"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."
Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).
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sabato 29 agosto 2026
"Spett.le Sindaco della città di Palermo, ......" - "I 37 METRI DEL PINO DI COOK" di Salvo Gi
Si parla frequentemente della fuga di cervelli, che sostanzialmente allontanano i nostri “nativi” dal territorio nazionale e che costituiscono un indubbio impoverimento, oltre che economico, anche culturale.
L’emigrazione interna, diversamente, si è fin da subito rivelata e continua a manifestarsi come una occasione socio-politica di crescita, utile a facilitare osmosi, analisi, confronti e integrazioni tra gli infiniti localismi riconducibili all’Unità d’Italia.
Una ulteriore peculiarità meridionale - che fortunatamente resiste - è quella che, specie per i siciliani, difficilmente si vanno a recidere le radici dal luogo di nascita, che rimangono dentro, con valori, ricordi, personaggi, odori, sapori e tanto altro ancora.
È il caso di Salvo Gi, palermitano da tempo trasmigrato a Roma, che ho conosciuto da poco, con il quale ho avuto l’opportunità di sviluppare vari argomenti, improntati comunque in un largo confronto, durante il quale si è manifestata la sua intenzione latente d’indirizzare al Sindaco di Palermo una sua lettera propositiva; per manifestare l’idea di un’iniziativa sociale, focalizzata a valorizzare i vantaggi offerti dal monumentale Orto Botanico per i cittadini e non solo.
Una proposta, a costi assolutamente ridotti e, volendo, facilmente realizzabile.
Di seguito il testo, scritto da Salvo Gi, che ingloba la “lettera” ..... così, di fatto e in qualche modo ..... virtualmente inviata.
Buona luce a tutti!
© Essec
..
I 37 METRI DEL PINO DI COOK
Cos'è un attimo di fronte all'eternità? E cos'è un formicaio di fronte allo spazio percorribile del pianeta Terra?
Diciamo che è un pò come mettere in relazione i dieci ettari dell'Orto Botanico di Palermo con l'estensione della città (circa 16 mila ettari): niente, appunto.
Eppure quell'oasi ha davvero qualcosa di surreale, di onirico; ci si arriva quasi di soppiatto quando, provenendo dalle viscere bollenti della città, si scende verso il mare da quell'arteria ormai orientalizzata che è via Lincoln. Mentre camminiamo a passo svelto per sfuggire all'implacabile canicola la coda dell'occhio si imbatte in un cartello colorato con una strana effige; ricorda le vecchie sedi di partito ma in realtà si tratta dell'Associazione dei cinesi che risiedono (e vivono e commerciano) a Palermo.
Sì, perchè via Lincoln è ormai un brulicare di negozi gestiti da asiatici; le insegne recano segni misteriosi probabilmente ad indicare la merce in vendita, le scarpe, i vestiti, gli oggetti di tutti i tipi che siamo ormai abituati ad acquistare all'interno di quei micro empori sparsi nelle nostre città.
E' domenica mattina e la città sembra assonnata più del solito. Passata la biglietteria andiamo verso il Gimnasium ma fa troppo caldo e il nostro obiettivo è un altro: goderci un luogo fresco e magari sorseggiare un caffè. Due passi al sole e ci sorprende lo slargo con il chioschetto e le panchine con i comodi cuscini sotto i grandi tendoni che coprono la vista al sole incipiente.
Ci sono turisti che girano e imboccano veloci la stradella sterrata che porta dritti alla finestrella del piccolo bar: ad un accento francese segue un vociare confuso di una coppia polacca. Si ode il commento distinto della ragazza, è l'entusiasmo di chi ha appena scoperto che, forse sì, in quel posto quasi certamente potrà sorseggiare una Coca Cola fresca!
Due ragazze inglesi chiacchierano e sfumazzano di fronte a noi: hanno visi dolcissimi da bambine e corpi da donne. Mentre il mio sguardo indugia curioso vengo subito richiamato all'ordine da Magda, così ci alziamo e riprendiamo a girovagare verso le piante di arabica.
Evito di entrare nella serra ove la temperatura è insopportabile e mentre aspetto Magda scopro che più di un secolo fa vari tentativi di piantumare quella "piantagione" di caffè si erano rivelati vani a causa delle bassissime temperature invernali di Palermo (anche -2,9°!). Tra il serio e il faceto commento che ciò mi pare davvero improbabile e per tutta risposta mi becco un'occhiataccia di un tizio due metri più in là (che sia un meteorologo scocciato dalla mia arrogante presunzione?).
Ad ogni modo, la mia amata ha le idee molto chiare e punta dritta all'Aquarium, nella speranza di godersi le ninfee e magari il fresco dell'acqua: macchè! il sole insiste e illumina imperituro il volo misterioso di una libellula che improvvisa una danza intorno alla circonferenza della fontana mentre un nugolo di zanzare assalta le mie caviglie lasciate improvvidamente sguarnite e fa letteralmente "minnitta" lasciandomi in preda a un prurito insopportabile.
Stoicamente resisto e con nonchalance svolto a grandi falcate verso il vialetto ombrato, piegato in avanti con una posa spastica e la mano destra intenta a massaggiare un malleolo devastato dalle punture delle culex mentre Magda rimane a contemplare da vicino il bambuseto (tanto a lei non la pizzicano!).
Adesso è il turno della Monstera deliciosa, con le sue foglie larghe un pò seghettate, un pò bucherellate. Ne troviamo alcune enormi davanti a un caseggiato che, secondo Magda, contiene le aule universitarie frequentate dagli studenti di botanica. Tutto intorno è silenzio e fruscìo delle fronde degli alberi che oscillano sotto i pochi aliti di vento del primo meriggio.
Mentre tutto quel verde ci predispone a un'improbabile serenità d'animo, una raffica di Ficus Macrophylla si staglia di fronte a noi. Hanno radici enormi e radici aeree ancora in parte incomplete ma poichè la natura decide da sola quelle straordinarie creature viventi fagocitano le povere colonnine di marmo bianco un tempo padrone incontrastate di quegli spazi ancestrali.
L'ombra del monumentale Ficus ci rinfresca egregiamente; è un essere vivente di circa 180 anni, con una chioma che avvolge circa 3000 metri quadrati. Il gigante resta lì sornione e sicuramente ci sente. Avverte la presenza dei curiosi che vengono ad ammirarlo con lo stesso rispetto che si deve al Taj Mahal o al Machu Picchu e tuttavia non si scompone.
E' fin troppo sicuro di sè per lasciarsi turbare da "ominicchi" insignificanti. Ha visto l'Unità d'Italia, due guerre mondiali, terremoti, stragi, pandemie ed è sempre lì, imperturbabile, quasi come se volesse rimanere fermo a godersi lo "spettacolo d'arte varia" di un'umanità sempre nuova e sempre uguale a sè stessa, per nulla interessato alle nostre piccole beghe e invece prodigo di farci respirare, togliendo con quel cappellaccio tutta la CO2 possibile, che, manco a dirlo, a pochi metri da lì, altri esseri viventi (questa volta bipedi) continuano a immettere nell'atmosfera bruciando senza sosta combustibili fossili.
Immersi nel polmone verde a due passi dal mare le idee cominciano a essere più chiare; camminiamo ancora un pò per scoprire un angolo irripetibile. In verità cercavamo solo i servizi igienici per rinfrescarci (soprattutto le mie caviglie arroventate dal caldo e dai morsi delle culex) ma proprio lì, in quel punto preciso, i tre vialetti si risolvono in una sorta di piazzetta aperta, con un semicerchio di panchine, una invero molto ribassata, le altre due ad altezza più adeguata. Mai decisione si rivelò più appropriata! A quella latitudine le correnti disegnano ghirigori sulle nostre epidermidi accaldate, quasi a volerci accarezzare e non volerci lasciare andare. L'acqua fresca di una fontanella fa il resto. Bivacchiamo lungamente stravaccati sulle panchine, sciogliendo la tensione accumulata dalla lunga passeggiata.
Poi, prima di uscire, lo vediamo. Passiamo accanto a lui e ci fermiamo per ammirarlo. E' altissimo, slanciato più che mai, maestoso, direi per certi aspetti più del Ficus. E' il più alto di tutti, in tutta la Sicilia non ce n'è uno più alto, ed anche se volessimo prendere in esame tutto il territorio della Repubblica lo ritroveremmo comunque nelle prime posizioni di un'ideale classifica dello slancio, dall'alto dei suoi più di 37 metri.
E' una splendida Araucaria columnaris, detta anche Pino di Cook, dal nome dell'esploratore che la portò a Palermo dalla Nuova Caledonia poco meno di duecento anni fa.
Se ne sta lì, austero, il nostro Pino di Cook, a guardarci dall'alto in basso, per ricordarci quanto siamo infimi al suo cospetto regale. Ma sembra anche volerci invitare tutti a una riflessione: anche se guardando dall'alto della sua chioma vede tante cose che non gli piacciono, vede una città irredimibile, vede i suoi abitanti immobili, paralizzati dalla paura di cambiare, tanto da sembrare privi di quel desiderio di bellezza che ogni essere umano porta dentro di sè prima che venga spento dalla brutalità dell'esistenza, lui resta lì, sforzandosi sempre di indicare nuove vette, nuovi traguardi.
Serve sicuramente il tuo esempio, caro Pino di Cook! Sembriamo così tanto disabituati alla bellezza in questa Palermo incandescente che vederti proteso come un asintoto a toccare il cielo, ci rende finalmente giustizia, noi che siamo nati e cresciuti nella città dei record negativi, grazie a te ci pregiamo di un primato che difficilmente potrà essere scalzato!
Ed è proprio guardandoti, caro il mio Pino di Cook, che matura la decisione folle: - "sì" - accenno timido - "vorrei ma non posso, però lo farei" - "...cosa? cosa?" chiede Magda, atterrita dal mio sguardo spiritato e dall'oscillazione delle braccia, quasi a voler simulare un rito sciamanico.
- "Io scriverei al Sindaco, mia cara" - le dico con un filo di voce prima di proseguire - "come si fa? come si fa a non capire di essere ricchi?"
Spett.le Sindaco della città di Palermo,
io e mia moglie non viviamo più in questa città da tanti anni ormai, ma ogni tanto torniamo a visitare questa vera Perla del Mediterraneo, con la sua Storia che trasuda dai monumenti, dalle sue Chiese, dalle sue Strade, dai suoi Teatri.
E torniamo sempre a rivedere quell'Oasi incontaminata che è l'Orto Botanico. Un posto unico, dove la biodiversità regna incontrastata e ci ricorda quanto è importante proteggerla.
Mentre impazza il cambiamento climatico e si scatena il dibattito pubblico su ciò che la politica dovrebbe fare (o non fare) per favorire l'adattamento delle persone a scenari che, drammaticamente, si preannunciano sempre più foschi, uno dei temi più gettonati è sicuramente quello dei cosiddetti "rifugi climatici".
Ebbene caro Sindaco, a Palermo ne avete uno completamente realizzato, pienamente efficiente e che potrebbe fare da esempio: è proprio l'Orto Botanico!
Sappiamo che la popolazione invecchia e tante persone anziane con questo caldo sono sole e chiuse in casa, a resistere strenuamente a una canicola che non dà tregua per mesi interi. Il rischio di rimanere isolati, di non potere uscire, di non potere scambiare due chiacchiere con un coetaneo è fortissimo. Ancora peggio se oltre a essere anziano sei povero e non ti puoi nemmeno permettere un condizionatore.
E allora egregio Sindaco, perchè non offrire agli anziani di questa città la possibilità di godere di un servizio navetta che li porti all'Orto Botanico almeno una volta alla settimana, applicando un prezzo calmierato per chi non ha grandi disponibilità economiche, perchè magari percepisce una pensione minima, e lasciando invece il prezzo d'ingresso intero per chi si può permettere di pagarlo?
Sarebbe un gesto di attenzione verso la popolazione più avanti negli anni di questa città, di cui tutti non potremmo che esserLe grati. Rivelerebbe, da parte dell'Istituzione che Lei presiede, un senso di appartenenza e di giustizia utili a rafforzare la coesione sociale e la struttura democratica della nostra città (la chiamo ancora "nostra", anche se non ci vivo più da 25 anni!).
Certo della Sua attenzione La ringraziamo e Le porgiamo i nostri migliori saluti.
Chissà se questa lettera partirà mai...
Quello che so è che al centro del Mediterraneo c'è un'oasi naturale che ha resistito al tempo, all'usura, alle bruttezze del mondo, all'insipienza scriteriata dell'uomo. Porta le ferite nelle cortecce scheggiate degli alberi bottiglia, sfregiate dai bombardamenti degli Alleati durante il secondo conflitto mondiale.
Ha tenuto botta mentre la mafia saccheggiava Palermo, devastava la sua storia e la sua costa cementificando tutto il cementificabile, anche a costo di abbattere le sue splendide villette Liberty, senza che nessuno riuscisse a porre fine allo scempio, anzi moltiplicando la deturpazione, giacchè ad ogni costruzione corrispondeva una demolizione e ad ogni demolizione quintali di metri cubi di sfabbricidi da riversare sul lungomare di quella che fu la costa della Palermo felicissima.
Qualcuno ha provato a fermarli ma è stato lasciato solo. E da solo non puoi vincere.
Così, oltre a uccidere i tanti che quello scempio volevano combattere, hanno distrutto il liberty e reso proibito il mare di Romagnolo, creando il "Promontorio antropico" (sic!).
E' stata la mafia e una politica compiacente? Sono stati i comitati d'affari che hanno spolpato la Cosa Pubblica? E' stata l'assenza dello Stato? Sì certo, anche, ma quanto immobilismo generato dalla paura, dal terrore di una violenza cieca che ha reso Palermo infelicissima per decenni e i cui guasti ancora oggi si vedono, nelle cicatrici dei suoi giovani che emigrano, e in quelle dei suoi figli nati nelle sterminate periferie dove si cristallizzano le peggiori diseguaglianze e ingiustizie.
Restano quei dieci ettari, incontaminati dall'abitudine alla bruttezza, rimasti lì a ricordarci che "la bellezza salverà il mondo" e che la resistenza è un dovere lì dove l'unica legge è quella dell'ingiustizia. E che solo da uno slancio collettivo ci si rimette in cammino, tutti insieme, magari con il sogno di vivere in un luogo più civile di cui non ci si deve più vergognare o da cui si deve scappare.
Uno slancio vero verso l'infinito.
Come i 37 metri del Pino di Cook.
Salvo Gi
giovedì 27 agosto 2026
Da un dialogo con l'IA Gemini, esaminando anche la spinosa questione Ranucci - La Vitola
Domanda: L'enorme successo e diffusione dell'intelligenza artificiale e' sotto gli occhi di tutti. In ogni caso e' da tempo utilizzata a piene mani senza che noi ce ne rendessimo conto.
Risposta: È un’osservazione quanto mai centrata. L’entusiasmo e la copertura mediatica attorno ai modelli generativi di questi ultimi anni hanno creato l’illusione che l'IA sia nata all'improvviso, quando in realtà è da oltre un decennio che plasma silenziosamente la nostra quotidianità dietro le quinte.
"Chi vuol esser lieto sia" ..... il resto nei PDF allegati:
Buona luce a tutti!
© Essec
P.S. - Per una lettura più efficace è consigliato scaricare di volta in volta le singole pagine
domenica 26 luglio 2026
Statisti si nasce .... non si diventa
In questi giorni è venuto a mancare un caro amico, di quelli da scrivere con la A maiuscola, anche per aver più volte dimostrato vicinanza nei momenti brutti e dotato d'una intelligenza, anche qui da scrivere con la I maiuscola.
Era un Uomo che sapeva il fatto suo, deciso e coerente, che non si nascondeva dinanzi ad assunzioni di responsabilità. Sempre in prima linea, pienamente consciente di essere talvolta una prima donna, ma con un fiuto nel saper pesare le persone e gestire al meglio le risorse disponibili.
Ecco, è venuto a mancare un personaggio totalmente diverso rispetto alle mediocrità istituzionali che affollano il panorama sociale italiano d'oggi.
La ruota gira e induce a girare pagina per parlare d'altro. Un po' di cazzeggio politico torna utile per fotografare il momento.
Per riordinare le proprie idee politiche sarebbe opportuno che ognuno di noi si fermasse un attimo, isolandosi per riflettere maggiormente su questioni generali che ci interessano, ci coinvolgono e ci condizionano.
Tendere sempre più a delegare ad “amministratori di condomini” il ruolo politico, impegnati nel loro fare a tutelare spesso interessi estranei a quelli dei condomini italiani amministrati non va bene. Come noto a coloro che abitano in affollati immobili, interesse importante per un amministratore è accaparrarsi l’incarico anche a un basso compenso, in quanto i veri guadagni derivano da altro (percentuali su lavori ordinari e straordinari, revisione albi e documentazioni fiscali varie e tanto altre appendici, probende e maneggi).
Se ci pensiamo bene, la questione principale degli onorevoli oggi eletti in Italia è quella di mantenersi negli scranni delle camere per i quattro anni e mezzo almeno, quelli necessari alla maturazione del diritto alla pensione parlamentare, indipendentemente dalla casacca che all’origine ne ha consentito l’ingresso. Degli eletti in Europa, dopo nomine cooptate mascherate da elezioni, se ne perdono subito le tracce.
La lotta fra i partiti resta sempre più impantanata in paradossali conflitti d’interessi, con candidati prescelti per sudditanze, appartenenze (di vario tipo, trasparenti o opache), finalizzate al mantenimento di privilegi a variegate Lobbi, via via sterilizzate da potenziali rischi legali: attraverso scudi, finanziamenti pubblici, nomine a cariche di controllo e vigilanza istituzionale. A proposito, nessuno a notizie dello scandalo sui “Garanti” di Piazza Venezia? Sulla vigilanza RAI?
Nell’indifferenza dell’astensionismo elettorale, si tollera, quindi, che un impero finanziario possa reiterare un proprio partito di cartone inventato negli anni novanta e che la maggioranza dei relativi eletti (siano essi politici o nominati nei vari enti) pongano attenzione e cura a non ostacolare interessi strettamente privati a scapito del pubblico.
La storia purtroppo non insegna, la memoria è corta, convinti di vivere in uno stato di diritto solo per il poter scrollare immagini o leggere titoli di articoli veri ma anche di fuorvianti faziosi; spazzature prodotte e rilanciate con prompt IA nei social, per lo più confezionati ad hoc da giornalisti prezzolati, per lo più di giornali gestiti in conflitto d’interesse, che pure sosteniamo economicamente con finanziamenti pubblici (ad insaputa per “garantire” una presunta “libertà” di stampa).
Dal populismo nascono sempre anche voci vere che accusano e additano storture evidenti. Ma la storia ha visto passare tanti personaggi idealisti, ingenui, opportunisti, convertiti e che quasi sempre hanno fatto una brutta fine.
E poi ci sono i sondaggi, che monitorano le reazioni alle campagne varie (stampa, social e quant’altro) che la politica cura per mantenere perpetua la distrazione di massa dai problemi veri.
Il fenomeno prima essenzialmente concentrato sui talk e che va sempre più proliferando negli orientamenti dei media, oggi è assunto quasi a una “scienza” anche nei notiziari.
Un Mentana sempre più orientato a esprimere sue personali opinioni più che riferire e informare asetticamente su notizie vere, ne è un classico e preoccupante esempio. Ma in questo non è il solo, basta sintonizzarsi su un qualunque canale per assistere a performance di pseudo giornalisti che svolgono in realtà funzione di propaganda (al di là dell'appartenenza agli schieramenti, salvo poche eccezioni) Del resto è sempre più di moda baciare il culo, come, in questo caso dicendo una triste verità, dice nel suo straparlare D.T. "il biondo".
Ci sono anche professionosti "bolliti" allergici a personaggi o movimento a prescindire, ovvero per partito preso, che non ascoltano e attaccano come rotweiler feroci, prevenuti che non hanno padrone.
In occasione dell’ultimo Referendum, quello sulla giustizia, molti erano preoccupati di perdere dando pieno credito ai sondaggi. Ma l’incapacità dei politici oggi al potere e la loro paura ha fatto sì che con il loro straparlare senza criterio e con tesi prive di fondamento hanno fatto accendere un allarme costituzionale serio, che ha indotto i giovani e molti degli astensionisti a bloccare l’operazione sovversiva, invertendo le prime previsioni.
Non è che non occorre dare attenzione a questo strumento che consente di ponderare le inclinazioni della gente, ma occorre porre attenzione a una disamina attenta dei risultati proposti.
In argomento è opportuno ricordare che nel risultato del referendum ha influenzato “niente” l’inventore del Giglio magico, quel fenomeno sbiadito che ogni giorno compare in tutte le televisioni e viene intervistato sui giornali per pontificare con le sue ricette magiche come fosse un santone. In occasione del referendum sulla giustizia, infatti, fino all’ultimo non ha dato alcuna indicazione sul suo orientamento personale e, in verità, neanche dopo. I Tommaso che volevano vedere e toccare anche dinanzi al Cristo sono sempre stati pochi e oggi, peraltro, risultano quasi un po’ fuori moda, ma di “cazzari” il cui nome inizia per M in Italia ce ne sono tanti, supportati e sopportati troppo come si trattasse di cabarettisti talentuosi e non di patetiche macchiette.
Poi c’è il sempreverde sputafuoco, quello fu a capo del “Governo dei Migliori”, colui che ha ridicolizzato politicamente il “bibitaro” con la sua fallimentare scissione (ricompensandolo comunque indirettamente per fedeltà con un incarico internazionale), unitamente al povero istrione rimbambito del populismo uno vale uno, ma de "il simbolo è il mio". L'illuminato che, con il beneplacito di tutto l’arco costituzionale, ha incasinato il giusto provvedimento di rilancio economico keynesiano inventato dal Governo Giallorosso in tempo di Covid. Quello che consiglia indifferentemente tutti gli scappati di casa, sia la dx che la sx, rispondendo a tutti secondo lo squillo del telefono, per delucidare premier o aspiranti tali impreparati su questioni economiche a loro ostiche. Aspiranti ministro o capi di governo che pur applicandosi nello studiare appunti preconfezionati, non riescono a capire bene le questioni e (guardandosi allo specchio) discernere qual è la loro mano dx se riflessa. Ma tutti si fa per amor di patria e, nella necessità anche per la famiglia, magari anche con l'ideuzza di riuscire ad ascendere finalmente all’agognato Colle (che rassicurerebbe tanti non appartenenti a masse).
Il fenomeno che appassiona di più al momento è certamente “Futuro e libertà”. L’operazione Vannacci è un emblematico specchio a cui le allodole italiane prestano fede e molta attenzione.
Alimentato dai media e da ZTL pariolini ora il Generale sta bacando anche la dx che, spiazzata dalla evidenza incoerenza fra il dire e il fare palesata con la gestione politica reale, si ritrova a essere dileggiata.
L’evidente seguito all’esponente del “Mondo al contrario” non è poi tanto difforme dalle incoerenze confuse di pseudo statisti “dissociati” (ma solo una volta eletti) e ufficiosamente allocati non alle punte dell'asse ma al centro di un'altalena continua.
In tutto questo, tenuto conto della fossa autoscavata dallo stesso Governo in occasione dell’appuntamento referendario, non preoccupa – anzi consola – questa ossessione mediatica contro la sinistra guerrafondaia e responsabile di tutto quello che non va o che non corrisponde agli ideali nostalgici che intanto vedono sfuggire. Anzi qualcuno non potrebbe informare l’inquilina di Palazzo Chigi e i suoi accoliti che esistono anche gli ingovernabili anarchici che alimentano a loro modo i dissensi?
In ultimo, di certo occorrerebbe anche portare avanti un serio chiarimento nel "campo largo", depurando le acque dai tanti “politicanti inquinanti”; non bastano ancora solo i fuoriusciti che hanno capito di non avere conferme in poltrone future, dimostratisi inadatti a svolgere seriamente funzioni istituzionali; occorre forse incentivarne altre di uscite, facendo anche ritornare protesi infiltrate alle naturali origini: facilitando semplicemente il ritorno ai lori lidi.
E se queste strane scorribande della Elly Schlein in aree di Dx (Il Foglio) e i contatti con Draghi servissero ad essere votata da FdI & Co. in caso di primarie nel Campo Largo, per la scelta del Premier, qualcuno se l'è chiesto?
Occorrerebbe anche che, oltre Conte e Fratoianni, qualcuno remasse veramente per gli interessi del popolo di centrosinistra. Magari imitando la compattezza della vogata norvegese, no?
Buona luce a tutti!
© Essec
lunedì 29 giugno 2026
"Utopia"
"Cerchi
d'afferrare
quella
luminosa
utopia
che ti sembra
vicina,
allunghi le mani
ed è ancora lontana,
ti alzi
sulla punta
dei piedi
ma non riesci
a sfiorarla,
fai un balzo
e lei
balza con te.
E domani
tenterai ancora,
cercherai
di brandirla,
ma la mano tremante
non riuscirà a toccarla:
il suo bagliore
sarà fioco,
aumenterà abbagliando
e sarà sempre
disperatamente
lontana."
Intitolata "Utopia" e pubblicata nel 1994, inserita nella raccolta "Sole Nero", parla delle chimere che accompagnano ciascuno di noi per tutta la vita e che, in qualche modo, potrebbero trovare una certa corrispondenza con la sperimentale editoriale autoprodotta, realizzata con il titolo del blog cui fa riferimento "laquartadimensionescritti"; la quale, attraverso un assemblaggio di tante chiavi di letture, apparentemente eterogenee e a tratti confuse, si impegna nel voler trovare una bussola, un tracciato definito, unico, attraverso diversi e variegati percorsi fatti anche di esperimenti testuali.
In questa logica potrebbe anche tornare utile la recensione ricevuta dall'amico Daniele sul libro - e già pubblicata in questo blog, come esempio di rielaborazione IA - che tornerei, quindi, a riproporre.
"Pensieri sciolti, riflessioni estemporanee su accadimenti, visioni, collegamenti tra circostanze e luoghi, frammenti di vita osservata e fotografata, pillole o briciole che non hanno la presunzione di ricomporsi in un quadro per spiegare la complessità del nostro vivere.
Il merito di questo piccolo libro di Salvatore Clemente è di presentare una realtà dispersa, spezzettata nella quale trovare un filo conduttore è operazione, prima che defatigante, inutile.
Un viaggio a prima vista senza capo né coda, che si riavvolge su sé stesso, o immagina di inseguire una meta qualsiasi, per poi risolversi nel dubbio davanti alle situazioni incontrate.
Mi verrebbe da pensare a una pirandelliana ricerca di sé, specchiandosi in tanti minimi episodi e circostanze, sapendo che il percorso non avrà termine.
Ci sono, è vero, nel libro delle prospettive ricorrenti: la “palermitaneità” dell’autore, con le sue essenze di saggezza popolare, e le sue proiezioni in una Roma minore, colta camminando per quartieri dimessi, distribuiti lungo una corona sgangherata, messa a contorno di un centro città ampolloso e ambiguo, dove si esercita il potere.
E, come elemento che ricorre, c’è anche la fotografia, espressione anch’essa di frammentarietà, in questo caso temporale: mentre fissi un’immagine, essa è già sparita per sempre.
Anche l’inseguimento di una immagine, il riconoscimento di un segno, sul quale costruire una metafora, una similitudine concettuale è ricerca che non si conclude.
Molti i brevi racconti che ci confortano in questa interpretazione, da scegliere dal lungo indice di questo moderno zibaldone.
In conclusione, e senza voler essere banalmente enfatico, leggendo LaQuartaDimensioneScritti il pensiero che mi è venuto alla mente è quello dei poeti frammentari greci di cui si sono trovate solo parti di versi rimasti incisi su cocci e lapidi.
Mi sembra che il messaggio di Salvatore sia guai agli uomini che pensano di saper ricomporre la realtà, assegnando a ogni sua singola parte una posizione definita, con i bordi perfettamente coincidenti con i pezzi più vicini, per un quadro che si mostri alla fine di senso compiuto.
Il mondo non è un puzzle che si lascia costruire, ma un insieme di pezzi, rovesciati su un piano, in maniera confusa e ammassata, e che tale rimane, facendoci illudere che qualcuno o qualcosa metta tutto in ordine.
L’importante è rimanere in contatto con questa realtà, accettandola un po’ come viene, senza inseguire un filo rosso, che probabilmente non esiste."
Buona luce a tutti!
© Essec
venerdì 29 maggio 2026
L'utilizzo della IA su una recensione riferita all'esperimento editoriale operato nel mio blog "Laquartadimensionescritti", rendendolo cartaceo
In risposta alla richiesta di un parere su un recente esperimento letterario realizzato ricevo la seguente recensione sul book “Laquartadimensionescritti”.
Buona luce a tutti!
© Essec
Pensieri sciolti, riflessioni estemporanee su accadimenti, visioni, collegamenti tra circostanze e luoghi, frammenti di vita osservata e fotografata, pillole o briciole che non hanno la presunzione di ricomporsi in un quadro per spiegare la complessità del nostro vivere.
Il merito di questo piccolo libro di Salvatore Clemente è di presentare una realtà dispersa, spezzettata nella quale trovare un filo conduttore è operazione, prima che defatigante, inutile.
Un viaggio a prima vista senza capo né coda, che si riavvolge su stesso, o immagina di inseguire una meta qualsiasi, per poi risolversi nel dubbio davanti alle situazioni incontrate.
Mi verrebbe da pensare a una pirandelliana ricerca di sé, specchiandosi in tanti minimi episodi e circostanze, sapendo che il percorso non avrà termine.
Ci sono, è vero, nel libro delle prospettive ricorrenti: la “palermitaneità” dell’autore, con le sue essenze di saggezza popolare, e le sue proiezioni in una Roma minore, colta camminando per quartieri dimessi, distribuiti lungo una corona sgangherata, messa a contorno di un centro città ampolloso e ambiguo, dove si esercita il potere.
E, come elemento che ricorre, c’è anche la fotografia, espressione anch’essa di frammentarietà, in questo caso temporale: mentre fissi un’immagine, essa è già sparita per sempre.
Anche l’inseguimento di una immagine, il riconoscimento di un segno, sul quale costruire una metafora, una similitudine concettuale è ricerca che non si conclude.
Molti i brevi racconti che ci confortano in questa interpretazione, da scegliere dal lungo indice di questo moderno zibaldone.
In conclusione, e senza voler essere banalmente enfatico, leggendo LaQuartaDimensioneScritti il pensiero che mi è venuto alla mente è quello dei poeti frammentari greci di cui si sono trovate solo parti di versi rimasti incisi su cocci e lapidi.
Mi sembra che il messaggio di Salvatore sia guai agli uomini che pensano di saper ricomporre la realtà, assegnando a ogni sua singola parte una posizione definita, con i bordi perfettamente coincidenti con i pezzi più vicini, per un quadro che si mostri alla fine di senso compiuto.
Il mondo non è un puzzle che si lascia costruire, ma un insieme di pezzi, rovesciati su un piano, in maniera confusa e ammassata, e che tale rimane, facendoci illudere che qualcuno o qualcosa metta tutto in ordine.
L’importante è rimanere in contatto con questa realtà, accettandola un po’ come viene, senza inseguire un filo rosso, che probabilmente non esiste.
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Di regola non ricorro mai all'IA nei preparare i miei scritti, ma ogni tanto mi piace testare il livello raggiunto dal nuovo strumento web. Ho quindi usato questo testo ben scritto per provare le modifiche/correzioni che avrebbero apportato alcune delle più comuni piattaforme di Intelligenza Artificiale free.
Di seguito riporto per prime le considerazioni e i nuovi testi elaborati con l’utilizzo di Gemini di Google.
Gemini premette, quidi, che "il testo è già molto bello, profondo e ben strutturato: offre un'analisi critica eccellente, ricca di riferimenti culturali calzanti (Pirandello, lo Zibaldone, i poeti frammentari greci).
Ho lavorato su due diverse opzioni di ottimizzazione, a seconda di dove intendi pubblicarlo o utilizzarlo. Ho corretto solo qualche piccola ripetizione e fluidificato la sintassi, mantenendo intatto il tuo stile colto e riflessivo."
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Opzione 1: Flessibile e Levigata (Ideale per una prefazione, quarta di copertina o recensione classica) Questa versione mantiene tutto il tuo testo originale, ma ne migliora il ritmo e corregge il titolo del libro inserendo gli spazi corretti.
Pensieri sciolti, riflessioni estemporanee su accadimenti, visioni e collegamenti tra circostanze e luoghi.
Frammenti di vita osservata e fotografata; pillole o briciole che non hanno la presunzione di ricomporsi in un quadro per spiegare la complessità del nostro vivere.
Il merito di questo piccolo libro di Salvatore Clemente è proprio quello di presentare una realtà dispersa e spezzettata, nella quale trovare un filo conduttore è un'operazione, prima ancora che defatigante, del tutto inutile. Un viaggio a prima vista senza capo né coda, che si riavvolge su sé stesso o immagina di inseguire una meta qualsiasi, per poi risolversi nel dubbio davanti alle situazioni incontrate. Viene da pensare a una pirandelliana ricerca di sé, un rispecchiarsi in tanti minimi episodi sapendo che il percorso non avrà mai termine.
Ci sono, nel libro, delle prospettive ricorrenti: la “palermitaneità” dell’autore, con le sue essenze di saggezza popolare, e le sue proiezioni in una Roma minore, colta camminando per quartieri dimessi, distribuiti lungo una corona sgangherata posta a contorno di un centro città ampolloso e ambiguo, dove si esercita il potere.
Altro elemento chiave è la fotografia, espressione anch’essa di una frammentarietà temporale: nel momento stesso in cui fissi un’immagine, essa è già sparita per sempre. Anche l’inseguimento di uno scatto, il riconoscimento di un segno sul quale costruire una metafora o una similitudine concettuale, diventa una ricerca che non si conclude. Sono molti i brevi racconti che confortano questa interpretazione, da attingere dal lungo indice di questo moderno Zibaldone.
In conclusione, e senza voler cadere in una banale enfasi, leggendo La Quarta Dimensione - Scritti, il pensiero corre ai poeti frammentari greci, di cui ci sono giunti solo versi incisi su cocci e lapidi. Il messaggio di Salvatore mi sembra chiaro: guai agli uomini che pensano di poter ricomporre la realtà, assegnando a ogni singola tessera una posizione definita, con i bordi perfettamente coincidenti a quelli vicini, per restituire un quadro dal senso compiuto.
Il mondo non è un puzzle che si lascia costruire, ma un insieme di pezzi rovesciati su un piano in modo confuso e ammassato; e tale rimane, pur illudendoci che qualcuno o qualcosa possa mettere tutto in ordine.
L’importante è rimanere in contatto con questa realtà, accettandola così come viene, senza inseguire un filo rosso che, probabilmente, non esiste.
Opzione 2: Più Snella e "Scannabile" (Ideale per il web, blog o social)
Se devi pubblicare questa recensione online, questa versione usa paragrafi più brevi e mette in risalto i concetti chiave per catturare l'attenzione di chi legge da uno schermo.
Pensieri sciolti, riflessioni estemporanee su accadimenti, visioni e frammenti di vita osservata e fotografata. Pillole che non hanno la presunzione di spiegare la complessità del nostro vivere.
Il grande merito del libro di Salvatore Clemente è presentare una realtà dispersa e spezzettata, in cui cercare un filo conduttore è un'operazione inutile. È un viaggio senza capo né coda che si risolve nel dubbio, una pirandelliana ricerca di sé specchiandosi in minimi episodi quotidiani.
Nel testo emergono due prospettive ricorrenti:
• I luoghi: La "palermitaneità" dell'autore si proietta in una Roma minore e periferica, sgangherato contorno di un centro cittadino ampolloso dove si esercita il potere.
• La fotografia: Metafora di una frammentarietà temporale. Mentre fissi un'immagine, essa è già sparita per sempre.
Leggendo La Quarta Dimensione - Scritti, il pensiero va spontaneamente ai poeti frammentari greci, di cui ci restano solo versi impressi su cocci e lapidi.
Il messaggio di Salvatore è un monito: guai a pensare di poter ricomporre la realtà come se fosse un puzzle perfetto. Il mondo è piuttosto un insieme di pezzi rovesciati alla rinfusa. L'importante è rimanere in contatto con questa complessità, accettandola così com'è, senza inseguire un filo rosso che probabilmente non esiste.
Principali interventi fatti:
1. Correzione Titolo: Ho trasformato LaQuartaDimensioneScritti in La Quarta Dimensione - Scritti (o tra virgolette) per renderlo leggibile.
2. Linguistica: Ho corretto "palermità" in "palermitaneità" (il termine più comune e corretto per indicare lo spirito palermitano) e rimosso qualche "che" di troppo per rendere la lettura più fluida.
3. Punteggiatura: Ottimizzati alcuni passaggi per evitare frasi troppo lunghe che rischiavano di far perdere il respiro al lettore.
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Delle altre elaborazioni realizzate con https://www.wrizzle.ai/it/rewrite-text
Claude 4.0 Sonnet
Pensieri che scorrono liberi come fiumi in piena, riflessioni nate all’improvviso tra accadimenti sfuggenti, visioni che si intrecciano a luoghi e circostanze come fili di un arazzo invisibile. Frammenti di vite catturate attraverso lo sguardo di un osservatore e fissate dall’obiettivo di una macchina fotografica, piccole scintille o briciole di esistenza che non pretendono mai di ricomporre un mosaico capace di spiegare l’infinita complessità del nostro cammino quotidiano.
In questo piccolo libro di Salvatore Clemente prende vita una realtà frammentata, uno specchio rotto nel quale cercare un senso si rivela, prima ancora che faticoso, completamente inutile.
Un viaggio senza principio né fine, che gira su sé stesso come un serpente che si morde la coda, o inseguendo un miraggio qualunque per poi smarrirsi nell’incertezza delle situazioni incontrate lungo il percorso.
Viene da pensare a una ricerca pirandelliana dell’identità, uno specchiarsi infinito in infime vicende ed episodi, consapevoli che questa ricerca non giungerà mai a una conclusione definitiva.
Nel cuore del libro, però, emergono alcune costanti: l’anima palermitana dell’autore, intrisa di saggezza popolare e autenticità, insieme alle sue intime escursioni in una Roma minore, scandagliata a piedi tra quartieri decadenti, adagiati lungo una corona disordinata che avvolge un centro cittadino pomposo e ambivalente, teatro oscuro del potere.
E come un filo invisibile che attraversa pagine, c’è la fotografia, anch’essa simbolo di frammentarietà: quell’istante fissato dall’obiettivo è già sfuggito, perduto nel tempo per sempre.
Anche la caccia a un’immagine, la scoperta di un segno su cui edificare una metafora o una similitudine concettuale, è una ricerca insaziabile e senza epilogo.
Molti brevi racconti accendono questa sensazione di precarietà, offrendoci una scelta ampia e variegata all’interno di un moderno zibaldone.
Alla fine, senza cadere in facili retoriche, leggendo *LaQuartaDimensioneScritti* mi si sono affacciate alla mente le immagini dei poeti frammentari greci, i cui versi sono stati ritrovati inscritti soltanto su cocci di ceramica o pietre scolpite.
Il messaggio di Salvatore sembra ammonire con forza: guai a chi pensa di poter rimettere insieme la realtà, dando a ogni suo frammento una posizione precisa, con contorni netti che si incastrano perfettamente agli altri, creando così un quadro finito e coerente.
Il mondo non è un puzzle ordinato, ma un cumulo confuso di pezzi sparsi su un piano, disposti senza logica apparente, destinati a rimanere tali e a illuderci che qualcuno o qualcosa riesca a mettere tutto in fila.
L’unica via è mantenere un contatto vero con questa realtà disarticolata, accettandola nella sua natura caotica, senza inseguire un improbabile filo rosso che forse non esiste affatto.
470 parole
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GPT-4o
Pensieri sparsi, riflessioni improvvise su eventi, visioni e intrecci tra situazioni e luoghi, frammenti di vita osservata e catturata attraverso immagini, piccoli spunti o dettagli che non aspirano a ricomporsi in un mosaico capace di spiegare la complessità della nostra esistenza.
Il pregio di questo libricino di Salvatore Clemente sta nell’offrire una realtà frammentata, divisa, in cui trovare un filo conduttore risulta essere un’operazione non solo estenuante, ma anche superflua.
Un percorso privo di un senso preciso, che si ripiega su sé stesso o finge di inseguire una meta qualunque, per poi dissolversi nel dubbio davanti alle circostanze incontrate.
Viene spontaneo pensare a una ricerca pirandelliana di sé stessi, riflettendosi in tanti piccoli episodi e situazioni, sapendo che tale cammino non avrà conclusione.
Tuttavia, non si può negare l’esistenza nel libro di alcune prospettive ricorrenti: la sicilianità dell’autore, permeata di saggezza popolare e proiettata in una Roma periferica, scoperta passeggiando tra quartieri umili, disseminati lungo una cintura disordinata che circonda un centro città pomposo e ambiguo, dove si esercita il potere.
Un altro elemento ricorrente è la fotografia, simbolo anch’essa di frammentazione, questa volta temporale: mentre immortali un’immagine, essa svanisce irrimediabilmente.
Persino l’inseguimento di un’immagine, la ricerca di un segno su cui costruire una metafora o una similitudine concettuale si rivela un desiderio destinato a rimanere incompiuto.
Numerosi sono i brevi racconti che avvalorano questa interpretazione e si possono selezionare dal vasto indice di questo moderno zibaldone.
Infine, senza voler cadere in facili eccessi retorici, leggendo *LaQuartaDimensioneScritti* mi è venuto in mente il ricordo dei poeti frammentari greci, di cui sono sopravvissute solo parti di versi incisi su cocci e lapidi.
Sembra quasi che il messaggio di Salvatore sia un monito: guai a coloro che credono di poter ricomporre la realtà, attribuendo a ogni sua parte una collocazione precisa, con bordi perfettamente combacianti con quelli adiacenti, come se il risultato finale fosse un quadro dotato di senso compiuto.
Il mondo non è un puzzle che si lascia assemblare, ma un insieme di pezzi sparsi confusamente su una superficie, ammucchiati e disordinati, che ci inducono in un’illusione di ordine che mai si realizza.
Ciò che conta davvero è mantenere un legame con questa realtà, accogliendola così com’è, senza rincorrere un filo conduttore che, forse, non esiste affatto.
434 parole
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GPT-4.1-mini
Pensieri liberi, riflessioni immediate su accadimenti, visioni, connessioni tra circostanze e luoghi, frammenti di vita colta e fotografata, pillole o briciole che non hanno la pretesa di ricomporsi in un quadro per spiegare la complessità del nostro vivere.
Il merito di questo piccolo libro di Salvatore Clemente è quello di presentare una realtà dispersa, spezzettata nella quale trovare un filo conduttore è operazione, prima che defatigante, infruttuosa.
Un viaggio senza capo né coda, che si riavvolge su sé stesso, o immagina di inseguire una meta qualsiasi, per poi risolversi nel dubbio davanti alle situazioni incontrate.
Mi verrebbe da pensare a una pirandelliana ricerca di sé, specchiandosi in tanti piccoli episodi e circostanze, sapendo che il percorso non avrà termine.
Ci sono, è vero, nel libro delle prospettive ricorrenti: la palermità dell’autore, con le sue essenze di saggezza popolare, e le sue proiezioni in una Roma minore, osservata camminando per quartieri dimessi, distribuiti lungo una corona sgangherata, messa a contorno di un centro città pomposo e ambiguo, dove si esercita il potere.
E, come elemento che ricorre, c’è anche la fotografia, espressione anch’essa di frammentarietà, in questo caso temporale: mentre fissi un’immagine, essa è già scomparsa per sempre.
Anche l’inseguimento di una determinata immagine, il riconoscimento di un segno, sul quale costruire una metafora, una similitudine concettuale è ricerca che non si conclude.
Molti i brevi racconti che ci confortano in questa interpretazione, da scegliere dal lungo indice di questo moderno zibaldone.
In conclusione, e senza voler essere banalmente enfatico, leggendo LaQuartaDimensioneScritti il pensiero che mi è venuto alla mente è quello dei poeti frammentari greci di cui si sono trovate solo parti di versi rimasti incisi su cocci e lapidi.
Mi sembra che il messaggio di Salvatore sia un avvertimento contro quegli uomini che pensano di saper ricomporre la realtà, assegnando a ogni sua singola parte una posizione definita, con i bordi perfettamente coincidenti con i pezzi più vicini, per un quadro che si mostri alla fine di senso compiuto.
Il mondo non è un puzzle che si lascia costruire, ma un insieme di pezzi, rovesciati su un piano, in maniera confusa e ammassata, e che tale rimane, facendoci illudere che qualcuno o qualcosa metta tutto in ordine.
L’importante è rimanere in contatto con questa realtà, accettandola così com’è, senza inseguire un filo rosso, che probabilmente non esiste.
martedì 19 maggio 2026
Ospite silenzioso. Dallo Specchio alla Consapevolezza
Questo nuovo articolo pubblicato da Raffaella Tava, nella rubrica “pensieri” del proprio sito web, s’incentra principalmente sulle questioni e gli infiniti dubbi che pervadono il periodo dell’adolescenza e che ciascun essere umano attraversa. Non per tutti la durata è uguale.
L’argomento, di per sé composito, risulta esposto in maniera completa, toccando i tanti punti con una padronanza e una maturità che presuppone il traguardo di un equilibrio raggiunto.
Sono descritte tutte le temperature, l’intero arco dei colori dell’arcobaleno, le infinite varianti che si possono comporre con un seppur limitato numero di note.
Chi si accingerà a leggere potrà scovare il proprio specchio o intravedere possibilità altre che consentiranno di spiegarsi i comportamenti diversi di coetanei o di persone vicine, che non aveva avuto modo di cogliere durante il turbinio delle proprie tempeste.
Il percorso seguito consente di accendere le luci necessarie a poter illuminare ogni anfratto dell’intimo umano che, in ogni caso, col tempo avrà trovato o troverà una ragione.
Buona luce a tutti!
© Essec
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Link per accedere all'articolo "Ospite silenzioso dallo Specchio alla Consapevolezza": https://www.raffaellatava.com/ospite_silenzioso-g7757
sabato 16 maggio 2026
Il cittadino comune, travolto da questa mareggiata inquinante, perde la bussola della verità, sfinito dall'impossibilità di distinguere la notizia dal fango artificiale.
Mi viene segnalato questo interessantissimo articolo "ODIO ORGANIZZATO E FLOTILLA", di Lavinia Marchetti, postato ieri su Facebook che, in qualche modo, potrebbe anche giustificare il persistente disinteresse della classe politica alla necessità di frenare l'anonimato sui social e, in generale, disciplinare l'utilizzo smodato di nick name (leoni di tastiere o pseudo ritenuti tali, vedi in propisito l'articolo di Raffaella Tava) che, ancor più in questi tempi di proliferazione della IA, consentono di sviluppare "campagne opinionistiche virtuali" volte ad orientare (o disorientare) sempre di più le masse.
Per la lunghezza dell'articolo - che comunque si riporta integralmente a margine - ed evitare l'abbandono anticipato della lettura del testo integrale, stante anche la premessa "politica" (Flottilia), si anticipano di seguito le interessanti conclusioni che dovrebbero indurre a riflettere ciascun utente del web e frequentatore dei social in particolare.
"E POI CI SONO I BOT E LE “TROLL FARM”
Il salto di qualità definitivo, che ha permesso di scatenare questo inferno digitale sui post degli attivisti della Flotilla, è scaturito dall'integrazione strutturale delle farm di troll con l'Intelligenza Artificiale generativa. I network di bot di prima generazione, operanti a cavallo del 2016 e del 2020, erano strumenti rozzi e facilmente smascherabili e si basavano sulla pedissequa diffusione automatizzata del medesimo testo mal tradotto, su profili farlocchi con sequenze numeriche nel nome e sulla riproduzione a valanga di link propagandistici. Tali strumenti oggi appaiono come relitti preistorici.
Dal 2024, le armate della disinformazione si sono dotate di quelli che gli esperti definiscono "Superbot" o agenti autonomi guidati dai Large Language Models (LLM, tecnologie similari all'architettura GPT). Questi applicativi software avanzati permettono di automatizzare l'azione psicologica a un livello di verosimiglianza inquietante. Un superbot non si limita a replicare un messaggio precompilato, ma simula con efficacia il ragionamento umano, replicando l'uso di dialetti locali, slang giovanili, sottili sfumature emotive, rabbia o finta moderazione ragionevole a seconda del contesto in cui si infiltra.
Enti indipendenti che studiano il traffico dei bot durante il conflitto a Gaza, come InflueAnswers, hanno tracciato il modus operandi preciso di questi sciami cibernetici:
1. Individuazione e Targetizzazione Chirurgica: L'infrastruttura automatizzata scansiona i social media ininterrottamente, intercettando profili ad alta visibilità (come quello di Antonella Bundu o delle organizzazioni internazionali) oppure analizzando parole chiave specifiche e hashtag sensibili.
2. Generazione Adattiva del Prompt e Intervento: Non appena il bersaglio umano pubblica un aggiornamento, il contenuto, la foto o il video vengono processati dai server dell'LLM in frazioni di secondo. I programmatori hanno istruito l'IA con prompt master del tipo: "Comportati come un comune cittadino conservatore o disilluso italiano. Analizza il post di questo attivista pro-Palestina e rispondi nel giro di dieci minuti, denigrando il suo attivismo come una ricerca di protagonismo borghese in vacanza e creando dubbio sulle sue vere motivazioni. Mantieni un tono aggressivo ma credibile".
3. La Strategia dello Sciame ("Swarming"): A questo punto si innesca la fase operativa. In una strettissima finestra temporale che va dai 5 ai 20 minuti dalla pubblicazione del post dell'attivista, il suo spazio digitale viene letteralmente assaltato da un volume incredibile di risposte generate da questi account sintetici. I profili bot, protetti da false foto generate a loro volta da IA, intervengono scaglionati nel tempo per conferire perfetta naturalezza e organicità al linciaggio.
4. Logoramento Inesauribile: Qualora l'attivista, per senso di giustizia, cerchi di rispondere o argomentare razionalmente, i superbot rilanciano la conversazione, cambiando argomento, rilanciando false accuse, esaurendo sistematicamente le energie fisiche e psicologiche della vittima. A differenza dell'essere umano, l'algoritmo non necessita di sonno né conosce usura emotiva.
Il vero orrore di questa strategia non sta nel tentativo di far innamorare gli utenti occidentali delle politiche governative israeliane, sanno bene che sarebbe impossibile. L'obiettivo macroscopico delle farm di bot è la cosiddetta CENSORSHIP BY NOISE (Censura attraverso il Rumore). Poiché gli Stati democratici non possono censurare apertamente con la forza l'opinione pubblica che sostiene la Flotilla, le armi algoritmiche provvedono a intossicare l'agorà pubblica. Inondando i canali di comunicazione di volumi irraggiungibili di commenti derisori, menzogne aggressive e confusione, i bot mirano a saturare lo spazio visivo, al fine esclusivo di distruggere lo spazio vitale delle voci umane legittime e impedire l'articolazione logica del dissenso. Il cittadino comune, travolto da questa mareggiata inquinante, perde la bussola della verità, sfinito dall'impossibilità di distinguere la notizia dal fango artificiale."
Buona luce a tutti!
© Essec
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Intero articolo postato su FB
"ODIO ORGANIZZATO E FLOTILLA di Lavinia Marchetti «SIETE LA PROVA CHE CON POCHI EURO SI PUÒ FARE UNA BELLISSIMA CROCIERA, PERÒ QUANDO VI FERMANO NON ROMPETE LE PALLE ALLO STATO ITALIANO». Il commento porta la firma di Sandro Saraceno e segue una serie di cinque emoji di vomito. Sotto, in azzurro, seicentocinquantadue cuori. La fotografia, datata 15 maggio 2026, mostra Antonella Bundu, attivista fiorentina già consigliera comunale, a bordo di uno scafo della Global Sumud Flotilla salpato da Marmaris per tentare di forzare il blocco navale israeliano su Gaza. Sorride, mentre alle spalle c’è un veliero con una donna avvolta da una vela di kefiah. Mare calmo. Quattromilasettecento «mi piace», tremilacento commenti, duecentoquarantotto condivisioni. Scorrendo verso il basso, si accumula un materiale che voglio leggere come un testo politico. (Qui l'articolo è corredato da tutti gli screen: https://laviniamarchetti.substack.com/.../odio... ) L’insulto si replica con poche varianti, mentre il consenso si misura nei pollici azzurri. «Voglia di lavorare saltami addosso», centotrentotto cuori. «Parassita», ottantasei. «Beati voi che non avete un cazzo da fare nella vita», quattrocentosettantadue. «Altra politicizzata… suona la trombetta», sei. «Mi potresti dire chi vi paga, avete barche che costano parecchio». E poi la minaccia sorridente, con tre emoji ridenti: «Brava, vedi di restarci per molto tempo, non sentiremo la mancanza. Attenta agli Israeliani». Un altro, asciutto: «Questa volta vi stermineranno». La somma dei consensi va letta come temperatura di un’opinione che vive a parte rispetto alle cronache giornalistiche, perché in questi stessi la cronaca ci parla dell’attacco israeliano in acque internazionali contro la Flotilla, l’arresto di Thiago Ávila e Saif Abukeshek, i maltrattamenti in cella, le condizioni delle prigioni israeliane . Il fatto, dunque, si rovescia. Civili disarmati salpano per portare farina e medicinali a una popolazione affamata, vengono assaltati in acque internazionali da una marina militare, e il commento popolare si schiera dalla parte di chi assalta. Da dove viene questa adesione spontanea? IL TROPO DELLA "CROCIERA", LA PROIEZIONE DEL PRIVILEGIO E IL RISENTIMENTO LAVORATIVO "Fatevi la vs crociera e non mettete in difficoltà la Maggior parte di italiani che si fa il culo ogni giorno al lavoro". Giacomo Domenico incalza sulla stessa frequenza: "Mi potresti dire chi vi paga... non lavorare eppure state così bene da fare invidia a chi lavora" . Oddone sintetizza il concetto con il secolare adagio: "Voglia di lavorare saltami addosso", mentre Mauro Sacchetto sospira con un livore mascherato da invidia: "Beati voi che non avete un cazzo da fare nella vita...". Sono le classiche frasi che troviamo sotto i post di qualsiasi persona sia andata ad una manifestazione, abbia sposato una causa civile, non concordi con lo status quo. Da una prospettiva psicologica, questo specifico filone discorsivo rappresenta un capolavoro di dissonanza cognitiva risolta attraverso la PROIEZIONE DEL PRIVILEGIO e il riposizionamento semantico dell'azione. Partecipare a una spedizione umanitaria verso una zona di genocidio attivo, sfidando un blocco militare navale (che ha già fatto vittime in passato, si pensi al caso Mavi Marmara del 2010 e agli intercetti violenti del 2026), subendo abbordaggi o addirittura un grave naufragio come quello occorso alla Trinidad, è in termini oggettivi un atto che richiede un coraggio, una disponibilità al sacrificio e una resistenza psicofisica di altissimo livello. Per l'osservatore medio, prigioniero di una vita alienante, schiacciato dalle logiche del precariato e dall'insoddisfazione ("chi si fa il culo ogni giorno al lavoro"), riconoscere il valore di un simile atto eroico costituirebbe un trauma egoico devastante. Significherebbe ammettere a se stessi che la propria obbedienza cieca al sistema e la propria rassegnazione non sono inevitabili, ma frutto di una paralisi interiore. Il cervello umano rigetta questa auto-valutazione negativa. Pertanto, entra in gioco la difesa: la RI-NARRATIVIZZAZIONE. La pericolosa spedizione umanitaria viene sminuita a una "bellissima crociera" o a una vacanza goliardica pagata da entità oscure ("chi vi paga?"). Questo meccanismo neutralizza istantaneamente il valore etico dell'attivista: se l'attivista è solo un borghese in vacanza o un disoccupato (o peggio un politico) parassita in cerca di visibilità esotica, il suo atto non costituisce più un rimprovero morale per il lavoratore frustrato che lo osserva. Il ricorso all'etica del sacrificio lavorativo ("non avete un cazzo da fare") non è dunque un'affermazione di moralità da parte degli haters, ma una disperato contrappeso psicologico impugnato per abbattere una levatura morale che li fa sentire piccoli, spaventati e insignificanti. L'utente Giovanni Campolmi cattura perfettamente questa proiezione nell'unica voce fuori dal coro dello specchio analizzato: "Lasciali sfogare, sono talmente incarogniti dalla loro non scelta e non coraggio che non hanno altro modo di sfogarsi". Questa frase è la diagnosi clinica esatta di quanto sta accadendo sulla bacheca di Bundu o sulle nostre bacheche. L'EPISTEMOLOGIA DEL NEGAZIONISMO E IL DISIMPEGNO LOGICO Accanto all'attacco personale basato sulla classe o sul reddito, emerge una seconda strategia difensiva, di carattere squisitamente cognitivo: l'innalzamento continuo degli standard di prova, finalizzato al mantenimento del dubbio sistemico. Il commento di Gino Borghini ne è l'emblema: "Non entro nel merito della motivazione dell'intervento, ma ho delle curiosità: di chi è la proprietà della barca dov'è imbarcata; cosa trasporta di aiuti e in quale quantità... credete veramente di approdare a Gaza?”. Analogamente, Piero Pignataro si trincera dietro il sospetto visivo: "non tutti siamo dei boccaloni... mai una foto di tutti i generi alimentari che state trasportando come aiuti. foto e video di balli, canti, capriole quelli si!". Questa tattica sociologica è nota come SEA-LIONING: il soggetto si finge sinceramente incuriosito o razionalmente scettico, avanzando richieste di prove tecniche minuziose (la proprietà giuridica della barca, il tonnellaggio esatto del carico, le fatture di acquisto) per sfinire l'interlocutore e seminare sfiducia in chi legge. Si tratta di una sofisticata operazione di disimpegno morale. Chiedere "dove sono le foto del riso" mentre una barca rischia l'affondamento e affronta fregate militari significa sviare deliberatamente l'attenzione dall'urgenza etica del genocidio palestinese per focalizzarla su minuzie amministrative, garantendosi un alibi per non provare alcun sentimento di empatia verso il popolo sotto assedio o verso chi tenta di aiutarlo. DEUMANIZZAZIONE, NORMALIZZAZIONE DELLA VIOLENZA E INVERSIONE DI RUOLO La fase terminale e più oscura dell'odio digitale registrato nei confronti della Flotilla si esprime attraverso la deumanizzazione totale del bersaglio e la celebrazione o l'augurio della violenza letale. L'utente Antonio GSiena condensa la sua aggressione in un'unica parola: "Parassita". Il parassita non è un nemico umano, è un organismo inferiore che si nutre delle risorse dell'ospite; storicamente, l'uso del termine parassita e scarafaggio costituisce il preambolo linguistico necessario a ogni progetto di sterminio o persecuzione, poiché scardina del tutto la barriera del riconoscimento biologico dell'altro. Questa soppressione dell'empatia sfocia nell'aperta e sgrammaticata minaccia da parte di Renato Maccagnani: "Questa volta vi steminerannp". L'errore di battitura non diminuisce la gravità dell'affermazione: vi è in questo commento la segreta (o palese) speranza che una forza esterna e punitiva sopprima fisicamente coloro che creano disturbo. L'ostilità raggiunge vette grottesche con Aristide Petruzzelli: "Brava, vedi di restarci per molto tempo... Attenta agli Israeliani" associato all'immagine sorridente e caricaturale del cast della celebre serie tv The Love Boat. In questo frangente, la prospettiva della violenza militare israeliana (che nel 2010 uccise dieci attivisti sulla Mavi Marmara) viene usata come un feticcio, una minaccia spaventosa da brandire contro la donna, mentre l'inserimento del meme anni '80 serve a disinnescare l'orrore, trasformando l'augurio di morte o arresto in un macabro scherzo da bar sport. L'umorismo diviene il velo sotto cui si nasconde l'odio più cieco e la sociopatia. In aggiunta a queste pulsioni, si osserva la manipolazione della vittimizzazione attraverso utenti come Eugenio Ruoso: "I LEONI da Tastiera siete anche Voi che pubblicate quindi in Democrazia aspettatevi anche opinioni DIVERSE..." e Fabrizio Frascaroli, che congeda l'attivista con sminuimento di genere infantile: "Altra politicizzata...suona la trombetta" . Il meccanismo del rovesciamento (DARVO: Deny, Attack, Reverse Victim and Offender) è qui palese. L'aggressore che vomita insulti rivendica il proprio operato come "esercizio democratico di opinione diversa", etichettando l'attivista in mare come il vero dittatore o leone da tastiera, manipolando il concetto stesso di tolleranza per esigere il diritto all'insulto incontrastato. LA DELEGITTIMAZIONE DELL'ALTRUISMO E LA SINDROME DEL "DO-GOODER DEROGATION" La totalità dei comportamenti aberranti appena dissezionati trova una magistrale e inquietante spiegazione in una teoria consolidata all'interno della psicologia morale e sociale, nota nella letteratura accademica internazionale come Do-Gooder Derogation (denigrazione di chi fa del bene o "deroga del buonista"). Le ricerche originariamente condotte dai professori Julia Minson e Benoît Monin (2012) spiegano nel dettaglio perché gli individui che compiono azioni morali superiori (gli attivisti umanitari, i volontari o chi compie scelte di vita eticamente rigorose) suscitino sistematicamente fastidio, sarcasmo, rabbia e reiezione da parte della massa, piuttosto che l'ammirazione che la logica dovrebbe imporre. Il fenomeno affonda le sue radici nella profonda necessità dell'essere umano di salvaguardare il proprio senso di autostima, intimamente legato all'identità morale. La maggior parte degli individui desidera considerarsi intrinsecamente "buona" e "giusta" all'interno della propria comunità. Quando una persona media si trova al cospetto di un do-gooder (in questo caso, un'attivista come Antonella Bundu che spende il proprio tempo, rischia la vita e le proprie economie per spezzare il blocco della fame a Gaza), l'osservatore subisce un brutale shock comparativo. Sebbene l'attivista possa non rivolgere alcuna accusa verbale verso il proprio pubblico, la sua mera esistenza, il suo atto di abnegazione agisce come un formidabile atto d'accusa implicito contro il conformismo, l'ignavia e la complice indifferenza dell'osservatore. Si scatena nel soggetto passivo il fenomeno Dell'ANTICIPATED MORAL REPROACH (Rimprovero Morale Anticipato). In altre parole, l'individuo fermo davanti allo schermo percepisce che, rispetto agli standard morali stabiliti dall'attivista, la sua inazione in difesa dei civili palestinesi massacrati rappresenta una colpa insopportabile. L'ego dell'individuo, messo alle strette, reagisce avvertendo la superiorità etica dell'altro non come un modello cui aspirare, ma come una intollerabile minaccia all'immagine di sé. Per sfuggire allo spiacevole compito di mettersi in discussione e cambiare i propri comportamenti sociali, la mente attua una scorciatoia tanto rapida quanto vigliacca: disinnesca l'esempio morale denigrando la figura che lo veicola. Il Do-Gooder Derogation spiega matematicamente le dinamiche emerse dagli screenshot. Le persone che si sentono in difetto reagiscono producendo un fuoco di sbarramento di associazioni negative o ciniche. L'attivista viene rapidamente etichettato con aggettivi delegittimanti quali esibizionista, ipocrita, moralizzatore, pazzo, arrogante o fanatico. E POI CI SONO I BOT E LE “TROLL FARM” Il salto di qualità definitivo, che ha permesso di scatenare questo inferno digitale sui post degli attivisti della Flotilla, è scaturito dall'integrazione strutturale delle farm di troll con l'Intelligenza Artificiale generativa. I network di bot di prima generazione, operanti a cavallo del 2016 e del 2020, erano strumenti rozzi e facilmente smascherabili e si basavano sulla pedissequa diffusione automatizzata del medesimo testo mal tradotto, su profili farlocchi con sequenze numeriche nel nome e sulla riproduzione a valanga di link propagandistici. Tali strumenti oggi appaiono come relitti preistorici. Dal 2024, le armate della disinformazione si sono dotate di quelli che gli esperti definiscono "Superbot" o agenti autonomi guidati dai Large Language Models (LLM, tecnologie similari all'architettura GPT). Questi applicativi software avanzati permettono di automatizzare l'azione psicologica a un livello di verosimiglianza inquietante. Un superbot non si limita a replicare un messaggio precompilato, ma simula con efficacia il ragionamento umano, replicando l'uso di dialetti locali, slang giovanili, sottili sfumature emotive, rabbia o finta moderazione ragionevole a seconda del contesto in cui si infiltra. Enti indipendenti che studiano il traffico dei bot durante il conflitto a Gaza, come InflueAnswers, hanno tracciato il modus operandi preciso di questi sciami cibernetici : 1. Individuazione e Targetizzazione Chirurgica: L'infrastruttura automatizzata scansiona i social media ininterrottamente, intercettando profili ad alta visibilità (come quello di Antonella Bundu o delle organizzazioni internazionali) oppure analizzando parole chiave specifiche e hashtag sensibili 2. Generazione Adattiva del Prompt e Intervento: Non appena il bersaglio umano pubblica un aggiornamento, il contenuto, la foto o il video vengono processati dai server dell'LLM in frazioni di secondo. I programmatori hanno istruito l'IA con prompt master del tipo: "Comportati come un comune cittadino conservatore o disilluso italiano. Analizza il post di questo attivista pro-Palestina e rispondi nel giro di dieci minuti, denigrando il suo attivismo come una ricerca di protagonismo borghese in vacanza e creando dubbio sulle sue vere motivazioni. Mantieni un tono aggressivo ma credibile". 3. La Strategia dello Sciame ("Swarming"): A questo punto si innesca la fase operativa. In una strettissima finestra temporale che va dai 5 ai 20 minuti dalla pubblicazione del post dell'attivista, il suo spazio digitale viene letteralmente assaltato da un volume incredibile di risposte generate da questi account sintetici. I profili bot, protetti da false foto generate a loro volta da IA, intervengono scaglionati nel tempo per conferire perfetta naturalezza e organicità al linciaggio. 4. Logoramento Inesauribile: Qualora l'attivista, per senso di giustizia, cerchi di rispondere o argomentare razionalmente, i superbot rilanciano la conversazione, cambiando argomento, rilanciando false accuse, esaurendo sistematicamente le energie fisiche e psicologiche della vittima. A differenza dell'essere umano, l'algoritmo non necessita di sonno né conosce usura emotiva. Il vero orrore di questa strategia non sta nel tentativo di far innamorare gli utenti occidentali delle politiche governative israeliane, sanno bene che sarebbe impossibile. L'obiettivo macroscopico delle farm di bot è la cosiddetta CENSORSHIP BY NOISE (Censura attraverso il Rumore). Poiché gli Stati democratici non possono censurare apertamente con la forza l'opinione pubblica che sostiene la Flotilla, le armi algoritmiche provvedono a intossicare l'agorà pubblica. Inondando i canali di comunicazione di volumi irraggiungibili di commenti derisori, menzogne aggressive e confusione, i bot mirano a saturare lo spazio visivo, al fine esclusivo di distruggere lo spazio vitale delle voci umane legittime e impedire l'articolazione logica del dissenso. Il cittadino comune, travolto da questa mareggiata inquinante, perde la bussola della verità, sfinito dall'impossibilità di distinguere la notizia dal fango artificiale."
https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=122275216340156950&id=61554708501839&post_id=61554708501839_122275216340156950&rdid=Dny4ZNWUy3jGnsMZ
martedì 17 febbraio 2026
“AI and Me - Saggio d’immagini sui processi generativi dell’IA”
Riporto di seguito l’articolo con il quale Sebastiano Campagna presenta il suo recente libro (Editore Youcanprint), che tratta uno degli argomenti più discussi negli ultimi tempi e che, come tutte le innovazioni rivoluzionarie, sembra destinato ad incidere su diversi ambiti socio culturali futuri.
Buona luce a tutti!
© Essec
--
Il progetto nasce come un dialogo - talvolta un confronto, talvolta un tentativo reiterato - tra l’utente e la macchina. Ogni immagine è il risultato di un’interazione, di un aggiustamento, di una domanda posta alla tecnologia e di una risposta che non sempre coincide con l’attesa.
Il volume raccoglie non solo i risultati più riusciti, ma anche gli scarti, gli errori, le deviazioni: elementi che rivelano la natura ibrida e imperfetta dell’IA generativa. L’obiettivo non è dimostrare la perfezione della macchina, ma comprendere come essa interpreti, traduca e talvolta travisi l’immaginario umano.
AI and Me è un saggio visivo che esplora il cuore pulsante dei processi generativi dell’intelligenza artificiale, osservati attraverso l’esperienza diretta dell’utente e la sua relazione evolutiva con i sistemi di produzione automatica delle immagini. Il volume nasce dall’incontro tra curiosità, metodo e stupore: un percorso che parte dai primi tentativi di dialogo con l’IA e si sviluppa in un’indagine più ampia sul rapporto tra arte, tecnologia e nuovi linguaggi comunicativi.
Il libro si apre con l’atto fondativo di ogni creazione generativa: il prompt. È da questa formula testuale - calibrata, raffinata, talvolta riformulata più volte - che prende avvio il processo di trasformazione dell’immaginario in immagine. L’autore racconta la tensione iniziale, l’attesa, la suspense che precede la comparsa delle prime quattro creazioni: figure sorprendentemente vicine al desiderio espresso, eppure mai del tutto prevedibili. Non un semplice esperimento, ma un vero e proprio confronto con le potenzialità e le imperfezioni di una tecnologia che apprende, combina, fonde e ricompone miliardi di dati per restituire una visione nuova del mondo.
Il volume attraversa temi ampi e trasversali: ecosistemi naturali, robotica, città dinamiche, fauna marina, fino alla ricerca di una bellezza universale e ai richiami, talvolta espliciti, ad artisti del passato e del presente. Ogni sezione mostra come i sistemi generativi ridefiniscano l’interazione tra creatività umana e strumenti tecnologici, aprendo a una riflessione più ampia sui linguaggi visivi del nostro tempo.
Accanto alle immagini più riuscite, scelgo consapevolmente di includere anche gli errori di output: mani in eccesso, anatomie incerte, dettagli incoerenti, piccoli deragliamenti che rivelano i limiti strutturali dell’IA e, al tempo stesso, la sua natura ancora in divenire. Queste imperfezioni non vengono censurate, ma accolte come parte integrante del processo, come tracce di un’estetica dell’“errore latente” che testimonia la distanza - talvolta minima, talvolta evidente - tra l’intenzione umana e la sua traduzione algoritmica.
AI and Me è dunque un viaggio: un attraversamento del velo che separa fantasia e realtà, immaginario e quotidianità. È un invito a osservare come l’IA generativa non sia soltanto uno strumento, ma un nuovo interlocutore creativo, capace di ampliare il campo delle possibilità e, allo stesso tempo, di mettere in discussione ciò che consideriamo “immagine”, “arte” e “interpretazione”.
Un saggio che non offre risposte definitive, ma apre scenari. Che non celebra né condanna, ma analizza, sperimenta, interroga.
Un’opera che documenta un rapporto in trasformazione: quello tra l’uomo e la macchina, tra il pensiero e la sua rappresentazione, tra il desiderio e la sua forma.
lunedì 27 ottobre 2025
Cortigiana? In che senso? ..... si chiederebbe il personaggio di Carlo Verdone
È sempre utile ricorrere anche al web per cercare di documentarsi per avere una veloce contezza sul significato delle parole.
Una consultazione mirata, ad esempio, consente di appurare che “i neuroni specchio permettono di spiegare fisiologicamente la nostra capacità di porci in relazione con gli altri. Quando osserviamo un nostro simile compiere un particolare gesto si attivano, nel nostro cervello, gli stessi neuroni che entrano in gioco quando siamo noi a compiere quella stessa azione.”
Approfondendo, attraverso un altro algoritmo, viene anche fuori che “la mancanza di un corretto funzionamento dei neuroni specchio può influire sulla capacità di imitazione, sulla comprensione delle azioni degli altri e sulla teoria della mente. Queste disfunzioni possono contribuire alla difficoltà nella comunicazione sociale e nell'interazione con gli altri.”
Andando avanti si apprende un’altra cosa interessante, ovvero che “inizialmente l'approccio del bambino ad uno specchio infatti è assolutamente inconsapevole ed istintivo: il neonato non si rende ancora conto che ha davanti a sé nient'altro che la sua immagine riflessa, ma interpreta quella figura come un'entità esterna con la quale interagire.”
La serie di risposte evidenzia che, quindi, non basta accontentarsi e limitarsi alla prima formulazione.
Per la circostanza, l’articolo pubblicato sul portale “Le psicoterapie non sono tutte uguali”, Silvia Rosati risponde con maggiore precisione alla domanda su “Cosa sono i neuroni specchio?
Esordisce col dire che “gli studi sui neuroni specchio, hanno rivoluzionato la nostra comprensione del cervello umano e del comportamento sociale” poi continua dicendo che “questi neuroni si attivano sia quando eseguiamo un’azione che quando osserviamo qualcun altro farla, consentendo la comprensione delle azioni altrui e la condivisione delle emozioni. Oltre a svolgere un ruolo cruciale nell’empatia, i neuroni specchio influenzano l’apprendimento sociale, permettendo di acquisire abilità osservando gli altri, sia nella prima infanzia che nell’età adulta. Inoltre, questi neuroni sono fondamentali per la percezione dell’arte e della creatività.”
La risposta chiude sostenendo che la presenza di questa specifica tipologia di neuroni risulterebbe fondamentale nell’interpretazione … e nell’apprendimento attraverso l’osservazione.
Questioni afferenti ai neuroni specchio abbracciano vari aspetti sensoriali. Non solo, quindi, il mondo delle immagini o comunque riguardanti aspetti visivi. Infatti, il suono, la letteratura e l’apprendimento in genere rientrano anch’esse nell’ambito delle esperienze che si accumulano e, peraltro, come noto, i neuroni specchio assumono un ruolo molto importante nella complessa evoluzione di ogni bambino.
Per colmare proprie ignoranze, in generale, può tornare utile ricorrere al web, ma senza isolarsi mai a risposte di una sola fonte.
Per vari motivi o necessità d’urgenza, non tutti sono coscienti della necessità di procedere ad approfondimenti diversificati e c’è, purtroppo, chi si limita a effettuare ricerche accontentandosi e fermandosi alle informazioni che corrispondono al suono della campana più gradita. Magari, specialmente in politica, delegando tali compiti ad altri incaricati di analizzare le affermazioni proferite dai tanti esponenti ricoprenti cariche sociali, specie se appartenenti a fazioni avverse.
Forse sarà stato questo il motivo che avrà causato un cortocircuito nella risposta inviperita esternata dall’attuale premier per l’attribuzione di “Cortigiana” conferitale di recente. Restringendo, non escluso anche sui suggerimenti dei suoi “analisti”, il significato della parola a un solo concetto inequivocabile (non ostante potenzialmente articolato) riportato sul portale Wikipedia. Chissà?
In ogni caso, poiché è impossibile entrare nelle menti altrui, indipendentemente dal livello culturale e dal ruolo sociale che si ricopre, restano da valutare i comportamenti di ognuno … e, proprio per questo, risulterà sempre utile e più facile soffermarsi sulla coerenza e i fatti.
Buona luce a tutti!
© Essec
--
(La foto utilizzata come copertina è stata ripresa da FB, postata nel Gruppo pubblico "Art and Love Photography" e pubblicata da Raffaele Nero)
lunedì 1 settembre 2025
Laquartadimensionescritti (cartaceo)
"Ogni pagina è una tappa di un percorso che parte dall'esperienza personale e si apre a interrogativi più ampi. Il lettore non troverà una narrazione lineare, né una trama definita, bensì una serie di finestre da aprire a piacimento su scorci del nostro tempo. Come nel blog da cui questi scritti provengono, il tono è diretto, il pensiero critico, l'ironia costante. Ma sotto ogni parola, aneddoto o citazione si avverte l'urgenza di comunicare, di stimolare una riflessione, di coltivare la memoria e, soprattutto, l'invito a guardare — dentro e fuori di sé — con maggiore consapevolezza. Alcuni scritti, in particolare quelli dedicati alla fotografia e al ricordo, sembrano riecheggiare l'idea che il tempo reale non si misuri in secondi, ma si viva nella continuità soggettiva della coscienza. È quella stessa "durata interiore" che l'autore insegue nel tentativo di fissare attimi, volti, frammenti che sfuggono alla linearità del tempo, trasformandoli in tasselli di una memoria viva, personale e collettiva." (tratto da prefazione di Pasquale Tribuzio)
Youcanprint 192 pagine
Buona luce a tutti!
© Essec
sabato 30 agosto 2025
Libera nos a malo
Nato come dissertazione univoca, il pezzo è stato proposto e trasformato per sperimentare un articolo scritto a quattro mani, con l’intento di ampliare il campo della discussione e possibilmente introdurre aspetti altri.
Per essere più chiari, l’articolo originario di base corrisponderebbe all’unificazione dei testi attribuiti a “interlocutore 1”, l’idea dell’azione integrativa, lasciata libera anche di eventuali contraddittori, è l’insieme delle considerazioni intervallate e etichettate come “interlocutore 2”.
La formula adottata compatta in un unico post l’articolo e l’eventuale intervento a commento. Di seguito si espone il testo convenuto che ne è venuto fuori.
Interlocutore 1: L’arte, in qualunque forma si manifesti costituisce una psicanalisi individuale che si basa su un talento. Una palestra per chi resta impegnato in continue ricerche, per comunicare un pensiero o un semplice punto di vista. Quindi la domanda è pertinente nel chiedersi quanto inconscio c’è nel concepirla?
Interlocutore 2: Io non generalizzerei, in quanto ritengo che vada fatta una pre-analisi al fine di definire cosa ha spinto l’artista a realizzare la sua opera, sempre prima d’interrogarsi su quanto essa sia stata realizzata consciamente o inconsciamente e frutto di psicanalisi o meno. Ritengo infatti che generalizzare sia molto riduttivo. Ci sono artisti che producono unicamente per scopo commerciale, producendo opere figlie di grande raziocinio, normalmente affascinanti esteticamente (non sempre) e poco concettuali. Poi c’è chi sente il bisogno di comunicare il proprio mondo interiore, per esternalizzare le proprie emozioni, le gioie, le paure, il senso di ingiustizia e tanto altro ancora; per affermare se stessi esprimendo la loro interiorità e le proprie verità. C’è pure chi cercando di quietare la propria anima, al fine di ritrovare il proprio equilibrio emotivo, ha la necessità di esprimere, materializzare ciò che sente e lo fa attraverso il proprio talento, regalando arte. Ecco, io penso che unicamente le opere prodotte da questa ultima tipologia di artisti, tra i citati, possano essere frutto di un connubio tra conscio ed inconscio.
Interlocutore 1: In generale si può affermare che le produzioni di ciascuno inglobano componenti che derivano da esperienze dirette; ma che si vanno ad assommare anche ad altre pregresse, comprese quelle insite nei DNA individuali ricevuti e tramandati nel tempo. Ogni esistenza che assume il suo testimone andrà, quindi, ad annotare vissuti compositi. Facendo sì che diventi un tutt’uno, “modellato” in parte secondo il proprio libero arbitrio che non sempre libero rimane, attese le tante sollecitazioni che tendono a condizionare.
Interlocutore 2: Questa è la vita, è il nostro essere. Noi siamo il risultato nostro vissuto e, fortunatamente, in continua mutazione; cresciuti in comunità e forgiati, nel bene e nel male, sin dall’inizio della nostra esistenza dalle relazioni, dalle sollecitazioni, dalle regole, dai divieti… e dalle emozioni ataviche che influenzano e caratterizzano il nostro vivere; conseguentemente, non ritengo che ciò abbia un’attinenza con il conscio e l’inconscio.
Interlocutore 1: Di certo, ambienti (contesti fisici e condizionamenti sociali) incidono nelle alchimie psico-fisiche dei singoli. Aggregazioni, ricche di compromessi, influenzano le personalità, con scelte di parametri che associate tendono a consolidare quelle che chiamiamo convenzionalmente culture. Col tempo e con le varie sedimentazioni ogni schema teorico incentrato su artifici umani può così assumersi come plausibile, perchè legati a principi, in apparenza logici, ma solo convalidati nelle teorie dominanti del momento storico.
Interlocutore 2: Condivido pienamente il tuo pensiero, che introduce nuovi elementi al contesto, ma ancora non trovo un’attinenza… fammi capire.
Interlocutore 1: In assoluto, paradossalmente, tutto potrebbe anche avere un senso, se basato su ipotesi che supportano tesi definite, assunte da maggioranze dominanti. Ogni individuo così viene a maturare una propria dimensione. Fin da piccolo, fatto convinto di possedere certezze, solamente indossando abiti di comode verità preconfezionate, e, atteso che tutti gli esseri che si alternano sono comunque e sempre diversi, il pensiero unico rimane un’ambizione impossibile, un perseguimento di un’utopia irraggiungibile.
Interlocutore 2: Quindi, il tutto si basa sull’assunto, opinabile, che l’artista in quanto uomo non è né libero né conscio, conseguentemente crea opere, per l’appunto, ricche della sua incoscienza. Comincio a seguire la tua logica, prosegui pure.
Interlocutore 1: L’unica soluzione praticabile rimane il compromesso mediato, variegato e con diversificati approcci sociali, che rendono possibili solo coabitazioni e proseguimenti di segnali a cui rispondere. Allineati tutti secondo comportamenti che da sempre si alimentano nell’alternarsi delle esistenze. Sono pertanto esclusivamente le illusioni che governano i giochi e che, non essendo utopie, consentono di realizzare combinazioni temporanee d’equilibri, generati sempre da contrattazioni labili, che rimangono alla lunga fragili di fronte alla precarietà del tempo. Sono sempre tante le false verità che si appalesano e ciascuno potrà modellarle e farle proprie con idee inserendole nell’organizzazione sociale che è più confacente. In ogni caso, le differenti culture tendono a consolidare tantissimi modelli; e così accade che ogni soggetto che nasce potrà ritrovarsi protagonista o succube a secondo dell’ambiente sociale in cui viene alla luce. Illuminismo, oscurantismo, totalitarismi, democrazie e tanti altri orientamenti si compattano in stati nazione. Nelle varie formule politiche si consolidano e sfaldano, assemblando regole, religioni, e tanto altro d'interconnesso per rinnegarle dopo. Così nulla potrà mai corrisponde a verità assoluta, per poter dare certezza, atteso che ogni essere nasce e muore esaurendo il suo ciclo, navigando nel casuale mare in cui si è ritrovato.
Interlocutore 2: E, secondo la tua logica, illusoriamente cosciente.
Interlocutore 1: In conclusione, alla fine tutto si lega, anche se nessuno potrà mai conoscere dimensioni e i limiti che ci riguardano, dell’universo in cui fluttuiamo inconsci. Pensiamo d’essere al centro dell’esistente .... ma sulla base di cosa non è dato sapere. Si tratta di un pensiero illusorio immaginario e nient’altro. Il limite umano più evidente resta la presunzione di ritenersi convintamente l’unico essere intelligente nel creato. Al punto da disconoscersi perfino atei, al solo scopo di poter avvalorare l’operato di un’intelligenza superiore, dogmatica assunta per vera. Di un Dio di cui restar vassalli per esser stati noi fatti, per convenienza più che per convinzione dimostrabile, ad immagine e somiglianza. Mentre nell’espressione evangelica presente nella preghiera al Padre, nella versione latina della Vulgata, si recita: Libera nos a malo ("liberaci dal male").
Buona luce a tutti!
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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari
Un'immagine, un racconto
La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)






















