode fiscale, concussione e corruzione (pene pecuniarie incluse). La distruttrice di consensi Turco ha esortato a non pensare sempre a Berlusconi, e va capita, perché lei e il suo partito in effetti non ci hanno pensato quasi mai (e se ci hanno pensato è stato per difenderlo). Ci perdonerà però se la tempistica del monito di Re Giorgio continua ad apparire sospetta: amnistia e indulto, così concepite, sembrano un regalo a Berlusconi. E a questo punto si spiegherebbe sin troppo bene il dietrofront caricaturale al Senato (“Non voto la fiducia, anzi sì”). Per approvare amnistia e/o indulto servono i 2/3 del Parlamento: c’è davvero qualcuno che crede che il Pdl li voterebbe se non fossero contemplati anche i reati per cui è stato condannato il pregiudicato di Arcore? Ve li immaginate, i Brunetta e le Santanché, che dicono: “Sì, votiamo felici per liberare i poveracci ma solo loro. Guai a chi vuol salvare anche frodatori ed evasori?”. Via, su.
L’indulto fu la tomba del governo Prodi e l’inizio della crescita della forza politica di Grillo. Non volendo, e con l’unico intento di abbatterlo, gli stanno facendo un altro regalo. Anzitutto il Pd (perfino Epifani si mostra dubbioso). Se la bischeraggine reiterata – unita a una perdurante malafede – facesse vincere le sfide, nel centrosinistra sarebbero tutti Lippi e Capello. 
Clandestinità, paraleghismo e harakiri. Sta facendo molto discutere il post di Grillo e Casaleggio relativo all’emendamento presentato in commissione giustizia da due senatori 5 Stelle, che ha ridotto il reato di clandestinità a illecito amministrativo. Il post sembra perfetto per dare a molti pasionari-di-Letta il brivido di essere di sinistra (ahahahah), anche se – per esempio – contro la Bossi-Fini il loro partito non ha mai fatto nulla. E’ vero che nel programma del M5S non c’era la cancellazione del reato di clandestinità. E’ vero che, se lo avessero promesso, non avrebbero preso il 25% alla Camera. Ed è vero che in paesi molto più civili di noi (Francia, Inghilterra) quel reato esiste. In questo il post è inattaccabile. Poi però ho molti dubbi. In tema di immigrazione Grillo e soprattutto Casaleggio sono da sempre assai discutibili, per esempio sullo Ius Soli. Lo scrivo da anni: chi si stupisce, finora, ha vissuto su Marte (o nel Pd). Personalmente avrei votato la cancellazione, e senza dubbi, anche se purtroppo è un palliativo. Un meno peggio: fingere che il problema non esista è una trovata buonista-demagogica molto “de sinistra”, che non risolve le cose. Il post è invece attaccabilissimo, e anzi disastroso, per tempistica e opportunità politica: mentre i parlamentari lottano pressoché isolati contro casta e gran parte dei media, arriva l’ennesimo dikat (per quanto più “garbato” degli altri). Sarebbe bene che Grillo, invece di pontificare dall’alto, desse una mano da vicino ai suoi parlamentari. Quotidianamente e non solo durante gli Tsunami Tour o le OccupyRai. Da oggi tutti i 5 Stelle, in ogni contesto (anzitutto televisivo), verranno accusati di essere fascisti e crivellati di domande sul para-leghismo dei due guru. Spostando l’attenzione dalle battaglie che i parlamentari combattono alla Camera e al Senato: non un gran risultato, onestamente. 



sabato 27 aprile 2013

Letta, Grillo, Berlusconi e le dieci bugie oggi di moda

“E’ tutta colpa di Grillo”. E’ sempre colpa di Grillo. Se cade il governo, se piove, se c’è il sole. La tesi autossolutoria del Pd – il cui elettorato tende incredibilmente a ingoiare di tutto, passando dalla fregola per l’iper-democrazia al giubilo per l’abbraccio mortale con Berlusconi – è ora quella di ripetere che “il governissimo c’è perché Grillo ci ha portato a farlo”. Sarebbe vero se non ci fosse stata l’apertura Rodotà. Ma quell’apertura c’è stata. Nel gioco delle percentuali, il Pd ha il 70% delle colpe e l’ortodossia di Grillo il 30%. Il M5S ha sbagliato a non fare un nome al secondo giro di consultazioni (non sarebbe cambiato nulla, ma avrebbe tolto alibi al Partito Disastro), ma da Rodotà in poi è stato impeccabile: appoggiate questo nome (più vostro che nostro) e faremo un percorso insieme. A dire no è stato il Pd. Perché? Perché ha sempre voluto – nella maggioranza dei suoi parlamentari – l’inciucio. Infatti è stato scelto Enrico Letta, lo zio di suo zio. Quello che “è meglio votare Berlusconi che Grillo”.
“Su Rodotà non c’era maggioranza”. Bugia a metà. C’era la maggioranza degli elettori del Pd, ma non della maggioranza dei parlamentari piddini. Ciò significa, inequivocabilmente, che tra elettorato e rappresentanti c’è una scollatura drammatica. I Boccia non rappresentano nessuno, se non se stessi. Però decidono.
“Rodotà non è stato eletto Presidente perché scelto solo da 4mila persone”. Macché. Le Quirinarie sono state fantozziane, ma se i modi risultano discutibili non lo sono (stati) i contenuti. Per quanto raffazzonate, hanno portato alla scelta di un nome condiviso da milioni di italiani: la piazza reale, non virtuale (quella piazza che tanto terrorizza i giovani vecchi del Pd, tipo Speranza, uno che non merita quel cognome. Un po’ come se Ghedini si chiamasse Figo). Rodotà è stato il treno del cambiamento perso. Perso dal Pd e solo dal Pd: non da altri. Di questa colpa risponderà alla storia e, per il momento, agli elettori (infatti è un partito morto, che può vincere solo se si affida a ribelli come Serracchiani). Rodotà non è stato votato perché: 1) è stato proposto da Grillo (motivazione-asilo Mariuccia); 2) è troppo di sinistra; 3) è troppo laico (cioè “mangiapreti”); 4) è troppo intelligente, quindi libero e non irreggimentabile; 5) è troppo antiberlusconiano (e questo, per il Pd, è davvero inaccettabile).
“Sì, ma 4mila persone sono proprio poche”. Certo che lo sono. Ma sono comunque molto più delle persone (una) che avevano scelto Marini e poi (seicento) Napolitano.
“Non faremo mai il governissimo”. Per due mesi, o poco meno, Bersani e la sua ghenga tragicomica hanno ripetuto che il governissimo non l’avrebbero mai fatto. Qualche esempio (antologizzato stamani da Civati nel suo blog). «Pensare che dopo 20 anni di guerra civile in Italia, nasca un governo Bersani-Berlusconi non ha senso. Il governissimo come è stato fatto in Germania qui non è attuabile» (Enrico Letta, 8 aprile 2013). «Il Pd è unito su una proposta chiara. Noi diciamo no a ipotesi di governissimi con la destra» (Anna Finocchiaro, 5 marzo 2013). «I nostri elettori non capirebbero un accordo con Berlusconi» (Ivan Scalfarotto, 28 febbraio). «Un governo Pd-Pdl è inimmaginabile» (Matteo Orfini, 27 marzo 2013). Eccetera. Adesso avviene il contrario (e chi osa ricordarlo è un disfattista). Perché? Perché il Pd è bravissimo a sbagliare. E perché senza Berlusconi il Pd non esiste: ne è la più grande polizza assicurativa. Così facendo, il Pd imploderà (e questo tutto sommato è un bene) e regalerà a Berlusconi una nuova vittoria (e questo decisamente è un disastro).
“Letta ha vinto lo streaming”. Questa non è una bugia. E’ la verità. Che non stupisce. Letta fa politica da quando ha sei mesi. E’ nato vecchio, un Benjamin Button che mai diventerà Brad Pitt. Nella supercazzola democristiana (parlare e parlare senza dire nulla) nessuno lo batte. Con Crimi e Lombardi, che continuano a sbagliare tutto, ha usato la Tecnica-Asciugo: li ha intortati con una grandinata di nulla politichese. E li ha storditi. Quando si è trovato in difficoltà (Rodotà), ha detto al Duo Harakiri che “dovevate votare Prodi”. Sarebbe bastato rispondere: “Prodi non l’avete votato neanche voi, forse neanche lei. Con quale faccia incolpate noi?”. Ma non l’hanno detto. Come nulla o quasi hanno detto su conflitto di interessi, leggi ad personam, franchi tiratori, incoerenza sul no-inciucio. E via così. Letta ha vinto per mancanza di avversari. Esaurita tale erezione triste per la vittoriuccia di Pirro di Benjamin Letta, vorrei però che i giubilanti di adesso tenessero bene a mente che il loro hero sta lavorando per un governo con i D’Alema, gli Amato e i Brunetta. Un’apocalisse farebbe meno male.
“Non ci sono alternative”. No. C’erano: bastava votare Rodotà. Ma non è stato fatto. Ora il governissimo – il vero obiettivo di Pd e Pdl, sin dall’inizio – viene spacciato come “governo di salvezza nazionale”. Ma de che? Cosa può fare un governo che contempli contemporaneamente Civati e Mussolini? Al massimo una legge elettorale anti-M5S, atta anzitutto a disinnescarli. Berlusconi sta al senso dello Stato come Robinho alle quadriplette. Opera per salvare se stesso e in questo è un fenomeno. Il governo Letta sarà un tirare a campare. Un ulteriore arroccarsi dei politicanti nel Parlamento-bunker. Mi si dirà: “L’alternativa è andare al voto, ovvero un’oscenità”. No: persino andare subito al voto sarebbe più onesto. Anche con la stessa legge elettorale. Un pareggio non ci sarebbe, non stavolta. Vincerebbe Berlusconi, si ridimensionerebbe Grillo, crollerebbe il Pd. Brutta prospettiva? Sì. Ma è l’Italia, baby. E quantomeno avremmo un governo Berlusconi evidente e dichiarato, senza questa ipocrisia nauseabonda delle “larghe intese”.
“Il Movimento ha abbassato i toni”. Ma figuriamoci. Dopo lo schiaffo in faccia ricevuto su Rodotà, il M5S farà solo e soltanto opposizione. I toni sono stati abbassati unicamente da Pisolo Crimi e Simpatia Lombardi, che ieri dormivano (e un po’ li capisco) mentre parlava Benjamin Letta. Dopo il caso Rodotà, la rottura tra M5S e Pd è definitiva. Insanabile. Eterna.
“Il Movimento 5 Stelle è in calo”. Bugia a metà. In Friuli la tramvata è stata evidente, pur con tutte le attenuanti, ma agli occhi di molti elettori 5 Stelle la trama degli ultimi giorni ha confermato che Pd e Pdl pari sono o giù di lì. I sondaggi (Swg) li danno al 27 percento. Se questo è un calo, il Pd è già allo stadio di decomposizione. E’ però vero che il M5S è percepito da molti come una forza che sa dire solo di no. E questo, per loro, è un male. Aggiungo poi che esiste nel Movimento un problema di rappresentanza. L’anomalia non è che Mastrangeli sia stato (giustamente) espulso, ma che sia stato (clamorosamente) prima scelto e poi eletto. E a proposito di espulsioni, che – secondo quasi tutta la stampa – sono giuste se le decide il Pd e sinonimo di fascismo se le appluica il M5S: caro Civati, prendi atto che nel Pd sei un corpo estraneo e vola altrove. Magari nel “cantiere della sinistra” a cui sta lavorando Vendola, ampolloso e barocco come sempre ma tra i pochi ad essere risultato coerente e coraggioso negli ultimi giorni. Questa “critica dall’interno” è sterile , pleonastica e alla lunga pure noiosa.
“La stampa deve cooperare”. E’ l’ultima trovata di Re Giorgio e dei suoi prodi discepoli (quasi tutti), Scalfari e derivati in testa. L’intoccabilità di Napolitano ha ormai del leggendario. Ho rispetto della persona, e della sua età, come lo ho per la memoria storica. Il migliorista Napolitano è sempre stato un “comunista di destra”. Gaber, quelli come lui, li chiamava “grigi compagni del Pci”. Napolitano è quello che appoggiò i cingolati sovietici contro la rivolta ungherese (salvo poi dire decenni dopo che “Mi sono sbagliato, aveva ragione Nenni”), quello che attaccò Berlinguer (Enrico) sulla questione morale, quello che a fine 2011 ci ha imposto Monti allungando la vita politica di Berlusconi (e rafforzando involontariamente Grillo); è quello del “non ho sentito il boom”, delle telefonate a Mancino, delle firme alle leggi vergogna. Capisco la stima, ma Pertini era un’altra cosa. Come lo è il giornalismo. Che non deve “cooperare”, ma raccontare e talvolta denunciare. L’invito a cooperare di Napolitano, dopo l’orrore dello scorso weekend (tra i più neri nella storia della Repubblica italiana), mi ricorda l’adagio del “ci pisciano in testa e poi dicono che piove”. Si ha la sensazione che qualcuno ci abbia conficcato ben bene l’ombrello di Altan. E che quel qualcuno, adesso, ci dica “Ehi, non lamentarti, altrimenti sei un irresponsabile”. Un po’ troppo, come masochismo.


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La famosa linea del Pd (dal blog di Giuseppe Civati)


Leggete qui. Poi il dissidente sarei io.

«Pensare che dopo 20 anni di guerra civile in Italia, nasca un governo Bersani-Berlusconi non ha senso. Il governissimo come è stato fatto in Germania qui non è attuabile» (Enrico Letta, 8 aprile 2013).
«I contrasti aspri tra le forze politiche rendono non idoneo un governissimo con forze politiche tradizionali» (Enrico Letta, 29 marzo 2013).
«Non sono praticabili né credibili in nessuna forma accordi di governo fra noi e la destra berlusconiana» (Pier Luigi Bersani, 6 marzo 2013)
«Il governissimo non è la risposta ai problemi» (Pier Luigi Bersani, 13 aprile 2013).
«Il governissimo predisporrebbe il calendario di giorni peggiori» (Pierluigi Bersani, 8 aprile 2013).
«Se si pensa di ovviare con maggioranze dove io dovrei stare con Berlusconi, si sbagliano. Nel caso io, e penso anche il Pd, ci riposiamo» ( Pierluigi Bersani, 2 ottobre 2012).
«In Italia non è possibile che, neppure in una situazione d’emergenza, le maggiori forze politiche del centrosinistra e del centrodestra formino un governo insieme» (Massimo D’Alema, 8 marzo 2013).
«Il Pd è unito su una proposta chiara. Noi diciamo no a ipotesi di governissimi con la destra» (Anna Finocchiaro, 5 marzo 2013).
«Fare cose non comprensibili dagli elettori non sono utili né per l’Italia né per gli italiani. Non mi pare questa la strada». (Beppe Fioroni, 25 marzo 2013).
«Non si può riproporre qui una grande coalizione come in Germania. Non ci sono le condizioni per avere in uno stesso governo Bersani, Letta, Berlusconi e Alfano» (Dario Franceschini, 23 aprile 2013).
«Sono contrario a un governo Pd-Pdl» (Andrea Orlando, 22 aprile 2013).
«Abbiamo sempre escluso le larghe intese e le ipotesi di governissimo» (Rosy Bindi, 21 aprile 2013).
«Serve un governo del cambiamento che possa dare risposta ai grandi problemi dell’Italia. Nessun governissimo Pd-Pdl» (Roberto Speranza, 8 aprile 2013).
«Non dobbiamo avere paura di confrontarci con gli altri, ma non significa fare un governo con ministri del Pd e del Pdl. La prospettiva non è una formula politicista come il governissimo, è quel governo di cambiamento di cui l’Italia ha bisogno» (Roberto Speranza, 7 aprile 2013).
«L’alternativa non può essere o voto anticipato o alleanza stretta tra Pd e Pdl» (Roberto Speranza, 7 aprile 2013).
«Lo dico con anticipo, io un’alleanza con Berlusconi non la voto» (Emanuele Fiano, 28 febbraio 2013).
«I nostri elettori non capirebbero un accordo con Berlusconi» (Ivan Scalfarotto, 28 febbraio).
«Non c’è nessun inciucio: se questa elezione fosse il preludio per un governissimo io non ci sto e non ci starebbe neanche il Pd» (Cesare Damiano, 18 aprile 2013).
«Serve un governo di cambiamento vero ed è impensabile farlo con chi in questi anni ha sempre dimostrato di avere idee opposte alle nostre» (Fausto Raciti, 14 aprile 2013).
«Un governo Pd-Pdl è inimmaginabile» (Matteo Orfini, 27 marzo 2013).
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Commento riguardo al PD di oggi ...... Avrebbe detto Bersani ………. non è che se su una merda di vacca ci metti dei fiorellini d’ostia e qualche candelina …….. quella diventa una torta …….. ;-)

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)